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Archive for rinnovabili

Il settore edilizia e tutto il suo indotto sono senza ombra di dubbio un pilastro importante dell’economia del nostro pese. Da anni sentiamo proclami volti al rilancio di questo impostante settore, ma da sempre le ricette messe in campo sono state nuove lotizzazioni e nuove costruzioni. Ricette che non solo hanno deturpato l’ambiente ed il paesaggio, ma non sono state in grado di dare alcun rilancio al settore ormai in stato agonizzante. Va quindi cambiata ricetta e, naturalmente, cuoco.

L’edilizia potrà trovare nuovo vigore e una nuova fase di sviluppo solo se si concentrerà su ciò che è già stato costruito. Il patrimonio immobiliare nel nostro paese è immenso, sia per quanto riguarda gli edifici storici e monumentali, sia per gli edifici residenziali realizzati negli ultimi decenni durante l’era del cemento e dei palazzinari al potere.

La ristrutturazione energetica e il recupero/rivalutazione del patrimonio immobiliare sia pubblico che privato deve diventare priorità per tutte le amministrazioni di qualsiasi livello: Comuni, Provincie, Regioni e Stato centrale. Vanno messe in atto serie ed importanti politiche di defiscalizzazione ed incentivi, nonché massicci investimenti per quanto riguarda l’immenso patrimonio immobiliare pubblico con particolare riguardo alla parte di alto pregio storico ed artistico.

Gli enti locali, che dovrebbero avere in questa strategia un ruolo centrale, potrebbero creare appositi settori dell’amministrazione dedicati a questo ambito con lo scopo di favorire le procedure abbattendo la burocrazia e fornendo tutto il supporto necessario per la fruizione degli incentivi. Lo stesso settore può provvedere alla programmazione e alla realizzazione delle ristrutturazioni riguardanti il patrimonio immobiliare pubblico. L’obbiettivo deve essere il totale recupero degli edifici pubblici da destinare ad attività di utilità pubblica. Se penso ad Ostuni mi vengono in mente almeno tre edifici pubblici da poter recuperare  e restituire alla cittadinanza: l’edificio scolastico Vitale, l’ex-macello comunale  e l’ex-orfanotrofio. Questi adeguatamente ristrutturati potrebbero  dare alla città quelle infrastrutture socioculturali che mancano (tatro, centro eventi, centri di aggregazione, ecc)

Come dicevo all’inizio di questo post, l’edilizia col relativo indotto è un importante settore economico che adeguatamente rilanciato è in grado di offrire numerosi posti di lavoro, ma per fare ciò è di fondamentale importanza cambiare ricetta, ma sopratutto il cuoco.

Categorie : Politica
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Giuseppe Serravezza, medico e presidente della Lega italiana per la lotta ai tumori (Lilt) di Lecce, è il primo firmatario di un documento sottoscritto dalle associazioni ambientaliste e per la salute che segue i lavori del convegno del 19 marzo “Energie rinnovabili in Puglia, sostenibilità ambientale e sanitaria”.

Il documento si propone di apporre alcuni cambi alla legislazione italiana, regionale, provinciale e comunale, tentando di dare alle politiche paesaggistiche, territoriali, energetiche, ambientali, sanitarie e sociali un indirizzo meno scellerato e più sostenibile.

Un documento ambizioso che critica aspramente l’operato del governo, le incongruenze del Piano energetico ambientale regionale (Pear) e cerca invece di alzare la barra della discussione alle raccomandazioni del Piano paesaggistico territoriale regionale (Pptr) e della visione del Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp) del 2008, che vedono nel Salento una sorta di parco naturale e culturale da tutelare.

C’è tanto da fare, però, e la strada intrapresa, almeno secondo la visione dei firmatari, è quella sbagliata

La Puglia paga anzitutto un prezzo orribile alla presenza dell’obsoleta energia termoelettrica alimentata a carbone dalle centrali di Brindisi e Taranto: 8mila tonnellate annue che hanno già ammorbato la salute pubblica, e che non sono neanche state ripensate a seguito della riconversione alternativa che la Puglia si è fregiata di perseguire come capofila delle regioni meridionali.

Il risultato è un gigantesco crocevia di sprechi che genera un aumento dell’offerta, e dunque del consumo, di energia elettrica, con tanti saluti alla sostenibilità e ai criteri di contenimento e riduzione dei consumi che davvero sarebbero utili all’Italia.

La via maestra per gli ambientalisti è rappresentata dalla cosiddetta generazione distribuita, ovvero dalle microimprese che realizzano impianti capillari sul territorio laddove ce n’è bisogno, senza spese né ricadute significative sulla salute perché non richiede massicce revisioni della rete esistente, cosa che invece accadrà con i macroimpianti già presenti sul territorio.

Il possibile scenario rappresentato ha alcuni difetti, veri o presunti: non si parla di bonifiche dei territori, e questo rappresenterebbe una grande possibilità di impiego visti gli scempi commessi sulle spalle dei cittadini prima inconsapevoli e poi incoscienti. E poi non avvantaggia le lobbies che contano, quelle delle grandi aziende italiane ed estere, e rischia di essere una carta decisiva per la libertà dei cittadini, cosa che come sappiamo è troppo rischiosa.

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Una società basata sulle fonti fossili e, in particolare, sul petrolio ha bisogno di petrolio (ma va?) e una società che ha bisogno di petrolio quando si rende conto che nei più grandi giacimenti si è già estratto più della metà del grezzo disponibile e che con il residuo non si può soddisfare la crescente richiesta va alla ricerca di nuovi pozzi dove poter estrarre il prezioso oro nero. Non importa quanto costi l’estrazione e non importa neanche la qualità del greggio, le compagnie petrolifere sanno che fra qualche anno (chi dice dal 2020, i più ottimisti dal 2050) il petrolio sarà merce rara e potrà essere venduta a prezzi stratosferici. E quindi si cerca ovunque e il nostro territorio e il nostro mare non sono certo esclusi da questa affannosa ricerca. E’ noto da anni che nei nostri mari ci sono giacimenti petroliferi, ma la scarsa qualità del greggio e gli elevati costi di estrazione per via della profondità a cui si trova hanno sempre reso l’operazione non conveniente, ma oggi di fronte al nuovo scenario ecco che anche questi giacimenti diventano appettibili.

Si poteva fare qualcosa per evitare tutto questo? Certo che si! Si sarebbe dovuta diminuire drasticamente la dipendenza dalle fonti fossili e dal petrolio per andare verso altre forme di energia più accessibili. La scienza e la tecnologia ormai da anni ci hanno fornito questa possbilità sia con lo sviluppo delle cosidette fonti rinnovabili sia con le tecniche di risparmio energetico. Eppure in tutti questi anni siamo andati in senso opposto aumentando, invece che diminuendo, il nostro fabbisogno e di conseguenza la nostra dipendenza dal petrolio. Hanno i sindaci, in tutto questo, delle responsabilità, delle colpe? Certo che si e, io penso, anche di più di quante ne hanno i politici nazionali. I sindaci, infatti, governano i territori e avrebbero, anche a costo zero per le loro amministrazioni, potuto fare molto in questi anni nonostante l’inerzia a livello nazionale.

