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Nel ricordarvi che ad Ostuni una petizione firmata da 400 cittadini (ne bastavano 200) per inserire il “diritto umano all’acqua” e la “non rilevanza economica dei servizi idrici” nello statuto comunale giace sconsolata in un qualche cassetto di palazzo San Francesco, vi invito a partecipare a questo importante incontro organizzato presso l’aula magna Aldo Moro dell’università di Bari per il prossimo 20 Gennaio dal comitato pugliese “Acqua bene comune”.
Il voto referendario varrà pure qualcosa, o no?
REFERENDUM
A(C)QUAle punto siamo?
Il 20 Gennaio 2012 ore 17.00 presso l’Aula Magna “Aldo Moro”, Università di Bari (Piazza C. Battisti, nr 1) ne discutiamo con:
- RICCARDO PETRELLA, Presidente IERPE (Institut Européen de Recherche pour la Politique de l’eau)
- ALBERTO LUCARELLI, Ordinario di Diritto Pubblico, Università Federico II Napoli
- ROSARIO LEMBO, Presidente Contratto Mondiale sull’Acqua-Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
- CONSIGLIA SALVIO, “Coordinamento campano per la gestione pubblica dell’acqua”
- P. ALEX ZANOTELLI, Missionario Comboniano
Organizza e coordina il Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” – www.lacquanonsivende.blogspot.com – segreteriareferendumacqua@gmail.com
Facebook. L’acqua non si vende – Tel. 339/6894675
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Lo diceva già Gaetano Salvemini che l’Acquedotto pugliese ha sempre dato «più da mangiare che da bere». Non è quindi una novità se l’Aqp, la Spa a capitale interamente della Regione Puglia che ne ha raccolta l’eredità, occupa 2mila persone e dichiara di perdere almeno il 35% dell’acqua che trasporta, mette in bilancio ricavi per 442 milioni di euro, prevede di averne 17 in più quest’anno, altri 15 l’anno prossimo e 13 nel 2014, ma di ridurre la tariffa per i consumatori non ci pensa neppure. Anzi.
Nel biennio 2007-2008 la tariffa è aumentata del 10%, nel biennio scorso è au-mentata del 17,5% malgrado nel resto d’Italia la bolletta abbia fatto registrare un calo medio dell’1,2%. A gennaio 2011 la giunta Vendola ha annunciato aumenti di un altro 10% fino al 2014, poi +2% nel 2015. Il bilancio 2010 si è chiuso perfino con 37 milioni di utili, e utili sono previsti anche per l’anno appena trascorso, ma la tariffa continuerà comunque a lievitare. Per il 2012 il ritocco verso l’alto è del 3,9%, come dire che oggi un metro cubo d’acqua pugliese costa 1,60 euro, praticamente quanto un litro di benzina.
Insomma malgrado il referendum abbia abolito la «remunerazione del capitale investito», un ricarico del 7% sulle bollette, e malgrado per quel referendum Vendola si sia speso lungo tutto lo Stivale, a Bari è come se non si sia votato affatto. A fronte di un costo medio per famiglia che su base nazionale si aggira intorno ai 201 euro, i pugliesi nel 2012 ne spenderanno 290, quasi 200 più dei lombardi, cento più dei vicini della Basilicata.
Dice Vendola che investirà per la riduzione delle perdite della rete e che comunque «bisogna evitare di precipitare nei burroni della demagogia». Lui lo dice. Ma allora perché non ai pugliesi non ha spiegato che la tariffa sarebbe aumentata anche dopo il referendum? «Nessuno me lo ha chiesto». Ci fosse l’acqua in Puglia, vabbè. Il punto è che piove poco, gli invasi di raccolta sono insufficienti e restano vuoti, le tubature fanno acqua e così ogni estate in alcuni Comuni del Tarantino o del Leccese arrivano le autobotti a distribuire razioni di acqua con le damigiane, scene da dopoguerra. Le previsioni dicono che il prossimo autunno la Puglia sarà senz’acqua, l’assessore invita alla danza della pioggia.
È che per Vendola le tasse e le tariffe, una volta aumentate, non calano più, quasi che rappresentino un suo diritto acquisito per consentirgli di spendere a piacimento. Ha creato una agenzia per ogni assessorato e attraverso le società in house aggira le leggi sulle assunzioni e gli appalti pubblici. Salvo minacciare a parole lo «spending review» sulle aziende partecipate. Il colmo del vendolismo di governo va in scena durante l’ultimo Consiglio regionale, si discute il bilancio. Il centrodestra chiede di abolire l’addizionale sull’accisa della benzina, visto che Vendola si è vantato di avere conti in ordine e un inatteso tesoretto fiscale. Risposta di Nichi: «Accolgo la proposta, ma la sposto avanti nel tempo». A babbo morto. Motivo: se anche togliessimo l’addizionale, i distributori di benzina non abbasserebbero il prezzo alla pompa, quindi tanto vale incassare e spendere. Il resto è demagogia.
