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Se si vuole avere una chiara idea di quale siano le intenzioni della casta pugliese nei confronti dei loro privilegi è sufficiente osservare come il presidente del consiglio regionale Introna e il suo ufficio di presidenza, dipinti dai media come quelli più determinati e battaglieri in questo ambito, stanno agendo nei confronti della legge regionale di iniziativa popolare “Zero Privilegi Puglia” depositata presso gli uffici regionali da un gruppo di iscritti al moVimento 5 stelle il 7 Novembre scorso e per la quale ancora siamo in attesa di poter iniziare la relativa raccolta firme proprio perchè gli Introna(ti) & Co sopracitati non hanno, a mio avviso in modo del tutto illegittimo, ottemperato ai loro doveri istituzionali.
Infatti, secondo quanto disposto dalla legge regionale sulla partecipazione (LR 9/1973) l’ufficio di presidenza avrebbe dovuto deliberare sulla proposta entro 15 giorni dal suo deposito. Ciò non solo non è avvenuto, ma in data 30 Novembre, ben oltre i termini imposti, pur avendo già avuto dal competente ufficio un parere positivo di ammissibilità si sono inventati la necessità di un ulteriore parere, quello di proponibilità. E per quale strano motivo una proposta ammissibile non dovrebbe essere proponibile? Semplicemente nessuno, se è ammissibile va da sè che è facolta di chi ne ha diritto, nella fattispecie il comitato promotore, di proporla. L’unico obbligo da parte dell’uffcio di presidenza, cosa ben specificata nella legge sulla partecipazione, è quella di verificarne l’ammissibilità, null’altro.
L’ufficio di presidenza sta quindi farneticando col chiaro intento di prendere tempo nel disperato tentativo adottare dei provvedimenti che neutralizzino questa, per loro infausta, proposta. Il dimezzamento degli stipendi, l’abilizione degli assegni di fine mandato e dei vitalizi nonché le altre misure su assenze e rimborsi previsti di “Zero Privilegi Puglia” sono dei veri tagli non quelle quattro panzanate sulla diminuzione del numero dei consiglieri e il passaggio al sistema contributivo che quei quattro politici da strapazzo vanno raccontando ai media. Sanno bene che una volta avviati i banchetti per le strade il rischio di essere travolti da uno tsunami di firme è altissimo e a quel punto diventerebbe difficile prendere delle adeguate contromisure.
Torovatisi quindi di fronte a quel testo invece di adempiere ai loro doveri, come prevede la legge, hanno pensato bene di prendere tempo. E sono sicuro che la situazione non si modificherà a breve. Sempre secondo la legge sulla partecipazione la delibera dell’uffcio di presidenza sulle proposte di legge di iniziativa popolare devono essere adottate all’unanimità, unanimità che, ne sono certo, verrà a mancare il 14 Dicembre quando dovranno deliberare, con tanto di parere di proponibilità positivo, su Zero Privilegi Puglia. In tal caso la norma prevede che debba esprimersi il consiglio regionale nella prima seduta che, visto anche il periodo di feste, non sappiamo quando avverrà.
Nel frattempo i diritti di partecipazione alla vita politica dei cittadini pugliesi sanciti tanto nello statuto regionale quanto nella carta Costituzionale della Repubblica coi quali sia il presidente del consiglio regionale Introna sia il presidente della regione Vendola si sciacquano continuamente la bocca in televisione e sui giornali possono pure riposare in pace col beneplacito della casta pugliese.
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La Puglia ha scelto di “investire” sul ciclo dei rifiuti, non per ridurli ma per bruciarli. Mentre la raccolta differenziata langue sotto il 20 per cento (18,01% il dato medio nel 2011), sono quasi ultimati i lavori per la realizzazione dei 6 impianti che trasformeranno i rifiuti solidi urbani in combustibile da rifiuti (Cdr). Sono tutti realizzati da Cogeam, società partecipata dal gruppo Marcegaglia, e saranno in grado di trattare quasi 900mila tonnellate di rifiuti, trasformati in circa 400mila t di Cdr.
Tra i rifiuti solidi urbani e il combustibile da rifiuti, però, una differenza sostanziale: il Cdr, a differenza dei rifiuti urbani, è un rifiuto speciale, con codice Cer 191210, da “valorizzare” all’interno di un impianto di incenerimento.
In Puglia, però, l’unico inceneritore adatto attivo è a Massafra (in provincia di Taranto), ed è gestito da Appia Energy, gruppo Marcegaglia. Può accogliere un massimo di 25mila tonnellate. Altre 98mila finiranno nell’inceneritore che Eta spa (sempre gruppo Marcegaglia) sta costruendo nelle campagna tra Manfredonia e Cerignola (Fg), in mezzo ai campi di carciofi, grazie anche ad un contributo pubblico di 15 milioni di euro. Ma questi due impianti non bastano. Il cantiere del terzo, a Modugno (Ba), è sotto sequestro giudiziario.
Lo smaltimento del Cdr, così, chiama in causa anche i cementifici, nei cui forni -come raccontiamo nel libro Le conseguenze del cemento (Luca Martinelli, Altreconomia, 2011)- il Cdr prende il posto del carbone o del pet-coke. Questi impianti si trasformano, secondo la definizione di legge, in co-inceneritori. Lo è già quello di Barletta (Bat), gestito da Buzzi Unicem. A Taranto, invece, lo sta diventando l’impianto Cementir (gruppo Caltagirone), che grazie anche a fondi Bei (Banca europea d’investimenti) sta trasformando l’impianto per renderlo in grado di “accogliere” i rifiuti.
21 comuni del bacino BA5 sono obbligati a conferire all’impianto Cogeam 470 tonnellate di rifiuti al giorno, ogni tonnellata frutta ai gestori dell’impianto 125,76 euro per un totale di 21,5 milioni di euro all’anno. Capite perchè la Marcegaglia ha sempre belle parole per lo smemorato di Terlizzi in arte Nichi?
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Ieri sera presso la biblioteca comunale di Ostuni si è tenuto un incontro sul tema “Ospedale Brindisi Nord – opportunità o danno”. Presente l’assessore regionale Amati, grande sostenitore del progetto con numerosi altri pezzi da novanta della politica regionale, provinciale e comunale. Io non ci sono andato, ho lo stomaco debole e l’assunzione di tali deprimenti spettacoli mi causano il voltastomaco. D’altronde la credibilità delle parole dei presenti vale tanto quanto un qualsiasi spot pubblicitario, ma meno di uno dei tanti cartoni animati che quotidianamente scorrono sul televisore rincoglionendo già in tenera età i futuri elettori.
