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Oggetto: diffida ad applicare con tempestività l’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011 che ha espunto dalla tariffa del s.i.i. “la remunerazione del capitale investito”
Il Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
PREMESSO
che in data 12 e 13 giugno 2011 l’art. 154 del d.lgs. n. 152 del 2006 è stato parzialmente abrogato con l’espunzione, tra i componenti della tariffa del Servizio Idrico Integrato della “remunerazione del capitale investito”;
che la Corte costituzionale con la Sentenza n. 26 del 2011, con la quale ha dichiarato costituzionalmente ammissibile il quesito referendario, ha chiarito che la normativa residua è immediatamente applicabile senza necessità di attendere alcun intervento legislativo;
che l’esito abrogativo è stato sancito con il Decreto del Presidente della Repubblica 18 Luglio 2011, n. 116 pubblicato in Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 167 del 20 Luglio 2011, per cui dal giorno successivo “è fatto obbligo a chiunque spetti di osservare e far osservare l’esito referendario”;
che la Corte Costituzionale, con la Sentenza 199/2012, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’articolo 4 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla Legge 14 settembre 2011, n. 148, sia nel testo originario che in quello risultante dalle successive modificazioni, poiché questo viola “il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare”;
che il Consiglio di Stato con il parere n. 267 del 25 gennaio 2013, sostiene che il criterio dell’adeguatezza della remunerazione dell’investimento, a partire dal 21 luglio, è stato applicato illegittimamente poiché in contrasto con gli effetti del referendum del 12 e 13 giugno del 2011.
V I S T O
che il d.l. 6 dicembre 2011, n. 201 (convertito nella l. 22 dicembre 2011, n. 214) ha affidato i compiti di regolazione in materia di servizio idrico all’Autorità per l’energia elettrica e il gas, ivi compresa la predisposizione di un metodo tariffario per la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato, e che tali poteri sono stati ribaditi dal d.P.C.M. 20 luglio 2012;
che, in data 28 dicembre 2012, l’Autorità ha adottato la deliberazione 585/2012/R/IDR intitolata “Regolazione dei servizi idrici: approvazione del Metodo Tariffario Transitorio per la determinazione delle tariffe negli anni 2012 e 2013”, nel quale sotto la voce “oneri finanziari” ripropone il meccanismo della remunerazione del capitale proprio, riproducendo, di fatto, la medesima componente tariffaria abrogata dai referendum 2011;
che nel succitato Metodo Tariffario Transitorio viene introdotta in tariffa la copertura di un fondo presso il gestore destinato alla realizzazione di nuovi investimenti (FONI), derogando dal principio sancito dall’art. 154, d.lgs. n. 152/2006 per cui “tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo”;
che la delibera 585/2012/R/IDR, pur essendo stata adottata a fine 2012, definisce il proprio ambito temporale di applicazione per il periodo di regolazione 2012-2013, in violazione del principio di irretroattività degli atti amministrativi, più volte ribadito dalla giurisprudenza in materia.
CONSIDERATO
che la delibera 585/2012/R/IDR stabilisce che entro il 31 marzo 2013 (poi prorogata al 30 aprile 2013), gli Enti d’Ambito aggiornino la tariffa del SII sulla base del Metodo Tariffario Transitorio sottomettendo all’AEEG, entro la medesima data, la nuova tariffa predisposta per approvazione da parte dell’Autorità;
che la delibera 585/2012/R/IDR stabilisce che la nuova tariffa predisposta dall’Ente d’ambito venga da questi applicata per tutto il 2012 e il 2013.
CONSIDERATO ALTRESI’
che i cittadini e le cittadine italiani si sono democraticamente espressi tramite consultazione referendaria il 12-13 giugno 2011, votando sì al 2°quesito con l’obiettivo di rendere la gestione del servizio idrico estraneo alle logiche di profitto;
che i cittadini e le cittadine italiani/e attendono dal 21 luglio 2011 che le autorità competenti diano piena e corretta applicazione agli esiti referendari;
DIFFIDA
l’Autorità Idrica Pugliese ad applicare la nuova tariffa calcolata sulla base del Metodo Tariffario Transitorio e a proseguire con il mantenimento della voce “remunerazione del capitale investito” all’interno dell’attuale tariffa
CHIEDE
di provvedere immediatamente ad adeguare la tariffa del Servizio Idrico Integrato al fine di renderla coerente con l’esito referendario, quindi eliminando dalla tariffa stessa la remunerazione del capitale investito.
