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Archive for territorio

Olivi addio

Al Gent.mo Dott. Fabrizio Nardoni

Ass. alle Risorse Agroalimentari Regione Puglia

Lungomare Nazario Sauro 45, Bari, 70121

 P.C. Gent.ma Dott. Angela Barbanente

Ass. Qualità del territorio, Assetto del Territorio, Beni Culturali, Urbanistica

Via delle Magnolie 6,8 – Modugno Z.I. – Bari

 

OGGETTO: LEGGE REGIONALE 11 aprile 2013, n. 12 “Integrazioni alla legge regionale 4 giugno 2007, n. 14 (Tutela e valorizzazione del paesaggio degli ulivi monumentali)”.

 

La nostra Associazione intende richiamare la sua attenzione sui gravi danni che con certezza saranno causati al patrimonio degli olivi monumentali pugliesi dall’applicazione delle recenti modifiche apportate alla legge regionale n.14/2007 con l’approvazione della L.R. 12/2013.

Sottolineiamo che lo spirito della legge 14/2007 era (e sarebbe dovuto restare) quello di tutelare gli olivi monumentali come “elementi peculiari e caratterizzanti della storia, della cultura e del paesaggio regionale” (art.1 comm. 1), mentre le modifiche recentemente adottate vanno esattamente nella direzione opposta.

Le Associazioni che, come la nostra, sono rimaste inascoltate, avevano segnalato già da tempo che le modifiche avrebbero favorito soltanto la speculazione edilizia e le lottizzazioni, come si evinceva chiaramente dalla lettura della relazione accompagnatoria che evocava “diritti acquisiti dai privati relativamente, ad esempio, alle aree edificabili, alle lottizzazioni, o al diritto degli imprenditori agricoli di fare reddito e, quindi, di poter riconvertire l’azienda”, facendo così finta di non sapere che la legge operava già da anni e che quindi gli eventuali diritti acquisiti in precedenza da parte di chiunque erano già stati salvaguardati.

In sostanza le modifiche recentemente approvate alla legge 14/2007 consentono l’espianto di olivi monumentali dislocati in aree periurbane, nelle quali era prevista la possibilità di edificare in conformità a piani attuativi di strumenti urbanistici generali adeguati alla legge regionale 31 maggio 1980, n. 56, riportando così l’attenzione all’ambiente e al paesaggio a quella di oltre 30 anni fa, derogando alla più severa previsione di edificabilità inserita nella legge 14/2007, limitata ad “opere i cui procedimenti autorizzativi siano stati completati alla data di entrata in vigore della presente legge”.

Ci risulta che mai nella Commissione tecnica che opera per l’applicazione della legge siano state bocciate proposte di miglioramento aziendale presentate da agricoltori, i quali in genere sono stati i più attenti e solleciti a documentare correttamente le loro richieste di autorizzazione secondo i dettami dell’art.13 della legge.

La Commissione ha sempre evaso anche tutte le richieste di edificazione pervenute (opere i cui procedimenti autorizzativi erano già stati completati alla data di entrata in vigore della legge: art. 11), bocciando soltanto quelle non in linea con i dettami della legge, non fondate e non documentate, presentate in genere da speculatori che nulla hanno a che fare con l’agricoltura.

Sono quelle che si vogliono favorire ora: citiamo ad esempio alcuni piani di lottizzazione, tecnicamente assurdi se non ridicoli, presentati – o che saranno ripresentati – da società i cui legali rappresentanti sono giovani e sconosciute imprenditrici rumene, polacche, russe.

Gli attacchi e le insofferenze alla legge di salvaguardia degli olivi monumentali non sono mai arrivati dal vero mondo agricolo!

Ecco dunque il fosco quadro attuale:

1- si potranno abbattere oliveti monumentali esistenti alle periferie dei centri urbani, in particolare a Monopoli e Fasano, dove è concentrato l’interesse all’espansione edilizia incontrollata. Non a caso i Sindaci di questi centri urbani non hanno mai voluto concordare nulla sulle aree da salvaguardare, mentre era proprio quella dell’immediata vicinanza di oliveti monumentali alle aree urbane la caratteristica paesaggistica da salvare.

2- La previsione di reimpianto degli olivi divelti è uno specchietto per le allodole: il senso della legge è di proteggere il “paesaggio degli olivi secolari” e la loro produzione, mentre le singole piante, riposizionate al di fuori di un contesto appropriato (nelle aiuole? negli spartitraffico? nei giardini condominiali? in altri ambienti?) non avranno alcun significato!

3- la previsione di un deposito fidejussorio come garanzia per l’attecchimento degli olivi divelti è un altro specchietto per le allodole: oltre a quanto detto al punto 2, vale la considerazione che il “valore” assegnato ad ogni singola pianta non potrà che essere irrisorio in relazione agli interessi in gioco.

Oggi che l’edilizia è ferma, e che si muove soltanto ad opera di gente che ha molti contanti e ben pochi scrupoli, quanto può contare una irrisoria penalità per il mancato attecchimento di un olivo spiantato?

