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“Saldi, saldi, saldi, quanti saldi!! Lodati siano i saldi!”, cantano in questi giorni coloro che attendono con ansia il 2 luglio, data unica nazionale in cui avrà inizio l’ennesima stagione di sconti. Finalmente i consumi nel nostro martoriato Paese potranno ripartire. Ma è veramente così? E soprattutto, è davvero necessario basare la propria vita sui consumi, o l’economia nazionale sulla (continua) ripresa degli stessi?
Chissà, forse ha ragione chi consiglia di spendere, non essendoci niente di peggio della crescita negativa (!) in un sistema basato sulla crescita illimitata del Pil. Hanno ragione Codacons e Confesercenti quando propongono di anticipare di anno in anno i saldi estivi o di Natale, in un Paese in cui da sessant’anni uno dei principali scopi sembra quello di imitare (dove e come conviene, ovviamente) nazioni come Gran Bretagna e Stati Uniti, punte di lancia del turbo-capitalismo/liberismo e dell’iper-consumismo, in cui i saldi per le Feste natalizie iniziano ormai a fine novembre. Ha ragione la maggioranza degli italiani quando richiede a gran voce i suddetti saldi anticipati o i negozi aperti la domenica, se viviamo in un sistema che non permette quasi più a nessuno di rinunciare all’acquisto, consumo e smaltimento in tempi sempre più brevi di ogni tipo di bene e di servizio.
Ma hanno mai pensato Codacons o la marea di persone convinte che tutto possa funzionare così com’é a ciò che cambierà per la nostra economia dopo essersi riversati a fare acquisti per amore della ripresa dei consumi? Non cambierà nulla. Questo é il punto. Starsene qualche ora in coda fra i parcheggi e le casse dei centri commerciali, oltre che intasare strade prima e discariche poi, può dare l’illusione ancora per qualche tempo di un (certo) benessere diffuso, può addirittura far salire il Pil di una frazione di punto percentuale, ma non risolve il problema.
Se tutti ci mettessimo oggi a comprare scarpe, vestiti, televisori al plasma o l’ennesimo telefono cellulare, come potremmo dire a politici ed economisti che, fra un mese o due, saremmo ancora al punto di partenza? E come possiamo far capire a chi pensa che la soluzione ai nostri problemi (economici piuttosto che esistenziali) sia quella di spendere e consumare, che questa è invece l’origine di tutti i nostri guai?
Non potremmo comprare un televisore al mese nemmeno se lo volessimo. Soprattutto in un momento di “crisi” come questo. Quindi, assistere alla svendita di questo tipo di sistema (iniziata già da tempo dai creativi della finanza, oltre che dai soliti politici) sembra l’unica cosa che ci è concessa di fare. A meno che non ci decidiamo con tutta la forza, la fatica e la pazienza necessarie a cambiare rotta. Cambiare rotta nel nostro approccio con la vita, col lavoro, col “consumo”, con gli altri e soprattutto con noi stessi. Magari iniziando ad unire ciò che di buono c’era una volta a ciò che di buono riesce a offrire il presente. O dimenticandoci una volta per tutte l’ormai inutile e fittizia distinzione fra destra e sinistra, con il loro corollario di ideologie e schemi mentali ormai morti e sepolti dalla storia e dagli eventi.
Dovremmo iniziare ad essere positivi, più che “ottimisti”, cercando di “contagiare” chi ci sta attorno, ma evitando inutili e fastidiose prediche a chi ancora non vuole capire che la way of life occidentale ha decisamente fallito nell’intento di farci vivere “meglio”, o di renderci più felici. Ma per essere davvero il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, abbiamo bisogno di tutti i mezzi a nostra disposizione. A partire dalla nostra intelligenza.
Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
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Anche il mito del progresso come qualunque manipolazione psicologica necessita di essere costruito con cura attraverso l’uso smodato della demagogia, il condizionamento del pensiero e la creazione di suggestioni che siano in grado di influenzare l’immaginario collettivo fino al punto di farlo collimare con il disegno di coloro che gestiscono il potere.Coloro che gestiscono la manipolazione sfruttano le parole, spesso distorcendone il reale significato, usandole come arieti in grado di penetrare la coscienza individuale plasmandola a piacimento sulla base di luoghi comuni, frasi fatte, esternazioni ad effetto che i cittadini una volta plagiati finiscono per accettare come verità incontrovertibili da porre alla base del proprio bagaglio di conoscenza.
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Per sostenere noi Italiani, con il nostro stile di vita, le nostre abitudini, le nostre passioni e i nostri vizi, ci servirebbero almeno altre tre Italie. Ciò significa che stiamo come stiamo e viviamo come viviamo, perché qualcuno, mette a nostra disposizione (volente o nolente) ciò che da noi comincia a scarseggiare: la terra. Per coloro che si inchinano al totem del liberismo o che pregano sull’altare della competitività, non è eticamente riprovevole godere di benefici ed utilità ai danni di altri: è il mercato. Chi è più forte, più bravo, più innovativo o magari soltanto più fortunato o più furbo (e disonesto) vince.
Però, allargando lo sguardo e considerando tutto il pianeta, salta all’occhio qualcosa che dovrebbe essere poco accettabile anche da parte di chi, pur essendo un liberista convinto, ha a cuore il futuro dei propri figli. La domanda dell’umanità sulle risorse del pianeta supera del 30% la capacità rigenerativa del pianeta stesso e che oltre tre terrestri su quattro, vivono in nazioni (e l’Italia è tra esse) che sono debitrici ecologiche. Il nostro stile di vita, i nostri consumi, la nostra voglia di vivere a 200 km all’ora, le gustose patatine che ungono il telecomando del televisore di ultimissima generazione, non gravano solo sulle spalle di qualcun altro in un altro luogo dello spazio (pianeta), ma anche sulle spalle di altri esseri umani che vivranno in un altro luogo del tempo (futuro).
