Archive for spese militari
L’ultimo dossier del US Government Accountability Office (la Corte dei Conti americana), reso pubblico il 20 marzo scorso è destinato a scoperchiare la più grande truffa della storia militare americana (e italiana).
Il rapporto è dedicato al programma Joint Fight Striker, ossia la realizzazione dei cacciabombarderi F-35 costata fino ad oggi 170 miliardi, 17 miliardi (praticamente il costo di una manovra economica) alla sola Italia.
Il rapporto dei “contabili” di Washington dice una cosa molto chiara e inquietante: la produzione degli F35 (compresi i 135, poi diventati 90, che il nostro governo ha precipitosamente acquistato) è iniziata con la pratica della “concurrency”, ossia quando ancora gli studi, i test a terra e in volo, i collaudi dei singoli componenti non si erano conclusi. Con una conseguenza clamorosa: i cacciabombardieri sono difettosi, degli autentici rottami volanti.
“Il design dell’F35 – spiega il rapporto – è quasi certamente da rifare, perché l’apparecchio non vola bene, dà ‘scossoni”; esiste “il rischio che l’aereo possa non svolgere le funzioni chiave di combattimento per il quale è stato ideato”, che ”la trasmissione dati tra elmetto e aereo avviene con lentezza e con scarsa affidabilità, tanto da mettere a repentaglio la capacità di pilotare l’F35 in situazioni di combattimento” e “solo il 4% dei requisiti di sistema per le missioni per la piena operatività sono stati pienamente verificati”. Insomma, il governo italiano ha buttato via 17 miliardi di euro per acquistare degli aerei bluff, non verificati nel 96% dei suoi componenti, con gravi errori di progettazione che, negli ultimi tre anni hanno fatto lievitare il costo del progetto di circa 15 miliardi di dollari cui si aggiungeranno altri 13 miliardi di dollari l’anno da qui al 2035. E’ come se acquistaste una macchina e vi dicessero che però è tutta da rifare (a carico vostro). Insomma, un pozzo senza fondo in cui è caduta incredibilmente anche l’Italia e che sposta miliardi di euro di risorse pubbliche dallo stato sociale alle tasche delle industrie belliche. Un bel regalo per l’americana Lockheed Martin, capofila del progetto e per Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica).
Il mese successivo alla pubblicazione del rapporto, ossia poche settimane fa, ad aprile 2012, venuto a conoscenza delle gravi implicazioni economiche del progetto, il governo canadese (così come aveva già fatto il governo australiano) ne è uscito velocemente. Ma già a dicembre 2011, un resoconto di Aviation week metteva in guardia sulla reale efficacia operativa degli F-35, cosa che peraltro, nei suoi rapporti pubblici, la Corte dei Conti americana fa ormai da anni: “Gli effetti della concurrency -scrive l’US Government Accountability Office ”sono apparsi particolarmente evidenti nel 2011, quando il programma JSF è incorso in un aggravio di spesa per risistemare apparecchi già costruiti correggendo difetti scoperti durante i test successivi”
E dunque il governo Monti sapeva ma non ha informato i cittadini quando, nel febbraio del 2012, nel bel mezzo di una crisi economica senza precedenti, il ministro “tecnico” della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola (foto a destra), aveva annunciato pomposamente che l’Italia avrebbe acquistato solo 90 F35, invece dei 131 inizialmente prenotati, così da ottenere un risparmio di cinque miliardi di euro: una clamorosa menzogna, smentita dalla preoccupante escalation dei costi prevista nel rapporto americano, di cui il ministro “tecnico” (?) Di Paola era già a conoscenza e che ha volutamente omesso. Un genio: 17 miliardi di euro (di cui 2 miliardi e mezzo già pagati alle imprese) per 90 caccia non solo inutili ma anche difettosi. E adesso chi paga?
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Il Governo ci chiede di segnalare gli sprechi di denaro pubblico. Fallo anche tu! Digli di tagliare le spese militari, di cancellare gli F-35 e i privilegi di cui godono gli alti gradi delle forze armate.
Nonostante siano passati vent’anni dalla fine della guerra fredda l’Italia continua a sprecare ogni anno migliaia di milioni di euro per mantenere in piedi un apparato militare mastodontico, inutile e inutilizzabile, che nulla ha a che fare con il bisogno di sicurezza degli italiani.
Questo è il più grande spreco di risorse pubbliche che il nostro Paese deve cancellare!
Le risorse risparmiate devono essere impiegate per dare un lavoro a chi non ce l’ha o lo sta perdendo, per chi è in difficoltà e sta pagando il prezzo più alto della crisi, per estirpare la povertà e riaprire un futuro nuovo per il nostro Paese.
Per dire al Governo di cancellare questo spreco clicca sul link sottostante:
http://www.governo.it/scrivia/RedWeb_Form.htm
Inondiamo il sito del Governo con questa denuncia!
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Il 17 aprile 2012, mentre milioni di statunitensi depositavano le loro dichiarazioni dei redditi, l’altamente rispettato Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace (SIPRI) di Stoccolma ha pubblicato il suo più recente studio sulla spesa militare mondiale.