Non posso entrare nel merito del progetto visto che di fatto non esiste alcun atto ufficiale che ne indichi le caratteristiche o le modalità di realizzazione e gestione (non hanno deciso neanche dove esattamente farlo) e le uniche informazionei disponibili sono quelle estrappolabili dalle dichiarazioni di quei soggetti della cui credibilità abbiamo già detto. Vorrei però soffermarmi sulla costante riapparizione di questo progetto che, ricordiamolo, nasce diversi anni fa quando la sinistra non avrebbe mai neanche immaginato di governare la regione.
Destra e sinistra, non è una novità, stesse idee, stesse chiacchere utili nei momenti in cui si sta procedendo allo smantellamento delle strutture sanitarie esistenti. Lo ha fatto Fitto quando approvò il piano di riordino ospedaliero che prevedeva numerosi chiusure e un drastico calo dei posti letto ospedalieri e lo sta facendo Vendola durante l’attuazione del piano di rientro che prevede più chiusure e ancor più meno posti letto.
Questo ospedale è il classico biscotto, o la carota se preferite, da somministrare al popolo per fargli credere che mentre si chiudono ospedali si pensa già alla costruzione di nuove strutture. Della serie, state tranquilli che ci pensiamo noi. Non è un caso che chi governa la regione non dica nulla su che tipo di sistema sanitario regionale si vuole realizzare. Non ne hanno la minima intenzione perchè l’obbiettivo, ormai evidente, è quello di smantellare la parte pubblica e lasciare campo aperto ai privati e se mai ospedale nord ci sarà, sarà come il previsto San Raffaele di Taranto, una struttura realizzata con soldi pubblici ma gestita da privati.
Da sette anni Vendola e la sua combriccola governa la regione. Se l’idea dell’ospedale nord era considerata buona perchè non è stata perseguita da subito, perchè si aspetta solo adesso quando il crack economico fa chiudere numerose strutture e non ci sono neanche i soldi per piangere, perchè si è speso tempo e denaro pubblico nell’ampliamento dell’ospedale di Ostuni? La sanità è stata lasciata naufragare nel suo mare di debiti e adesso questi farabutti, invece che ammettere le loro responsabilità e levarsi dai coglioni se ne vanno in giro a distribuire biscotti. Ieri erano a Ostuni, io non ci sono andato, il vaffanculo glielo mando da qui.
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In un paese normale Nichi Vendola, il poeta, il narratore da trent’anni mantenuto della politica e che ha già maturato una lauta pensione che potrà godersi alla tenera età di 55 anni, dopo la disastrosa gestione della sanità pugliese non riuscirebbe a farsi eleggere neanche come rappresentante di classe in una scuola elementare. Se vi è, infatti, un ambito su cui giudicare un presidente di regione questo è proprio quello sanitario, sia perchè è l’unico di sua esclusiva competenza (in tutti gli altri settori condivide cometenze e responsabilità con stato centrale, provincie e comuni), sia perché è la principale voce di spesa (70% circa del bilancio regionale), A ciò aggiungete il fatto che lo smemorato di Terlizzi, contro ogni pronostico, divenne presidente della regione Puglia proprio cavalcando la protesta popolare insorta quando l’allora presidente Fitto avviò il piano di riordino ospedaliero che prevedeva chiusure e dismissioni di numerosi ospedali e raparti, ma inferiori a quelle previste dal piano di rientro che si sta attuando adesso.
Ma al di là dei disastrosi esiti, quali le cause che li hanno determinati e quali le responsabilità e le colpe politiche di chi in questi ultimi anni ha gestito questo settore e le relative ingenti somme di denaro pubblico?
Se da un punto di vista penale il caso Tedesco e le relative accuse mosse dalla magistratura sono ben note e l’unica cosa da fare è attendere l’esito dei processi, da un punto di vista politico e delle relative responsabilità non si può non considerare la posizione di Vendola. Se, infatti, egli era totalmente ignaro di quanto l’assessore più importante della propria squadra di governo, quello con in mano più della metà del bilancio regionale stava illecitamente facendo, non si può non evidenziare il fatto che il presidente, che di quella squandra è il coordinatore e quindi il primo responsabile, se l’è fatta fare sotto il naso. Cosa che da un punto di vista politico è, a mio avviso, molto grave. Chi, persona ragionevole, affiderebbe ad uno del genere l’amministrazione del proprio patrimonio?
Tedesco aveva un conflitto d’interessi grande come una casa e la cosa era ben nota a Vendola. Ciò avrebbe dovuto indurlo ad una più attenta vigilanza. Come si dice: fidarsi è bene non fidarsi è meglio. Tra l’altro il fatto che alla prima indiscrezione giornalistica, senza che la procura di Bari avesse iscritto l’allora assessore nel registro degli indagati o avesse emesso un qualche atto che lo facesse supporre, Tedesco sia stato immediatamente rimosso dal suo incarico con tutto il resto della giunta fa pensare che poi in fondo in fondo la fiducia di Vendola per quella persona non fosse poi tanto profonda.
La responsabilità del piano di rientro in atto in questi mesi, devastante sia da un punto di vista sanitario che occupazionale, dovuto ai 500 milioni di euro di buco nei conti della sanità pugliese, non può escludere certo chi non si è accorto del sistema di corruzione e collusione messo in atto dal Tedesco che, secondo l’accusa, avrebbe pilotato le nomine di direttori generali, direttori sanitari, primari e appalti per la fornitura di servizi e strumentazioni sanitarie per favorire aziende amiche a tutto discapito della qualità e delle casse regionali.
