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Se vi trovaste in difficoltà economiche e  costretti a scegliere come ripartire le risorse a disposizione (cosa che fanno giornalmente milioni di Italiani), cosa fareste? Spendereste i vostri danari per comprarvi il cibo o il cellulare di nuova generazione? I libri per la scuola ai vostri figli oppure la crociera nel mar dei caraibi? Il riscaldamento per la vostra casa o una nuova automobile?

A parte qualche esaurito che farebbe di certo la scelta più scellerata, sono profondamente convinto che praticamente tutti opterebbero per le opzioni di buon senso, quindi per quelle indispensabili per vivere.

Purtroppo per noi, invece, gli esauriti, quelli delle scelte più scellerate sono concentrati in parlamento e così tra lo scegliere se finanziare i partiti e finanziare le piccole-medie imprese che danno lavoro a milioni di persone, scelgono di finanziare i partiti. Moltissime imprese vantano crediti con lo stato e a causa di queste rischiano il fallimento a cui conseguono i licenziamenti per tantissime persone, ognuna delle quali fonte di sostentamento per la propria famiglia. Fallisce l’impresa ed intere famiglie finiscono in miseria.Di tutto questo, naturalmente i giornali e le Tv non ve ne parleranno.

Ieri in commissione bilancio è stato bocciato un nostro emendamento del M5S che istituiva un Fondo rotativo finalizzato alla concessione di un finanziamento alle micro-imprese e alle piccole imprese che vantino crediti con la pubblica amministrazione.

La dotazione del Fondo doveva essere finanziato con l’abrogazione delle erogazioni a titolo di cofinanziamento ed il rimborso per le spese elettorali sostenute da partiti e movimento politici.

In pratica dicevamo che volevamo finanziare con un Fondo le imprese che hanno crediti con la P.A. tramite l’abrogazione dei rimborsi elettorali.

Pd e Pdl inizino ad assumersi questa responsabilità.

Luigi di Maio – Portavoce 5 Stelle

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Picture taken 22 July 2006 shows the Fin

Metà bancomat per alimentare il sistema di corruzione politico e metà centro dispensatore di incarichi, consulenze e prebende per mogli, amanti e figli dei potenti di turno. Dopo la Fiat, Finmeccanica è la seconda holding industriale d’Italia: produce aerei, elicotteri, locomotive, carri armati, missili, satelliti e centri di telecomunicazione, con una spiccata vocazione per gli strumenti di morte da esportare ad ogni esercito in guerra. Dal 2009 è tra le dieci regine del complesso militare industriale mondiale e ha intrecciato partnership con i giganti d’oltreoceano moltiplicando ordini e commesse. Una gallina dalle uova d’oro per manager e azionisti, tra questi ultimi il Ministero dell’economia e delle finanze della Repubblica italiana che ancora controlla il 30,2% del pacchetto azionario. L’holding esprime il volto peggiore della res publica. E non certo solo per quello che produce o per i sanguinari clienti di fiducia.

L’ultimo anno è stato uno dei più difficili della storia di Finmeccanica anche dal punto di vista economico-finanziario. Nel 2011 tutti i risultati del gruppo sono stati negativi: persi 2.306 milioni di euro, contro i 557 guadagnati nel 2010. Gli ordini sono calati del 22%, attestandosi a 17.434 milioni e i ricavi sono scesi del 7% rispetto all’anno precedente. Dati ancora più drammatici sul fronte occupazione: nell’ultimo biennio Finmeccanica è passata da 75.000 a 69.000 dipendenti. L’indebitamento finanziario netto è stato stimato a 4,656 miliardi di euro, mentre il valore delle azioni è precipitato a 3,8 euro quando solo cinque anni prima ne valevano 21,2.

