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Zero Privilegi Puglia

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Taranto è la città più inquinata d’Europa. A Taranto c’è la più grande acciaieria di Europa (ILVA). Che le due cose erano correlate era cosa ovvia, ma non era sufficiente c’era bisogno di una verità scientifica che adesso c’è. Che altro si inventeranno per continuare a distribuire in quella città morte e miseria?

I periti della Procura hanno dato una risposta limpida ad una città inquinata che ha fame di giustizia e sete di verità. Con il linguaggio della scienza hanno scritto cose che pesano come macigni e ridanno speranza alla lotta per un futuro pulito. Al quesito “se i livelli di diossina e Pcb rinvenuti negli animali abbattuti e se i livelli di diossina e Pcb accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto siano riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva”, la risposta degli esperti nominati dal Tribunale è affermativa.

DI CHI E’ L’IMPRONTA DIGITALE DELLA DIOSSINA CHE HA CONTAMINATO IL TERRITORIO?

I periti hanno cercato e trovato la cosiddetta “impronta digitale” della diossina. Era il passaggio chiave per individuare il principale responsabile di questo tipo di inquinamento cancerogeno che preoccupa un’intera comunità. La diossina infatti lascia una impronta particolare che consente di risalire all’inquinatore. Ogni fonte di inquinamento ha quindi la sua impronta, frutto di un “mix” di vari tipi di diossine e furani. L’impronta delle diossine e furani viene rappresentata con un grafico che assomiglia alle canne di un organo. I periti hanno riscontrato notevoli similitudini tra l’”impronta digitale” delle diossine e dei furani delle deposizioni al suolo e l’”impronta digitale” delle diossine e dei furani delle “polveri degli elettrofilitri” del camino E312 dell’Ilva di Taranto.

In tutte le nostre conferenze e relazioni avevamo evidenziato questa correlazione, così evidente. Ecco cosa sostenevamo da tempo.

Osserviamo il grafico n. 1: è quello delle deposizioni delle diossine nel quartiere Tamburi di Taranto. Per capire da dove provengono quelle diossine occorre trovare una “sorgente” con una “impronta digitale” simile. Noi abbiamo cercato fra tutte le possibili “impronte digitali” che potessero corrispondere a quella del grafico 1; l’impronta che ci è sembrata la più simile era l’”impronta digitale” delle diossine rinvenute nelle polveri degli elettrofiltri ESP-E (che sono alla base del camino E-312 dell’Ilva di Taranto). Tale “impronta” degli elettrofiltri la possiamo vedere nel grafico n. 2 che alleghiamo. Cosa si può notare?

RAFFRONTO 2 GRAFICI

ELEVATA CORRELAZIONE FRA DIOSSINA AL LIVELLO DEL SUOLO E DIOSSINA ELETTROFILTRI ILVA

Nell’immagine allegata “raffronto 2 grafici” le due impronte sono poste una affianco all’altra. Emerge una elevata correlazione fra il mix di diossine e furani che si deposita al suolo e il mix di diossine e furani degli elettrofiltri posti alla base del camino E312 dell’Ilva. Questo sostenevamo e questo confermano i periti della Procura.

Ma questa correlazione era confermata anche da Arpa quando scriveva: “La sovrapponibilità del profilo delle deposizioni con quello delle polveri ESP-E (prese ad esempio, ma lo stesso vale per ESP-D o MEEP E-D) è molto marcata ed è particolarmente evidente se si considerano i due congeneri Epta ed OctaCDD che nelle emissioni del camino E312 e nello stesso periodo (estate 2008) risultano di molto inferiori ai tetra, penta, ed esafurani. Pertanto, la presenza di diossine nelle deposizioni del quartiere Taranto Tamburi non è dovuta alle emissioni convogliate del camino E312, ma piuttosto alle emissioni diffuse/fuggitive provenienti dall’impianto AGL/2 dello stabilimento ILVA S.p.A”.

RAFFRONTO DEI TRE GRAFICI Raffronto dei 3 grafici

L’ULTIMA IMMAGINE CHE ALLEGHIAMO E’ FONDAMENTALE PER CAPIRE SE ILVA HA AGITO NELLA LEGALITA’

Nell’immagine “raffronto 3 grafici” abbiamo aggiunto un terzo istogramma con l’impronta delle diossine delle polveri del camino E-312 dell’Ilva. Questa terza “impronta” (quella del camino Ilva) è differente. Questo grafico è fondamentale. Ci consente di comprendere se Ilva ha agito rispettando le norme di sicurezza e tutela ambientale. L’azienda sostiene di aver emesso diossina entro i limiti della legge nazionale (limite a 10000 ng/m3 calcolati in concentrazione totale) in vigore fino alla legge antidiossina (limite a 0,4 ng/m3 in tossicità equivalente). La evidente differenza di impronta fra “camino” e “deposizione al suolo” dimostra che l’impatto del camino è su un raggio geografico molto più ampio, mentre per capire la contaminazione dei territori circostanti occorre osservare la marcata la somiglianza fra “elettrofiltro” e “deposizione al suolo”. Con questo lavoro “alla Sherlock Holmes” di confronto fra le impronte digitalidelle varie diossine abbiamo potuto risolvere l’enigma della contaminazione.

Cosa possiamo infatti concludere?

La diossina che ha contaminato l’ambiente attorno all’Ilva è correlabile – sulla base delle evidenze scientifiche raccolte – agli elettrofiltri (posti all’altezza del suolo) che dovevano essere sigillati e non dovevano avere alcuna dispersione di diossina nell’ambiente. Nessuna legge infatti consente a un’azienda di disperdere “al vento” – all’altezza del suolo – fumi e polveri contaminate provenienti dagli elettrofiltri inquinando l’ambiente circostante e la catena alimentare. Sarà molto difficile per l’azienda, a nostro parere, dimostrare che tutto questo è avvenuto rispettando le leggi ambientali che invece vietano la dispersione di emissioni cancerogene diffuse e fuggitive non efficacemente captate. I periti della Procura hanno confermato in pieno la nostra tesi, basata su analoghe conclusioni dell’Arpa e frutto delle ricerche dei consulenti di parte che hanno affiancato gli allevatori nella difficile e complessa battaglia legale.