Più volte su questo blog è stato affrontato il problema energetico e sono state esposte delle proposte. Proposte di buon senso, alcune delle quali immediatamente applicabili senza oneri per le amministrazioni. Un esempio fra tanti: una semplice modifica al regolamento edilizio che imponesse avanzate tecniche di risparmio energetico alle nuove costruzioni. Non sarebbe costato nulla al comune, ma in compenso avremmo avuto un minor bisogno di energia e quindi di petrolio. Ci sono delle stime che sostengono che se tali norme fossero state da subito applicate in tutti i comuni italiani il fabbisogno di petrolio sarebbe calato del 30% negli ultimi 10 anni. Se a queste pratiche si fossero associate delle politiche di mobilità sostenibile,  incentivate le piccole produzioni agricole e zootecniche e disincentivate le colture e gli allevamenti intensivi caratterizzate da un massiccio uso di derivati del petrolio, se si fosse bloccata la inutile quanto disastrosa cementificazione del territorio comprese le devastanti grandi opere e, nel contempo, dato il via ad una conversione energetica puntando su piccoli, ma diffusi impianti di produzione da fonti rinnovabili oggi il nostro fabbisogno di petrolio e di fonti fossili in generale sarebbe molto modesto. E se tutto ciò, sulla spinta del nostro paese, sarebbe stato replicato in altri paesi le multinazionali del petrolio oggi sarebbero già destinate all’estinzione.

Invece nulla di tutto ciò è stato fatto e i sindaci, come quelli che domani 22 Novembre si troveranno a Polignano per affrontare il problema delle trivellazioni nel mar adriatico proprio di fronte alle nostre coste, invece di pensare ad amministrare per il bene comune e soprattutto per quello delle future generazioni hanno pensato solo a raccattare voti per mantenere salda la loro poltrona, il loro potere nel feudo di riferimento. Prendiamo la Ostuni degli ultimi dieci anni come esempio. La popolazione residente è calata di circa duemila unità eppure si sono visti palazzi spuntare come funghi(Via Giovanni XXIII, Via per Martina, Peschiera, ecc) e nel regolamento edilizio non si trova alcuna traccia di tecniche di risparmio energetico, il traffico automobilistico è aumentato vertiginosamente e di piani della mobilità neanche l’ombra, l’agricoltura e i piccoli produttori lasciati in balia delle onde mentre si è favorita la grande distribuzione che predilige colture e allevamenti intensivi. Insomma è stato fatto di tutto per aumentare il consumo e il fabbisogno di petrolio e adesso che le vacche sono tutte scappate dalla stalla gli stallieri si riuniscono per cercare di affrontare un problema che loro stessi hanno massicciamente contribuito a creare. Il loro vociare, grazie anche ai soliti pennviendoli e mezzibusti incartapecoriti, passerà per l’ennesima volta come impegno politico a difesa del territorio e nessuno evidenzierà gli aspetti e le politiche che hanno portato a tutto questo.

La colpa sarà addossata esclusivamente alle compagnie petrolifere, alle sette sorelle, un cancro che tutto divora ma che noi coi nostri comportamenti e le nostre politiche continuiamo ad alimentare.

Categorie : Politica
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Il debito pubblico non è un problema di cui sia stata sottovalutata la gravità; al contrario, è il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. Il debito è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati. La crescita drogata dal debito va fermata perché non è la soluzione della crisi, ma la sua causa.

Clima, energia, economia: tre crisi ci minacciano. Senza una nuova politica, la crisi del debito creato per drogare la crescita potrà solo aggravarsi. Tutto lascia credere che ormai sia solo questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o da quella energetica, coloro che non si sono lasciati ipnotizzare dalla colossale disinformazione planetaria dei mass media – e sono più di quanti si creda – possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie.

Grandi Opere, spesa militare, costi della politica. Per uscire dalla crisi e bloccare la spirale del debito bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. Il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra grandi imprese e partiti politici del secolo scorso non prenderà mai queste decisioni, perché ne verrebbe travolto.

Una nuova politica per il bene comune. Occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra; non omologati sul dogma della crescita, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando: i loro incubatori sono i movimenti di resistenza contro le grandi opere e contro la privatizzazione dei servizi sociali.

Il debito italiano: rischio bancarotta. In Italia il debito pubblico rappresenta il 119% del Pil e alla fine del 2011 raggiungerà i 2.000 miliardi di euro. Il Giappone sta peggio di noi, con un debito oltre il 200% del Pil, e la stessa Gran Bretagna – sommando il debito pubblico a quello di aziende e famiglie – arriva al 245% del Pil, mentre il debito complessivo italiano raggiunge il 225,8% del prodotto interno lordo. Di fronte a queste cifre, non è escluso che i paesi più indebitati decidano di uscire dalla spirale del debito, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli di Stato e quindi rovinando i risparmiatori. Questa crescita, drogata dal debito pubblico sempre più vasto e dal credito al consumo per le famiglie: solo il “doping” del debito ha consentito, finora, di tenere in vita un’economia fondata sulla crescita dei consumi. Perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che, se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute fino alla crisi di sovrapproduzione che distruggerebbe il sistema fondato sulla crescita.

La politica economica in un vicolo cieco. Ridurre le tasse e/o aumentare la spesa pubblica: è ciò che destra e sinistra hanno proposto, per stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta il gettito fiscale e si riduce il debito pubblico. Ma tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica, il debito aumenta. Inserendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni si comprometteranno le possibilità di crescere. Globalizzazione, merci invendute ed ex consumatori disoccupati. Perché gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno funzionato? Perché nei paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione dei mercati hanno determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: macchinari sempre più potenti producono quantità sempre maggiori di merci riducendo progressivamente l’incidenza di lavoro umano per unità di prodotto. Ne deriva un aumento dell’offerta e una contestuale diminuzione della domanda mediante la diminuzione delle retribuzioni e la riduzione dell’occupazione.

Spesa militare: faremo la fine dell’Impero Romano? Una voce disastrosa nel debito pubblico è costituita dalla crescita delle spese militari. Dopo il tracollo dell’Urss, la dimensione egemonica imperiale degli Usa ha spinto gli alleati verso un impegno crescente in molti teatri di guerra, in regioni strategiche come quelle petrolifere, fino a determinare una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono a superare il valore delle risorse che se ne ricavavano.

Grandi Opere: fallimenti in tutto il mondo. Altrettanto rilevanti, nel bilancio del debito, le grandi opere spesso faraoniche e inutili: la crisi della Grecia è scaturita dalle spese per le Olimpiadi di Atene del 2004, se Torino è la città più indebitata d’Italia lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. Opere che non ripagano i loro costi perché sovradimensionate rispetto alle reali esigenze: è successo con l’aereo supersonico Concorde e il tunnel sotto la Manica già fallito due volte; è successo con molti costosissimi edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, già in pieno degrado. Sovradimensionata rispetto alle esigenze è la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino-Lione. Destra e sinistra sono consapevoli dell’inutilità di molte grandi opere, devastanti per i territori, e tuttavia rivendicano il merito di averle deliberate in deficit allo scopo di rilanciare la crescita economica e l’occupazione. In realtà faranno crescere soltanto il debito pubblico. Un’opera è davvero sostenibile solo se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse, il consumo di energia e l’impronta ecologica, in modo da ripagare i costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione, contribuendo in questo modo a ridurre il debito pubblico. In altre parole la politica economica non può più basarsi soltanto su criteri di tipo quantitativo, ma deve adottare criteri di valutazione qualitativi.

