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La sanità pugliese è allo sfascio, reparti ed interi ospedali chiusi, drammatica carenza di personale, totale assenza di servizi territoriali, strutture fatiscenti, inadeguate e in numerosissimi casi incapaci a soddisfare le più banali esigenze di diagnosi e cure (provate ad andare all’ospedale di Ostuni di notte o in un festivo per un trauma medio e vedete se non vi rinviano al giorno dopo per le indagini del caso). La colpa di tutto ciò non può certo essere totalmente ascritta a chi oggi amministra la regione e chi nel settore vi opera non può certo ritenersi esente da colpe (compreso chi scrive), ma di sicuro c’è che in questi anni la politica nulla ha fatto per migliorare la situazione o almeno evitare questo sprofondamento.
In questo contesto la regione ha deciso di investire oltre 200 milioni per la realizzazione di un nuovo ospedale nella città di Taranto. L’idea non è di per se deprecabile, lo è semmai il metodo con cui questa scelta è stata portata avanti e le numerose ombre che questo metodo si porta appresso associata alla drammatica situazione in cui versa la sanità pugliese, che avrebbe meritato scelte di più buon senso. Mia idea del tutto personale è che l’obbiettivo vero sia quello di smantellare la sanità pubblica per poterla poi consegnare ai privati cosa che, un passo alla volta, stanno realizzando.
Dopo lo scandalo finanziario che ha coinvolto il San Raffaele si sono ravvivate le critiche al progetto pugliese, tanto che anche i più convinti hanno palesato una serie di dubbi e ripensamenti. Non Vendola che nei giorni scorsi in una apposita conferenza stampa ha sostenuto con vigore la sua posizione, ribadita poi in una lettera al Fatto Quotidiano con cui ha voluto rispondere ad una serie di quesiti. A seguire le considerazioni su questa ed altre questioni di Marco Travaglio. Giudicate voi ma a me non pare che il candidato a leader del centrosinistra italiano ne esca bene e se fino ad ora lo avete considerato comunque il meno peggio, riflettete.
Gentile presidente Vendola, La ringrazio per la sollecita risposta alle domande del Fatto. E La ringrazio doppiamente visto che alcuni colleghi non hanno avuto la mia stessa fortuna, pur ponendoLe interrogativi analoghi ai nostri da molto più tempo. Ma, se Le dicessi che le Sue risposte mi soddisfano, mentirei. La invito pertanto a un serrato confronto in redazione, magari dinanzi alle telecamere della nostra embrionale web-tv, per discutere più a fondo con qualcuno dei suoi storici oppositori.
1. Non ho mai pensato, né dunque scritto, che Lei “faccia affari” con chicchessia. Temo però che faccia fare dei pessimi affari alla Regione che Lei presiede. Per esempio, regalando l’intero ciclo dello smaltimento rifiuti al gruppo Marcegaglia, ricambiato con giudizi più che lusinghieri sul quotidiano di Confindustria, il Sole 24 Ore. Per esempio, affidando ad Alberto Tedesco, titolare di un mostruoso conflitto d’interessi familiare, la Sanità regionale. E, per esempio, scegliendo a trattativa privata, senza gara, il San Raffaele di don Verzé come partner privato della Regione per costruire e gestire il nuovo mega-ospedale di Taranto. Le mie, dunque, sono critiche politiche, non penali, anche se sconfinano quasi tutte nella questione morale: anzi, meglio, nell’irrisolto problema dei rapporti fra politica e affari.
2. Vedo che Lei accenna a un Suo “errore di presunzione”, ma non nomina mai il senatore Tedesco, suo ex assessore alla Sanità, indagato (con richiesta d’arresti domiciliari respinta dal Senato) per gravi reati che avrebbe commesso proprio nei due anni di presenza nella Sua prima giunta. Ancora non è chiaro perché Lei l’avesse nominato proprio alla Sanità quando Tedesco ci ha raccontato lui stesso – Le aveva fatto presente che la sua famiglia possedeva aziende fornitrici della Sanità pugliese.
Se è a quel caso che allude quando ammette l’”errore di presunzione”, Le fa onore l’autocritica, ma che c’entra la “presunzione”? In quel caso Lei ha dato prova di una preoccupante insensibilità ai conflitti d’interessi, mettendosene in casa uno di proporzioni gigantesche,perfettamente in linea col suo ex partito (Rifondazione) che se n’è sempre bellamente infischiato del conflitto d’interessi di Berlusconi (e dunque di tutti gli altri).
Poi, quando è scattata l’indagine per corruzione, Lei si vanta di aver “reagito con radicalità e tempestività”, caldeggiando e/o accettando le dimissioni dell’assessore inquisito (e ci mancherebbe altro). Ma Le pare normale mettere la volpe a guardia del pollaio e poi cacciarla quando – sai che sorpresa – viene beccata a mangiarsi le galline?3. Anche sulla decisione di costruire un nuovo ospedale a Taranto, e per giunta di affidarlo al San Raffaele, le mie critiche sono squisitamente politiche, e anche un po’ morali, visti i rapporti di don Verzé prima con Craxi, poi con Berlusconi, e visto lo stato prefallimentare del San Raffaele. E vedo che, un po’ tardivamente, dopo le contestazioni dell’Idv, ora le obiezioni cominciano a muovergliele anche i Suoi alleati del Pd.