Intanto proseguono le ristrutturazioni aziendali nel settore a prevalente produzione bellica. Il polo aeronautico vede adesso operare congiuntamente Alenia e Aermacchi: si realizzano i cacciabombardieri “Tornado” ed “Eurofighter”, i velivoli da trasporto C-27J “Spartan” e gli aerei d’addestramento M-346 ed MB-339. L’azienda è anche la capo commessa in Italia per il Joint Strike Fighter F-35, il supercostoso bombardiere di ultima generazione a capacità nucleare ed è la seconda maggior partecipante nel programma europeo “Neuron” per lo sviluppo di un nuovo velivolo d’attacco a pilotaggio remoto.

Nel settore degli elicotteri, la holding conta su AgustaWestland, società produttrice dei modelli “NH90”, “AW129” e “Super Lynx 300” e che sta per commercializzare il convertiplano BA609 (un ibrido di guerra, metà elicottero e metà aereo) e i “Future Lynx” e “AW149”. Grazie ad Oto Melara, Finmeccanica controlla inoltre una fetta del mercato internazionale delle artiglierie navali e terrestri, dei carri armati, dei blindati e dei sistemi antiaerei. Attraverso le controllate Selex Sistemi Integrati, Selex Communications e Selex Galileo (dal 1° gennaio 2013 operano tutte sotto il marchio di Super Selex), il gruppo si è affermato nel business dell’elettronica e dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni e intelligence. Sta assumendo sempre più importanza pure il settore spaziale, dove Finmeccanica opera attraverso Telespazio (una joint venture con la francese Thales). Altra joint venture di importanza strategica è MBDA, azienda leader nella produzione di sistemi missilistici, dove Finmeccanica è presente insieme ai colossi europei BAE Systems ed EADS.

Nonostante l’ampio ventaglio di clienti internazionali (compresi quei paesi che dovrebbero essere posti sotto embargo perché belligeranti o violatori dei diritti umani), nell’ultima decade è cresciuto il pressing e il corteggiamento verso gli Stati Uniti d’America. Gli affari non sono certo mancati, ma l’ingresso delle aziende Finmeccanica nel mercato Usa rischia di trasformarsi a medio termine in un incubo per gli azionisti. Quello che in un primo momento era stato festeggiato come un affare da 6-7 miliardi di dollari, la fornitura sino a 145 velivoli da trasporto tattico C-27J, è oggi uno dei flop più clamorosi della storia dell’aeronautica militare mondiale. Nel 2005, la controllata Alenia North America si era alleata con L-3 Communications Integrated Systems, Boeing, Rolls Royce e Honeywell per concorrere al programma Joint Cargo Aircraft per le necessità operative delle forze armate Usa in Iraq e Afghanistan. Due anni più tardi, in occasione della visita in Italia dell’allora presidente Gorge Bush, il Pentagono annunciò la decisione di assegnare al consorzio italo-statunitense la miliardaria commessa, a condizione che realizzazione e assemblaggio dei velivoli venissero affidati in buona parte agli stabilimenti con sede negli States. Dopo massicci investimenti per avviare la produzione, le aziende si videro però ridurre l’ordine a soli 38 cargo. Alla tredicesima consegna, nel gennaio 2012, la doccia fredda: Washington decide di sospendere l’acquisto in conseguenza dei tagli al bilancio richiesti dal Congresso.

Irrigidendo le politiche protezioniste con la scusa di voler fronteggiare la crisi economica ed occupazionale, nel 2009 Barack Obama ha pure deciso la cancellazione del programma per i nuovi elicotteri presidenziali, basati sul modello “AW101” di AgustaWestland. Nel gennaio 2005, l’azienda di Finmeccanica, in joint venture con Lockheed Martin, aveva sottoscritto con le autorità Usa un contratto da 6,5 miliardi di dollari per 23 velivoli. Il dietro front di Obama ha bruciato l’affare quando 7 elicotteri erano già stati costruiti.

Ancora peggio quanto si è verificato con l’acquisizione, nel maggio 2008, di DRS Technologies. Fondata nel 1968 a Parsipanny, località non distante da New York, DRS occupa 10.000 dipendenti e ha un fatturato annuo poco inferiore ai 3 miliardi di dollari. Per impossessarsene, Finmeccanica ha dovuto sottoscrivere con il Dipartimento della difesa un “accordo speciale di sicurezza” che garantisce all’Amministrazione Usa la tutela delle informazioni classificate.

