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Archive for sostenibilità

feb
18

LAVORO LAVORO LAVORO

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Lavoro. Tutti lo cercano, tutti lo vogliono, tutti lo annunciano ma trovarne anche solo traccia è davvero impresa ardua. Tutte le politiche adottate sino ad ora per creare occupazione hanno solo prodotto precariato e null’altro.

Le aziende chiudono a ritmi vertiginosi, la disoccupazione, in particolare quella giovanile e al sud , ha raggiunto cifre record, le grandi imprese delocalizzano, il ricorso alla cassa integrazione è al massimo storico e in continua crescita. La drastica riduzione del reddito  e il conseguente calo delle entrate fiscali ha portato la tassazione a livelli non più sopportabili che, a sua volta, strangola il sistema economico e produttivo del paese.

Come usicre da tale circolo vizioso?

A fornirci un esempio concreto e fattibile è una regione della Francia: il nord pas de calais. Molto somigliante , sotto diversi aspetti, alla Puglia: 4 milioni di abitanti circa, per decenni importante bacino carbonifero e presenza di industria pesante (acciaio, chimica). Regione che scommette su un modello di sviluppo decisamente diverso da quello che la ha caratterizzata per decenni. Un modello di sviluppo basato sui principi della Terza Rivoluzione Industriale; una scommessa sul futuro che si dimostra vincente con la creazione di numerosissimi posti di lavoro grazie ad importanti investimenti in innovazione, efficienza e sostenibilità.

Un piano concreto che puntando su attività a bassa intensità di capitale ma ad alta intensità di lavoro ha saputo rigenerare l’economia di una regione profondamente in crisi. Ugual cosa accadrebbe in Puglia, regione che potrebbe contare altresì su importanti risorse in ambito turistico, culturale e agroalimentare.

#puglia5stelle #sipuòfare #avoilascelta #unodivoi

ogmlabbate

Un grande intervento in aula del portavoce 5 stelle Giuseppe L’Abbate.

“Grazie Presidente,

gentili colleghe, egregi colleghi

Negare è affermare. Il dire “no” ad un concetto, infatti, significa affermare il suo esatto contrario. Un’affermazione implicita forse, ma che vogliamo rendere esplicita e chiara ai vostri occhi ed agli occhi degli italiani; i cui interessi – di tutti i cittadini italiani! – dovremmo (anzi, dobbiamo!) preservare e difendere.

No agli Organismi Geneticamente Modificati, No agli OGM significa dire “SI” in maniera CHIARA, NETTA E DECISA alla VERA agricoltura italiana, a quell’agricoltura che ha reso il Belpaese una delle eccellenze mondiali dell’agroalimentare.

Le promesse innovative degli OGM sono CHIMERE: lo dicono i FATTI, lo dicono gli STUDI scientifici.

Parassiti e piante infestanti, che attanagliano i nostri agricoltori, non vengono sconfitti! A dimostrarlo l’Università dell’Arizona: ai parassiti sono sufficienti, infatti, appena 2-3 anni per evolvere resistenze e per tornare, così, ad aggredire le piante OGM. La nostra agricoltura, quindi, non avrebbe alcun vantaggio. Sta già avvenendo, infatti, una selezione genetica delle erbe infestanti e degli insetti che superano le velleitarie difese delle piante geneticamente modificate: pensavamo davvero che un pidocchio potesse arrendersi alla prima difficoltà rimanendo “digiuno”? Come Madre Natura insegna, ciò rientra perfettamente con la previsione della teoria dell’evoluzione.

Quando fantomatici esperti, oggi alla guida di questo Paese, dichiarano che “Bisognerebbe non chiamare mai più gli OGM il cibo di Frankestein” significa che non hanno colto assolutamente il significato di questa evoluzione contro natura. Quanti millenni, secondo loro, dovrebbero passare affinché una pianta ed un batterio “copulino” per dare i natali ad una nuova forma di vita?

Ancor più pericolosa la coesistenza con altre colture. La diffusione accidentale di semi o polline di OGM, infatti, andrebbe ad intaccare e modificare le coltivazioni naturali adiacenti, ben oltre i 2 kilometri di distanza come nel caso del mais, e causerebbe il superamento della soglia OGM dello 0,9%. Una coesistenza inammissibile nei FATTI che danneggerebbe la vera agricoltura italiana, come quella biologica – l’unica ad aver registrato un +20% nell’ultimo anno –, nonché produrrebbe effetti irreversibili sugli ecosistemi. Diversamente da un inquinante chimico, gli OGM sono organismi viventi e possono riprodursi e moltiplicarsi estendendo la propria presenza, sfuggendo a qualsiasi controllo.

