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Zero Privilegi Puglia

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Archive for territorio

Per sostenere noi Italiani, con il nostro stile di vita, le nostre abitudini, le nostre passioni e i nostri vizi, ci servirebbero almeno altre tre Italie. Ciò significa che stiamo come stiamo e viviamo come viviamo, perché qualcuno, mette a nostra disposizione (volente o nolente) ciò che da noi comincia a scarseggiare: la terra. Per coloro che si inchinano al totem del liberismo o che pregano sull’altare della competitività, non è eticamente riprovevole godere di benefici ed utilità ai danni di altri: è il mercato. Chi è più forte, più bravo, più innovativo o magari soltanto più fortunato o più furbo (e disonesto) vince.

Però, allargando lo sguardo e considerando tutto il pianeta, salta all’occhio qualcosa che dovrebbe essere poco accettabile anche da parte di chi, pur essendo un liberista convinto, ha a cuore il futuro dei propri figli. La domanda dell’umanità sulle risorse del pianeta supera del 30% la capacità rigenerativa del pianeta stesso e che oltre tre terrestri su quattro, vivono in nazioni (e l’Italia è tra esse) che sono debitrici ecologiche. Il nostro stile di vita, i nostri consumi, la nostra voglia di vivere a 200 km all’ora, le gustose patatine che ungono il telecomando del televisore di ultimissima generazione, non gravano solo sulle spalle di qualcun altro in un altro luogo dello spazio (pianeta), ma anche sulle spalle di altri esseri umani che vivranno in un altro luogo del tempo (futuro).

L’impronta ecologica misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti. Semplificando molto, ci da un’indicazione circa la domanda dell’uomo sulle risorse del globo terracqueo. Per rendere meglio l’idea, possono essere utili alcuni esempi che traducono l’impronta ecologica (che si misura in ettari o in metri quadrati) rispetto a consumi e stili di vita quotidiani: per ottenere 1 kg di carne bovina al giorno per un anno, occorrono 140 mq di terra; produrre 1 kg di pane al giorno per un anno necessita di 10 mq di terra; spostarsi tutti i giorni di 5 km comporta un fabbisogno annuale di 122 mq se pedaliamo, di 303 mq se utilizziamo l’autobus, di oltre 1500 mq se siamo automobilisti. E’ evidente, pertanto, che la terra ci serve e che dovremmo tenercela stretta, preservarla e aumentare, laddove possibile, la sua capacità di dare vita. E invece, anziché togliere cemento, come consiglierebbe di fare il buon senso, continuiamo ad aggiungerne. Ed in Italia lo facciamo molto velocemente e voracemente, diminuendo così la biocapacità del nostro paese, e aumentandone la dipendenza rispetto ad altre aree del pianeta.

Ci stiamo mangiando il futuro dei nostri figli! Allegramente… Italia, Repubblica fondata sul cemento. In Italia, il consumo annuo di cemento è passato dai 50 kg pro-capite del 1950 ai 400 kg procapite del 2007. Una tendenza alla crescita sotto gli occhi di tutti e che non pare arrestarsi, neanche in tempo di crisi. Anzi, è passaggio cruciale di quasi tutti i comizi e di tutti i dibattiti televisivi, l’affermazione del politico di turno che la crisi si batte con l’edilizia e con le grandi opere. La cazzuola e la betoniera sono diventati il simbolo dello sviluppo, del progresso e della riscossa tutta italiana e il consumo di territorio ha assunto dimensioni davvero molto inquietanti. Seguendo un modello di sviluppo funzionale solo alla sommatoria di interessi singoli e per nulla orientato da un disegno complessivo che miri all’innalzamento del livello di benessere collettivo e alla salvaguardia del bene comune, il nostro Paese ha cavalcato negli ultimi decenni un’urbanizzazione estesa, veloce e talvolta violenta. Un vero e proprio cancro che avanza alla velocità di oltre 100 Kmq all’anno, 30 ettari al giorno, 200 mq al minuto. Dal 1950 ad oggi, un’area grande quanto il Trentino Alto Adige e la Campania è stata seppellita sotto il cemento. Una goleada, spesso realizzata tra il tripudio dei tifosi: edilizia residenziale, artigianale e industriale, megacentri commerciali, outlets, città satellite. Conditi dei relativi svincoli, raccordi autostradali e rotonde.

Nonostante i numeri allarmanti, gli eventi disastrosi che si ripetono ogni anno, le numerose e quasi quotidiane denunce, il consumo di territorio non è percepito dalle grandi masse come un problema, e non viene quasi mai rappresentato come tale da chi detiene i mezzi per farlo. Però, all’occhio sensibile, l’Italia appare sempre più come una terra in svendita e sotto assedio. Cantieri che spuntano anche in posti impensabili, senza risparmiare parchi, zone protette e sottoposte a vincoli, di natura ambientale, paesaggistica o architettonica. Anzi, solitamente, più le aree sono pregiate, più sono appetibili per il mercato. Il dissesto idrogeologico è sempre più manifesto. Piangiamo tutti gli anni decine di sue vittime. Ma poi, passata la bufera, ritorniamo ad idolatrare le gru o le suggestive grandi opere. Il patrimonio naturale ed artistico che ci viene invidiato dal resto del mondo è sempre più compromesso. L’agricoltura scivola costantemente verso l’impoverimento, sia economico che culturale, con grandi e fertili territori che sono passati (consapevolmente o meno) da una sana vocazione agricola, che però comporta pazienza e fatica, ad una ammaliante vocazione edilizia, che rende ricchi subito e senza sudore. I contadini, potenziali protagonisti di una rinascita produttiva per il paese, sempre più difficilmente riescono a resistere di fronte alle offerte di speculatori senza scrupoli, per i quali la terra è solo una preda, da addentare e divorare, senza alcun riguardo nei confronti della sua rigenerazione ecologica.

