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Le parole e i fatti

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In politica, si sa, nessuno si assume mai le proprie responsabilità. I governanti di turno sono sempre ottimisti, pronti a snocciolare di fronte a pennviendoli vari e mezzibusti incartapercoriti numeri a sostegno della loro buona gestione e quando le cose vanno talmente male che è impossibile negarle ecco che la colpa è sempre di qualcun’altro. Essere persone serie, assumersi le responsabilità di ciò che si è fatto ed avere il coraggio di andare di fronte ai propri rappresentati dicendo che le ricette messe in campo non hanno funzionato o addirittura hanno manifestato effetti nocivi significherebbe dimettersi e magare lasciare definitivamente la politica, cosa impossibile per quella folla oceanica di personaggi che non avrebbero di che campare senza una carica elettiva o di nomina in grado di garantirgli dei lauti compensi.

Uno di questi personaggi è sicuramente il presidente della regione Puglia Nichi Vendola, noto come lo smemorato di Terlizzi, che tra narrazioni e poesia, risulta essere da sempre un mantenuto della politica. Figlio d’arte, suo padre era un politico, non ha mai svolto un lavoro che non fosse legato al mondo politico: giornalista in periodici di partito, dirigente di partito, deputato e presidente di regione. Difficile, anzi direi impossibile, quindi che un soggetto del genere possa prima o poi trovare una fonte di reddito diciamo normale ed è quindi impossibile pensare che assumendosi le responsabilità delle politiche fallimentari del proprio governo arrivi a dimettersi. Anticipo qualche buon tempone dicendo che so benissimo che le colpe non sono tutte sue e che quel variegato mondo fatto da consiglieri ed assessori ha dato un grande contributo in questa direzione, ma assumersi la carica di presidente comporta anche assumersi la responsabilità per ciò che fanno coloro che fanno parte della propria squadra.

Ma andiamo nel dettaglio prima che qualcuno mi accusi di demagogia e andiamo subito alle affermazioni che il mantenuto della politica ha fatto in occasione della presentazione alla stampa del bilancio provvisorio 2012 dove si è fatto sfoggio di tutti i dati positivi che riguardano la Puglia. A sentir Vendola, infatti, nonostante la crisi  nella nostra regione cresce l’occupazione e siamo la regione che sta attraversando meglio di tutte questa drammatica quanto violenta recessione economica. Il Pil è in aumento, le esportazioni pure, in calo invece la mobilità sanitaria ovvero il numero di persone che vanno fuori regione a farsi curare ed, infine, risolto il problema inquinamento a Taranto. Se invece di ascoltarlo uno avesse letto quel disorso avrebbe potuto tranquillamente immaginare di leggere un discorso di qualche mese fa fatto da Tremonti e Berlusconi. Ve li ricordate: l’Italia sta attraversando meglio di altri questa crisi, gli indicatori economici sono positivi, ecc. Quindi se tanto mi da tanto, cari Pugliesi forse è il caso che vi tocchiate i coglioni.

Naturalmente i Pugliesi che vivono fuori dal palazzo e non possono contare su uno stipendio sicuro di 13 mila euro al mese sanno che quello che ha detto Vendola sono pure e semplici menzogne e lo sanno ancor di più sia i malati sempre più costretti a viaggi in paesi lontani anche per curare semplici patologie sia i Tarantini alle prese coi soliti problemi ambientali.

Ma tu sei con Grillo e quindi mai e poi mai ammetterai i risultati ottenuti dallo smemorato di Terlizi, anzi già il fatto che lo chiami così denota un tuo pregiudizio. Probabile e allora andiamo a vedere che dicono quelli che con Grillo non ci sono. Partiamo dalla Uil che non mi pare centri qualcosa con le 5 stelle e vediamo che dati ci danno sullo stato occupazionale in Puglia: “le ore di cassa integrazione sono aumentate del 234,7% e il numero degli occupati si è ridotto del 4,1%, da 1.287.000 nel 2008 a 1.234.000 nel 2011“. E meno male che l’occupazione era in aumento chissà se era in calo. Ma ancora: “La cassa integrazione ordinaria è aumentata del 27,9%; quella straordinaria del 312,1%; quella in deroga dell’843,1%. Il tasso di disoccupazione in Puglia nel 2011 è stato del 12,7%. La percentuale dei pugliesi disoccupati è passata dal 9,4% al 10,7%; per le donne la percentuale è passata dal 15,8% al 16,4%“. Non male direi. Se passiamo poi all’ambito sanitario c’è da meravigliarsi nel vedere positivamente una lievissima flessione della mobilità extraregionale di fronte alla chiusura di numerosi ospedali e reparti in tutta la regione che ha portato ad una drastica diminuzione dei posti letto. Chiudono ospedali, chiudno reparti, diminuiscono i posti letto e il numero di malati che si spostano in altre regioni per curarsi diminuisce, non vi apre un paradosso. Non è che forse, forse questi hanno meno soldi a disposizione (sapete la crisi, la perdita del lavoro, la cassa integrazione) e quindi non possono permettersi di migrare neanche per curarsi. Su Taranto infine che dire. Che la cosidetta legge antidiossina fosse un pacco lo si sapeva già. Non prevede campionamenti in continuo, ma solo occasionali e con preavviso quindi utili solo a far si che sulla carta tutto sia in regola. Peccato per la salute dei Tarantini che con la carta al massimo si potranno pulire il culo. Anche qui però vi suggerisco di sentire cosa dice in proposito uno che col movimento 5 stelle non c’entra nulla, quindi vedetevi il video di Fabio Matacchiera del Fondo Antidiossina Taranto.