All’ottimo lavoro dei periti della Procura si è affiancato infatti il lavoro di ricerca dei consulenti di parte di alto profilo scientifico: il dott. Stefano Raccanelli, il chimico ambientale Vincenzo Cagnazzo e il dott. Emilio Gianicolo, statistico ed epidemiologo. Non va dimenticato l’impegno profuso con passione e dedizione dalla dott.ssa Daniela Spera, consulente di parte anch’ella. Questo pool di esperti hanno lavorato nell’interesse della città per dare un nome a chi ha inquinato. Importante è stato il contributo degli avvocati Sergio Torsella, Carlo Petrone e Teresa Mercinelli, impegnati in prima linea sul fronte della legalità ambientale.

Ormai è chiaro che, se più soggetti in maniera del tutto indipendente arrivano alla stessa conclusione, ci troviamo di fronte a solide evidenze scientifiche. Sono maturi i tempi per chiedere verità e giustizia.

Alessandro Marescotti e Fabio Matacchiera (Presidente di Peacelink, Presidente del Fondo Antidiossina Onlus)

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Le parole e i fatti

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In politica, si sa, nessuno si assume mai le proprie responsabilità. I governanti di turno sono sempre ottimisti, pronti a snocciolare di fronte a pennviendoli vari e mezzibusti incartapercoriti numeri a sostegno della loro buona gestione e quando le cose vanno talmente male che è impossibile negarle ecco che la colpa è sempre di qualcun’altro. Essere persone serie, assumersi le responsabilità di ciò che si è fatto ed avere il coraggio di andare di fronte ai propri rappresentati dicendo che le ricette messe in campo non hanno funzionato o addirittura hanno manifestato effetti nocivi significherebbe dimettersi e magare lasciare definitivamente la politica, cosa impossibile per quella folla oceanica di personaggi che non avrebbero di che campare senza una carica elettiva o di nomina in grado di garantirgli dei lauti compensi.

Uno di questi personaggi è sicuramente il presidente della regione Puglia Nichi Vendola, noto come lo smemorato di Terlizzi, che tra narrazioni e poesia, risulta essere da sempre un mantenuto della politica. Figlio d’arte, suo padre era un politico, non ha mai svolto un lavoro che non fosse legato al mondo politico: giornalista in periodici di partito, dirigente di partito, deputato e presidente di regione. Difficile, anzi direi impossibile, quindi che un soggetto del genere possa prima o poi trovare una fonte di reddito diciamo normale ed è quindi impossibile pensare che assumendosi le responsabilità delle politiche fallimentari del proprio governo arrivi a dimettersi. Anticipo qualche buon tempone dicendo che so benissimo che le colpe non sono tutte sue e che quel variegato mondo fatto da consiglieri ed assessori ha dato un grande contributo in questa direzione, ma assumersi la carica di presidente comporta anche assumersi la responsabilità per ciò che fanno coloro che fanno parte della propria squadra.

Ma andiamo nel dettaglio prima che qualcuno mi accusi di demagogia e andiamo subito alle affermazioni che il mantenuto della politica ha fatto in occasione della presentazione alla stampa del bilancio provvisorio 2012 dove si è fatto sfoggio di tutti i dati positivi che riguardano la Puglia. A sentir Vendola, infatti, nonostante la crisi  nella nostra regione cresce l’occupazione e siamo la regione che sta attraversando meglio di tutte questa drammatica quanto violenta recessione economica. Il Pil è in aumento, le esportazioni pure, in calo invece la mobilità sanitaria ovvero il numero di persone che vanno fuori regione a farsi curare ed, infine, risolto il problema inquinamento a Taranto. Se invece di ascoltarlo uno avesse letto quel disorso avrebbe potuto tranquillamente immaginare di leggere un discorso di qualche mese fa fatto da Tremonti e Berlusconi. Ve li ricordate: l’Italia sta attraversando meglio di altri questa crisi, gli indicatori economici sono positivi, ecc. Quindi se tanto mi da tanto, cari Pugliesi forse è il caso che vi tocchiate i coglioni.

Naturalmente i Pugliesi che vivono fuori dal palazzo e non possono contare su uno stipendio sicuro di 13 mila euro al mese sanno che quello che ha detto Vendola sono pure e semplici menzogne e lo sanno ancor di più sia i malati sempre più costretti a viaggi in paesi lontani anche per curare semplici patologie sia i Tarantini alle prese coi soliti problemi ambientali.

Ma tu sei con Grillo e quindi mai e poi mai ammetterai i risultati ottenuti dallo smemorato di Terlizi, anzi già il fatto che lo chiami così denota un tuo pregiudizio. Probabile e allora andiamo a vedere che dicono quelli che con Grillo non ci sono. Partiamo dalla Uil che non mi pare centri qualcosa con le 5 stelle e vediamo che dati ci danno sullo stato occupazionale in Puglia: “le ore di cassa integrazione sono aumentate del 234,7% e il numero degli occupati si è ridotto del 4,1%, da 1.287.000 nel 2008 a 1.234.000 nel 2011“. E meno male che l’occupazione era in aumento chissà se era in calo. Ma ancora: “La cassa integrazione ordinaria è aumentata del 27,9%; quella straordinaria del 312,1%; quella in deroga dell’843,1%. Il tasso di disoccupazione in Puglia nel 2011 è stato del 12,7%. La percentuale dei pugliesi disoccupati è passata dal 9,4% al 10,7%; per le donne la percentuale è passata dal 15,8% al 16,4%“. Non male direi. Se passiamo poi all’ambito sanitario c’è da meravigliarsi nel vedere positivamente una lievissima flessione della mobilità extraregionale di fronte alla chiusura di numerosi ospedali e reparti in tutta la regione che ha portato ad una drastica diminuzione dei posti letto. Chiudono ospedali, chiudno reparti, diminuiscono i posti letto e il numero di malati che si spostano in altre regioni per curarsi diminuisce, non vi apre un paradosso. Non è che forse, forse questi hanno meno soldi a disposizione (sapete la crisi, la perdita del lavoro, la cassa integrazione) e quindi non possono permettersi di migrare neanche per curarsi. Su Taranto infine che dire. Che la cosidetta legge antidiossina fosse un pacco lo si sapeva già. Non prevede campionamenti in continuo, ma solo occasionali e con preavviso quindi utili solo a far si che sulla carta tutto sia in regola. Peccato per la salute dei Tarantini che con la carta al massimo si potranno pulire il culo. Anche qui però vi suggerisco di sentire cosa dice in proposito uno che col movimento 5 stelle non c’entra nulla, quindi vedetevi il video di Fabio Matacchiera del Fondo Antidiossina Taranto.