E, in ultima analisi, un illecito arricchimento si può forse perseguire, un palazzo edificato in dispregio alle leggi si può talvolta abbattere, ma un olivo di 500 anni divelto non lo potrà mai restituire nessuno!

Certi di interpretare il pensiero di chiunque abbia buon senso ci appelliamo pertanto affinché questa modifica ad una legge che tutti invidiavano alla Puglia venga ridiscussa ed abrogata.

Restiamo in vigile attesa di notizie.

La presidente dell’Adirt

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Statale SP226 cede e frana un pezzo di strada al km 18 07/11/2011

Il dissesto idrogeologico in Italia interessa l’82% dei comuni; 6 milioni di persone abitano in un territorio ad alto pericolo idrogeologico e 22 milioni in zone a pericolo medio. Secondo i dati ufficiali, 1.260.000 edifici, tra cui oltre 6.000 scuole e 531 ospedali, sono a rischio di frane ed alluvioni. Un’analisi, compiuta dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Consiglio Nazionale Ricerche (C.N.R,), rivela che tra il 1950 e 2012 si sono registrati 1.061 frane e 672 inondazioni. Le vittime sono state oltre 9.000 e gli sfollati o senza tetto piu’ di 700.000. Tali eventi hanno avuto impatto sui beni privati e collettivi, sull’industria, sull’agricoltura, sul paesaggio e sul patrimonio artistico e culturale senza considerare le implicazioni in termini psicologici ed occupazionali. Secondo i dati ANCE-CRESME del 2012, tra il 1944 ed il 2011, il danno economico, prodotto in Italia dalle calamità naturali, ha superato i 240 miliardi di euro, con una media di circa 3,5 miliardi di euro all’anno. Le calamità idrogeologiche hanno contribuito per circa il 25% al danno complessivo.

«L’impermeabilizzazione, cioè la cementificazione, è uno dei maggiori processi di degrado del suolo ed è un problema presente in tutta Europa, uno dei continenti più urbanizzati al mondo: si calcola che tra il 1990 e il 2006 si sia avuto un aumento delle aree di insediamento del 9% in media; in Italia si stima che il consumo del suolo nel periodo 1990-2005 sia stato di oltre 244.000 ettari all’anno (circa due volte la superficie del comune di Roma), in pratica oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio», ha denunciato Massimo Gargano, presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, che ha presentato a Roma il Piano 2013 per la Riduzione del Rischio Idrogeologico nel nostro Paese. «Diventa quindi una priorità continentale – ha proseguito Gargano – limitare e compensare l’urbanizzazione del suolo, impedendo l’occupazione di altre aree verdi».

Va anche ricordata la forte pressione dell’impermeabilizzazione sulle risorse idriche: un suolo può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro o circa 400 millimetri di precipitazioni; l’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia nel suolo, in casi estremi impedendolo completamente. L’infiltrazione di acqua piovana nei terreni, invece, fa si che essa impieghi più tempo per raggiungere i fiumi, riducendo la portata e quindi il rischio di inondazioni. Come già nel 1951, 1966, 1994, 2010, 2011, anche nel 2012, il mese di novembre è stato foriero di disastrose alluvioni: in Toscana, dove si sono registrati anche 7 morti ed in Umbria; nei giorni scorsi situazioni critiche si sono registrate anche in Emilia Romagna e Veneto. «Le cause – ha spiegato Gargano – sono molteplici: la variabilità climatica, l’eccessiva urbanizzazione, il disordine nell’uso del suolo, la mancata cura del territorio attraverso una costante manutenzione. In generale, molte delle calamità sono generate da eventi idrologici eccezionali, che si ripetono cioè non prima di 30 anni e di cui si può ridurre l’impatto solo attraverso azioni volte a rinforzare i territori fragili, provvedendo alla manutenzione idraulica, assicurando il funzionamento degli impianti idrovori ed il consolidamento degli argini».

 

Franco Brizzo

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silenzio

Se c’è una cosa che fatico sempre più a sopportare sono le associazioni fintoambientaliste capaci solo di far petizioni ed organizzare eventi di sensibilizzazioni ma sempre ben attenti a non calpestare troppo i piedi dei politicanti che da decenni lasciano, col loro assenso o silenzio, che il nostro ambiente e il nostro paesaggio venga devastato. Anzi spesso le loro effigi sui palazzi della politica e le loro “certificazioni” distribuite secondo ignoti parametri vengono utilizzate da questi distruttori per coprire le loro vergogne.

Molte di queste hanno organizzato nei prossimi giorni una passegiata naturalistica nelle campagne di Cisternino insieme a molti assessori regionali espressione di una maggioranza che ha appena approvato una modifica alla legge che tutela gli ulivi monumentali per favorire l’avanzata del cemento e dell’asfalto. Una passeggiata per sensibilizzare la cittadinanza sulla campagna “salviamo il paesaggio – stop al consumo di territorio” e sulla salvaguardia degli ulivi monumentali.

Bene, bravi, bis.