Antonio Cantoro
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Monti, col suo “nuovo” governo dopo un ora di discorso in cui ha detto tutto senza però dire nulla di cosa in realtà vuole realizzare ieri ha ricevuto la fiducia dal senato. Una fiducia a scatola chiusa nel voto ed una sfiducia, subito dopo, nelle dichiarazioni, in particolare da parte del PdL che affermando di considerarsi in campagna elettorale di fatto dichiara guerra al nuovo esecutivo e si spiana la strada per recuperare elettorato, cosa che gli sarà facilitata proprio dalla somministrazione della cura Monti il quale, a parte le vuote dichiarazioni, non parte proprio col piede giusto.
A dirla tutta è da quando è stata ufficilizzata la sua presenza nella politica italiana che non ne fa una giusta. Ha inziato con la ingiustificabile ma ben retribuita carica di senatore a vita per poi insistere per la nomina a ministro di un certo Giuliano Amato, residuato bellico della prima repubblica, che dopo aver più volte furtivamente messo le mani nelle tasche degli Italiani, da anni si gode una lauta pensione da 31 mila euro al mese, cosa non proprio esemplare per chi si propone, a parole, di combattere privilegi e sprechi. Visto che tutto ciò poteva anche apparire non proprio “nuovo” il commissario europeo ha pensato bene di riesumare la processione delle consultazioni, tradizione nelle tradizioni della prima repubblica, utili come in passato soprattutto per definire la spartizione di poltrone e posti di potere visto che neanche alle formazioni politiche, almeno stando alle dichiarazioni, il professore ha ritenuto di dire che cosa vuole fare.
Con le nomine a ministro poi ha raggiunto, sino ad ora, il suo culmine. Su Passera e sull’enorme conflitto di interessi che lo caratterizza si sono già formati fiumi di parole e vi invito a vedere questo esaustivo video di Marco Travaglio, mentre io vorrei concentrare l’attenzione sui ministri della difesa, della giustizia e dell’ambiente che penso siano più esemplari nel cominciare ad ipotizzare il tipo di strada che intende percorrere questo esecutivo. Partiamo dal ministero della difesa affidato ad un militare (non succedeva dai tempi di Mussolini) nonché presidente del comitato militare della NATO che probabilmente ha preferito un suo fedelissimo per un paese che ha tentennato nell’appoggiare e sostenere i bombardamente sulla Libia. Diffcilmente con tale individuo a questo dicastero potremmo assitere ad una diminuzione delle spese militari o degli enormi costi economici e in vite umane che si consumano nei vari scenari di guerra in cui il nostro paese insiste da anni. Alla giustizia, altro dicastero molto delicato in un paese dove corruzione e mafie varie la fanno da padrone, è stata nominata un avvocato penalista che tra i suoi illustri clienti vede, oltre a numerosi colletti bianchi coinvolti nelle più grandi truffe degli ultimi anni, persino un certo Salvatore Buscemi boss mafioso coinvolto nella strage di Capaci. Adesso premesso che tutti, anche il peggior criminale, hanno diritto ad una difesa potrebbero però esserci dei problemi di opportunità nel nominare ministro della giustizia una persona con un curriculum del genere, possibile che tra le migliaia di avvocati italiani non c’era nessun altro in grado di svolgere con competenza quel ruolo? Che dire, infine, del neo ministro dell’ambiente che alla sua prima uscita pubblica dichiara che è necessario rivedere la scelta sul nucleare, considerata dallo stesso un settore indispensabile di importanza strategica? In un batter di ciglio non solo ha fatto ripiombare il paese nell’incubo nucleare, dopo che i più lo avevano archiavato dopo l’esito refendario di soli 5 mesi fa, ma ha reso edotti tutti noi di quale sia la considerazione che questi burocrati, finti tecnici, hanno del proprio datore di lavoro: il popolo Italiano, il famoso popolo sovrano.
E devono ancora iniziare.
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Un aggiornamento sugli sviluppi della ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese dopo il risultato referendario di Giugno nel comunicato stampa del Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”- Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ricordandovi che mentre il PDmenoL si appropriava indebitamente della vittoria referendaria lo smemorato di Terlizzi in alias Nichi Vendola ha concentrato tutta la sua campagna elettorale per la riconferma al governo della regione Puglia promettendo in ogni dove l’approvazione immediata della proposta di legge elaborata proprio insieme al Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”.
ACQUA. RUMORE MEDIATICO MA INTESA BIPARTISAN
Dal “rumore mediatico” che gli schieramenti politici stanno provocando sembra che emergano due posizioni nette:
1) la Regione Puglia, recependo la volontà degli elettori (espressa nel referendum del 12-13 giugno), vuole ripubblicizzare l’Acquedotto pugliese AQP S.p.A. mediante una legge regionale;
2) il Governo nazionale, ignorando quella stessa volontà, vuole impedirlo.
Se le apparenze non ingannano, abbiamo quindi da un lato i “buoni” e dall’altro i “cattivi”: situazione chiarissima. Il problema però è che qui le apparenze ingannano, eccome!
Intendiamoci: l’atto del Governo nazionale non è assolutamente condivisibile, in quanto, cercando di aggrapparsi a tutti i possibili appigli giuridici, mira di fatto a conservare lo “status quo” e, quindi, a ignorare la volontà degli elettori.
