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Per i promotori si tratterebbe di un progetto “strategico”, del quale l’Italia non può fare a meno, sembra che senza quel supertunnel ferroviario di oltre 50 km di lunghezza sotto le Alpi, l’Italia sia destinata a un declino epocale, tagliata fuori dall’Europa.
Chiacchiere senza un solo numero a supporto, è da vent’anni che le ripetono e mai abbiamo visto supermercati vuoti perché mancava quel buco. I numeri invece li hanno ben chiari i cittadini della Valsusa che costituiscono un modello di democrazia partecipata operante da decenni, decine di migliaia di persone , lavoratori, pubblici amministratori, imprenditori, docenti, studenti e pensionati, in una parola il movimento “No Tav”, spesso dipinto come minoranza facinorosa, retrograda e nemica del progresso. Numeri che l’Osservatorio tecnico sul Tav presieduto dall’architetto Mario Virano si rifiuta tenacemente di discutere….. Proviamo qui a metterne in luce qualcuno. Il primo assunto secondo il quale le merci dovrebbero spostarsi dalla gomma alla rotaia è di natura ambientale: il trasporto ferroviario, pur meno versatile di quello stradale, inquina meno. Il che è vero solo allorché si utilizza e si migliora una rete esistente. Se invece si progetta un’opera colossale, con oltre 70 chilometri di gallerie, dieci anni di cantiere, decine di migliaia di viaggi di camion, materiali di scavo da smaltire, talpe perforatrici, migliaia di tonnellate di ferro e calcestruzzo, oltre all’energia necessaria per farla poi funzionare, si scopre che il consumo di materie prime ed energia, nonché relative emissioni, è così elevato da vanificare l’ipotetico guadagno del parziale trasferimento merci da gomma a rotaia.
I calcoli sono stati fatti dall’Università di Siena e dall’Università della California. In sostanza la cura è peggio del male. Veniamo ora all’essere tagliati fuori dall’Europa: detto così sembra che la Val di Susa sia un’insuperabile barriera orografica, invece è già percorsa dalla linea ferroviaria internazionale a doppio binario che utilizza il tunnel del Frejus, ancora perfettamente operativo dopo 140 anni, affiancato peraltro al tunnel autostradale.
Questa ferrovia è attualmente molto sottoutilizzata rispetto alle sue capacità di trasporto merci e passeggeri, sarebbe dunque logico prima di progettare opere faraoniche, utilizzare al meglio l’infrastruttura esistente. Lyon-Turin Ferroviarie a sostegno della proposta di nuova linea ipotizza che il volume dell’interscambio di merci e persone attraverso la frontiera cresca senza limiti nei prossimi decenni. Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino dimostra che “assunzioni e conclusioni di questo tipo sono del tutto in-fondate”. I dati degli ultimi anni lungo l’asse Francia-Italia smentiscono infatti questo scenario: il transito merci è in calo e non ha ragione di esplodere in futuro.
Un rapporto della Direction des Ponts et Chaussées francese predisposto per un audit all’Assemblea Nazionale nel 2003 afferma che riguardo al trasferimento modale tra gomma e rotaia, la Lione-Torino sarà ininfluente. E ora i costi di realizzazione a carico del governo italiano: 12-13 miliardi di euro, che considerando gli interessi sul decennio di cantiere portano il costo totale prima dell’entrata in servizio dell’opera a 16-17 miliardi di euro. Ma il bello è che anche quando funzionerà, la linea non sarà assolutamente in grado di ripagarsi e diventerà fonte di continua passività, trasformandosi per i cittadini in un cappio fiscale.
Ho qui sintetizzato una minima parte dei dati che riempiono decine di studi rigorosi, incluse le recenti 140 pagine di osservazioni della Comunità Montana Valle Susa e Val Sangone, dati sui quali si rifiuta sempre il confronto, adducendo banalità da comizio tipo “i cantieri porteranno lavoro”. Ma suvvia, ci sono tanti lavori più utili da fare! Piccole opere capillari di manutenzione delle infrastrutture italiane esistenti, ferrovie, acquedotti, ospedali, protezione idrogeologica, riqualificazione energetica degli edifici, energie rinnovabili.
Non abbiamo bisogno di scavare buchi nelle montagne che a loro volta ne provocheranno altri nelle casse statali, altro che opera strategica! Seguendo lo stesso criterio, anche l’Expo 2015 di Milano sarebbe semplicemente da non fare, chiuso il discorso. Sono eventi che andavano bene cent’anni fa. Se oggi in Italia tanti comitati si stanno organizzando per dire “no” alle grandi opere e per difendere i beni comuni e gli interessi del Paese, non è per sindrome Nimby (non nel mio cortile), bensì perché per troppo tempo si sono detti dei “sì” che hanno devastato il paesaggio e minato la nostra salute fisica e mentale.
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La famiglia Brambilla ha un sacco di debiti con le banche. Dal mutuo contratto per acquistare la casa in cui vive a quello per l’appartamentino al mare, dalle rate delle nuove auto euro 5, alle carte di credito argentate e dorate, per finire con i finanziamenti “generosamente” devoluti da un paio di società finanziarie dalla bocca buona.
Negli anni passati tutti la invitavano ad indebitarsi a più non posso, dal momento che “vivere a debito” più che una moda sembrava fosse diventata una filosofia di vita.
Fino all’altro giorno, quando il direttore di banca, quello nuovo dallo sguardo severo, ha telefonato a casa per dire che così non va. Occorre impostare un severo piano di rientro che consenta una progressiva riduzione del debito, costi quel costi, ma si deve fare.
La famiglia Brambilla, riunita in salotto davanti al mega schermo lcd, inizia a prendere le proprie decisioni, gravi ma necessarie, dal momento che l’alternativa sarebbe la bancarotta.
La scuola di calcio e la nuova playstation del piccolo Enrico non si possono toccare, però si potrebbe evitare di portarlo dal dentista e di comprargli libri che in fondo neanche legge.