L’equivoco della green economy. Nell’ottica della green economy la politica energetica non si fonda sulla riduzione della domanda mediante la riduzione di sprechi e inefficienze, ma sulla sostituzione dell’offerta: fonti rinnovabili anziché fossili, con incentivi statali che aggravano il debito pubblico. Anziché i piccoli impianti per l’autoconsumo, la green economy privilegia i grandi impianti, che possono essere appannaggio solo di grandi aziende interessate a incentivare la crescita dei consumi e degli sprechi. E’ un modo di riproporre ancora una volta l’alleanza strategica tra industria e partiti: l’alleanza fondata sulla crescita, responsabile dell’attuale fallimento storico. Anziché nelle grandi opere e nella green economy faraonica, occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, nelle reti idriche, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi (con benefici effetti anche sul turismo), nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri post-industriali (come a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio di materiali dismessi, nell’agricoltura di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra produttori e acquirenti.

Filiera corta: l’economia locale può sopravvivere alla globalizzazione. E’ auspicabile una saldatura tra l’economia reale dei territori (contadini, commercianti, piccole e medie aziende, artigiani e professionisti) con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Una vera democrazia partecipata può realizzarsi solo ripudiando la globalizzazione e rivalutando le economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà delle filiere corte. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, le attività economiche locali sono utili, ripagano i costi d’investimento riducendo sprechi e consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici e non richiedono tecnologie potenti, bensì evolute; non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccoli operatori locali (agricoltori, artigiani, commercianti, tecnici) radicati sul territorio, in grado di alimentare un’economia di prossimità, sostenibile dal credito locale, come dimostra il recente successo di alcune piccole e medie imprese italiane, che caratterizzano la nostra struttura produttiva (il 99,92 % ha meno di 250 addetti).

Meno e meglio: decrescita selettiva del Pil. Ridurre gli sprechi comporta necessariamente una decrescita: la coibentazione degli edifici per ridurne le dispersioni termiche e l’installazione di impianti energetici a fonti rinnovabili fanno crescere il Pil inizialmente, ma in seguito i risparmi lo fanno decrescere. La decrescita selettiva del Pil, riduce gli sprechi e l’impronta ecologica, migliora il benessere e la qualità della vita, crea occupazione utile. Solo la decrescita selettiva del Pil può risolvere sia la crisi economica che quella ambientale, senza far crescere il debito pubblico né deprimere le attività produttive.

Agricoltura biologica: una scelta strategica. L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica: stagionalità dei prodotti, riunificazione di agricoltura e allevamento, accorciamento delle filiere, riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne.

Ristrutturazione edilizia: fronte strategico di occupazione utile. Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti: mediamente in Italia per il riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio e soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? La riduzione del pil che ne deriverebbe offrirebbe i vantaggi economici, occupazionali e ambientali non altrimenti ottenibili.

Il modello della crescita è finito: non ha futuro, va sostituito. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori. Si annuncia un periodo di transizione inevitabilmente drammatico. Sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.

Maurizio Pallante

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Anche per rispondere a tutti quelli che continuano a dire che il sottoscitto e tutti i “grillini” sono capaci solo di criticare voglio riportare in questo post le proposte che sono state lanciate da questo blog . L’invito, rivolto in particolare ai buon temponi della domenica, è quello di commentarle e se ne sono capaci, cosa di cui dubito fortemente, integrarle o modificarle con le loro.

Rifiuti

  • Avvio del sitema di raccolta differenziata porta a porta spinta con applicazione della tariffa puntuale. Questa tariffazione. a differenza della TARSU,  non viene contegiata in base ai mq di un abitazione, ma bensì sulla quantità di rifiuti prodotti da un nucleo familiare, dove per rifiuto si intende ciò che non può essere avviato a riciclo, vuoi per il tipo di materiale vuoi per una non corretta differenziazione dei rifiuti. Tutto il resto non deve influire sulla tariffa in quanto trattasi di materiale (in gergo: materie prime seconde) che viene rivenduto. Questo tipo di raccolta e tariffazione, nei luoghi in cui è stata adottata, ha dimostrato di far risparmiare le amministrazioni e di conseguenza i cittadini che hanno visto diminuire i costi delle bollette, nonchè di necessitare di un numero maggiore di operatori.
  • Avvio e sostegno di tutti quei circuiti  virtuosi in grado di diminuire la produzione di rifiuti:
    • compostaggio domestico con distribuzione in comodato gratuito di compostiere domestiche, realizzazione di corsi sul compostaggio domestico e sconti tariffari per chi lo esegue correttamente;
    • stimolare l’uso dell’acqua del rubinetto favorendo l’acquisto di depuratori domestici ed installandoli in tutti i locali di proprietà pubblica a partire dalle scuole;
    • favorire e sostenere l’installazione di distributori alla spina per tutti i prodotti possibili, dai detersivi vari, all’acqua, al latte, etc;
    • vietare, nei capitolati d’appalto predisposti dall’amministrazione comunale, l’utilizzo di oggetti usa e getta in plastica, imponendo invece quelli riutilizzabili o in alternativa quelli in materiale biodegradabile;
    • vietare in tutti i centri ed esercizi commerciali l’uso e la distribuzione di sacchetti di plastica, sostenendo e favorendo l’utilizzo di borse riutilizzabili in stoffa o, in alternativa, in materiale biodegradabile;
    • incentivi alle famiglie per l’utilizzo di pannolini lavabili e realizzazione di accordi con esercizi commerciali per favorirne la disponibilità e l’utilizzo.
  • Realizzazione, nella zona idustriale, di un centro di riciclo sullo stile del centro riciclo di Vedelago. Presso questo tipo di impianto tutto il materiale non organico viene ulteriormente purificato da eventuali errori nella differenziazione domiciliare, compattato e infine venduto ai vari consorzi ed aziende del settore. Il  non riciclabile viene lavorato per essere trasformato in un granulato che può essere utilizzato in edilizia, realizzazione di oggetti in plastica riciclata, etc. Il centro riciclo deve avere dimensioni e capacità di lavorazione in grado di accogliere anche i materiali provenienti dalle raccolte differenziate dei paesi limitrofi. Per la sua realizzazione sono necessari 5 milioni di euro, meno dei 6 milioni previsti per la realizzazione di un inutile strada che collegherà la zona industriale con quella artigianale. In compenso la sua operatività necessita di non meno di 50 lavoratori (posti che perdureranno nel tempo).