Il buco da 500 milioni non ha però impedito a Vendola di reperire 220 milioni (di cui 60 pronta cassa) da destinare alla realizzazione di un nuovo ospedale a Taranto. Un ospedale che sostituirà i due attualmente presenti ma che avrà un numero di posti letto inferiore a quelli che i due attuali nosocomi garantiscono e che sarà realizzato e gestito da una fondazione di fatto in mano al privato. Il paladino dei beni comuni, almeno a parole, affida al privato la sanità della città più martoriata d’Italia e d’Europa. La scelta di affidare quest’opera e la sua gestione al San Raffele di Milano è stata più volte rivendicata, ribadita e sostenuta a gran voce proprio da Vendola nonostante da più parti si siano sollevati dubbi sull’affidabilità di quell’istituto che da tempo, proprio per via di azzardati metodi gestionali, versa in condizioni economiche decisamente precarie. Neanche dopo il suicidio del braccio destro di Don Verzè pochi giorni dopo il suo interrogatorio come testimone sul crac finanziario della fondazione c’è stato un ripensamento o anche una sola pausa di riflessione. Vendola continua a fidarsi e a ritenere quella scelta una grande opportunità per la Puglia e i Pugliesi. Tanto, nel caso dovesse sbagliarsi o, meglio, non accorgersi di eventuali anomale gestioni tali da causare buchi di bilancio e debiti non sarà certo lui a dover pagare.
In un paese normale i Pugliesi che si vedono chiudere gli ospedali, quelli che devono aspettare mesi per una visita specialistica, per una TAC o una mammografia, quelli costretti ad emigrare in altre regioni per curarsi avviserebbero a gran voce il resto d’Italia su chi sia in realtà Nichi Vendola e cosa vuol dire averlo alla guida di un governo. Ma siamo in Italia e dopo Tedesco e Don Verzè non c’è il due senza il tre.
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Se c’è un politico che più di tutti gli altri riempie i propri discorsi con riferimenti alla partecipazione e alla democrazia diretta è sicuramente Vendola attuale Presidente della regione Puglia. E dovrebbe essere proprio in questa regione che bisognerebbe cercare traccia di questa volontà per dare un minimo di credibilità alle tante dichiarazioni rese in quest’ambito e di conseguenza dare un minimo di credibilità a questo personaggio politico che su diversi argomenti sempre più spesso mostra una netta dissonanza tra ciò che dice e ciò che in realtà fa.
Analizzando quindi l’argomento la prima cosa che salta all’occhio è che la legge regionale pugliese sulla partecipazione è datata 1973 e da ciò si evincie immediatamente che in questi ormai sette anni di governo regionale il grande sostenitore della partecipazione e della democrazia diretta ha ritenuto di non dover legiferare in merito. Ipotesi confermabile anche dal fatto che in tale periodo non risulta presentata una ben che minima proposta sull’argomento ne dal Presidente ne tanto meno dal gruppo consiliare del partito di cui si è proclamato leader. Forse la legge in questione è già idonea a soddisfare le esigenze di partecipazione e democrazia diretta da tempo richieste dai cittadini e più volte reclamate anche dallo stesso Vendola nei suoi comizi e slogan pollicitari?
Basta leggere il testo della legge (qui) e dello statuto regionale (qui) per rispondere negativamente a tale domanda. Infatti, i mezzi a disposizione dei cittadini per esercitare i loro diritti di partecipazione sono decisamente scarsi e anche quei pochi previsti presentano una serie di parametri che di fatto rendono l’iter farraginoso e di difficile utilizzazione.
Referendum. Così come a livello nazionale è previsto eclusivamente il referendum abrogativo con raggiungimento del quorum, mentre non vi è traccia di quello propositivo. In una regione dove realmente si vogliono introdurre dei metodi di democrazia diretta il referendum propositivo e l’eliminazione del quorum dovrebbero essere il primo passo da svolgere. Ma i cittadini hanno comunque la possibilità di proporre leggi, obbietterà qualcuno. Certo ma in questo caso sarà comunque il consiglio regionale a decidere se approvarla o meno indifferentemente dal numero di cittadini che la vorrebbero approvata, mentre col referendum la proposta sarebbe direttamente approvata o bocciata dai cittadini e la politica volente o dolente sarebbe costretta ad adattarsi alla decisione. Anche il numero di firme, proprio per favorire l’utilizzo dell’istituto e la partecipazione popolare, non dovrebbero essere un carico eccessivo per promotori. Attualmente sono richieste non meno di 50 mila firme che paiono decisamente eccessive se confrontate alla popolazione regionale. Se per indire un referendum nazionale ne bastano 500 mila e la popolazione nazionale si attesta intorno ai 60 milioni, in una regione con poco più di 4 milioni di abitanti (6% di quella nazionale) ritengo che 25 mila firme siano più che sufficienti per far indire una consultazione referendaria sia essa di tipo abrogativo che consultivo.
Proposta di legge di inziativa popolare. 15 mila le firme oggi richieste per presentare una legge al consiglio regionale, una cifra esagerata se pensate che in Lombardia col doppio della popolazione ne bastano 5 mila. La raccolta di un numero così alto di firme per una proposta che poi deve essere giudicata dal consiglio scoraggia i più tant’è che l’utilizzo di questo istituto in Puglia è caso raro. Personalmente ritengo che 3 mila firme siano un numero più che sufficente per scomodare la casta a prendere in esame una proposta del popolo.
Autenticatori. Se è giusto che qualcuno si assuma la responsabilità di dichiarare autentiche le firme raccolte per proposte di legge o referendum, tale attività non può essere riservata a specifiche categorie di persone. La normativa attuale consente, infatti, tale attività a consiglieri comunali e provinciali, giudici di pace, notai, cancellieri di corte d’appello, tribunali, pretura e procura, sindaci e pres. di provincia e funzionari da questi delegati, ma nessuno di questi ha l’obbligo di fornire la propria disponibilità a svolgere tale operazione. Da ciò se ne evincie la possibilità che alcune proposte, in particolare quelle particolarmente indigeste alla casta politica e agli interessi dei loro amici e compari, potrebbero trovare difficoltà proprio nel reperire tali figure rendendo impossibile la presentazione della proposta. Da qui la necessità di ampliare tale possibilità ad altri soggetti. Nello specifico penso che ai promotori di una proposta o di un referendum debba essere data la possibilità di nominare a tale funzione un qualsiasi cittadino in possesso dei diritti civili e politici il quale potrà così autenticare le firme raccolte nel comune o provincia in cui risiede assumendosi la totale responsabilità delle autentiche effettuate. Non si capisce infatti che garanzie possa dare in più un consigliere comunale o provinciale rispetto ad un onesto cittadino nello svolgimento di questa attività. Resta fermo il diritto della regione di poter effettuare controlli e verifiche, come già è possibile oggi.