Anzitutto, se il San Raffaele del Mediterraneo è una struttura pubblica (e, almeno per il finanziamento lo è, visto che la Regione spenderà 200 milioni di cui 60 già versati), s’imponeva una gara internazionale, visto l’importo dell’opera. Lei dice di aver scelto quasi due anni fa l’affidamento privato perché il San Raffaele è molto prestigioso e preferiva “un processo accelerato”: e allora perché del nuovo ospedale non è stata ancora neppure posta la prima pietra?4. Apprendo che Lei considera don Verzé un “diavolo di prete”. L’ha scoperto di recente o lo pensava già l’anno scorso quando, in piena campagna elettorale per la Sua rielezione a governatore, presentando assieme a Lei il mega-progetto San Raffaele del Mediterraneo, quel diavolo di prete ebbe a definirla pubblicamente dinanzi a molti pugliesi in trasferta a Milano “un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore”, “dotato di un fondo di santità come Berlusconi” e invitò tutti a “eleggerlo ancora presidente della Regione Puglia almeno per altri 5-10 anni”, impegnandosi in caso di mancata elezione a “nominarlo comunque presidente del San Raffaele del Mediterraneo”?
5. L’utilità o meno del nuovo ospedale – ne convengo con Lei – è “opinabile” come ogni scelta politica. Ma continuo a domandarmi come spera, Lei, di ridurre il turismo sanitario dei malati tarantini fuori città o fuori regione sostituendo due vecchi ospedali da 680 posti letto in tutto con uno nuovo da 580 (come risulta a me) o dotato degli “identici posti letto” (come mi scrive Lei). Oltre ai due ospedali tarantini esistenti, il Suo piano prevede di chiuderne altri tre nella provincia di Taranto, 18 in tutto nell’intera regione.
Forse la sanità pugliese, una delle più indebitate d’Italia, dovrebbe risparmiare quattrini, rinunciando al faraonico San Raffaele per ammodernare le strutture esistenti e migliorare i servizi: sbaglio o in Puglia il tempo di attesa medio per una mammografia o un esame cardiologico oscilla fra i due e i tre anni? Oltretutto la Sua giunta, presidente Vendola, ha appena alzato l’aliquota dell’addizionale Irpef fino al tetto massimo per coprire il buco sanitario: non era meglio colmarlo con i 200 milioni destinati a don Verzé, invece di tassare un’altra volta i pugliesi?6. L’unica risposta in prosa della Sua poetica lettera, è l’annuncio di sospensione del bando per la progettazione del nuovo nosocomio alla luce del mega-buco di 1 miliardo di euro che ha portato il San Raffaele sull’orlo del fallimento. Perché – scrive Lei – “se il San Raffaele fallisce, cercheremo un nuovo partner”. Monsieur de Lapalisse, quello che un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo, non avrebbe potuto dire meglio. Il guaio è che lo stato di decozione del San Raffaele non è una scoperta dell’ultim’ora.
Forse una gara pubblica avrebbe fatto emergere i buchi neri della fondazione di don Verzé & Berlusconi fin dall’inizio. Tantopiù che gli affari pugliesi del San Raffaele sono racchiusi in una fantomatica società “13 maggio”, che associa don Verzé a due imprenditori già finiti sotto inchiesta (quelli della nota cooperativa ciellina La Cascina) e che era presieduta fino a un mese fa da Mario Cal, il braccio destro di quel diavolo di prete, ora prematuramente scomparso perché si è sparato quando la Procura di Milano ha messo il naso nei conti.
Ecco, invece di attendere l’eventuale fallimento della Fondazione per cercare un nuovo partner, non sarebbe il caso di fermare le bocce e rimettere tutto il progetto in discussione? Magari un sostenitore come Lei delle primarie potrebbe promuovere un bel referendum tra i pugliesi, per sapere direttamente da loro quale soluzione preferiscono.7. Taccio sull’incredibile speculazione edilizia che si cela dietro il progetto del nuovo ospedale, con la Fintecna Immobiliare (ministero del Tesoro, Tremonti-Berlusconi) che baratta la variante urbanistica necessaria per costruirlo sulle sue aree in cambio della destinazione a edilizia residenziale, uffici e centri commerciali di terreni riservati a verde, parcheggi, ospedali. Ma pure questo è un problema, non trova?
8. A proposito dell’Ilva di Taranto: il 26 giugno l’Arpa Puglia (controllata dalla Regione) vi ha riscontrato il doppio delle emissioni consentite dalla legge regionale. Il picco è stato registrato a maggio con la presenza di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino del siderurgico, con un valore medio di 0,70 nanogrammi al metro cubo (contro 0,40 consentiti). Dove sarebbe dunque il mirabolante miglioramento ambientale da Lei vantato? È fantascienza o prosa amministrativa? Narrazione, poesia o che altro?
Marco Travaglio
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Il 15 marzo, con un emendamento approvato nel disegno di legge per lo statuto delle imprese, l’aula della camera dei deputati ha triplicato la soglia che consente l’uso della trattativa privata senza pubblicità negli appalti pubblici, innalzata da 500.000 euro a 1.500.000 euro. Emendamento proposto dalla Lega Nord, approvato da una maggioranza bulgara e traversale con 485 voti favorevoli, solo 2 astenuti e nessun contrario, dentro un provvedimento approvato dalla camera e ora avviato per la discussione al senato.
Gli effetti sul mercato sono dirompenti: la sottrazione dalle gare di una quota robusta di lavori pubblici, senza alcuna forma di pubblicità, aiuterà di sicuro la già dilagante corruzione. Il Cresme ha effettuato una stima dell’impatto della norma per Edilizia e Territorio (settimanale del Sole 24 ore) da cui si deduce che prendendo come riferimento l’anno 2010, verrà sottratto al mercato il 76% dei bandi di gara in termini di numero e circa il 16% se si calcola il valore in termini di importo. In pratica su 18.848 bandi emessi nel 2010, ben 14.239 sarebbero stati affidati senza bando e senza pubblicità, direttamente dal responsabile del procedimento. In termini di valore questo equivarrebbe a sottrarre al mercato circa 5,1 miliardi di lavori pubblici su di un totale di 32, 9 miliardi di investimenti pubblici.