L’impronta ecologica misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti. Semplificando molto, ci da un’indicazione circa la domanda dell’uomo sulle risorse del globo terracqueo. Per rendere meglio l’idea, possono essere utili alcuni esempi che traducono l’impronta ecologica (che si misura in ettari o in metri quadrati) rispetto a consumi e stili di vita quotidiani: per ottenere 1 kg di carne bovina al giorno per un anno, occorrono 140 mq di terra; produrre 1 kg di pane al giorno per un anno necessita di 10 mq di terra; spostarsi tutti i giorni di 5 km comporta un fabbisogno annuale di 122 mq se pedaliamo, di 303 mq se utilizziamo l’autobus, di oltre 1500 mq se siamo automobilisti. E’ evidente, pertanto, che la terra ci serve e che dovremmo tenercela stretta, preservarla e aumentare, laddove possibile, la sua capacità di dare vita. E invece, anziché togliere cemento, come consiglierebbe di fare il buon senso, continuiamo ad aggiungerne. Ed in Italia lo facciamo molto velocemente e voracemente, diminuendo così la biocapacità del nostro paese, e aumentandone la dipendenza rispetto ad altre aree del pianeta.
Ci stiamo mangiando il futuro dei nostri figli! Allegramente… Italia, Repubblica fondata sul cemento. In Italia, il consumo annuo di cemento è passato dai 50 kg pro-capite del 1950 ai 400 kg procapite del 2007. Una tendenza alla crescita sotto gli occhi di tutti e che non pare arrestarsi, neanche in tempo di crisi. Anzi, è passaggio cruciale di quasi tutti i comizi e di tutti i dibattiti televisivi, l’affermazione del politico di turno che la crisi si batte con l’edilizia e con le grandi opere. La cazzuola e la betoniera sono diventati il simbolo dello sviluppo, del progresso e della riscossa tutta italiana e il consumo di territorio ha assunto dimensioni davvero molto inquietanti. Seguendo un modello di sviluppo funzionale solo alla sommatoria di interessi singoli e per nulla orientato da un disegno complessivo che miri all’innalzamento del livello di benessere collettivo e alla salvaguardia del bene comune, il nostro Paese ha cavalcato negli ultimi decenni un’urbanizzazione estesa, veloce e talvolta violenta. Un vero e proprio cancro che avanza alla velocità di oltre 100 Kmq all’anno, 30 ettari al giorno, 200 mq al minuto. Dal 1950 ad oggi, un’area grande quanto il Trentino Alto Adige e la Campania è stata seppellita sotto il cemento. Una goleada, spesso realizzata tra il tripudio dei tifosi: edilizia residenziale, artigianale e industriale, megacentri commerciali, outlets, città satellite. Conditi dei relativi svincoli, raccordi autostradali e rotonde.
Nonostante i numeri allarmanti, gli eventi disastrosi che si ripetono ogni anno, le numerose e quasi quotidiane denunce, il consumo di territorio non è percepito dalle grandi masse come un problema, e non viene quasi mai rappresentato come tale da chi detiene i mezzi per farlo. Però, all’occhio sensibile, l’Italia appare sempre più come una terra in svendita e sotto assedio. Cantieri che spuntano anche in posti impensabili, senza risparmiare parchi, zone protette e sottoposte a vincoli, di natura ambientale, paesaggistica o architettonica. Anzi, solitamente, più le aree sono pregiate, più sono appetibili per il mercato. Il dissesto idrogeologico è sempre più manifesto. Piangiamo tutti gli anni decine di sue vittime. Ma poi, passata la bufera, ritorniamo ad idolatrare le gru o le suggestive grandi opere. Il patrimonio naturale ed artistico che ci viene invidiato dal resto del mondo è sempre più compromesso. L’agricoltura scivola costantemente verso l’impoverimento, sia economico che culturale, con grandi e fertili territori che sono passati (consapevolmente o meno) da una sana vocazione agricola, che però comporta pazienza e fatica, ad una ammaliante vocazione edilizia, che rende ricchi subito e senza sudore. I contadini, potenziali protagonisti di una rinascita produttiva per il paese, sempre più difficilmente riescono a resistere di fronte alle offerte di speculatori senza scrupoli, per i quali la terra è solo una preda, da addentare e divorare, senza alcun riguardo nei confronti della sua rigenerazione ecologica.