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Categorie : Politica
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Egregio Presidente Vendola,

ho ripercorso i “contatti della speranza e della fiducia” avuti con Lei.

Il primo avvenne alla fine di settembre 2007 e fu con e-mail: “Caro Biagio e cari amici, purtroppo il 28 non sarò a Taranto e mi dispiace davvero. Anche perchè mi sarei affacciato volentieri alla vostra iniziativa sulle “Osservazioni” in materia di A.I.A. Avrei approfittato per raccontarvi anche di una certa sofferenza personale, quella legata alle tante manifestazioni di disincanto preventivo di quei tarantini impazienti ad avere subito tutte le risposte alle domande ambientali che si sono cumulate nel corso di un quarantennio. E’ orribile il sospetto che il potere possa mangiare l’anima di chi lo esercita. Subire questo sospetto è stata per me una grande amarezza. Noi dovevamo prendere con grande senso di responsabilità la complessiva partita Ilva e giocarla per vincerla e non per perderla ancora una volta.” Poi Lei aggiunse: “Dobbiamo difendere una immensa fabbrica e convertirne il corpo in senso eco-sostenibile: mica uno scherzo!. Ce la possiamo fare. Diamoci una mano. Fraternamente. Nichi Vendola”.

Per quattro anni noi abbiamo lavorato duramente con il Ministero per un´AIA seria e severa che raggiungesse il reale abbattimento dell´inquinamento, coinvolgendoLa sempre.

L´ultimo contatto è avvenuto il 28 giugno 2011, tra una votazione e l´altra in Consiglio Regionale. In presenza dei Consiglieri Cervellera e Mazza e del dirigente Antonicelli, Lei assicurò ad AltaMarea che, in sede di Conferenza dei Servizi al Ministero dell´ambiente del 5 luglio sul rilascio dell´AIA ad Ilva Taranto, la Regione Puglia si sarebbe adoprata per ridurre il carico inquinante complessivo attraverso prescrizioni dettagliate e per introdurre controlli severi e sanzioni esemplari e pesanti in caso di trasgressioni. A scanso di equivoci, noi mettemmo per iscritto i “10 punti irrinunciabili” esaminati con Lei.

A Roma, invece, le cose andarono male: i “10 punti irrinunciabili” rimasero ignorati. AltaMarea, tradita e ingannata come l´intera città, da quel momento considerò “avversari” la Regione e gli Enti Locali protagonisti del clamoroso voltafaccia.

Egregio Presidente, il Suo video messaggio del 30 novembre, sull´ultima misurazione dell´emissione di diossina dal famigerato camino E 312 dell´impianto di agglomerazione di Ilva Taranto, rappresenta un´ulteriore prova del tradimento e dell´inganno perpetrati nei confronti della nostra città Non volevo credere ai miei occhi ed orecchie: il “rivoluzionario gentile” che utilizzava le stesse tecniche dell´ “imprenditore suadente” che amava l´Italia e prometteva di migliorarla e 17 anni dopo l´ha lasciata peggio di come l´aveva presa. Pecore-Ilva

Ho aspettato parecchi giorni per far sbollire la reazione istintiva, quella stessa che ha riempito Facebook di contumelie dirette a Lei. Quel videomessaggio potrebbe incantare solo chi sa poco delle terribili vicende di Taranto e dell´Ilva, non noi. Lei, come confindustria, sindacati, politici di destra e di sinistra e Ilva, ha esaltato lo 0,2 ng/mc ottenuto nella misurazione della diossina omettendo di rilevare che: a) la media annuale del 2011 è comunque superiore al limite di 0,4 ng/mc fissato nella legge regionale e nell´AIA; b) la Regione ha l´obbligo di chiedere al Ministero di sanzionare l´Ilva perché non ha rispettato quel limite; c) le misurazioni effettuate riguardano poche ore di rilievi in appena 9 giorni nell´anno mentre nulla si sa di quello che avviene nelle oltre 8000 ore di funzionamento dell´impianto nel resto dei 365 giorni dell´anno; d) le autorità competenti finora non hanno fatto rispettare l´obbligo di legge per l´installazione del campionatore automatico in continuo.

Nella esaltazione collettiva, anche Lei e l´assessore Nicastro avete dimenticato che nulla è stato fatto e nulla si prevede di fare in merito ai “10 punti irrinunciabili”: 1° Massima capacità produttiva di 10,5 milioni di tonnellate/anno anziché 15; 2° Durata dell´AIA di 5 anni anziché 6 “regalati” per un meschino escamotage; 3° Mancanza di certificato prevenzione incendi e nulla osta dell´analisi di rischio di incidente rilevante; 4° Controllo della diossina anche attorno a e/filtri, raffreddatori, ecc. e numero massimo di splafonamenti della concentrazione fissata, superato il quale scatterebbe l’arresto dell’impianto; 5° Limite quantitativo annuo delle emissioni complessive degli inquinanti con progressiva ma drastica riduzione nel tempo: 6° Controllo del B(a)P anche all’interno dello stabilimento con limite emissivo di 150 ng/mc sul piano coperchi della cokeria (limite adottato in Francia); 7° Controllo e monitoraggio degli inquinanti nelle acque di processo degli impianti non diluite da acque di raffreddamento, piovane, ecc. e quantitativi massimi di inquinanti scaricati in mare; 8° Copertura dei parchi primari come quella in corso sui carbonili di ENEL Brindisi; 9° Bonifica dei siti inquinati; 10° Forti sanzioni fino al fermo dell´impianto in cui venissero violate le prescrizioni dell´AIA. Sono peccati mortali imperdonabili.