A N N U N C I A
che il proseguimento della mancata esecuzione dei provvedimenti richiesti imporrebbe al nostro Comitato di proseguire con la Campagna di Obbedienza Civile promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, attraverso una azione più decisa, non esclusa quella di chiamare tutti coloro che si sono recati alle urne nel mese di giugno 2011 a una autoriduzione delle bollette, non pagando la quota parte illegittima.
Ricordiamo che l’autoriduzione è stata già praticata da cittadini di altri Comuni italiani e, recentemente, accolta da una sentenza del TAR della Toscana che invalida le bollette dell’acqua post referendum e conferma che “il criterio della remunerazione del capitale (…) essendo strettamente connesso all’oggetto del quesito referendario, viene inevitabilmente travolto dalla volontà popolare abrogatrice…”.
In attesa di un pronto riscontro, si saluta cordialmente.
Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” – Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Chiedere un referendum per dare la parola ai cittadini è sempre positivo. L’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori è stato inutile (togliere o diminuire i diritti non crea lavoro come dimostrano la legge Biagi e i contratti di Marchionne, ne dà impulso all’economia) e incivile (un paese civile aumenta i diritti e le tutele non le diminuisce) e andrebbe reintrodotto quanto prima. Detto questo dico pure che non firmerò a sostegno del referendum per il ripristino dell’articolo 18 perchè non ho alcuna intenzione di prestarmi alle strumentalizzazioni delle solite ed incoerenti forze politiche che lo promuovono.
Anzi vedere quelle forze politiche per strada, come stamane ad Ostuni, a raccogliere firme a me, cittadino informato, fa abbastanza incazzare anche perchè con quelle stesse persone, non molto tempo fa, ho raccolto firme per altro referendum (acqua pubblica) sino ad ora completamente disatteso proprio grazie all’incoerenza delle forze politiche e partiti che queste persone sostengono e rappresentano.
Chi sta raccogliendo le firme? Io ho visto SEL, IdV, PrC-FdS. Bene allora se questi partiti raccolgono le firme per un referendum, se questi militanti passano le loro ore libere a raccogliere le firme si dovrebbe pensare che ritengono questa battaglia fondamentale, un principio irrinunciabile. Però nello stesso momento queste stesse forze politiche sono alleate e vogliono allearsi con quelle forze politiche che invece l’articolo 18 lo hanno abolito. Ma come, ritieni il ripristino dell’articolo 18 una priorità, una cosa fondamentale tanto da impegnarti per un referendum e poi dai la spalla e ti allei con quelli che questo articolo lo hanno cancellato, cancellando anche anni e anni di lotte operaie. Ma cos’è? Candid-camera?
E’ successo la stessa identica cosa con l’acqua. Quegli stessi partiti, quegli stessi militanti hanno raccolto le firme, hanno sotenuto i referedum (guarda caso a ridosso di importanti campagne elettorali, come adesso) ma poi passata la festa gabbato lu santo. Ed eccoli li tutti insieme in Puglia, per fare un esempio su tanti, ad amministrare una regione fregandosene completamente dell’esito di quel referendum. Ma non era, quella sull’acqua, una battaglia di civiltà, così la definivano allora?E, allora, perchè governano con chi quella battaglia, vinta alle urne, la calpesta ogni giorno?
E che dire del nucleare. Stessi partiti, stessi militanti nel comitato referendario. Poi si scopre che chi ha riaperto la strada al nucleare in Italia, nonstante un referendum lo aveva già escluso, fu Bersani ministro di un governo dove c’erano anche Idv e Prc (che all’epoca comprendeva anche Vendola). Qualcuno protestò allora? Non risulta.
Ci sono battaglie e ci sono le campagne elettorali (=belle promesse), questa sull’articolo 18 è decisamente una campagna elettorale.
Quando la famosa lettera della BCE a firma congiunta Trichet e Draghi venna resa pubblica si alzò un polverone di indignazione che, almeno in apparenza, contestava questa ingerenza delle istituzioni europee nelle scelte politiche ed economiche di un “libero” stato membro. Per qualche settimana pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti non lesinarono certo articoli e servizi per disquisire sull’opportunità di questa missiva. Dove è finita la democrazia, la volontà popolare, il popolo sovrano se poi un istituzione di nominati, un istituzione bancaria detta ad un governo l’agenda politica? Dopo l’iniziale polverone, ottimo a non far capire realmente quanto stava accadendo, la polemica si affievolì per riafforare qualche mese dopo quando vi fu l’ammissione da parte del ministro Tremonti che quella lettera in realtà era stata scritta a Roma e fatto in modo che giungesse poi da Bruxelles per poterla farla digerire al popolo Italiano con la solita menata del “è l’europa che ce lo chiede”.