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Categorie : Politica
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Lunedì è riniziata la scuola e per molti ragazza e relative famiglie la vita torna al tradizionale ritmo. Per molti ma non per tutti come mi informa questa mamma.

“Scrivo da Parma in uno dei miei soliti viaggi della Vita per curare mio figlio da un male che sappiamo tutti avere una causa ambientale.

Le ragioni che cercano di impormi non mi bastano, io so solo che mio figlio oggi non ha potuto iniziare la sua PRIMA MEDIA e il suo zaino nuovo (“perchè ora sono grande mamma!”) comprato con tanto entusiasmo è rimasto nella sua cameretta che ormai vede così raramente perchè è sempre in corsie d’ospedale.

E’ questa la vita che vogliono imporci? E’ questa la vita che vogliono dare ai nostri figli? Siamo ancora disposti a far pagare a loro la nostra incapacità di tutelarli fino in fondo?

Io non ci sto e per il mio ometto lotterò fino allo stremo delle forze perchè a lui venga ridata la Vita e agli altri bambini di Taranto non gli venga mai più negata.

Non ci sono ragioni che tengano: la salute di mio figlio non vale il posto di un operaio, nè il pil che vogliono far girare. Provi qualcuno a dirmi ancora questa cosa e gli farò vedere le braccia di mio figlio!

Lui oggi doveva essere tra i banchi di scuola e non con una flebo nel suo debole e fragile braccino.

Grazie per tutto ciò che fate per noi, non stancatevi di lottare e fatelo anche per il mio piccolo ometto”.

Quante volte e per quanto tempo un uomo può voltare la testa facendo finda di non vedere?

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Qual’è la differenza tra due brutti ceffi che vanno da un commerciante o un imprenditore a “chiedere” il famigerato pizzo ed un datore di lavoro che mensilmente si trattiene dai 100 ai 200 euro dallo stipendio di ogni suo dipendente? Nessuno, assolutamente nessuno! Entrambi sono dei farabutti e dei vigliacchi. Entrambi meriterebbero la galera e la confisca di tutti i beni perchè comunque ottenuti tramite i proventi dell’estorsione.

Eppure mentre i primi sono visti dalla società tutta ed in particolare dalle vittime come criminali e le somme loro versate assumono il termine di estorsione, i secondi invece sono generalmente soggetti dell’alta società, accolti nei salotti cittadini come nobili imprenditori che portano benessere e prosperità e le vittime addirittura si sentono in dovere di ringraziarlo perche grazie a lui hanno un posto di lavoro. E’ come se un commerciante ringraziasse i suoi estorsori perchè grazie a loro il suo negozio non prende fuoco.

Siamo all’assurdo eppure è pura normalità, soprattutto nel sud dove la mancanza di lavoro è una pandemia a cui si può sfuggire solo emigrando. E’ pura normalità che neanche se ne parla, nessuno dice niente e nessuno fa nulla. Intanto questi estorsori mascherati da datori di lavoro grazie alle cifre di questo pizzo mensile accumulano ricchezze che possono poi investire in nuove attività siano esse produttive o commerciali che gli consentono così non solo di aumentare il proprio potere economico e di conseguenza il proprio peso politico, ma anche il numero di dipendenti e di conseguenza le somme in nero derivanti da queste estorsioni.

Sono convinto che arrivati a questo punto qualcuno di voi, magari del nord dove queste cose pur essendoci non sono molto diffuse, si sta cominciando a domandare: ma questo di che parla esattamente? Eh, lo so che in molti luoghi ciò è ancora una assurdità, ma da queste parti, come dicevo, è pura normalità! Come funziona? Semplice, quando si pagano gli stipendi il lavoratore si reca nell’apposito ufficio per ritirarlo in contanti e gli viene presentata la regolare busta paga che deve firmare anche a dimostrazione di aver ricevuto quei denari, solo che la somma effettivamente consegnata non  corrisponde a quella indicata nella busta paga sottoscritta ma risulta inferiore di una cifra variabile dai 100 ai 200 euro in relazione sia all’ammontare dello stipendio sia a chi ha raccomandato quel lavoratore al momento dell’assunzione. Già, perchè se la raccomandazione è giunta da un politico influente fanno pure lo sconto sul pizzo. I privilegi della casta non si limitano certo ai superstipendi e superpensioni.

Naturalmente non posso qui fare i nomi di coloro che adottano questo sistema, pur sapendone molti non ho le prove se non le confidenze fattemi da diverse vittime che per paura di perdere il lavoro domani negherebbero tutto. Mi assumerei anche il rischio di una querela se ci fosse poi la probabilità di dimostrare l’esistenza di questo sistema, ma so bene che non è così. Non  condanno chi non ha il coraggio di parlare, lo capisco bene la coseguenza sarebbe la sicura disoccupazione. Tra l’altro mentre contro il tradizionale pizzo in questi anni sono nati strumenti a tutela di chi denuncia, il pizzo sullo stipendio invece è stato sino ad ora completamente ignorato dai media come dai legislatori.