Anche di tutto questo è orgoglioso e felice Presidente Vendola?

Ha superato ormai l’amarezza di subire l´orribile sospetto che il potere possa mangiare l’anima di chi lo esercita?

Che disinganno!

Biagio de Marzo – Presidente “Altamarea”

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I costi del carbone

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Ricevo e volentieri pubblico.

L’ARPA Puglia ha pubblicato sul suo sito i dati tratti da un lavoro dell’European Environment Agency (Agenzia Ambientale Europea). I dati, pubblicati il 24 novembre u.s., si riferiscono agli impatti delle emissioni in 622 impianti industriali in Europa.

In questa classifica europea l’impianto di Brindisi Cerano è al 18 posto, l’ILVA di Taranto al 52° posto.

L’EEA ha utilizzato i dati dell’inventario europeo delle emissioni del 2009 (E-PRTR) in riferimento a CO2, cinque gruppi di inquinanti atmosferici (NOx, SO2, NH3, NMCOV, particolato sottile) e un gruppo aggregato di microinquinanti (metalli pesanti, e, per gli inquinanti organici, 1,3-butadiene, benzene, IPA e PCDD/F). I dati sulle emissioni sono stati trasformati sulla base di consolidate metodologie di analisi costi-benefici. Per gli inquinanti aventi un effetto sanitario locale/regionale è stato calcolato sia il VOLY (valore degli anni di vita persi), sia il VSL (il valore della vita statistica).

L’Agenzia Europea stima che ogni anno i costi in termini di salute persa, esterni, cioè pagati dalla collettività che vive vicino alla centrale, sono stimabili, a seconda del metodo utilizzato, tra i 500 ed i 700 milioni di euro. Se si estende lo sguardo alle altre due centrali brindisine, anch’esse presenti in questa speciale classifica, si giunge ad una stima complessiva del danno sanitario a carico della collettività che varia da 691 a 958 milioni di euro. Stima che tuttavia manca della valutazione dell’impatto dell’industria chimica e meccanica.

Da anni andiamo ripetendo che un apprezzamento corretto dell’impatto sul territorio dei megainsediamenti industriali, energetici e non, non può prescindere da quelli che in tutto il mondo vengono chiamati e considerati come “costi esterni”. Anche la prestigiosa università Harvard di Boston (USA), come richiamato in alcuni nostri interventi, stima in quel paese i costi reali dell’impiego del carbone e li bilancia con i benefici sviluppando conseguenti politiche energetiche.

Non si comprende perché la nostra classe politica parli di rapporti con le megaziende energetiche prescindendo da una valutazione corretta dei costi e dei benefici della collettività dando per scontato che i secondi superino i primi, accontentandosi di piccole elargizioni, magari anche ludiche e sportive, che quietano la coscienza di chi le riceve e dei cittadini che acriticamente le salutano. Salvo poi imprecare contro la mala sorte o contro il cielo quando i malanni sopraggiungono.

Bisogna sedere al tavolo delle trattative con questi dati alla mano e con i dati di indagini epidemiologiche sui lavoratori e sui cittadini. Dati che tardano a venire. Bisogna che siedano al tavolo, indipendentemente dalle convenzioni, rappresentanti istituzionali decisamente orientati dalla parte dei cittadini. Chiediamo da subito che diano prova di questo spirito democratico cominciando a rendere pubbliche sui siti istituzionali i dati delle analisi condotte sulle emissioni industriali dagli organi di controllo e svolgendo le indagini epidemiologiche richieste.

Salute Pubblica

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In un paese normale

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In un paese normale Nichi Vendola, il poeta, il narratore da trent’anni mantenuto della politica e che ha già maturato una lauta pensione che potrà godersi alla tenera età di 55 anni, dopo la disastrosa gestione della sanità pugliese non riuscirebbe a farsi eleggere neanche come rappresentante di classe in una scuola elementare. Se vi è, infatti, un ambito su cui giudicare un presidente di regione questo è proprio quello sanitario, sia perchè è l’unico di sua esclusiva competenza (in tutti gli altri settori condivide cometenze e responsabilità con stato centrale, provincie e comuni), sia perché è la principale voce di spesa (70% circa del bilancio regionale), A ciò aggiungete il fatto che lo smemorato di Terlizzi, contro ogni pronostico, divenne presidente della regione Puglia proprio cavalcando la protesta popolare insorta quando l’allora presidente Fitto avviò il piano di riordino ospedaliero che prevedeva chiusure e dismissioni di numerosi ospedali e raparti, ma inferiori a quelle previste dal piano di rientro che si sta attuando adesso.

Ma al di là dei disastrosi esiti, quali le cause che li hanno determinati e quali le responsabilità e le colpe politiche di chi in questi ultimi anni ha gestito questo settore e le relative ingenti somme di denaro pubblico?

Se da un punto di vista penale il caso Tedesco e le relative accuse mosse dalla magistratura sono ben note e l’unica cosa da fare è attendere l’esito dei processi, da un punto di vista politico e delle relative responsabilità non si può non considerare la posizione di Vendola. Se, infatti, egli era totalmente ignaro di quanto l’assessore più importante della propria squadra di governo, quello con in mano più della metà del bilancio regionale stava illecitamente facendo, non si può non evidenziare il fatto che il presidente, che di quella squandra è il coordinatore e quindi il primo responsabile, se l’è fatta fare sotto il naso. Cosa che da un punto di vista politico è, a mio avviso, molto grave. Chi, persona ragionevole, affiderebbe ad uno del genere l’amministrazione del proprio patrimonio?