La speculazione edilizia ci ha portato ad agglomerati urbani del tutto simili e sovrapponibili tra loro, che non restituiscono la storia del luogo ma che sono modelli preconfezionati, buoni in Pianura Padana come nel Tavoliere delle Puglie. Insediamenti residenziali fuori le mura, che svuotano i centri storici per indirizzare le vite delle famiglie verso scialbe periferie, invitandoli a passeggiare in centri commerciali dai panorami artificiali. Sobborghi che azzerano le relazioni sociali tra le persone e che tutto favoriscono tranne che la nascita e il mantenimento nel tempo di un senso di appartenenza ad una comunità. E’ giunto il momento di prendere atto con responsabilità che l’Italia è malata ed agire di conseguenza. Sempre che non sia troppo tardi. L’urbanizzazione viene sempre motivata da buone intenzioni: “il centro commerciale porterà posti di lavoro”, “con le mille villette avremo una scuola più grande e la piscina nuova”, “il polo logistico creerà sviluppo”. La spinta al consumo di territorio è venduta all’opinione pubblica come una necessità dell’economia, che avrà certamente ricadute positive sul benessere dei cittadini. Quindi, visto il tasso di cementificazione che abbiamo vissuto in Italia, dovremmo essere una delle locomotive economiche d’Europa e uno dei paesi dove il livello di qualità della vita è più alto. E invece non è così. Perché? Perché la pianificazione urbanistica, in Italia, è pressoché assente, e dove non vi sono regole a garanzia dell’interesse collettivo, prevalgono gli interessi di pochi, di chi domina il mercato.  Non è raro, poi, che il consumo di suolo diventi addirittura spreco: sono migliaia i capannoni vuoti, milioni le case sfitte. Sprechi che non hanno nessun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini. Ma che al contrario, e paradossalmente, producono brillanti effetti sul PIL, perché un capannone dove mai nessuno lavorerà o una casa dove mai nessuno abiterà, aumentano comunque il PIL della nazione. Un indicatore, il Prodotto Interno Lordo, del tutto inadatto a dirci quanto sta bene un paese. Un numero virgola, un numero che è una vera e propria farsa, venduto all’opinione pubblica come un’entità quasi soprannaturale in grado di condizionare tutto. Il dibattito politico in primis. Un indicatore che un democratico come Bob Kennedy, in un celebre discorso di 40 anni fa, metteva seriamente e appassionatamente in discussione. Prodotto Interno Lordo che cresce se aumentano gli incidenti stradali sulle nostre nuove autostrade ma che invece cresce poco se consumiamo un pasto a km zero. PIL che cresce se ci spostiamo in automobile (e che cresce tantissimo se abbiamo la sfortuna di percorrere parecchi chilometri di coda) e che invece sta fermo se usiamo la bicicletta o andiamo a piedi. PIL che cresce se condiamo la pasta con passata industriale di pomodori coltivati in terreni contaminati e che invece non si muove se la pastasciutta la gustiamo con i pomodorini coltivati sul nostro balcone o orto. PIL che cresce molto se facciamo una bella colata di cemento in un campo agricolo, costruendo infrastrutture inutili, padiglioni fieristici o quartieri residenziali, e che invece si muove appena se quello stesso campo è coltivato a ortaggi da pensionati per un gruppo d’acquisto solidale o popolare.

Il giocatore che dovrebbe ricoprire un ruolo strategico nella partita urbanistica, ovvero il Comune, non è in grado (perché non vuole, perché non può o perché gli viene impedito) di esercitare uno dei compiti affidatigli dalla legge: l’assetto e l’utilizzo del territorio. In realtà i comuni e i loro sindaci hanno abdicato, o sono stati destituiti, dal ruolo di gestori del territorio. Da almeno due decenni si assiste a politiche urbanistiche pensate e orientate non dalla competente autorità comunale, nell’interesse generale della collettività, bensì dai grandi operatori immobiliari che, ovviamente, perseguono i loro legittimi interessi privati.

E’ ora che ci riappropriamo di ciò che è nostro.

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mar
01

Vittoria sui colli

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Il TAR di Lecce ha definitivamente accolto il ricorso proposto da un componente del comtitato per la salvaguardia dell’ambiente e del territorio di Cisternino contro il funesto progetto della strada dei colli , mettendo così definitvamente in pensione, almeno me lo auguro in un paese dove non è peccato fare o modificare leggi per favorire singoli soggetti, la bizzarra e quanto mai assurda idea di realizzare una inutile strada che avrebbe irremidiabilemente devastato uno dei luoghi più belli del nostro territorio.