Energia

  • Audit energetico degli edifici pubblici, ovvero una approfondita ed esaustiva rilevazione dei consumi energetici (per riscaldamento/raffreddamento e elettricità) di tutti gli edifici e strutture di proprieta comunale.
  • Predisposizione di un piano pluriennale per la ristrutturazione energetica di tutti gli edifici e strutture di proprietà comunale. Dando priorità a quelli in cui si rilevano maggiori consumi.
  • Cessione in comodato gratuito di tutti i lastrici solari degli edifici pubblici ove non sussite vincolo paesaggistico per la realizzazione di impianti fotovoltaici di investitori privati (quelli che di solito li fanno sui terreni agricoli).
  • Istituzione dello sportello “Energia amica” accessibile dal vivo, via telefono e via web ove reperire tutte le informazioni tecnologiche e legislative, ivi comprese le agevolazioni fiscali, inerenti il risparmio energetico e la produzione da fonti rinnovabili.
  • Stipula di specifici accordi con professionisti esperti in risparmio energetico e realizzazione di impianti per autoproduzione da fonti rinnovabili per l’erogazione di servizi di consulenza a prezzi concordati.
  • Stipula di accordi/convenzioni con istituti di credito per l’erogazione di finaziamenti a tasso agevolato per le ristrutturazioni energetiche degli edifici e abitazioni.
  • Snallimento procedure e abolizione di tutti gli oneri comunali previsti per le pratiche relative a ristrutturazioni energetiche di edifici ed abitazioni.
  • Agevolazioni e incentivi per nuove costruzioni, ampliamenti e ristrutturazioni con certificazione prevista dalla legge regionale sull’abitare sostenibile:
    • aumento di cubatura (fino al 10%), esenzione decennale dall’ICI (ove prevista), esenzione da oneri e contributi comunali relativi all’opera per le certificazioni in classe di merito 5;
    • esenzione decennale dall’ICI (ove prevista) ed esenzione da oneri e contributi comunali relativi all’opera per le certificazioni in classe di merito 4.
  • Obbligo per le nuove costruzioni e per le demolizioni con ricostruzione della certificazione prevista dalla legge regionale sull’abitare sostenibile con classe di merito non inferiore alla 4, nonché obbligo di realizzazione di adeguato impianto fotovoltaico per produzione di energia elettrica e pannelli solari per produzione di acqua calda sanitaria su lastrico solare ove non sussite vincolo paesaggistico.
  • Ammodernamento dell’intero impianto di illuminazione pubblica con implemetazione della tecnologia a LED in grado di diminuire i costi dei consumi del 70% e quelli di manutenzione del 30%.
  • Piano pluriennale per la sostituzione del parco autoveicoli comunali con modelli elettrici e/o ibridi.

Urbanistica

  • Blocco delle aree di espansione edilizia nei piani regolatori delle aree urbane. Incentivazione delle ristrutturazioni qualitative ed energetiche del patrimonio edilizio esistente. Concessioni di licenze edilizie soltanto per demolizioni e ricostruzioni di edifici civili o per cambi di destinazioni d’uso di aree industriali dimesse, previa destinazione di una parte di esse a verde pubblico;
  • Formulazione di allegati energetici-ambientali ai regolamenti edilizi vincolanti la concessione delle licenze edilizie al raggiungimento degli standard di consumo previsti dalla Provincia autonoma di Bolzano (classe C: 70 kWh al metro quadrato all’anno);
  • Espansione del verde urbano nell’ottica di una riduzione dello squilibrio complessivo tra inorganico e organico, con fissazione di percentuali annue di incremento, al fine di: migliorare i microclimi urbani, aumentare l’alimentazione delle falde idriche riducendo l’impermeabilizzazione dei suoli; potenziare la fotosintesi clorofilliana per incrementare l’assorbimento di CO2;
  • Valutazione strategica dell’impatto ambientale, ma anche visivo (il paesaggio è di tutti) per qualsiasi intervento sul territorio;
  • Uso nell’edilizia di materiali locali, per quanto possibile, e riutilizzo di materiali provenienti dalle demolizioni;
  • Dotazione obbligatoria di impianti fognari dove sono ancora assenti ed incentivi in favore di impianti di depurazione per ogni abitazione non collegabile a un impianto fognario;
  • Aumentare la qualità nel riscontro degli ispettori dei cantieri per la sicurezza sul lavoro ed aumentare l’efficacia dei controlli per verificare i lavori in nero;
  • Negli appalti pubblici deve essere considerata anche la fedina penale dei titolari e dei cda delle ditte che si offrono per la costruzione / ristrutturazione

Uso del territorio

  • La città, il territorio del quale è nata e di cui essa fa parte, gli uomini e la società che la costruiscono, la abitano e la utilizzano fanno parte di un unico sistema;
  • si attribuisce priorita alla tutela dell’integrità fisica del territorio, intesa come preservazione da fenomeni di degrado e di alterazione irreversibile dei connotati materiali del sottosuolo, suolo, soprassuolo naturale, corpi idrici, atmosfera, considerati singolarmente e nel complesso, con particolare riferimento alle trasformazioni indotte dalle forme d’insediamento dell’uomo;
  • si riconosce la necessità e la responsabilità, nei confronti delle generazioni future, di non disperdere le straordinarie ricchezze e bellezze del territorio comunale così come ci sono state tramandate attraverso il secolare lavoro della natura e dell’uomo;
  • i piani urbanistici devono essere volti prioritariamente al recupero e alla valorizzazione dell’esistente e considera prioritariamente il riuso e la riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti rispetto ad ogni ulteriore consumo di suolo;
  • la città è luogo di massima espressione della vita civile e politica nel quale la convivenza sociale facilita l’esercizio attivo dei diritti individuali. E’ pertanto indispensabile favorire la convivenza sociale attraverso: 1) un sistema di regole di uso del territorio che garantiscono la massima diffusione dei diritti primari dei cittadini quali la salute, la mobilità, la libertà di cultura e d’istruzione pubblica, la casa, la sicurezza sociale; 2) una specifica attenzione agli spazi pubblici affinché siano resi attraenti, sicuri e utilizzabili da tutti, con particolare attenzione per i cittadini più deboli come i bambini, gli anziani, i portatori di handicap; 3) la definizione di un assetto della mobilità che temperi l’esigenza di spostarsi con quella di garantire la salute e la sicurezza dei cittadini.