Cosa si potrebbe fare? Non lo so, penso però che l’obbligo di erogare lo stipendio tramite accredito su conto corrente sarebbe già qualcosa. Un conto è ricevere una somma inferiore al dovuto altro è dover “restituire” del denaro al proprio datore di lavoro, penso che almeno da un punto di vista culturale ci sarebbe un cambiamento e questa operazione sarebbe vista per quello che è: un estorsione, e il lavoratore comincerebbe a sentirsi una vittima piuttosto che uno fortunato. Un’altra cosa che si potrebbe fare è boicottare quelle attività che sappiamo adottare questo sistema. perchè anche se non li possiamo elencare, sappiamo chi sono, lo so io e lo sanno anche molti di voi. Comiciate a non andare più in quegli esercizi commerciali, fregatevene delle offerte, della possiblità di sceltà, della presenza dell’aria condizionata, dei parcheggi e di altre stronzate del genere. Pensate al diritto di chi lavora di percepire per intero la propria paga, pensate alla dignità della persona. Solo in questo caso sarete dignitosi anche voi.

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Una seconda motivazione oltre a quella ecologica, accampata dai promotori dell’Alta Velocità è costituita dalla grande spinta occupazionale che la costruzione delle infrastrutture sarebbe in grado di garantire, attraverso l’assunzione di un gran numero di lavoratori.

A questo proposito occorre fare chiarezza sia sulla reale ricaduta dell’opera in termini di occupazione, sia sulle condizioni in cui i lavoratori si ritrovano ad operare all’interno dei cantieri.

A dicembre 2003, nel periodo di massima attività nella costruzione delle infrastrutture per il TAV Torino – Milano – Roma – Napoli, i lavoratori impegnati nell’intero progetto TAV, a fronte di un investimento di svariate decine di miliardi di euro, erano 13.779. Dimostrando, come ha più volte ribadito l’economista Marco Ponti, che gli investimenti di denaro pubblico nelle grandi opere determinano ricadute occupazionali fra le più basse in assoluto, trattandosi di opere ad alta intensità di capitale e non di lavoro.

Se 90 miliardi di euro di denaro, tanto verranno a costare i 1020 km succitati, fossero stati investiti nella messa in sicurezza del territorio italiano che versa in situazione disastrosa o nella ristrutturazione degli edifici pubblici, fatiscenti al punto di crollare sulla testa degli studenti, con tutta probabilità si sarebbero creati centinaia di migliaia di posti di lavoro, per decine di anni.

Il lavoro nei cantieri del TAV si svolge a ciclo continuo (24 ore su 24) in squadre composte da 6 operai. I turni possono impegnare un operaio anche per 48 ore notturne a settimana sul fronte di scavo e la pausa mensa non è conteggiata nelle ore giornaliere di lavoro……

Le condizioni di lavoro sono usuranti, in galleria si respira male, l’aria è inquinata, l’illuminazione scarsa ed i rischi molti.

Gli operai vivono in prefabbricati privi di confort e d’intimità, in camerate e con docce comuni. La maggioranza di loro viene dal Sud ed è costretta a vivere lontano dalle proprie famiglie, trascorrendo spesso alcuni mesi senza potersi permettere di fare ritorno a casa per qualche giorno. I prefabbricati sono quasi sempre ubicati in zone distanti da qualsiasi centro abitato ed i lavoratori vivono come reclusi, impossibilitati ad avere un contatto con il mondo esterno, anche durante i momenti di riposo. La vera tragedia è però costituita dal fatto che nei cantieri del TAV troppo spesso si muore.

Il 31 gennaio 2000 nel tunnel di Vaglia (FI) è morto Pasquale Costanzo, elettricista di 23 anni di Petilia Policastro. Il 26 giugno 2000 è spirato a Ponte Nuovo a Calenzano (FI) Giorgio Larcianelli, camionista di 53 anni di Scandicci. Il 1 settembre 2000 ha trovato la morte nella galleria di Monghidoro, Pietro Giampaolo di 58 anni di Chieti, schiacciato dalle ruote di un camion. Il 5 gennaio 2001 è rimasto ucciso Pasquale Adamo di 55 anni diQuarto (NA) sposato e padre di tre figli, stritolato dalla coclea di un posizionatore nella galleria di Monte Morello. Il 29 novembre 2001 nei pressi di Campogalliano è morto Francesco Minervino di 57 anni, travolto da un’escavatrice. Il primo febbraio 2003 all’ospedale Careggi di Firenze è spirato Giovanni Damiano di 42 anni di Benevento, padre di due figli. Il 26 gennaio 2004 è deceduto Biagio Paglia, travolto da una ruspa a Lesignana di Modena. Il 19 aprile 2004 è morto Kristian Hauber e il 10 maggio è deceduto Mario Laurenza, un carpentiere campano di 37 anni, rimasto folgorato in un cantiere di Castelfranco Emilia.

Nei primi 3 anni di lavori sulla tratta Torino – Novara, sono rimasti uccisi 5 operai e si sono annoverati oltre 1000 incidenti sul lavoro.

Anche dal punto di vista della ricaduta occupazionale l’alta Velocità si rivela dunque un pessimo investimento, dimostrandosi dispensatrice di una quantità oggettivamente limitata di occupazioni estremamente usuranti, pericolose, limitate nel tempo ed altamente lesive dei diritti del lavoratore.

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Categorie : Economia/Lavoro
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Rivoluzione edilizia

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Emergenza lavoro? Per battere la crisi non serve la ripresa della crescita. Può sembrare un ossimoro, ma non lo è: l’occupazione del futuro, fatta di lavoro utile, può venire solo con la decrescita. Lo sostiene Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, che ricorre all’esempio dell’edilizia: le case-colabrodo, che in Italia sprecano in riscaldamento i due terzi dell’energia che bruciano, finiscono per gonfiare il Pil – alla voce “consumi energetici” – ma sono costose, inquinano e contribuiscono all’alterazione del clima. Invertire la rotta? Basta ristrutturare gli alloggi, isolandoli meglio: costeranno meno, non inquineranno più. E i cantieri daranno lavoro a migliaia di addetti. Decrescerà il Pil, ma non certo il benessere.