La speculazione edilizia ci ha portato ad agglomerati urbani del tutto simili e sovrapponibili tra loro, che non restituiscono la storia del luogo ma che sono modelli preconfezionati, buoni in Pianura Padana come nel Tavoliere delle Puglie. Insediamenti residenziali fuori le mura, che svuotano i centri storici per indirizzare le vite delle famiglie verso scialbe periferie, invitandoli a passeggiare in centri commerciali dai panorami artificiali. Sobborghi che azzerano le relazioni sociali tra le persone e che tutto favoriscono tranne che la nascita e il mantenimento nel tempo di un senso di appartenenza ad una comunità. E’ giunto il momento di prendere atto con responsabilità che l’Italia è malata ed agire di conseguenza. Sempre che non sia troppo tardi. L’urbanizzazione viene sempre motivata da buone intenzioni: “il centro commerciale porterà posti di lavoro”, “con le mille villette avremo una scuola più grande e la piscina nuova”, “il polo logistico creerà sviluppo”. La spinta al consumo di territorio è venduta all’opinione pubblica come una necessità dell’economia, che avrà certamente ricadute positive sul benessere dei cittadini. Quindi, visto il tasso di cementificazione che abbiamo vissuto in Italia, dovremmo essere una delle locomotive economiche d’Europa e uno dei paesi dove il livello di qualità della vita è più alto. E invece non è così. Perché? Perché la pianificazione urbanistica, in Italia, è pressoché assente, e dove non vi sono regole a garanzia dell’interesse collettivo, prevalgono gli interessi di pochi, di chi domina il mercato. Non è raro, poi, che il consumo di suolo diventi addirittura spreco: sono migliaia i capannoni vuoti, milioni le case sfitte. Sprechi che non hanno nessun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini. Ma che al contrario, e paradossalmente, producono brillanti effetti sul PIL, perché un capannone dove mai nessuno lavorerà o una casa dove mai nessuno abiterà, aumentano comunque il PIL della nazione. Un indicatore, il Prodotto Interno Lordo, del tutto inadatto a dirci quanto sta bene un paese. Un numero virgola, un numero che è una vera e propria farsa, venduto all’opinione pubblica come un’entità quasi soprannaturale in grado di condizionare tutto. Il dibattito politico in primis. Un indicatore che un democratico come Bob Kennedy, in un celebre discorso di 40 anni fa, metteva seriamente e appassionatamente in discussione. Prodotto Interno Lordo che cresce se aumentano gli incidenti stradali sulle nostre nuove autostrade ma che invece cresce poco se consumiamo un pasto a km zero. PIL che cresce se ci spostiamo in automobile (e che cresce tantissimo se abbiamo la sfortuna di percorrere parecchi chilometri di coda) e che invece sta fermo se usiamo la bicicletta o andiamo a piedi. PIL che cresce se condiamo la pasta con passata industriale di pomodori coltivati in terreni contaminati e che invece non si muove se la pastasciutta la gustiamo con i pomodorini coltivati sul nostro balcone o orto. PIL che cresce molto se facciamo una bella colata di cemento in un campo agricolo, costruendo infrastrutture inutili, padiglioni fieristici o quartieri residenziali, e che invece si muove appena se quello stesso campo è coltivato a ortaggi da pensionati per un gruppo d’acquisto solidale o popolare.
Il giocatore che dovrebbe ricoprire un ruolo strategico nella partita urbanistica, ovvero il Comune, non è in grado (perché non vuole, perché non può o perché gli viene impedito) di esercitare uno dei compiti affidatigli dalla legge: l’assetto e l’utilizzo del territorio. In realtà i comuni e i loro sindaci hanno abdicato, o sono stati destituiti, dal ruolo di gestori del territorio. Da almeno due decenni si assiste a politiche urbanistiche pensate e orientate non dalla competente autorità comunale, nell’interesse generale della collettività, bensì dai grandi operatori immobiliari che, ovviamente, perseguono i loro legittimi interessi privati.
E’ ora che ci riappropriamo di ciò che è nostro.
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Già da tempo mi sono reso conto che l’Occidente è ormai decotto e che l’attuale demenza diffusa nel Belpaese anticipa solo di poco l’implosione dell’intero sistema. A volte, scherzosamente, mi chiedo se questa paranoia diffusa a tutti i livelli non abbia le sue origini nella contaminazione dell’acqua che si beve o nell’inquinamento dell’aria che si respira.Fatto sta che il trovare una persona obiettiva e coerente che pensa e che parla senza condizionamenti politici e senza sotterranei interessi personali è diventata un’impresa talmente ardua che a volte mi faccio prendere dallo scoramento. I tradizionali mezzi d’informazione saranno sì condizionati dai veri padroni del vapore, cosa ormai conclamata, ma io penso che anche la qualità dei giornalisti stessi si sia abbassata di molto. L’assenza di grosse preoccupazioni di sopravvivenza e l’abbondanza dei beni disponibili ha “consumato” anche le capacità logiche e la profondità di pensiero della gente. L’incoerenza regna sovrana e la futilità delle attrattive le fa da corteggio.
La vera miopia dei nostri governanti sta nel non capire i danni irreparabili delle crescite esponenziali quali il Pil e l’esplosione demografica. Qualche settimana fa ho letto che dagli anni ’70 ad oggi le diverse offerte dei prodotti di largo consumo si sono quintuplicate. Basta fare un giro al supermercato per constatare che è proprio così. Il che vuol dire che se allora potevamo scegliere fra tre prodotti, per esempio tre differenti marche di spaghetti, ora sugli scaffali ce ne sono quindici che si contendono la nostra preferenza. La famosa “emicrania da supermercato” è dovuta proprio a questa eccessiva varietà di scelta che, con l’aggressivo bombardamento visivo e sonoro, ci offusca la capacità di giudizio e ci mette l’angoscia nel dover dedicare molto più tempo del necessario per prendere una decisione priva di ripensamenti. Tornati a casa ed accesa la Tv, vediamo i nostri blasonati economisti piangere al pensiero che i consumi non crescono abbastanza.
Ci dicono che c’è stata recessione se il Pil non è aumentato o, peggio ancora, se ha perso mezzo punto percentuale. La gente crede ciecamente nelle loro panzane senza rendersi conto che ciò vuol dire che nell’anno di riferimento si è prodotto e comprato il 99,5% dei beni prodotti e comprati l’anno prima. Questa è pazzia allo stato puro! Quel che più meraviglia è la comunanza di intenti che unisce i sindacati agli imprenditori, o se vogliamo vederla più in grande, il marxismo al capitalismo. Entrambi parlano della necessità di produrre e di consumare. Ci lamentiamo quando non troviamo il posto dove parcheggiare l’automobile e poi, secondo loro, dovremmo strapparci le vesti se il mercato dell’auto è in flessione…!