Ma visto che la storia dell’europa che lo chiede non fa più breccia nell’animo dei cittadini italiani ormai ben consapevoli di come in altri paesi le cose in realtà viaggino in maniera decisamente diversa, era necessario trovare un sistema che mettesse al nostro paese il cappio al collo ed un cinico boia capace, senza alcun risentimento o rigurgito di umanità, di mettere in atto la letale sentenza. Ecco quindi la spirale della speculazione e del famigerato spread fatto diventare l’orco cattivo che tutto mangia ed ecco arrivare il cinico boia nelle vesti del nominato e mai eletto da nessuno Mario Monti.
Ed è sufficiente vedere quanto fatto sin qui da questo governo e da quanto si appresta a fare nei prossimi mesi per constatare quanto ogni atto corrisponda perfettamente a quanto disposto dalla citata lettera Trichet/Draghi e altri. Prima fra tutte la riforma delle pensioni, quella che vide lo sgorgare delle lacrime di coccodrillo della Fornero forse preoccupata di non aver ottemperato completamente ai dettami della BCE che chiedeva “È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012″. A seguire ecco arrivare la riforma costituzionale che impone il bilancio di pareggio come richiestoci “Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.” e di nuovo la Fornero con la sua riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori “b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi. “ anche se va da se che di sistema di assicurazione dalla disoccupazione se ne sono scordati. Ma tutto ciò è solo una parte dello sporco lavoro che il boia Monti è venuto a fare e sono già in essere quelle nuove manovre per giungere quanto prima alla conclusione che necessariamente dovrà essere fatta prima di arrivare alle prossime elezioni politiche.
Il famoso crescitalia rinominato più correttamente svenditalia che da il via ad una privatizzazione di massa dei servizi pubblici compresi quelli che un referendum popolare che ha visto una partecipazione senza precedenti aveva escluso da tali processi:”È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.”. E ancora quella che co fanno passare per spending review che altro non è che un drastico taglio sui servizi, in particolare quello sanitario, e sul comparto dei dipendenti pubblici come ordinato: “il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.”.
E il parlamento? I partiti? L’espressione della volontà popolare? Retifica, semplicemente retifica come disposto: “Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011.” Pare si sia un pò in ritardo, ma non disperate perche il cinismo del boia e l’accondiscenza d partiti e sindacati, nonostante ogni tanto fanno finta di abbaiare, sapranno rimediare.
Il “grande usuraio” sembra ormai essere in procinto di pensare alle cose serie. Dopo la valanga di nuove tasse (che con l’acuirsi della recessione non renderanno granché), dopo l’eliminazione delle pensioni per le generazioni future, che comunque saranno costrette a pagare sempre più Inps, dopo avere posto le basi per un mercato del lavoro dove esisterà solo più la parola “uscita”, inizia il periodo delle grandi svendite. Saldi fuori stagione che costituivano il motivo primo dell’insediamento a Palazzo Chigi di un banchiere di Goldman Sachs che nessuno aveva votato, ma Napolitano si era premurato di nominare senatore a vita, per una serie di meriti che si perdono nell’imponderabile….
Ma quali saranno i beni pubblici oggetto della “svendita per cessazione di attività” che presto andranno sul mercato, per la felicità di banchieri e faccendieri senza scrupoli? Sostanzialmente, stando alle parole di Mario Monti, tutti i beni pubblici in attivo (gli unici appetibili), mentre le passività continueranno a rimanere appannaggio della contabilità dello stato, per contribuire all’incremento del debito pubblico, con lo spauracchio del quale da tempo immemorabile si menano per il naso i cittadini.
Nelle vetrine dei saldi andranno perciò le ultime grandi imprese statali, come ENI e Finmeccanica, ma anche le multiutility e le municipalizzate che gestiscono i servizi al cittadino, come Hera, Acea, A2A, partendo dai colossi, fino ad arrivare agli enti più piccoli che operano a livello comunale.
Uno schiaffo in faccia di violenza inusitata a tutti coloro che in varia misura auspicano ad un qualche recupero della sovranità nazionale, ma pure ai milioni di cittadini che si recarono a votare il referendum sull’acqua pubblica, invitati a farlo anche da quegli stessi partiti che oggi sostengono Monti e il suo programma svenditalia. Ai privati non andrà insomma solo la gestione dell’acqua, ma anche tutto il resto delle vettovaglie che si trovano sulla tavola. Dall’energia alla gestione dei rifiuti, dalle industrie di armi allo sfruttamento del suolo e del sottosuolo, dalla gestione del territorio a quella dei servizi, passando attraverso qualsiasi attività pubblica che renda quattrini.