Ma dove erano queste associazioni quando il comune di Ostuni sacrificava decine di ulivi monumentali per realizzare un’inutile bretella stradale di fronte alla zona industriale? Hanno forse detto qualcosa? Si sono mobilitati per evitarlo? E qualche settimana fa quando abbiamo fatto appello per evitare l’ennesima colata di cemento sulla costa qualcuno si è unito al nostro appello? Qualcuno ha proferito parola? Non che mi risulti. Tutti assolutamente in silenzio! Perchè? Perchè si raccolgono firme per tutelare gli ulivi e non si dice nulla quando vengono espiantiati per opere inutili? Perchè si sensibilizza la cittadinanza sugli effetti disastrosi della cementificazione e poi si tace quando uno dei pochi tratti di costa ancora naturale viene sacrificato in onore alla speculazione edlizia?

L’impresione è che queste belle iniziative servano solo a rendere “autorevole” la loro voce affinchè le loro effigi e le loro “certificazioni” possano sempre più coprire le vergogne di una malsana e vergognosa politica.

Categorie : Ecologia/Ambiente
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apr
04

Cemento e olivi

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Olivi addio

In regione come ad Ostuni, il cemento unisce tutte le forze politiche che all’unisono come un branco di pesci si muovono verso la cementificazione del territorio. E così ecco approvata all’unanimità (anche qui un solo voto contrario) una deroga alla legge che tutela gli olivi monumentali che, quindi, potranno essere più facilmente sacrificati in onore del finto progresso e del falso sviluppo, ovvero asfalto e cemento.

Come al solito togli alla colletività per dare ai pochi. Questo deve essere il leitmotiv che ispira la nostra classe politica che ancora non riesce a capire dove sta la ricchezza di questo territorio e per l’interesse di pochi, quelli che gli garantiranno però molti voti, sacrificano l’agricoltura, il paesaggio, le bellezza naturali ed artistiche per continuare a sostenere un modello di sviluppo che ha ormai, in maniera chiara ed evindente, mostrato tutti i suoi limiti. Modello di sviluppo insostenibile tanto da un punto di vista ambientale che economico ed occupazionale che ci ha portato proprio in una profonda crisi da cui difficilmente potremo uscire attuando le solite ricette.

I nostri territori, il nostro paese non ha più bisogno di cemento avendo già costruito abbondatemente più del necessario, ma ha bisogno di più agricoltura. Un agricoltura di qualità come quella che gli oliveti monumentali possono consentire. Agli agricoltori gli andrebbe fatto un monumento, non tolto terreno. Abbiamo bisogno di paesaggio, quel paesaggio del fu Bel Peaese che becere politiche hanno saputo distruggere nonostante tutelato dalla nostra costituzione che tutti continuano, pur consentendo questi orrori, a decantare.

Abbiamo bisogno di una nuova classe politica capace di saper vedere e interpretare il futuro. Capace di dare avvio ad un nuovo modello di sviluppo correggendo gli errori del passato non perpetuandoli. Abbiamo bisogno che dal governo nazionale, regionale e comunale SE NE VADANO TUTTI A CASA!

mar
19

Censire il cemento

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censimento-del-cemento

Quante sono le unità immobiliari nel comune di Ostuni e quante di queste sono utilizzate e quante invece no o addirittura in stato di abbandono e degrado? Non si sa.

Eppure si continua a costruire, si continua ad approvare varianti al piano regolatore per nuovi insediamenti residenziali, commerciali, ecc. Ma se non si ha cognizione della situazione esistente, ovvero delle risorse immobiliari a disposizione su cosa gli amministratori locali pianificano il governo del territorio? Sul nulla, anzi sugli interessi dei costruttori che, nel caso specifico di Ostuni, guardacaso sono sempre gli stessi.

Il risultato di queste scelte è, da una parte, la perdita di valore delle unità immobiliari già esistenti e, ancor peggio una cementificazione sregolata che consuma suolo senza però dare alla città quelle strutture di cui necessita ma riempendola, invece, di unità immobiliari che non servono perchè già presenti in abbondanza.

Per capirci, in questi anni, le aree su cui si è edificato si sarebbero potute destinare a strutture di cui la città necessita. Una nuova e più adeguata sede per gli uffici comunali, un teatro comunale, impianti sportivi, ecc. Invece abbiamo visto spuntare come funghi palazzi, palazzi, palazzi e villaggi.

La prima cosa da fare per poter pianificare quindi lo sviluppo della città è avere piena cognizione della situazione avviando quanto prima il “censimento del cemento”, campagna avviata da oltre un anno dalla rete Salviamo il paesaggio.  Solo su dati certi e ben definiti si può ben amministrare un territorio (sempre ammesso che sia questo l’obbiettivo).

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Di seguito un’altra serie di proposte attraverso le quali vorremmo incentivare una politica più virtuosa nell’ottica della decrescita.

Uso del territorio, edilizia, urbanistica

1. Blocco delle aree di espansione edilizia nei piani regolatori delle aree urbane. Incentivazione delle ristrutturazioni qualitative ed energetiche del patrimonio edilizio esistente. Concessioni di licenze edilizie soltanto per demolizioni e ricostruzioni di edifici civili o per cambi di destinazioni d’uso di aree industriali dimesse, previa destinazione di una parte di esse a verde pubblico.