Nel caso gli statunitensi si chiedessero dove sono andati a finire i soldi delle loro tasse dell’anno scorso – e i soldi delle tasse di altre nazioni – la risposta del SIPRI è stata chiara: alla guerra e alla preparazione per la guerra.
La spesa militare mondiale ha toccato un record di 1.738 miliardi di dollari nel 2011, con un aumento di 138 miliardi di dollari rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti rappresentano il 41 per cento di tale cifra, ovvero 711 miliardi di dollari.
Alcuni articoli di stampa hanno evidenziato che, dal punto di vista della riduzione della dipendenza dalla potenza militare, ciò in realtà rappresenta un progresso. Dopotutto l’aumento della spesa militare globale “reale” – cioè la spesa al netto dell’inflazione e dei rapporti di cambio – è stato solo dello 0,3 per cento. E ciò contrasta con gli aumenti significativamente più elevati nel precedenti tredici anni.
Ma perché le spese militari continuano a crescere considerate le misure governative d’austerità degli anni recenti? In mezzo alla crisi economica iniziata a fine 2008 la maggior parte dei governi ha tagliato in misura spettacolare la spesa per l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’edilizia popolare, i parchi e altri servizi sociali vitali. Tuttavia non ci sono stati tagli corrispondenti ai bilanci militari.
Gli statunitensi, in particolare, potrebbero cercar di capire perché in questo contesto la spesa militare statunitense non sia significativamente diminuita, invece di aumentare di 13 miliardi di dollari, in realtà diminuendo dell’1,2 per cento di “dollari reali”, e tuttavia con una riduzione che difficilmente è paragonabile ai tagli complessivi di Washington alla spesa sociale. Sì, le spese militari di Cina e Russia sono aumentate nel 2011. E anche in termini “reali”. Ma, anche così, la loro forza militare compete a stento con quella degli Stati Uniti. In effetti gli Stati Uniti hanno speso nel 2011 per le proprie forze militari circa cinque volte più della Cina (la potenza militare mondiale numero due) e dieci volte più della Russia (la potenza militare mondiale numero tre). Inoltre quando si considerano gli alleati degli USA, come l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il Giappone, è chiaro che la gran massa delle spese militari mondiali è sostenuta dagli Stati Uniti e dai loro alleati militari.
Ciò potrebbe spiegare il fatto che il governo cinese, che conta solo per 8,2 per cento della spesa militare mondiale, ritiene che sia ragionevole e desiderabile accrescere i suoi esborsi per gli armamenti. Apparentemente i dirigenti di molte nazioni condividono quello spirito competitivo.
Sfortunatamente la rivalità militare tra le nazioni – che dura da secoli – ha come conseguenza un grande sperpero di risorse nazionali. Molte nazioni, infatti, dedicano la maggior parte del proprio reddito disponibile al finanziamento delle proprie forze armate e dei propri arsenali. Negli Stati Uniti si stima che il 58% delle entrate fiscali governative sia impiegato in spese discrezionali per la guerra e i preparativi bellici.
“Quasi ogni paese che dispone di un esercito è su un percorso folle, spendendo sempre più in missili, velivoli e armi” ha osservato John Feffer. Condirettore di Foreign Policy in Focus [Obiettivo sulla Politica Estera]. “Questi paesi dovrebbero affrontare le minacce vere – il cambiamento climatico, la fame, le malattie e l’oppressione – e non sprecare i soldi dei contribuenti per l’esercito.”
Naturalmente i difensori delle spese militari replicano che la potenza militare in realtà protegge il popolo dalla guerra. Ma è vero? Se è così come si spiega il fatto che le maggiori potenze militari del secolo passato – gli Stati Uniti, la Russia, l’Inghilterra, la Germania, la Francia, l’Italia, il Giappone e la Cina – siano state costantemente in guerra in tale periodo? Qual è la spiegazione del fatto che gli Stati Uniti – oggi il gigante militare – siano attualmente impegnati in almeno due guerre (in Iraq e in Afghanistan) e sembrino sull’orlo di una terza (con l’Iran)? Forse il mantenimento di una vasta macchina militare non previene la guerra ma, invece, la incoraggia.
In breve, enormi establishment militari possono essere molto controproducenti. C’è poco da meravigliarsi che siano stati condannati ripetutamente da grandi leader religiosi e morali. Anche molti dirigenti governativi hanno deprecato la guerra e i preparativi per la guerra, anche se normalmente a proposito di nazioni diverse dalla propria.
Così la pubblicazione del nuovo studio del SIPRI non dovrebbe essere motivo di festeggiamenti. Piuttosto offre un’occasione appropriata per riflettere sul fatto che, l’anno scorso, le nazioni hanno speso più soldi per l’esercito di quanti se ne siano mai spesi prima nella storia dell’umanità. Anche se questa situazione potrebbe comunque ispirare gioia nei cuori dei dirigenti governativi, dei più alti ufficiali dell’esercito e degli appaltatori della difesa, la gente lontana dalle leve del potere militare potrebbe ben concludere che è un modo del cavolo di amministrare il mondo.