Informatica e servizi web

  • Realizzazione di una rete senza fili per l’accesso ad internet in banda larga, iniziando dai punti di maggior interesse ed afflusso (biblioteca, palazzo di città e piazza della Libertà, edifici scolastici, villa comunale, zona industriale, zona artigianale) per arrivare, al massimo in un triennio, alla totale copertura del territorio comunale compreso area rurale e marittima. Gratuità dell’accesso ai residenti e possibilià di accesso a bassi costi per i forestieri (le strutture ricettive potranno richiedere delle schede di accesso gratuito per i loro ospiti potendo così offrire loro a costi zero un servizio aggiuntivo oggi molto richiesto).
  • Completamento, adeguamento e messa in funzione della sala informatica presente all’interno della biblioteca comunale costata già svariati migliaia di euro e mai messa a disposizione della cittadinanza.
  • Implementazione, al fianco dei tradizionali sportelli aperti al pubblico, di sportelli informatici ove poter avviare, gestire e concludere quelle pratiche burocratiche-amministrative per cui oggi è necessario recarsi presso l’ufficio competente, prevedendo altresì la possibilità di contatto audio/video con un addetto tramite tecnologia VOIP.
  • Istituzione di un ufficio per l’implementazione informatica in tutti servizi/settori del comune e con il compito, tra l’altro, di:
    • Formare ed aggiornare il personale dipendente all’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche e dei software open source utilizzabili all’interno della pubblica amministrazione.
    • Realizzare e gestire un portale web istituzionale tramite cui l’utenza possa accedere a tutte le informazioni relative all’attività amministrativa, compresi tutti gli atti pubblici emessi, nonchè a tutti i servizi di sportello ed assimilati che via via saranno implementati.
    • Realizzazione, organizzazione e coordinamento di sportelli informatici per tutti quei servizi che attualmente vengono erogati tramite gli uffici ad accesso pubblico (anagrafe, ufficio tecnico, uffico tributi, etc) con implemetazione della tecnologia VOIP per contatti diretti audio/video tra addetto comunale e cittadino.
    • Realizzazione, organizzazione e gestione di un sistema di posta elettronica interna e di telefonia VOIP per tutte le comunicazioni in testo e audio tra uffici e settori comunali.
    • Sostituzione, ove possibile, del software commerciale con omologhi open source e relativa formazione del personale.
    • Organizzazione e coordinamento di un callcenter a numerazione gratuita a cui i cittadini si potranno rivolgere per ogni problematica e/o attività di competenza comunale.

Diritto allo studio

  • Istituzione di un fondo da 100 mila euro annui per sostenere gli studenti di famiglie bisognose nel loro percorso di studio.

Amici dell’uomo

  • Limitare il divieto di accesso alle spiagge nel periodo balneare a non più del 35% degli arenili presenti sulla costa Ostunese.
  • Realizzazione, chiedendo la collaborazione dell’ENPA  di uno spazio adeguatamente attrezzato e di idonee dimensione per ospitare cani e gatti randagi (esempi).
  • Individuazione, all’interno del centro urbano, di specifiche aree verdi dove poter far liberamente giocare i propri amici animali.
  • Favorire e incentivare adozioni degli animali randagi comprese quelle a distanza.
  • Potenziare le campagne di sterilizzazione.

Spiagge

  • Spiagge pulite tutto l’anno. Organizzare tramite apposito servizio la pulizia di tutti gli arenili e relative strade di accesso con cadenza bimensile nel periodo autunno-inverno, bisettimanale nel periodo primaverile (comunque le spiagge devono risultare pulite durante i periodi delle festività ed eventuali ponti), quotidiana durante la stagione estiva.
  • Posizionamento su tutte le spiagge di un congruo numero di contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti.
  • Installazione su tutta la costa e per il periodo estivo di un adeguato numero di bagni chimici stipulando allo scopo apposito contratto di noleggio che preveda anche la manutenzione e la periodica pulizia degli stessi.
  • Istituzione di un servizio di assistenza ai bagnanti che preveda sia postazioni fisse sia mobili in modo che tale servizio risulti erogabile sull’intero tratto di costa. Gli addetti oltre a fornire assistenza e informazioni ai bagnanti dovranno essere in grado di prestare soccorso sia in mare sia sull’arenile oltre a segnalare agli appositi servizi eventuali problematiche (ad. es. contenitori rifiuti pieni, spiagge sporche, fonti di pericolo, etc). Le spiagge in cui insisteranno le postazioni fisse dovranno essere attrezzate in modo tale da risultare accessibili ai disabili e fornite delle apposite carrozzine che consentano agli stessi l’accesso in mare.
  • Trasformazione di Torre Pozzelle in area naturale protetta attrezzata con area picnic e spazio giochi per bambini, oltre a idoneo parcheggio al fine di impedire il transito di vetture nelle stradine di accesso agli arenili.
  • Demolizione dell’ecomostro di Villanova e valorizzazione della spiaggia denominata bagno dei cavalli.
  • Garantire nella zona costiera durante la stagione estiva una maggiore presenza della polizia municipale.

Non sono certo esaustive ne tanto meno vogliono presentarsi come la panacea di tutti i mali, ma sono idee credo di buon senso slegate da qualsivoglia ideologia e ben al di la dei soliti schieramenti destrasinistracentro. Per attuarle non servono politici di professione ma semplici cittadini.

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La campagna di disinformazione sui quesiti referendari continua senza sosta e a reti unificate la strategia è chiara, non far capire nulla ai cittadini sperando così di non raggiungere il quorum. La propaganda al posto della informazione è il miglior modo per confondere le idee, diffondere dubbi ed evitare che i cittadini possano assumere una decisione e l’indecisione favorisce l’astensionismo. Il metodo è semplice, dopo settimane di assoluto silenzio ecco partito il tam tam mediatico in cui come sempre i rappresentanti dei vari schieramenti si confrontano su temi di cui non capiscono nulla o peggio ancora ti ritrovi a vedere una trasmissione come quella di ieri sera di Santoro in cui un presunto scienziato esperto di nucleare (a mio avviso un emerito imbecille) per la seconda volta di fronte ad un vasto pubblico ha avuto la possibilità di affermare una serie di castronerie senza senso e senza logica senza che dall’altra parte vi fosse un altro esperto in grado di smontare pezzo pezzo le sue assurde tesi. Possibile che un Santoro non sia stato in grado di trovare ed invitare in trasmissione uno tra i tanti fisici nucleari scientificamente contrari alla realizzazione delle centrali? Possibile che in nessuna trasmissione venga invitato a parlare un qualche esperto di produzione di energia da fonti rinnovabili? Perchè gli esperti di gestione dei servizi idrici sono esclusi dai dibattiti?

Queste semplici quanto basilari regole consentirebbero ai media di fare informazione e permetterebbero ai cittadini di capire di che cosa si sta parlando, qual’è la reale posta in gioco. Invece propaganda, da una parte chi incute paura verso il nucleare utilizzando allo scopo le tragedie di Chernobil e Fukushima, dall’altra chi te lo presenta come un male necessario e comunque il male minore tra le possibili opzioni quali il carbone ed il gas visto che le rinnovabili a loro dire non sarebbero assolutamente in grado di fornire la necessaria energia e ci farebbero tornare ai tempi delle lampade ad olio. Se non facciamo le centrali nucleari saremo costretti ad aumentare quelle a carbone che causano nel mondo 2 milioni di morti all’anno la tesi dei nuclearisti, dall’altra parte un politico che personalmente apprezzo nonchè medico di fama internazionale che se ne esce con: le radiazioni nucleari causano il cancro mica la carie, come se il carbone causasse la carie invece dei tumori. Tra gli spettatori residenti nei pressi di centrali a carbone tipo quella di Cerano sono convinto che ieri sera si è alzato un unico grido: ma vaffanculo coglione!