Anche se la politica non sembra occuparsene, quella della riconversione edilizia è una prospettiva che darebbe un contributo clamoroso nel risollevare l’economia italiana, e senza intaccare il territorio. «Per riscaldare le nostre case, in Italia – spiega Pallante – ogni anno consumiamo mediamente 20 litri di gasolio o 20 litri di metano al metro quadrato; in Germania non danno la licenza edilizia o l’abitabilità a case che consumano più di 7 litri al metro quadrato all’anno: un terzo di quello che consumano le nostre case». Senza contare che le case tedesche che assorbono 7 litri all’anno per metro quadrato sono le peggiori: le migliori arrivano a bruciare, in un anno, appena un litro e mezzo al metro quadrato: un decimo di quello che costano le nostre case.

«Se per legge si può imporre che un edificio non superi il consumo di 7 litri per metro quadrato all’anno, e ci sono edifici come quelli italiani che ne consumano 20, che cosa vuol dire? Che sono costruiti così male che disperdono – dalle finestre, dai sottotetti, dalle pareti – i due terzi dell’energia che gli mettiamo dentro». Quindi, conclude Pallante, i due terzi dell’energia consumata non servono a scaldare le case: sono una merce, sicuramente, perché l’energia si compra – e si paga sempre più cara, ma non sono un bene, perché si disperdono e non servono a scaldare la casa. «Se una casa mal costruita che disperde i due terzi dell’energia spesa venisse ristrutturata e non perdesse più quest’energia, noi avremmo la decrescita – casa passiva – la diminuzione  del consumo di una merce (il gasolio o il gas da riscaldamento) che non è un bene perché non serve a scaldare la casa».

«Se io diminuisco il consumo di una merce che non è un bene faccio qualche rinuncia? Qualche sacrificio? No, sto semplicemente utilizzando l’intelligenza per non sprecare delle risorse della terra». E’ questa la filosofia della decrescita, parola tabù per gli economisti che ispirano la politica. Eppure, proprio attraverso la riconversione dell’edilizia – con un processo di decrescita del Pil – si può arrivare a rilanciare in modo spettacolare l’occupazione, creando miglioramenti a catena: reddito, posti di lavoro, risparmio familiare, ambiente meno inquinato. «Per fare in modo che una casa che consuma 20 litri ne consumi 7 – insiste Pallante – bisogna che lavorino una serie di persone per ristrutturarla. Quindi, se si vuole avviare un processo di decrescita, cioè di riduzione del consumo di una merce che non è un bene, bisogna creare lavoro. E utilizzare tecnologie più evolute di quelle attualmente in uso».

La decrescita quindi è qualcosa che non soltanto crea lavoro, ma crea un lavoro utile e spinge verso un’evoluzione, un miglioramento di carattere tecnologico, partendo dalla promozione della ricerca. «Tante volte ho sentito dire della decrescita: volete che torniamo all’età della pietra o alle carrozze a cavalli? Ma no, noi vogliamo un miglioramento», sottolinea Pallante. «In un primo momento, la decrescita è la riduzione del consumo di merci che non sono beni. Ma c’è anche l’altro aspetto: ci sono dei beni che non sono delle merci, cioè che non si devono necessariamente comprare o vendere». Esempio: «Se ho bisogno di un computer o di una Tac non posso far altro che comprarmeli, ma se ho un orto mi posso autoprodurre frutta e verdura. Poi ci sono beni e servizi che non si possono ottenere con scambi mercantili. La stima degli altri, l’amore, il gusto del lavoro ben fatto: sono tutti beni, danno un senso alla vita, ma non si possono comprare».

Chi non sa cos’è la decrescita, aggiunge Pallante, probabilmente non sa neppure cosa sia esattamente la crescita. «Generalmente le persone credono che la crescita economica sia la crescita della produzione di beni e l’aumento dell’offerta di servizi, per cui: più beni e più servizi ci sono, meglio si sta». In realtà l’indicatore della crescita, il Prodotto interno lordo, è un mero indicatore monetario: può prendere in considerazione soltanto gli oggetti e i servizi che vengono comprati e venduti, cioè scambiati con denaro: quindi non i beni, ma le merci. «Siccome nei paesi occidentali da alcune generazioni siamo abituati a comprare tutto quello che ci serve, tendiamo a confondere il concetto di bene con quello di merce: due concetti non opposti, ma diversi».

Nel caso della riconversione edilizia – di cui l’Italia avrebbe un estremo bisogno, anche per ridurre la propria grave dipendenza energetica – a crescere sarebbe una gran quantità di beni (riscaldamento a minor costo, ambiente più pulito), mentre a rimetterci sarebbe soltanto una merce: il gasolio o il metano da riscaldamento. Devote alla “teologia del Pil”, dottrina fondata sulla teoria della crescita illimitata dei consumi, economia e politica non osano pronunciare serenamente la parola decrescita: ma basta l’esempio della possibile riconversione edilizia, che in Italia sarebbe una vera e propria rivoluzione, a dimostrare che non siamo di fronte a un ossimoro: proprio la decrescita (del Pil legato allo spreco di energia) potrebbe assicurare una grande ripresa dell’occupazione nel settore, con una straordinaria eredità di lavoro utile e di benessere diffuso.