2. Formulazione di allegati energetici-ambientali ai regolamenti edilizi vincolanti la concessione delle licenze edilizie al raggiungimento degli standard di consumo previsti dalla Provincia autonoma di Bolzano (classe C: 70 kWh al metro quadrato all’anno).

3. Espansione del verde urbano nell’ottica di una riduzione dello squilibrio complessivo tra inorganico e organico, con fissazione di percentuali annue di incremento, al fine di:

- migliorare i microclimi urbani;

- aumentare l’alimentazione delle falde idriche riducendo l’impermeabilizzazione dei suoli;

- potenziare la fotosintesi clorofilliana per incrementare l’assorbimento CO2.

4. Valutazione strategica dell’impatto ambientale per qualsiasi intervento sul territorio.

5. Uso nell’edilizia di materiali locali, per quanto possibile, e riuso di materiali provenienti dalle demolizioni.

6. Recupero delle acque piovane canalizzando i flussi delle grondaie in serbatoi di accumulo per sciacquoni e irrigazione.

7. Divieto di costruire parcheggi per edifici destinati ad attività lavorative, divieto totale di sosta nelle strade dei centri storici a eccezione dei residenti e destinazione agli stessi dei parcheggi sotterranei esistenti.

Mobilità

1. Riduzione del traffico di merci e persone incentivando:

- il telelavoro;

- l’autoproduzione di merci;

- le filiere corte;

- l’uso individuale e collettivo di automobili pubbliche (car sharing e taxi collettivi)

- l’uso collettivo di automobili private (car pooling, sistema jungo).

2. Potenziamento dei sistemi di trasporto pubblico, favorendo i mezzi a trazione elettrica alimentati da reti e affiancando ai mezzi di trasporto collettivi (filobus e tram), mezzi di trasporto pubblico a uso individuale utilizzabili con schede pre-pagate a consumo ricaricabili (sistema amica).

3. Raddoppio delle linee ferroviarie a binario unico.

4. Incentivazione di filobus alimentati da reti elettriche sul sedime stradale, in modo da poter estendere l’alimentazione anche ad automobili elettriche senza batterie.

5. Blocco del traffico privato nei centri urbani.

6. Blocco della costruzione di nuove infrastrutture viarie.

7. Realizzazione di opere di mitigazione ambientale delle infrastrutture viarie esistenti.

Agricoltura

1. Messa al bando degli organismi geneticamente modificati.

2. Incentivazioni alle aziende contadine diretto-coltivatrici a conduzione familiare che praticano l’autoproduzione e vendono le eccedenze.

3. Eliminazione degli obblighi fiscali e della tenuta di registri contabili per la vendita diretta dei prodotti delle aziende agricole a conduzione familiare che praticano l’autoproduzione e vendono le eccedenze.

4. Incentivazione della biodiversità e delle colture biologiche.

5. Incentivazione delle aziende agricole nei terreni collinari e montuosi, riconoscendo economicamente il loro ruolo di tutela idrogeologica.

6. Incentivazione delle colture no food a fini energetici privilegiando:

- quelle di cui non si utilizzano soltanto le parti a uso energetico (per esempio: i semi oleosi), ma anche le parti destinabili all’alimentazione umana o animale (per esempio: le componenti proteiche)

- quelle che consentono di ridurre i consumi di energia (per esempio la canapa per la coibentazione delle abitazioni) piuttosto di quelle finalizzate a produrre energia (alcol metilico e biodiesel).

Acqua

1. Definire una quantità pro-capite giornaliera minima gratuita e far pagare il surplus a costi crescenti in relazione alla crescita dei consumi.

2. Nelle nuove costruzioni e nelle ristrutturazioni: obbligo del doppio circuito, acqua potabile per gli usi alimentari e non potabile per gli altri usi, obbligo di usare l’acqua piovana per gli sciacquoni.

3. Obbligo del recupero delle acque piovane in vasche di accumulo.

4. Incentivazione, dovunque sia possibile, degli impianti di fitodepurazione.

5. Ristrutturazione della rete idrica per ridurne le perdite, con gare d’appalto che consentano di trasformare i risparmi sui costi di gestione in quote d’ammortamento degli investimenti (sul modello delle esco)

Istruzione

1. Sostituzione degli asili nido con assegni triennali di genitorialità.

2. Riduzione del tempo scuola.

Politica

1. Limite di 2 mandati elettivi, in assoluto, allo stesso livello istituzionale.

2. Restituzione agli elettori della sovranità elettorale sequestrata dai partiti.

3. Riduzione degli stipendi dei parlamentari alla media europea.

4. Riduzione degli stipendi dei dirigenti di aziende pubbliche, o di aziende private a prevalente capitale pubblico, ai livelli ridotti dei parlamentari.

