Archive for sostenibilità
Una società basata sulle fonti fossili e, in particolare, sul petrolio ha bisogno di petrolio (ma va?) e una società che ha bisogno di petrolio quando si rende conto che nei più grandi giacimenti si è già estratto più della metà del grezzo disponibile e che con il residuo non si può soddisfare la crescente richiesta va alla ricerca di nuovi pozzi dove poter estrarre il prezioso oro nero. Non importa quanto costi l’estrazione e non importa neanche la qualità del greggio, le compagnie petrolifere sanno che fra qualche anno (chi dice dal 2020, i più ottimisti dal 2050) il petrolio sarà merce rara e potrà essere venduta a prezzi stratosferici. E quindi si cerca ovunque e il nostro territorio e il nostro mare non sono certo esclusi da questa affannosa ricerca. E’ noto da anni che nei nostri mari ci sono giacimenti petroliferi, ma la scarsa qualità del greggio e gli elevati costi di estrazione per via della profondità a cui si trova hanno sempre reso l’operazione non conveniente, ma oggi di fronte al nuovo scenario ecco che anche questi giacimenti diventano appettibili.
Si poteva fare qualcosa per evitare tutto questo? Certo che si! Si sarebbe dovuta diminuire drasticamente la dipendenza dalle fonti fossili e dal petrolio per andare verso altre forme di energia più accessibili. La scienza e la tecnologia ormai da anni ci hanno fornito questa possbilità sia con lo sviluppo delle cosidette fonti rinnovabili sia con le tecniche di risparmio energetico. Eppure in tutti questi anni siamo andati in senso opposto aumentando, invece che diminuendo, il nostro fabbisogno e di conseguenza la nostra dipendenza dal petrolio. Hanno i sindaci, in tutto questo, delle responsabilità, delle colpe? Certo che si e, io penso, anche di più di quante ne hanno i politici nazionali. I sindaci, infatti, governano i territori e avrebbero, anche a costo zero per le loro amministrazioni, potuto fare molto in questi anni nonostante l’inerzia a livello nazionale.
Più volte su questo blog è stato affrontato il problema energetico e sono state esposte delle proposte. Proposte di buon senso, alcune delle quali immediatamente applicabili senza oneri per le amministrazioni. Un esempio fra tanti: una semplice modifica al regolamento edilizio che imponesse avanzate tecniche di risparmio energetico alle nuove costruzioni. Non sarebbe costato nulla al comune, ma in compenso avremmo avuto un minor bisogno di energia e quindi di petrolio. Ci sono delle stime che sostengono che se tali norme fossero state da subito applicate in tutti i comuni italiani il fabbisogno di petrolio sarebbe calato del 30% negli ultimi 10 anni. Se a queste pratiche si fossero associate delle politiche di mobilità sostenibile, incentivate le piccole produzioni agricole e zootecniche e disincentivate le colture e gli allevamenti intensivi caratterizzate da un massiccio uso di derivati del petrolio, se si fosse bloccata la inutile quanto disastrosa cementificazione del territorio comprese le devastanti grandi opere e, nel contempo, dato il via ad una conversione energetica puntando su piccoli, ma diffusi impianti di produzione da fonti rinnovabili oggi il nostro fabbisogno di petrolio e di fonti fossili in generale sarebbe molto modesto. E se tutto ciò, sulla spinta del nostro paese, sarebbe stato replicato in altri paesi le multinazionali del petrolio oggi sarebbero già destinate all’estinzione.
Invece nulla di tutto ciò è stato fatto e i sindaci, come quelli che domani 22 Novembre si troveranno a Polignano per affrontare il problema delle trivellazioni nel mar adriatico proprio di fronte alle nostre coste, invece di pensare ad amministrare per il bene comune e soprattutto per quello delle future generazioni hanno pensato solo a raccattare voti per mantenere salda la loro poltrona, il loro potere nel feudo di riferimento. Prendiamo la Ostuni degli ultimi dieci anni come esempio. La popolazione residente è calata di circa duemila unità eppure si sono visti palazzi spuntare come funghi(Via Giovanni XXIII, Via per Martina, Peschiera, ecc) e nel regolamento edilizio non si trova alcuna traccia di tecniche di risparmio energetico, il traffico automobilistico è aumentato vertiginosamente e di piani della mobilità neanche l’ombra, l’agricoltura e i piccoli produttori lasciati in balia delle onde mentre si è favorita la grande distribuzione che predilige colture e allevamenti intensivi. Insomma è stato fatto di tutto per aumentare il consumo e il fabbisogno di petrolio e adesso che le vacche sono tutte scappate dalla stalla gli stallieri si riuniscono per cercare di affrontare un problema che loro stessi hanno massicciamente contribuito a creare. Il loro vociare, grazie anche ai soliti pennviendoli e mezzibusti incartapecoriti, passerà per l’ennesima volta come impegno politico a difesa del territorio e nessuno evidenzierà gli aspetti e le politiche che hanno portato a tutto questo.