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L’Italia è un paese in crisi conclamata, più o meno in tutti i comparti dell’economia. Tranne che in quello delle armi. Secondo il rapporto annuale del Sipri, l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, per quello che riguarda il 2010, il Belpaese si piazza all’ottavo posto nel mondo fra i produttori di armi. Questo per merito di Finmeccanica che, nell’ultimo anno, ha registrato vendite per 24.76 miliardi di dollari e un profitto di 0,74 miliardi. Tutto dalla vendita di aerei, artiglieria più o meno pesante, missili, veicoli militari, munizionI.
Al primo posto di questa classifica, troviamo l’americana Lockeed Martin, con 35.7 miliardi di profitti, seguita dall’inglese Bae Systems (32.9 miliardi), dalle americane Boeing, Northrop Grumman, General Dynamics e Rayton. Settima piazza per la Eads (Europa), poi Finmeccanica, e altre due americane: la L-3 Communications e la United Technologies. Andando ancora indietro nella classifiaca, troviamo Fincantieri al settantatreesimo posto, con 940 milioni di introiti per le forniture alle navi da guerra. “Le vendite complessive di armi delle 100 società della classifica hanno conservato nel 2010 la loro tendenza al rialzo – scrive il Sipri –, anche se in realtà dell’1 percento. L’aumento è stato molto inferiore rispetto al 2009. I dati del 2010 dimostrano una volta di più la capacità dei maggiori protagonisti di continuare a vendere armi e servizi militari nonostante le crisi finanziarie che attualmente riguarda altri settori”. Insomma, la recessione nel settore della guerra non sembra esistere, e il piatto da spartire è sempre ricco, malgrado le inevitabili difficoltà dettate dalla situazione generale dell’economia mondiale.
Finmeccanica, pur tra gli scandali che l’hanno coinvolta negli ultimi mesi, conserva il suo ruolo tra i magnifici dieci signori della guerra, con 75.197 dipendenti, si descrive come “leader nello s sviluppo e produzione degli aerei da addestramento e nei relativi servizi di supporto a terra”. I suoi principali azionisti sono il Ministero dell’Economia (30.2 percento delle quote), Tradewinds Global Investors LLC (5.282 percento), BlackRock (2.24 percento) e Libyan Investment Authority (2.01 percento).
Importante notare anche il resto dell’analisi del Sipri. Le società nordamericane possono vantare più del 60 percento delle vendite globali, mentre l’Europa è ferma al 29 percento. Le prime dieci compagnie, addirittura, detengono il 56 percento del mercato, con un fatturato complessivo che supera i 230 miliardi di dollari. Ma, oltre alle armi, la classifica dell’istituto svedese registra anche la crescita dei vari servizi legati alla logistica militare, dall’allenamento alla manitenzione. Le prime 20 compagnie che si occupano di questa società hanno visto i loro profitti passare dai 22.3 miliardi del 2009 ai 55 miliardi dell’anno successivo. Altro dettaglio importante è quello relativo all’importazione delle armi, con l’Asia che si conferma, tristemente, leader. Nel periodo 2007-2011, infatti, l’importazione di armi da queste parti è aumentato del 24 percento rispetto al 2002-2006. Nell’ultimo quinquennio, i paesi asiatici e l’Oceania hanno importato il 44 percento del volume totale del mercato, molto sopra all’Europa (19 percento), il Medio Oriente (11 percento), Nord e Sud America (11 percento) e Africa (9 percento). Andando a guardare sempre più in profondita, emerge come sia l’India il maggiore compratore di armi al mondo, con il 10 percento di volumi totali. Dietro, la Corea del Sud (6 percento), Cina e Pakistan (5 percento) e Singapore (4 percento).
Tra i Paesi asiatici, l’India è risultato il maggior compratore con il 10% dei volumi totali. L’ultimo appunto è relativo alla Cina: Pechino negli ultimi anni sta sviluppando sempre più rapidamente un’industria bellica interna allo scopo di evitare la dipendenza dall’estero. E’ così che questo paese è entrato a far parte dell’esclusivo club dei maggiori esportatori di armii convenzionali al mondo, dietro soltanto a Usa, Russia, Germania, Francia e Gran Bretagna. Ma la classifica è sempre più corta e la Cina si avvicina alla vetta con falcate sempre più ampie.
Mario Di Vito
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Il 20 marzo 2003 iniziava la seconda guerra in Iraq. Sono passati 9 anni e, come spesso accede, ci si dimentica. Si dimenticano i morti le distruzioni, i feriti le bombe all’uranio, al fosforo, le mobilitazioni per la pace. Forse un po’ ci si rassegna anche. Poi da noi c’è la crisi, si fa fatica già a pensare a se stessi, figuriamoci a pensare all’Iraq. E così il 20 marzo arrivano notizie (a dire il vero molto in secondo piano, come dire… non proprio notizia importanti) di una serie di attentati in diverse città dell’Iraq da Baghdad a Kirkuk, da Kerbala a Hillah. Circa 40 morti e 200 feriti.
Ma la cosa non sconvolge più di tanto i mass media, peraltro molto coinvolti a raccontare la guerra iniziata 9 anni fa. Qualche giornalista italiana è arrivata a Baghdad addirittura a bordo dei carriarmati USA. Ma ora c’è la pace, la guerra è finita, i soldati USA sono tornati a casa. E tutto è a posto… L’Iraq non interessa più.