E dove andranno a finire i ricavati di questa ciclopica operazione di svendita dell’Italia a prezzi da saldo? Ma naturalmente nel decreto sviluppo tanto caro a Corrado Passera, che ha già deciso di destinare almeno 100 miliardi di euro alla cementificazione del Belpaese.
Compiuto il delitto, una colata di cemento sistemerà tutto, nella migliore tradizione della pratica mafiosa.
Marco Cedolin
Lo sapevo e lo avevo già detto: vincere il referendum non sarebbe bastato soprattutto se, come si è fatto, si lasciasse che forze politiche di fatto contrarie alla ripubblicizzazione dell’acqua mettessero il proprio cappello su questa fondamentale battaglia civile. Lo dissi a chiare lettere a ridosso della campagna referendaria quando ad Ostuni si costituì l’apposito comitato e vidi presentarsi, come organizzatori e coordinatori, persone mai viste quando c’era da farsi il mazzo a raccogliere le firme senza le quali non vi sarebbe stato alcun referendum. Come mai questo risveglio? Come mai questa improvvisa volontà di lottare per l’acqua pubblica?
Fossero stati comuni cittadini non mi sarei mai posto queste domande, ma essendo invece tutti militanti di partito e alcuni addirittura nei direttivi cittadini degli stessi avvertii una puzza di marcio e il sentore che, visto l’alta probabilità di successo, volessero prendere il comando di quella battaglia per poter sfilare in bella mostra sul carro dei vincitori. La puzza di marcio era così forte ed evidente che la denunciai subito, al primo incontro di questo comitato. Mi si rispose che l’importante in quel momento era vincere il referendum e questi aspetti, seppur giusti, si dovevano ignorare. Risposi: “Io non voglio vincere il referendum, io voglio l’acqua pubblica e se lasciamo che questa battaglia sia infettata o addirittura gestita da chi non ha come fine la ripubblicizzazione dell’acqua ma, al contrario, persegue obbiettivi opposti, il referendum quale che sia il risultato non sortirà alcun effetto”. A questa mia dichiarazione il segretario cittadino del PD, tale Silvestro Iaia, evidentemente senza argomenti con cui controbattere, allargò le braccia e contrariato se ne andò. Gli altri rimasero sordi a queste mie sollecitazioni e quindi io mi defilai dal comitato per intraprendere la campagna referendaria in solitario.
Adesso, naturalmente, i nodi stanno venendo al pettine e le intenzioni dei partiti nella gestione dei servizi idrici sono ben evidenti a tutti. Non solo non si è fatto nulla in rispetto alla volontà popolare emersa chiaramente dal referendum dello scorso Giugno, ma addirittura si continua a presentare proposte di legge che mirano a privatizzare la gestione dell’acqua. Neanche lo smemorato di Terlizzi, in arte Nichi Vendola, che sulla ripubblicizzazione dell’acqua ha concentrato l’intera campagna elettorale che, aimé, lo ha riconfermato Presidente della Puglia ha sino ad ora preso in considerazione l’esito del referendum come più volte denunciato del forum dei movimenti per l’acqua.
Adesso i vari Silvestro Iaia e Maria Concetta Nacci del PD, i Renato Greco e Sabrina Maggio di SEL che scoprirono la battaglia dell’acqua pubblica solo a ridosso della campagna referendaria ed hanno costituito e coordinato quel comitato per poi festeggiare belli gioiosi e farsi fotografare dai media saputo l’esito, per dimostrare che erano in buona fede e, come milioni di cittadini, sono stati presi in giro dai rispettivi leader e partiti e non invece essere stati consapevolmente loro complici, dovrebbero fare una sola cosa. Prendere la propria tessera di partito e buttarla nel cesso chiedendo contemporaneamente scusa allo stesso cesso per l’ingrato compito.
C’è qualcuno disposto a credere che ciò avverrà?
Nel ricordarvi che ad Ostuni una petizione firmata da 400 cittadini (ne bastavano 200) per inserire il “diritto umano all’acqua” e la “non rilevanza economica dei servizi idrici” nello statuto comunale giace sconsolata in un qualche cassetto di palazzo San Francesco, vi invito a partecipare a questo importante incontro organizzato presso l’aula magna Aldo Moro dell’università di Bari per il prossimo 20 Gennaio dal comitato pugliese “Acqua bene comune”.
Il voto referendario varrà pure qualcosa, o no?
REFERENDUM
A(C)QUAle punto siamo?