La colpa sarà addossata esclusivamente alle compagnie petrolifere, alle sette sorelle, un cancro che tutto divora ma che noi coi nostri comportamenti e le nostre politiche continuiamo ad alimentare.
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Il debito pubblico non è un problema di cui sia stata sottovalutata la gravità; al contrario, è il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. Il debito è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati. La crescita drogata dal debito va fermata perché non è la soluzione della crisi, ma la sua causa.
Clima, energia, economia: tre crisi ci minacciano. Senza una nuova politica, la crisi del debito creato per drogare la crescita potrà solo aggravarsi. Tutto lascia credere che ormai sia solo questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o da quella energetica, coloro che non si sono lasciati ipnotizzare dalla colossale disinformazione planetaria dei mass media – e sono più di quanti si creda – possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie.
Grandi Opere, spesa militare, costi della politica. Per uscire dalla crisi e bloccare la spirale del debito bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. Il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra grandi imprese e partiti politici del secolo scorso non prenderà mai queste decisioni, perché ne verrebbe travolto.
Una nuova politica per il bene comune. Occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra; non omologati sul dogma della crescita, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando: i loro incubatori sono i movimenti di resistenza contro le grandi opere e contro la privatizzazione dei servizi sociali.
Il debito italiano: rischio bancarotta. In Italia il debito pubblico rappresenta il 119% del Pil e alla fine del 2011 raggiungerà i 2.000 miliardi di euro. Il Giappone sta peggio di noi, con un debito oltre il 200% del Pil, e la stessa Gran Bretagna – sommando il debito pubblico a quello di aziende e famiglie – arriva al 245% del Pil, mentre il debito complessivo italiano raggiunge il 225,8% del prodotto interno lordo. Di fronte a queste cifre, non è escluso che i paesi più indebitati decidano di uscire dalla spirale del debito, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli di Stato e quindi rovinando i risparmiatori. Questa crescita, drogata dal debito pubblico sempre più vasto e dal credito al consumo per le famiglie: solo il “doping” del debito ha consentito, finora, di tenere in vita un’economia fondata sulla crescita dei consumi. Perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che, se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute fino alla crisi di sovrapproduzione che distruggerebbe il sistema fondato sulla crescita.
La politica economica in un vicolo cieco. Ridurre le tasse e/o aumentare la spesa pubblica: è ciò che destra e sinistra hanno proposto, per stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta il gettito fiscale e si riduce il debito pubblico. Ma tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica, il debito aumenta. Inserendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni si comprometteranno le possibilità di crescere. Globalizzazione, merci invendute ed ex consumatori disoccupati. Perché gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno funzionato? Perché nei paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione dei mercati hanno determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: macchinari sempre più potenti producono quantità sempre maggiori di merci riducendo progressivamente l’incidenza di lavoro umano per unità di prodotto. Ne deriva un aumento dell’offerta e una contestuale diminuzione della domanda mediante la diminuzione delle retribuzioni e la riduzione dell’occupazione.
Spesa militare: faremo la fine dell’Impero Romano? Una voce disastrosa nel debito pubblico è costituita dalla crescita delle spese militari. Dopo il tracollo dell’Urss, la dimensione egemonica imperiale degli Usa ha spinto gli alleati verso un impegno crescente in molti teatri di guerra, in regioni strategiche come quelle petrolifere, fino a determinare una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono a superare il valore delle risorse che se ne ricavavano.
Grandi Opere: fallimenti in tutto il mondo. Altrettanto rilevanti, nel bilancio del debito, le grandi opere spesso faraoniche e inutili: la crisi della Grecia è scaturita dalle spese per le Olimpiadi di Atene del 2004, se Torino è la città più indebitata d’Italia lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. Opere che non ripagano i loro costi perché sovradimensionate rispetto alle reali esigenze: è successo con l’aereo supersonico Concorde e il tunnel sotto la Manica già fallito due volte; è successo con molti costosissimi edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, già in pieno degrado. Sovradimensionata rispetto alle esigenze è la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino-Lione. Destra e sinistra sono consapevoli dell’inutilità di molte grandi opere, devastanti per i territori, e tuttavia rivendicano il merito di averle deliberate in deficit allo scopo di rilanciare la crescita economica e l’occupazione. In realtà faranno crescere soltanto il debito pubblico. Un’opera è davvero sostenibile solo se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse, il consumo di energia e l’impronta ecologica, in modo da ripagare i costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione, contribuendo in questo modo a ridurre il debito pubblico. In altre parole la politica economica non può più basarsi soltanto su criteri di tipo quantitativo, ma deve adottare criteri di valutazione qualitativi.
L’equivoco della green economy. Nell’ottica della green economy la politica energetica non si fonda sulla riduzione della domanda mediante la riduzione di sprechi e inefficienze, ma sulla sostituzione dell’offerta: fonti rinnovabili anziché fossili, con incentivi statali che aggravano il debito pubblico. Anziché i piccoli impianti per l’autoconsumo, la green economy privilegia i grandi impianti, che possono essere appannaggio solo di grandi aziende interessate a incentivare la crescita dei consumi e degli sprechi. E’ un modo di riproporre ancora una volta l’alleanza strategica tra industria e partiti: l’alleanza fondata sulla crescita, responsabile dell’attuale fallimento storico. Anziché nelle grandi opere e nella green economy faraonica, occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, nelle reti idriche, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi (con benefici effetti anche sul turismo), nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri post-industriali (come a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio di materiali dismessi, nell’agricoltura di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra produttori e acquirenti.