Ovviamente mancano i soldi, bisogna tagliare, ma nessuno osa mettere sul tavolo il taglio delle spese militari. In fondo, la guerra da sempre è una grossa occasione per il rilancio dell’economia, per il rilancio del lavoro. Dio non voglia che in tempo di recessione l’idea della guerra diventi sempre più una strada possibile da percorrere per il rilancio dell’economia e dell’occupazione. Non dimentichiamoci che è già stato così in altri tempi passati, e non troppo lontani Lo è già oggi con le spese militari e gli F35… che ci dicono, ma è una bugia, portano posti di lavoro. Si parla di rilancio economico, di lavoro, e si dimenticano le guerre. Speriamo che non torni di attualità il famoso film di Alberto Sordi del 1974: “Finchè c’è guerra c’è speranza”.
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Abbiamo parlato diverse volte dei costosissimi cacciabombardieri F-35 da 100 milioni di euro cadauno e del fatto che il nostro paese intende acquistarne ben 131 per la considerevole cifra di circa 13 miliardi. E abbiamo anche detto che il contratto di acquisto, non ancora formalizzato, potrebbe essere annullato senza alcun onere per il nostro paese ma che purtroppo l’incremento delle spese militari è una costante di tutti gli schieramenti politici nostrani. Adesso viene fuori che questi aerei non solo costano un occhio della testa ma sono pure difettosi. Pensate che questo faccia rivedere ai nostri politici le scelte fatte? Io no, piuttosto sono abbastanza convinto che ci chiederanno di far fronte ai maggiori costi che questi difetti comporteranno.
Dal Fatto quotidiano.
Il supermoderno, super-tecnologico, supersofisticato e supercostoso cacciabombardiere F 35 Joint Strike Fighter non funziona come dovrebbe. Non lo dice qualche prevenuto contestatore del progetto o qualche pacifista oltranzista. Lo scrive il Pentagono in una nota interna di cui ha dato notizia l’agenzia Afp e che il Fatto ha potuto consultare. È un bel guaio che ci riguarda da vicino. L’F 35 non è solo il più gigantesco e caro programma attualmente avviato dalla Difesa Usa capofila di un gruppo di paesi, con un valore stimato di 385 miliardi di dollari. Anche l’Italia è direttamente interessata alle sorti di quel velivolo perché partecipa alla sua realizzazione, anche se in misura modesta e soprattutto sta per acquistarne la bellezza di 131 esemplari con una spesa preventivata eccezionale: oltre 15 miliardi di euro fino al 2026.
SENZA CONTARE gli elevatissimi costi di esercizio. Secondo il sito Altreconomia che riporta i risultati di uno studio dell’ufficio di analisi economiche dal Parlamento canadese, tra manutenzione e gestione ogni F 35 costa nell’arco di vita preventivato la bellezza di 450 milioni di dollari. Che moltiplicato per il numero di aerei che l’Italia vorrebbe acquistare fa un po ’ meno di 60 miliardi di dollari, 45 miliardi di euro. Il fatto che oltretutto l’aereo prodotto dalla Lockheed Martin non funzioni al meglio e che quindi siano necessari aggiustamenti per farlo volare in sicurezza e con le migliori prestazioni comporta inevitabilmente un perfezionamento dei progetti e dei programmi di produzione e implica un aggravio di costi. Di quanto, al momento è impossibile dire, ma i difetti indicati dalla commissione di studio messa al lavoro dal dipartimento della Difesa Usa non s Crisi F35 ono per niente marginali e questo fa supporre che i cambiamenti necessari in corso d’opera possano risultare seri e assai cari. Ovvio che questi costi suppletivi finiscano per incidere sul prezzo finale del cacciabombardiere. L’Italia potrebbe quindi trovarsi di fronte alla sgradevole situazione di dover sborsare altri soldi oltre quelli previsti, per di più in una fase in cui ai cittadini il governo sta chiedendo sacrifici durissimi. Dal momento che la decisione definitiva sull’F 35 non è stata ancora presa, che il governo è cambiato, che c’è un nuovo ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola e il contratto di acquisto non è stato ancora perfezionato, questa potrebbe essere l’occasione per un ripensamento complessivo. Anche perché, indipendentemente dai costi rilevanti, molti nutrono seri dubbi sull’opportunità per la Difesa italiana di dotarsi di un’arma del genere, con caratteristiche non in linea con il nostro modello militare difensivo.