Tutti noi dovremmo essere eternamente riconoscienti a queste persone che si sono battutte per la tutela di un così prezioso bene comune, un gruppo di comuni cittadini che non si è rassegnato alle illogiche ed autolesionistiche scelte del potente di turno nascondendosi dietro il “tanto l’hanno sempre vinta loro”, il “alla fine fanno quello che vogliono” ed il “sono tutti una maniera”. Si sono organizzati, senza mezzi e senza risorse se non la determinazione ad evitare questo stupro che avrebbe danneggiato non tanto loro quanto le future generazioni. Dovremmo prenderli ad esempio e dovrebbero prenderli ad esempio soprattutto gli abitanti di Ostuni su cui, nel totale silenzio di cittadini, partiti, movimenti ed associazioni ivi comprese quelle ambientaliste, si sta riversando una colata di cemento dalle immani proporzioni che distruggerà definitivamente ed una volta per tutte una bellezza che per secoli è stata conservata, valorizzata e tramandata di generazione in generazione. Silenzio sugli inutili ed enormi rondò, silenzio sulle finte zone artigianali, silenzio sulla finta edilizia popolare, silenzio sui bruttissimi palazzi che ormai spuntano come funghi, silenzio sulla ulteriore cementificazione della costa già abbondantemente devastata, silenzio sulla realizzazione di inutili strade che stanno distruggendo la piana degli ulivi uno dei fiori all’occhiello della città bianca e, naturlamente, silenzio assoluto sui soliti, amici e amici degli amici, che in questo fango grigio ci sguazzano come pesci guadagando un sacco di soldi.

A seguire il comunicato stampa del comitato per la salvaguradia dell’ambiente e del territorio di Cisternino ed in fondo la sentenza emessa dal TAR di Lecce.

Venerdì 25 febbraio 2011 il TAR Puglia Sezione di Lecce ha depositato la sentenza che ha accolto in pieno il ricorso presentato da Andrea Moreno, un componente il Comitato per la Salvaguardia dell’Ambiente e del Territorio di Cisternino. E’ stata una dura battaglia portata avanti con passione dagli avvocati Elda Pastore e Luigi D’Ambrosio che già nella fase cautelare avevano ottenuto un primo risultato positivo confermato anche dal Consiglio di Stato. I Giudici del TAR, con estrema chiarezza, hanno affermato che tutti gli atti sui quali si fondava il progetto della “Strada dei Colli” sono illegittimi e ne va, di conseguenza, dichiarato l’annullamento. Le tesi del Comune di Cisternino sono state disattese ed invece ampiamente valorizzato il parere della commissione edilizia e per il paesaggio dello stesso ente – del tutto ignorato dalla Giunta – che aveva espresso una netta opposizione alla realizzazione dell’opera considerata obsoleta, inutile e devastante. Ringraziamo tutti coloro che ci hanno dato una mano impiegando il loro tempo per la difesa della bellezza della nostra terra una risorsa che andrebbe valorizzata e non oltraggiata.

Godiamoci allora questo momento felice ma senza distogliere lo sguardo dai continui attentati alla integrità del nostro territorio.

Comitato per la Salvaguardia dell’Ambiente
e del Territorio – Cisternino

Vedi la sentenza

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Categorie : Ecologia/Ambiente
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Vi ricordate della strada dei colli? Quello sciagurato progetto che distruggera una volta per tutte uno tra i più meravigliosi paesaggi del nostro territorio. Per quelli di poca memoria ricordo che trattasi di una strada progettata, dicono i suoi sostenitori, per collegare finalmente tra loro Ostuni e Cisternino, attraversando appunto quegli spettacolari colli che, guarda caso hanno pensato di crescere proprio tra le due cittadine. Una strada, vale la pena ricordarlo, che avrà una larghezza di 11 metri che consintirà di dare il via nella zona ad una speculazione edilizia come spesso siamo abituati a vedere nel nostro paese. Basta riflettere un attimo sulle motivazioni ufficiali di questo progetto. Perchè è indispensabile un collegamento tra le due cittadine quando ce ne sono già altri tre a disposizione?

“NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE” è il titolo del famoso romanzo di Erich Maria Remarque che ci viene in mente in questi giorni, mentre attendiamo la sentenza del TAR Lecce sulla “strada dei colli”. L’attesa, si sa, può essere logorante ma se è altrettanto vero che l’attesa non toglie la speranza, diventa quanto mai opportuno utilizzare proficuamente il tempo che ancora ci separa dal verdetto.

Perché nel frattempo ne sono successe di cose. Il riferimento è, in particolare, all’intervento del C.I.P.E. nella gestione dei fondi stanziati per la realizzazione della strada dei colli, ma anche al progetto della circonvallazione di Cisternino” ed agli interventi nella zona artigianale. Il “Palazzo”, ancora una volta tace, ma noi attendiamo, convinti, come siamo, che il silenzio – senz’altro adeguato a molte occasioni – non sia altrettanto opportuno quando proviene da una Pubblica Amministrazione tenuta ad informare tutti i cittadini del proprio operato. Esigenze derivanti dal periodo pre-elettorale, si dirà, ma noi, invece, ci teniamo particolarmente a conoscere cosa stia accadendo. E’ un fatto che il CIPE abbia ufficialmente chiesto chiarimenti sulla gestione delle risorse destinate al progetto della “strada dei colli” e che il procedimento di verifica potrebbe anche concludersi con la revoca del finanziamento. Restano invece ancora avvolte nel mistero le determinazioni dei nostri amministratori in merito alla concreta possibilità di realizzare l’opera.