Finmeccanica ha pagato per la società 3,4 miliardi di euro, grazie al rastrellamento di ogni singola azione sul mercato a 81 dollari, quando appena un mese prima il valore si attestava a 63 dollari e 74 cent. Un’emorragia finanziaria “sanata”, l’agosto seguente, con un aumento del capitale dell’holding di 1,4 miliardi (il ministero del Tesoro ha dovuto sborsare 250 milioni di euro circa ma ha ridotto la propria partecipazione dal 33,7 al 30,2%), l’emissione di un miliardo di euro in obbligazioni a 5 anni a un tasso dell’8,12% e l’assunzione di un maxidebito con il sistema bancario internazionale per 3,2 miliardi di euro, accresciuto successivamente a 7 miliardi. Gigante sì, ma con i piedi d’argilla.

Antonio Mazzeo

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Truffa, corruzione, associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti, violazione delle norme paesaggistiche, abuso d’ufficio e frode nelle pubbliche forniture, sono i reati ipotizzati dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta coordinata dai pm Giulio Monferini e Gianni Tei che hanno proceduto alla perquisizione delle sedi di alcune delle maggiori cooperative edili italiane.

Al momento risultano essere 36 le persone indagate in un’inchiesta che ruota intorno al passante TAV di Firenze, portata avanti dagli stessi magistrati che già avevano imbastito il processo per la devastazione ambientale del Mugello nel corso dello scavo delle gallerie del TAV. Fra loro anche la ex presidente della regione Umbria del PD Maria Rita Lorenzetti, per reati compiuti in qualità di presidente di Italferr e quello stesso Ettore Icalza già noto alle cronache giudiziare per affari di tangenti sempre legati alla costruzione dell’infrastruttura per l’alta velocità.

Le indagini che hanno preso il via da accertamenti relativi all’utilizzo delle terre di scavo tossiche e al loro smaltimento, ha comportato anche il sequestro di una talpa, assemblata a detta degli inquirenti con materiale scadente e l’accertamento della condizione sulle gallerie costruite, che sarebbero state realizzate con materiale ignifugo scadente, allungato con acqua, creando gravi problemi nell’ambito della sicurezza delle stesse.

Ancora una volta, come già accaduto spesso in passato, il mostro chiamato TAV si palesa nella sua vera veste di fucina degli interessi mafiosi e del malaffare, passando attraverso la politica e le cooperative edili che da oltre 20 anni costruiscono profitti illeciti sulle spalle dei contribuenti italiani, grazie ad un’opera tanto inutile quanto foriera di intrallazzi di ogni tipo.

Ma nonostante questa evidenza, fino ad oggi in galera hanno continuato ad andarci solo coloro che hanno osato combattere la mafia del TAV, mentre gli altri, quelli delle associazioni a delinquere, in qualche maniera se la sono sempre cavata, pronti a tornare a fare il proprio “mestiere” come il buon Ettore Icalza.

Marco Cedolin

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Mezza verità

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Che 5 milioni di euro non siano pochi penso siamo tutti concordi, altrettanto lo siamo  nel sostenere che 10 milioni sono esattamente il doppio e se 10 è il doppio di 5 allora 5 è la metà di 10. Come si suol dire la matematica non è un opinione.

Detto questo, se  decine di migliaia di cittadini hanno chiesto alla politica regionale Pugliese il dimezzamento dei loro stipendi mensili e un taglio annuo ai costi della politica di 10 milioni di euro e poi il consiglio regionale, invece, ha lasciato invariati i compensi mensili dei consiglieri ed assessori ed ha effettuato un taglio da 5 milioni di euro all’anno i giornalisti dovrebbero parlare di ridotto taglio, anzi di dimezzato taglio. Invece, visto che in Italia non esistono giornalisti, ma solo giornalai ecco che questi, allo stesso modo con cui la politica ha dimezzato il taglio, dimezzano la verità.