In più con altri emendamenti il ddl sullo statuto alle amministrazioni pubbliche, vi è l’esplicito mandato di favorire negli appalti le imprese del territorio, per quelle con meno di 250 dipendenti e con meno di 50 milioni di fatturato. Non è chiaro come questo possa in pratica avvenire dato che tutte le normative europee ed italiane vietano ogni riserva in materia di gare e lavori, ma forse si pensa di rispettare questa indicazione proprio con la trattativa privata dove l’ente locale potrà scegliere in modo discrezionale, senza motivazione e senza pubblicità, a chi affidare i lavori.
Nella stessa norma, la soglia per le amministrazioni locali, da affidare direttamente e senza gara gli incarichi di progettazione, viene innalzata da 100.000 a 193.000. Una norma contro la quale si è già scagliata pesantemente l’Oice (associazione delle società di ingegneria) che ha denunciato la scomparsa del mercato della progettazione e l’incremento quindi dei costi, dato che il 91% dei bandi rientra in questa soglia.
L’argomento invocato per affidare direttamente i lavori è il solito: fare presto, togliere i lacci e lacciuoli come richiesto dalle amministrazioni, venire incontro alle difficoltà dei piccoli comuni impossibilitati a selezionare decine di imprese per ogni gara data la scarsità di risorse e personale, nonché una “sedicente” autonomia territoriale invocata dalla Lega Nord. Problemi reali ai quali però è stata data una risposta completamente sbagliata, mentre si doveva semplificare ed unificare le stazioni appaltanti (per esempio a scala provinciale) dentro un unico soggetto pubblico in modo da fornire professionalità, risorse e trasparenza dei bandi e dei risultati delle gare. È noto che anche la polverizzazione delle gare rende difficile controllo e vigilanza e quindi incrementa comportamenti e pressioni illecite.
Contro l’innalzamento della trattativa privata si è schierata l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici. Il suo presidente Giuseppe Brienza è stato molto netto: con questa norma ben il 96% degli appalti dei comuni è sottratto al mercato, e ha censurato soprattutto la mancanza di obbligo di pubblicità e trasparenza. Ha fatto anche capire che se la norma non verrà corretta dal Senato si renderà necessario un provvedimento dell’Autorità che renda indispensabile la motivazione con cui l’amministrazione intende applicare l’affidamento diretto, quali siano le regole comunque da applicare e quali i criteri di invito alla procedura informale. Solo a queste condizioni minime sarà possibile svolgere un’azione di vigilanza su questi lavori, che sfuggirebbero non solo alla concorrenza ma anche al controllo dell’Autorità.
Del resto la stessa Autorità a gennaio aveva reso pubblici i risultati di una ricognizione sugli affidamenti a trattativa privata dei grandi comuni degli ultimi tre anni (2007-2010), da cui era emerso un quadro desolante: con più di 80.000 contratti per un valore di 61 milioni affidati senza gara. Da quando nel 2008 la soglia era stata innalzata a 500.000 euro per la trattativa privata vi era stato un incremento vertiginoso di lavori senza gara dove un lavoro su due era ormai affidato senza procedura competitiva. Il comune di Roma è stato tra i più solerti ad affidare senza gara con ben 42 bandi e un valore nel triennio di ben 248 milioni di euro. Non solo, in diversi casi i lavori sono stati frazionati artificiosamente proprio per rientrare sotto la soglia fissata per poter applicare la trattativa privata.
Nonostante che questa soglia, questo limite per consentire l’uso della trattativa privata sia stato ritoccato dall’approvazione della legge Merloni nel 1994 ben 5 volte. La norma originaria prevedeva 150.000 ecu di soglia, diventata 300.000 nel 1998. Nel 2002 si consente la trattativa privata fino a 100.000 euro e fino a 300.000 in caso di gara deserta. Nel 2006 si attesta a 100.000 euro per poi balzare nel 2008 a 500.000 e adesso, se la norma verrà confermata anche dal Senato, triplicherà fino ad arrivare a 1.500.000 euro. Quindi si era già tenuto conto delle difficoltà delle amministrazioni locali, nonché delle direttive europee, che contemplano delle soglie molto ampie dato che devono essere il riferimento per tutti i paesi, mentre gli effetti di sottrazione dal mercato sono soprattutto in quei paesi come l’Italia dove vi sono migliaia di istituzioni locali e una miriade di piccole e medie imprese, mentre in altri paesi come la Germania o la Francia il numero di appalti sotto queste soglie è decisamente minore.
Anche l’Ance si è schierata duramente contro l’aumento della trattativa privata e il suo presidente Paolo Buzzetti ha parlato di un mercato che “andrebbe sott’acqua”, proponendo in alternativa l’innalzamento a un massimo di 1 milione di euro con precisi obblighi di trasparenza come la rotazione degli inviti, l’obbligo di pubblicità per ogni fase dell’affidamento.
Mentre l’Aniem, l’associazione delle piccole e medie imprese edili, si è schierata a favore della norma “perché da 15 anni il settore degli appalti pubblici è bloccato con leggi da stato di polizia” e con questo provvedimento si supererebbe questa situazione di controllo. Insomma la logica è sempre quella: dato che i controlli servono a ben poco contro la corruzione meglio eliminarli!