Tedesco aveva un conflitto d’interessi grande come una casa e la cosa era ben nota a Vendola. Ciò avrebbe dovuto indurlo ad una più attenta vigilanza. Come si dice: fidarsi è bene non fidarsi è meglio. Tra l’altro il fatto che alla prima indiscrezione giornalistica, senza che la procura di Bari avesse iscritto l’allora assessore nel registro degli indagati o avesse emesso un qualche atto che lo facesse supporre, Tedesco sia stato immediatamente rimosso dal suo incarico con tutto il resto della giunta fa pensare che poi in fondo in fondo la fiducia di Vendola per quella persona non fosse poi tanto profonda.

La responsabilità del piano di rientro in atto in questi mesi, devastante sia da un punto di vista sanitario che occupazionale, dovuto ai 500 milioni di euro di buco nei conti della sanità pugliese, non può escludere certo chi non si è accorto del sistema di corruzione e collusione messo in atto dal Tedesco che, secondo l’accusa, avrebbe pilotato le nomine di direttori generali, direttori sanitari, primari e appalti per la fornitura di servizi e strumentazioni sanitarie per favorire aziende amiche a tutto discapito della qualità e delle casse regionali.

Il buco da 500 milioni non ha però impedito a Vendola di reperire 220 milioni (di cui 60 pronta cassa) da destinare alla realizzazione di un nuovo ospedale a Taranto. Un ospedale che sostituirà i due attualmente presenti ma che avrà un numero di posti letto inferiore a quelli che i due attuali nosocomi garantiscono e che sarà realizzato e gestito da una fondazione di fatto in mano al privato. Il paladino dei beni comuni, almeno a parole, affida al privato la sanità della città più martoriata d’Italia e d’Europa. La scelta di affidare quest’opera e la sua gestione al San Raffele di Milano è stata più volte rivendicata, ribadita e sostenuta a gran voce proprio da Vendola nonostante da più parti si siano sollevati dubbi sull’affidabilità di quell’istituto che da tempo, proprio per via di azzardati metodi gestionali, versa in condizioni economiche decisamente precarie. Neanche dopo il suicidio del braccio destro di Don Verzè pochi giorni dopo il suo interrogatorio come testimone sul crac finanziario della fondazione c’è stato un ripensamento o anche una sola pausa di riflessione. Vendola continua a fidarsi e a ritenere quella scelta una grande opportunità per la Puglia e i Pugliesi. Tanto, nel caso dovesse sbagliarsi o, meglio, non accorgersi di eventuali anomale gestioni tali da causare buchi di bilancio e debiti non sarà certo lui a dover pagare.

In un paese normale i Pugliesi che si vedono chiudere gli ospedali, quelli che devono aspettare mesi per una visita specialistica, per una TAC o una mammografia, quelli costretti ad emigrare in altre regioni per curarsi avviserebbero a gran voce il resto d’Italia su chi sia in realtà Nichi Vendola e cosa vuol dire averlo alla guida di un governo. Ma siamo in Italia e dopo Tedesco e Don Verzè non c’è il due senza il tre.

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Trenta denari

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Le perplessità sono legittime. Si possono accettare soldi da chi inquina e ammorba questa città mettendo a repentaglio la vita nostra e dei nostri figli?

Chiedere alle grandi aziende di contribuire alla vita sociale e culturale di questa città significa avere un´idea strana delle responsabilità di chi inquina. E forse anche della cultura. Intanto chi inquina deve pagare per le bonifiche e adottare tutte le tecnologie del caso per eliminare le emissioni nocive. Alla gente comune basterebbe questo. Senza sconti o strane partite di giro. Del tipo, faccio un po´ di pubblicità e tu non mi attacchi ogni giorno. Del tipo, ti do un po´ di soldi per la squadra del calcio, tanto il popolo, si sa, con la pancia piena e un po´ di spettacoli (panem et circenses) si assopisce. Del tipo, una stagione concertistica fa dimenticare i problemi o rende gli autori dell´inquinamento più umani, meno pervicacemente interessati al profitto.

Non accettate quei soldi, sono trenta denari offerti per tradire la causa della difesa di questa città. Come potrà parlare in libertà chi, accettando i trenta denari, in altra parte del giornale dovrà raccontare dei tumori in crescita, dei miasmi nauseabondi che ammorbano la città, dell´oblio che è calato sui tanti morti “in nome del progresso”. Come potranno le paludate testate giornalistiche parlare ancora della protervia del profitto. Perché di questo si tratta. Di far vincere su tutto il profitto e la competitività. Il mercato. Quel mercato cieco sia in materia di ecologia che di giustizia. Se anche le testate giornalistiche, che dovrebbero essere fredde testimoni della realtà, perdono la capacità di raccontare con lucidità quel che accade a questa città, dobbiamo davvero temere per il nostro futuro, abbandonato nelle mani di chi serve solo il Dio Profitto.

Giovanni Matichecchia

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Categorie : Ecologia/Ambiente
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Lunedì è riniziata la scuola e per molti ragazza e relative famiglie la vita torna al tradizionale ritmo. Per molti ma non per tutti come mi informa questa mamma.

“Scrivo da Parma in uno dei miei soliti viaggi della Vita per curare mio figlio da un male che sappiamo tutti avere una causa ambientale.

Le ragioni che cercano di impormi non mi bastano, io so solo che mio figlio oggi non ha potuto iniziare la sua PRIMA MEDIA e il suo zaino nuovo (“perchè ora sono grande mamma!”) comprato con tanto entusiasmo è rimasto nella sua cameretta che ormai vede così raramente perchè è sempre in corsie d’ospedale.

E’ questa la vita che vogliono imporci? E’ questa la vita che vogliono dare ai nostri figli? Siamo ancora disposti a far pagare a loro la nostra incapacità di tutelarli fino in fondo?

Io non ci sto e per il mio ometto lotterò fino allo stremo delle forze perchè a lui venga ridata la Vita e agli altri bambini di Taranto non gli venga mai più negata.

Non ci sono ragioni che tengano: la salute di mio figlio non vale il posto di un operaio, nè il pil che vogliono far girare. Provi qualcuno a dirmi ancora questa cosa e gli farò vedere le braccia di mio figlio!