Continuiamo a credere che in un momento di profonda crisi del sistema politico e sociale divenga fondamentale stringersi attorno a quanto abbiamo di più prezioso e solido: la cultura. Salvare dal declino la cultura della bellezza, la cultura del nostro paesaggio rimarrà comunque il nostro obiettivo e ciò a prescindere dall’esito del giudizio. Il problema più grande, infatti, non è costituito soltanto dal singolo progetto – sia che questo si chiami “strada dei colli” o “circonvallazione di Cisternino” – ma soprattutto dalla necessità di recuperare il senso del “Bene Comune”, spesso costretto a cedere il passo agli interessi di pochi. Il benessere, i posti di lavoro non si creano fagocitando la campagna e costruendo stradoni e palazzine tra gli ulivi e i siti archeologici (dopo il degrado di Pompei non ci aspettiamo certo maggior attenzione per gli insediamenti di Cisternino) ma valorizzando ed investendo nel patrimonio che già possediamo che, credeteci, è raro e prezioso.

Non va dimenticato che l’articolo 9 della Costituzione impegna alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico ed artistico della Nazione; ma, si sa, in questo periodo, la Costituzione non è tenuta in grande considerazione!!! Ed allora non ci resta che attendere … e, nell’attesa, non ci resta che sperare di potere un giorno apprezzare maggiore trasparenza e comunicazione da parte dei nostri amministratori e, soprattutto, maggiore sensibilità per la nostra cultura.

Comitato per la Salvaguardia dell’Ambiente e del Territorio – Cisternino

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Le grandi opere? Una truffa, per finanziare sottobanco la politica attraverso l’apertura di cantieri spesso inutili, e che non si chiuderanno mai. Parola di Marco Ponti, docente di economia dei trasporti al Politecnico di Milano. Strade e ferrovie: dopo la celebre lavagna presentata da Berlusconi a “Porta a Porta” con 19 “opere prioritarie”, il numero delle nuove infrastrutture è arrivato a 184 nuove voci, costosissime e per nulla prioritarie, ma sostenute anche dal centrosinistra. Nel mondo sviluppato questi elenchi si chiamano “shopping list”, per distinguerli dai piani razionali di investimento, ma in Italia manca del tutto una valutazione preliminare sulla loro utilità reale. L’importante è spendere, poi si vedrà.

«Mancano ovviamente analisi comparative sui costi-benefici sociali, ma questo c’era da attenderselo, dato il deserto culturale in materia, da sempre esistente in Italia», commenta il professor Ponti. «Ma mancano anche più semplici analisi finanziarie comparative (cioè il bilancio costi-ricavi, che segnala l’onere pubblico complessivo dell’opera e che per questa ragione deve contenere stime sul traffico)». Infine, secondo l’insigne trasportista, «manca anche il più semplice dei dati, appunto le previsioni di domanda». Previsioni che consentirebbero ai cittadini (cioè ai pagatori) di fare un confronto: meglio un’opera costosissima su cui passerà poco traffico o un’infrastruttura più economica e più utile? Perché non tenerne conto nelle scelte di priorità?

«Se la logica della spesa è spartitoria e prescinde da ogni razionalità economica, dare dati di domanda può essere pericoloso», scrive Ponti sul “Fatto Quotidiano”. «Basta guardare al recente passato: la linea alta velocità Milano-Torino è costata 8 miliardi di euro, ha una capacità di 300 treni al giorno e ne porta 14, cosa largamente prevedibile e da molti tecnici invano prevista e segnalata per tempo». Secondo Ponti, il nuovo elenco delle 28 opere previste dell’ultima Finanziaria sarà comunque utile: «Farà partire molti cantieri (soprattutto in vicinanza di elezioni), per i quali poi non ci saranno i soldi per finire le opere, che si trascineranno per tempi biblici».

Niente di male, ironizza Ponti: «L’obiettivo è aprire i cantieri, non finire le opere», dal momento che «l’orizzonte del consenso politico non supera certo la durata (residua) di una legislatura», e moltissime grandi opere hanno gestazioni ben più estese, anche se realizzate secondo programma. «C’è una razionalità di fondo in questa follia: il funzionamento degli appalti nelle opere civili». Visto che «la concorrenza funziona pochissimo», gran parte delle risorse devono essere reperite in loco: macchinari, cemento, inerti, parte della manodopera. «Quindi vincono quasi sempre imprese nazionali», sostenute proprio attraverso le grandi opere: non importa se inutili e costosissime, tanto pagano i cittadini.

«Poi succede a volte che le imprese manifestino gratitudine» verso chi ha affidato loro gli appalti, e «purtroppo il settore è anche particolarmente afflitto dalla presenza della malavita organizzata», sempre a causa della scarsa competizione e del diffuso intreccio politica-affari. «Malinconico ma non inspiegabile, per le ragioni sopra illustrate, il pieno supporto dato dal Pd e anche da Di Pietro a questa logica di spesa», aggiunge Ponti. «La foglia di fico della contrarietà all’inutile Ponte di Messina del Pd infatti nasconde l’assenso a tutto il resto, spesso ancora più inutile e costoso».