La gravità della norma, a mio giudizio, sta anche nel fatto che si somma a tante procedure specifiche e speciali sottratte al mercato, dove la trattativa privata e la deroga sono diventate la regola, nelle grandi opere, per gli eventi speciali e le ricostruzioni dopo terremoti e alluvioni.
È il caso dell’alta velocità ferroviaria, dove tre tratte per oltre cinque miliardi di lavori sono state restituite a trattativa privata ai vecchi consorzi, dei lavori nel settore autostradale dove la nuova riforma del governo di centrodestra consente alle concessionarie di svolgere in house il 60% dei lavori, per le opere e gli interventi della protezione civile, inclusi gli eventi speciali, che sono affidati direttamente in nome dell’emergenza (e abbiamo visto i risultati con le inchieste della magistratura sulla “cricca”).
Mentre inchieste sono già in corso sulle infiltrazioni per la ricostruzione dell’Aquila e in Abruzzo e sia per il business lanciato dall’Expo di Milano, dove è presente la “ndrangheta”. È la stessa recente relazione annuale antimafia inviata al parlamento a darne conto con un quadro drammatico della strategia e della capacità delle cosche mafiose di infiltrarsi negli appalti e nel ciclo di realizzazione degli interventi, con un mercato parallelo molto ben gestito e organizzato, e anche conveniente per l’imprenditore. Tranne che per lo stato e per la collettività che impegna i soldi per la realizzazione dell’opera pubblica.
Quindi buona parte del mercato ormai, sia per grandi opere e sia per piccoli interventi è ormai sottratto alla concorrenza e alla trasparenza, mentre le inchieste della magistratura registrano gravi fenomeni di corruzione e concussione nell’affidamento di appalti, lavori e servizi.
La Corte dei Conti, presieduta da Luigi Giampaolino, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011 nella sua relazione ha censurato questi fenomeni nel settore degli appalti, prodotti da una grave elusione delle regole, con un’aggressione continua alla concorrenza, il massiccio ricorso alla trattativa privata anche in violazione delle norme al quale sovente risultano connesse tangenti per favorire gli affidamenti. Fenomeni che hanno influenzato negativamente l’efficienza della spesa, la qualità di gestione delle amministrazioni e depresso la funzione anticiclica della spesa pubblica.
Non può dunque che creare allarme e preoccupazione l’emendamento che amplia la trattativa privata senza regole e senza pubblicità, approvato all’unanimità dalla camera, perché non tiene conto della situazione opaca e deformata già presente nel mercato a ogni livello. Siamo ancora in tempo per correggere la norma al senato, con una misura che coniughi efficienza e legalità.
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Ostuni 25 Marzo consiglio comunale, in discussione per la prima volta nella storia di questo comune una proposta di deliberazione di iniziativa popolare, argomento acqua bene comune senza rilevanza economica. Un cittadino accende la sua videocamera, vuole testimoniare con un filmato questo momento storico sia da un punto di vista democratico sia per l’argomento trattato, ma il regolamento lo vieta ed ecco che il presidente del consiglio, garante a giorni alterni delle regole, chiede l’immediato spegnimento dell’occhio elettronico. Doverosamente il cittadino si è sottomesso alle regole, perchè è così che si fa, le regole si rispettano, si possono criticare e ci si può impegnare per modificarle, ma comunque si rispettano. Stessa cosa dovrebbe fare proprio il presidente del consiglio comunale (20 mila euro annui). Va, infatti ricordato che la proposta d’iniziativa popolare in questione, in base alle regole vigenti comprese quelle indicate nello statuto, avrebbe dovuto essere discussa già diversi mesi fa, ma evidentemente questa regola è sfuggita al “caro” concittadino tant’è che ci sono voluti diversi solleciti, l’intervento del difensore civico e la minaccia di far intervenire il Prefetto affinché la proposta fosse discussa e sottoposta a votazione.
Ma al “caro” presidente non poteva sfuggire l’occhio indiscreto del cittadino e la ferrea regola che vieta le videoriprese durante il consiglio comunale, se non altro perchè il primo cittadino Tarzanella ha fatto notare la presenza di SPIE. Già, ha utilizzato proprio il vocabolo SPIE. Ma cos’è una spia? Secondo il vocabolario della lingua italiana la spia è “un agente incaricato di fare spionaggio” ovvero “ottenere segreti”. E che c’è di segreto in una pubblica assemblea? Perchè tale è un consiglio comunale, una pubblica assemblea in cui si parla di problemi ed argomenti di interesse pubblico a cui chiunque può assistere. E in realtà non c’è nulla di segreto, ma da questa affermazione si può evincere la concezione che questi personaggi hanno della politica e dell’amministrazione pubblica divenuta in tutto e per tutto cosa loro di cui il cittadino non si deve occupare, per questo chi si presenta con videocamera per filmare e poi divulgare questi “affari loro” viene identificato come una specie di traditore, una spia appunto. Come se invece che in consiglio comunale qualcuno fosse andato a spiarli dal buco della serratura del cesso di casa loro, cosa sulla quale mi sovvengono dei dubbi quando sento negli interventi consiliari dire certe stronzate. Poi vanno in televisione e sui giornali ad urlare la massima trasparenza della loro attività e dei loro atti che vengono tutti pubblicati sul sito internet del comune (più corretto sarebbe dire: quasi tutte).