Evitano di parlare di Zero Privilegi Puglia e di quanto questa proposta prevedeva ed esaltano le misera gesta di una classe politica arroccata nei propri palazzi e nei propri privilegi. Evitano di dire che i cittadini chiedevano di portare gli stipendi mensili dei consiglieri ed assessori a 4.500 euro netti al mese. Se lo facessero probabilmente qualche vaffa… partirebbe di certo leggendo che tutt’oggi, nonostante le politiche di austerità e i relitivi drastici tagli ed incrementi della tassazione, la casta pugliese continui a vantare stipendi da 11 mila euro al mese. Allo stesso modo evitano di dire che il taglio annuo previsto da Zero Privilegi Puglia era quantificato in quasi 10 milioni di euro all’anno, contrariamente leggendo che il taglio effettivo è stato inferiore ai 5 milioni la gente capirebbe bene di essere stata presa letteralmente per il culo.

Evitano di parlare di tante altre cose, pensando e sperando di poter sopravviere ancora a lungo nel loro mondo dorato di privilegi e finanziamenti pubblici (sia i giornalai che i politici), ma il countdown è già iniziato e la loro estinzione si avvicina sempre più. I cittadini si riprenderanno ciò che gli spetta per diritto: la gestione della cosa pubblica, e lo faranno nei comuni, nelle provincie e nel parlamento. Giornalai e politici possono ancora dormire alcune notti tranquille, ma sappino che sono le ultime.

P.S. ostunesi, riprendetevi la vostra città. Partecipa alla realizzazione di una lista civica di cittadini. Compila il seguente form e sarai presto ricontattato.

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Categorie : Informazione, Politica
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Una schiacciante maggioranza bipartisan (salvo l’Idv), modificando l’art. 81 della Costituzione, ha fatto dell’Italia una repubblica fondata sul pareggio di bilancio, in cui la sovranità appartiene al mercato. Lo Stato, recita il nuovo testo, assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi del ciclo economico. C’è però un problema: come si fa ad assicurare l’equilibrio se si decide una spesa senza sapere a quanto ammonta?

La domanda va girata agli onorevoli che hanno approvato la modifica della Costituzione, perché sono gli stessi che hanno approvato l’acquisto dei caccia statunitensi F-35. Senza sapere quanto sarebbero venuti a costare.

Hanno prima creduto (o fatto finta di credere) agli imbonitori della Lockheed che parlavano di 65 milioni di dollari per aereo. Ma c’era il trucco: era il prezzo dell’aereo «nudo», senza neppure il motore. Hanno poi creduto (o fatto finta di credere), gli onorevoli, al ministro della difesa Di Paola, il maggiore sostenitore dell’F-35: in parlamento ha raccontato che ogni caccia costerà un’ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che la cifra sia sempre più bassa. E quando il governo Monti ha deciso di «ricalibrare» l’acquisto degli F-35 da 131 a 90, gli onorevoli hanno gioito per il risparmio così ottenuto. Anch’esso non quantificabile, restando nelle nuvole il costo reale del caccia.

Qualche paese però (non certo l’Italia) si è mosso per fare luce sul mistero. In Canada una società di servizi professionali è stata incaricata di stimare i costi di una flotta di 65 F-35. Per l’acquisto è prevista una cifra di 9 miliardi di dollari (137 milioni ad aereo), cui si aggiunge una spesa operativa di oltre un miliardo di dollari annui. Particolare ignorato dai nostri onorevoli: i caccia vengono acquistati non per esporli come modellini, ma per farli volare. Sulla falsariga della stima fatta in Canada si può dedurre che, per mantenere operativi 90 F-35, si spenderà almeno un miliardo e mezzo di dollari annui. Altri miliardi si dovranno spendere per gli ammodernamenti e per sistemi d’arma sempre più sofisticati. Per non parlare di quanto costerà, in termini economici, impegnare gli F-35 in azioni belliche, tipo quella dell’anno scorso contro la Libia.