Infine, l’aspetto economico. Sostenere coltivazioni che costringerebbero i nostri agricoltori ad acquistare le sementi sempre dalle medesime aziende che ne detengono i brevetti biotecnologici, metterebbe in serio pericolo quell’agricoltura plurale, sostenibile e “bio-diversa” che ha fatto la fortuna dei prodotti italiani.

Con gli OGM, dunque, gli agricoltori ed i cittadini italiani non avrebbero vantaggi né sul versante della produzione, né ambientali, né sanitari, né economici. Dire “no” agli OGM significherà dire “Sì” a tutto ciò che di positivo, genuino e buono si è coltivato nei secoli sul nostro territorio, senza l’uso spropositato di chimica.

Ecco. Appunto. Gli italiani sono stanchi di veder inquinato il loro campo ed il loro cibo. A noi tocca solamente l’onere di preservare quello di cui già disponiamo, da millenni, e che i nostri padri hanno reso eccellente ed unico, generazione dopo generazione. Ai rischi ed alle incognite degli OGM, noi preferiamo tutelare il ricco patrimonio agroalimentare italiano, preferiamo dire SI agli alimenti sani e genuini di cui ci siamo sempre nutriti, preferiamo ricordarci l’ammonimento di Feuerbach “noi siamo quello che mangiamo”: vorremmo rimanere quello che già siamo, ora. Perché dando la possibilità di coltivare OGM non vorremmo ritrovarci un giorno a veder trasformate le lontre in uccelli! Visto che nel nostro Paese è già capitato che aerei da guerra diventassero elicotteri.

Grazie!”

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terramela

La crescita non è la soluzione, è il problema. In tempi di recessione, la società di crescita porta al collasso economico e, in tempi buoni, porta direttamente al collasso ecologico. Questo «dilemma della crescita» si traduce o nei tassi di disoccupazione e di povertà socialmente insostenibile quando l’economia affonda, oppure nella dilapidazione accelerata dei combustibili fossili, negli ulteriori cambiamenti climatici, nella crisi alimentare e nella perdita di biodiversità quando l’economia germoglia. Per uscire da questo «crocevia del XXI secolo», non serve né un «austericidio» nè un nuovo «patto di crescita» (anche dipinto di verde), di certo entrambi imposti da «quelli di sopra».

In ogni caso, non è solo una questione ideologica. Che piaccia o meno, e per quanto la tecnologia migliori, l’era della crescita è finita. Il declino strutturale della crescita del Prodotto interno lordo – dagli alti livelli degli anni Settanta  ai livelli bassi o negativi di questo momento -, indica che i paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico dell’Unione europea) abbandoneranno nel breve periodo della sua storia questo modello economico, la pace sociale e il progresso che si sono basati su un aumento continuo e insostenibile di quantità prodotte e consumate.

Data questa realtà, è il momento di mettere in moto una «prosperità senza crescita», intesa come la nostra capacità di vivere bene e felicemente entro i limiti ecologici della natura. Questa terza via è basata sulle seguente premesse minime: ridefinire collettivamente ciò che noi chiamiamo ricchezza e bisogni, ridurre la nostra impronta ecologica finché diventi compatibile con la capacità del pianeta, ridistribuendo il lavoro, la ricchezza economica, la cura, la terra e le risorse naturali a base di giustizia sociale e ambientale; rilocalizzare l’economia di consumo e di produzione e de-mercificare gran parte delle nostre attività.

Per raggiungere questi obiettivi, dobbiamo esercitare il potere che è nelle nostre mani. Dal basso e in modo cooperativo, ci sono numerose iniziative di sovranità alimentare e agroecologica, indipendenza energetica, finanza etica, monete locali, «città in transizione», che sfidano ogni giorno il colosso liberal-produttivista dai piedi d’argilla, e costruiscono la transizione sociale, ecologica ed etica della società. Questo profondo cambiamento richiede anche di costruire reti tra tutte queste «isole» per le alternative che si formano in arcipelaghi, continenti e, si spera, un giorno, nel sistema-mondo.