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La Svezia ha dato lezioni di finanza e di economia, l’esperienza portata dal Primo ministro Fredrik Reinfeldt ha dimostrato che è possibile trascinare un paese fuori dalla crisi in maniera etica.

Non è mera propaganda politica l’annuncio che la Svezia sia uscita da una delle più gravi recessioni a livello planetario. Stoccolma rappresenta indubbiamente un modello che deve essere studiato dagli altri governi. È vero, il Paese scandinavo non rientra nell’eurozona dal momento che un referendum popolare sancì la permanenza della Corona che adesso vanta un’invidiale stabilità sul mercato monetario.

Differentemente da quanto accaduto nel resto del mondo, il governo svedese non ha dato un solo centesimo dei contribuenti alle banche o alle aziende in crisi non competitive: il concetto di Tbtf, Too big to fail (azienda troppo grande per lasciarla fallire) non esiste. Invece di utilizzare i soldi dei contribuenti per colmare i buchi delle aziende e le perdite industriali, il governo svedese ha spostato tutti gli investimenti in ricerca e sviluppo. La scelta è caduta sulla salvaguardia del lavoro – vero elemento di stabilità – più che su un effimero ripianamento dei debiti privati.

Altrove, i governi cercavano misure per arginare le perdite per riparare errori verificatisi nel passato; a Stoccolma si pensava al futuro, si investiva per ciò che doveva avvenire e ridurre al minimo i costi di una nuova eventuale crisi. A proposito di crisi che verranno (si tratta solo di “quando” non certo di “se”), la Svezia  – che ha imparato la lezione agli inizi degli anni ’90 quando il sistema bancario nazionale fu colpito nel profondo – ha istituito una “tassa di stabilità” a carico delle banche: un contributo su base annua versato dagli istituti di credito e finanziari per la formazione di un fondo gestito da un’agenzia governativa che ha lo scopo di “salvare” le banche da una futura recessione. In questo modo il governo non dovrà accollarsi titoli tossici – che cadrebbero sulle spalle dei contribuenti – ma sarebbero le banche stesse a pagare il proprio “salvataggio”.

L’anno che si è appena concluso ha fatto segnare una decisiva crescita alla Svezia, nonostante le pessime premesse. Il documento programmatico di budget per il 2010 fissava quattro punti cardine: fermare la disoccupazione, difendere il sistema del welfare nazionale, incoraggiare l’avvio di nuove imprese e lo sviluppo di quelle esistenti, proteggere l’ambiente. (A chi non piacerebbe un documento del genere?). I risultati raggiunti nel 2010 hanno posto le basi perché si possa prevedere una crescita dell’economia svedese pari al 4,5 per cento per il 2011 e di un ulteriore 2,8 per cento per il 2012. La disoccupazione dovrebbe scendere sotto la soglia del 7 per cento a fronte di un incremento (accettabile) del tasso inflattivo di 0,3 punti percentuali (dal 2,7 al 3) che consentirebbe di raggiungere il 4 per cento di disoccupazione entro il 2014.

Le schema da cui partiva il governo di Stoccolma era rigido e al tempo stesso semplice: anche in profonda recessione, i servizi di assistenza sociale, sanitaria – così come il sistema giudiziario – devono essere garantiti. Anziché dare soldi alle banche, il governo ha stanziato fondi di una certa consistenza per i comuni così da assicurare un’eccellente sistema scolastico e un supporto agli anziani (che più degli altri risentono della crisi) riducendo le tasse sulle pensioni.

Ovviamente, non si può essere certi che la ricetta svedese sia applicabile a tutti i paesi. Ma la Svezia ce l’ha fatta e, a quanto pare, nel modo migliore per i propri cittadini senza ricorrere a manovre occulte.

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“L’isola dei cassintegrati. L’unico reality REALE, purtroppo, dove nessuno è famoso, ma tutti sono senza lavoro. Trincerati in un’isola simbolo della più grande Sardegna ormai in crisi profonda, alloggiati in celle non peggiori delle sbarre che governo, regione ed Eni hanno messo loro davanti. Nessuno yacht, billionaire e soubrette su quest’isola, solo la cruda verità di una politica che non dà risposte, e di una società a controllo statale – ENI – che persegue i propri scopi aziendali passando sulle vite di migliaia di famiglie. E, non ultimi, un gruppo di operai coraggiosi che lotta per i propri diritti”

Con questa descrizione Michele Azzu, figlio di uno degli operai in cassa integrazione della Vinyls, presentava su Facebook la protesta che avrebbe rivoluzionato la contestazione operaia in Italia. Alcuni  non conosceranno la storia, altri ne avranno sentito dire solo di sfuggita, ma sono sicuro che la maggior di voi leggendo il nome L’isola dei cassintegrati saprà esattamente di cosa stiamo parlando. Come tutti i grandi avvenimenti, anche questo segna un prima e un dopo nei cuori di chi lo ha vissuto. A beneficio dei meno informati facciamo un passo indietro per raccontare dove, quando e come ha origine questa originale lotta operaia del nuovo millennio.