Ai politici, il professor Ponti rivolge tre accorate (e inutili?) raccomandazioni: dare un minimo di dati comparativi, per giustificare la spesa di fronte ai cittadini-pagatori; tener conto che il traffico reale è prevalentemente di breve distanza, e quindi lo si serve assai meglio con le “piccole opere” locali e con la manutenzione, che generano tra l’altro più occupazione in tempi più brevi, a parità di spesa; partire infine coi cantieri solo quando tutti i soldi necessari a ultimare l’opera sono effettivamente disponibili: «Lo “stop and go” infinito dei cantieri è micidiale sul piano sia dei costi che della funzionalità, come troppe esperienze passate hanno mostrato». Sono in gioco miliardi di euro, a carico dei contribuenti: qualcuno ne ha sentito discutere, in Parlamento?

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nov
12

Il mese dei morti

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Maledetti novembre dell’Italia dissestata: Novembre e’ il mese dei morti. Soprattutto in Italia.
Non passa un anno, ormai, che non ci sia un alluvione, al nord, al sud, al centro, dovunque e sottolineo dovunque: e che decine di persone non ci rimettano la pelle, travolte dalle acque, dal fango, dai fiumi in piena, dalle voragini, dai crolli, dalle frane. Non c’e’ scampo: appena comincia a piovere, l’Italia va in crisi, e tutti aspettano la tragedia annuale, immancabile, fatale.
Bastano due giorni di cattivo tempo, e i fiumi rompono gli argini; torrentelli sconosciuti, inesistenti per undici mesi, si gonfiano nel giro di poche ore, si scatenano, invadono campagne, paesi, strade autostrade, lasciandosi dietro carcasse di auto, case sventrate,e morti.
E poi bisogna fare i conti con le frane: colline, monti, alture, e’ come se poggiassero su uno strato di sapone, tanto velocemente scendono giù, bloccando valichi, ferrovie, strade, abbattendosi improvvise su paesi e città. In Italia ci sono zone attraversate dall’Arno, dal Po, dall’Adige, dall’Ombrone, Firenze, Venezia, Milano, Napoli, Salerno, la Calabria, la Sicilia, vivono con il terrore che arrivi novembre con altri alluvioni, altre montagne che scivolano come ricotta, voragini in pieno centro cittadino, acqua alta mezzo metro, un metro, due metri…… fino alla paralisi totale di ogni attivita’.

Terra giovane, l’Italia, suggerisce il governo. Terra giovane, l’Italia, ripetono i pappagalli, ammaestrati e foraggiati: la televisione, i giornali, la radio, gli ambienti scientifici responsabili, i sindaci, gli amministratori provinciali, regionali, i dirigenti dei geni civili, degli uffici tecnici centrali e periferici. Bisogna pure perdonare questa Italietta “giovane”, qualche capriccio sbarazzino: e’giovane, lasciamola giocare con qualche morto. Tanto uno in piu’ uno in meno….E poi piove…… a catinelle, a decine di millimetri, a secchi interi. E’ o non e’ novembre? E’ o non e’ autunno, inverno? E allora? Si sa che deve piovere. E dunque sono cose che capitano. Proprio cosi’. Piove sulle città senza fogne, sulle città e sui paesi con collettori vecchi di secoli, piccoli come buchi di lavandino; piove sulle montagne senza verde, senza piante, senza erba, senza radici, dove sono passate le ruspe a spianare il terreno per case, ville da signori, alberghi: piove sui fiumi senza argini di corsi mai puliti e intasati, mai regolati; piove sui torrenti selvaggi senza sbocchi, con il fondo alto di pietre e di terriccio; piove su tutta la calotta di cemento che soffoca l’Italia, sui terreni che poggiano nel vuoto, melmosi, sfasciati. E allora, un buon funerale alle vittime della fatale sciagura, lutto cittadino e si ricomincia da capo, in attesa della prossima puntata. Oggi a piangere e’ il Veneto e la Calabria e ancora la Campania. Novembre ritornera’ il prossimo anno. A chi tocchera’.

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nov
09

Tragedie e rimedi

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I disastri delle alluvioni, valanghe di fango e neve, crolli di case e strutture edilizie dopo i terremoti, che recano danni irreparabili, economici, produttivi, e soprattutto umani, sono sì causa delle condizioni ambientali, ma soprattutto delle decisioni scellerate di amministratori politici e imprenditori edili e immobiliaristi che pur di fare soldi, corrompendo tutti gli organi competenti ai vari livelli, dai comuni ai governi, si arricchiscono producendo esasperazione e lutti in molte famiglie al succedersi di questi disastri ambientali. Quello che lascia sconcertati e sgomenti tutti, da chi ne subisce le conseguenze dirette e da chi le deve poi pagare con tasse e debiti posti a carico di tutti dai politici, è che nessuno fa niente, dico niente, per evitare il ripetersi di questi disastri e far pagare il tutto di tasca propria a chi ne è responsabile, perché chi lo dovrebbe fare è coinvolto o cointeressato direttamente o indirettamente.

Lo dimostra il fatto che nessun politico, nessuna associazione ambientalista, che tanto chiacchera ma non agisce, nessun amministratore pubblico, abbia il coraggio di denunciare apertamente alla magistratura il reato di disastro colposo nei confronti dei diretti responsabili confiscando loro tutti i beni patrimoniali obbligandoli a risarcire materialmente con le proprie finanze i danneggiati e a ripristinare l’ambiente, altro che rifare le seconde case come nell’Aquila a spese dei cittadini favorendo le speculazioni di cui se ne sono rese note nelle cronache giudiziarie che hanno visto coinvolti politici ed imprese senza distinzione.