Filiera corta: l’economia locale può sopravvivere alla globalizzazione. E’ auspicabile una saldatura tra l’economia reale dei territori (contadini, commercianti, piccole e medie aziende, artigiani e professionisti) con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Una vera democrazia partecipata può realizzarsi solo ripudiando la globalizzazione e rivalutando le economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà delle filiere corte. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, le attività economiche locali sono utili, ripagano i costi d’investimento riducendo sprechi e consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici e non richiedono tecnologie potenti, bensì evolute; non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccoli operatori locali (agricoltori, artigiani, commercianti, tecnici) radicati sul territorio, in grado di alimentare un’economia di prossimità, sostenibile dal credito locale, come dimostra il recente successo di alcune piccole e medie imprese italiane, che caratterizzano la nostra struttura produttiva (il 99,92 % ha meno di 250 addetti).
Meno e meglio: decrescita selettiva del Pil. Ridurre gli sprechi comporta necessariamente una decrescita: la coibentazione degli edifici per ridurne le dispersioni termiche e l’installazione di impianti energetici a fonti rinnovabili fanno crescere il Pil inizialmente, ma in seguito i risparmi lo fanno decrescere. La decrescita selettiva del Pil, riduce gli sprechi e l’impronta ecologica, migliora il benessere e la qualità della vita, crea occupazione utile. Solo la decrescita selettiva del Pil può risolvere sia la crisi economica che quella ambientale, senza far crescere il debito pubblico né deprimere le attività produttive.
Agricoltura biologica: una scelta strategica. L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica: stagionalità dei prodotti, riunificazione di agricoltura e allevamento, accorciamento delle filiere, riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne.
Ristrutturazione edilizia: fronte strategico di occupazione utile. Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti: mediamente in Italia per il riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio e soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? La riduzione del pil che ne deriverebbe offrirebbe i vantaggi economici, occupazionali e ambientali non altrimenti ottenibili.
Il modello della crescita è finito: non ha futuro, va sostituito. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori. Si annuncia un periodo di transizione inevitabilmente drammatico. Sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.
Maurizio Pallante
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La domanda può anche sembrare banale ma giuro che io non capisco. Che cazzo centra lo sviluppo del turismo con la realizzazione di campi da golf da 60 ettari (600.000 m2) l’uno? Forse, non me ne sono accorto, il golf è diventato uno sport di grande attrazione popolare? Forse, forse le migliaia di turisti che annualmente invadono la città bianca e paesi limitrofi si sono lamentati proprio per la mancanza di adeguati impianti sportivi per questa disciplina? No, perchè a me pare che alla stragrande maggioranza degli Italiani del golf non gliene freghi un cazzo mentre i turisti mi risulta che si lamentino di ben altro, come ad esempio la scarsa pulizia del centro abitato e del litorale che una classe dirigente decente sarebbe in grado di attuare facilmente.
Quindi per quale diavolo di motivo il comune di Ostuni assieme a Fasano, Ceglie messapica, San Michele Salentino e Carovigno emana degli avvisi pubblici rivolti a prorietari di aree agricole della dimensione minima di 60 ettari disponibili a cedere le loro proprietà in favore di questo sport di nicchia? E Ostuni in particolare, grande sotenitore (a parole) del turismo sostenibile si è interrogato sull’impatto sul territorio che la realizzazione di un tale impianto comporta, l’acqua che serve per mantenerlo? Quanti alberi dovranno essere abbattuti, quante dune dovranno essere realizzate, quanti dossi o canali naturali dovranno essere distrutti e quanti muretti a secco saranno sacrificati sull’altare di questa nuova pazzia? A tutto ciò naturalmente si associeranno anche numerose strutture per soddisfare le esigenze di questi particolari e sofisticati clienti: resort di lusso, piscine, saune e chi più ne ha più ne metta.
Perchè il comune di Ostuni invece di sostenere l’agricoltura, valorizzando i prodotti e il territorio, invita a cedere i terreni in favore di questi nefasti progetti? E questa l’idea di turismo che pervade le menti malate dei nostri amministratori? Questo blog cercherà, coinvolgendo tutti coloro che hanno a cuore le sorti di Ostuni, di informare tutti i cittadini e valutare la possibilità di una petizione popolare che blocchi da subito queste scellerate scelte.
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Da oggi 27 settembre l’umanità entra in deficit ecologico.