Però, detto questo, non abbiamo ancora fatto chiarezza fino in fondo, in quanto i processi in atto travalicano il mero rapporto fra una Regione e il Governo nazionale e vedono coinvolti molteplici soggetti e interessi che, giocando su più fronti, non sono immediatamente riconoscibili.
La legge regionale pugliese in questione, nel pronunciarsi in merito alla forma giuridica che il nuovo acquedotto “ripubblicizzato” dovrà assumere fa riferimento a una vaga “azienda pubblica regionale”, che non è prevista in quella forma dalla legislazione italiana.
Le ripetute richieste di chiarificazione su questa “vaghezza” del testo di legge, da parte del Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune” e del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, hanno per ora ricevuto l’assicurazione che la forma giuridica sarà quella di “azienda speciale” dal capogruppo di SEL alla Regione Puglia, ma ancora (e benché sollecitate) non vi sono dichiarazioni ufficiali in tal senso e il ricorso del Governo nazionale rischia di creare ulteriori elementi di confusione.
Inoltre, non possiamo non ricordare che il testo originario del disegno di legge regionale, concordato con i rappresentanti del Comitato pugliese e del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, qualificava esplicitamente il servizio idrico integrato come “servizio di interesse generale, privo di rilevanza economica”, sottraendolo, quindi, di fatto e di diritto alla disciplina della concorrenza e di conseguenza alla competenza statale. Nel testo definitivo, per volontà del legislatore regionale, quella chiara specificazione è stata soppressa e tale soppressione, alla luce dei fatti, non è stata priva di conseguenze, visto che proprio alla tutela della concorrenza si appella ora il Governo, per impugnare la legge davanti alla Corte Costituzionale, in quanto tutto ciò che attiene ai mercati e alla concorrenza è di competenza statale.
Possiamo parlare di autogoal del Consiglio regionale, in questo caso?
Il fatto che la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, in questo caso di quello pugliese, incroci percorsi del tutto opposti lo si evince dal moltiplicarsi di iniziative ed eventi apparentemente “innocenti”, i cui attori e promotori sono tutt’altro che neutrali.
Basti pensare al fatto che l’Acquedotto pugliese AQP S.p.A., in compagnia di società come Hera S.p.A., Acea S.p.A., di multinazionali come Veolia, ecc., risulta essere fra gli sponsor del “Festival dell’Acqua”, fortemente voluto e organizzato da Iren S.p.A. e Federutility. Qualcuno può pensare che Federutility (nella cui giunta esecutiva, per inciso, vi è anche Ivo Monteforte, Amministratore Unico di AQP S.p.A) condivida le posizioni di chi, ritenendo l’acqua bene comune dell’umanità, chiede coerentemente che venga gestito come tale, e non come merce? Sul serio?
La nostra impressione, studiando la situazione in atto, è che dopo i risultati referendari, coloro che sono contrari a qualsiasi ipotesi di ripubblicizzazione reale del servizio idrico, lungi dall’essersi arresi alla volontà dei cittadini – poiché il capitale e gli interessi che suscita difficilmente si arrendono – stiano lavorando attivamente a un “piano B”, per salvare il “salvabile” (secondo il loro punto di vista). E così, se il “piano A” – ovvero la privatizzazione pura e semplice del servizio idrico e di tutti i servizi pubblici – risulta ormai impraticabile, con gran dolore di chi lo aveva architettato e difeso (Confindustria, ma non solo), i suoi precedenti sostenitori possono trovare conveniente giungere a una sorta di “intesa operativa” coi sostenitori attivi del “piano B” (per esempio Federutility), che punti al “male minore” (sempre secondo loro), ovvero la difesa delle gestioni miste e delle S.p.A., come una sorta di “linea del Piave”, oltre la quale non far assolutamente passare le idee e i progetti di concreta ripubblicizzazione.
Se le cose dovessero stare davvero così come pensiamo, potrebbero esserci aree di convergenza, e di “intesa bipartisan”, fra i “privatizzatori” liberisti attualmente al governo in Italia e settori dei “riformisti” di centrosinistra; e il testo sul quale potrebbero effettivamente, nell’immediato futuro, convergere consensi bipartisan (magari dopo qualche schermaglia “scenografica”, per salvare le forme) è già pronto in realtà, ed è la proposta di legge del PD.
Non vogliamo pensare che l’atto con il quale il Governo nazionale ha impugnato la legge regionale pugliese faccia parte del fuoco di sbarramento che serve per creare le condizioni necessarie a questa intesa bipartisan. Eppure troppi dati ci portano a ritenerla un’ipotesi fondata.
In una situazione come questa, a buon diritto il Comitato pugliese “Acqua bene comune” rifiuta nettamente di farsi strumentalizzare da chi fino a ieri era contrario alla ripubblicizzazione; le nostre osservazioni critiche e i nostri rilievi in merito alla legge regionale, e al comportamento delle istituzioni pugliesi, non implicano alcuna vicinanza o “collateralità” rispetto alle posizioni del centrodestra liberista. Ma d’altra parte non vogliamo neppure passare come sostenitori di una rappresentazione “fiabesca” della realtà, ridotta a una lotta più o meno edificante fra “buoni” e “cattivi”.