Nel programma a 5 stelle è prevista la ripresa e la diffusione via web in diretta sia del consiglio comunale sia delle riunioni della giunta comunale. In questo consiglio nessuno mai la proporrà come nessuno proporrà mai la modifica di quell’assurda regola che vieta le riprese, non sia mai che la puzza di marcio fuoriesca dal palazzo e i cittadini si rendano conto della presenza di cotanta merda.
Concludiamo comunque con una buona notizia visto che la proposta di inziativa popolare è stata accolta e quindi verrà inserito nello statuto comunale il diritto umano all’acqua, un affermazione di principio fondamentale ma che non ci deve far dormire sonni tranquilli. L’acqua è un grande business sul quale in molti hanno concentrato il proprio sguardo e la lotta per mantenerla bene comune senza rilevanza economica sarà ancora lunga e faticosa.
A seguire il testo della proposta di iniziativa popolare sottoscritta da 400 cittadini ostunesi (il doppio di quelle necessarie per la presentazione).
IL COMUNE di OSTUNI
PREMESSO CHE
a) L’acqua rappresenta fonte di vita insostituibile per gli ecosistemi, dalla cui disponibilità dipende il futuro degli esseri viventi.
b) L’acqua costituisce, pertanto, un bene comune dell’umanità, il bene comune universale, un bene comune pubblico , quindi indisponibile, che appartiene a tutti.
c) Il diritto all’acqua è un diritto inalienabile : l’acqua non può essere proprietà di nessuno, bensì bene condiviso equamente da tutti, l’accesso all’acqua deve essere garantito a tutti come un servizio pubblico.
d) L’accesso all’acqua, già alla luce dell’attuale nuovo quadro legislativo, e sempre più in prospettiva, se non affrontato democraticamente, secondo principi di equità, giustizia e rispetto per l’ambiente, rappresenta :
• una causa scatenante di tensione e conflitti all’interno della comunità internazionale ;
• una vera emergenza democratica e un terreno obbligato per autentici percorsi di pace sia a livello territoriale sia a livello nazionale e internazionale.SOTTOLINEATO CHE
Su questa base condivide e aderisce alla proposta di legge d’iniziativa popolare “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, e quindi ritiene necessario che il Parlamento proceda celermente alla sua discussione e approvazione.
IL CONSIGLIO COMUNALE DI OSTUNI S’IMPEGNA A :
1) riconoscere anche nel proprio Statuto Comunale il Diritto umano all’acqua, ossia l’accesso all’acqua come diritto umano, universale, indivisibile, inalienabile e lo status dell’acqua come bene comune pubblico ;
2) riconoscere anche nel proprio Statuto Comunale che il servizio idrico integrato è un servizio pubblico locale privo di rilevanza economica, in quanto servizio pubblico essenziale per garantire l’accesso all’acqua per tutti e pari dignità umana a tutti i cittadini, e quindi la cui gestione va attuata attraverso gli Artt. 31 e 114 del DLgs n. 267/2000 ;
3) nominare seduta stante, la Commissione consiliare con lo specifico compito di integrare/modificare lo Statuto secondo le indicazioni sopra specificate ed assegnare alla stessa il termine di gg.30 per la conclusione dei lavori da sottoporsi all’approvazione del successivo Consiglio Comunale ;
4) promuovere nel proprio territorio una Cultura di salvaguardia della risorsa idrica e di iniziativa per la ripubblicizzazione del Servizio Idrico Integrato attraverso le seguenti azioni :
• informazione della cittadinanza sui vari aspetti che riguardano l’acqua sul nostro territorio, sia ambientali che gestionali ;
• contrasto al crescente uso delle acque minerali e promuovere l’uso dell’acqua dell’acquedotto per usi idropotabili, a cominciare dagli uffici, dalle strutture e dalle mense scolastiche ;
• promozione di una campagna di informazione/sensibilizzazione sul Risparmio Idrico, con incentivazione dell’uso dei riduttori di flusso, nonché studi per l’introduzione dell’impianto idrico duale ;
• promozione, attraverso l’informazione, incentivi e la modulazione delle tariffe, della riduzione dei consumi in eccesso;
• informazione puntuale della cittadinanza sulla qualità dell’acqua con pubblicazione delle analisi chimiche e biologiche in ogni quartiere e contrada ;
• promozione di tutte le iniziative finalizzate alla ripubblicizzazione del Servizio Idrico Integrato nel territorio di propria pertinenza.
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Chi già certe cose le intuiva, adesso (almeno per adesso) le sa. Chi – forse con troppa disinvoltura, ma si sa, i rivoluzionari, o si espongono al 100% o ci giocano, in quel ruolo – ha voluto (e potuto!) divulgare al mondo le verità di coloro che per i “Grandi del mondo” osservano e valutano, credo abbia svolto un grande servizio all’idea magari utopica di una informazione aperta e corretta. In un’utopia di mondo al di sopra degli Stati, magari; dove la comunicazione (e quindi, la sincera informazione senza confini, retoriche e ipocrisie) è il filo trainante e legante le tante realtà, culture e apparenti diversità che nella vita reale sembrerebbero separare in isole distanti quello che ancora per molti di noi è il “pianeta uomo”.
A dire il vero già nei meccanismi della Rete questa Utopia è realizzata. Quando opinioni, consigli tecnici e non, botta-e-risposta di individui fatti parola-e-pensiero guizzano all’istante rimbalzando e liberando dal rigore di matematiche consuete le percezioni usuali di spazio-tempo, quando l’esperienza dei milioni di internauti dell’era attuale sorpassa inutili barriere nazionali e anche linguistiche e costruisce nella pratica quotidiana ciò che tanti teorici del vivere fraterno avevano sognato, ecco che qualcosa di nuovo si crea. E posso intuire allora che proprio in questo mondo dilatato, dalla mente di qualcuno sia potuto nascere un progetto, qualcosa di inverosimile o di pazzesco secondo il metro comune ma che in realtà è naturale conseguenza di questo processo di “liberazione” in atto.