Purtroppo tutto questo è causa della politica corrotta che vige da sempre nel nostro paese, senza esclusione di alcun partito, perché cane non mangia cane, e lo dimostra l’immobilismo e il non fare nulla in merito, e l’ostruzionismo della politica ai magistrati se non la loro corruzione. Una cosa però la potrebbero fare i cittadini del Veneto e di tutte le altre regioni colpite da questi disastri e che hanno perso tutto, proprio tutto…., fare una action-class e costituirsi parte civile rivolgendosi alla magistratura per la rifusione diretta con la confisca immediata dei beni dei responsabili, di raccogliere tutte le tessere elettorali ed inviarle al Capo dello Stato manifestando il proprio sdegno e sfiducia nel governo e in uno stato che sta a guardare, ai segretari dei partiti che hanno votato chiedendo loro di fare una proposta di legge di esclusione a vita alla candidatura politica e nella pubblica amministrazione e imprese correlate di tutti quei politici, imprenditori e amministratori che sono coinvolti in affari illeciti, mala amministrazione pubblica e malavitosi. Da qui si vedrà nell’operato dei politici al governo e non che saranno in grado di dimostrare se vale ancora la pena di andare a votare o no.

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Categorie : Politica
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Viviamo in un paese in cui il dissesto idrogeologico viene continuamente ignorato, nonostante buona parte del nostro paese sia a rischio. L’ennesima alluvione in Liguria ne è la triste conferma e mette in luce l’enorme problema, sottovalutato, delle condizioni di piccoli torrenti e fiumare, il tallone d’Achille d’Italia. I corsi d’acqua minori vengono regolarmente intubati, imbrigliati, lasciati invadere da detriti d’ogni genere, spesso usati come discariche o ricoperti da strade e rappresentano la principale criticità del territorio. Da Giampilieri (Me) alle recenti alluvioni in Provincia di Savona e Genova, passando per Atrani (Sa), basta un nubifragio per trasformare esondazioni in tragedie. E con l’ultima sciagura a Prato il triste bilancio del dissesto italiano ha raggiunto le 44 vittime solo nell’ultimo anno. Eppure, per fronteggiare l’emergenza, dall’ottobre 2009 ad oggi, sono stati stanziati dallo Stato 237 milioni di euro. Ma il problema consiste nel fatto che il denaro stanziato nelle situazioni critiche viene utilizzato solo per tamponare il disastro, per riparare i danni e per ricostruire, a fatica, quanto è stato distrutto dalla violenza della natura, senza mai apportate migliorie alle situazioni evidentemente precarie. Per mettere in sicurezza il territorio serve invece una grande opera di manutenzione pluriennale a partire dai piccoli corsi d’acqua. Un piano di prevenzione che garantisca la sicurezza dei cittadini e contrasti l’abusivismo e l’urbanizzazione selvaggia. Leggiamo nel rapporto “Pianificazione territoriale e rischio idrogeologico” redatto dal Ministero dell’Ambiente nel lontano 2003 (l’ultimo disponibile): “la stima del fabbisogno finanziario complessivo per la sistemazione dei bacini per oltre 11.402 interventi di messa in sicurezza del territorio già individuati ammonta a 33.428 milioni di euro”. Insomma, servono oltre 33 miliardi per la messa in sicurezza; soldi che ovviamente non ci sono. Quelli per il ponte sullo stretto invece sì. Come sempre, è questione di scelte. E non si tratta di un problema marginale o occasionale. Basti pensare che negli ultimi 50 anni in Italia si sono verificate 470.000 frane, che hanno causato 6 vittime ogni mese, 3.500 morti in tutto.
Leggiamo ancora “I dati di sintesi rilevabili dallo studio mostrano che la superficie del territorio italiano a ‘potenziale rischio idrogeologico più alto’ è pari a 21.504 chilometri quadrati, di cui 13.760 per frane e 7.744 per alluvioni. Si tratta del 7,1% della superficie della nazione. Sono 5.553 i comuni interessati, pari al 68,8% dei comuni italiani”. Ebbene sì, più dei due terzi dei comuni italiani sono esposti al rischio idrogeologico più alto. Poi esiste il rischio medio e quello basso, ma in questo rapporto non vengono considerati. Leggiamo ancora che “in Valle d’Aosta, in Umbria e Calabria il 100% dei comuni della regione sono interessati da aree a potenziale rischio”. Tutti, nessuno escluso.
E dopo di esse, tante altre regioni non se la passano di certo meglio: in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Campania, Molise, Basilicata almeno l’80% dei comuni sorgono in aree critiche. Ma non si può non restare sconcertati se si fa un paragone tra i comuni e la percentuale del territorio regionale interessati a rischio idrogeologico. Basta considerare il dato nazionale: solo il 7,1% del territorio nazionale è a rischio, ma il 68,6% dei comuni sorge su di esso. In Calabria solo il 7,7% del territorio è considerato a rischio e in Umbria il 10,7%, ma tutti i comuni di queste due regioni, nessuno escluso, sono stati costruiti, almeno in parte, su aree a forte rischio.
In Liguria l’80% dei comuni ha nel proprio territorio abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei maggiori dei fiumi e il 27% ha costruito interi quartieri in queste zone. Nel 53% dei comuni sono presenti strutture e fabbricati industriali in aree a rischio, che comportano in caso di alluvione, oltre al rischio per le vite dei dipendenti, anche il pericolo di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni. Nel 21% dei comuni sono presenti in zone esposte a pericolo di frana o alluvione anche strutture sensibili o strutture ricettive turistiche.
“A un anno esatto dalla frana di Giampilieri – disse il presidente di Legambiente dopo il disastro ligure – ci troviamo nuovamente in un’altra zona di fronte alla tragedia, senza che nulla sia stato fatto per la prevenzione. Un eterno allarme quello del dissesto idrogeologico che da Nord a Sud suona puntuale ogni volta che il maltempo si affaccia sulla Penisola ”.