Per quanto riguarda Cristina, guai a toccare le lezioni di danza o mettere in predicato l’arrivo del motorino, o peggio ancora ridurre il budget per i concerti o quello per l’intervento al seno, ne farebbe una malattia…..
In compenso non se ne avrà certo a male se in casa cambieremo il regime alimentare, si può dimezzare il budget acquistando solo nei discount. E neppure se sospenderemo la ginnastica per correggere la scoliosi che costa un sacco di soldi.
Giuseppe dal canto suo non è certo disposto a rinunciare al suv nuovo di zecca, che oltretutto gli da un certo tono, né tantomeno all’abbonamento della pay TV o alle cenette al club dove c’è tanta “bella gente”. Però ci si può trasferire in quell’appartamento in affitto, quello bello che però costa poco, perché di fronte c’è l’industria chimica e poco lontano stanno costruendo l’inceneritore. E mandare a quel paese il dentista che gli ha chiesto un capitale per sistemargli i denti, in fondo basta mangiare cibi morbidi, che sarà mai.
Barbara non può certo prescindere dalle sue priorità, il centro estetico, la chirurgia anti età e qualche vestitino firmato da sfoggiare con le amiche, però di cose da tagliare ce ne sono eccome. Ad iniziare dalla mania per i cibi biologici che in fondo era solo una moda, dalla casa al mare dove si finiva per andare solo a fare le pulizie e dalle cure del naturopata, in virtù del quale il medico della mutua andrà benissimo.
L’Italia in buona sostanza è una famiglia Brambilla allargata, che posta dinanzi al diktat della BCE, si trova nella condizione di decidere dove tagliare e dove spendere.
E come la famiglia Brambilla sceglie di continuare a sperperare miliardi nella costruzione di nuove infrastrutture tanto inutili quanto devastanti, TAV, Ponte sullo Stretto, inceneritori et similia.
Di acquistare tonnellate di armi di ogni genere, dai droni Predator agli F35. Di stipendiare principescamente migliaia di soldati, mandati a combattere le guerre altrui. Di continuare a foraggiare la classe politica e dirigente più pagata d’Europa. Di organizzare kermesse, esposizioni e convegni (G8, Expo, Italia 150) spendendo cifre sufficienti a costruire decine e decine di ospedali.
Mentre al contempo taglia drasticamente la sanità, ormai ridotta sull’orlo del collasso. Lascia andare in rovina il patrimonio pubblico, con le scuole fatiscenti che crollano sulla testa degli alunni. Non si cura del degrado del territorio, soggetto a frane ed alluvioni ogni volta che piove. Elimina ogni tipo di ammortizzatore sociale, abbandonando la massa dei disoccupati e precari (sempre più consistente ogni giorno che passa) al proprio destino.
Taglia le pensioni ed i salari, deprivando i cittadini di ogni prospettiva occupazionale.
Qualora vi venisse chiesto se preferite tagliarvi la barba o una gamba, penso nessuno di voi avrebbe dubbi in proposito. Ma cosa pensare di una classe politica (tutta) che, dopo aver scelto la gamba, continua a raccogliere il consenso unanime della popolazione?
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La voracità della classe polica e dei partiti con i loro milionari finanziamenti pubblici, gli stipendi da decine di migliaia di euro al mese, le superpensioni dopo solo cinque anni di “duro” lavoro non si pone alcun limite. Così come i maiali continuano a mangiare finchè c’è un qualcosa nella mangatoia sino a mangiarsi pure la mangiatoia stessa così la casta che da un lato chiede continui sacrifici lacrime e sangue ai propri sudditi dall’altro sfrutta in ogni modo tutti i frutti che gli stessi sudditi silenziosamente continuano a produrre. E allora mentre, anche giustamente, si pongono limiti all’utilizzo improprio di risorse pubbliche come ad esempio l’impossibilità di accedere ad alcuni siti non funzionali alle attvità lavorative tipo facebook e youtube dai computer di aziende pubbliche ed il giustissimo divieto di utlizzare le line telefoniche aziendali per telefonate private, la casta non perde occasione per vivere a scrocco della società nelle migliori attitudini ed abitudini dei parassiti. Ma vediamo di andare nel dettaglio che poi mi accusano di essere un qualunquista e di limitarmi alle allusioni.
Dei voli di stato usati impropriamente e delle auto blu per andare allo stadio a vedere la partita ne hanno parlato e documentato già in tanti. Guardando alla nostra piccola città bianca vi ho già parlato dei miserabili comportamenti che dimostrano questo atteggiamento di superiorità della casta politica (vedi il comodo culo della casta), oggi voglio concentrare lo sguardo su un altro aspetto che, aimè, ho voluto gia dichiarare su facebook ricevendo in cambio una serie di irripetibili insulti. (qui)
Quando un rappresentante istituzionale, sia esso un ministro, il presidente della camera, il presidente di una regione o altro, si muove per il paese lo fa sempre in qualità della carica che ricopre portandosi appresso tutto il relativo staff (collaboratori, organizzatori, consiglieri, etc) nonchè il personale di scorta. Tutto questo ha un costo tra trasporti, vitto, alloggio, indennità di trasferta ed altro; va da se che se tali trasferte sono conseguenza di impegni istituzionali queste spese sono pienamente accettabili e sacrosante, ma quando non è così che accade? Assolutamente nulla, nel senso che chi paga è sempre lo stesso, io, voi, noi.