La questione dell’esplosione demografica è la madre di tutte le catastrofi che stanno per annientarci, e nel contempo è anche l’argomento più trascurato di tutti. La chiusura mentale dei governanti di tutto il mondo, ed in particolare dell’Occidente, è la peggiore delle nostre disgrazie. Però bisogna dire che anche i popoli, specialmente nei regimi democratici, hanno le loro gravissime colpe nello scegliere dei governanti di tale bassezza. Il conto è presto fatto. L’Africa è popolata da circa un miliardo di individui. Una donna africana, nella sua vita fertile partorisce in media 5 figli. La crescita netta di tutto continente si aggira sul tasso del 2,5% l’anno. Se i governanti avessero almeno le conoscenze matematiche delle medie inferiori potrebbero calcolare che fra meno di 20 anni ci saranno 500 milioni di africani in più! Un’alta percentuale di questi premerà sul Magreb fino a farlo scoppiare. Le attuali richieste d’aiuto da parte del nostro ministro degli interni nei confronti della sorda Europa per il contenimento degli sbarchi ci appariranno come ridicole istanze. Di fronte allo tsunami antropico prossimo venturo non ci sarà Frontex che possa tenere. Civiltà ben più nobili e forti della nostra sono cadute miseramente di fronte alla pressione dei popoli affamati. La differenza sta nel fatto che allora c’era spazio e “ambiente” per tutti, mentre ora non ce n’é più.
Le attuali ondate di profughi non sono altro che delle “prove tecniche di immigrazione”, delle timidi avvisaglie di ciò che ci travolgerà fra non molto. Purtroppo questa invasione di massa non potrà più essere arrestata perché ormai è troppo tardi. Mica si può andare laggiù adesso per dire loro che devono applicare la contraccezione!
Se non fosse per le nefaste conseguenze dirette sulla vita di tutti noi, oltre che sulla loro, potremmo consolarci pensando che i nuovi arrivati ci costringeranno a fare i conti con la realtà “vera” e non con gli intrighi politici di basso rango e con la crescita infinita.
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Ormai è abbastanza chiaro. C’è qualcosa che non va. La qualità della vita è decisamente migliorata rispetto al passato, o almeno così si suol dire, ma c’è qualcosa che stride, che non convince un numero sempre più elevato di individui. Anche una volta raggiunti questi incredibili e mai sufficientemente elogiati livelli di “progresso” e benessere (definizione molto opinabile, perché il benessere è ormai stato soppiantato dal “tantoavere”), probabilmente si possono ottenere ulteriori e più reali miglioramenti.
Per esempio, liberarci dagli stili di vita consumistici odierni potrebbe farci vivere meglio sia per le innumerevoli tensioni e frustrazioni che si possono evitare, sia per il fatto di poter vivere in un ambiente meno oberato di rifiuti. Quando ci renderemo conto del fatto che le cose sono spesso ladre di tempo, che ciò che possiedi alla fine ti possiede, ci si potrà trovare in una situazione di tranquillità e di lucidità tali da darci modo di riapprezzare la vita così com’è, senza tutti i fronzoli artificiali che ormai sostituiscono le vere bellezze e i veri piaceri. Che non sono necessariamente la borsetta firmata o gli occhiali da sole all’ultimo grido. Quelli sono giocattoli che possono ovviamente dare un certo piacere, ma che non dovrebbero, come invece succede troppo spesso oggi come oggi, sostituire cose ben più importanti, o sostituire la bellezza del mondo e della vita che non sappiamo più vedere.
Una volta fatto nostro questo concetto, ci si può automaticamente liberare dalla schiavitù del produttivismo forsennato e di una società basata sulla fretta e sulla frenesia. Lavorare meno può non solo migliorare la qualità della nostra vita, ma probabilmente anche ridurre in parte i problemi legati alla disoccupazione che assillano le nostre società composte per lo più di persone totalmente dipendenti dal mercato. E i soldi in meno che si guadagnano non sono un problema, se si sono ridotti i propri bisogni superflui. E lo sarebbero ancor meno se si riuscisse davvero ad avere il tempo e la capacità di auto-prodursi almeno una parte dei propri beni e dell’energia necessaria alle proprie abitazioni.
Tutto ciò è possibile anche dopo una presa di coscienza da parte della razza umana del fatto che non siamo superiori agli altri esseri su questo pianeta. Abbiamo indubbiamente capacità intellettive ben più sviluppate (che dovrebbero appunto dotarci di una maggiore coscienza), ma non siamo i padroni del mondo. Siamo addirittura una specie incredibilmente giovane rispetto alle altre.
È stato calcolato che se si considera l’età della Terra lungo l’arco di un anno di tempo, la nostra specie è comparsa negli ultimi quindici minuti del 31 Dicembre. Se invece si considera la storia registrata e “documentata”, questa rientrerebbe solo negli ultimi sessanta secondi! E il fatto di essere responsabili, con il nostro comportamento, con il nostro inquinamento, dell’estinzione di un numero di specie che va dalle 50 alle 55 mila ogni anno, dovrebbe fare riflettere. Nonostante i nostri incredibili risultati tecnologici, medici, farmaceutici ecc, abbiamo moltissimo da imparare dai più piccoli ed umili esseri di questo pianeta. Basti pensare alle incredibili e tuttora misconosciute proprietà terapeutiche e curative di certe specie di piante o funghi, alla resistenza di alcuni tipi di conchiglie o semplicemente a quella di una ragnatela, in proporzione cinque volte più resistente dell’acciaio. Il tutto “prodotto” sempre silenziosamente, a temperatura ambiente e senza produrre rifiuti.