Vuol dire che per quest’anno abbiamo esaurito tutte le risorse naturali disponibili e inizieremo a consumare quelle riservate al prossimo. Insomma, da domani metteremo mano ai risparmi che evidentemente andiamo a sottrarre dal capitale per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. Ma come siamo arrivati a questo punto? Per una inesorabile legge dell’economia: spendiamo più di quanto abbiamo. Anche in termini di risorse. Spiega Mathis Wackernagel presidente del Global Footprint Network, l’associazione internazionale che calcola ogni anno la spesa ecologica dell’umanità:
Se vogliamo mantenere la società stabili e vivere bene non possiamo più sostenere un deficit di bilancio sempre più ampio tra ciò che la natura è in grado di fornire e quanto le nostre infrastrutture, economie e stili di vita richiedono.
E’ dal 1970 in poi che le attività umane hanno superato la soglia critica di sfruttamento delle risorse del Pianeta e la domanda ha iniziato a superare l’offerta in una condizione nota come superamento ecologico. Secondo Global Footprint Network stando così le cose iniziano a volerci risorse disponibili tra 1,2 e 1,5 pianeti in più per sostenere la domanda e entro la prima metà del secolo avremo bisogno di 2 pianeti.
Fornire un buon tenore di vita alla gente di tutto il Pianeta è certamente possibile. Ma non sarà possibile utilizzando intensamente le risorse secondo i modelli di sviluppo e crescita che abbiamo avuto fino a oggi. Questo significa trovare nuovi modelli di progresso e prosperità che limitino la domanda sul patrimonio ambientale. Ciò significa anche mantenere le risorse che abbiamo come una fonte di continua di ricchezza piuttosto che come produttrici di denaro veloce. Essenziale ed improrogabile soffermarsi a riflettere perchè sia il deficit ecologico che quello economico sono la conseguenza dello stesso modello di sviluppo.
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Entro il 2050, quando la popolazione mondiale raggiungerà i nove miliardi di abitanti, occorrerà il doppio dell’acqua utilizzata oggi per garantire la sicurezza alimentare. Ad affermarlo è un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep). Il rapporto è stato pubblicato in occasione della Settimana internazionale dell’acqua, organizzata dallo Stockholm International Water Institute, iniziata il 21 agosto.
La capitale svedese ospita per la World water week 2.500 esperti provenienti da 130 paesi e i rappresentanti di circa 200 organizzazioni internazionali. Al termine della Settimana verrà presentata una roadmap per tracciare un percorso verso un mondo in cui l’accesso all’acqua sia meno difficoltoso.
Come ha sottolineato l’indagine, attualmente 1,6 miliardi di persone vivono in zone già colpite dalla siccità e potranno rapidamente arrivare a due miliardi se tutto resterà come ora. Se rimangono le stesse attività agricole ed i regimi alimentari attuali e se continua a crescere l’urbanizzazione la quantità d’acqua necessaria per l’agricoltura, che oggi è di 7.130 chilometri cubici, aumenterà dal 70 al 90% per nutrire nove miliardi di persone entro il 2050.
Punto centrale dell’incontro a Stoccolma è l’approvvigionamento idrico delle grandi megalopoli Come ha spiegato nel discorso di apertura Gunilla Carlsson, ministro degli Aiuti internazionali della Svezia, nelle zone urbane 830 milioni di persone mancano dei servizi di base di approvvigionamento idrico. “Ciò, ha affermato il ministro, rappresenta la seconda causa di mortalità infantile e contribuisce alla mortalità delle madri. Di contro, le classi medie aumentano nelle città contribuendo a un aumento del consumo di acqua”.
È pertanto necessario rivedere le politiche di gestione dell’acqua, a partire dal nostro Paese. Come ha infatti spiegato Andrea Agapito, responsabile Acque di Wwf Italia, “siamo gli ultimi in Europa nell’applicazione della direttiva quadro Acque 2000/60/CE per la protezione delle acque superficiali e sotterranee, che attraverso una serie di misure ci avrebbe consentito di provare a raggiungere il buono stato ecologico dei corsi d’acqua entro il 2015”. “Attualmente – continua Agapito – lo Stato dà concessioni consentendo un prelievo di quantità d’acqua superiore rispetto a quella che i corsi d’acqua sono in grado di fornire”.
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In molte persone si è accentuata la sensazione che non siamo più protagonisti del nostro destino, in quanto immersi in un sistema globale che ogni tanto ci sommerge con le sue ondate speculative, con flussi migratori, con regole che ci impediscono di difendere le nostre produzioni.
La situazione è molto sgradevole, la nostra adesione alla WTO ci impedisce di mettere dazi sulle importazioni e dobbiamo subire la penetrazione di merci, spesso scadenti e nocive, che però costano meno e mettono in crisi strutturale interi settori produttivi con conseguenti fallimenti e crollo della occupazione.
Nel 2007-2008 la finanza pirata di oltreoceano ci vomitò addosso la speculazione dei subprime e dei derivati, vere e proprie truffe a cui abboccarono tutti, banche, enti locali, privati, fattore che depresse tutta l’economia europea, dalla cui caduta non ci si è più ripresi.
Oggi siamo esposti (con 1.901 miliardi di euro di debito pubblico) alla totale volontà speculativa di chi possiede i certificati di questo debito. Come può una nazione considerarsi libera e indipendente se può essere messa in bancarotta in ogni momento?