Per capirci meglio quando il Presidente della Camera si reca a Milano per partecipare al congresso fondativo di FLI sono io, siete voi, siamo noi che paghiamo il viaggio ed il soggiorno di Fini e del suo codazzo di collaboratori e agenti della sicurezza. Ma questo non è un impegno istituzionale e forse forse le relative spese dovrebbero essere accreditate a Fini ed al suo partito piuttosto che ai contribuenti. Stessa situazione la possiamo attribuire a tutti, ma proprio tutti, gli altri pollitici che ricoprono una qualche carica istituzionale come, a titolo semplicemente esemplificativo, il nuovo che avanza ovvero il nostro “caro” e ben pagato presidente della regione Puglia Vendola impegnato da un pò di tempo sia a divenire leader nazionale della coalizione di centrosinistra sia a sostenere i candidati del proprio partito impegnati nelle elezioni amministrative, ivi compreso il compagno Pisapia. Partecipazione a programmi televisivi e comizi a sostegno dei candidati sono tutti impegni che nulla hanno a che vedere con la carica istituzionale che ricopre e pertanto dovrebbero essere espletate senza utilizzo alcuno di risorse pubbliche siano essi denari o personale vario. Eppure….
Badate bene, in tutto questo non c’è nulla di illegale o truffaldino. Il tutto è regolare, sono diritti acquisiti da questi illustri rappresentanti del popolo e non è possibile alcuna denuncia in proposito. D’altronde non potrebbe essere diversamente visto che beneficiari e legislatori sono le medesime persone.
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Pensate ai tagli alla sanità, alla scuola, all’università, alla cultura e a tutti i servizi che lo Stato, il terzo dell’Unione Eurpea per livello di imposizione fiscale, non eroga più o per i quali vi richiede un ticket e poi pensate al finanziamento pubblico ai partiti, pardon, ai rimborsi elettorali, che il finanziamento pubblico ai partiti è stato abolito nel 1993 con referendum.
Da quando è stato abolito, per effetto di una legge introdotta nello stesso 93 e poi aggiornata successivamente pro domo loro, “rimborsiamo” ora ai partiti oltre 10 volte in più di quello che li “finanziavamo” prima.
E per effetto dei meccanismi previsti dai simpatici legislatori il rimborso si eroga anche se la legislatura chiude anticipatamente.
Stiamo ancora pagando i 468,8 milioni di rimborso della legislatura Prodi durata neppure 2 anni. E riescono pure a farsi rimborsare ben più di quanto dichiarano di spendere. La Corte dei Conti fornisce questi dati: tra il 1994 e il 2010 le spese dei partiti per le elezioni politiche sono ammontate a circa 579 milioni di euro. I contributi erogati dallo Stato, però, hanno superato i 2,2 miliardi di euro, il 389% in più. Questo solo per le politiche, poi ci sono europee, regionali ecc. ecc, senza contare infine tutte quelle spese che ci accolliamo quando un leader con incarichi istituzionali se ne va in giro per l’Italia a sostenere i soci in affare. Forse nessuno ci riflette ma quando un Governatore tipo Vendola va a Milano, non per impegni istituzionali, ma per sostenere il condidato Pisapia, chi si accolla le spese di trasferta per lui e tutto il personale che si porta appresso tra staff e scorta?
Dite che potrebbero essere soddisfatti? Ma quando mai.
Alla Camera una proposta di legge, primo firmatario è Ugo Sposetti, ex tesoriere Ds, ora deputato PD, ma sottoscritta da altri 58 parlamentari multipartisan, dal Pdl all’Idv, passando per l’Udc (dove c’è partito, c’è grana) con la quale si vorrebbero altri 345 milioncini di euro da assegnare ai partiti tra ulteriori rimborsi elettorali e finanziamenti alle fondazioni culturali ai partiti legate.
Conoscete nessun precario, disoccupato, cassintegrato o con la pensione minima che possa dare un contributo a questi signori?
Forse solo una catastrofe naturale potrebbe estinguere i rimborsauri o, magari, una bella catastrofe a 5 Stelle.
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Vi piacerebbe possedere un’auto che brucia benzina e consuma olio e pneumatici anche quando è parcheggiata? No, probabilmente no. Se poi, quando mettiamo in moto la macchina, questa non si muove o va avanti a tre cilindri (nella migliore delle ipotesi) è facile incominciare a pensare che si è vittime di una grossa fregatura.
Eppure, che vi piaccia o no, è proprio quello che succede a tutti noi in Italia. In Italia ci sono un milione e mezzo di persone che vivono di politica. Su quasi 23 milioni di occupati in Italia, il 6% trae il proprio sostentamento da attività politiche o “dall’indotto”, per utilizzare impropriamente un termine industriale.
E quanto costa l’ambaradan? Quasi 20 miliardi di euro all’anno, l’importo di un’importante manovra finanziaria, praticamente quanto si spende per mantenere esercito, marina e aviazione messe insieme in un anno, l’equivalente di un punto di PIL. Clamoroso. I numeri, già di per se’ impressionanti, diventano inaccettabili quando li si parametrizza al prodotto di questa “industria” in termini di programmazione, innovazione della società e progresso sociale.
I dati shock non vengono da un’organizzazione anarchica o da un’inchiesta giornalistica, ma da uno studio del sindacato UIL, un’organizzazione organica al sistema e che, probabilmente, ha stimato per difetto le sue valutazioni, anche tenendo conto del fatto che nel rapporto (ma guarda un pò) non si parla di sindacati i quali contano decine di migliaia di addetti a tempo pieno che,ovviamente, gravano sul sistema.
Di seguito potete leggere il rapporto, così quando vi mangerete il fegato lo farete sulla base di dati di fatto e non solo sul sentito dire. Buona lettura.
Secondo le nostre stime, sono oltre 1,3 milioni le persone che vivono direttamente, o indirettamente, di politica. Un esercito composto da oltre 145 mila tra Parlamentari, Ministri, Amministratori Locali di cui 1.032 Parlamentari nazionali ed europei, Ministri e Sottosegretari; 1.366 Presidenti, Assessori e Consiglieri regionali; 4.258 Presidenti, Assessori e Consiglieri provinciali; 138.619 Sindaci, Assessori e Consiglieri comunali.