Viviamo in totale disarmonia con ciò che ci circonda. Una volta resisi conto di ciò, si possono fare scelte che possono dare realmente inizio ad un cambiamento. Un cambiamento in positivo, possibilmente non solo a parole e non fatto solamente di buone intenzioni. Dire che dobbiamo salvare il Pianeta, comunque, è abbastanza ridicolo. La Terra va avanti anche senza l’essere umano, baby-specie, come ha sempre fatto prima e come farà appunto anche dopo di noi. Semmai dobbiamo salvare noi stessi, oltre ovviamente le migliaia di specie che stiamo sopprimendo quotidianamente.
Come è possibile? Visto che non dobbiamo aspettarci nulla dall’attuale sistema corporativo, guidato per sua stessa natura dal solo perseguimento di profitti sempre più cospicui ed immediati, né tanto meno dai governi, che al suddetto sistema si sono venduti (quando non ne fanno addirittura parte: si pensi al politico/imprenditore Berlusconi o ai Bush, famiglia di petrolieri), sta a noi cambiare le nostre abitudini. Gradualmente, con impegno e costanza. Il che non vuol dire fare voti di povertà o di rinuncia, né vivere di stenti, ma semplicemente cambiare alcune delle assurde abitudini che ci hanno inculcato, e soprattutto decidendo con più criterio cosa comprare o, ancor meglio, cosa non comprare.
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C’è una ragione per cui in natura le cose crescono solo fino ad un certo punto. Allora perché la maggior parte degli economisti e dei politici pensano che l’economia possa crescere per sempre?
Alla fine di gennaio 2010 la ben nota New Economic Foundation britannica (un vero e proprio think-tank che si pone l’obiettivo di dimostrare il reale benessere dell’economia e che è stata creata nel 1986 dai leader del cosidetto TOES – The Other Economic Sumit – il gruppo di lavoro che poneva nuove tematiche e nuovi approcci di visione alle riunioni del G7 e del G8), ha pubblicato un interessantissimo rapporto dal titolo “Growth Isn’t Possible:Why rich nations need a new economic direction”, che documenta come la crescita economica infinita sia impossibile a causa dei notevolissimi problemi ambientali e sociali che si trascina con sé. Esistono ormai troppi livelli “soglia” che sono o stanno per essere superati nei sistemi naturali, a cominciare dal sistema climatico, e che ci stanno dimostrando l’incompatibilità di una crescita economica continua. Per i paesi ricchi che hanno le maggiori responsabilità storiche (per essere stati i primi a devastare e distruggere gli ambienti naturali dell’intero pianeta) e di impatto sui sistemi naturali della Terra è ormai indispensabile una nuova direzione economica.
Per dimostrare in maniera simpatica e divertente l’impossibilità della crescita economica illimitata, la New Economic Foundation ha attivato il “Club del criceto impossibile” (vedasi www.impossiblehamster.org), nell’ambito del quale un breve e semplice video-cartoon dimostra come in natura non esiste una crescita senza limiti, prendendo come spunto un noto e simpaticissimo roditore, spesso utilizzato anche come animale da compagnia, il criceto.
Un giovane criceto raddoppia il suo peso ogni settimana che trascorre dalla sua nascita al periodo di pubertà. Ma se continuasse paradossalmente a crescere, come avviene dal suo giorno di nascita, giungerebbe a divorare in un giorno l’intera produzione mondiale annuale di granturco. Ovviamente esistono molti motivi per cui il criceto non può crescere indefinitamente, motivi che costituiscono la base dei meccanismi dell’evoluzione della vita sulla Terra, e che governano i sistemi naturali del Pianeta. Prima o poi questi meccanismi devono governare anche l’economia. L’economia non può continuare a far finta di essere al di fuori dei sistemi globali entro i quali invece opera quotidianamente e deve seguirne le regole. Ormai siamo giunti a dei livelli di impatto dei sistemi economici e sociali sui sistemi naturali che il mondo scientifico ritiene molto pericolosi per la nostra stessa sopravvivenza.
Un precedente rapporto della New Economic Foundation “The Great Transition” individua come organizzare al meglio un nuovo indirizzo per l’economia delle nostre società, nell’ambito della quale la gente può ricercare e soddisfare un autentico benessere rimanendo in una dimensione di equilibrio dinamico con la biosfera.
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Sto cercando di imparare a fottermene ma non ci riesco, è piu’ forte di me.
Vedo la mia città oggetto di un piano urbanistico che la renderà un colabrodo, facendo arricchire i soliti pochi. Vedo una cricca di amici degli amici che siedono da sempre nei posti di comando e tutelano solo gli interessi di pochi a discapito di molti. Vedo alberi secolari e giovani sradicati con una “semplicità” diabolica nella totale indifferenza dei molti impauriti e oramai abituati a subire il regime colorato sorrentino.
Vedo statistiche e dati di affluenza turistica alte come se la felicità o la realizzazione dell’uomo si possa misurare solo con l’indice economico. Vedo famiglie divise per colpa del lavoro e del troppo lavoro sottopagato. Vedo genitori che sballottano figli a destra e a sinistra per guadagnare due soldi da spendere subito in tasse e costi della vita elevati. Vedo troppe persone rincorrere una falsa felicità che li rende schiavi e vedo troppe poche persone che si dividono la ricchezza.
Vedo aumentare sempre di piu’ box auto e con essi il prezzo di una casa che mai potrà essere di un comune cittadino viste le paghe minime e i prezzi esosi. Chi ci guadagna? i soliti pochi, la solita cricca.