Il 20 Gennaio 2012 ore 17.00 presso l’Aula Magna “Aldo Moro”, Università di Bari (Piazza C. Battisti, nr 1) ne discutiamo con:
- RICCARDO PETRELLA, Presidente IERPE (Institut Européen de Recherche pour la Politique de l’eau)
- ALBERTO LUCARELLI, Ordinario di Diritto Pubblico, Università Federico II Napoli
- ROSARIO LEMBO, Presidente Contratto Mondiale sull’Acqua-Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
- CONSIGLIA SALVIO, “Coordinamento campano per la gestione pubblica dell’acqua”
- P. ALEX ZANOTELLI, Missionario Comboniano
Organizza e coordina il Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” – www.lacquanonsivende.blogspot.com – segreteriareferendumacqua@gmail.com
Facebook. L’acqua non si vende – Tel. 339/6894675
Lo diceva già Gaetano Salvemini che l’Acquedotto pugliese ha sempre dato «più da mangiare che da bere». Non è quindi una novità se l’Aqp, la Spa a capitale interamente della Regione Puglia che ne ha raccolta l’eredità, occupa 2mila persone e dichiara di perdere almeno il 35% dell’acqua che trasporta, mette in bilancio ricavi per 442 milioni di euro, prevede di averne 17 in più quest’anno, altri 15 l’anno prossimo e 13 nel 2014, ma di ridurre la tariffa per i consumatori non ci pensa neppure. Anzi.
Nel biennio 2007-2008 la tariffa è aumentata del 10%, nel biennio scorso è au-mentata del 17,5% malgrado nel resto d’Italia la bolletta abbia fatto registrare un calo medio dell’1,2%. A gennaio 2011 la giunta Vendola ha annunciato aumenti di un altro 10% fino al 2014, poi +2% nel 2015. Il bilancio 2010 si è chiuso perfino con 37 milioni di utili, e utili sono previsti anche per l’anno appena trascorso, ma la tariffa continuerà comunque a lievitare. Per il 2012 il ritocco verso l’alto è del 3,9%, come dire che oggi un metro cubo d’acqua pugliese costa 1,60 euro, praticamente quanto un litro di benzina.
Insomma malgrado il referendum abbia abolito la «remunerazione del capitale investito», un ricarico del 7% sulle bollette, e malgrado per quel referendum Vendola si sia speso lungo tutto lo Stivale, a Bari è come se non si sia votato affatto. A fronte di un costo medio per famiglia che su base nazionale si aggira intorno ai 201 euro, i pugliesi nel 2012 ne spenderanno 290, quasi 200 più dei lombardi, cento più dei vicini della Basilicata.
Dice Vendola che investirà per la riduzione delle perdite della rete e che comunque «bisogna evitare di precipitare nei burroni della demagogia». Lui lo dice. Ma allora perché non ai pugliesi non ha spiegato che la tariffa sarebbe aumentata anche dopo il referendum? «Nessuno me lo ha chiesto». Ci fosse l’acqua in Puglia, vabbè. Il punto è che piove poco, gli invasi di raccolta sono insufficienti e restano vuoti, le tubature fanno acqua e così ogni estate in alcuni Comuni del Tarantino o del Leccese arrivano le autobotti a distribuire razioni di acqua con le damigiane, scene da dopoguerra. Le previsioni dicono che il prossimo autunno la Puglia sarà senz’acqua, l’assessore invita alla danza della pioggia.
È che per Vendola le tasse e le tariffe, una volta aumentate, non calano più, quasi che rappresentino un suo diritto acquisito per consentirgli di spendere a piacimento. Ha creato una agenzia per ogni assessorato e attraverso le società in house aggira le leggi sulle assunzioni e gli appalti pubblici. Salvo minacciare a parole lo «spending review» sulle aziende partecipate. Il colmo del vendolismo di governo va in scena durante l’ultimo Consiglio regionale, si discute il bilancio. Il centrodestra chiede di abolire l’addizionale sull’accisa della benzina, visto che Vendola si è vantato di avere conti in ordine e un inatteso tesoretto fiscale. Risposta di Nichi: «Accolgo la proposta, ma la sposto avanti nel tempo». A babbo morto. Motivo: se anche togliessimo l’addizionale, i distributori di benzina non abbasserebbero il prezzo alla pompa, quindi tanto vale incassare e spendere. Il resto è demagogia.
Antonio Cantoro
Monti, col suo “nuovo” governo dopo un ora di discorso in cui ha detto tutto senza però dire nulla di cosa in realtà vuole realizzare ieri ha ricevuto la fiducia dal senato. Una fiducia a scatola chiusa nel voto ed una sfiducia, subito dopo, nelle dichiarazioni, in particolare da parte del PdL che affermando di considerarsi in campagna elettorale di fatto dichiara guerra al nuovo esecutivo e si spiana la strada per recuperare elettorato, cosa che gli sarà facilitata proprio dalla somministrazione della cura Monti il quale, a parte le vuote dichiarazioni, non parte proprio col piede giusto.