Lui oggi doveva essere tra i banchi di scuola e non con una flebo nel suo debole e fragile braccino.

Grazie per tutto ciò che fate per noi, non stancatevi di lottare e fatelo anche per il mio piccolo ometto”.

Quante volte e per quanto tempo un uomo può voltare la testa facendo finda di non vedere?

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Ricevo e volentieri pubblico questa nota del Dr Maurizio Portaluri.

Vendola è politico troppo esperto e conoscitore dell’animo umano troppo profondo per non aver ponderato tutti gli effetti collaterali della sua battaglia per l’ospedale privato-pubblico a Taranto. Quel che sarà il San Raffaele del Mediterraneo nel 2016 ed oltre, dio solo lo sa. Quel che più conta, a mio parere, soprattutto è la simbologia che il dibattito sta generando.
Vendola sa bene che i pugliesi non si fidano di buona parte del servizio sanitario locale, così come non si fidano dell’università, dei politici, delle istituzioni e delle agenzie locali. Egli stesso credo viva come un tradimento ed un fallimento le vicende giudiziarie e la permanente arretratezza della sanità pugliese sotto il suo governatorato tanto da definirla “bubbone” e “casinò” in una deposizione del 2009. Il cavallo di Troia per la presa del palazzo nel 2005, la sanità appunto, si è trasformata in minaccia del mito e del consenso. Ecco allora il simbolo della buona sanità, una meta dei pellegrinaggi della speranza che si trasferisce, come su un tappeto volante, addirittura a Taranto, la città più inquinata e malata. Niente da dire, un colpo da maestro.
Ma appresso al primo simbolo se ne generano altri. L’abbraccio benedicente con il Vaticano, neopadrone del San Raffaele, il cui viatico serve, come quello degli USA e dei filoisraeliani, per governare in Italia. E la chiesa è un problema di non poco conto per la missione nazionale di Vendola. Egli è consapevole che non vedremo cambiare nel corso delle nostre vite, la parte più violenta ed emarginante delle attuali leggi morali della religione cattolica, ma sa bene che sarà sicuramente apprezzata la sua buona disposizione verso quelle “opere di carità” che sono gli ospedali cattolici.
L’incubatore mediatico genera anche il simbolo della fine della baresità. La “prima” università medica d’Italia (e a che posto è scesa quella “barensis”?) sbarca in Puglia e non a Bari. È l’inizio di una Puglia bicentrica? Sicuramente Vendola ha ponderato la reazione, silenziosa e long acting, dei dinosauri dell’accademia. Ha ancora viva la caduta di Fitto per l’oltraggio agli interessi di certa classe medica. E la concretezza di questo simbolo, chiamiamolo, della baresità ferita, è tanto palpabile che il Sindaco di Bari è scattato come una molla e con lui buona parte del PD barese. Questa infatti non dovrebbe scandalizzarsi per il fatto che si danno soldi pubblici ad un privato perché li gestisca. È stato già fatto in Puglia e con il suo consenso, non può essere questa, allora, la ragione della veemente reazione.
Ma c’è ancora un altro simbolo che si genera, anzi si rinforza. Il mantra continuamente ripetuto, in opere ed omissioni, che la sanità pubblica sia ormai irrecuperabile. Tanti soldi pubblici che non producono quanto potrebbero. Un pachiderma alimentato con denaro collettivo che non si piega al suo compito pubblico. Gli alfieri, buffi e retrogradi, di questo compito, fedeli alla missione pubblica del servizio sanitario, si aggirano illusi in strutture dove molti pensano solo all’interesse privato. Come i soldati giapponesi che dopo la fine della seconda guerra mondiale si rifugiarono per decenni nelle isole deserte in attesa degli americani.
L’arcangelo Raffaele, il dolce accompagnatore di Tobia e guaritore della sua cecità, si sentirà invocato in questi giorni, ma, dopo una breve visita in volata, capirà che il suo ospedale nascerà accanto alle macerie degli altri e non so se è proprio quello che desidera sebbene i porporati, che si considerano suoi amici, se la ridano contenti.
Le sento già le critiche dei miei amici per questa lettura disillusa, senza passione e quasi esangue. Le capisco, mi dispiace. Ma il nostro sangue non è più qui, è con i nostri figli e con tutti i giovani che hanno deciso di non stare più tra le macerie.
San Raffaele, ora pro nobis.

Maurizio Portaluri

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04

Colto sul fatto

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La sanità pugliese è allo sfascio, reparti ed interi ospedali chiusi, drammatica carenza di personale, totale assenza di servizi territoriali, strutture fatiscenti, inadeguate e in numerosissimi casi incapaci a soddisfare le più banali esigenze di diagnosi e cure (provate ad andare all’ospedale di Ostuni di notte o in un festivo per un trauma medio e vedete se non vi rinviano al giorno dopo per le indagini del caso). La colpa di tutto ciò non può certo essere totalmente ascritta a chi oggi amministra la regione e chi nel settore vi opera non può certo ritenersi esente da colpe (compreso chi scrive), ma di sicuro c’è che in questi anni la politica nulla ha fatto per migliorare la situazione o almeno evitare questo sprofondamento.

In questo contesto la regione ha deciso di investire oltre 200 milioni per la realizzazione di un nuovo ospedale nella città di Taranto. L’idea non è di per se deprecabile, lo è semmai il metodo con cui questa scelta è stata portata avanti e le numerose ombre che questo metodo si porta appresso associata alla drammatica situazione in cui versa la sanità pugliese, che avrebbe meritato scelte di più buon senso. Mia idea del tutto personale è che l’obbiettivo vero sia quello di smantellare la sanità pubblica per poterla poi consegnare ai privati cosa che, un passo alla volta, stanno realizzando.