Non ci interessa fare da supporto, come attori o comparse, alle strategie comunicative altrui, né fare da testimonial in più o meno ben orchestrate campagne di marketing elettorale. Il nostro ruolo è altro e diverso, e ben lo conosce chi ha seguito in questi anni il nostro lavoro sul territorio: informarsi, informare, continuare incessantemente a mettere alla prova le istituzioni circa la loro capacità di tradurre le intenzioni e gli annunci in atti concreti.
Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”- Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
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Da giorni si cerca “la quadra”, da giorni si studia una manovra finanziaria equa, che, in maniera spasmodica, viene poi modificata, come se il governo non avesse ancora compreso appieno che l’Italia è sotto osservazione e che i mercati finanziari non resteranno a guardare ancora oltre e che soprattutto, quando la BCE smetterà di comprare i titoli del debito pubblico, (e finirà perché non potrà certo sostenerci in eterno) allora sì che ne vedremo delle belle.
Qualcuno è arrivato, persino, a evocare “il diritto al default come contropotere finanziario” ma, nessuno parla mai seriamente di “decrescita” e di cambiamento del paradigma.
Intanto, gli italiani non ancora abbastanza “indignados”, puntano il dito, a intervalli regolari, contro quelli che reputano responsabili della fallimentare situazione economica, in cui versa il paese, e quindi contro le banche, la casta della politica, gli sprechi della Chiesa, contro evasori e i sindacalisti, e, finanche, contro i calciatori.
Ed è vero che, è assolutamente sacrosanto, in questo momento, non lasciare indenne da una seria revisione pubblica un solo capitolo del bilancio dello Stato, a cominciare dai compensi dorati dei proprietari e manager delle nostre famiglie di industriali che, per intenderci, in gran parte, vivono di monopolio o commesse pubbliche e non, di vero libero mercato.
Ma, su questo, tranne qualche rara eccezione, non leggerete mai nulla sulla stampa italiana, perché nessun giornale denuncerebbe mai lo stesso sistema che lo finanzia.
Stesso discorso, quando si parla di tagliare e rivedere completamente la nostra spesa militare: è assurdo continuare a spendere, in questo modo, almeno 24 miliardi di euro all’anno, tanto più che, come ha affermato Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace, “si continua a chiedere agli italiani di stringere la cinghia e la discussione sui tagli assomiglia a una guerra balcanica”.
Dello stesso avviso, è Padre Alex Zanotelli , che ha ricordato, nel suo nuovo appello “Manovra e armi, il male oscuro“, per tagliare le spese militari, “che in Italia spendiamo oltre 50mila euro al minuto per la Difesa, cioè 3 milioni di euro all’ora e 76 milioni al giorno, neanche se fossimo invasi dagli UFO”.
Ma, anche in questo caso, i direttori dei principali quotidiani si guardano bene dallo spiegare ai lettori che vi è un’altra Casta- quella militare – che pesa sul debito pubblico; non spiegano i costi di Finmeccanica perché i loro editori fanno parte della stessa famiglia industriale.
Intanto, la più importante conquista del continente, lo “stato sociale“, viene svenduta per pagare gli interessi del debito pubblico che, a loro volta, servono a pagare i profitti delle banche, e si proclamano come vangelo assurdità mostruose, sacrificando tutto sull’altare della competitività e della produttività.
Per queste ragioni, occorre, da subito, una mobilitazione ad oltranza, e coesione, ma soprattutto, partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, anche ecologicamente compatibile.
Basterebbe, semplicemente, fare tesoro dell’esperienza dei Referendum.
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Acqua: nella Regione governata da Vendola rincara il costo al metro cubo. Dopo la tassa fissa sulle ricette, l’aumento dell’irpef e l’addizionale di 3 centesimi per la benzina adesso è la volta del prezioso liquido trasparente.
I bilanci debbono essere in ordine, ma il loro equilibrio non può gravare sempre sui più deboli, almeno a parole. La Puglia da questo punto di vista fa scuola. Per risanare il buco della sanità e rimediare ai guasti di anni di malgoverno in continuo peggioramento sono stati varati provvedimenti che drenano denaro in modo indiscriminato. Un euro per ogni ricetta, il carburante, l’acqua.
A poche settimane dal referendum il governatore ha permesso un altra strana ‘manovrina’. L’Aqp, ex Acquedotto pugliese, farà crescere la tariffa dell’acqua di dieci punti percentuali entro il 2014 e nel 2015 un metro cubo costerà 1 euro 61 centesimi. Secondo le previsioni (del tutto inattendibili considerati i tempi lunghissimi) solo nel 2018 il prezzo scenderà di 1 centesimo, a 1 euro e 60.
Un’indagine realizzata da Cittadinanzattiva in tutti i capoluoghi per l’anno 2009 e centrata sullo studio del servizio idrico integrato per uso domestico (acquedotto, canone di fognatura, canone di depurazione, quota fissa o ex nolo contatori) ha scoperto che l’acqua pugliese è la più cara del Sud d’Italia e la quarta più costosa in assoluto dopo quella toscana, umbra ed Emiliana (tutte regioni governate dal centro sinistra).