La stategia comunicativa è sempre la stessa non è possibile avere energia senza carbone, nucleare e gas come non è possibile alcuna gestione dei rifiuti senza inceneritori e discariche. Eppure basterebbe che un qualsiasi cittadino spegnesse la televisione e controllasse cosa c’è nei propri sacchetti della spazzatura per rendersi conto che è tutto materiale recuperabile (carta, plastica, vetro, organico, etc). Allo stesso modo se si cominciasse a spegnere la televisione per passare dalla propaganda all’informazione attraverso la parola di esperti con la steea facilità con cui è possibile aprire il sachetto della propria monnezza si saprebbe che la tecnologia consente già oggi la possibilità di programmare e realizzare nel giro di un decennio un sistema energetico autonomo ed efficiente senza utilizzare carbone, gas e tanto meno il nucleare. Un sistema senza centrali basato su piccoli impianti e piccole produzioni che messe in rete tra di loro possono garantire molta più energia di quella prodotta ora dalle numerose ed inquinanati centrali sparse in Italia ed Europa. Questo vuo dire mettere mano alla rete, rivoluzionarla perchè questa è stata realizzata per un flusso unidirezionale dalla grande centrale al consumatore; va quindi ristrutturata secondo un flusso multidirezionale dove ogni punto della rete è contemporanenamente produttore e consumatore. Una rivoluzione vera e propria perchè non solo garantirebbe autonomia energetica all’intero paese, ma ad ognuno di noi e questo non piace ai poteri economici e quindi ai soci politici. Un comitato d’affari che si sta impossessando di tutte le risorse indispensabili alla vita (energia, acqua, istruzione, salute) non solo per fare profitti ma soprattutto  per poter controllare e determinare la stessa possibilità di vita di ogni individuo.

Stesso tipo di propaganda sulla privatizzazione dell’acqua che secondo gli “esperti” televisivi rimarrebbe comunque pubblica perchè la privatizzazione riguarderebbe solamente i servizi idrici ovvero quelli che l’acqua te la fanno uscire dal rubunetto. Anche in questo caso spegnete la televisione e guardate sotto il lavandino. Quanti tubi arrivano? 10, 20, 30? No, uno solo e solo da quello può passare l’acqua che poi sgorgherà dal tuo lavandino. Il proprietario di quel tubo avrà il potere di decidere come, quando, se e a che prezzo fornirti quel prezioso quanto vitale bene.

Dulcis in fundus, spegnete le tv, accendete il cervello e il 12-13 giugno andate a votare.

P.S.: Per chi si dovesse già  trovare al mare purchè in Italia non è indispensabile tornare al proprio paese per votare, è possibile il voto fuori sede clicca qui per tutte le info necessarie. Anche questa era un informazione utile che i media potevano dare, ma evidentemente è una funzione che proprio non gli riesce.

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«Aiuto, il Salento sta morendo». Di cemento? Sì, ma non quello dei soliti palazzi. Il nuovo nemico ha un nome suggestivo e ingannevole: green economy. Che per il “Forum ambiente e salute”, network di comitati e associazioni per la difesa del territorio, in Puglia fa rima con devastazione, malversazioni spregiudicate e persino infiltrazioni mafiose per il facile riciclaggio di denaro sporco. «La green economy industriale sta devastando il nostro futuro». Paradosso? Forse, se l’avvenire che gli ambientalisti temono è fatto di «morte distese di ciminiere, mega pale eoliche e deserti di pannelli fotovoltaici, di cemento, di asfalto, di cave e discariche persino nucleari», là dove crescono gli uliveti più belli d’Italia, davanti a una costa tra le più affascinanti del Mediterraneo.

Ma la Puglia non era il modello perfetto della nuova energia alternativa, decantato dal governatore Nichi Vendola? I comitati salentini inorridiscono, gridando al tradimento. E ora si appellano a Beppe Grillo, con una lettera aperta che è un invito alla mobilitazione politica contro «la truffa pugliese dell’energia pulita». Che Vendola se ne renda conto o meno, per il “Forum ambiente e salute” è in gioco la qualità della vita del Grande Salento, esteso nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto. «In nome delle energie rinnovabili iper-incentivate dallo Stato, a spese dei cittadini – scrivono i contestatori – si è messo in piedi un meccanismo perverso e aberrante che, complice grave la politica della Regione Puglia, ha fatto del Salento, e non solo, terra di conquista per multinazionali e grosse ditte estere».

Il Salento sta diventando un eden per l’economia globalizzata, nuovo Eldorado per cinesi e austriaci, tedeschi e spagnoli, ma anche danesi, olandesi e lussemburghesi, senza contare gli immancabili imprenditori americani e persino i nuovi alfieri del turbo-capitalismo russo, spesso in odore di mafia. Problema: le energie saranno anche rinnovabili – sole e vento – ma gli impianti hanno dimensioni industriali e «altissimo impatto» sul territorio pugliese. Anziché incentivare l’auto-produzione, quella dei piccoli impianti a misura di famiglia, «si sta favorendo legislativamente solo l’industrializzazione all’energia dell’intera regione nelle sue aree agricole e naturali, persino nel suo mare», accusano i comitati. «Migliaia di ettari di campi agricoli e pascoli, destinati da millenni alla produzione dei nostri prodotti agro-silvo-pastorali, vengono diserbati e ricoperti di pannelli hi-tech di silicio fotovoltaico».

Ancora più preoccupante il maxi-eolico, con mastodontiche torri d’acciaio alte 150 metri, persino in mezzo al Canale d’Otranto: la strage dei rapaci e dei migratori è già cominciata, dicono i firmatari dell’appello. Lo ha scritto anche Carlo Vulpio sul “Corriere della Sera”: i progetti minaccerebbero aree vitali come l’oasi delle Cesine, gestita dal Wwf, che peraltro è a sua volta accusato di aver approvato «lo scandaloso mega impianto off-shore di Tricase». Ce n’è anche per Legambiente, che tra Cutrofiano, Minervino e Giuggianello «ha i suoi mega-progetti di industrializzazione fotovoltaica nei campi, decine di ettari», pure nel bel mezzo del parco naturale “Paduli-Foresta Belvedere”.

E non è tutto: in Salento «ci sono domande per oltre 50 inquinanti centrali elettriche a combustione di biomasse e rifiuti, per le quali si dovrà importare dai paesi del terzo mondo gran parte della biomassa oleosa, forse anche transgenica, da colture Ogm iper-trattate chimicamente». Il “Forum ambiente e salute” vede in anticipo un film horror: «Potature-killer su interi boschi, uliveti, vigneti e frutteti sacrificati sul patibolo della green economy industriale, come già in parte sta avvenendo, per lasciar posto anche alle produzioni di biocarburanti». Ci sarebbe persino «chi chiede di poter bruciare nelle centrali a biomasse tutto il nostro olio d’oliva, per produrre un surplus d’energia che sarà esportata lontano dalla Puglia», in un orizzonte iper-elettrificato, infestato di cavidotti e pericoloso elettrosmog.