Il velo di mistero comincia quindi a squarciarsi. Tanto che, in Italia, lo stesso Segretario generale della difesa ammette che il costo dei primi F-35 sarà più del doppio rispetto agli 80 milioni annunciati. Per di più l’Italia acquisterà, oltre a 60 caccia a decollo convenzionale, 30 a decollo corto e atterraggio verticale, molto più costosi. Nel bilancio 2013 del Pentagono si prevede un costo unitario di 137 milioni, ma si tratta sempre dell’aereo «nudo» che, una volta dotato di motore, avionica e armi, costerà almeno il doppio. Dati più precisi, ma non completi. Come ammette lo stesso segretario della difesa, in 11 anni il costo del programma F-35 è aumentato a una media giornaliera di 40 milioni di dollari. Restare nel programma significa quindi firmare un assegno in bianco, la cui cifra continuerà a lievitare.

Non c’è però da preoccuparsi: il pareggio di bilancio, ormai nella Costituzione, sarà assicurato coprendo la spesa per gli F-35 con le entrate, derivanti da nuove tasse e altri tagli alla spesa pubblica.

Manlio Diucci

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Come saprete l’altro giorno, 4 Dicembre, la proposta di iniziativa popolare Zero Privilegi Puglia è stata respinta dal consiglio regionale. La giustificazione addotta è che qualche giorno prima, esattamente il 30 Novembre, si era già provveduto ad approvare una legge sui tagli ai costi della politiche che, a loro dire, avrebbe superato quella da noi proposta. Un interpretazione bizzarra visto che il taglio da loro effettuato ammonta a circa 4 milioni 850 mila euro, mentre quello che proponevamo noi era di 10 milioni di euro.

Ma entriamo nel dettaglio delle due proposte per vedere le differenze con particolare riferimento alle cifre finali.

La prima cosa da dire è che la legge sui tagli ai costi della politica approvata in tutta fretta il 30 Novembre è in applicazione di un decreto legge, il DL 174/2012, emanato dal Governo Monti subito dopo lo scandalo Lazio che ha portato alle dimissioni della Polverini. Quindi la casta pugliese non si è tagliata nulla, ma ha semplicemente obbedito ad un ordine del governo. E’ importante anche dire che questo decreto non è stato ancora convertito, potrebbe quindi essere modificato o addirittura non convertito. Questo avrebbe sicuramente degli effetti sulla legge appena approvata ed è quindi importante monitorare la situazione, in particolare adesso che si va verso la sessione di bilancio, la finanziaria della regione,  dove spesso ci infilano di ogni.

Fatta questa premessa andiamo nel merito. I vitalizi e gli assegni di fine mandato, così come si chiedeva con Zero Privilegi Puglia sono stati aboliti. Facciamo solo notare che noi populisti e demagoghi lo dicevamo già più di un anno fa e se lo avessero fatto allora, avremmo in cassa un pò di quattrini in più. Non hanno invece tagliato quello che rappresenta il vero malloppo, ovvero i loro stipendi. Per questo che c’è un enorme differenza tra i tagli realmente effettuati (4 milioni 850 mila euro annui) e quelli che si chiedavano con Zero Privilegi Puglia (10 milioni annui). I consiglieri regionali continueranno a prendere uno stipendio superiore agli 8.500 euro netti al mese mentre noi chiedevamo di portarlo a 4.500 euro netti al mese. Una cifra più che decorosa e proporzionata al grado di responsabilità che un consigliere regionale supporta.

Per quanto riguarda invece le decurtazioni dello stipendio agli assenteisti, Zero Privilegi Puglia prevedeva la non erogazione della diaria, adesso confluita nelle Spese di esercizio di mandato, a chi si assentava troppo, mentre qui si demanda il problema ad un successivo atto del presidente del consiglio regionale. Vedremo cosa decideranno. Da riconoscere però il dimezzamento dei fondi destinati ai gruppi consiliari come previsto dal decreto Monti, con un risparmio di mezzo milione di euro all’anno e il divieto di erogare il vitalizio ai condannati in via definitiva per reati contro la pubblica amministrazione, anche se non hanno accolto la nostra proposta di sospendere l’erogazione delle indenntià ai consiglieri impediti a svolgere il proprio mandato perchè sottoposti a misure cautelari da parte della magistratura.