La decisione dell’Aqp ha scatenato il centro destra. Il vicecapogruppo vicario del Pdl alla Regione, Massimo Cassano, ha dichiarato: “Chiameremo a raccolta tutte le associazioni dei consumatori, tutti i movimenti dell’acqua pubblica, tutti i cittadini pugliesi che non intendono farsi prendere in giro da Vendola. Questa volta staremo noi dalla parte di chi è stato con Vendola nel sostenere la campagna referendaria per l’acqua pubblica e per l’abbattimento del 7 per cento delle tariffe idriche. Dopo averli illusi e ingannati, adesso Vendola dice che in Puglia la bolletta dell’acqua non solo non sarà diminuita del 7 per cento ma dovrà aumentare”.
L’esponente del Pdl ha concluso: “Come si può prendere in giro i cittadini in questo modo: prima parla di acqua pubblica, prima chiama il popolo al voto referendario per eliminare il 7 per cento dalle bollette idriche e ora dice che lui in Puglia non lo farà perché deve fare i conti con la realtà? Ma questo è quello che dicevamo noi chiedendo alla gente di non andare a votare o di votare No al referendum perché senza quel 7 per cento in bolletta l’Acquedotto non avrebbe potuto più fare investimenti. Adesso invochiamo coerenza da chi come Vendola ha chiesto invece di votare per eliminarlo. Allora nei prossimi giorni avvieremo una serie di iniziative aprendoci al mondo dei consumatori e delle associazioni, per pretendere che Vendola sia coerente con se stesso e con il voto referendario che ha richiesto ai cittadini”.
Per una volta il centro destra non ha tutti i torti ed a poco serve la spiegazione del governatore. “È indispensabile fare i conti con la realtà per non precipitare nei burroni della demagogia: sull’Acquedotto Pugliese abbiamo deciso di intraprendere la strada dell’efficientamento e su quella proseguiremo. Per questo non abbasseremo le tariffe”.
Efficientamento? La poesia del governatore questa volta serve a nascondere dietro un terribile neologismo una scelta non del tutto accettabile. Ed a chi gli ha chiesto come mai le notizie sulle nuove misure siano state data dopo il referendum e non prima, Vendola ha risposto con un berlusconiano: “Nessuno me le ha chieste”.
A buon intenditor poche parole.
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1 – Il PD è una macchina lentissima con una inerzia infinita, l’unico modo di farlo muovere è non farci affidamento e far partire campagne dal basso, poi loro si accoderanno al traino quando i numeri inizieranno a crescere.
2 – La paura di qualcuno che ti tolga acqua, salute e diritti è una molla potentissima, ma non possiamo sperare che ogni volta dall’alto ci arrivi un terremoto, una catastrofe o un capo impresentabile per iniziare a muoverci. Si accettano suggerimenti su come abolire la legge elettorale, la legge Biagi e la Bossi-Fini, senza attendere che per farci svegliare debba arrivare una dittatura, l’abolizione dello statuto dei lavoratori e la caccia al migrante in stile Ku Klux Klan.
3 – La memoria storica dell’Italia è ai minimi storici, e nessuno chiederà conto ai politici che oggi applaudono i referendum e ieri li osteggiavano semplicemente perché non ricordiamo più quello che è stato detto più di due giorni fa. E’ uno svantaggio perché alla fine tutti possono dire tutto e poi dire il contrario il giorno dopo, ma è un vantaggio perché davanti ad una opinione pubblca con il blocco della memoria a lungo termine, anche la più complessa macchina di propaganda deve arrendersi e gettare nel cestino anni di paziente propaganda nuclearista che la cronaca ci ha spazzato via dai ricordi.
4 – Il Passaparola serve molto più di Internet. La dimostrazione è che dei milioni di cause più o meno perse diffuse in rete, l’unica causa vinta è stata quella che ha trascinato nel dibattito anche anziani, tecnoanalfabeti, persone disattente alla politica e gente che Facebook non sa nemmeno cosa sia, ma ha capito come votare perché qualcun altro glielo ha raccontato a voce, magari dopo essersi informato in rete come punto di partena e non come punto di arrivo.
5 – Quando ci sono pochi obiettivi, e sono molto chiari, e sono condivisi, alla fine il 90% dei votanti è in grado di esercitare il buon senso per raddrizzare il timone di una politica impazzita dove regna la confusione e gli obiettivi sono tantissimi, confusi e spesso contrastanti.
6 – Votare e far cambiare qualcosa in meglio è una goduria troppo grande per renderla così rara. Dovrebbe essere obbligatoria la discussione delle leggi di iniziativa popolare, o un referendum propositivo per decidere se approvare o rifiutare quelle che giacciono da anni nel limbo del Potere chiuse a chiave nei cassetti in attesa di essere discusse.