Il peso degli interessi che il nostro Tesoro paga ai detentori dei titoli (BOT-BTP-CCT) è insostenibile, e si deve ricorrere a sempre nuove emissioni con tassi di interesse sempre maggiori che finiscono per far lievitare ancora i 1.901 miliardi di euro di debito (metà posseduto da banche italiane e metà internazionali).
Da questa gabbia non si esce vivi. La ripresa economica non ci sarà perché sono troppi ormai i paesi che producono merci, anche sofisticate, con manodopera a basso costo, non investiamo nulla in ricerca e i nostri cervelli migliori vanno a produrre per altre economie, non abbiamo materie prime, l’Europa non esiste ed economicamente è fatta di paesi in concorrenza tra loro, e vi è una strategia internazionale che è favorevole a mettere in crisi i paesi deboli (Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna) per metterli sotto tutela, comperare i pezzi pregiati e decretarne il declino.
La globalizzazione conviene solo ai paesi forti, anche militarmente, come gli USA e la Cina, a quelli che possiedono grandi multinazionali, a quei paesi che offrono mano d’opera abbondante e a basso costo.
L’Italia non possiede nulla di tutto questo, e se la Cina con i suoi fondi sovrani comprasse il nostro debito pubblico, economicamente diventeremmo una provincia cinese.
Nel mondo solo Ecuador e Islanda hanno deciso di non pagare il loro debito e si sono sottratte allo strangolamento delle banche.
Anche in Italia, come in Grecia e negli altri paesi sotto attacco, vi è solo questa strada per uscire dall’impoverimento e dalla globalizzazione, a cui deve seguire l’uscita da FMI, Banca Mondiale, Nato, WTO, Unione Europea, interventi militari, moneta unica.
E’ chiaro che se non si ha un programma economico nuovo, ambizioso, alternativo, come quello di raggiungere l’autosufficienza energetica ed alimentare, con una rivoluzione tecnologica fatta in casa, dove si studia, si progetta, si produce, si realizza l’indipendenza dal petrolio, con la completa solarizzazione delle strutture produttive, delle case, delle auto, si imposta una agricoltura tutta biologica legata ai consumi interni, il declino e il fallimento sono strasicuri.
Chi non accetta questa possibilità di percorso alternativo alla globalizzazione ci deve spiegare come si esce da un debito di 1.901 miliardi di euro che oggi ci costa di interessi la bella cifretta di 75 miliardi di euro l’anno, solo per non farlo aumentare, senza parlare di come eliminarlo.
Se la discussione ha un senso bisogna entrare nel merito e proporre cose realistiche e fattibili rispetto alla situazione attuale.
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La grande manifestazione nazionale, indetta per domenica 3 luglio in Val di Susa, potrebbe costituire il viatico per porre fine all’occupazione militare dei terreni oggetto del futuro cantiere propedeutico alla realizzazione del TAV, a distanza di appena 5 giorni dal momento in cui sono stati “conquistati”, per mezzo di una pioggia di gas lacrimogeno tossico, vietato nei teatri di guerra, ma in tutta evidenza dispensabile in quantità nei polmoni della popolazione civile.
Ed è quello che ci auguriamo vivamente, ma sarebbe profondamente sbagliato guardare alla giornata di domenica e alla “riscossa” in termini di confronto “militare” con le forze dell’ordine e vaticinare una battaglia a colpi di pietre, manganelli e lacrimogeni, come molti media mainstream sicuramente faranno.
La “riscossa” infatti non passerà attraverso uno scontro all’ultimo sangue fra cittadini e poliziotti, e questo per tutta una serie di ragioni, la prima delle quali è costituita dal fatto che le forze dell’ordine non costituiscono il vero antagonista di chi si batte contro il TAV, ma solamente il terminale deputato a veicolare sul campo le decisioni della politica. Ed è proprio nel confronto con la politica del malaffare che il popolo che si radunerà il 3 luglio avrà l’occasione per vincere la propria battaglia e riprendere possesso dei terreni stuprati, con la forza dei numeri e dell’evidenza che nessuno (neanche la peggiore consorteria politico/industriale) può nutrire l’ambizione di costruire un cantiere, contro la volontà della stragrande maggioranza dei cittadini…..
Proprio nei numeri e nella partecipazione popolare, la manifestazione di domenica, troverà la linfa per restituire al mittente (questa volta speriamo definitivamente) un progetto scellerato nato già morto, al solo scopo di foraggiare decenni di profitti illeciti . Le forze dell’ordine non lasceranno i terreni, perché sopraffatte dalla violenza (probabilmente neppure centomila persone potrebbero conseguire un simile risultato ed in ogni caso non si tratterebbe di una vittoria) ma semplicemente porranno termine all’occupazione, in quanto non esisteranno più i presupposti politici per sostenerne la necessità.
Domenica, in Val di Susa, si troveranno a confronto due mondi. Il primo costituito dai dinosauri che albergano in un modello di sviluppo prossimo a defungere, dove le persone e le idee vengono immolate sull’altare della crescita economica, della mafia e dello scempio ambientale.