Julien Assange, ha fatto un passo troppo azzardato per questa epoca? I tempi e i momenti della sua azione erano quelli giusti? Nel futuro che verrà lo sapremo meglio. Ma sempre nel futuro che verrà, probabilmente il suo nome sarà associato a quello di altri personaggi che nel passato hanno cambiato per sempre i percorsi dei loro popoli, penso a Nelson Mandela, a Gandhi. Per il “popolo della Rete” di oggi, nel mondo dilatato senza confini a cui siamo già abituati a stare, l’azione di Wikileaks sa di scrollone benefico atto a toglier di dosso dal vecchio mondo giochi di bugie, ipocrisie e violenze che noi “nuovi cittadini” non possiamo più accettare. Una “rivoluzione” senza spargimento di sangue e che dovrebbe rasserenare quanti tra i Potenti sanno di avere agito con trasparenza e senza intrighi. E se le Ragioni di Stato vollero decidere altrimenti, perché non cambiarne le regole? E se i profondi interessi di tanti leader assommano potere e conquista economica globale danneggiando popoli ed ecosistemi, perché non darne notizia nei dettagli?
Nel mondo della comunicazione globale si finisce per saper tutto di tutto. Finzione e ipocrisia non vanno più tanto lontano. E magari è un bene, per noi cittadini del mondo e della Rete, consapevoli, preoccupati e allarmati per le sorti del nostro piccolo e popoloso pianeta. E se questo ha le sembianze di una rivoluzione in atto, why not?
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Sono quasi due mesi che ho inoltrato al Sindaco di Ostuni, via posta elettronica certificata, una richiesta per sapere ufficialmente se le stradine che attraversano la località Pilone sono di proprietà pubblica oppure privata. La domanda sorge spontanea perchè oltre alla presenza di sbarre automatiche che impediscono l’accesso agli autoveicoli ci sono diversi cartelli che indicano il divieto di accesso alle persone non autorizzate e ciò significa che i non autorizzati (da chi?) non possono accedervi neanche a piedi e questo è ammissbile solo ed esclusivamente se si tratta di proprietà privata.
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La trasparenza è cosa sgradita sia alla maggioranza sia a quella che tecnicamente, ma solo tecnicamente, si definisce opposizione. Ne avevamo già avuto sentore a metà Dicembre quando è stato approvato il regolamento per l’albo pretorio on line e ne abbiamo avuto piena conferma ieri sera quando l’argomento è tornato in consiglio comunale per esaminare gli emendamenti al regolamento che abbiamo presentato tramite il consigliere De Stradis.
Precisiamo subito che l’istituzione di un albo pretorio informatico non è conseguenza di una politica di innovazione dell’amministrazione comunale, ma un preciso obbligo di una normativa nazionale che si pone l’ambizioso obiettivo di eliminare quanto più possibile nelle pubbliche amministrazioni i documenti cartacei con notevoli risparmi economici a carico degli stessi e, aggiungo io, effetti benefici per l’ambiente (meno carta, meno toner). Ma questi aspetti evidentemente non interessano alla nostra classe politica visto che nel citato regolamento è previsto comunque il mantenimento di tutto il materiale cartaceo presente oggi.
Torniamo a Dicembre quando l”amministrazione presenta il suo regolamento. Già ad una prima lettura ci rendiamo subito conto che è stato redatto per lasciare di fatto ampia discrezionalità agli uffici sulla pubblicazione o meno degli atti prodotti, appellandosi a motivi di natura tecnica che chiunque con un minimo di competenza in ambito informatico non esiterebbe a definire ridicoli, come ridicole sono le tecniche previste per la digitalizzazione dei documenti. Infatti, con enorme dispendio di risorse umane ed economiche, il regolamento prevede che tutti gli atti (che oggi naturalmente vengono predisposti tramite un computer) debbano essere prima stampati e poi scannerizzati per essere infine pubblicati on line, geni dell’informatica!
Di fronte a questo testo, considerando anche la legge regionale sulla trasparenza (qui) ed il relativo regolamento attuativo (qui) che prevedono l’obbligo di pubblicazione on line di tutti gli atti aventi rilevanza esterna, abbiamo predisposto una serie di modifiche che avrebbero reso quel regolamento, non dico buono, ma almeno decente. Alcune modifiche riguardavano alcune castronerie di tipo tecnico, ma la maggior parte miravano ad imporre all’amministrazione non solo la pubblicazione di tutti gli atti, ma anche il loro mantenimento sul sito istituzionale anche oltre i 15 giorni previsti normalmente nelle affissioni all’albo pretorio, in modo di dare la possibilità a qualunque cittadino di visionare, consultare e, perchè no, controllare l’attività amministrativa del comune. Ed è proprio questo, a mio avviso, il motivo che ha indotto tutto il consiglio a non sostenere le nostre proposte.
E così ieri sera nel disinteresse più totale il consigliere De Stradis ha cercato inutilmente di spiegare l’importanza delle nostre proposte e il fatto che queste avrebbero portato il regolamento al rispetto sia della legge nazionale sia della legge regionale sulla trasparenza. Disinteresse totale dimostrato dal fatto che nessun consigliere ha mai ricevuto copia delle nostre proposte, quindi non le hanno mai lette, eppure hanno votato sull’argomento. L’unico documento consegnato ai consiglieri è stato quello contenente le considerazioni degli uffici competenti farcito di una forte dose di ignoranza informatica e del desiderio di tenersi un ampia discrezionalità sul cosa pubblicare. Nessun consigliere ha chiesto di vedere e di acquisire le proposte inoltrate, evidentemente non aveva alcuna importanza a loro avviso per poterle valutare e quindi votare in un modo o nell’altro.