7 – Non bisogna mai sopravvalutare l’intelligenza degli uomini di potere, nè cedere alla tentazione della dietrologia. Mentre il capo del governo faceva marcia indietro sul nucleare cercando di scappare, tutti pensavano ad una subdola e geniale manovra per far rientrare il nucleare dalla finestra visto che la porta stava per chiudersi, ma più probabilmente era solo una ritirata precipitosa e scomposta per evitare questa disfatta e questo tracollo politico. Quando il ministro dell’interno ha annunciato il raggiungimento del quorum ad urne ancora aperte, in rete circolavano appelli allarmati e conditi dal retropensiero che descrivevano questo annuncio come una furbissima mossa dell’ultimo minuto per scoraggiare i più pigri di fronte al risultato già raggiunto, ma più probabilmente era solo la voglia di togliersi il prima possibile dallo stomaco il peso mortale di quell’annuncio. Il mito della furbizia e della genialità dei nostri capetti si poggia in gran parte su miti,leggende, retropensieri e dietrologie alimentate dagli stessi oppositori. Non facciamoli più grandi e potenti di quel che sono, prendiamo atto che questa è gentaglia qualunque e andiamoli a prendere a pernacchie in ogni luogo e momento anche se poi Fassino ci chiamerà squadristi.
8 – Adesso è il turno di guardarsi le spalle dagli avvoltoi che banchettano sui cadaveri degli avversari politici, e che continueranno a tapparsi gli occhi davanti alla realtà come se questo colpo di reni del popolo italiano fosse una approvazione di tutte le cretinate che hanno fatto dall’Ulivo in avanti,
9 – I no global e i cittadini attivi alla fine avevano ragione. Magari la prossima volta anziché fare il conto delle vetrine rotte sarebbe meglio dare ai movimenti sociali spazi per esprimersi. Se la società civile avesse incontrato orecchie tese e menti aperte al posto della repressione armata, la tassa sulle speculazioni finanziarie invocata dal basso al G8 di Genova sarebbe stata introdotta già nel 2001, la nostra economia starebbe meglio, la crisi sarebbe stata meno grave, e chi ha voluto fare soldi facili sulle spalle dei risparmiatori e dei lavoratori avrebbe dovuto andare a giocare al Casinò rischiando i soldi propri anziché andare in Borsa a giocare i soldi degli altri.
10 – L’unica, vera strada di cambiamento è quella che passa per l’AZIONE DIRETTA NONVIOLENTA. Lasciamo perdere i partiti e i luoghi del potere e prepariamoci per la prossima lotta a mani nude, dove le matite copiative in mano ai cittadini vincono sui manganelli messi in mano ai guardiani del potere.
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Quorum raggiunto e plebiscito per i sì, a chi la vittoria? Non al centrosinistra, non a questo o quel partito (volendo, l’unico autorizzato ad attribuirsela è l’IdV di Di Pietro), non ai sostenitori dell’ultima ora come il liberalizzatore Bersani, non agli avvoltoi che li riducono a un’altra, che pure c’è stata, battaglia in chiave anti-berlusconiana. Ha perso sicuramente il governo Berlusconi, che dell’ideologia del privato è stato il fautore più sfacciato e accanito. Ma ha perso anche il Pd. Il partito delle lenzuolate e del riformismo soft ora sostiene la capziosa distinzione fra privatizzazione selvaggia e liberalizzazione controllata del settore idrico. In sostanza non è contrario al ricorso ai privati nella gestione dell’acqua, ma intende realizzarlo a condizione diverse da quelle previste dal centrodestra, cioè senza una quota di capitale fisso e senza un dividendo obbligatorio ma tramite una gara che, sia pur mantenendo le reti in mano pubblica, può affidare in toto la loro conduzione a un investitore privato. A me, e non credo di essere il solo, pare invece che gli italiani abbiano detto un no chiaro e tondo al privato in sè e per sé. Perché questo era il messaggio, volutamente generico ma indubbiamente efficace, grazie al quale il sì ha trionfato. E lo conferma la bocciatura dell’atomo, che non deriva soltanto dal recente terrore suscitato da Fukushima ma anche e soprattutto da una storica repulsione dell’Italia profonda per il volto peggiore, disumano, della modernità tecnologica…..
La sconfessione del vergognoso lodo salva-premier ha beneficiato di questa onda lunga di rifiuto. Essendo il più politicamente marcato fra i quesiti, fosse stato l’unico a dover essere votato probabilmente non sarebbe andata com’è andata. Ma anche su questo tema si è aperta una breccia oltre il bipolarismo straccione: prova ne siano i sì piovuti dal turbolento leghismo in crisi (e forse anche da qualcuno del Pdl, che ha capito che Berlusconi è ormai l’ingombrante nemico di sé stesso e del suo partito).