Ma Sicilia, Campania e Liguria sono solo le ultime regioni in cui si sono verificati eventi atmosferici eccezionali la cui ricaduta sul territorio ha causato danni e vittime. Un altro aspetto negativo di queste situazioni di criticità è la non efficienza del sistema di protezione civile, colto spesso impreparato. Gli eventi piovosi che hanno causato i disastri dal sud al nord dell’Italia sono tipici per la breve durata e la grande quantità d’acqua riversata sulla superficie del suolo investendo aree di limitata estensione, variabile da qualche decina a un centinaio di chilometri quadrati. Si tratta di celle temporalesche autorigeneranti che si attivano rapidamente nei periodi di transizione delle stagioni e colpiscono prevalentemente le aree costiere caratterizzate da barriere morfologiche che si elevano ripidamente dal livello marino fino ad oltre 1000 metri di altezza. Si tratta dei micidiali sistemi temporaleschi a mesoscala che negli ultimi 60 anni, in Italia, hanno provocato circa 500 vittime e danni immensi al patrimonio abitativo e alle infrastrutture. La loro pericolosità è nota da sempre, e l’Italia è un Paese per natura molto esposto a questo tipo di fenomeni: per questo motivo il sistema di protezione civile dovrebbe essere organizzato per tutelare la vita dei cittadini, ma purtroppo non è così.
Le ricerche eseguite negli ultimi anni nelle zone devastate dalle numerose alluvioni lampo, dimostrano che dall’inizio della pioggia fino all’innesco di frane, piene e dissesti vari passano dai 15 ai 120 minuti: un lasso di tempo fondamentale per salvaguardare le vite umane. Va detto chiaramente che eventi piovosi talmente tanto violenti quelli di Messina (300mm in meno di tre ore) e Genova (400mm in pochissimo tempo) causano ripercussioni sul territorio, in tutto il mondo, ovunque essi si verifichino. In queste occasioni la natura manifesta la propria potenza e si riappropria degli spazi necessari per smaltire i flussi eccezionali secondo le leggi che governano i fenomeni naturali a cui appartengono anche gli eventi eccezionali. È evidente quindi che il principale sistema di prevenzione sta nell’intelligenza dell’uomo, nella sapienza di chi decide i piani di urbanizzazione e dei costruttori, che dovrebbero sempre tener conto degli spazi che sono periodicamente “reclamati” dai fenomeni naturali. Ma purtroppo le leggi fatte dall’uomo hanno sempre la presunzione che la natura debba sottostare ed esse. E il risultato è che le aree sono state urbanizzate molto spesso fino al contatto con gli alvei fluviali e torrentizi; addirittura molto spesso quest’ultimi sono stati ricoperti (come ad Atrani, a Casamicciola e nel messinese) e trasformati in strade.
Non stiamo parlando di abusivismo edilizio, o per lo meno non solo. Spesso infatti vengono urbanizzate aree che avrebbero dovuto sottostare alle leggi della natura ed essere lasciate libere a disposizione degli eventi eccezionali. In territori costieri come il messinese, la penisola amalfitana, la costa calabra, la costa ligure e molte altre zone d’Italia soggette ciclicamente a frane e alluvioni, vivono milioni di abitanti: sono aree densamente urbanizzate anche allo sbocco dei corsi d’acqua alle pendici dei rilievi più ripidi e idrogeologicamente instabili. E invece in Italia, tra il 1990 e il 2005 sono stati divorati dall’asfalto 3,5 milioni di ettari, una superficie più grande di Lazio e Abruzzo messi insieme.
L’emblema di quella che può essere la stupidità umana nell’edilizia la possiamo trovare a Sestri Ponente, precisamente in via Giotto n.15. Un palazzo, costruito nel 1953, direttamente sopra il fiume, una vera e propria palafitta sul torrente Chiaravagna. È ritenuto il principale responsabile dell’esondazione del rio, che una volta trovata la strada sbarrata davanti a sé è straripato dal margine sinistro e ha sputato tutto quel che trascinava a velocità folle. Come già era successo nell’alluvione del 1992. Un edificio alto quattro piani, che da 20 anni è al centro di una causa legale. E ancora non si vede la fine di una telenovela che con le grandi piogge rischia di trasformarsi, ogni volta, in un film drammatico.