Si tratta senza dubbio della protesta più famosa del 2010, l’unica ad essere raccontata in diretta sul web. La sola ad essere riuscita ad approdare nei salotti delle trasmissioni televisive più importanti del Paese partendo da un gruppo facebook e un blog. Il reality “reale” nasce il 25 febbraio, quando un gruppo di operai della petrolchimica di Porto Torres in cassa integrazione da mesi decide di occupare l’isola dell’Asinara. “Se Simona Ventura fa l’isola dei famosi, noi allora facciamo l’isola dei cassintegrati!”, dice uno di loro scherzando, ma con un occhio al mare. E quella battuta, inizialmente accolta da fragorose risate, finisce col sedurre le menti degli operai. Perché no? In fondo si è pronti a giocarsi il tutto e per tutto qua c’è di mezzo il proprio posto di lavoro.

Inaccessibile al pubblico fino al 1999, l’Asinara è stata per circa quarant’anni il carcere di massima sicurezza più temuto da mafiosi e terroristi. Adesso è un parco naturale ma le strutture dell’ex prigione sono ancora lì, pronte ad alloggiare i nuovi inquilini. Non assassini, stupratori o ladri, ma uomini a cui è stato sottratto un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione: il lavoro.

E se quelle sbarre non sono la cornice adatta a persone oneste e incensurate poco importa, questi uomini stati disposti a tutto pur di distruggere il muro di indifferenza che è stato innalzato davanti al loro problema. La scelta estrema di lanciarsi in questa parodia arriva infatti dopo mesi di lotte: le hanno provate davvero tutte: dall’occupazione dell’aeroporto di Alghero, fino a bloccare la 131, o incatenandosi ai cancelli dei serbatoi dell’Agip per lasciare mezza isola senza benzina. Si è ricorsi ormai a tutte le tradizionali forme di contestazione operaia e ciò nonostante le loro grida di protesta erano sempre state spente dal silenzio che li circondava. I giornali regionali parlavano di loro per un giorno o due ma le testate nazionali li avevano da sempre ignorati. Perché quello che succede in Sardegna a volte è troppo lontano, poco importante.

Ma al loro sbarco sull’isola non c’è nessuno a riprendere quel reality. La notizia non sarebbe mai uscita dai confini costieri se non fosse entrato in gioco un fattore inaspettato per gli operai: il web. Michele Azzu, figlio di uno dei cassintegrati di Porto Torres, dopo aver letto dell’occupazione in internet pensa che potrebbe fare qualcosa per sostenere la lotta. Suo padre non è sull’isola e lui è musicista professionista a Londra, ma con una buona idea e molta intraprendenza le distanze non sarebbero state determinanti. Il 27 febbraio Michele crea il gruppo Facebook “L’isola dei cassintegrati”.

Ad aiutarlo in questa impresa Marco Nurra, un amico d’infanzia che vive a Madrid, dove svolge il praticantato come giornalista nella redazione del quotidiano El Mundo. Grazie al passaparola e all’impegno nel promuovere l’iniziativa sul web il gruppo cresce velocemente fino a raggiungere i 5000 sostenitori in pochi giorni. I messaggi di solidarietà piovono da tutta Italia e i due ragazzi quasi non riescono a stare dietro alle email che arrivano all’indirizzo isoladeicassintegrati@yahoo.it. Mentre Marco e Michele decidono su Skype le diverse strategie da adottare per dare visibilità alla protesta, la tempesta impervia all’Asinara: i cellulare non prendono e gli operai sono ignari di quello che sta succedendo nella terraferma. L’incontro tra due generazioni che hanno tanto da darsi avviene solo dopo una settimana, quando le nuvole nere si diradano e gli operai dell’Asinara scoprono di non essere più soli.

È il momento di agire, i due ragazzi hanno un’idea: l’emailing collettivo. Ogni membro del gruppo facebook avrebbe dovuto inviare la stessa email a un elenco di indirizzi di posta elettronica, relativi ai maggiori quotidiani e tg nazionali, per far passare la notizia. Il risultato è immediato: in due settimane le email inviate sono più di duemila e gli iscritti al gruppo quarantamila. L’Espresso, La Repubblica, Il Corriere della Sera, Tg3, Rainews24 e Sky TG24 si accorgono del fenomeno in rete e parlano de L’isola dei cassintegrati. E nonostante sia sempre più difficile comunicare con gli operai per telefono, Marco e Michele decidono di aprire un blog per porsi direttamente come creatori di contenuti, anziché collezionarli dai media e riportarli su facebook. La strategia viene notata da Manuel De Carli, talentuoso disegnatore romano che propone le sue illustrazioni e vignette satiriche per la causa, e da Fabio Borraccetti di Porto Torres, un informatico che si offre di disegnare il sito. Debutta sul web www.isoladeicassintegrati.com il primo reality reale. Un lavoro volontario quotidiano di una redazione di volenterosi pronti a condividere le proprie conoscenze per sostenere la battaglia dei naufraghi del lavoro. Grazie ai diari scritti giornalmente dagli operai sull’isola, alle foto dal carcere, alle interviste e ai video dei protagonisti, l’isola che non c’era, adesso esiste.

Il blog viene notato ed apprezzato da Alessandro Gilioli, de L’Espresso, autore del famosissimo www.piovonorane.it. Il giornalista pubblicizza L’isola dei cassintegrati sul proprio blog, e si presta a scrivere l’introduzione per l’apertura del sito novizio. Nasce così fenomeno mediatico – e di culto – che in poche settimane raggiungerà tutti i media nazionali (giornali, radio, blog) per approdare poi in televisione su Tetris di Luca Telese a La7 in cinque puntate, e ben due puntate su Annozero di Michele Santoro.