Le produzioni industriali d’energia rinnovabile abbasseranno la produzione energetica da fonti fossili, come carbone, petrolio e gas? «Nulla di più falso», giurano gli agguerriti oppositori: «Sarà invece l’opposto: poiché acquistando dei certificati, cosiddetti strumentalmente “verdi”, che lo Stato concede a chi produce energia rinnovabile, si consente alle ditte di continuare a bruciare indisturbate combustibili fossili», per produrre la loro «energia falsamente pulita». Come se non bastasse, la regione è minacciata anche dagli idrocarburi: trivellazioni in progetto sulla terraferma, mentre si teme «l’arrivo di due gasdotti dall’Asia, che squarteranno la provincia di Lecce con serpentoni pericolosissimi, lunghi decine di chilometri», senza contare «rigassificatori e nuove centrali elettriche a combustibili fossili in progetto, contro cui i salentini, sfiancati ma non piegati, stanno dicendo con tutte le loro forze “no”».

Green economy? Macché: è solo una «grave menzogna politica», che nasconde una maxi-devastazione, addolcita dal marketing anche fieristico come nel caso del “Festival dell’Energia” ora migrato in Toscana, o degli interventi compensativi sul territorio: le multinazionali finanziano di tutto, dal presepe natalizio al restauro del pilone votivo, «intrufolandosi ovunque» grazie alla compiacenza della «classe dirigente pugliese, trasversalmente corrotta». Talmente inquinato, l’ambiente, da interessare l’Interpol. Il sospetto: gigantesco riciclaggio di denaro sporco, in un mercato “drogato” dalle iper-incentivazioni e “oliato” da tangenti, accusa sempre il “Forum”, che parla di «compravendita di autorizzazioni» svolte anche «attraverso inestricabili scatole cinesi e ramificazioni celate che rimandano quasi sempre a ditte off-shore nei paradisi fiscali internazionali come Panama, Cipro, le Cayman».

Ne sa qualcosa la Commissione Antimafia, in trasferta d’emergenza in Puglia nel dicembre 2010, col presidente Beppe Pisanu preoccupato per il mega-business della “green economy industriale” che fa gola inevitabilmente ai grandi cartelli criminali, da Cosa Nostra alle Triadi cinesi: network mafiosi non ostacolati in Puglia da una «mafia borghese» in contatto trasversale con politici e banche, e con «l’imprenditoria più spregiudicata e affaristica, nonché con la bassa malavita territoriale». La Puglia sta diventando una vera e propria Repubblica delle Banane, accusano i comitati del “Forum”, allarmati dal rischio che il Salento degeneri «in uno Stato tribale, gestito dai nuovi “narcos” locali e non, gli “sviluppatori”, i “facilitatori”» che trafficano con le autorizzazioni per impianti “green” – eolico, fotovoltaico o biomasse – da rivendere alle multinazionali straniere.

“Dove si devasta il paesaggio, lì c’è mafia”, recita lo striscione del “Forum”, che registra la controffensiva in corso, con arresti e sequestri «ormai quotidiani», da parte di carabinieri del Noe, Guardia di Finanza, Forestale, polizie locali: «Si susseguono gli avvisi di garanzia a politici, denunce e proteste dei lavoratori sfruttati, le fughe dei colpevoli, i ricorsi a tribunali amministravi, gli esposti della gente, di liberi cittadini, di associazioni, di mille comitati sorti ovunque nell’emergenza in difesa dell’orizzonte quotidiano». Nel vuoto, finora, gli appelli per varare un’urgente moratoria capace di bloccare il «falso green». In campo anche Ruggero Martines, capo della Soprintendenza ai Beni Culturali e al Paesaggio, l’Arpa pugliese e l’epidemiologo Giorgio Assennato: si rischia una «catastrofe culturale, paesaggistica, ambientale ma anche sanitaria», a cui «si sta andando incontro passivamente». Il Salento è ancora «il giardino bello d’Europa e del Mediterraneo». Diventerà davvero una gigantesca «pattumiera energetica»?

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rivoluzione energetica
Immaginate milioni di contatori intelligenti e flessibili che prelevano energia prodotta da pannelli fotovoltaici su tetto delle nostre abitazioni e la distribuiscono in tempo reale in rete direzionandola dove c’è bisogno.
Ed ora provate a pensare a nuove  reti elettriche controllate da sofisticati sensori capaci di dialogare tra loro, gestire l’energia prodotta da fonti rinnovabili tra milioni di punti di produzione e consumo in modo efficiente riducendo gli sprechi.

Cancellate dalla mente i grandi elettrodotti di distribuzione che prelevano energia da enormi e pericolose centrali e la trasportano in un’unica direzione a migliaia di chilometri di distanza e provate a dare forma alle Smart Grid le reti di distribuzione di  energia del futuro dove tutti gli utenti sono connessi tra loro come sul web e si scambiano energia  da punto a punto in modo flessibile e decentrato: energia 2.0.

Immaginate l’energia viaggiare   nelle due direzioni cessione e prelievo, produzione e utilizzo, download e upload controllata da sensori in grado di monitorarne i flussi  di determinare in anticipo le richieste di consumo rispondendo alle variazioni della domanda degli utilizzatori finali, evitando interruzioni di elettricità e riducendo il carico ove necessario.

Ora considerate la possibilità di creare   “reti energetiche  di comunità” progressivamente sempre più autosufficienti  e solidarmente connesse alle reti nazionali e regionali.

Adesso provate a pensare a consumi progressivamente sempre più  bassi  degli apparecchi che utilizziamo, delle nostre abitazioni, nei processi industriali delle aziende, per unità di prodotto, per illuminare…
…ecco un futuro energetico possibile!  Un po’ più sobrio, un po’ più giusto, un po’ più democratico.

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mar
22

Energia e Sindaci

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Quanto successo in Giappone e all’amico libico, scusate volevo dire al sanguinario dittatore, ha riacceso nel nostro paese il dibattito su un tema cruciale tanto per il nostro presente quanto per il nostro futuro: l’approvigionamento e l’autonomia energetica. Lungi dal voler aggiungere parole alla quotidiana disinformazione diffusa da giornali e tv sui motivi del caro energia italiano e su quelli per essere a favore o contro il nucleare, preso atto che il partito democratico, maggior partito di opposizione (in sigla PDmenoelle), dopo aver criticato Di Pietro quando raccoglieva le firme a sostegno del referendum e dopo aver consentito al governo, grazie ai soliti “responsabili” ed assenteisti, di indire i referendum in data più utile al non raggiungimento del quorum, adesso invita i cittadini a recarsi alle urne per cancellare il piano nucleare del governo pur lasciando in ogni dichiarazione la porta aperta al nucleare di prossima generazione, vorrei spostare l’attenzione su un ambito più prettamente locale ed in particolare quanto Sindiaci ed amministrazioni comunali possono fare, ed avrebbero già potuto fare, in questo delicato quanto fondamentale campo.

Infatti, si è soliti pensare che la politica energetica sia competenza esclusiva del governo centrale, ed in linea di massima è così, ma se gli oltre 8 mila comuni italiani avessero adottato delle semplici quanto lungimiranti politiche energetiche, la situazione oggi sarebbe ben diversa. La nostra società, i nostri stili di vita necessitano di enormi quantità di energia per essere mantenute, ma noi sappiamo che la stragrande maggioranza di energia consumata se ne va in sprechi, inefficienze, ovvero non serve agli scopi per cui viene utilizzata. Per capirci: il consumo di una lampadina tradizionale ad incandescenza è, al 70%, utilizzato per la produzione di calore (se la tocchi ti bruci) e solo al 30% per illuminare, sua vera ed unica funzione. Stessa situazione la troviamo negli edifici che, per scaldarsi ed illuminarsi, sprecano appunto il 70% dell’energia consumata.