Certificazioni. Enorme e inutile lavoro che impone ai promotori un lavoro estenuante tra carte, fax, solleciti e giornate intere passate ad ordinare moduli su cui si sono raccolte le firme e certificati di iscrizione nelle liste elttorali. La legge infatti, sia quella nazionale che regionale, impone che ogni firma debba essere accompagnata dalla certificazione rilasciata dagli appositi uffici comunali attestante l’iscrizione alle liste elettorali del firmatario. La cosa è abbastanza semplificata quando su un modulo firmano esclusivamente cittadini residenti nello stesso comune, in questo caso lo si invia all’uffico comunale competente che provvede a certificare ogni singolo firmatario. Gli errori non mancano ed alcune firme pur valide vengono comunque perse durante queste operazioni, ma comunque il tutto è accettabile e soprattutto sopportabile. La cosa si complica invece quando sul modulo vi sono firme di persone residenti in diversi comuni. In questo caso bisogna inviare ad ogni comune, anche via fax, la richiesta per ogni sottoscittore e già potete immaginare cosa voglia dire tutto questo di fronte a migliaia di firme e di centinaia di comuni coinvolti e non mancano certo i casi in cui non si riceve alcuna risposta e vanno inviati anche i solleciti. Quando poi i certificati arrivano, essi vanno suddivisi all’interno dei vari moduli col concetto di una firma un certificato. Chi ha nella propria vita partecipato a questo tipo di attività sà benissimo di che cosa sto parlando, gli altri invece si immaginino migliaia di cerificati e per ognuno ti devi sfogliare centinaia di moduli alla ricerca di quel firmatario che corrisponde al certificato che hai in mano. Giornate, nottate e litri di caffè sono testimoni di tutto questo. Tutta questa attività va eliminata immediatamente, il raccogliere corretamente i dati anagrafici dei firmatari associato ad un controllo a campione su una determinata percentuale degli stessi da parte degli uffici regionali sono sicuramente una valida alternativa. A chi risponde che questo, per varie norme nazionali, non è possibile faccio notare che in Lombardia l’obbligo di certificare le firme è stato abolito già nel lontano 1981.
Il desiderio di partecipazione dei cittadini è ormai palese, le chiacchere dei politici innondano gli inutili quanto aridi discorsi e gli strumenti a disposizione dei cittadini stanno a zero. Non arrendersi rimane comunque la parola d’ordine.
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Le indagini sulla sanità pugliese si sono chiuse. L’impianto accusatorio molto grave: un gruppo di potere, secondo gli inquirenti, avrebbe orientato dal 2008 al 2009 gli appalti sulle forniture alle Asl pugliesi e a capo di questo gruppo c’era lex assessore alla sanità Tedesco, nel frattempo promosso a senatore per “meriti” sul campo. Oggi la sanità pugliese è soggetta ad un vero e proprio piano di dismissione, anche se si ostinano a definirlo di rientro. Molti ospedali stanno chiudendo e stessa sorte stanno subendo numerosi reparti e servizi, ma secondo la regione la gestione Tedesco non c’entra.
Gli appalti truccati e i relativi oneri economici a carico della collettività non hanno contribuito, a detta della regione Puglia e di chi la amministra, al dissesto economico che ha costretto lo smemorato di Terlizzi ad attuare il piano di rientro definito dallo stesso “lacrime e sangue”. Ammetterlo significherebbe assumersi le proprie responsabilità e, come sappiamo bene in Italia, o la colpa non è di nessuno oppure e di tutti e quindi di nessuno. In una regione la sanità è l’assessorato più importante perchè assorbe circa l’80% del bilancio regionale. In Puglia l’incarico, nella prima giunta Vendola, è stato affidato a Tedesco la cui famiglia opera proprio nella fornitura di protesi alla sanità pugliese un conflitto d’interessi grande come un palazzo di cento piani. Ma così è andata e il Tedesco per ben tre anni ha avuto campo libero nella designazione dei direttori generali della ASL e, a cascata, dei direttori sanitari potendo così dirottare le gare di appalto e le forniture verso imprenditori a lui legati da vincoli familiari o da interessi economici ed elettorali come si evince dalle ipotesi di reato formulate dal pubblico ministero.
Il Presidente della giunta, un certo Nichi Vendola, non si è accorto di nulla e ha dovuto aspettare che le notizie cominciassero a trapelare sui giornali per porre un freno a questo saccheggio. Ci vorranno anni prima che si chiuda il processo e potremmo avere un quadro più completo di quanto accaduto, nel frattempo questo politico “distratto” continua ad amministrare la regione e addirittura si propone al governo nazionale. Come per Tedesco forse è arrivato anche per lui il momento di una promozione per “meriti” sul campo.
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Un aggiornamento sugli sviluppi della ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese dopo il risultato referendario di Giugno nel comunicato stampa del Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”- Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ricordandovi che mentre il PDmenoL si appropriava indebitamente della vittoria referendaria lo smemorato di Terlizzi in alias Nichi Vendola ha concentrato tutta la sua campagna elettorale per la riconferma al governo della regione Puglia promettendo in ogni dove l’approvazione immediata della proposta di legge elaborata proprio insieme al Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”.
ACQUA. RUMORE MEDIATICO MA INTESA BIPARTISAN
Dal “rumore mediatico” che gli schieramenti politici stanno provocando sembra che emergano due posizioni nette:
1) la Regione Puglia, recependo la volontà degli elettori (espressa nel referendum del 12-13 giugno), vuole ripubblicizzare l’Acquedotto pugliese AQP S.p.A. mediante una legge regionale;
2) il Governo nazionale, ignorando quella stessa volontà, vuole impedirlo.
Se le apparenze non ingannano, abbiamo quindi da un lato i “buoni” e dall’altro i “cattivi”: situazione chiarissima. Il problema però è che qui le apparenze ingannano, eccome!
Intendiamoci: l’atto del Governo nazionale non è assolutamente condivisibile, in quanto, cercando di aggrapparsi a tutti i possibili appigli giuridici, mira di fatto a conservare lo “status quo” e, quindi, a ignorare la volontà degli elettori.
Però, detto questo, non abbiamo ancora fatto chiarezza fino in fondo, in quanto i processi in atto travalicano il mero rapporto fra una Regione e il Governo nazionale e vedono coinvolti molteplici soggetti e interessi che, giocando su più fronti, non sono immediatamente riconoscibili.