Il secondo rappresentato dal nuovo che avanza, seppur a fatica, ritagliandosi con le unghie e con i denti ogni metro del proprio spazio.
Dagli uomini, dalle donne e dalle idee che hanno deciso come sia giunto il tempo di chiudere definitivamente la porta in faccia alla follia della crescita infinita, delle guerre “umanitarie”, delle multinazionali del cemento, della politica con il manganello. Per aprire le finestre su un futuro radicalmente differente, fatto di aria fresca, di opere a misura d’uomo, di vite da vivere e non da lasciarsi scorrere addosso, di rapporti armonici con la natura di cui siamo parte, di persone con la testa alta che hanno il coraggio di guardarsi allo specchio, quando si alzano dal letto la mattina.
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“Saldi, saldi, saldi, quanti saldi!! Lodati siano i saldi!”, cantano in questi giorni coloro che attendono con ansia il 2 luglio, data unica nazionale in cui avrà inizio l’ennesima stagione di sconti. Finalmente i consumi nel nostro martoriato Paese potranno ripartire. Ma è veramente così? E soprattutto, è davvero necessario basare la propria vita sui consumi, o l’economia nazionale sulla (continua) ripresa degli stessi?
Chissà, forse ha ragione chi consiglia di spendere, non essendoci niente di peggio della crescita negativa (!) in un sistema basato sulla crescita illimitata del Pil. Hanno ragione Codacons e Confesercenti quando propongono di anticipare di anno in anno i saldi estivi o di Natale, in un Paese in cui da sessant’anni uno dei principali scopi sembra quello di imitare (dove e come conviene, ovviamente) nazioni come Gran Bretagna e Stati Uniti, punte di lancia del turbo-capitalismo/liberismo e dell’iper-consumismo, in cui i saldi per le Feste natalizie iniziano ormai a fine novembre. Ha ragione la maggioranza degli italiani quando richiede a gran voce i suddetti saldi anticipati o i negozi aperti la domenica, se viviamo in un sistema che non permette quasi più a nessuno di rinunciare all’acquisto, consumo e smaltimento in tempi sempre più brevi di ogni tipo di bene e di servizio.
Ma hanno mai pensato Codacons o la marea di persone convinte che tutto possa funzionare così com’é a ciò che cambierà per la nostra economia dopo essersi riversati a fare acquisti per amore della ripresa dei consumi? Non cambierà nulla. Questo é il punto. Starsene qualche ora in coda fra i parcheggi e le casse dei centri commerciali, oltre che intasare strade prima e discariche poi, può dare l’illusione ancora per qualche tempo di un (certo) benessere diffuso, può addirittura far salire il Pil di una frazione di punto percentuale, ma non risolve il problema.
Se tutti ci mettessimo oggi a comprare scarpe, vestiti, televisori al plasma o l’ennesimo telefono cellulare, come potremmo dire a politici ed economisti che, fra un mese o due, saremmo ancora al punto di partenza? E come possiamo far capire a chi pensa che la soluzione ai nostri problemi (economici piuttosto che esistenziali) sia quella di spendere e consumare, che questa è invece l’origine di tutti i nostri guai?
Non potremmo comprare un televisore al mese nemmeno se lo volessimo. Soprattutto in un momento di “crisi” come questo. Quindi, assistere alla svendita di questo tipo di sistema (iniziata già da tempo dai creativi della finanza, oltre che dai soliti politici) sembra l’unica cosa che ci è concessa di fare. A meno che non ci decidiamo con tutta la forza, la fatica e la pazienza necessarie a cambiare rotta. Cambiare rotta nel nostro approccio con la vita, col lavoro, col “consumo”, con gli altri e soprattutto con noi stessi. Magari iniziando ad unire ciò che di buono c’era una volta a ciò che di buono riesce a offrire il presente. O dimenticandoci una volta per tutte l’ormai inutile e fittizia distinzione fra destra e sinistra, con il loro corollario di ideologie e schemi mentali ormai morti e sepolti dalla storia e dagli eventi.
Dovremmo iniziare ad essere positivi, più che “ottimisti”, cercando di “contagiare” chi ci sta attorno, ma evitando inutili e fastidiose prediche a chi ancora non vuole capire che la way of life occidentale ha decisamente fallito nell’intento di farci vivere “meglio”, o di renderci più felici. Ma per essere davvero il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, abbiamo bisogno di tutti i mezzi a nostra disposizione. A partire dalla nostra intelligenza.
Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio
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Anche il mito del progresso come qualunque manipolazione psicologica necessita di essere costruito con cura attraverso l’uso smodato della demagogia, il condizionamento del pensiero e la creazione di suggestioni che siano in grado di influenzare l’immaginario collettivo fino al punto di farlo collimare con il disegno di coloro che gestiscono il potere.Coloro che gestiscono la manipolazione sfruttano le parole, spesso distorcendone il reale significato, usandole come arieti in grado di penetrare la coscienza individuale plasmandola a piacimento sulla base di luoghi comuni, frasi fatte, esternazioni ad effetto che i cittadini una volta plagiati finiscono per accettare come verità incontrovertibili da porre alla base del proprio bagaglio di conoscenza.