A questi vanno aggiunti gli oltre 12 mila consiglieri circoscrizionali (8.845 nelle sole Città Capoluogo); 24 mila persone nei Consigli di Amministrazione delle 7 mila società, Enti, Consorzi, Autorità di Ambito partecipati dalle Pubbliche Amministrazioni; quasi 318 mila persone che hanno un incarico o una consulenza elargita dalla Pubblica Amministrazione; la massa del personale di supporto politico addetto agli uffici di gabinetto dei Ministri, Sottosegretari, Presidenti di Regione, Provincia, Sindaci, Assessori Regionali, Provinciali e Comunali; i Direttori Generali, Amministrativi e Sanitari delle ASL; la moltitudine dei componenti dei consigli di amministrazione degli ATER e degli Enti Pubblici.
Ogni anno i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a circa 18,3 miliardi di euro, a cui occorre aggiungere i costi derivanti da un “sovrabbondante” sistema istituzionale quantificabili in circa 6,4 miliardi di euro, arrivando così alla cifra di 24,7 miliardi di euro. Una somma che equivale al 12,6% del gettito Irpef (comprese le Addizionali locali), pari a 646 euro medi annui per contribuente.
Per il funzionamento degli Organi dello Stato centrale (Presidenza della Repubblica, Camera dei Deputati, Senato della Repubblica e Corte Costituzionale, Presidenza del Consiglio, Indirizzo politico dei Ministeri) secondo il Bilancio preventivo dello Stato, quest’anno i costi saranno di oltre 3,2 miliardi di euro (82 euro medi per contribuente). Per gli Organi di Regioni, Province e Comuni (funzionamento Giunte e Consigli) i costi ammontano a 3,3 miliardi di euro (85 euro medi per contribuente). Per il funzionamento della Presidenza della Repubblica, Camera dei Deputati, Senato della Repubblica e Corte Costituzionale, per il 2011, sono previste spese per quasi 2 miliardi di euro. Per il funzionamento della Corte dei Conti, Consiglio di Stato, CNEL, CSM, Consiglio Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia, nel Bilancio dello Stato sono stati stanziati 529 milioni di euro. Per il solo funzionamento della Presidenza del Consiglio, per il 2011, sono previste spese per 477 milioni di euro. I costi per l’indirizzo politico dei Ministeri (che comprendono esclusivamente i costi di funzionamento dei Centri di responsabilità amministrativa quali il Gabinetto e gli uffici di diretta collaborazione all’opera del Ministro) ammontano nel 2011 a 226 milioni di euro. Nel 2010 il solo costo per il funzionamento dei Consigli e Giunte Regionali è stato di circa 1,2 miliardi di euro, pari al 14,1% del gettito derivante dall’Addizionale Regionale IRPEF.
Per le Province il costo per il funzionamento dei rispettivi Consigli e Giunte, come si ricava dai certificati consuntivi del 2008 (ultimo dato omogeneo pubblicato dal sito del Ministero degli Interni) è stato di circa 455 milioni di euro.
Per i Comuni, comprese le Comunità Montane e le Unioni dei Comuni, nel 2008 (vale lo stesso discorso delle Province) il costo per il funzionamento delle Giunte e Consigli è stato di oltre 1,6 miliardi di euro, che equivale al 55,8% del gettito delle Addizionali Comunali IRPEF. Per le consulenze, gli incarichi, le collaborazioni e le spese per i comitati e varie commissioni la spesa nel 2009 è stata di 3 miliardi di euro.
Per i compensi, le spese di rappresentanza, il funzionamento dei consigli di amministrazione, organi collegiali, delle Società pubbliche o partecipate ed Enti, locali e nazionali, si sono spesi nel 2010 2,5 miliardi di euro. I costi di gestione del parco auto della Pubblica Amministrazione (auto blu e grigie), secondo una stima molto prudente, ammontano a circa 4,4 miliardi di euro l’anno.
Il costo per la direzione delle 255 Aziende sanitarie e ospedaliere è di oltre 350 milioni di euro; mentre il costo dei Consigli di Amministrazione degli Ater/Aler è di circa 40 milioni di euro. I costi per il personale contrattualizzato, di nomina politica, per le Segreterie di Presidenti, Sindaci e Assessori, secondo nostre stime, si aggirano intorno a 1,5 miliardi di euro l’anno.
Fin qui i costi diretti e indiretti della politica per un importo – come già sopra precisato – pari a 18,3 miliardi di euro.
Si possono, inoltre, ottenere risparmi di spesa, quantificabili in almeno 6,4 miliardi di euro, approntando una riforma per ammodernare e rendere efficiente il nostro sistema istituzionale. Basti pensare, ad esempio, che se le Province si limitassero a spendere risorse, soltanto per i propri compiti attribuiti dalla Legge, il risparmio sarebbe quantificabile in 1,2 miliardi di euro annui.
Inoltre, se si accorpassero gli oltre 7.400 Comuni al di sotto dei 15 mila abitanti, il risparmio ammonterebbe a circa 3,2 miliardi di euro. Senza contare che con una più “sobria” gestione del funzionamento degli uffici regionali, si potrebbero risparmiare 1,5 miliardi di euro.
Oltre 500 milioni di euro l’anno potrebbero arrivare da una razionalizzazione del funzionamento dello Stato centrale e degli uffici periferici, anche a seguito del decentramento amministrativo avvenuto in questi anni (come nel caso dei Ministeri del Turismo, dei Giovani, degli Affari regionali e di vari dipartimenti affidati a diversi sottosegretari).
È del tutto evidente che sarebbe impossibile una riduzione tout court dei costi analizzati. Riteniamo, tuttavia, che senza ridurre minimamente il servizio ai cittadini e senza intaccare i processi democratici, alla base delle Istituzioni, si possa determinare una riduzione del 20% dei costi diretti e indiretti della politica (18,3 miliardi di euro). Si potrebbero così ottenere 3,7 miliardi di euro a cui aggiungere i risparmi per l’efficientamento delle Istituzioni pubbliche (6,4 miliardi di euro). Si tratterebbe complessivamente di 10,1 miliardi di euro l’anno a disposizione per politiche fiscali e/o sociali a vantaggio di tutti i cittadini. È significativo sottolineare che questa cifra sarebbe sufficiente per azzerare del tutto le addizionali regionali e comunali Irpef.