La legge regionale pugliese in questione, nel pronunciarsi in merito alla forma giuridica che il nuovo acquedotto “ripubblicizzato” dovrà assumere fa riferimento a una vaga “azienda pubblica regionale”, che non è prevista in quella forma dalla legislazione italiana.
Le ripetute richieste di chiarificazione su questa “vaghezza” del testo di legge, da parte del Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune” e del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, hanno per ora ricevuto l’assicurazione che la forma giuridica sarà quella di “azienda speciale” dal capogruppo di SEL alla Regione Puglia, ma ancora (e benché sollecitate) non vi sono dichiarazioni ufficiali in tal senso e il ricorso del Governo nazionale rischia di creare ulteriori elementi di confusione.
Inoltre, non possiamo non ricordare che il testo originario del disegno di legge regionale, concordato con i rappresentanti del Comitato pugliese e del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, qualificava esplicitamente il servizio idrico integrato come “servizio di interesse generale, privo di rilevanza economica”, sottraendolo, quindi, di fatto e di diritto alla disciplina della concorrenza e di conseguenza alla competenza statale. Nel testo definitivo, per volontà del legislatore regionale, quella chiara specificazione è stata soppressa e tale soppressione, alla luce dei fatti, non è stata priva di conseguenze, visto che proprio alla tutela della concorrenza si appella ora il Governo, per impugnare la legge davanti alla Corte Costituzionale, in quanto tutto ciò che attiene ai mercati e alla concorrenza è di competenza statale.
Possiamo parlare di autogoal del Consiglio regionale, in questo caso?
Il fatto che la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, in questo caso di quello pugliese, incroci percorsi del tutto opposti lo si evince dal moltiplicarsi di iniziative ed eventi apparentemente “innocenti”, i cui attori e promotori sono tutt’altro che neutrali.
Basti pensare al fatto che l’Acquedotto pugliese AQP S.p.A., in compagnia di società come Hera S.p.A., Acea S.p.A., di multinazionali come Veolia, ecc., risulta essere fra gli sponsor del “Festival dell’Acqua”, fortemente voluto e organizzato da Iren S.p.A. e Federutility. Qualcuno può pensare che Federutility (nella cui giunta esecutiva, per inciso, vi è anche Ivo Monteforte, Amministratore Unico di AQP S.p.A) condivida le posizioni di chi, ritenendo l’acqua bene comune dell’umanità, chiede coerentemente che venga gestito come tale, e non come merce? Sul serio?
La nostra impressione, studiando la situazione in atto, è che dopo i risultati referendari, coloro che sono contrari a qualsiasi ipotesi di ripubblicizzazione reale del servizio idrico, lungi dall’essersi arresi alla volontà dei cittadini – poiché il capitale e gli interessi che suscita difficilmente si arrendono – stiano lavorando attivamente a un “piano B”, per salvare il “salvabile” (secondo il loro punto di vista). E così, se il “piano A” – ovvero la privatizzazione pura e semplice del servizio idrico e di tutti i servizi pubblici – risulta ormai impraticabile, con gran dolore di chi lo aveva architettato e difeso (Confindustria, ma non solo), i suoi precedenti sostenitori possono trovare conveniente giungere a una sorta di “intesa operativa” coi sostenitori attivi del “piano B” (per esempio Federutility), che punti al “male minore” (sempre secondo loro), ovvero la difesa delle gestioni miste e delle S.p.A., come una sorta di “linea del Piave”, oltre la quale non far assolutamente passare le idee e i progetti di concreta ripubblicizzazione.
Se le cose dovessero stare davvero così come pensiamo, potrebbero esserci aree di convergenza, e di “intesa bipartisan”, fra i “privatizzatori” liberisti attualmente al governo in Italia e settori dei “riformisti” di centrosinistra; e il testo sul quale potrebbero effettivamente, nell’immediato futuro, convergere consensi bipartisan (magari dopo qualche schermaglia “scenografica”, per salvare le forme) è già pronto in realtà, ed è la proposta di legge del PD.
Non vogliamo pensare che l’atto con il quale il Governo nazionale ha impugnato la legge regionale pugliese faccia parte del fuoco di sbarramento che serve per creare le condizioni necessarie a questa intesa bipartisan. Eppure troppi dati ci portano a ritenerla un’ipotesi fondata.
In una situazione come questa, a buon diritto il Comitato pugliese “Acqua bene comune” rifiuta nettamente di farsi strumentalizzare da chi fino a ieri era contrario alla ripubblicizzazione; le nostre osservazioni critiche e i nostri rilievi in merito alla legge regionale, e al comportamento delle istituzioni pugliesi, non implicano alcuna vicinanza o “collateralità” rispetto alle posizioni del centrodestra liberista. Ma d’altra parte non vogliamo neppure passare come sostenitori di una rappresentazione “fiabesca” della realtà, ridotta a una lotta più o meno edificante fra “buoni” e “cattivi”.
Non ci interessa fare da supporto, come attori o comparse, alle strategie comunicative altrui, né fare da testimonial in più o meno ben orchestrate campagne di marketing elettorale. Il nostro ruolo è altro e diverso, e ben lo conosce chi ha seguito in questi anni il nostro lavoro sul territorio: informarsi, informare, continuare incessantemente a mettere alla prova le istituzioni circa la loro capacità di tradurre le intenzioni e gli annunci in atti concreti.
Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”- Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
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Ricevo e volentieri pubblico questa nota del Dr Maurizio Portaluri.
Vendola è politico troppo esperto e conoscitore dell’animo umano troppo profondo per non aver ponderato tutti gli effetti collaterali della sua battaglia per l’ospedale privato-pubblico a Taranto. Quel che sarà il San Raffaele del Mediterraneo nel 2016 ed oltre, dio solo lo sa. Quel che più conta, a mio parere, soprattutto è la simbologia che il dibattito sta generando.
Vendola sa bene che i pugliesi non si fidano di buona parte del servizio sanitario locale, così come non si fidano dell’università, dei politici, delle istituzioni e delle agenzie locali. Egli stesso credo viva come un tradimento ed un fallimento le vicende giudiziarie e la permanente arretratezza della sanità pugliese sotto il suo governatorato tanto da definirla “bubbone” e “casinò” in una deposizione del 2009. Il cavallo di Troia per la presa del palazzo nel 2005, la sanità appunto, si è trasformata in minaccia del mito e del consenso. Ecco allora il simbolo della buona sanità, una meta dei pellegrinaggi della speranza che si trasferisce, come su un tappeto volante, addirittura a Taranto, la città più inquinata e malata. Niente da dire, un colpo da maestro.