A vincere sono stati i cittadini comuni impegnati nel fiume carsico e carbonaro dei comitati per l’acqua bene comune, delle associazioni ambientaliste, dei movimenti territoriali o semplicemente dei tanti, singoli individui dotati di occhi orecchi cuore e cervello, stufi di subire l’idolatria trasversale del mercato unico. E’ stata sconfitta la cultura dominante della privatizzazione di tutto: delle risorse naturali (acqua), dell’energia (nucleare) e della cosa pubblica (leggi ad personam). Non è un discorso “da comunisti”, come sbrigativamente il luogo comune liquida chiunque critichi il mercatismo. E’ buon senso. Il perché è semplice. Il teorema in voga dice che per finanziare gli investimenti che lo Stato e gli enti locali non ce la fanno a coprire, ad esempio i 40 miliardi di euro necessari a mettere a posto il colabrodo degli acquedotti nazionali, c’è bisogno dei privati. Ma questi benedetti privati non sono dame di carità che portano i loro denari in dote all’amministratore pubblico per amore del bene collettivo: sono capitalisti che hanno l’obbiettivo di ricavare il massimo profitto dal proprio investimento. Potete fissare tutti i paletti che volete, ma una volta fatti i conti ci si accorgerà immancabilmente che il servizio dovrà sottostare a un criterio puramente economico, e se non dovessero quadrare, a pagare in ultima istanza saranno i clienti, cioè noi. Delle centrali nucleari, poi, meglio non parlarne nemmeno: sono anti-economiche con evidenza schiacciante, per costruirle bisognerebbe ricorrere alla tasse poiché a garantirne la convenienza per i privati dovrebbe essere, alla faccia del libero mercato, lo Stato. Cioè, ancora una volta, noi.
Dice: ma col mantenimento del pubblico è sempre sulle nostre spalle, anzi sulle nostre tasche, che grava il peso dei servizi. Certamente, ma allora vogliamo una buona volta metterci a pensare a un altro modello di sviluppo? Prendiamo le energie rinnovabili. E’ vero che non riuscirebbero a coprire il fabbisogno energetico. Quello attuale, però. Ossia la fame sovralimentata di energia da parte di un’economia in sovrapproduzione permanente e disperata. Saggezza vorrebbe che ci dessimo una calmata. In altri termini: che ci sganciassimo dal ricatto della crescita infinita. E’ inseguendo una crescita non più possibile che interi paesi stanno cadendo nella miseria uno dopo l’altro (Grecia, Portogallo, Irlanda, la Spagna è in bilico, l’Italia ci è vicina). Un’altra ideologia anche questa? Se si vuole, sì. Con la piccola differenza che per questa via si riprenderebbe il controllo di quella sacrosanta ricerca del benessere che ci è sfuggita di mano e che non è più al nostro servizio, ma noi al suo.
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Sarò sincero, più che ottimista ero speranzoso. Speravo che gli Italiani, nonostante questa politica becera e questi politici ottusi che tutto fanno tranne che ascoltare i propri cittadini, non avessero perso completamente ogni speranza e gridassero a gran voce la loro idea di paese. Una idea che come ben si evince dalla partecipazione al voto è lontana anni luce dalle politiche effettivamente perseguite dalle forze politiche che siedono oggi in parlamento. Forze politiche che in gran misura hanno strumentalizzato questi referendum, li hanno cavalcati pur avendo idee completamente diverse come dimostrano sia le numerosissime dichiarazioni fatte sino a qualche mese fa sia le politiche effettivamente attuate nelle regioni e nei comuni dove hanno la maggioranza.
La battaglia non è finita, dopo aver detto che l’acqua deve rimanere pubblica e che il nucleare non lo vogliamo adesso è ora di cominciare a parlare di beni comuni e sistema energetico e sarà anche il caso che ognuno di noi si informi come si deve su quali politiche e quali strade vogliono realmente percorrere coloro che si propongono come rappresentanti nelle istituzioni. Cambiare idea, per carità, è più che lecito ma doveroso spiegarne i motivi, la pollicità non può più essere ammessa o tollerata. Basta farsi prendere per il culo. Chi governa e amministra deve rispettare la volontà dei cittadini, dei loro datori di lavoro. Il consenso eletorale non può in nessun caso essere motivo per fare quel cazzo che gli pare.
Chi oggi è sceso in piazza con le bandiere di partito per festeggiare la vittoria referendaria, quale grande vittoria della democrazia si ricordi che ciò non sarebbe stato mai possibile senza le migliaia di liberi cittadini senza tessera che si sono impegnati per questo, che hanno passato le loro giornate nelle piazze a fare informazione e raccogliere le indispensabili firme. Se fosse stato per i partiti, ad eccezione dell’ Italia dei Valori che ha promosso i referendum su nucleare e legittimo impedimento, tutto ciò non si sarebbe mai verificato. Ricordatevelo la prossima volta che sarete chiamati a mettere un’altra X.
P.S.: sono rientrato in Italia dopo una settimana e mi sono ritrovato Bruno Tabaci assessore al bilancio nella giunta comunale milanese. Dal tanto acclamato nuovo vento di primavera già traspare, come previsto, il lezzo di merda. Sorridete, gli spari sopra sono per noi.