Dopo lo scandalo finanziario che ha coinvolto il San Raffaele si sono ravvivate le critiche al progetto pugliese, tanto che anche i più convinti hanno palesato una serie di dubbi e ripensamenti. Non Vendola che nei giorni scorsi in una apposita conferenza stampa ha sostenuto con vigore la sua posizione, ribadita poi in una lettera al Fatto Quotidiano con cui ha voluto rispondere ad una serie di quesiti. A seguire le considerazioni su questa ed altre questioni di  Marco Travaglio. Giudicate voi ma a me non pare che il candidato a leader del centrosinistra italiano ne esca bene e se fino ad ora lo avete considerato comunque il meno peggio, riflettete.

Gentile presidente Vendola, La ringrazio per la sollecita risposta alle domande del Fatto. E La ringrazio doppiamente visto che alcuni colleghi non hanno avuto la mia stessa fortuna, pur ponendoLe interrogativi analoghi ai nostri da molto più tempo. Ma, se Le dicessi che le Sue risposte mi soddisfano, mentirei. La invito pertanto a un serrato confronto in redazione, magari dinanzi alle telecamere della nostra embrionale web-tv, per discutere più a fondo con qualcuno dei suoi storici oppositori.

1. Non ho mai pensato, né dunque scritto, che Lei “faccia affari” con chicchessia. Temo però che faccia fare dei pessimi affari alla Regione che Lei presiede. Per esempio, regalando l’intero ciclo dello smaltimento rifiuti al gruppo Marcegaglia, ricambiato con giudizi più che lusinghieri sul quotidiano di Confindustria, il Sole 24 Ore. Per esempio, affidando ad Alberto Tedesco, titolare di un mostruoso conflitto d’interessi familiare, la Sanità regionale. E, per esempio, scegliendo a trattativa privata, senza gara, il San Raffaele di don Verzé come partner privato della Regione per costruire e gestire il nuovo mega-ospedale di Taranto. Le mie, dunque, sono critiche politiche, non penali, anche se sconfinano quasi tutte nella questione morale: anzi, meglio, nell’irrisolto problema dei rapporti fra politica e affari.

2. Vedo che Lei accenna a un Suo “errore di presunzione”, ma non nomina mai il senatore Tedesco, suo ex assessore alla Sanità, indagato (con richiesta d’arresti domiciliari respinta dal Senato) per gravi reati che avrebbe commesso proprio nei due anni di presenza nella Sua prima giunta. Ancora non è chiaro perché Lei l’avesse nominato proprio alla Sanità quando Tedesco ci ha raccontato lui stesso – Le aveva fatto presente che la sua famiglia possedeva aziende fornitrici della Sanità pugliese.
Se è a quel caso che allude quando ammette l’”errore di presunzione”, Le fa onore l’autocritica, ma che c’entra la “presunzione”? In quel caso Lei ha dato prova di una preoccupante insensibilità ai conflitti d’interessi, mettendosene in casa uno di proporzioni gigantesche,perfettamente in linea col suo ex partito (Rifondazione) che se n’è sempre bellamente infischiato del conflitto d’interessi di Berlusconi (e dunque di tutti gli altri).
Poi, quando è scattata l’indagine per corruzione, Lei si vanta di aver “reagito con radicalità e tempestività”, caldeggiando e/o accettando le dimissioni dell’assessore inquisito (e ci mancherebbe altro). Ma Le pare normale mettere la volpe a guardia del pollaio e poi cacciarla quando – sai che sorpresa – viene beccata a mangiarsi le galline?

3. Anche sulla decisione di costruire un nuovo ospedale a Taranto, e per giunta di affidarlo al San Raffaele, le mie critiche sono squisitamente politiche, e anche un po’ morali, visti i rapporti di don Verzé prima con Craxi, poi con Berlusconi, e visto lo stato prefallimentare del San Raffaele. E vedo che, un po’ tardivamente, dopo le contestazioni dell’Idv, ora le obiezioni cominciano a muovergliele anche i Suoi alleati del Pd.
Anzitutto, se il San Raffaele del Mediterraneo è una struttura pubblica (e, almeno per il finanziamento lo è, visto che la Regione spenderà 200 milioni di cui 60 già versati), s’imponeva una gara internazionale, visto l’importo dell’opera. Lei dice di aver scelto quasi due anni fa l’affidamento privato perché il San Raffaele è molto prestigioso e preferiva “un processo accelerato”: e allora perché del nuovo ospedale non è stata ancora neppure posta la prima pietra?

4. Apprendo che Lei considera don Verzé un “diavolo di prete”. L’ha scoperto di recente o lo pensava già l’anno scorso quando, in piena campagna elettorale per la Sua rielezione a governatore, presentando assieme a Lei il mega-progetto San Raffaele del Mediterraneo, quel diavolo di prete ebbe a definirla pubblicamente dinanzi a molti pugliesi in trasferta a Milano “un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore”, “dotato di un fondo di santità come Berlusconi” e invitò tutti a “eleggerlo ancora presidente della Regione Puglia almeno per altri 5-10 anni”, impegnandosi in caso di mancata elezione a “nominarlo comunque presidente del San Raffaele del Mediterraneo”?

5. L’utilità o meno del nuovo ospedale – ne convengo con Lei – è “opinabile” come ogni scelta politica. Ma continuo a domandarmi come spera, Lei, di ridurre il turismo sanitario dei malati tarantini fuori città o fuori regione sostituendo due vecchi ospedali da 680 posti letto in tutto con uno nuovo da 580 (come risulta a me) o dotato degli “identici posti letto” (come mi scrive Lei). Oltre ai due ospedali tarantini esistenti, il Suo piano prevede di chiuderne altri tre nella provincia di Taranto, 18 in tutto nell’intera regione.
Forse la sanità pugliese, una delle più indebitate d’Italia, dovrebbe risparmiare quattrini, rinunciando al faraonico San Raffaele per ammodernare le strutture esistenti e migliorare i servizi: sbaglio o in Puglia il tempo di attesa medio per una mammografia o un esame cardiologico oscilla fra i due e i tre anni? Oltretutto la Sua giunta, presidente Vendola, ha appena alzato l’aliquota dell’addizionale Irpef fino al tetto massimo per coprire il buco sanitario: non era meglio colmarlo con i 200 milioni destinati a don Verzé, invece di tassare un’altra volta i pugliesi?