Ma appresso al primo simbolo se ne generano altri. L’abbraccio benedicente con il Vaticano, neopadrone del San Raffaele, il cui viatico serve, come quello degli USA e dei filoisraeliani, per governare in Italia. E la chiesa è un problema di non poco conto per la missione nazionale di Vendola. Egli è consapevole che non vedremo cambiare nel corso delle nostre vite, la parte più violenta ed emarginante delle attuali leggi morali della religione cattolica, ma sa bene che sarà sicuramente apprezzata la sua buona disposizione verso quelle “opere di carità” che sono gli ospedali cattolici.
L’incubatore mediatico genera anche il simbolo della fine della baresità. La “prima” università medica d’Italia (e a che posto è scesa quella “barensis”?) sbarca in Puglia e non a Bari. È l’inizio di una Puglia bicentrica? Sicuramente Vendola ha ponderato la reazione, silenziosa e long acting, dei dinosauri dell’accademia. Ha ancora viva la caduta di Fitto per l’oltraggio agli interessi di certa classe medica. E la concretezza di questo simbolo, chiamiamolo, della baresità ferita, è tanto palpabile che il Sindaco di Bari è scattato come una molla e con lui buona parte del PD barese. Questa infatti non dovrebbe scandalizzarsi per il fatto che si danno soldi pubblici ad un privato perché li gestisca. È stato già fatto in Puglia e con il suo consenso, non può essere questa, allora, la ragione della veemente reazione.
Ma c’è ancora un altro simbolo che si genera, anzi si rinforza. Il mantra continuamente ripetuto, in opere ed omissioni, che la sanità pubblica sia ormai irrecuperabile. Tanti soldi pubblici che non producono quanto potrebbero. Un pachiderma alimentato con denaro collettivo che non si piega al suo compito pubblico. Gli alfieri, buffi e retrogradi, di questo compito, fedeli alla missione pubblica del servizio sanitario, si aggirano illusi in strutture dove molti pensano solo all’interesse privato. Come i soldati giapponesi che dopo la fine della seconda guerra mondiale si rifugiarono per decenni nelle isole deserte in attesa degli americani.
L’arcangelo Raffaele, il dolce accompagnatore di Tobia e guaritore della sua cecità, si sentirà invocato in questi giorni, ma, dopo una breve visita in volata, capirà che il suo ospedale nascerà accanto alle macerie degli altri e non so se è proprio quello che desidera sebbene i porporati, che si considerano suoi amici, se la ridano contenti.
Le sento già le critiche dei miei amici per questa lettura disillusa, senza passione e quasi esangue. Le capisco, mi dispiace. Ma il nostro sangue non è più qui, è con i nostri figli e con tutti i giovani che hanno deciso di non stare più tra le macerie.
San Raffaele, ora pro nobis.Maurizio Portaluri
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La sanità pugliese è allo sfascio, reparti ed interi ospedali chiusi, drammatica carenza di personale, totale assenza di servizi territoriali, strutture fatiscenti, inadeguate e in numerosissimi casi incapaci a soddisfare le più banali esigenze di diagnosi e cure (provate ad andare all’ospedale di Ostuni di notte o in un festivo per un trauma medio e vedete se non vi rinviano al giorno dopo per le indagini del caso). La colpa di tutto ciò non può certo essere totalmente ascritta a chi oggi amministra la regione e chi nel settore vi opera non può certo ritenersi esente da colpe (compreso chi scrive), ma di sicuro c’è che in questi anni la politica nulla ha fatto per migliorare la situazione o almeno evitare questo sprofondamento.
In questo contesto la regione ha deciso di investire oltre 200 milioni per la realizzazione di un nuovo ospedale nella città di Taranto. L’idea non è di per se deprecabile, lo è semmai il metodo con cui questa scelta è stata portata avanti e le numerose ombre che questo metodo si porta appresso associata alla drammatica situazione in cui versa la sanità pugliese, che avrebbe meritato scelte di più buon senso. Mia idea del tutto personale è che l’obbiettivo vero sia quello di smantellare la sanità pubblica per poterla poi consegnare ai privati cosa che, un passo alla volta, stanno realizzando.
Dopo lo scandalo finanziario che ha coinvolto il San Raffaele si sono ravvivate le critiche al progetto pugliese, tanto che anche i più convinti hanno palesato una serie di dubbi e ripensamenti. Non Vendola che nei giorni scorsi in una apposita conferenza stampa ha sostenuto con vigore la sua posizione, ribadita poi in una lettera al Fatto Quotidiano con cui ha voluto rispondere ad una serie di quesiti. A seguire le considerazioni su questa ed altre questioni di Marco Travaglio. Giudicate voi ma a me non pare che il candidato a leader del centrosinistra italiano ne esca bene e se fino ad ora lo avete considerato comunque il meno peggio, riflettete.
Gentile presidente Vendola, La ringrazio per la sollecita risposta alle domande del Fatto. E La ringrazio doppiamente visto che alcuni colleghi non hanno avuto la mia stessa fortuna, pur ponendoLe interrogativi analoghi ai nostri da molto più tempo. Ma, se Le dicessi che le Sue risposte mi soddisfano, mentirei. La invito pertanto a un serrato confronto in redazione, magari dinanzi alle telecamere della nostra embrionale web-tv, per discutere più a fondo con qualcuno dei suoi storici oppositori.
1. Non ho mai pensato, né dunque scritto, che Lei “faccia affari” con chicchessia. Temo però che faccia fare dei pessimi affari alla Regione che Lei presiede. Per esempio, regalando l’intero ciclo dello smaltimento rifiuti al gruppo Marcegaglia, ricambiato con giudizi più che lusinghieri sul quotidiano di Confindustria, il Sole 24 Ore. Per esempio, affidando ad Alberto Tedesco, titolare di un mostruoso conflitto d’interessi familiare, la Sanità regionale. E, per esempio, scegliendo a trattativa privata, senza gara, il San Raffaele di don Verzé come partner privato della Regione per costruire e gestire il nuovo mega-ospedale di Taranto. Le mie, dunque, sono critiche politiche, non penali, anche se sconfinano quasi tutte nella questione morale: anzi, meglio, nell’irrisolto problema dei rapporti fra politica e affari.