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La campagna di disinformazione sui quesiti referendari continua senza sosta e a reti unificate la strategia è chiara, non far capire nulla ai cittadini sperando così di non raggiungere il quorum. La propaganda al posto della informazione è il miglior modo per confondere le idee, diffondere dubbi ed evitare che i cittadini possano assumere una decisione e l’indecisione favorisce l’astensionismo. Il metodo è semplice, dopo settimane di assoluto silenzio ecco partito il tam tam mediatico in cui come sempre i rappresentanti dei vari schieramenti si confrontano su temi di cui non capiscono nulla o peggio ancora ti ritrovi a vedere una trasmissione come quella di ieri sera di Santoro in cui un presunto scienziato esperto di nucleare (a mio avviso un emerito imbecille) per la seconda volta di fronte ad un vasto pubblico ha avuto la possibilità di affermare una serie di castronerie senza senso e senza logica senza che dall’altra parte vi fosse un altro esperto in grado di smontare pezzo pezzo le sue assurde tesi. Possibile che un Santoro non sia stato in grado di trovare ed invitare in trasmissione uno tra i tanti fisici nucleari scientificamente contrari alla realizzazione delle centrali? Possibile che in nessuna trasmissione venga invitato a parlare un qualche esperto di produzione di energia da fonti rinnovabili? Perchè gli esperti di gestione dei servizi idrici sono esclusi dai dibattiti?
Queste semplici quanto basilari regole consentirebbero ai media di fare informazione e permetterebbero ai cittadini di capire di che cosa si sta parlando, qual’è la reale posta in gioco. Invece propaganda, da una parte chi incute paura verso il nucleare utilizzando allo scopo le tragedie di Chernobil e Fukushima, dall’altra chi te lo presenta come un male necessario e comunque il male minore tra le possibili opzioni quali il carbone ed il gas visto che le rinnovabili a loro dire non sarebbero assolutamente in grado di fornire la necessaria energia e ci farebbero tornare ai tempi delle lampade ad olio. Se non facciamo le centrali nucleari saremo costretti ad aumentare quelle a carbone che causano nel mondo 2 milioni di morti all’anno la tesi dei nuclearisti, dall’altra parte un politico che personalmente apprezzo nonchè medico di fama internazionale che se ne esce con: le radiazioni nucleari causano il cancro mica la carie, come se il carbone causasse la carie invece dei tumori. Tra gli spettatori residenti nei pressi di centrali a carbone tipo quella di Cerano sono convinto che ieri sera si è alzato un unico grido: ma vaffanculo coglione!
La stategia comunicativa è sempre la stessa non è possibile avere energia senza carbone, nucleare e gas come non è possibile alcuna gestione dei rifiuti senza inceneritori e discariche. Eppure basterebbe che un qualsiasi cittadino spegnesse la televisione e controllasse cosa c’è nei propri sacchetti della spazzatura per rendersi conto che è tutto materiale recuperabile (carta, plastica, vetro, organico, etc). Allo stesso modo se si cominciasse a spegnere la televisione per passare dalla propaganda all’informazione attraverso la parola di esperti con la steea facilità con cui è possibile aprire il sachetto della propria monnezza si saprebbe che la tecnologia consente già oggi la possibilità di programmare e realizzare nel giro di un decennio un sistema energetico autonomo ed efficiente senza utilizzare carbone, gas e tanto meno il nucleare. Un sistema senza centrali basato su piccoli impianti e piccole produzioni che messe in rete tra di loro possono garantire molta più energia di quella prodotta ora dalle numerose ed inquinanati centrali sparse in Italia ed Europa. Questo vuo dire mettere mano alla rete, rivoluzionarla perchè questa è stata realizzata per un flusso unidirezionale dalla grande centrale al consumatore; va quindi ristrutturata secondo un flusso multidirezionale dove ogni punto della rete è contemporanenamente produttore e consumatore. Una rivoluzione vera e propria perchè non solo garantirebbe autonomia energetica all’intero paese, ma ad ognuno di noi e questo non piace ai poteri economici e quindi ai soci politici. Un comitato d’affari che si sta impossessando di tutte le risorse indispensabili alla vita (energia, acqua, istruzione, salute) non solo per fare profitti ma soprattutto per poter controllare e determinare la stessa possibilità di vita di ogni individuo.
Stesso tipo di propaganda sulla privatizzazione dell’acqua che secondo gli “esperti” televisivi rimarrebbe comunque pubblica perchè la privatizzazione riguarderebbe solamente i servizi idrici ovvero quelli che l’acqua te la fanno uscire dal rubunetto. Anche in questo caso spegnete la televisione e guardate sotto il lavandino. Quanti tubi arrivano? 10, 20, 30? No, uno solo e solo da quello può passare l’acqua che poi sgorgherà dal tuo lavandino. Il proprietario di quel tubo avrà il potere di decidere come, quando, se e a che prezzo fornirti quel prezioso quanto vitale bene.
Dulcis in fundus, spegnete le tv, accendete il cervello e il 12-13 giugno andate a votare.
P.S.: Per chi si dovesse già trovare al mare purchè in Italia non è indispensabile tornare al proprio paese per votare, è possibile il voto fuori sede clicca qui per tutte le info necessarie. Anche questa era un informazione utile che i media potevano dare, ma evidentemente è una funzione che proprio non gli riesce.




