Mentre gli operai sono ospiti in tv e radio, tenendo testa a politici e giornalisti, la piattaforma comunicativa del blog e del gruppo facebook si espande. Cominciano le dirette video, col confessionale degli operai. Poi le dirette radio giornaliere su Radio Fujiko (Bologna), Radio Beckwith (Torino), Radio Popolare Roma e Radio Popolare Milano. Blog e gruppo facebook sono completamente integrati, a loro volta sincronizzati con un profilo twitter per ricevere tutti gli aggiornamenti sulla vertenza in tempo reale.

La fama della protesta aumenta senza limiti e Il Fatto Quotidiano contatta Marco e Michele per proporre loro una rubrica giornaliera sulle pagine del giornale, la rubrica de L’isola dei cassintegrati.

Questo ancora non basta ai blogger, che contattando giornalisti e programmi televisivi riescono a convincere Le Iene a realizzare un servizio sulla protesta dell’Asinara. Il passo successivo è scrivere ai principali quotidiani europei. Con un buon lavoro di pubbliche relazioni in spagnolo e in inglese la notizia passa prepotentemente all’agenda estera, in Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Austria, Ungheria, Canada, Svizzera, Australia, Messico. Perfino Internazionale riprende la notizia da un settimanale messicano.

Ma una protesta operaia, per quanto innovativa ed estrema, non rimane sui media importanti a lungo, se non ci si inventa sempre qualcosa di nuovo. Nasce così l’evento facebook Stampalo, Appendilo e Fotografalo!, che permetterà di far entrare il logo de L’isola dei cassintegrati nelle case e negli uffici degli italiani. Sono centinaia ad inviare la loro foto di solidarietà col simbolo dell’isola, perfino dall’estero. Parigi, Dublino, Sarajevo, Città del Messico, Barcellona, Ginevra…sono alcune delle città ritratte in queste foto. Il successo mediatico e la validità della piattaforma comunicativa de L’isola dei cassintegrati vengono riconosciuti dai media che scrivono e parlano  dell’impresa come di un grande esperimento comunicativo senza precedenti. Il gruppo facebook supera i 100.000 membri, mentre il blog conta migliaia di contatti unici giornalieri.

Sarà poi l’Università di Sassari a dare un riconoscimento accademico a questo esperimento comunicativo, organizzando una giornata di conferenze sul tema, con ospiti da tutta Italia, tra cui l’esimio prof. di comunicazione da La Sapienza A. Marinelli e il giornalista Luca Telese, in qualità di moderatore del dibattito. L’evento è un tale successo che gli interventi saranno poi pubblicati in un testo delle edizioni La Sapienza.

L’atto conclusivo dell’escalation mediatica de L’isola dei cassintegrati è la sconfitta de L’isola dei famosi agli ascolti. Cassintegrati battono famosi, titolano La Repubblica  e Il Fatto Quotidiano, e la stessa Simona Ventura, in diretta, afferma di sapere dell’esistenza dell’altra isola. La realtà batte la finzione finalmente. C’è chi dice che il fenomeno de L’isola dei cassintegrati abbia cambiato la storia della lotta operaia e dei social network. Michele e Marco decidono dunque di aprire il sito agli altri casi di aziende in crisi, e di lavoratori in lotta d’Italia. Perché il successo del sito e gruppo facebook sono frutto della partecipazione di tantissimi, un dietro le quinte che spesso non appare davanti alle telecamere ma che lavora costantemente perché ogni giorno vada in onda il reality “reale”, purtroppo.

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ott
26

Il piatto è servito

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Lo scorso lunedì i ministri delle finanze europei, vestita la livrea da camerieri della BCE e dei grandi poteri finanziari, si sono recati in Lussemburgo per prendere ordini in merito alla loro condotta futura in tema di macelleria sociale e annientamento generalizzato delle prospettive occupazionali e potenzialità salariali dei cittadini che vivono sotto la loro giurisdizione.
Sostanzialmente nessuna novità eclatante, tanto meno per quanto concerne un paese come L’Italia che ha ormai consegnato alla UE qualsiasi tipo di sovranità, fino al punto da demandare alla stessa l’autorità di redigere le future manovre finanziarie, anzichè limitarsi a dettarle come accaduto con l’ultima in approvazione in questo periodo.
Il piatto freddo, servito sulle tavole di tutti i paesi europei sia pur con tempistiche e contorni diversi, non si discosta da quello già sperimentato in Grecia.
Tagli sempre più sostanziosi della spesa sociale, privatizzazione di ogni residua risorsa pubblica (raschiare il barile finchè esiste un fondo) eutanasia del potere contrattuale dei lavoratori, innalzamento dell’età pensionabile, costante livellamento al ribasso dei salari e dei redditi, denaro pubblico “regalato” alle banche tramite cervellotici escamotage, totale appiattimento di ogni interesse nazionale, immolato sull’altare dei grandi interessi internazionali incarnati dal FMI e dalla BCE…..

Il tutto presentato, come nella migliore tradizione della nouvelle cousine, con colori alettanti e nomignoli accattivanti, come parte di un progetto necessario per meglio gestire la crisi, ritrovare la crescita perduta, ridurre il debito pubblico e costruire una politica economica di rigore, prodromica di verdi vallate e cieli azzuro cobalto.

Naturalmente, ancorchè edulcorata con attenzione, alla notizia della riunione e alla composizione del piatto freddo nonè stato dato grande risalto mediatico. Al più qualche articoletto sintetico posizionato nelle pagine interne dei giornali e nella parte bassa dei siti internet. Dove hanno trovato spazio le parole del ministro Tremonti, con la sua livrea cangiante di lessico latino, che ha dichiarato “Habemus novum pactum” riferendosi agli ordini da lui ricevuti come ad un nuovo patto di stabilità di suo gradimento, poichè particolarmente favorevole all’italia.