Su una cosa De Stradis ha sbagliato. Ieri sera ha giustificato i suoi colleghi dicendo che si trattava di una materia tecnica su cui non erano competenti, cosa che non condivido affatto perchè l’argomento in questione era la trasparenza dell’attività amministrativa, le possibilità di accesso alla documentazione e l’adeguamento ed il rispetto di norme nazionali e regionali sull’argomento. Dal totale disinteresse dimostrato si evince in maniera chiara e lampante una concezione della politica nostrana che ritiene l’attività amministrativa ambito esclusivamente loro e di cui il cittadino non si deve interessare ed informare se non tramite gli organi di stampa appositamente addomesticati.
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La partecipazione non solo è un diritto riconosciuto da diverse norme, ma è un opportunità, un valore aggiunto per tutta la comunità. A dimostrarlo la politica attuata negli ultimi anni in Puglia con Vendola ed in particolare l’assessore Minervini (che spero vivamente abbia ancora un ruolo predominante nella prossima giunta) che facendo della cittadinanza attiva un punto fermo della loro azione politico-amministrativa sono riusciti a reperire tra la popolazione un bagaglio di conoscienze, idee e competenze che hanno favorito, incentivato ed aiutato le lungimiranti ed ottime azioni che in diversi campi la regione ha fatto negli ultimi anni (bollenti spiriti, principi attivi, etc. tutti reperibili qui).
Il diritto alla partecipazione è altresì riconosciuto nello statuto del comune di Ostuni che prevede una serie di organi di partecipazione che mai nessuna amministrazione ha reso opertivi.
Il forum della società civile strumento di raggruppamento, discussione e confronto di tutta la cittadinanza è una nullità che si riunisce solo ed esclusivamente per eleggere la terna per la nomina del difensore civico. Eppure esiste ed ha pure un presidente, un certo avvocato Ghionda, nonchè, almeno da quanto si legge sul sito del comune, una lunga lista di associazioni aderenti. Perchè questo presidente non lo convoca mai, perchè se si è assunta questa carica (spero gratuita) non la esplica oppure non si dimette lasciando il posto a chi magari vorrebbe farlo funzionare?
Le consulte di settore non sono mai state istituite eppure lo statuto ne prevede cinque. Quando è emerso il problema dei pozzi petroliferi si è autocostituito il forum permanente ambiente e sviluppo, paragonabile in tutto e per tutto ad una consulta di settore prevista dallo statuto, l’amministrazione comunale (eravamo in piena campagna elettorale) si è dichiarata felice di questa iniziativa ed ha dichiarato la propria disponibilità al dialogo ed al confronto. Disponibilità divenuta indifferenza una volta conclusa la competizione elettorale. Anche le consulte di quartiere sono un organo statutario mai nato.
Tutto ciò non deve maravigliare, una classe politica autoreferenziale non può permettersi ne partecipazione ne trasparenza. Deve essere libera di fare quello che vuole, il potere tanto si mantiene grazie alle clientele, ai favori e ad una informazione che tutto fa tranne che informare.
La partecipazione e la trasparenza sono un diritto, una risorsa, un valore aggiunto. Non pretenderle è stupido.
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In un paese come l’Italia dove corruzione e collusione non sono certo caratteristiche difficili da trovare nella pubblica amministrazione e nella classe politica, la trasparenza assoluta dovrebbe essere il primo principio a cui ispirarsi per chi volesse (o potesse) dimostrare di avere mani e coscienza pulita. Qualsiasi atto, documento o nota dovrebbe essere accessibile a qualsiasi cittadino e nel modo più semplice e veloce possibile. La maggior parte delle amministrazioni locali invece sui propri siti web istituzionali non pubblica praticamente nulla e le procedure per poter accedere ai documenti cartacei sono sempre onerose sia da un punto di vista economico sia di impiego di tempo.
Il comune di Ostuni naturalmente non fa eccezzione alcuna su questo aspetto. Sul suo sito web solo raramente pubblicano qualcosa e anche il solo elenco delle delibere e delle determine adottate è ormai una chimera. Se poi decidi di informarti su qualche atto e vai in comune a chiedere di visionarlo, il tutto avviene in modo da scoraggiarti quanto più possibile in questa impresa così che ti inoltri su questa strada solo in casi eccezzionali o quando non ne puoi fare a meno. Mi spiego. Vai in comune con la richiesta in duplice copia ben compilata e firmata e la consegni all’ufficio di segreteria del sindaco che ti timbra una copia a mo di ricevuta; sei stato previdente e sulla richiesta hai indicato in modo esplicito e chiaro i riferimenti per contattarti (cellulare-mail). A questo punto loro dovrebbero rispondere alla tua istanza e, secondo il regolamento della trasparenza del comune di Ostuni (lo trovi qui), dovrebbero farlo entro 15 giorni. Invece nulla, il silenzio totale. Passano i giorni e decidi di tornare al comune per sapere che fine ha fatto la tua richiesta e qui cominci a girare di ufficio in ufficio perchè il documento che cerchi ti dicono che sta da una parte, poi da un’altra e poi da un’altra ancora. Se sei fortunato (cosa mooooolto rara) riesci comunque in una mattinata a vedere quel dannato documento, ma in genere ti tocca andare li almeno due o tre volte. Alla fine riesci a raggiungere l’obbiettivo ed ecco che ti portano un faldone con all’interno centinaia e centinaia di pagine e penserai, ora mi daranno una sedia ed un tavolo dove mettermi comodo a leggere tutta sta roba, ma ti guardi in torno e vedi solo scrivania piene zeppe di pile di carte, spesso è difficile persino riuscire a scorgere l’impiegato (computer no?), quindi ti devi accontentare dello spazio disponibile con l’impiegato che ti guarda e aspetta che ti levi di torno per potersi riappropriare del proprio spazio. Imbarazzato cerchi di dare uno sguardo veloce solo alle cose che sembrano più importanti e appena puoi te ne vai. Puoi evitarti quest’ultima parte chiedendo direttamente copia degli atti, ma ti costerà la bellezza di 25 centesimi a foglio. Sono documenti pubblici, quindi anche tuoi però devi pagare per averli.