6. L’unica risposta in prosa della Sua poetica lettera, è l’annuncio di sospensione del bando per la progettazione del nuovo nosocomio alla luce del mega-buco di 1 miliardo di euro che ha portato il San Raffaele sull’orlo del fallimento. Perché – scrive Lei – “se il San Raffaele fallisce, cercheremo un nuovo partner”. Monsieur de Lapalisse, quello che un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo, non avrebbe potuto dire meglio. Il guaio è che lo stato di decozione del San Raffaele non è una scoperta dell’ultim’ora.
Forse una gara pubblica avrebbe fatto emergere i buchi neri della fondazione di don Verzé & Berlusconi fin dall’inizio. Tantopiù che gli affari pugliesi del San Raffaele sono racchiusi in una fantomatica società “13 maggio”, che associa don Verzé a due imprenditori già finiti sotto inchiesta (quelli della nota cooperativa ciellina La Cascina) e che era presieduta fino a un mese fa da Mario Cal, il braccio destro di quel diavolo di prete, ora prematuramente scomparso perché si è sparato quando la Procura di Milano ha messo il naso nei conti.
Ecco, invece di attendere l’eventuale fallimento della Fondazione per cercare un nuovo partner, non sarebbe il caso di fermare le bocce e rimettere tutto il progetto in discussione? Magari un sostenitore come Lei delle primarie potrebbe promuovere un bel referendum tra i pugliesi, per sapere direttamente da loro quale soluzione preferiscono.

7. Taccio sull’incredibile speculazione edilizia che si cela dietro il progetto del nuovo ospedale, con la Fintecna Immobiliare (ministero del Tesoro, Tremonti-Berlusconi) che baratta la variante urbanistica necessaria per costruirlo sulle sue aree in cambio della destinazione a edilizia residenziale, uffici e centri commerciali di terreni riservati a verde, parcheggi, ospedali. Ma pure questo è un problema, non trova?

8. A proposito dell’Ilva di Taranto: il 26 giugno l’Arpa Puglia (controllata dalla Regione) vi ha riscontrato il doppio delle emissioni consentite dalla legge regionale. Il picco è stato registrato a maggio con la presenza di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino del siderurgico, con un valore medio di 0,70 nanogrammi al metro cubo (contro 0,40 consentiti). Dove sarebbe dunque il mirabolante miglioramento ambientale da Lei vantato? È fantascienza o prosa amministrativa? Narrazione, poesia o che altro?

Marco Travaglio

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A ricordarci il dramma della diossina a Taranto è l’annuncio della imminente macellazione e distruzione di altre 650 pecore di due allevamenti del territorio tarantino non vicinissimi agli insediamenti industriali noti per gravi emissioni in atmosfera.

E’ un nuovo atto del dramma che si recita sulla pubblica scena di Taranto dal 2005 ma che è nato ancor prima di quella data. Di quest’ultimo atto, ad oggi, sappiamo poco. Non abbiamo effettuato alcuna verifica rispetto all’area di 20 Km di raggio interdetta al pascolo dalla Regione; né sappiamo se le pecore destinate alla distruzione hanno pascolato nell’area proibita. Di certo sappiamo che le carni di quelle pecore, agli esami del Dipartimento di prevenzione di ASL/Taranto, sono risultate contaminate da diossina con valori che superano i valori di legge.

E’ certo che la legge impone che carni così contaminate non possano entrare in alcun modo nella catena alimentare destinata agli esseri umani. Noi uomini e donne del volontariato sanitario e ecologista sentiamo il peso di avere avviato e alimentato questo dramma, segnalando la presenza di diossina nell’atmosfera, nel terreno, nel latte delle puerpere, nel sangue di cittadini, nelle acque di falda, nel formaggio, nelle uova e nei fegatini a un’opinione pubblica ignara e soprattutto alle Istituzioni fino ad allora totalmente dormienti ed oggi ancora titubanti.

Ci siamo immediatamente schierati anche dalla parte degli incolpevoli allevatori, vittime e loro malgrado protagonisti di comprensibile contrasto e resistenza. La rappresentanza degli allevatori direttamente toccati dal dramma annuncia oggi reazioni dure che potrebbero avere conseguenze inimmaginabili. Noi siamo ancora una volta dalla loro parte e stigmatizziamo l’inerzia delle Istituzioni nei confronti di un problema immenso che esorbita dai limiti della pressione del locale mondo sanitario ed ecologista.

A sei anni dalla denuncia della presenza della diossina nell’atmosfera, nel terreno e nelle acque di Taranto ancora non si sa ufficialmente da dove arriva, né si conosce chi è l’inquinatore che deve pagare per i danni provocati, né chi deve provvedere a bonificare i luoghi inquinati, né se sarà imposta la cessazione dell’inquinamento. Nel frattempo si pretende di far rispettare le leggi che ci sono e, purtroppo per gli allevatori, le leggi sulle carni inquinate delle pecore sono chiare e non sono derogabili. Ma se in difesa dei loro averi gli allevatori dovessero incorrere in qualche reazione inusuale, ci sarà qualcuno che avvertirà la responsabilità morale di tanti guai?
Ora il dramma tocca in maniera inequivocabile le pecore e gli allevatori. Ma in modo sottaciuto ancorchè prolungato nel tempo, la mattanza non riguarda anche gli esseri umani? Di quali altri stimoli hanno bisogno le Istituzioni responsabili, nazionali, regionali e locali, per avviare l’indagine epidemiologica sul quartiere Tamburi, sull’intera città di Taranto e sui lavoratori impegnati negli stabilimenti tarantini la cui tipologia dalla letteratura mondiale è annoverata tra quelle gravemente inquinanti?

Tutti i segnali che arrivano, o meglio che non arrivano, dal mondo politico, istituzionale e industriale dicono che la situazione a Taranto è a un punto di non ritorno.

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Categorie : Ecologia/Ambiente
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