A dirla tutta è da quando è stata ufficilizzata la sua presenza nella politica italiana che non ne fa una giusta. Ha inziato con la ingiustificabile ma ben retribuita carica di senatore a vita per poi insistere per la nomina a ministro di un certo Giuliano Amato, residuato bellico della prima repubblica, che dopo aver più volte furtivamente messo le mani nelle tasche degli Italiani, da anni si gode una lauta pensione da 31 mila euro al mese, cosa non proprio esemplare per chi si propone, a parole, di combattere privilegi e sprechi. Visto che tutto ciò poteva anche apparire non proprio “nuovo” il commissario europeo ha pensato bene di riesumare la processione delle consultazioni, tradizione nelle tradizioni della prima repubblica, utili come in passato soprattutto per definire la spartizione di poltrone e posti di potere visto che neanche alle formazioni politiche, almeno stando alle dichiarazioni, il professore ha ritenuto di dire che cosa vuole fare.
Con le nomine a ministro poi ha raggiunto, sino ad ora, il suo culmine. Su Passera e sull’enorme conflitto di interessi che lo caratterizza si sono già formati fiumi di parole e vi invito a vedere questo esaustivo video di Marco Travaglio, mentre io vorrei concentrare l’attenzione sui ministri della difesa, della giustizia e dell’ambiente che penso siano più esemplari nel cominciare ad ipotizzare il tipo di strada che intende percorrere questo esecutivo. Partiamo dal ministero della difesa affidato ad un militare (non succedeva dai tempi di Mussolini) nonché presidente del comitato militare della NATO che probabilmente ha preferito un suo fedelissimo per un paese che ha tentennato nell’appoggiare e sostenere i bombardamente sulla Libia. Diffcilmente con tale individuo a questo dicastero potremmo assitere ad una diminuzione delle spese militari o degli enormi costi economici e in vite umane che si consumano nei vari scenari di guerra in cui il nostro paese insiste da anni. Alla giustizia, altro dicastero molto delicato in un paese dove corruzione e mafie varie la fanno da padrone, è stata nominata un avvocato penalista che tra i suoi illustri clienti vede, oltre a numerosi colletti bianchi coinvolti nelle più grandi truffe degli ultimi anni, persino un certo Salvatore Buscemi boss mafioso coinvolto nella strage di Capaci. Adesso premesso che tutti, anche il peggior criminale, hanno diritto ad una difesa potrebbero però esserci dei problemi di opportunità nel nominare ministro della giustizia una persona con un curriculum del genere, possibile che tra le migliaia di avvocati italiani non c’era nessun altro in grado di svolgere con competenza quel ruolo? Che dire, infine, del neo ministro dell’ambiente che alla sua prima uscita pubblica dichiara che è necessario rivedere la scelta sul nucleare, considerata dallo stesso un settore indispensabile di importanza strategica? In un batter di ciglio non solo ha fatto ripiombare il paese nell’incubo nucleare, dopo che i più lo avevano archiavato dopo l’esito refendario di soli 5 mesi fa, ma ha reso edotti tutti noi di quale sia la considerazione che questi burocrati, finti tecnici, hanno del proprio datore di lavoro: il popolo Italiano, il famoso popolo sovrano.
E devono ancora iniziare.
Un aggiornamento sugli sviluppi della ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese dopo il risultato referendario di Giugno nel comunicato stampa del Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”- Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ricordandovi che mentre il PDmenoL si appropriava indebitamente della vittoria referendaria lo smemorato di Terlizzi in alias Nichi Vendola ha concentrato tutta la sua campagna elettorale per la riconferma al governo della regione Puglia promettendo in ogni dove l’approvazione immediata della proposta di legge elaborata proprio insieme al Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”.
ACQUA. RUMORE MEDIATICO MA INTESA BIPARTISAN
Dal “rumore mediatico” che gli schieramenti politici stanno provocando sembra che emergano due posizioni nette:
1) la Regione Puglia, recependo la volontà degli elettori (espressa nel referendum del 12-13 giugno), vuole ripubblicizzare l’Acquedotto pugliese AQP S.p.A. mediante una legge regionale;
2) il Governo nazionale, ignorando quella stessa volontà, vuole impedirlo.