Eppure esiste una legge regionale molto chiara in materia (15/2008) che stabilisce che tutti gli atti degli enti locali devono essere pubblicati sui siti istituzionali, basterebbe applicare questa norma per esseri trasparenti. L’accesso agli atti e alla documentazione pubblica è un diritto, non può essere un calvario. Evidentemente ad Ostuni c’è chi ha molto da nascondere.
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Come vi dissi qualche giorno fa la Giunta Comunale di Ostuni ha approvato il Piano triennale dei lavori pubblici (lo trovate qui), e tale procedura non è un invenzione dei nostri illuminati amministratori ma bensì un preciso adempimento legislativo. Nella stessa delibera trovate indicate anche i riferimenti legislativi e la procedura prevista (notare le sottolineature): adozione dello schema del programma triennale con annesso elenco annuale dei lavori, pubblicazione per 60 gg del suddetto schema, ricezioni delle osservazioni sul suddetto schema, approvazione del programma triennale dei lavori pubblici ed elenco annuale con contestuale determinazione sulle osservazioni ricevute.
Quindi da quanto scritto si evince che qualsiasi cittadino può formulare le proprie osservazioni su questo piano che è formato da uno “schema” e da un “elenco”; però nella delibera pubblicata sul sito istituzionale del comune (già sparita dalla home page) c’è solo l’elenco e allora da bravo cittadino mi sono recato all’URP convinto di trovare li tutte le informazioni necessarie a capire esattamente che tipo di opere intendono realizzare. Forse posso sembrare un tipo strano, ma senza avere la più pallida idea di cosa prevedono quei progetti ho delle serie difficoltà ad esprimere un giudizio in merito e quindi a formulare le relative osservazioni. In oltre conosco bene come i nostri amministratori utilizzano le parole per non far capire nulla di ciò che in realtà vogliono fare; vi posso sembrare fazioso ma se vedete il progetto nr 17 troverete indicati “Lavori di realizzazione parcheggi, arredo urbano e servizi in zona SISRI. Completamento dei parcheggi, realizzazione di verde pubblico e servizi nell’area industriale SISRI di Ostuni”, manca solo l’asteriso a cui dovrebbe essere associata la nota NON E’ VERO UN CAZZO! Nella sezione Documenti di questo blog trovate la delibera di quel progetto e potrete rendervi conto che in realtà il verde (circa 150 olivi monumentali) verrà espiantato e l’arredo e quant’altro indicato nel piano in realtà altro non è che l’ennesimo mega rondò con realizzazione di una bretella stradale che dall’altezza della concessionaria Opel, buttandosi in mezzo agli uliveti, ritornerà sulla provinciale esistente poco prima del ponte ferroviario.
Capite quindi la mia necessità di chiedere informazioni più precise su queste opere all’URP, ufficio che dovrebbe tenere nei 60 gg previsti tutta la documentazione relativa a questo piano triennale. In realtà il tutto dovrebbe essere accessibile via internet come prevede la legge regionale 15/2008, ma qui siamo all’assurdo perchè anche presso l’URP non c’è nulla se non quel diavolo di elenco. Vabbè andiamo agli uffici dell’assessorato ai lavori pubblici che ha predisposto il tutto, magari loro sapranno darci maggiori informazioni. Macchè! Un ingengnera spaesata (non voglio citarne il nome perchè mi ha fatto pena) ci ha detto che non sapeva neanche di che cosa stavamo parlando; o meglio su qualche progetto che gli abbiamo indicato ci ha detto “si forse da qualche parte c’è qualcosa”
, su altri invece ha detto chiaramente di non avere idea di cosa stavamo parlando
.
Questa è la situazione: la dirigente dell’assessorato al lavori pubblici non sa un emerito cazzo di un piano strategico elaborato dai suoi uffici. Allore delle due, una: o sono degli inetti pagati migliaia di euro al mese (da non meravigliarsi) oppure ci prendono per il culo per non farci capire cosa vogliono combinare (molto probabile). In entrambi i casi l’unica osservazione che posso formulare al momento è:
MA VAFFANCULO!!!
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A metà Dicembre il consiglio Comunale ha approvato il Regolamento per l’albo pretorio informatico (trovate il testo nella sezione Documenti). In quell’occasione tramite il consigliere De Stradis si proposero una serie di modifiche (qui), ma considerando che dal 1° Gennaio l’albo informatico doveva essere operativo il Consiglio approvò il regolamento così come predisposto impegnandosi contestualmente a valutare le proposte di modifica in un secondo momento.




