IL PROGETTO dell’F 35 sembra nato sotto una cattiva stella. Sono anni che va avanti tra problemi tecnici a ripetizione, ritardi rispetto ai tempi programmati e aggravi di spesa continui. All’inizio il costo di ogni velivolo era stato preventivato in 80 milioni di dollari, ma prima ancora che sia pienamente avviata la produzione è salito di almeno 50 milioni calcolando il costo medio delle tre tipologie di velivolo programmate. La nota del Dipartimento americano della Difesa è il risultato di un lavoro di studio affidato a una “piccola squadra”, avviato il 28 ottobre e terminato nei giorni scorsi. Ufficialmente si chiama Quick Look Review, cioè esame veloce, ma in realtà è un rapporto assai dettagliato di 55 pagine, compresi numerosi grafici e tabelle. La conclusione è sorprendente perché i tecnici raccomandano un “riesame serio dell’organizzazione della produzione”. La nota mette in evidenza numerosi difetti tra i quali le vibrazioni e gli scossoni constatati durante i voli di prova che comporterebbero problemi non da poco per l’affaticamento eccessivo dei piloti. Tra i vizi individuati ne emergono cinque, tra i quali il più significativo appare quello del meccanismo di aggancio della coda nella versione C che non consentirebbe di eseguire atterraggi sulle portaerei. Tutti gli otto test di atterraggio eseguiti sarebbero falli-ti. Per gli F 35, l’Italia ha già speso circa 2 miliardi e mezzo di euro. Quasi 2 miliardi per lo sviluppo del progetto e il conseguente passaggio alla fase industriale, più 600 milioni per l’ampliamento e l’ammodernamento dello stabilimento di Cameri in provincia di Novara. In quei capannoni l’Alenia della Fin-meccanica produrrà l’ala sinistra del cacciabombardiere e assemblerà quella parte di velivoli destinati all’Europa e non prodotti direttamente dalla Lockheed Martin negli Stati Uniti.
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Più volte da queste pagine ho lanciato appelli per fermare l’acquisto di 131 cacciabombardieri dal costo esorbitante di circa 13 miliardi di euro (più dei tagli alla spesa pubblica prevista dalla manovra ammazzaitalia di Monti). L’accordo siglato dal governo Berlusconi non è ancora stato definitivamente sottoscritto e il messia Monti avrebbe potuto tranquillamente recedere senza pagare alcuna penale potendo evitare così a molti italiani, compresi quelli meno abbienti citati oggi anche dall’indegno inquilino del quirinale, i “doverosi ma indispensabili” e, aggiungo io, continui sacrifici.
Per rendersi conto della pazzia di questa spesa è interessante ipotizzare cosa si sarebbe potuto fare con questi soldi, o anche con parte di essi. Gente comune come me e come voi abituati a gestire piccoli bilanci familiari, spesso non riescono neanche ad immaginare quanti siano 13 miliardi o anche 100 milioni (il costo di ogni singolo aereo) e tanto meno siamo capaci di immaginare che cosa esattamente si potrebbe pagare con queste cifre. Per aiutarci in questa impresa ecco che ci vengono in aiuto Gino Strada e Vauro che sul settimanale “Male” hanno pubblicato La contraerea del Male in cui con una splendida vignetta ci mostrano cosa potremmo avere se rinunciassimo a questo assurdo acquisto.
Per ogni aereo in meno potremmo utilizzare quella somma (100 milioni di euro) per:
- acquistare 933 ambulanze
- realizzare 753 giardini pubblici con parco giochi
- costruire 85 scuole materne da 1.000 mq con tecniche di bioedilizia
- costruire 3 ospedali di 17.000 mq in grado di curare 160 mila persone
- restaurare l’intero sito archeologico di Pompei
- costruire 49 biblioteche pubbliche
- finanaziare 4.454 assegni di ricerca
- finanziare con 500 euro al mese di reddito minimo garantito 16 mila persone per un anno
- costruire 17 case di riposo in grado di accogliere 1.360 persone
- realizzare 27 palestre comunali
Moltiplicate tutto questo per 131 ovvero il numero di cacciabombardieri previsti da Berlusconi e Monti e pensate anche a quanti posti di lavoro si creerebbero con queste alternative ed ecco che il destino del vostro paese e del vostro culo vi apparirà bello nitido davanti agli occhi.
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Fedeltà alla Bce e ai vincoli europei, continuità con le manovre fatte da Berlusconi e Tremonti nel 2011 e alcune novità su equità sociale, tassazione della proprietà (e reintroduzione dell’Ici), attenzione a giovani e donne, ma nessuna parola sull’ambiente, sull’impoverimento del paese, sulle crescenti diseguaglianze e parole ambigue sulle pensioni ed il mercato del lavoro: quello presentato da Monti alle camere è un programma vago, moderato, liberista con molte carte ancora da scoprire. Abile e prudente, con l’obiettivo di ottenere una vasta fiducia bipartisan.
Tre i pilastri del discorso, già preannunciati nelle dichiarazioni precedenti l’insediamento: rigore nella spesa pubblica, la necessità della crescita economica e l’equità sociale. Ma di riduzione di quella spesa che dovrebbe e potrebbe essere tagliata – dalla spesa militare a quella per le grandi opere – non s’è sentita traccia nel suo discorso. È disponibile a dire al suo ministro – ammiraglio della Difesa, Di Paola che spendere 15 miliardi per 131 cacciabombardieri non è proprio una scelta coerente con il rigore, di questo tempi? Immaginiamo già la risposta dell’ammiraglio, ma forse la domanda non verrà fatta. Magari qualche soldino di quei cacciabombardieri potrebbe essere dato alla cooperazione allo sviluppo (che non ha più un euro), visto che il premier ha creato (positivamente) un ministero ad hoc affiddato al fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Come generico è l’appello per la crescita: nessuna parola sull’economia verde, sulla necessità di interventi per rilanciare la domanda di consumi pubblici e sul sostegno all’innovazione e alla ricerca. Invece dì “capitali privati” nelle infrastrutture, si sarebbe dovuto ‘parlare di un “programma di piccole opere” (dalla messa in sicurezza del territorio a quella delle scuole italiane che non rispettano la legge 626). E di equità anche c’è poca traccia: i sacrifici devono essere “equi”, ma di diseguglianze e redistribuzione non si parla.