2. Vedo che Lei accenna a un Suo “errore di presunzione”, ma non nomina mai il senatore Tedesco, suo ex assessore alla Sanità, indagato (con richiesta d’arresti domiciliari respinta dal Senato) per gravi reati che avrebbe commesso proprio nei due anni di presenza nella Sua prima giunta. Ancora non è chiaro perché Lei l’avesse nominato proprio alla Sanità quando Tedesco ci ha raccontato lui stesso – Le aveva fatto presente che la sua famiglia possedeva aziende fornitrici della Sanità pugliese.
Se è a quel caso che allude quando ammette l’”errore di presunzione”, Le fa onore l’autocritica, ma che c’entra la “presunzione”? In quel caso Lei ha dato prova di una preoccupante insensibilità ai conflitti d’interessi, mettendosene in casa uno di proporzioni gigantesche,perfettamente in linea col suo ex partito (Rifondazione) che se n’è sempre bellamente infischiato del conflitto d’interessi di Berlusconi (e dunque di tutti gli altri).
Poi, quando è scattata l’indagine per corruzione, Lei si vanta di aver “reagito con radicalità e tempestività”, caldeggiando e/o accettando le dimissioni dell’assessore inquisito (e ci mancherebbe altro). Ma Le pare normale mettere la volpe a guardia del pollaio e poi cacciarla quando – sai che sorpresa – viene beccata a mangiarsi le galline?3. Anche sulla decisione di costruire un nuovo ospedale a Taranto, e per giunta di affidarlo al San Raffaele, le mie critiche sono squisitamente politiche, e anche un po’ morali, visti i rapporti di don Verzé prima con Craxi, poi con Berlusconi, e visto lo stato prefallimentare del San Raffaele. E vedo che, un po’ tardivamente, dopo le contestazioni dell’Idv, ora le obiezioni cominciano a muovergliele anche i Suoi alleati del Pd.
Anzitutto, se il San Raffaele del Mediterraneo è una struttura pubblica (e, almeno per il finanziamento lo è, visto che la Regione spenderà 200 milioni di cui 60 già versati), s’imponeva una gara internazionale, visto l’importo dell’opera. Lei dice di aver scelto quasi due anni fa l’affidamento privato perché il San Raffaele è molto prestigioso e preferiva “un processo accelerato”: e allora perché del nuovo ospedale non è stata ancora neppure posta la prima pietra?4. Apprendo che Lei considera don Verzé un “diavolo di prete”. L’ha scoperto di recente o lo pensava già l’anno scorso quando, in piena campagna elettorale per la Sua rielezione a governatore, presentando assieme a Lei il mega-progetto San Raffaele del Mediterraneo, quel diavolo di prete ebbe a definirla pubblicamente dinanzi a molti pugliesi in trasferta a Milano “un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore”, “dotato di un fondo di santità come Berlusconi” e invitò tutti a “eleggerlo ancora presidente della Regione Puglia almeno per altri 5-10 anni”, impegnandosi in caso di mancata elezione a “nominarlo comunque presidente del San Raffaele del Mediterraneo”?
5. L’utilità o meno del nuovo ospedale – ne convengo con Lei – è “opinabile” come ogni scelta politica. Ma continuo a domandarmi come spera, Lei, di ridurre il turismo sanitario dei malati tarantini fuori città o fuori regione sostituendo due vecchi ospedali da 680 posti letto in tutto con uno nuovo da 580 (come risulta a me) o dotato degli “identici posti letto” (come mi scrive Lei). Oltre ai due ospedali tarantini esistenti, il Suo piano prevede di chiuderne altri tre nella provincia di Taranto, 18 in tutto nell’intera regione.
Forse la sanità pugliese, una delle più indebitate d’Italia, dovrebbe risparmiare quattrini, rinunciando al faraonico San Raffaele per ammodernare le strutture esistenti e migliorare i servizi: sbaglio o in Puglia il tempo di attesa medio per una mammografia o un esame cardiologico oscilla fra i due e i tre anni? Oltretutto la Sua giunta, presidente Vendola, ha appena alzato l’aliquota dell’addizionale Irpef fino al tetto massimo per coprire il buco sanitario: non era meglio colmarlo con i 200 milioni destinati a don Verzé, invece di tassare un’altra volta i pugliesi?6. L’unica risposta in prosa della Sua poetica lettera, è l’annuncio di sospensione del bando per la progettazione del nuovo nosocomio alla luce del mega-buco di 1 miliardo di euro che ha portato il San Raffaele sull’orlo del fallimento. Perché – scrive Lei – “se il San Raffaele fallisce, cercheremo un nuovo partner”. Monsieur de Lapalisse, quello che un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo, non avrebbe potuto dire meglio. Il guaio è che lo stato di decozione del San Raffaele non è una scoperta dell’ultim’ora.
Forse una gara pubblica avrebbe fatto emergere i buchi neri della fondazione di don Verzé & Berlusconi fin dall’inizio. Tantopiù che gli affari pugliesi del San Raffaele sono racchiusi in una fantomatica società “13 maggio”, che associa don Verzé a due imprenditori già finiti sotto inchiesta (quelli della nota cooperativa ciellina La Cascina) e che era presieduta fino a un mese fa da Mario Cal, il braccio destro di quel diavolo di prete, ora prematuramente scomparso perché si è sparato quando la Procura di Milano ha messo il naso nei conti.
Ecco, invece di attendere l’eventuale fallimento della Fondazione per cercare un nuovo partner, non sarebbe il caso di fermare le bocce e rimettere tutto il progetto in discussione? Magari un sostenitore come Lei delle primarie potrebbe promuovere un bel referendum tra i pugliesi, per sapere direttamente da loro quale soluzione preferiscono.7. Taccio sull’incredibile speculazione edilizia che si cela dietro il progetto del nuovo ospedale, con la Fintecna Immobiliare (ministero del Tesoro, Tremonti-Berlusconi) che baratta la variante urbanistica necessaria per costruirlo sulle sue aree in cambio della destinazione a edilizia residenziale, uffici e centri commerciali di terreni riservati a verde, parcheggi, ospedali. Ma pure questo è un problema, non trova?