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Per sostenere noi Italiani, con il nostro stile di vita, le nostre abitudini, le nostre passioni e i nostri vizi, ci servirebbero almeno altre tre Italie. Ciò significa che stiamo come stiamo e viviamo come viviamo, perché qualcuno, mette a nostra disposizione (volente o nolente) ciò che da noi comincia a scarseggiare: la terra. Per coloro che si inchinano al totem del liberismo o che pregano sull’altare della competitività, non è eticamente riprovevole godere di benefici ed utilità ai danni di altri: è il mercato. Chi è più forte, più bravo, più innovativo o magari soltanto più fortunato o più furbo (e disonesto) vince.
Però, allargando lo sguardo e considerando tutto il pianeta, salta all’occhio qualcosa che dovrebbe essere poco accettabile anche da parte di chi, pur essendo un liberista convinto, ha a cuore il futuro dei propri figli. La domanda dell’umanità sulle risorse del pianeta supera del 30% la capacità rigenerativa del pianeta stesso e che oltre tre terrestri su quattro, vivono in nazioni (e l’Italia è tra esse) che sono debitrici ecologiche. Il nostro stile di vita, i nostri consumi, la nostra voglia di vivere a 200 km all’ora, le gustose patatine che ungono il telecomando del televisore di ultimissima generazione, non gravano solo sulle spalle di qualcun altro in un altro luogo dello spazio (pianeta), ma anche sulle spalle di altri esseri umani che vivranno in un altro luogo del tempo (futuro).
L’impronta ecologica misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti. Semplificando molto, ci da un’indicazione circa la domanda dell’uomo sulle risorse del globo terracqueo. Per rendere meglio l’idea, possono essere utili alcuni esempi che traducono l’impronta ecologica (che si misura in ettari o in metri quadrati) rispetto a consumi e stili di vita quotidiani: per ottenere 1 kg di carne bovina al giorno per un anno, occorrono 140 mq di terra; produrre 1 kg di pane al giorno per un anno necessita di 10 mq di terra; spostarsi tutti i giorni di 5 km comporta un fabbisogno annuale di 122 mq se pedaliamo, di 303 mq se utilizziamo l’autobus, di oltre 1500 mq se siamo automobilisti. E’ evidente, pertanto, che la terra ci serve e che dovremmo tenercela stretta, preservarla e aumentare, laddove possibile, la sua capacità di dare vita. E invece, anziché togliere cemento, come consiglierebbe di fare il buon senso, continuiamo ad aggiungerne. Ed in Italia lo facciamo molto velocemente e voracemente, diminuendo così la biocapacità del nostro paese, e aumentandone la dipendenza rispetto ad altre aree del pianeta.
Ci stiamo mangiando il futuro dei nostri figli! Allegramente… Italia, Repubblica fondata sul cemento. In Italia, il consumo annuo di cemento è passato dai 50 kg pro-capite del 1950 ai 400 kg procapite del 2007. Una tendenza alla crescita sotto gli occhi di tutti e che non pare arrestarsi, neanche in tempo di crisi. Anzi, è passaggio cruciale di quasi tutti i comizi e di tutti i dibattiti televisivi, l’affermazione del politico di turno che la crisi si batte con l’edilizia e con le grandi opere. La cazzuola e la betoniera sono diventati il simbolo dello sviluppo, del progresso e della riscossa tutta italiana e il consumo di territorio ha assunto dimensioni davvero molto inquietanti. Seguendo un modello di sviluppo funzionale solo alla sommatoria di interessi singoli e per nulla orientato da un disegno complessivo che miri all’innalzamento del livello di benessere collettivo e alla salvaguardia del bene comune, il nostro Paese ha cavalcato negli ultimi decenni un’urbanizzazione estesa, veloce e talvolta violenta. Un vero e proprio cancro che avanza alla velocità di oltre 100 Kmq all’anno, 30 ettari al giorno, 200 mq al minuto. Dal 1950 ad oggi, un’area grande quanto il Trentino Alto Adige e la Campania è stata seppellita sotto il cemento. Una goleada, spesso realizzata tra il tripudio dei tifosi: edilizia residenziale, artigianale e industriale, megacentri commerciali, outlets, città satellite. Conditi dei relativi svincoli, raccordi autostradali e rotonde.