Vedo la spazzatura a cielo aperto nelle campagne ma poi basta sventolare quanlche vessillo per prendere facilmente per il culo cittadini e istituzioni. Vedo lavoratori e lavoratrici alzarsi alle 6 del mattino e ritornare a casa la sera e cercare un secondo lavoretto per arrotondare e far quadrare i conti. Vedo lavoratrici e lavoratori essere su posto di lavoro anche quando il calendario segna rosso perchè qualcuno in alto ha deciso di sacrificarli al dio mercato mentre loro sono al caldo nelle loro famiglie.
Vedo la Chiesa arroccata nei suoi sistemi, incapace di dire una parola vera, autentica e autorevole a favore dei piu’ bisognosi, gli ultimi e i diseredati di questa bella terra, che si vergognano a dire che esistono anche loro.
Vedo imprenditori e politici che si stanno spartendo il territotorio, che gestiscono la cosa pubblica come se fosse privata. Vedo che i bisognosi di assistenza aspettano ancora mentre altri fondi vengono spesi per progettare altro. Lo chiamano sviluppo ma è la tomba del futuro.
Vedo l’acuqa svenduta da politici ignoranti e ciechi a società per azioni quotate in borsa mentre il servizio peggiora e le bollette aumentano. Vedo l’inquinamento dell’aria aumentare e le morti per tumori “improvvisi” salire di numero mentre nessuno (tranne pochissimi) si interrogano sulle cause e prendono provvedimenti. Vedo il territorio stuprato dalla sete di “quattro” improvvisati imprenditori che calpestando ogni regola e buon senso decisono per tutti che il cemento è meglio del verde.
Vedo giovani che faticano a vedere il futuro e vedo adulti che non sanno piu’ insegnare a guardare lontano…
Sto cercando di fottermene ma non ci riesco…
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Televisori, computer e videogiochi consumano anche da spenti. E tanto. In modalità standby pesano sulla bolletta elettrica per almeno 50-60 euro all’anno, ma la “lucina rossa” lasciata accesa può costare a una famiglia anche 250 euro. A rivelarlo è un’indagine del Politecnico di Milano. Un elettrodomestico su tre di quelli in vendita è già superato dalle normative, e gli altri lo saranno fra un paio d’anni. Così lievitano le bollette, ma anche le emissioni di CO2. Uno spreco ogni anno di 43 terawattora, l’11% di tutta l’elettricità prodotta nel vecchio continente. Per intenderci, l’equivalente dell’energia fornita da 8 grandi centrali termoelettriche. Basterebbe staccare la spina per evitare, in Europa, di sprecare un miliardo di euro, scongiurando l’emissione di oltre 3.5 milioni di tonnellate di anidride carbonica.
Lo studio, inserito nel programma europeo Selina ed effettuato dal gruppo di ricerca eERG del polo universitario milanese su 6 mila prodotti in vendita nei Paesi europei, monitorati per otto mesi, ha rivelato come oltre il 30% non rispetti ancora le nuove norme relative agli standby. Molti elettrodomestici che popolano gli scaffali di negozi e supermercati presentano ancora le stesse caratteristiche energivore di quelli di vecchia concezione: hanno una potenza assorbita, in standby, di oltre 3 watt, contro gli 1-2 consentiti dalla direttiva europea del gennaio 2010, soglia da dimezzare ulteriormente entro il 2013. Gli elettrodomestici più voraci, da “fermi”, sono fotocopiatrici e stampanti laser, decoder della tv digitale, router per internet, televisori e, soprattutto, videogiochi e macchinette del caffè. Ma anche forni, impianti stereo e caricabatterie dei cellulari.
Apparecchiature che, se costantemente attaccate alla presa della corrente, possono sprecare fino al 95% dell’energia che assorbono. I peggiori elettrodomestici in assoluto sono i videogame di ultima generazione come Playstation 3 e X-box che, secondo il mensile australiano dei consumatori Choice, anche da spenti consumano dalle 3 alle 5 volte più di un frigorifero. Una caratteristica, quella delle console, che a un costo medio di 0,15 euro a kWh può portare a una inutile spesa annua di 250 euro.
Ci sono poi i nuovi modelli di tv a grande schermo che in molti casi si devono lasciare in standby per forza, visto che manca il classico pulsante di spegnimento: arrivano a consumare il triplo rispetto a un televisore tradizionale, vale a dire che in un anno usano la stessa energia che farebbe funzionare cinque lavatrici di nuova generazione.
Quanto alla musica, chi ama i set di casse per l’home theatre deve mettere in conto 15 euro in più all’anno, per un consumo in standby di oltre 98 kWh. Brutte notizie anche per chi non vuole mai staccare il computer: lasciarlo acceso 24 ore al giorno può costare 130 euro l’anno, cui se ne aggiungono altri 20 se si lasciano accese le casse e 43 se non si spegne il monitor Lcd (a cristalli liquidi).
Fa sprecare energia qualsiasi apparecchiatura elettrica che abbiamo in casa: fornelli, purificatori d’aria e condizionatori, tostapane, forni a microonde, spazzolini elettrici. Tutti prodotti che, non smetteno di assorbire elettricità nemmeno da spenti.
Una centrale termoelettrica come quella di Cerano, con le conseguenti devastazioni, non è in grado neanche di alimentare le apparecchiature spente degli Italiani.