Abbiamo un solo pianeta, ma molte generazioni presenti e future: questa grande trasformazione non è un’utopia, è una necessità.

Florent Marcellesi, coordinatore di Ecopolítica, ricercatore ed ecologista francese

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apr
26

Territorio Zero

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territoriozerofin

Se vogliamo darci una possibilità per poter uscire dal pantano economico e sociale in cui da tempo siamo ormai affossati abbiamo bisogno di un radicale cambio tanto nella politica quanto nel modello di sviluppo che vogliamo perseguire.

Abbiamo bisogno di conoscere quali alternative all’attuale modello ormai in profonda crisi esistono, quali le differenze, quali i benefici. Solo sapendo possiamo formarci un opinione e adottare delle scelte lungimiranti per il nostro futuro e di quello delle prossime generazioni.

Territorio Zero non è un semplice libro, ma un vero e proprio manifesto che fornisce alla cittadinanza e agli amministratori locali quegli strumenti informativi e strategici per poter programmare e quindi perseguire un modello di sviluppo in grado di rimettere al centro l’economia reale.

Per molto, anzi troppo, tempo strategie come Rifiuti Zero, Energia pulita ad emissioni zero oppure Km Zero  sono state etichettate  come battaglie ambientaliste. E’ ora di capire che tutto ciò riguarda invece anche l’economia e il lavoro.

L’invito è quindi a partecipare a questo importante appuntamento. Lunedì 29 Aprile alle ore 19 presso la sala mostre della biblioteca comunale di Ostuni. Vi aspetto.

Il settore edilizia e tutto il suo indotto sono senza ombra di dubbio un pilastro importante dell’economia del nostro pese. Da anni sentiamo proclami volti al rilancio di questo impostante settore, ma da sempre le ricette messe in campo sono state nuove lotizzazioni e nuove costruzioni. Ricette che non solo hanno deturpato l’ambiente ed il paesaggio, ma non sono state in grado di dare alcun rilancio al settore ormai in stato agonizzante. Va quindi cambiata ricetta e, naturalmente, cuoco.

L’edilizia potrà trovare nuovo vigore e una nuova fase di sviluppo solo se si concentrerà su ciò che è già stato costruito. Il patrimonio immobiliare nel nostro paese è immenso, sia per quanto riguarda gli edifici storici e monumentali, sia per gli edifici residenziali realizzati negli ultimi decenni durante l’era del cemento e dei palazzinari al potere.

La ristrutturazione energetica e il recupero/rivalutazione del patrimonio immobiliare sia pubblico che privato deve diventare priorità per tutte le amministrazioni di qualsiasi livello: Comuni, Provincie, Regioni e Stato centrale. Vanno messe in atto serie ed importanti politiche di defiscalizzazione ed incentivi, nonché massicci investimenti per quanto riguarda l’immenso patrimonio immobiliare pubblico con particolare riguardo alla parte di alto pregio storico ed artistico.

Gli enti locali, che dovrebbero avere in questa strategia un ruolo centrale, potrebbero creare appositi settori dell’amministrazione dedicati a questo ambito con lo scopo di favorire le procedure abbattendo la burocrazia e fornendo tutto il supporto necessario per la fruizione degli incentivi. Lo stesso settore può provvedere alla programmazione e alla realizzazione delle ristrutturazioni riguardanti il patrimonio immobiliare pubblico. L’obbiettivo deve essere il totale recupero degli edifici pubblici da destinare ad attività di utilità pubblica. Se penso ad Ostuni mi vengono in mente almeno tre edifici pubblici da poter recuperare  e restituire alla cittadinanza: l’edificio scolastico Vitale, l’ex-macello comunale  e l’ex-orfanotrofio. Questi adeguatamente ristrutturati potrebbero  dare alla città quelle infrastrutture socioculturali che mancano (tatro, centro eventi, centri di aggregazione, ecc)

Come dicevo all’inizio di questo post, l’edilizia col relativo indotto è un importante settore economico che adeguatamente rilanciato è in grado di offrire numerosi posti di lavoro, ma per fare ciò è di fondamentale importanza cambiare ricetta, ma sopratutto il cuoco.

Categorie : Politica
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