Movimento per la Decrescita Felice

Categorie : Politica
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Una società basata sulle fonti fossili e, in particolare, sul petrolio ha bisogno di petrolio (ma va?) e una società che ha bisogno di petrolio quando si rende conto che nei più grandi giacimenti si è già estratto più della metà del grezzo disponibile e che con il residuo non si può soddisfare la crescente richiesta va alla ricerca di nuovi pozzi dove poter estrarre il prezioso oro nero. Non importa quanto costi l’estrazione e non importa neanche la qualità del greggio, le compagnie petrolifere sanno che fra qualche anno (chi dice dal 2020, i più ottimisti dal 2050) il petrolio sarà merce rara e potrà essere venduta a prezzi stratosferici. E quindi si cerca ovunque e il nostro territorio e il nostro mare non sono certo esclusi da questa affannosa ricerca. E’ noto da anni che nei nostri mari ci sono giacimenti petroliferi, ma la scarsa qualità del greggio e gli elevati costi di estrazione per via della profondità a cui si trova hanno sempre reso l’operazione non conveniente, ma oggi di fronte al nuovo scenario ecco che anche questi giacimenti diventano appettibili.

Si poteva fare qualcosa per evitare tutto questo? Certo che si! Si sarebbe dovuta diminuire drasticamente la dipendenza dalle fonti fossili e dal petrolio per andare verso altre forme di energia più accessibili. La scienza e la tecnologia ormai da anni ci hanno fornito questa possbilità sia con lo sviluppo delle cosidette fonti rinnovabili sia con le tecniche di risparmio energetico. Eppure in tutti questi anni siamo andati in senso opposto aumentando, invece che diminuendo, il nostro fabbisogno e di conseguenza la nostra dipendenza dal petrolio. Hanno i sindaci, in tutto questo, delle responsabilità, delle colpe? Certo che si e, io penso, anche di più di quante ne hanno i politici nazionali. I sindaci, infatti, governano i territori e avrebbero, anche a costo zero per le loro amministrazioni, potuto fare molto in questi anni nonostante l’inerzia a livello nazionale.

Più volte su questo blog è stato affrontato il problema energetico e sono state esposte delle proposte. Proposte di buon senso, alcune delle quali immediatamente applicabili senza oneri per le amministrazioni. Un esempio fra tanti: una semplice modifica al regolamento edilizio che imponesse avanzate tecniche di risparmio energetico alle nuove costruzioni. Non sarebbe costato nulla al comune, ma in compenso avremmo avuto un minor bisogno di energia e quindi di petrolio. Ci sono delle stime che sostengono che se tali norme fossero state da subito applicate in tutti i comuni italiani il fabbisogno di petrolio sarebbe calato del 30% negli ultimi 10 anni. Se a queste pratiche si fossero associate delle politiche di mobilità sostenibile,  incentivate le piccole produzioni agricole e zootecniche e disincentivate le colture e gli allevamenti intensivi caratterizzate da un massiccio uso di derivati del petrolio, se si fosse bloccata la inutile quanto disastrosa cementificazione del territorio comprese le devastanti grandi opere e, nel contempo, dato il via ad una conversione energetica puntando su piccoli, ma diffusi impianti di produzione da fonti rinnovabili oggi il nostro fabbisogno di petrolio e di fonti fossili in generale sarebbe molto modesto. E se tutto ciò, sulla spinta del nostro paese, sarebbe stato replicato in altri paesi le multinazionali del petrolio oggi sarebbero già destinate all’estinzione.

Invece nulla di tutto ciò è stato fatto e i sindaci, come quelli che domani 22 Novembre si troveranno a Polignano per affrontare il problema delle trivellazioni nel mar adriatico proprio di fronte alle nostre coste, invece di pensare ad amministrare per il bene comune e soprattutto per quello delle future generazioni hanno pensato solo a raccattare voti per mantenere salda la loro poltrona, il loro potere nel feudo di riferimento. Prendiamo la Ostuni degli ultimi dieci anni come esempio. La popolazione residente è calata di circa duemila unità eppure si sono visti palazzi spuntare come funghi(Via Giovanni XXIII, Via per Martina, Peschiera, ecc) e nel regolamento edilizio non si trova alcuna traccia di tecniche di risparmio energetico, il traffico automobilistico è aumentato vertiginosamente e di piani della mobilità neanche l’ombra, l’agricoltura e i piccoli produttori lasciati in balia delle onde mentre si è favorita la grande distribuzione che predilige colture e allevamenti intensivi. Insomma è stato fatto di tutto per aumentare il consumo e il fabbisogno di petrolio e adesso che le vacche sono tutte scappate dalla stalla gli stallieri si riuniscono per cercare di affrontare un problema che loro stessi hanno massicciamente contribuito a creare. Il loro vociare, grazie anche ai soliti pennviendoli e mezzibusti incartapecoriti, passerà per l’ennesima volta come impegno politico a difesa del territorio e nessuno evidenzierà gli aspetti e le politiche che hanno portato a tutto questo.

La colpa sarà addossata esclusivamente alle compagnie petrolifere, alle sette sorelle, un cancro che tutto divora ma che noi coi nostri comportamenti e le nostre politiche continuiamo ad alimentare.