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A fine novembre, nella totale indifferenza della classe politica italiana, la Commissione europea ha pubblicato un documento dal titolo “La Pac verso il 2020: rispondere alle future sfide dell’alimentazione, delle risorse naturali e del territorio”. Pac sta per Politica agricola comunitaria. È uno dei capitoli più importanti della politica europea, anche dal punto di vista del bilancio. All’agricoltura è infatti destinato il 34% del bilancio complessivo dell´Unione, da sommare ad un ulteriore 11% destinato allo sviluppo rurale. Quarant’anni fa l’agricoltura assorbiva ben il 70% del bilancio comunitario, ma per una volta possiamo salutare questa inversione di tendenza con favore, perché, sia pure nella drastica riduzione dei fondi disponibili, sta cambiando in meglio sia il modo di utilizzarli, sia la visione complessiva di cui il comparto è oggetto.
Le linee guida e le priorità di questo documento condizioneranno contributi, investimenti ed economie degli stati membri dell´Unione e per questo la discussione coinvolge classi dirigenti e società civile. In Francia, ad esempio, si costruisce non solo identità e comunicazioni, ma anche significativi pezzetti di economia, sulla competenza diffusa a proposito di agricoltura, e negli anni più recenti, il movimento della società civile si è coagulato proprio intorno a un sindacato contadino che, nel bene e nel male, ha consentito che non si smettesse di parlare di agricoltura nelle case, nei bar, sui giornali, anziché solo nelle “sedi deputate”.
In Italia, invece, di agricoltura non si parla. Certo, il cibo è al centro dei nostri dibattiti culturali e mondani, economici e sociali. Negli ultimi vent’anni persino la sinistra ha iniziato ad accettare l’idea che occuparsi di cibo non è cosa indegna per un vero intellettuale, e la destra ha iniziato ad accettare l’idea che occuparsi di cibo non deve solo servire a solleticare i peggiori istinti identitari e nazionalisti. Ma l’agricoltura resta un argomento da evitare, buono per riunioni tecniche e convegni noiosi che potendo non si sceglierebbe di frequentare.
L’Italia del dopoguerra, proiettata sulla siderurgia, l’edilizia, il massacro di coste e ambiente a fini di lucro e di sedicente progresso, vedeva nell’agricoltura un imbarazzante ritratto di quel che era stata: povera, arretrata, inadeguata. Così per decenni i ministeri dell’agricoltura furono i meno ambiti. E gli ultimi due ministri, pur appartenendo allo stesso governo, si sono distinti per politiche e visioni totalmente opposte. Quote latte, Ogm, nuova ruralità: se il primo, Luca Zaia, diceva bianco, il secondo, Giancarlo Galan, dice nero. C’è da chiedersi cosa pensino a Bruxelles di questa politica schizofrenica; di certo, queste contraddizioni non sono state intercettate dall’opposizione perché su questi temi è più confusa dei due ministri.
Ci rincuora, invece, la recente presa di posizione degli assessori regionali all’agricoltura che, all’unanimità, hanno invitato il ministro Galan a rinunciare a stabilire le regole della coesistenza tra coltivazioni Ogm e coltivazioni convenzionali o biologiche e a definire invece le clausole di precauzione. L´Italia non ha bisogno di Ogm. Ha bisogno di un’agricoltura dei territori e della qualità, al servizio dell’ambiente e del tessuto sociale. Questo infinito, paziente lavoro lo svolge l’agricoltura di piccola scala, che è quella che dagli Ogm sarebbe completamente spazzata via, e che ha bisogno di riconquistare un posto nei conversari delle feste.
Quanto sia in salita il percorso che collega la società civile alle sedi istituzionali lo abbiamo visto tante volte, eppure qualcosa sta cambiando. Per tutto il 2010, il nuovo commissario europeo all’Agricoltura, Dacian Ciolos, ha consultato non solo le organizzazioni di categoria, ma anche il movimento dei consumatori, le associazioni ambientaliste e i piccoli produttori. Questo confronto deve continuare e si deve sviluppare anche in Italia, altrimenti il nostro Paese resterà fuori da questo importante momento decisionale. Si fa un gran parlare di nuovi posti di lavoro e di come uscire da questa drammatica crisi e non si mettono in conto le straordinarie potenzialità di una nuova politica agricola.
Il documento pubblicato dalla Commissione a novembre lascia ben sperare, perché chiarisce, fin dal titolo, che l’agricoltura è una cosa che riguarda parecchi settori: l’alimentazione, certo, ma anche l’ambiente e il territorio. La sostenibilità è la parola chiave, anche quando si chiarisce che uno degli obiettivi resta ovviamente quello di assicurare l’approvvigionamento alimentare: produrre, certo, ma in maniera sostenibile. Allo stesso modo, ed è il secondo obiettivo, occorre ragionare di comunità agricole, perché sono loro che garantiscono – a lungo termine – la gestione assennata delle risorse naturali, la mitigazione dei cambiamenti climatici, la tutela della biodiversità, la dinamicità di un territorio e la sua vitalità economica.
E il terzo obiettivo ha di nuovo a che fare con la sostenibilità, quando parla di preservare le comunità rurali (che sono qualcosa di più complesso, diversificato e ampio delle comunità agricole), per le quali a partire dall’agricoltura è possibile creare occupazione locale, con una serie di effetti positivi a cascata sull’ambiente, la società, i territori. Per tutti questi motivi forse è giunto il momento di considerare non solo la matrice cristiana dell’Europa, ma il fatto che certamente gli europei hanno una matrice contadina. Proviamo a ricordarcene un po’ più spesso.
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Ricevo e volentieri pubblico.
Domenica 5 dicembre, alle ore 18.45, Nichi Vendola così scriveva sulla sua pagina FB:
“vi informa che in Puglia i termovalorizzatori in costruzione non sono considerati impianti per i rifiuti ma impianti energetici, quindi regolati da leggi comunitarie e nazionali e hanno un impatto ambientale minimo. Io posso avere la massima idiosincrasia per un impianto, ma la responsabilità politica e quella amministrativa sono separate. Non posso ficcare il naso in cose che non sono di mia diretta responsabilità”.