Se le apparenze non ingannano, abbiamo quindi da un lato i “buoni” e dall’altro i “cattivi”: situazione chiarissima. Il problema però è che qui le apparenze ingannano, eccome!
Intendiamoci: l’atto del Governo nazionale non è assolutamente condivisibile, in quanto, cercando di aggrapparsi a tutti i possibili appigli giuridici, mira di fatto a conservare lo “status quo” e, quindi, a ignorare la volontà degli elettori.
Però, detto questo, non abbiamo ancora fatto chiarezza fino in fondo, in quanto i processi in atto travalicano il mero rapporto fra una Regione e il Governo nazionale e vedono coinvolti molteplici soggetti e interessi che, giocando su più fronti, non sono immediatamente riconoscibili.
La legge regionale pugliese in questione, nel pronunciarsi in merito alla forma giuridica che il nuovo acquedotto “ripubblicizzato” dovrà assumere fa riferimento a una vaga “azienda pubblica regionale”, che non è prevista in quella forma dalla legislazione italiana.
Le ripetute richieste di chiarificazione su questa “vaghezza” del testo di legge, da parte del Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune” e del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, hanno per ora ricevuto l’assicurazione che la forma giuridica sarà quella di “azienda speciale” dal capogruppo di SEL alla Regione Puglia, ma ancora (e benché sollecitate) non vi sono dichiarazioni ufficiali in tal senso e il ricorso del Governo nazionale rischia di creare ulteriori elementi di confusione.
Inoltre, non possiamo non ricordare che il testo originario del disegno di legge regionale, concordato con i rappresentanti del Comitato pugliese e del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, qualificava esplicitamente il servizio idrico integrato come “servizio di interesse generale, privo di rilevanza economica”, sottraendolo, quindi, di fatto e di diritto alla disciplina della concorrenza e di conseguenza alla competenza statale. Nel testo definitivo, per volontà del legislatore regionale, quella chiara specificazione è stata soppressa e tale soppressione, alla luce dei fatti, non è stata priva di conseguenze, visto che proprio alla tutela della concorrenza si appella ora il Governo, per impugnare la legge davanti alla Corte Costituzionale, in quanto tutto ciò che attiene ai mercati e alla concorrenza è di competenza statale.
Possiamo parlare di autogoal del Consiglio regionale, in questo caso?
Il fatto che la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, in questo caso di quello pugliese, incroci percorsi del tutto opposti lo si evince dal moltiplicarsi di iniziative ed eventi apparentemente “innocenti”, i cui attori e promotori sono tutt’altro che neutrali.
Basti pensare al fatto che l’Acquedotto pugliese AQP S.p.A., in compagnia di società come Hera S.p.A., Acea S.p.A., di multinazionali come Veolia, ecc., risulta essere fra gli sponsor del “Festival dell’Acqua”, fortemente voluto e organizzato da Iren S.p.A. e Federutility. Qualcuno può pensare che Federutility (nella cui giunta esecutiva, per inciso, vi è anche Ivo Monteforte, Amministratore Unico di AQP S.p.A) condivida le posizioni di chi, ritenendo l’acqua bene comune dell’umanità, chiede coerentemente che venga gestito come tale, e non come merce? Sul serio?
La nostra impressione, studiando la situazione in atto, è che dopo i risultati referendari, coloro che sono contrari a qualsiasi ipotesi di ripubblicizzazione reale del servizio idrico, lungi dall’essersi arresi alla volontà dei cittadini – poiché il capitale e gli interessi che suscita difficilmente si arrendono – stiano lavorando attivamente a un “piano B”, per salvare il “salvabile” (secondo il loro punto di vista). E così, se il “piano A” – ovvero la privatizzazione pura e semplice del servizio idrico e di tutti i servizi pubblici – risulta ormai impraticabile, con gran dolore di chi lo aveva architettato e difeso (Confindustria, ma non solo), i suoi precedenti sostenitori possono trovare conveniente giungere a una sorta di “intesa operativa” coi sostenitori attivi del “piano B” (per esempio Federutility), che punti al “male minore” (sempre secondo loro), ovvero la difesa delle gestioni miste e delle S.p.A., come una sorta di “linea del Piave”, oltre la quale non far assolutamente passare le idee e i progetti di concreta ripubblicizzazione.
Se le cose dovessero stare davvero così come pensiamo, potrebbero esserci aree di convergenza, e di “intesa bipartisan”, fra i “privatizzatori” liberisti attualmente al governo in Italia e settori dei “riformisti” di centrosinistra; e il testo sul quale potrebbero effettivamente, nell’immediato futuro, convergere consensi bipartisan (magari dopo qualche schermaglia “scenografica”, per salvare le forme) è già pronto in realtà, ed è la proposta di legge del PD.