La patrimoniale non c’è, anche se qualche spiraglio sembra aprirsi: bisogna passare dalla tassazione “delle imprese e del lavoro” a quella su “consumi e proprietà” e bisogna “monitorare le ricchezze accumulate”. Più chiaro il passaggio sull’Ici, che ha preannunciato il ripristino della tassazione sulla proprietà anche della prima casa: giuste e condivisibili le sue parole sull’anomia italiana in Europa; ma la sua invocazione a far “pagare di più che ha dato di meno” sarebbe stata più credibile se parole altrettanto chiare fossero state dette sulla tassazione delle rendite o sull’impegno a sostenere una tassa europea sulle transazioni finanziarie. Se si vuole l’equità, la patrimoniale e l’accentuazione della progressività fiscale sono fondamentali. Eppure Monti dice che bisogna portare avanti la legge delega in materia fiscale e assistenziale di Berlusconi e Tremonti che abbassa l’aliquota più alta sui redditi dal 43 al 40%. Parla di “correttivi e integrazioni” a questa legge: ed è proprio qui che bisogna intervenire ridando un senso alle parole “giustizia fiscale”. Monti dice giustamente che per la lotta all’evasione serve abbassare la soglia dell’uso del contante, ma quanto? Ora si può pagare in contanti fino a 2.500 euro. La soglia deve essere abbassata a 100 euro, com’era alla fine della scorsa legislatura, prima che Tremonti la riportasse in alto (prima 12.500, poi 5mila ore 2.500). È disponibile a procedere in questa direzione?
Ed è proprio in questa famigerata legge delega sul fisco che sono contenuti tagli di 20 miliardi alle detrazioni fiscali per spese sociali (per le badanti, per i familiari a carico, per gli asili nido, eccetera). Monti nel suo intervento parla di “servizi cura per gli anziani” e della necessità della coesione sociale: interverrà con “correttivi ed integrazioni” – come ha dichiarato – per impedire questo massacro delle “tasche degli italiani” per avere delle prestazioni sociali che lo Stato direttamente non fornisce? Il welfare è stato distrutto da Tremonti e Sacconi (la riduzione dei fondi sociali nazionali è stata del 90%: un vero massacro): come si interverrà per ristabilire una soglia accettabile di diritti e servizi per tutti? Di nuovo: “servizi di cura per gli anziani”, dice il premier: ma lo sa che il fondo per la non autosuffienza è stato azzerato? Aiutare i giovani, certo: nel frattempo il passato governo ha ridotto “il fondo giovani” da 130 milioni a 13: è qui che bisogna intervenire e non proponendo una nuova emigrazione per i giovani (“mobilità a scala europea”, ha detto). Dal discorso di Monti risposte non ne vengono. Investire sui giovani e le donne è sacrosanto e ha ragione il premier: ma la prima cosa da fare è creare le condizioni per creare occupazione giovanile e femminile. E la strada non è quella della precarietà, che in Italia non ha fatto crescere i posti di lavoro, ma solo reso più facili sfruttamento e licenziamenti. Ed il passaggio dalla contrattazione nazionale a quella aziendale non facilita di certo una riforma del mercato del lavoro fondata sui diritti dei lavoratori. E se – come ha detto Monti al Senato – bisogna rafforzare gli ammortizzatori sociali, si faccia veramente quello che è necessario: ovvero ampliare le tutele dei lavoratori a tempo indeterminato a tutti i lavoratori parasubordinati (a progetto, a collaborazione coordinata e conitnuativa, ecc) che oggi non hanno alcuna forma di protezione sociale. Se si vuole veramente l’equità – come dice Monti – bisogna infine mettere al centro tre questioni fondamentali: la redistribuzione della ricchezza attraverso una politica fiscale fortemente progressiva (inclusa la patrimoniale), il rafforzamento dei servizi e degli interventi di welfare, il sostegno ai redditi delle fasce più deboli. Tutte cose che nel programma di Monti per il momento non ci sono.
Giulio Marcon
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Monti, col suo “nuovo” governo dopo un ora di discorso in cui ha detto tutto senza però dire nulla di cosa in realtà vuole realizzare ieri ha ricevuto la fiducia dal senato. Una fiducia a scatola chiusa nel voto ed una sfiducia, subito dopo, nelle dichiarazioni, in particolare da parte del PdL che affermando di considerarsi in campagna elettorale di fatto dichiara guerra al nuovo esecutivo e si spiana la strada per recuperare elettorato, cosa che gli sarà facilitata proprio dalla somministrazione della cura Monti il quale, a parte le vuote dichiarazioni, non parte proprio col piede giusto.