Allargando gli orizzonti, in tutta la Liguria le esondazioni sono un male con cui gli abitanti sono abituati a convivere da decenni, frutto della cementificazione selvaggia, del disboscamento e degli incendi. I crinali delle montagne, che scendono veloci verso i mari, sono ormai ricoperti di cemento (la Liguria tra il 1990 e 2005 ha ricoperto di cemento quasi la metà del territorio ancora libero) e nudi per i troppi incendi; così, quando le piogge sono intense il risultato è immediato: l’acqua dall’alto delle colline arriva al mare in pochissimi minuti con una forza terrificante. Questo è il frutto di una pianificazione urbanistica dissennata, che ha permesso di ricoprire di cemento i fianchi delle montagne, si sono costruiti nuovi quartieri senza pensare alla pulitura e a incanalare i rivi e i torrenti. Così come dopo gli incendi, gli ultimi devastanti nel 2009, le amministrazioni non si sono curate di ri-infoltire la vegetazione delle colline. Purtroppo, come in tutta Italia, costruire porta consensi elettorali, mentre la manutenzione dei rivi sono opere che passano nel silenzio, che non si vede e che non portano alcun voto, nonostante siano fondamentali per la nostra sicurezza. Ma i risultati di questa politica miope sono questi, devastazione e perdita di vite umane.
I video amatoriali che riprendono fiumi in piena che corrono per i vicoli di Atrani hanno fatto il giro del mondo. Non è un caso che i geologi ad Atrani, così come in Liguria, abbiano parlato di “disastri annunciati”. Atrani, gioiellino sulla costiera amalfitana, si è trasformata in una palude in seguito all’esondazione del fiume Dragone che, attraverso un alveo sotterraneo, giunge al mare passando proprio sotto il paese. Un paese devastato e una giovane vittima di 25 anni, Francesca Mansi, sono il tragico bilancio. Insomma, il paese è stato costruito sopra il letto di questo piccolo fiume, non considerando però, che in caso di forte piogge, avesse necessità di una spazio di “sfogo”. Così, le forti piogge, durate ore, e i detriti che hanno ostruito l’imbocco dell’alveo hanno provocato la fuoriuscita dell’acqua mista a fango e detriti che si è riversata per le strade del paese. Uno scenario apocalittico tanto che il sindaco, Nicola Carrano, confessò di aver temuto la distruzione dell’intero paese. Già nel 1986 in paese si verificò un evento simile, anche allora una vittima, ma da allora gli unici interventi sono stati di tamponamento e non risolutivi del problema. Così, la grande massa d’acqua che in poco tempo ha gonfiato il fiume Dragone ha raggiunto la zona del bacino idrografico dove avrebbe dovuto normalmente defluire, ma “il letto del fiume è stato coperto con una strada e la parte finale del fiume è stata completamente edificata”, osserva la geologa Nicoletta Santangelo, del dipartimento di Scienze della Terra dell’università di Napoli Federico II. “Eppure è noto che questa zona viene periodicamente colpita da alluvioni; dal 1700 ad oggi è sempre stata interessata da fenomeni alluvionali. Tuttavia la gente se ne dimentica e ha scelto di costruire qui le abitazioni”.
Ma non bastasse l’urbanizzazione incurante delle leggi della natura, in Campania l’abusivismo edilizio è da record: negli ultimi 10 anni, come riporta il libro-inchiesta “La colata”, sono state realizzate 60.000 case abusive, alla media di 6000 ogni anno, 16 al giorno, mentre a Ischia ci sono 120.000 vani abusivi su una popolazione di 60.000 abitanti.

Ma purtroppo, come si sa, dietro l’edilizia il giro di affari è enorme e gli imprenditori senza scrupoli hanno spesso un consistente appoggio tra gli amministratori locali.

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Quest’estate mi sono divertito a chiedere, a quanta più gente possibile se sapessero che cosa certifichi  la Bandiera blu o le 5 vele di Legambiente che da tempo svolazzano sui lidi e sui palazzi di Ostuni. Secondo la stragrande maggioranza la presenza di questi vessilli certifica la bellezza dei luoghi, una modesta parte ritiene che siano simbolo di un mare pulito.

Entrambe le convinzioni sono errate.

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Mai come in questa epoca il territorio italiano è stato così martoriato dal cemento. Nemmeno ai tempi del boom economico del secondo dopo guerra. Da semplici materiali per la ricostruzione, il cemento e l’asfalto sembrano essere diventati oggi simboli di una umanità che ha perso ogni riferimento al mondo dell’anima. Essi costringono quel super-organismo che è Gaia, la Terra, e hanno all’incirca la stessa funzione dei giubbetti di contenzione che si mettevano ai cosiddetti “malati di mente” nei manicomi. Come se l’uomo, armato del potere tecnologico, avesse ingaggiato una sorta di ottuso braccio di ferro con la Natura.

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ago
14

Trenta secondi

Di | Commenti (1) Stampa Stampa

Ieri ho visto in televisione un intervista a Carmine Specchia responsabile del circolo ostunese di Legambiente. La trasmissione era TRCB news sempre pronta a riservare spazi agli amici e soprattutto agli amici degli amici-clienti invece di fare informazione, mentre l’argomento era la rassegna “cinema per l’ambiente” organizzato per l’estate ostunese presso il chiostro di San Francesco. Interessante e lodevole iniziativa; stimolare riflessioni utilizzando documentari tematici è sicuramente un fatto positivo ed efficace, soprattutto quando sono ben fatti come “il suolo minacciato”, la prima delle pellicole proiettate che parla della cementificazione e del consumo di territorio e fa comprendere molto bene sia l’impatto ambientale che ne consegue sia l’inutilità sociale ed economica di un sistema di sviluppo basato sul consumo e sul mattone.

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