Non vogliamo pensare che l’atto con il quale il Governo nazionale ha impugnato la legge regionale pugliese faccia parte del fuoco di sbarramento che serve per creare le condizioni necessarie a questa intesa bipartisan. Eppure troppi dati ci portano a ritenerla un’ipotesi fondata.
In una situazione come questa, a buon diritto il Comitato pugliese “Acqua bene comune” rifiuta nettamente di farsi strumentalizzare da chi fino a ieri era contrario alla ripubblicizzazione; le nostre osservazioni critiche e i nostri rilievi in merito alla legge regionale, e al comportamento delle istituzioni pugliesi, non implicano alcuna vicinanza o “collateralità” rispetto alle posizioni del centrodestra liberista. Ma d’altra parte non vogliamo neppure passare come sostenitori di una rappresentazione “fiabesca” della realtà, ridotta a una lotta più o meno edificante fra “buoni” e “cattivi”.
Non ci interessa fare da supporto, come attori o comparse, alle strategie comunicative altrui, né fare da testimonial in più o meno ben orchestrate campagne di marketing elettorale. Il nostro ruolo è altro e diverso, e ben lo conosce chi ha seguito in questi anni il nostro lavoro sul territorio: informarsi, informare, continuare incessantemente a mettere alla prova le istituzioni circa la loro capacità di tradurre le intenzioni e gli annunci in atti concreti.
Comitato pugliese “Acqua Bene Comune”- Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Da giorni si cerca “la quadra”, da giorni si studia una manovra finanziaria equa, che, in maniera spasmodica, viene poi modificata, come se il governo non avesse ancora compreso appieno che l’Italia è sotto osservazione e che i mercati finanziari non resteranno a guardare ancora oltre e che soprattutto, quando la BCE smetterà di comprare i titoli del debito pubblico, (e finirà perché non potrà certo sostenerci in eterno) allora sì che ne vedremo delle belle.
Qualcuno è arrivato, persino, a evocare “il diritto al default come contropotere finanziario” ma, nessuno parla mai seriamente di “decrescita” e di cambiamento del paradigma.
Intanto, gli italiani non ancora abbastanza “indignados”, puntano il dito, a intervalli regolari, contro quelli che reputano responsabili della fallimentare situazione economica, in cui versa il paese, e quindi contro le banche, la casta della politica, gli sprechi della Chiesa, contro evasori e i sindacalisti, e, finanche, contro i calciatori.
Ed è vero che, è assolutamente sacrosanto, in questo momento, non lasciare indenne da una seria revisione pubblica un solo capitolo del bilancio dello Stato, a cominciare dai compensi dorati dei proprietari e manager delle nostre famiglie di industriali che, per intenderci, in gran parte, vivono di monopolio o commesse pubbliche e non, di vero libero mercato.
Ma, su questo, tranne qualche rara eccezione, non leggerete mai nulla sulla stampa italiana, perché nessun giornale denuncerebbe mai lo stesso sistema che lo finanzia.
Stesso discorso, quando si parla di tagliare e rivedere completamente la nostra spesa militare: è assurdo continuare a spendere, in questo modo, almeno 24 miliardi di euro all’anno, tanto più che, come ha affermato Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace, “si continua a chiedere agli italiani di stringere la cinghia e la discussione sui tagli assomiglia a una guerra balcanica”.
Dello stesso avviso, è Padre Alex Zanotelli , che ha ricordato, nel suo nuovo appello “Manovra e armi, il male oscuro“, per tagliare le spese militari, “che in Italia spendiamo oltre 50mila euro al minuto per la Difesa, cioè 3 milioni di euro all’ora e 76 milioni al giorno, neanche se fossimo invasi dagli UFO”.
Ma, anche in questo caso, i direttori dei principali quotidiani si guardano bene dallo spiegare ai lettori che vi è un’altra Casta- quella militare – che pesa sul debito pubblico; non spiegano i costi di Finmeccanica perché i loro editori fanno parte della stessa famiglia industriale.
Intanto, la più importante conquista del continente, lo “stato sociale“, viene svenduta per pagare gli interessi del debito pubblico che, a loro volta, servono a pagare i profitti delle banche, e si proclamano come vangelo assurdità mostruose, sacrificando tutto sull’altare della competitività e della produttività.
Per queste ragioni, occorre, da subito, una mobilitazione ad oltranza, e coesione, ma soprattutto, partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, anche ecologicamente compatibile.
Basterebbe, semplicemente, fare tesoro dell’esperienza dei Referendum.