8. A proposito dell’Ilva di Taranto: il 26 giugno l’Arpa Puglia (controllata dalla Regione) vi ha riscontrato il doppio delle emissioni consentite dalla legge regionale. Il picco è stato registrato a maggio con la presenza di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino del siderurgico, con un valore medio di 0,70 nanogrammi al metro cubo (contro 0,40 consentiti). Dove sarebbe dunque il mirabolante miglioramento ambientale da Lei vantato? È fantascienza o prosa amministrativa? Narrazione, poesia o che altro?
Marco Travaglio
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Torniamo nuovamente ad affrontare la questione dei privilegi della casta perchè trovo davvero inaccettabile la campagna pollicitaria messa in atto in questi giorni a media unificati con in testa il nostro illustre Presidente Napolitano sempre impegnato ad emanare appelli e lanciare moniti per poi porre immediatamente la firma su leggi in netto contrasto con gli appelli e i moniti del giorno prima. Ricordo un intervista di qualche anno fa a Cossiga in cui affermava che il bello del fare il Presidente della Repubblica era il poter fare poi l’ex Presidente della Repubblica, godere di tutti i privilegi senza dover espletare l’impegnativa carica.
Senza un minimo di pudore e vergogna non c’è partito o politico che in questi giorni non abbia uscito dal cilindro la sua risolutiva proposta, come se si fossero accorti dei loro ingiustificati privilegi solo ieri grazie ai giornali che, almeno in questo caso, non sono riusciti a nascondere il senso di indignazione che finalmente si è alzato dalla popolazione chiamata per l’ennesima volta a fare la parte dell’agnello sacrificale. Evidentemente tutti questi signori sino a qualche giorno fa erano all’oscuro di questa indecente situazione. Così come Scaiola era proprietario (e lo è tutt’oggi) di una casa acquistata a sua insaputa coi soldi di un altro, i politici ed i partiti di ieri e di oggi si sono ingozzati ed hanno enormemente incrementato i loro patrimoni coi soldi dei nostri sacrifici lacrime e sangue senza accorgesene. Privilegiati a loro insaputa.
A loro insaputa gli stipendi da decine di migliaia di euro che mensilmente gli vengono accrditati e a loro insaputa le tessere viacard o l’apparato telepass installato, sempre a loro insaputa, nelle loro autovetture e coi quali possono viaggiare a spese nostre su tutta la rete autostradale (capite perchè a questi non gliene frega niente della politica dei prezzi del monopolista Autostrade S.p.A.). A loro insaputa anche le pensioni da migliaia di euro che percepiscono per aver “lavorato” per cinque anni e a loro insaputa tutti gli altri innumerevoli privilegi di cui godono loro e i loro familiari e che non trascrivo sia per non deprimervi troppo sia perche tra scrittura e lettura ci vorrebbero un paio d’ore.
In Puglia poi, dove l’incantatore di serpenti regna ormai da quasi sette anni,si sono accorti d’improvviso che il numero dei consiglieri regionali è eccessivo, bisogna ridurlo. Peccato che solo un anno fa, subito dopo le elezioni regionali, hanno cercato in tutti i modi di portarlo da 70 a 78. Rileggetevi pure le dichiarazioni di quei giorni, ma attenzione ai conati di vomito. Ad evitare l’inutile incremento un ferreo statuto regionale, tremo al pensiero che queste sanguisughe lo stanno revisionando. Presumo altresì che lo smemorato di Terlizzi sia ignaro anche del fatto di essere il presidente di regione più pagato d’Italia. Eppure sono diverse le regioni con un maggior numero di residenti e con reddito procapite maggiore. Pensate che la sola provincia di Milano ha tanti abitanti quanti l’intera Puglia ed il loro reddito procapite è tre volte quello dei pugliesi, eppure Formigoni guadagna meno di Vendola. Se tutto ciò non basta aggiungete anche il fatto che pochi mesi fa tutti i consiglieri regionali pugliesi hanno ricevuto in dote, evidentemente a loro insaputa, un Ipad; ad omaggiarli di questo indispensabile strumento politico i cittadini pugliesi.
Ancora in Puglia, all’inizio dell’anno, tutti i giornali e i Tg titolavano sulla riduzione degli stipendi del 10% che i consiglieri regionali si erano imposti. Non potevi incontrare un militante del PD, SEL o Rifondazione che subito partiva con la sua litania: hai visto, noi non siamo come tutti gli altri, noi abbiamo tagliato gli stipendi ai nostri consiglieri e la regione risparmierà un sacco di soldi. Balle un sacco di balle; slogan solo slogan e pollicità. La riduzione del 10% era solo per alcune voci dello stipendio mensile, quelle a minor entità. Di fatto la riduzione effettiva è stata di poco superiore al 3%, mentre i risparmi per le casse regionali, un sacco di soldi per i militanti, sono risultati poco più di 500 mila euro. Per completezza d’informazione la proposta che alcuni aderenti al moVimento 5 stelle, tra cui il sottoscritto, stanno predisponendo prevede il dimezzamento degli stipendi oltre all’abolizione di altri ingiustificati privilegi e i risparmi preventivati ammontano a circa 10 MILIONI di euro all’anno, 50 MILIONI a legislatura (80 milioni di euro è il costo per la realizzazione di un ospedale di media grandezza).
Se i partiti e i politici hanno davvero intenzione di eliminare i propri privilegi diano un immediato segno. C’è una cosa che possono fare senza legiferare e senza attendere i lunghi tempi dell’iter legislativo, una cosa che possono fare domani mattina. Rinunciare ai rimborsi elettorali che costano a tutti noi oltre un miliardo di euro all’anno. Il moVimento 5 stelle ha già dimostrato che si può fare, basta non ritirarli. Nessun partito sino ad ora ci ha rinunciato, pensate che lo faranno mai?
Ho un desiderio che purtroppo temo rimarrà tale ancora per diverso tempo. Che la gente si desti, la smetta di limitarsi al mandare a fare in culo i politici quando compaiono sul loro televisore, eviti di nascondersi dietro i soliti paradigmi del non ne capisco di politica o non ho mai tempo, si incontri con altra gente, magari rinunciando alla visione del grande fratello, isola dei famosi o una partita di calcio e cominci ad organizzarsi per cacciare democraticamente a calci in culo questi sciacalli.


