Categorie : Politica
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Voi che vi riempite la bocca di parole trite e ritrite: “crescita, sviluppo, competitività”. Ripetute come un mantra per nascondere il vuoto delle vostre idee. Dogmi imparati come scolaretti per essere promossi dalle maestrine di Confindustria e dei mercati finanziari.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che quando siete seduti sulle comode poltrone a Porta a Porta vi lanciate, l’uno contro l’altro le medesime ricette stantie: “Dobbiamo rilanciare le grandi opere, dobbiamo far ripartire l’edilizia, ci vuole un nuovo piano casa, forse anche un nuovo condono”.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che con il fazzoletto verde nel taschino avete chiesto il voto per difendere la pianura padana da invasioni di ogni genere e poi dagli assessorati comunali, provinciali e regionali avete vomitato sulle campagne padane la vostra porzione di metri cubi di cemento, insieme a tutti gli altri.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che avete giurato fedeltà alla Costituzione ma poi non ne rispettate l’art. 9: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”, e approvate piani regolatori che hanno come unico obiettivo quello di svendere il territorio e di fare cassa con gli oneri di urbanizzazione.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che, con l’arroganza di chi non ha argomenti, denigrate chiunque si opponga alla vostra furia predatoria di saccheggiatori del territorio. Voi che, con il risolino di chi è sicuro del potere che detiene, ridicolizzate tutti i giorni i comitati, gli ambientalisti, le associazioni, i cittadini, che mettono in guardia dai pericoli e dal dissesto idrogeologico creati dalle vostre previsioni edificatorie.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che siete la concausa delle catastrofi alluvionali, dovute alla sigillatura e all’impermeabilizzazione della terra operate dalle vostre espansioni urbanistiche, dai vostri centri commerciali, dai vostri svincoli autostradali. Voi che avete costruito il vostro consenso grazie alle grandi speculazioni edilizie, ai grandi eventi, alle grandi opere o anche alla sola promessa di realizzarle.

Non avete nessun diritto di piangere. Nessun diritto di piangere le dieci vittime dell’ennesima alluvione ligure. Né le vittime di tutte le precedenti catastrofi causate anche dalla vostra ideologia. Perché voi, iscritti e dirigenti del Partito del Cemento, siete i veri estremisti di questo paese.

Siete i veri barbari di questo nostro paese. Siete la vera causa del degrado ambientale, della violenza al paesaggio e dello sprofondamento del paese nel fango.

No. Non avete nessun diritto di piangere.

E gli italiani dovrebbero cominciare a fischiarvi e cacciarvi dai funerali. E gli italiani dovrebbero smettere di pregare davanti alle vostre altissime gru, totem di un modello di sviluppo decotto e decadente, che prima di collassare, rischia di annientare i beni comuni di questi Paese, di questo pianeta.

Domenico Finguerra

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Il debito pubblico non è un problema di cui sia stata sottovalutata la gravità; al contrario, è il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. Il debito è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati. La crescita drogata dal debito va fermata perché non è la soluzione della crisi, ma la sua causa.

Clima, energia, economia: tre crisi ci minacciano. Senza una nuova politica, la crisi del debito creato per drogare la crescita potrà solo aggravarsi. Tutto lascia credere che ormai sia solo questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o da quella energetica, coloro che non si sono lasciati ipnotizzare dalla colossale disinformazione planetaria dei mass media – e sono più di quanti si creda – possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie.

Grandi Opere, spesa militare, costi della politica. Per uscire dalla crisi e bloccare la spirale del debito bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. Il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra grandi imprese e partiti politici del secolo scorso non prenderà mai queste decisioni, perché ne verrebbe travolto.

Una nuova politica per il bene comune. Occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra; non omologati sul dogma della crescita, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando: i loro incubatori sono i movimenti di resistenza contro le grandi opere e contro la privatizzazione dei servizi sociali.

Il debito italiano: rischio bancarotta. In Italia il debito pubblico rappresenta il 119% del Pil e alla fine del 2011 raggiungerà i 2.000 miliardi di euro. Il Giappone sta peggio di noi, con un debito oltre il 200% del Pil, e la stessa Gran Bretagna – sommando il debito pubblico a quello di aziende e famiglie – arriva al 245% del Pil, mentre il debito complessivo italiano raggiunge il 225,8% del prodotto interno lordo. Di fronte a queste cifre, non è escluso che i paesi più indebitati decidano di uscire dalla spirale del debito, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli di Stato e quindi rovinando i risparmiatori. Questa crescita, drogata dal debito pubblico sempre più vasto e dal credito al consumo per le famiglie: solo il “doping” del debito ha consentito, finora, di tenere in vita un’economia fondata sulla crescita dei consumi. Perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che, se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute fino alla crisi di sovrapproduzione che distruggerebbe il sistema fondato sulla crescita.