Una vittoria insomma, ma di quelle da celebrare sottovoce, poichè a fare confusione fra ministri e camerieri gli italiani potrebbero iniziare a realizzare come ora che a governare è solamente più Bruxelles, la classe politica che bivacca al baccanale di Montecitorio e di Palazzo Madama sia costituita da esuberi che alimentano la voragine del deficit, inutili e di fatto sacrificabili nel nome di una corretta politica di rigore economico.

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I rifiuti possono diventare un business pulito, una risorsa economica, il punto di partenza fondamentale su cui impostare un ciclo dei rifiuti conveniente sia sotto il profilo ambientale che sotto quello economico.

Ci sono casi in cui definire rifiuti i rifiuti può sembrare un paradosso. Esistono infatti realtà, tra aziende private, amministrazioni locali o consorzi di Comuni, in cui l’immondizia si trasforma in oro. O almeno in euro.Sei storie esemplari dimostrano come i rifiuti che buttiamo, se opportunamente separati, anziché rappresentare un problema o un’emergenza possono tornare a nuova vita sotto forme diverse e rientrare nelle nostre case dalla porta d’ingresso.

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mag
20

Poveri sfigati

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Sono molto dispiaciuto per i cittadini di Colorno, un paese di circa 10 mila abitanti in provincia di Parma, perchè la loro cittadina non è amministrata da persone di alto profilo e spessore come quelli che si ritrovano qui ad Ostuni nella squadra di Tarzanella & Co.

Se avessero questa fortuna potrebbero vincere una mountan bike dal valore di circa 100 euro portando plastica, vetro o carta all’isola ecologica incrementando così la raccolta differenziata del proprio paese dello 0,38%. Se avessero questa fortuna potrebbero ammirare la splendida zona degli orti periurbani, o meglio quel che ne rimane, circondata da numerosi parcheggi sicuri che nel caso non potessero essere utilizzati per un qualche motivo potrebbero contare su un consigliere di opposizione subito pronto a protestare inutilmente. Se avessero questa fortuna avrebbero la possibilià di percorrere inutili strade per andare dal nulla al niente e gratificarsi pensando al fatto che sono costate diversi milioni di euro. Se avessero questa fortuna potrebbero prendere una sdraio ed un ombrellone e appostarsi comodamente in piazza ad ammirare la Bandiera Blu e le 5 vele che sventolano sul municipio, evitando così di andare a cercare spazio su splendide spiagge già interamente occupate da rifiuti vari.

Invece si ritrovano con amministratori locali visionari che parlano di Comuni Virtuosi e così niente muontan bike, ma la raccolta differenziata porta a porta che purtroppo crea posti di lavoro. Una quarantina di addetti in più per poter soddisfare queste voglie virtuose. Ma visto che piove sempre sul bagnato, il Comune ha pure registrato risparmi nella gestione dei rifiuti; non dovendo pagare per smaltirli e potendo vendere il materiale (plastica, vetro, carta, acciaio, etc.) ha potuto abbassare la tariffa a carico dei cittadini. Tutto questo invece di distribuire biciclette. Vergogna!!! Naturalmente niente parcheggi tra gli orti periurbani diffusissimi nelle scuole, così come molto diffusi sono i mercati del contadino riservati ai piccoli produttori e negozi effecorta ove trovare numerosi prodotti a Km zero. Tutte iniziative che stimolano e favoriscono l’economia locale e di conseguenza creano occupazione, pensa si sono persino inventati l’obbligo per chi fornisce il servizio di mensa scolastica di acquistare i prodotti ortofrutticoli dai produttori locali, nonchè la possibilità di utilizzare anche i prodotti coltivati dagli studenti. Parcheggi? Da quelle parti sono capaci di parlare solo di mobilità sostenibile.

Proprio sfigati questi di Colrno non hanno neanche una classe politica che se la sbriga da sola, che accontenta l’amico o la lobby di turno, quella in grado di garantire un tot di voti. Stanno sempre a chiedere ai cittadini come amministrare la cosa comune tramite incontri, dibattiti e altre strane cose che chiamano istituti della Partecipazione. Nemmeno il bilancio sono capaci di farsi da soli, da anni si ostinano col bilancio partecipato dovendo così definire insieme ai propri concittadini come e dove spendere i loro denari. Assurdo.

Ma ora sti politici “virtuosi” stanno proprio esagerando. Sapete cosa hanno intenzione di fare? Hanno deciso di dare in usufrutto gratuito i tetti di alcuni edifici pubblici (municpio, scuole, asilo, cimitero, etc) a soggetti privati per farci sopra degli impianti fotovoltaici per la produzione di energia rinnovabile e pulita, veramente pulita: Energia che sarà poi consumata negli stessi edifici in cui è prodotta. Sapete cosa vuol dire tutto questo? Che il comune per quegli edifici non dovrà sborsare più neanche un euro per la bolletta elettrica e senza alcun investimento iniziale, perché il costo dell’impianto è a totale carico del privato che lo realizzerà, che potrà guadagnare vendendo l’energia prodotta in eccesso. Economia che si muove, Comune che genera risparmi e quindi libera risorse per altro, creazione di posti di lavoro. Pensate, se invece potevano contare su Tarzanella & Co…..

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