Vi è infine un ultimo aspetto che vorrei evidenziare una norma non prevista nel decreto Monti ma in Zero Privilegi Puglia che, con gradita sorpresa,  è stata approvata dal consiglio regionale. La possibilità per i consiglieri in carica di rinunciare al vitalizio. Una scelta su base volontaria che va verificata, quindi l’invito a chiedere a tutti i consiglieri regionali che intenzioni hanno, anche se li incontrate per strada, chiedeteglielo e filmate con un telefonino. Vedremo quanti lo faranno.

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Mentre un tornado s’invortica sull’ILVA di Taranto, abbattendone le ciminiere proprio nel giorno in cui il governo si appresta a decidere il futuro del cancrificio della famiglia Riva, segno di un destino beffardo o piuttosto del fatto che gli strumenti di controllo climatico hanno ormai raggiunto una perfezione in grado di stupire anche il “complottista” più consumato, l’Italia intera continua a girare in tondo, senza trovare una sola coordinata alla quale potersi aggrappare.

I dati oggettivi provenienti dalle più svariate fonti, seppur edulcorati nel nome del politicamente corretto, raccontano un paese che sta crollando su sé stesso, vittima di una demolizione controllata messa in atto con cura certosina. Crollano i redditi delle famiglie, crollano i consumi, crollano i posti di lavoro, crollano le imprese, crolla la qualità e la quantità dei servizi pubblici, crollano le prospettive occupazionali e la capcità di arrivare a fine mese attraverso qualche alchimia, crolla la fiducia nel futuro e perfino il convincimento che sia possibile averlo, un futuro.

I banchieri golpisti diretti dall’usuraio Mario Monti continuano a dispensare le riforme necessarie per la demolizione controllata, mentre i camerieri politici, recentemente degradati al ruolo d’impiegati le “firmano” senza proferire parola.

Dopo avere eliminato il “fardello” delle pensioni, creando il dramma degli esodati e quello ben più grande di tutti coloro che pur pagando i contributi una pensione non la vedranno mai, lo stesso Monti sembra intenzionato a volgere la sua attenzione verso il sistema sanitario, da lui giudicato economicamente insostenibile per le casse dello stato.

Quello stesso stato che senza porsi alcun problema dissipa miliardi per la guerra e per le grandi opere di “mafia” ( gli F35 ed il TAV sono solo due esempi), ma nonostante una pressione fiscale fra le più alte al mondo sembra aver deciso che per garantire la sopravvivenza dei cittadini non c’é più una lira (o meglio un euro), ragione per cui é giunta l’ora che inizino ad arrangiarsi in qualche modo.

Smantellate le pensioni e smantellata la sanità pubblica, tramite cessione ai privati, in un paese dove non c’é lavoro e quel poco esistente diminuisce quotidianamente, le prospettive attraverso le quali “arrangiarsi” non sembrano poi molte e il ventaglio delle scelte finisce per ridursi a quella di mettersi un cappio al collo volontariamente o lasciare che l’inedia e le malattie lo facciano per te.

Ma mentre i tornadi imperversano, scuotendo il paese fin nelle fondamenta, il popolo italiano sembra non accorgersi di nulla e continua ad eseguire pedissequamente tutto ciò che gli viene ordinato dalla TV. S’infervora dinanzi alle campagne elettorali dei camerieri degradati, che quando torneranno in parlamento non avranno alcuna voce in capitolo, così come non ne hanno oggi. Corre a milioni alle urne per regalare due euro ad una pletora di buffoni senza arte nè parte. E soprattutto si recherà a votare in primavera una delle congreghe di faccendieri che lavorano per Mario Monti e una volta insediatasi nel consiglio di amministrazione della “banca Italia” di euro ne pretenderà molti ma molti di più, fintanto che il cappio non sarà ben chiuso e la persona deprivata di ogni avere potrà venire smaltita in quanto rappresenta un peso “insostenibile” per la società.