La politica economica in un vicolo cieco. Ridurre le tasse e/o aumentare la spesa pubblica: è ciò che destra e sinistra hanno proposto, per stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta il gettito fiscale e si riduce il debito pubblico. Ma tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica, il debito aumenta. Inserendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni si comprometteranno le possibilità di crescere. Globalizzazione, merci invendute ed ex consumatori disoccupati. Perché gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno funzionato? Perché nei paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione dei mercati hanno determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: macchinari sempre più potenti producono quantità sempre maggiori di merci riducendo progressivamente l’incidenza di lavoro umano per unità di prodotto. Ne deriva un aumento dell’offerta e una contestuale diminuzione della domanda mediante la diminuzione delle retribuzioni e la riduzione dell’occupazione.

Spesa militare: faremo la fine dell’Impero Romano? Una voce disastrosa nel debito pubblico è costituita dalla crescita delle spese militari. Dopo il tracollo dell’Urss, la dimensione egemonica imperiale degli Usa ha spinto gli alleati verso un impegno crescente in molti teatri di guerra, in regioni strategiche come quelle petrolifere, fino a determinare una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono a superare il valore delle risorse che se ne ricavavano.

Grandi Opere: fallimenti in tutto il mondo. Altrettanto rilevanti, nel bilancio del debito, le grandi opere spesso faraoniche e inutili: la crisi della Grecia è scaturita dalle spese per le Olimpiadi di Atene del 2004, se Torino è la città più indebitata d’Italia lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. Opere che non ripagano i loro costi perché sovradimensionate rispetto alle reali esigenze: è successo con l’aereo supersonico Concorde e il tunnel sotto la Manica già fallito due volte; è successo con molti costosissimi edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, già in pieno degrado. Sovradimensionata rispetto alle esigenze è la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino-Lione. Destra e sinistra sono consapevoli dell’inutilità di molte grandi opere, devastanti per i territori, e tuttavia rivendicano il merito di averle deliberate in deficit allo scopo di rilanciare la crescita economica e l’occupazione. In realtà faranno crescere soltanto il debito pubblico. Un’opera è davvero sostenibile solo se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse, il consumo di energia e l’impronta ecologica, in modo da ripagare i costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione, contribuendo in questo modo a ridurre il debito pubblico. In altre parole la politica economica non può più basarsi soltanto su criteri di tipo quantitativo, ma deve adottare criteri di valutazione qualitativi.

L’equivoco della green economy. Nell’ottica della green economy la politica energetica non si fonda sulla riduzione della domanda mediante la riduzione di sprechi e inefficienze, ma sulla sostituzione dell’offerta: fonti rinnovabili anziché fossili, con incentivi statali che aggravano il debito pubblico. Anziché i piccoli impianti per l’autoconsumo, la green economy privilegia i grandi impianti, che possono essere appannaggio solo di grandi aziende interessate a incentivare la crescita dei consumi e degli sprechi. E’ un modo di riproporre ancora una volta l’alleanza strategica tra industria e partiti: l’alleanza fondata sulla crescita, responsabile dell’attuale fallimento storico. Anziché nelle grandi opere e nella green economy faraonica, occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, nelle reti idriche, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi (con benefici effetti anche sul turismo), nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri post-industriali (come a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio di materiali dismessi, nell’agricoltura di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra produttori e acquirenti.

Filiera corta: l’economia locale può sopravvivere alla globalizzazione. E’ auspicabile una saldatura tra l’economia reale dei territori (contadini, commercianti, piccole e medie aziende, artigiani e professionisti) con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Una vera democrazia partecipata può realizzarsi solo ripudiando la globalizzazione e rivalutando le economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà delle filiere corte. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, le attività economiche locali sono utili, ripagano i costi d’investimento riducendo sprechi e consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici e non richiedono tecnologie potenti, bensì evolute; non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccoli operatori locali (agricoltori, artigiani, commercianti, tecnici) radicati sul territorio, in grado di alimentare un’economia di prossimità, sostenibile dal credito locale, come dimostra il recente successo di alcune piccole e medie imprese italiane, che caratterizzano la nostra struttura produttiva (il 99,92 % ha meno di 250 addetti).

Meno e meglio: decrescita selettiva del Pil. Ridurre gli sprechi comporta necessariamente una decrescita: la coibentazione degli edifici per ridurne le dispersioni termiche e l’installazione di impianti energetici a fonti rinnovabili fanno crescere il Pil inizialmente, ma in seguito i risparmi lo fanno decrescere. La decrescita selettiva del Pil, riduce gli sprechi e l’impronta ecologica, migliora il benessere e la qualità della vita, crea occupazione utile. Solo la decrescita selettiva del Pil può risolvere sia la crisi economica che quella ambientale, senza far crescere il debito pubblico né deprimere le attività produttive.

Agricoltura biologica: una scelta strategica. L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica: stagionalità dei prodotti, riunificazione di agricoltura e allevamento, accorciamento delle filiere, riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne.

Ristrutturazione edilizia: fronte strategico di occupazione utile. Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti: mediamente in Italia per il riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio e soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? La riduzione del pil che ne deriverebbe offrirebbe i vantaggi economici, occupazionali e ambientali non altrimenti ottenibili.