A dirla tutta è da quando è stata ufficilizzata la sua presenza nella politica italiana che non ne fa una giusta. Ha inziato con la ingiustificabile ma ben retribuita carica di senatore a vita per poi insistere per la nomina a ministro di un certo Giuliano Amato, residuato bellico della prima repubblica, che dopo aver più volte furtivamente messo le mani nelle tasche degli Italiani, da anni si gode una lauta pensione da 31 mila euro al mese, cosa non proprio esemplare per chi si propone, a parole, di combattere privilegi e sprechi. Visto che tutto ciò poteva anche apparire non proprio “nuovo” il commissario europeo ha pensato bene di riesumare la processione delle consultazioni, tradizione nelle tradizioni della prima repubblica, utili come in passato soprattutto per definire la spartizione di poltrone e posti di potere visto che neanche alle formazioni politiche, almeno stando alle dichiarazioni, il professore ha ritenuto di dire che cosa vuole fare.
Con le nomine a ministro poi ha raggiunto, sino ad ora, il suo culmine. Su Passera e sull’enorme conflitto di interessi che lo caratterizza si sono già formati fiumi di parole e vi invito a vedere questo esaustivo video di Marco Travaglio, mentre io vorrei concentrare l’attenzione sui ministri della difesa, della giustizia e dell’ambiente che penso siano più esemplari nel cominciare ad ipotizzare il tipo di strada che intende percorrere questo esecutivo. Partiamo dal ministero della difesa affidato ad un militare (non succedeva dai tempi di Mussolini) nonché presidente del comitato militare della NATO che probabilmente ha preferito un suo fedelissimo per un paese che ha tentennato nell’appoggiare e sostenere i bombardamente sulla Libia. Diffcilmente con tale individuo a questo dicastero potremmo assitere ad una diminuzione delle spese militari o degli enormi costi economici e in vite umane che si consumano nei vari scenari di guerra in cui il nostro paese insiste da anni. Alla giustizia, altro dicastero molto delicato in un paese dove corruzione e mafie varie la fanno da padrone, è stata nominata un avvocato penalista che tra i suoi illustri clienti vede, oltre a numerosi colletti bianchi coinvolti nelle più grandi truffe degli ultimi anni, persino un certo Salvatore Buscemi boss mafioso coinvolto nella strage di Capaci. Adesso premesso che tutti, anche il peggior criminale, hanno diritto ad una difesa potrebbero però esserci dei problemi di opportunità nel nominare ministro della giustizia una persona con un curriculum del genere, possibile che tra le migliaia di avvocati italiani non c’era nessun altro in grado di svolgere con competenza quel ruolo? Che dire, infine, del neo ministro dell’ambiente che alla sua prima uscita pubblica dichiara che è necessario rivedere la scelta sul nucleare, considerata dallo stesso un settore indispensabile di importanza strategica? In un batter di ciglio non solo ha fatto ripiombare il paese nell’incubo nucleare, dopo che i più lo avevano archiavato dopo l’esito refendario di soli 5 mesi fa, ma ha reso edotti tutti noi di quale sia la considerazione che questi burocrati, finti tecnici, hanno del proprio datore di lavoro: il popolo Italiano, il famoso popolo sovrano.
E devono ancora iniziare.
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Il debito pubblico non è un problema di cui sia stata sottovalutata la gravità; al contrario, è il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. Il debito è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati. La crescita drogata dal debito va fermata perché non è la soluzione della crisi, ma la sua causa.
Clima, energia, economia: tre crisi ci minacciano. Senza una nuova politica, la crisi del debito creato per drogare la crescita potrà solo aggravarsi. Tutto lascia credere che ormai sia solo questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o da quella energetica, coloro che non si sono lasciati ipnotizzare dalla colossale disinformazione planetaria dei mass media – e sono più di quanti si creda – possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie.
Grandi Opere, spesa militare, costi della politica. Per uscire dalla crisi e bloccare la spirale del debito bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. Il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra grandi imprese e partiti politici del secolo scorso non prenderà mai queste decisioni, perché ne verrebbe travolto.
Una nuova politica per il bene comune. Occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra; non omologati sul dogma della crescita, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando: i loro incubatori sono i movimenti di resistenza contro le grandi opere e contro la privatizzazione dei servizi sociali.
Il debito italiano: rischio bancarotta. In Italia il debito pubblico rappresenta il 119% del Pil e alla fine del 2011 raggiungerà i 2.000 miliardi di euro. Il Giappone sta peggio di noi, con un debito oltre il 200% del Pil, e la stessa Gran Bretagna – sommando il debito pubblico a quello di aziende e famiglie – arriva al 245% del Pil, mentre il debito complessivo italiano raggiunge il 225,8% del prodotto interno lordo. Di fronte a queste cifre, non è escluso che i paesi più indebitati decidano di uscire dalla spirale del debito, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli di Stato e quindi rovinando i risparmiatori. Questa crescita, drogata dal debito pubblico sempre più vasto e dal credito al consumo per le famiglie: solo il “doping” del debito ha consentito, finora, di tenere in vita un’economia fondata sulla crescita dei consumi. Perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che, se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute fino alla crisi di sovrapproduzione che distruggerebbe il sistema fondato sulla crescita.