Se poi questa cifra dovesse essere dirottata esclusivamente a favore dei lavoratori dipendenti e pensionati si potrebbe, ad esempio, ottenere una permanente detassazione della tredicesima con un vantaggio economico pari a circa 400 euro in busta paga.
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Ricevo e volentieri pubblico. Meditate gente meditate.
Sulla base delle conoscenze disponibili riguardo le caratteristiche dei vaccini antiHPV (si consulti il sito: www.saperidoc.it), le questioni aperte sono:
a) l’efficacia dei vaccini è stata verificata considerando la riduzione di incidenza delle displasie gravi e non del tumore del collo dell’utero, per la qual cosa è necessario attendere 30-40 anni. Pertanto è informazione ingannevole dichiarare che i vaccini disponibili prevengono detto tumore e le Autorità competenti hanno la responsabilità e l’obbligo di intervenire al riguardo.
b) la persistenza dello stato di immunità indotto dalla vaccinazione è stato valutato sul periodo di 5 anni e l’eventuale rivaccinazione, che si renderebbe necessaria in caso di immunità non persistente “long life”, riguarderebbe persone sessualmente attive e quindi a rischio di infezione da HPV nel periodo finestra tra l’evanescenza dell’immunità e la rivaccinazione. È accertato che la vaccinazione non è efficace in caso di precedente infezione.
c) assunto che la profilassi vaccinale con i vaccini disponibili protegge dall’infezione di alcuni ceppi HPV che si ritiene siano associati come causa necessaria (ma non sufficiente) al 70% dei casi di tumore (al riguardo non ritengo ci siano sufficienti e validi studi in grado di descrivere il pattern dei ceppi HPV implicati come causa necessaria nelle varie aree geografiche e il relativo peso), è necessario continuare e di gran lunga migliorare lo screening con Pap test secondo le attuali raccomandazioni vigenti, tenendo conto che al Sud, ma non solo, l’attuale copertura è gravemente insufficiente e, soprattutto, sono penalizzate le persone in condizioni socioeconomiche deprivate, maggiormente a rischio di infezione e di tumore. Errori di strategia operativa, interferenza di messaggi fuorvianti (da citare per la sua gravità il consiglio del prof. Veronesi in una trasmissione di ELISIR di qualche anno fa di effettuare il Pap test ogni anno, delegittimando così l’offerta del Pap test da parte della sanità pubblica con la periodicità di tre anni, secondo le raccomandazioni della commissione oncologica nazionale e del piano sanitario nazionale, al professore ben note essendo stato ministro della salute), carenze di servizi di base in grado di organizzare una valida offerta attiva del Pap test sono da rimuovere: il proseguimento potenziato dello screening è necessario per tenere sotto controllo lo sviluppo tumorale sostenuto dai ceppi non contenuti nei vaccini attualmente disponibili. Il proseguimento dello screening (potenziato) è ovviamente essenziale anche per la verifica a distanza della supposta ma non dimostrata efficacia del vaccino a prevenire il tumore. Ma non è tutto.
d) Non può non essere messo in conto il rischio reale (già evidenziato in altre circostanze) che la pressione selettiva creata con la vaccinazione contro i ceppi considerati dia maggiore spazio agli altri ceppi implicati nello sviluppo tumorale, eventualità che vanificherebbe l’intervento attuale di profilassi.
e) Si da per scontato che i servizi saranno in grado di raggiungere tutta la popolazione “bersaglio” su tutto il territorio nazionale. Dopo l’introduzione della vaccinazione, obbligatoria, contro l’epatite B una indagine epidemiologica mise in evidenza che nel meridione circa il 30% degli adolescenti non completava il ciclo delle tre dosi. Si trattava, come sempre, delle situazioni di emarginazione e degrado sociale, da cui provenivano praticamente tutti i casi di epatite B in quella fascia di età, sia prima che dopo l’introduzione della profilassi vaccinale. Non ci sono elementi per sostenere che i servizi di sanità pubblica di base siano migliorati, piuttosto sono peggiorati.
f) Deve essere messo in conto l’effetto perverso di disincentivazione all’adesione allo screening con il Pap test da parte di chi viene vaccinata, anche per il livello di oscenità con cui viene propagandata la vaccinazione come panacea.
g) L’imponente sforzo economico per l’acquisto dei vaccini, da assommare all’impegno aggiuntivo dei servizi, per i quali si assume capacità illimitata anche quando contemporaneamente vengono sottoposti a uno stillicidio continuo di riduzione di risorse, soprattutto umane, sottrarrà risorse essenziali per la generalità dei servizi primari di sanità pubblica dedicati alla promozione della salute, in primis i consultori familiari, secondo il modello operativo delineato nel Progetto Obiettivo Materno Infantile (POMI). Da notare che nel POMI uno dei programmi strategici è proprio lo screening per il tumore del collo dell’utero, con un ruolo decisivo dei consultori familiari nell’offerta attiva del Pap test.
h) Tenendo conto dei punti precedenti appare evidente l’assoluta importanza dell’effettuazione dello screening, da potenziare improrogabilmente. Ma è ben noto che lo screening, ben condotto, da solo risolve sostanzialmente il problema del tumore del collo dell’utero, essendo la strategia proposta dalla commissione oncologica nazionale, se applicata integralmente (come è a maggior ragione necessario con l’introduzione della profilassi vaccinale) in grado di ridurre l’incidenza del tumore di oltre il 90%. Cioè a dire che lo strumento da utilizzare per verificare l’efficacia dell’intervento vaccinale di per sé risolve meglio il problema che la profilassi si propone di affrontare.