Il modello della crescita è finito: non ha futuro, va sostituito. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori. Si annuncia un periodo di transizione inevitabilmente drammatico. Sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.

Maurizio Pallante

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Immaginate di essere all’interno di una boutique come ce ne sono tante nei centri cittadini o commerciali, una di quelle che vende solo capi firmati e di un certo costo. All’improvviso vedete entrare un tizio con pantaloni e camicia (li canze appunto) tutti stracciati e sporchi che si dirige verso il reparto cinture e bretelle. Lo osservate bene, non indossa un qualche capo “alla moda” ma veri e propri vestiti vecchi tutti sunti, unti e bisunti ed anche l’indossatore non pare proprio un modello di igiene e pulizia. Questo passa in rassegna tutte le cinte e le bratelle esposte fino a scergliene un paio di quelle luccicanti con la firma ben in vista e dall’oneroso prezzo, quindi dopo aver pagato alla cassa il dovuto le indossa e, sempre coi suoi vestiti tutti sunti, unti e bisunti beato si allontana. Preso atto che non si tratta di una candid camera, che cosa pensereste della scena appena vista? Non so voi, ma a me il primo pensiero sarebbe “è assai il danno a quello”!

E se “è assai il danno a quello” è altrettanto assai il danno agli Ostunesi. Perchè? Perche si stanno comportando allo stesso modo. Infatti è in fase di ultimazione la bretella stradale sulla  provinciale per Villanova che l’amministrazione comunale  per nome e conto dell’intera popolazione, ha deciso di realizzare per, a loro dire, dividere il traffico diretto a mare da quello interno alla zona industriale rendendo quest’ultimo più sicuro. Zona industriale che, come lo strano personaggio di cui sopra, possiede solo ed esclusivamente canze strazzate. E’ infatti impossibile trovare un tratto di strada, o meglio un solo metro quadro, dove non siano presenti buche di considerevoli dimensioni. Avete a mente il gruviera, il tipico formaggio svizzero? Ecco la situazione delle strade nella zona industriale è esattamente la stessa, peccato non sia altrattanto gradevole agli automobilisti e autotrasportatori costretti a percorrerle. Immaginate la situazione quando piove con tutte quelle “piscine” che di fatto nascondono alla vista la loro profondità e le bestemmie di quelli che, ignari della reale situazione, ci finiscono dentro con le ruote dei loro veicoli. Per non parlare poi di tutte le erbacce, rovi e rifiuti vari che ormai sono parte integrante dell’arredo urbano della zona.

La domanda sorge spontanea: perchè realizzare una bretella stradale dal costo di 2 milioni e 500 mila euro per rendere più sicura la circolazione all’interno della zona industriale quando le strade sono e rimarranno in quella situazione? Non si poteva trovare una soluzione diversa e di minor costo, soprattutto in questo periodo di austerità in cui anche a livello comunale si continua ad aumentare la pressione fiscale? Sulla sicurezza stradale poi sarebbe bastato chiedere alle forze dell’ordine o ai servizi di emergenza sanitaria per scoprire che le strade su cui si registrano  maggiori e più gravi incidenti sono altre.

Eppure è qui che il comune ha deciso di investire la ragguardevole cifra. A vedere il percorso poi sorgono altre perplessità, perchè sostituire l’attuale rettilineo con un curvone? Perchè questa nuova bretella segue un tracciato che prima l’allontana dall’originario tratto per poi ricongiungersi alla stessa qualche centinaia di metri più in la? Secondo quale logica sono state fatte queste scelte? Il sospetto che mi sorge è che si sia voluto appositamente creare un isola tra l’esistente strada e la nuova bretella, sospetto avvalorato anche dal fatto che il nuovo tracciato pur attraversando in pieno diversi terreni privati ne aggira completamente uno che guarda caso occuperà l’80% dell’isola creata. Scommetiamo che prima o poi quel terreno, ora agricolo, cambierà destinazione d’uso?

Si potevano operare scelte diverse e di minor costo? Certo, sarebbe bastato allargare la strada esistente e porre, come fatto dall’altra parte del ponte ferroviario, uno spartitraffico che separasse la circolazione diretta da qualle interna, ma in questo caso non solo non si sarebbe creata l’isola ma il terreno ora in posizione favorevole sarebbe stato proprio quello più utilizzato. Si sarebbero risparmiati un sacco di soldi sia nella realizzazione del tratto stradale (decisamente più corto) sia nelle operazioni di esproprio. Allargando la strada gli espropri avrebbero interessato un paio di terreni, mentre nel tracciato adottato dal comune ne hanno coinvolti cinque. Aggiungo infine che il tracciato adottato attraversa vecchie lamie per il deflusso delle acque piovane e questo, come anche riportato nelle schede tecniche del progetto, rappresenta un “elevato rischio di alluvione per le eree circostanti”. Se mai dovessero verificarsi danni in relazione a queste opere sarà il comune a dover pagare, ovvero e ancora una volta noi tutti.

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