La politica economica in un vicolo cieco. Ridurre le tasse e/o aumentare la spesa pubblica: è ciò che destra e sinistra hanno proposto, per stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta il gettito fiscale e si riduce il debito pubblico. Ma tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica, il debito aumenta. Inserendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni si comprometteranno le possibilità di crescere. Globalizzazione, merci invendute ed ex consumatori disoccupati. Perché gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno funzionato? Perché nei paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione dei mercati hanno determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: macchinari sempre più potenti producono quantità sempre maggiori di merci riducendo progressivamente l’incidenza di lavoro umano per unità di prodotto. Ne deriva un aumento dell’offerta e una contestuale diminuzione della domanda mediante la diminuzione delle retribuzioni e la riduzione dell’occupazione.
Spesa militare: faremo la fine dell’Impero Romano? Una voce disastrosa nel debito pubblico è costituita dalla crescita delle spese militari. Dopo il tracollo dell’Urss, la dimensione egemonica imperiale degli Usa ha spinto gli alleati verso un impegno crescente in molti teatri di guerra, in regioni strategiche come quelle petrolifere, fino a determinare una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono a superare il valore delle risorse che se ne ricavavano.
Grandi Opere: fallimenti in tutto il mondo. Altrettanto rilevanti, nel bilancio del debito, le grandi opere spesso faraoniche e inutili: la crisi della Grecia è scaturita dalle spese per le Olimpiadi di Atene del 2004, se Torino è la città più indebitata d’Italia lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. Opere che non ripagano i loro costi perché sovradimensionate rispetto alle reali esigenze: è successo con l’aereo supersonico Concorde e il tunnel sotto la Manica già fallito due volte; è successo con molti costosissimi edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, già in pieno degrado. Sovradimensionata rispetto alle esigenze è la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino-Lione. Destra e sinistra sono consapevoli dell’inutilità di molte grandi opere, devastanti per i territori, e tuttavia rivendicano il merito di averle deliberate in deficit allo scopo di rilanciare la crescita economica e l’occupazione. In realtà faranno crescere soltanto il debito pubblico. Un’opera è davvero sostenibile solo se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse, il consumo di energia e l’impronta ecologica, in modo da ripagare i costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione, contribuendo in questo modo a ridurre il debito pubblico. In altre parole la politica economica non può più basarsi soltanto su criteri di tipo quantitativo, ma deve adottare criteri di valutazione qualitativi.
L’equivoco della green economy. Nell’ottica della green economy la politica energetica non si fonda sulla riduzione della domanda mediante la riduzione di sprechi e inefficienze, ma sulla sostituzione dell’offerta: fonti rinnovabili anziché fossili, con incentivi statali che aggravano il debito pubblico. Anziché i piccoli impianti per l’autoconsumo, la green economy privilegia i grandi impianti, che possono essere appannaggio solo di grandi aziende interessate a incentivare la crescita dei consumi e degli sprechi. E’ un modo di riproporre ancora una volta l’alleanza strategica tra industria e partiti: l’alleanza fondata sulla crescita, responsabile dell’attuale fallimento storico. Anziché nelle grandi opere e nella green economy faraonica, occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, nelle reti idriche, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi (con benefici effetti anche sul turismo), nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri post-industriali (come a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio di materiali dismessi, nell’agricoltura di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra produttori e acquirenti.
Filiera corta: l’economia locale può sopravvivere alla globalizzazione. E’ auspicabile una saldatura tra l’economia reale dei territori (contadini, commercianti, piccole e medie aziende, artigiani e professionisti) con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Una vera democrazia partecipata può realizzarsi solo ripudiando la globalizzazione e rivalutando le economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà delle filiere corte. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, le attività economiche locali sono utili, ripagano i costi d’investimento riducendo sprechi e consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici e non richiedono tecnologie potenti, bensì evolute; non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccoli operatori locali (agricoltori, artigiani, commercianti, tecnici) radicati sul territorio, in grado di alimentare un’economia di prossimità, sostenibile dal credito locale, come dimostra il recente successo di alcune piccole e medie imprese italiane, che caratterizzano la nostra struttura produttiva (il 99,92 % ha meno di 250 addetti).
Meno e meglio: decrescita selettiva del Pil. Ridurre gli sprechi comporta necessariamente una decrescita: la coibentazione degli edifici per ridurne le dispersioni termiche e l’installazione di impianti energetici a fonti rinnovabili fanno crescere il Pil inizialmente, ma in seguito i risparmi lo fanno decrescere. La decrescita selettiva del Pil, riduce gli sprechi e l’impronta ecologica, migliora il benessere e la qualità della vita, crea occupazione utile. Solo la decrescita selettiva del Pil può risolvere sia la crisi economica che quella ambientale, senza far crescere il debito pubblico né deprimere le attività produttive.
Agricoltura biologica: una scelta strategica. L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica: stagionalità dei prodotti, riunificazione di agricoltura e allevamento, accorciamento delle filiere, riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne.
Ristrutturazione edilizia: fronte strategico di occupazione utile. Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti: mediamente in Italia per il riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio e soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? La riduzione del pil che ne deriverebbe offrirebbe i vantaggi economici, occupazionali e ambientali non altrimenti ottenibili.
Il modello della crescita è finito: non ha futuro, va sostituito. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori. Si annuncia un periodo di transizione inevitabilmente drammatico. Sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.
Maurizio Pallante




