Nonostante i numeri allarmanti, gli eventi disastrosi che si ripetono ogni anno, le numerose e quasi quotidiane denunce, il consumo di territorio non è percepito dalle grandi masse come un problema, e non viene quasi mai rappresentato come tale da chi detiene i mezzi per farlo. Però, all’occhio sensibile, l’Italia appare sempre più come una terra in svendita e sotto assedio. Cantieri che spuntano anche in posti impensabili, senza risparmiare parchi, zone protette e sottoposte a vincoli, di natura ambientale, paesaggistica o architettonica. Anzi, solitamente, più le aree sono pregiate, più sono appetibili per il mercato. Il dissesto idrogeologico è sempre più manifesto. Piangiamo tutti gli anni decine di sue vittime. Ma poi, passata la bufera, ritorniamo ad idolatrare le gru o le suggestive grandi opere. Il patrimonio naturale ed artistico che ci viene invidiato dal resto del mondo è sempre più compromesso. L’agricoltura scivola costantemente verso l’impoverimento, sia economico che culturale, con grandi e fertili territori che sono passati (consapevolmente o meno) da una sana vocazione agricola, che però comporta pazienza e fatica, ad una ammaliante vocazione edilizia, che rende ricchi subito e senza sudore. I contadini, potenziali protagonisti di una rinascita produttiva per il paese, sempre più difficilmente riescono a resistere di fronte alle offerte di speculatori senza scrupoli, per i quali la terra è solo una preda, da addentare e divorare, senza alcun riguardo nei confronti della sua rigenerazione ecologica.
La speculazione edilizia ci ha portato ad agglomerati urbani del tutto simili e sovrapponibili tra loro, che non restituiscono la storia del luogo ma che sono modelli preconfezionati, buoni in Pianura Padana come nel Tavoliere delle Puglie. Insediamenti residenziali fuori le mura, che svuotano i centri storici per indirizzare le vite delle famiglie verso scialbe periferie, invitandoli a passeggiare in centri commerciali dai panorami artificiali. Sobborghi che azzerano le relazioni sociali tra le persone e che tutto favoriscono tranne che la nascita e il mantenimento nel tempo di un senso di appartenenza ad una comunità. E’ giunto il momento di prendere atto con responsabilità che l’Italia è malata ed agire di conseguenza. Sempre che non sia troppo tardi. L’urbanizzazione viene sempre motivata da buone intenzioni: “il centro commerciale porterà posti di lavoro”, “con le mille villette avremo una scuola più grande e la piscina nuova”, “il polo logistico creerà sviluppo”. La spinta al consumo di territorio è venduta all’opinione pubblica come una necessità dell’economia, che avrà certamente ricadute positive sul benessere dei cittadini. Quindi, visto il tasso di cementificazione che abbiamo vissuto in Italia, dovremmo essere una delle locomotive economiche d’Europa e uno dei paesi dove il livello di qualità della vita è più alto. E invece non è così. Perché? Perché la pianificazione urbanistica, in Italia, è pressoché assente, e dove non vi sono regole a garanzia dell’interesse collettivo, prevalgono gli interessi di pochi, di chi domina il mercato. Non è raro, poi, che il consumo di suolo diventi addirittura spreco: sono migliaia i capannoni vuoti, milioni le case sfitte. Sprechi che non hanno nessun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini. Ma che al contrario, e paradossalmente, producono brillanti effetti sul PIL, perché un capannone dove mai nessuno lavorerà o una casa dove mai nessuno abiterà, aumentano comunque il PIL della nazione. Un indicatore, il Prodotto Interno Lordo, del tutto inadatto a dirci quanto sta bene un paese. Un numero virgola, un numero che è una vera e propria farsa, venduto all’opinione pubblica come un’entità quasi soprannaturale in grado di condizionare tutto. Il dibattito politico in primis. Un indicatore che un democratico come Bob Kennedy, in un celebre discorso di 40 anni fa, metteva seriamente e appassionatamente in discussione. Prodotto Interno Lordo che cresce se aumentano gli incidenti stradali sulle nostre nuove autostrade ma che invece cresce poco se consumiamo un pasto a km zero. PIL che cresce se ci spostiamo in automobile (e che cresce tantissimo se abbiamo la sfortuna di percorrere parecchi chilometri di coda) e che invece sta fermo se usiamo la bicicletta o andiamo a piedi. PIL che cresce se condiamo la pasta con passata industriale di pomodori coltivati in terreni contaminati e che invece non si muove se la pastasciutta la gustiamo con i pomodorini coltivati sul nostro balcone o orto. PIL che cresce molto se facciamo una bella colata di cemento in un campo agricolo, costruendo infrastrutture inutili, padiglioni fieristici o quartieri residenziali, e che invece si muove appena se quello stesso campo è coltivato a ortaggi da pensionati per un gruppo d’acquisto solidale o popolare.
Il giocatore che dovrebbe ricoprire un ruolo strategico nella partita urbanistica, ovvero il Comune, non è in grado (perché non vuole, perché non può o perché gli viene impedito) di esercitare uno dei compiti affidatigli dalla legge: l’assetto e l’utilizzo del territorio. In realtà i comuni e i loro sindaci hanno abdicato, o sono stati destituiti, dal ruolo di gestori del territorio. Da almeno due decenni si assiste a politiche urbanistiche pensate e orientate non dalla competente autorità comunale, nell’interesse generale della collettività, bensì dai grandi operatori immobiliari che, ovviamente, perseguono i loro legittimi interessi privati.
E’ ora che ci riappropriamo di ciò che è nostro.




