Alla luce delle considerazioni suesposte ritengo che la scelta effettuata in Italia non sia giustificata né sul piano del merito né secondo un criterio di priorità. Se l’ingente impegno economico previsto per la profilassi vaccinale venisse alternativamente impiegato per l’applicazione integrale del POMI, con l’adeguato potenziamento della rete e delle attività dei consultori familiari secondo quanto delineato dal POMI stesso, si otterrebbe un impatto di sanità pubblica di gran lunga più consistente, non solo per quanto attiene la prevenzione del tumore del collo dell’utero ma anche per tutte le altre aree di intervento in termini di promozione della salute della donna e dell’età evolutiva e, di conseguenza, della famiglia e della società.
Come è noto le decisioni in sanità pubblica vengono prese anche sulla base del parere di esperti che vengono chiamati in vari contesti istituzionali a svolgere tale funzione. In generale chiunque svolge un ruolo, compreso quindi quello di consulente (per esempio in qualità di membro del Consiglio superiore di Sanità o come membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto Superiore di Sanità, organo tecnico scientifico del Servizio Sanitario Nazionale e responsabile di attività di controllo di Stato), nel processo decisionale per interventi di sanità pubblica che prevedano l’impiego di prodotti disponibili sul mercato, deve essere obbligato a dichiarare eventuali connessioni per finanziamenti ricevuti dalle o per attività di consulenza svolta alle aziende produttrici dei prodotti in questione.
Infine non dovrebbero essere riconosciuti punti ECM alle iniziative formative o di aggiornamento professionale (corsi, convegni, congressi) su temi che considerano i prodotti in questione, sponsorizzate dalle aziende produttrici o con docenti, moderatori e facilitatori implicati in rapporti di consulenza o finanziati dalle aziende in questione.
Altrimenti non si fa sanità pubblica, si fa mercato, il più ignobile, speculativo sulla salute con le risorse che i cittadini mettono a disposizione con le tasse, il che rende la speculazione ancora più odiosa.
Michele Grandolfo, epidemiologo
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In un’era nella quale l’opinione, per quanto superflua (e questo sito ne è una segnata dimostrazione) si diffonde comunque per via dei mezzi di comunicazione di massa, è interessante fare qualche considerazione sui possibili risparmi in emissioni derivanti dall’abolizione delle stupidaggini.
Quando una stupidaggine si propaga sui media, produce emissioni dovute all’energia dissipata per diffonderla ed a quella utilizzata per leggerla. Elettricità per tenere accesi computer, televisori, trasmettitori, router, illuminazione studi televisivi, eccetera. Carburanti per alimentare rotative, camion per la distribuzione, eccetera. Questo senza contare l’energia dispersa per recuperare il tempo sprecato per scrivere la stupidaggine (in genere basta una sola persona) e quello perso da chi la legge (milioni e milioni). Tempi che devono essere recuperati, con conseguente dissipazione di altra energia. I numeri possono apparire non significativi, ma prendete in considerazione il numero di stupidaggini prodotte ogni secondo (tristemente alto) e moltiplicatelo per il numero di utenti del circuito d’informazione. Le quantità di energia coinvolte diventano apprezzabili.
Per produrre energia è necessario emettere CO2 con conseguente degrado dell’ambiente. Proibire, o almeno tentare di ridurre, la scempiaggine nel mondo favorirebbe un aumento della qualità della vita senza perdite sensibili nei servizi e nel processo industriale.
Passo a qualche esempio.
Proibizione per legge delle dimissioni: Ogni volta che l’uomo politico X, membro della maggioranza, compie un’azione ritenuta esecrabile dall’opposizione, l’opposizione richiede le dimissioni. Giornali, televisioni e rete incominciano il consueto concertino. Migliaia, se non milioni, di persone discutono dell’opportunità o meno che X si dimetta. Mentre le caldaie bruciano per produrre l’energia per diffondere questa fesseria, X se ne frega e non si dimette. Risultato? Una montagna di CO2 dispersa nell’ambiente alla faccia del protocollo di Kyoto. Proibire le dimissioni per legge eliminerebbe alla radice il problema.
Abolizione della Vergogna: ” Si dovrebbe vergognare!” “Che vergogna!” “Vergognati!”. In genere il destinatario di questi appelli rimane impassibile di fronte a tali moralistici preconi e non si vergogna. E poi? Se pure si vergognasse, cosa ne guadagnerebbe la società? Niente.
Nel frattempo per trasferire la richiesta di vergognarsi, spesso condivisa da migliaia di sollecitanti ad un singolo piuttosto indifferente, si è dovuto prosciugare un pozzo di petrolio che si è trasformato in una mefitica nuvola di CO2.
Tassa sull’indignazione. Quando un uomo politico, ad esempio Belrusconi, si intrattiene con donzelle di facili costumi, milioni di italiani sentono la necessità di dire ad altri milioni che sono indignati. La cosa produce una sorta di effetto valanga perché alcuni, non essendosi indignati da subito, si sentono diminuiti nei confronti degli indignati e s’indignano anch’essi, benché non del tutto convinti. Altri, invece, si sentono obbligati a spiegare perché non s’indignano. Ma, a rifletterci bene, chi se ne frega se il signor X si è indignato e il signor Y no? Se X si è indignato e la cosa ha contribuito a farlo sentire superiore a quelli che non si sono indignati, ne ha ricavato un aggio personale che è giusto venga tassato. L’indignazione non ha altro effetto che la gratificazione di chi s’indigna. Se fosse diversamente, Berlusconi si sarebbe fatto frate trappista dieci anni fa.
Anticipando le osservazioni di qualche arguto lettore, anche il CO2 prodotto per scrivere, diffondere e leggere questo articolo poteva essere risparmiato in quanto, con tutta la buona volontà, non può che essere definito una sciocchezza.
Va comunque notato che non è da tutti difendere una teoria e dimostrane l’inapplicabilità nella stessa trattazione.
Arrivati ad una certa età, si vive anche di queste piccole soddisfazioni.