In un modesto comune di 30 mila abitanti qual’è Ostuni in questi ultimi anni sono spuntati come funghi numerosi edifici e persino una “new town” mascherata da “zona artigianale”. Questi edifici, compresi quelli più energivori quali centri commercili e piscine, sono stati realizzati con tecniche standard cosicché sprecheranno nei prossimi decenni il 70% di energia. Eppure le tecniche per abbattere questi sprechi esistono già da tempo, da quasi un decennio in Germania come in Trentino Alto Adige non è consentito realizzare edifici che consumino più di 7 l di gasolio o metano a metroquadro (i nostri ne consumano in media 20 l a mq). Il comune con una modifica, a costo zero, del regolamento edilizio di sua assoluta competenza avrebbe potuto e può imporre l’applicazione di tecniche per il risparmio energetico sia per gli edifici residenziali sia per i più consumatori centri commercili e piscine. Perchè non è stato fatto? Perchè non si fa? Semplicemente perchè le lobby del mattone ben radicate nelle amministrazioni locali ivi compresa quella di ostuni vedrebbero calare i loro vortiginosi profitti.

C’è poi tutto il patrimonio edilizio esistente che si potrebbe incentivare alla ristrutturazione energetica concedendo, sempre modificando a costo zero il regolamento edilizio, agevolazioni e, ove possibile, aumenti di cubature. Per il patrimonio immobiliare pubblico si sarebbe potuto predisporre un piano di ristrutturazione energetica da attuare in un decennio. Non ci sono i soldi? L’investimento si sarebbe ripagato da solo col risparmio sulle bollette ed in oltre avremmo potuto tranquillamente rinunciare a qualche inutile strada e rondò ed evitare di finanziare i big della musica italiana ed internazionale per fare spettacoli a pagamento nell’illustre città bianca.

Vi è infine l’immenso settore della produzione di energia da fonti rinnovabili su cui si poteva agire concedendo i lastrici solari degli edifici pubblici in comodato gratuito per la realizzazione di impianti fotovoltaici di investitori privati (quelli che li vanno a fare sui terreni agricoli), istituendo un apposito sportello informativo e di consulenza per i cittadini privati interessati alla realizzazione di impianti, stipulando accordi o convenzioni con istituti di credito per l’erogazione di finanziamenti a tasso agevolato, etc.

Ma naturalmente di tutto questo non c’è traccia nella maggior parte dei comuni ne tanto meno ad Ostuni, dove di tali problematiche non se ne è occupata ne la maggioranza ne l’opposizione a dimostrazione, come se ce ne fosse bisogno, delle sostanziali differenze tra le varie coalizioni. Ma le proposte dell’opposizione vengono completamente ignorate, tuonerà qualche buontempone. E’ questo forse un buon motivo per non presentarle neanche? Per lasciare che tutto silenziosamente accada?

Le amministrazioni locali hanno un ruolo fondamentale nella ricostruzione dell’intero paese devastato da un terrificante tsunami chiamato politica ed è per questo che sono le prime istituzioni di cui i cittadini si devono riappropriare.

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La politica del presidente Usa è un fallimento totale anche nella “rivoluzione verde”. «La scelta a cui siamo chiamati non è tra salvare l’ambiente o salvare l’economia. È tra prosperità o declino», disse Barack Obama quasi due fa nello Stato dello Iowa annunciando l’inizio della “green revolution”. «Bisogna farlo in nome delle generazioni future», aggiunse.

Successivamente, ha varato un piano di cambiamento della politica ambientale ed energetica Usa, chiamato “New Energy for America”, ideato con il suo vice presidente Joe Biden. Approvato dal Congresso il 13 febbraio del 2009, si basa su tre tipologie di sviluppo alternativo: la “Chart a new energy future”, ovvero il potenziamento delle energie rinnovabili che dovranno sostituire la dipendenza dal petrolio; “l’Invest in clean, renewable energy” che riguarda l’obiettivo di generare il 25% di energia “pulita” entro il 2015 e infine il “Fight climate change” che si prefigge la diminuzione dell’inquinamento atmosferico attraverso la riduzione dei consumi.

Buoni propositi che restano tali, in sostanza. Con l’intensificarsi della crisi e l’aumento della disoccupazione, poiché il piano non prevedeva le modalità attraverso le quali creare nuovi posti di lavoro, la rivoluzione “verde” di fatto non è ancora iniziata. E, con la vittoria dei repubblicani alle elezioni di Mid Term, la questione si complica. Uno studio del Liberal Centre for American Progress ha infatti rilevato che «ventidue dei trentasette candidati repubblicani a governare il prossimo novembre negano che esista il problema dell’inquinamento e del riscaldamento globale». Ciò è dovuto «all’influenza del Tea Party», la cui leader Sarah Palin ha proposto addirittura di abolire l’Epa, l’agenzia governativa per la protezione ambientale, definendola una spesa pubblica inutile.

Un altro esempio di quanto i repubblicani siano poco interessati alla salvaguardia dell’ambiente, riguarda la “Proposition 23”, una proposta di legge che prevede la sospensione della regolamentazione sulle emissioni di gas serra. A finanziare questa iniziativa sono state alcune compagnie petrolifere del Texas e i fratelli David e Charles Koch, molto vicini al Tea Party e proprietari dell’omonima industria, che col suo fatturato di circa 100 miliardi di dollari è una delle più grandi aziende Usa. Nonché una delle imprese americane più inquinanti; la Koch Industries è stata più volte accusata e giudicata colpevole di non rispettare i decreti emanati dal governo sul rispetto dell’ambiente. In California, intanto, la “Proposition 23” è stata bocciata dai cittadini a larghissima maggioranza, col 59 per cento di voti contrari.

Lo stato dell’ex governatore repubblicano Arnold Schwarzenegger, ora passato nelle mani del democratico Jerry Brown, sta dimostrando di avere un’attenzione particolare per l’ecologia. Infatti Google e la società giapponese Good Energiesei, hanno investito 5 miliardi per la costruzione di un impianto eolico e la Adobe Systems insieme alla Bloom Energy,  ne elargirà 400 per ricavare energia da impianti ad idrogeno. Obama, al contrario, dopo aver sbloccato la moratoria sulle trivellazioni, decide di sospendere i progetti sul clima preferendo scendere a patti con i repubblicani.

Non era difficile prevederlo. Quando l’anno scorso passò alla Camera la legislazione sul “cap and trade”, che stabiliva un limite di emissioni di anidride carbonica e che avrebbe obbligato alle aziende ad acquistare e vendere i permessi di inquinamento, sembrava davvero che il Presidente fosse riuscito a concludere «un accordo storico». Invece il progetto si fermò al Senato. «L’introduzione di un mercato della Co2 era solo uno dei modi per arrivare all’obiettivo, non l’unico», si giustifica Obama che è comunque ottimista e afferma che cercherà «altri modi di affrontare il problema». Insieme ai suoi rivali repubblicani.

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