Marco Cedolin

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Le elezioni regionali in Puglia si sarebbero dovute tenere nel 2015, ma le ambizioni dell’attuale Presidente ci costringeranno ad anticiparle di due anni e, di conseguenza, farci carico dei realativi oneri pari a 20 milioni di euro.

Secondo alcuni tutto ciò non è un problema in quanto le elezioni, prima o dopo, devono esserci e con loro le conseguenti spese. E’ proprio così o questa è una versione di comodo? Facciamo un esempio.

Se abbiamo un automobile, sappiamo che questa prima o poi andrà cambiata, ma un conto è doverla cambiare quando arriverà a fine vita altro è doverla cambiare d’improvviso a causa di un guasto irriparabile o un incidente. Non mi sembra la stessa cosa. In oltre, cambiare l’auto prima del previsto vuole anche dire acquistarla più volte durante la nostra vita da automobilisti. Semplice no? Se un auto dura  10 anni ne comprerò 5 o 6 prima di smettere di guidare, se invece per un qualsiasi motivo sarò costretto a cambiare qualche auto prima dei 10 anni previsti, allora aumenterà anche il numero di auto che comprerò in totale e comprare 5 o 6 auto non è lo stesso che comprarne 8 o 9. Detto questo possiamo anche dire che nel secondo caso le spese sono maggiori. La matematica non è un opinione.

Quindi l’anticipare le elezioni sono un costo imprevisto ed un aggravio di spese a cui dover far fronte sottraendo risorse ad altri capitoli di spesa. Direi che questo bel regalo da 20 milioni di euro è un buon biglietto da visita per chi ambisce a governare il paese. A voi la scelta: risparmiare oppure Vendola.

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Sono tanti e diffusi i sentimenti che suscitano le notizie di questi giorni in merito alla “bella vita” nei consigli Regionali. Fiorito certo, ma anche la Finanza che varca la soglia della Regione Piemonte perché vengono alla luce, per il momento, rimborsi spese generosi per i consiglieri per sagre, feste ed incontri per 591 mila euro.

Nulla di nuovo, del resto siamo nel Paese dell’austerity ma non per tutti. Non voglio dilungarmi sul discorso della casta perché lo darei ormai per acquisito, giacché nemmeno con il decreto anticorruzione la classe politica riesce a fare bella figura.

Vorrei invece soffermarmi su un altro aspetto di questa vicenda che è ancora più vistoso. Gli stessi che vivono la politica come un mestiere ben retribuito e trasudante privilegi (che a volte non sono sufficienti come mi par di capire…) sono gli stessi che prendono decisioni che ricadono direttamente sulle nostre vite, quelle importanti, come il costo ticket di una visita medica, la costruzione di una scuola o le detrazioni dalle buste paga dei lavoratori e delle lavoratrici per esempio.

Gli stessi, soprattutto per il caso che conosco meglio, decidono che un’opera inutile e costosa (senza ricadute) come la Torino Lione sia di primaria importanza. Gli stessi che chiedono fermezza nelle conferenze stampa e decidono capitolati di spesa sulla testa di tutti.

Badate bene, il Tav non è solo inutile a livello trasportistico, è oggi l’emblema del sistema politico ed economico; legale, sia ben chiaro. Non c’è reato esplicito nella Torino Lione, ci sono trattati legali, appalti e tante altre cose che non costituiscono reato per i codici penali e civili (a dire il vero qualcuno sì, ma la Procura del capoluogo torinese guarda da un’altra parte…), ma lo sono “di fatto”, nei confronti della popolazione della Val di Susa e dell’Italia intera (visto che sono soldi pubblici).

Quest’opera è la cassaforte dei partiti e dei grandi interessi di lobby e corporation, e per questo va difesa con le unghie e con i denti, da personaggi come Batman o dal consigliere di turno che si far rimborsare le settimane bianche.

E’ chi decide, il problema che solleviamo da tempo (insieme agli altri), e continuo a pensare che il movimento Notav di ragioni ne abbia veramente tante, ogni giorno di più.