Agostino Di Ciaula oggi, 7 dicembre 2010, dopo aver letto il messaggio di Vendola, così scrive:
vi informa che la firma in calce al documento autorizzativo di un inceneritore sul territorio pugliese deve essere quella del Presidente della Regione che evidentemente, politico e/o amministratore, ha potere decisionale in merito. Prima di firmare un atto del genere, il “ficcare il naso” è un atto di rispetto nei confronti dei pugliesi, e la SUA firma è SUA diretta responsabilità. Non di altri.
Anche le centrali nucleari sono impianti energetici ma Vendola ha detto che prima di costruirle dovranno passare sul cadavere suo e dei pugliesi. In quell’occasione chi ha parlato così, il politico o l’amministatore ?
vi informa che in Puglia tutti gli impianti energetici necessari alla regione sono stati pianificati nel Piano Energetico Regionale (PEAR Puglia), documento partorito dallo stesso Vendola in data 8/6/2007 e liberamente consultabile in rete (http://www.ambientenergia.info/cms/download/pear_puglia.pdf ).
In questo documento, a proposito delle centrali termoelettriche si legge:
“il Piano considera il ricorso alla installazione di altre centrali termoelettriche di grossa taglia, come possibilità praticabile solo nel caso in cui ciò non sia accompagnato da un ulteriore incremento delle emissioni di CO2. Tanto meno si ritiene opportuno sviluppare ulteriormente la produzione di energia elettrica in modo avulso dalla realtà regionale e nazionale al solo scopo di creare occasioni sul mercato estero”.
Questa determinazione è anche giustificata dalla produzione, con gli impianti già esistenti, dell’ 80% di energia in più rispetto al fabbisogno regionale (fonte: Terna).
Il PEAR riporta ancora: “i nuovi impianti per la produzione di energia elettrica devono essere inseriti in uno scenario che non configuri una situazione di accumulo, in termini di emissioni di gas climalteranti, ma di sostituzione, in modo da non incrementare ulteriormente tali emissioni in relazione al settore termoelettrico”.
Gli inceneritori della Marcegaglia a Modugno ed a Borgo Tressanti non hanno sostituito nulla, determineranno un incremento significativo di gas climalteranti e quello di Modugno sommerà le sue emissioni di CO2 a quelle della centrale Sorgenia, altro impianto che per il PEAR Puglia non avrebbe dovuto esistere, di fatto raddoppiando le emissioni di CO2 del territorio di Bari.
Vi informa che nel PEAR Puglia si parla anche di energia elettrica prodotta dai termovalorizzatori.
In particolare, la quota di produzione di energia elettrica da CDR prevista dal PEAR è pari al 4% e, sempre secondo il piano, questa dovrebbe essere utilizzata completamente nel Polo di Brindisi al fine di ridurre l’utilizzo di carbone, con la massima attenzione alla riduzione delle emissioni di CO2.
Il principale strumento di pianificazione energetica regionale, dunque, NON PREVEDE AFFATTO UN IMPIANTO DI PRODUZIONE DI ENERGIA DA CDR IN ALTRE PROVINCE.
Vi informa che gli inceneritori pugliesi di Modugno, Massafra e Borgo Tressanti consegneranno al gruppo Marcegaglia il monopolio della termovalorizzazione in Puglia.
Non capisco cosa vuol dire che responsabilità amministrativa e politica sono separate quando l’amministrazione è dominio della politica e, soprattutto, quando questa ignora non solo le istanze dei cittadini, ma anche i principali strumenti legislativi di cui essa stessa si è dotata (PEAR Puglia, Piano Regionale per la Qualità dell’Aria) e la legislazione nazionale.
Sempre in tema di termovalorizzazione non può infatti passare inosservato che la legge (D.Lgs. 22 del 5 Febbraio 1997) prevede l’utilizzo degli inceneritori solo se inseriti alla fine di un percorso che inizi con una valida raccolta differenziata, nel rispetto delle percentuali previste e che queste percentuali, soprattutto in provincia di Bari, sono ancora lontanissime (raccolta differenziata inferiore al 18% , quando per legge dovrebbe essere al 60%).
Ci sarebbe dunque da aspettarsi un ripristino della legalità PRIMA della proposta della costruzione di impianti di termovalorizzazione, poiché non può chiudersi un ciclo dei rifiuti che di fatto non si è mai aperto.
Vi informa che, a proposito di “impatto ambientale minimo”, qualcuno dovrebbe suggerire al Presidente Vendola di leggere i progetti degli impianti autorizzati (non ho capito bene se dal politico o dall’amministratore). In quello dell’inceneritore di Modugno gli stessi proponenti scrivono (paragrafo 4.4.2 dello S.I.A): “sebbene l’impianto in progetto abbia adottato le migliori tecnologie di combustione e di trattamento delle emissioni, le emissioni di inquinanti determineranno un’interferenza significativa e permanente a livello locale”.
Qualcuno dovrebbe anche ricordare al Presidente Vendola che quell’impianto emetterà i suoi inquinanti in un territorio che ARPA Puglia ha definito “da risanare” (PRQA Regione Puglia) e che la stessa agenzia, in fase di conferenza di servizi, ha espresso parere negativo alla costruzione dell’impianto, finalizzando il suo parere al bene comune ed al rispetto per la salute dei residenti.
Vi informo che i cittadini non sono né politici né amministratori, ma sanno perfettamente cosa sia il bene comune.
Vi informo, infine, che sono molto incazzato, come la maggior parte dei pugliesi.
