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Sto cercando di imparare a fottermene ma non ci riesco, è piu’ forte di me.
Vedo la mia città oggetto di un piano urbanistico che la renderà un colabrodo, facendo arricchire i soliti pochi. Vedo una cricca di amici degli amici che siedono da sempre nei posti di comando e tutelano solo gli interessi di pochi a discapito di molti. Vedo alberi secolari e giovani sradicati con una “semplicità” diabolica nella totale indifferenza dei molti impauriti e oramai abituati a subire il regime colorato sorrentino.
Vedo statistiche e dati di affluenza turistica alte come se la felicità o la realizzazione dell’uomo si possa misurare solo con l’indice economico. Vedo famiglie divise per colpa del lavoro e del troppo lavoro sottopagato. Vedo genitori che sballottano figli a destra e a sinistra per guadagnare due soldi da spendere subito in tasse e costi della vita elevati. Vedo troppe persone rincorrere una falsa felicità che li rende schiavi e vedo troppe poche persone che si dividono la ricchezza.
Vedo aumentare sempre di piu’ box auto e con essi il prezzo di una casa che mai potrà essere di un comune cittadino viste le paghe minime e i prezzi esosi. Chi ci guadagna? i soliti pochi, la solita cricca.
Vedo la spazzatura a cielo aperto nelle campagne ma poi basta sventolare quanlche vessillo per prendere facilmente per il culo cittadini e istituzioni. Vedo lavoratori e lavoratrici alzarsi alle 6 del mattino e ritornare a casa la sera e cercare un secondo lavoretto per arrotondare e far quadrare i conti. Vedo lavoratrici e lavoratori essere su posto di lavoro anche quando il calendario segna rosso perchè qualcuno in alto ha deciso di sacrificarli al dio mercato mentre loro sono al caldo nelle loro famiglie.
Vedo la Chiesa arroccata nei suoi sistemi, incapace di dire una parola vera, autentica e autorevole a favore dei piu’ bisognosi, gli ultimi e i diseredati di questa bella terra, che si vergognano a dire che esistono anche loro.
Vedo imprenditori e politici che si stanno spartendo il territotorio, che gestiscono la cosa pubblica come se fosse privata. Vedo che i bisognosi di assistenza aspettano ancora mentre altri fondi vengono spesi per progettare altro. Lo chiamano sviluppo ma è la tomba del futuro.
Vedo l’acuqa svenduta da politici ignoranti e ciechi a società per azioni quotate in borsa mentre il servizio peggiora e le bollette aumentano. Vedo l’inquinamento dell’aria aumentare e le morti per tumori “improvvisi” salire di numero mentre nessuno (tranne pochissimi) si interrogano sulle cause e prendono provvedimenti. Vedo il territorio stuprato dalla sete di “quattro” improvvisati imprenditori che calpestando ogni regola e buon senso decisono per tutti che il cemento è meglio del verde.
Vedo giovani che faticano a vedere il futuro e vedo adulti che non sanno piu’ insegnare a guardare lontano…
Sto cercando di fottermene ma non ci riesco…
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Il mercato europeo dell’auto è in discesa libera. Lo scorso mese il calo è stato del 16,1%. Ma non si trattava del primo mese in cui accadeva una cosa del genere: il trend, così pesantemente negativo, non si ferma da ben sette mesi. In quelli precedenti, inoltre, non è che la cosa fosse andata così bene. Le immatricolazioni calano dal 2008 e presumibilmente continueranno a calare, ancora.
Pensare che una delle prime misure adottate dagli Stati Europei – e non solo – per fronteggiare la crisi economica è stata il salvataggio delle case automobilistiche. Europa, America e Cina hanno infuso capitale pubblico in queste aziende nel timore che un loro crollo avrebbe dissestato l’economia in maniera ancora pesante di quanto già non fosse accaduto. Probabilmente era vero ma, dato come stanno andando le cose, l’unico vantaggio è stato quello di allungare i tempi dell’agonia.
La Francia, la Germania, il Regno Unito, l’Italia e la Spagna hanno registrato una flessione tra il 18% e il 37%. La Fiat, che il contribuente italiano ha finanziato con i propri risparmi nella vana speranza che continuasse a impiegare milioni di operai, ha registrato solo nel mese di ottobre un calo del 32,7% e del 16,3% dall’inizio dell’anno. È chiaro a questo punto che il settore sia in crisi irreversibile. Le uniche case che rimangono a galla – per ora – sono quelle che investono nella ricerca e producono gli ultimi ritrovati della tecnica su larga scala – anche in vista dell’esaurimento del combustibile fossile che, a detta della stessa British Petroleum, dovrebbe finire nel 2050. Ma anche loro non potranno pensare di vendere ogni anno la stessa quantità di macchine che smerciavano solo fino a qualche tempo fa – oltretutto l’alta intensità automobilistica ne avrebbe comunque saturato il mercato in molti Paesi. Per questo molte aziende hanno convertito parte delle loro fabbriche e dal produrre automobili sono passate a produrre qualcosa di più vendibile, come le componenti per turbine eoliche (è il caso della Ford a Blanqueford). Si tratta di una soluzione che presumibilmente reggerà poco – fino alla prossima bolla – ma che nell’immediato è sempre meglio di produrre merci da tenere in magazzino aspettando la prossima sovvenzione statale.
Ovviamente, di elaborare una cosa del genere alla Fiat non se ne parla nemmeno: il gruppo Fiat-Chrysler va avanti per la sua strada, accada quel che accada. In America, a fronte di iniezioni sostanziosissime di capitale statale, perdita di posti di lavoro, riduzione dei salari e delle giornate di riposo, l’intensificazione dei ritmi di produzione e la rinuncia al diritto di sciopero, il mercato dell’auto è comunque destinato al fallimento. Non si tratta di uno scherzo: tutte queste misure – che sembrano uscire da un romanzo di Verga – sono quelle degli accordi tra Fiat e Chrysler che hanno consentito alle due case automobilistiche di mantenersi in vita – e ai suoi proprietari di continuare a guadagnare come se fossimo in pieno boom economico.