Ad esempio la delibera del Cipe per il tunnel geognostico della Maddalena prevede che i fondi siano stornati da quelli per la messa in sicurezza delle scuole, oppure che a fronte dei 17 miliardi di euro previsti (sono molti di più) per il Tav, con soli 5 si ricostruirebbe per intero l’Aquila. E lasciamo anche stare che tre metri di linea valgono quanto una scuola materna di 4 sezioni.

Lasciamo stare, “siamo contro il progresso in Val di Susa”, ma secondo me chi prende certe decisioni con tanta convinzione è un po’ meno appariscente del Batman ma conti alla mano, non fa gli interessi di tutti. Del resto è stato presentato il progetto della stazione internazionale di Susa e il commissario del governo ha avuto il coraggio di spiegarci come con “soli” 50 milioni di euro si creeranno almeno 150/200 posti di lavoro… ma oggi si sa il lavoro è sempre più prezioso.

Intanto questo sabato a Serravalle ci sarà una manifestazione organizzata dai Notav Terzovalico che tra luglio ed agosto si sono opposti, riuscendoci, agli espropri dei terreni, e anche in questo caso, chi decide è importante.

Lele Rizzo

Rimborsi elettorali, finanziamenti ai gruppi consiliari, vitalizi, assegni di fine mandato, superstipendi e riborsi spese forfettari per ogni cosa.  Una quantità enorme di denaro pubblico fluisce verso partiti e politici attraverso mille rivoli. Impossibile determinare l’intero ammonatare e impossibile sapere dove e come vengono utilizzati veramente questi denari

Il caso Lazio porta alla ribalta ancora una volta la questione dei finanziamenti ai partiti, del loro ammontare e del loro utilizzo e spinge tutti ad una finta trasparenza nel disperato tentativo di dare un senso, una giustificazione a quell’infinito fiume di denaro pubblico che fluisce nelle casse della politica.

Anche in Puglia i vari gruppi consiliari hanno sentito il dovere di dimostrare come utilizzano i fondi a loro assegnati. Dimostrazione molto generica a dirla tutta. Difficile, anzi impossibile, capire esattamente dove sono andati a finire quei soldi visto che i rendiconti citano poche e generiche voci senza nessun giustificativo di spesa. Si citano spese di rappresentanza, iniziative politiche, convegni e spese varie ma non c’è alcun riferimento specifico e sopratutto nessuna fattura, nessuno scontrino, nessun documento attestante le spese sostenute. Solo una dichiarazione dei capigruppo di cui evidentemente siamo costretti a fidarci, almeno sino a quando non interverrà la magistratura.

Da quel poco che viene pubblicato però emerge un dato di fatto: i fondi assegnati sono superiori alle spese. Questo significa che, ai fini del normale funzionamento dei gruppi, le necessità economiche sono inferiori a quanto loro assegnato. Il gruppo consiliare del Pd a fonte di 135.048,00 euro ricevuti ne ha spesi 102.206,22 con un saldo di +32.841,78 euro, per il PDL invece 204.674,45 euro di entrate e 119.810,57 euro di uscite registra un avanzo di ben  84.863,88 euro. Infine SEL con un avanzo di oltre 20 mila euro nel 2010 e di 24 mila nel 2011. Che fine fanno questi avanzi? Tornano nelle casse della regione? Manco per sogno, rimangono nelle disponibilità del gruppo, dimostrando ancora una volta che qui non si tratta di rimborsi (nel caso sarebbero commisurati alle spese effettivamente sostenute) ma di veri e propri finanziamenti che ogni gruppo utilizza come meglio crede. E’ sufficiente una autocertificazione annua molto generica delle spese sostenute.

Adesso preparatevi agli slogan pre-elettorali e agli impegni a drastici tagli. Giusto il tempo che i media passino a parlare di altro, per poi renderci conto, al prossimo scandalo, che nulla è stato fatto. Nel frattempo Zero Privilegi Puglia che dimezza gli stipendi dei consiglieri regionali, abolisce l’assegno di fine mandato e il vitalizio giace nei cassetti del consiglio regionale completamente ignorato dalla politica e dai strombazzanti pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti.

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