L’ineluttabilità del tracollo è reale anche se il calo delle vendite della Fiat in Europa sembra in qualche modo annullato dal successo della Chrysler, che avrebbe ottenuto un +37% nel mercato statunitense: i dati vanno letti a fondo. Dire che la Chrysler ha avuto un aumento delle vendite non significa che il settore sia in ripresa. La motivazione è che questo aumento è dovuto esclusivamente alle società di noleggio e alle compagnie private: la Chrysler avrebbe cioè semplicemente riguadagnato i volumi di vendita alle flotte che avevano prima della bancarotta. L’acquisto da parte dei privati avrebbe invece subito un netto calo e comunque su base annua la casa automobilistica registrerebbe una perdita di 84 milioni di dollari.
A questo punto sembra lampante che aiutare le case automobilistiche a uscire dalla crisi è stato come gettare i soldi nel pozzo di San Patrizio. E pensare che anche i topi abbandonano la nave che affonda.
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Ci sono storie che a raccontarle quasi non ci si crede. Sentite questa. È la storia di un paese ricchissimo d’acqua, uno dei più ricchi al mondo. Ci sono fiumi e torrenti, laghi e ghiacciai, falde sotterranee immense che gettano fuori zampilli di acqua cristallina. Questo paese, pensate un po’, è stato anche il primo in cui si costruirono acquedotti monumentali che dai monti portavano l’acqua nelle piazze delle città.
Da anni l’acqua arriva nelle case dei cittadini. Qui, la qualità dell’acqua potabile è ottima, ed il suo prezzo, data la grande disponibilità, piuttosto modesto. Ecco, stenterete a crederci, ma questo paese è il più grande consumatore mondiale di acqua in bottiglia. Proprio così, il 98 per cento dei suoi abitanti – quasi tutti insomma – compra abitualmente acqua in bottiglia.
Quest’acqua viene prelevata alla sorgente da imprese private che, nonostante si stiano appropriando di un bene pubblico – le acque sotterranee sono demaniali – non pagano canoni di imbottigliamento, o ne pagano di irrisori. Dopodiché rivendono a prezzi altissimi ai cittadini quella stessa acqua che apparterrebbe loro di diritto.
Il paese in cui è ambientata questa storia è ovviamente l’Italia. Il perché di questo consumo smisurato è presto detto. Si riassume in qualche cifra ed una parola. Le cifre sono i 3,5 miliardi di euro di giro d’affari annuo, le oltre 300 marche, i circa 400 milioni investiti ogni anno in pubblicità. La parola, neanche a dirlo, è proprio quest’ultima: pubblicità.
Si tratta di un mercato che ruota attorno ad un bisogno indotto, nel quale la domanda deve sempre essere tenuta alta attraverso una opera pubblicitaria incessante e martellante. Come ebbe a dichiarare un ex-presidente della Perrier, una società produttrice di acqua del gruppo Nestlè, “tutto quello che si deve fare è portare l’acqua in superficie e poi venderla ad un prezzo maggiore del vino, del latte o anche del petrolio”.
La pubblicità fa leva sulla sfera più istintiva e irrazionale della mente umana, dunque è difficile da contrastare con un ragionamento razionale. Ci proveremo comunque, sfatando alcuni miti e luoghi comuni e smascherando qualche inganno.
Partiamo con la qualità dell’acqua, un argomento sul quale le pubblicità delle acque in bottiglia insistono molto. L’ultimo rapporto di Legambiente, realizzato in collaborazione con Federutility (la federazione delle aziende di servizi pubblici locali che operano nel settore idrico), testimonia come l’acqua che esce dai rubinetti italiani sia molto più controllata, e di qualità spesso superiore, rispetto all’acqua in bottiglia. Secondo i dati del marzo 2010 sono 250mila le analisi effettuate in un anno sull’acqua potabile nella città di Roma, altrettante in Puglia e 350mila in Provincia di Milano.
Inoltre alle acque minerali è consentito di contenere sostanze come l’arsenico, il sodio, il cadmio, in quantità superiori a quelle permesse per l’acqua potabile. Mentre non è permesso all’acqua potabile di avere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, la maggior parte delle acque minerali contengono 40/50µg/l di arsenico e non hanno neppure l’obbligo di dichiararlo sulle etichette.
E che dire poi dell’inquinamento? L’acqua del rubinetto non produce nessun tipo di rifiuto ed è, per così dire, a chilometro zero. Quella in bottiglia? Si calcola che per la sola produzione siano necessari 350mila tonnellate di pet (polietilene tereftalato) all’anno, il che significa 665 mila tonnellate di petrolio e l’emissione di gas serra di circa 910 mila tonnellate di Co2 equivalente. Senza contare la fase del trasporto, che in più dell’80 per cento dei casi avviene su gomma, e dello smaltimento, che vede la raccolta differenziata delle bottiglie attestarsi attorno ad un terzo del totale, mentre i restanti due terzi finiscono negli inceneritori.
E arriviamo all’aspetto più clamoroso: il prezzo. Il costo di un litro di acqua minerale in bottiglia supera fra le duecento e le mille volte quello di un litro di acqua potabile. Sarebbe come se fossimo disposti a pagare 10mila euro un piatto di pasta al ristorante, 3mila un panino, 2mila un chilo di patate. Probabilmente prenderemmo per pazzo chi tentasse di venderci una manciata di zucchine per qualche migliaia di euro; eppure continuiamo a comprare l’acqua in bottiglia.
Si calcola che una famiglia media italiana spenda circa 300 euro l’anno in acqua minerale. Un quarto di questa cifra sarebbe sufficiente a realizzare tutti i lavori di riparazione e ammodernamento di cui necessita la rete idrica italiana.
























