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La maggior parte degli addetti ai lavori parla di una grande sorpresa, di fronte ai risultati della tornata elettorale che si è appena conclusa, e con tutta probabilità un poco sorpresi sono rimasti sicuramente tutti coloro che già nelle passate settimane avevano “venduto” alle banche ed ai mercati un nuovo governo di continuità con l’agenda Monti, disposto a servire in tavola il cibo dietetico dispensato dalla BCE.
Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo sbanca tutto ciò che era umanamente sbancabile, supera il 25% dei consensi e s’incorona primo partito italiano, mettendosi alle spalle sia il PD che il PDL ed apprestandosi a portare nelle stanze dei bottoni circa 160 fra deputati e senatori.
Bersani attraverso una campagna elettorale assai sbiadita, condotta sullo sfondo dello scandalo MPS e della corruzione dilagante nel partito, riesce a dissipare tutti i punti percentuali di vantaggio sul PDL attribuitigli nelle settimane scorse dai sondaggi e con tutta la coalizione non riesce a superare il 30%.
Berlusconi raccoglie una coalizione in fase di disfacimento, ma con una grinta da venditore porta a porta e qualche spot elettorale di sicuro effetto, la rianima come per magia, fino a portarla al pareggio con quella di centrosinistra.
Il banchiere di Goldman Sachs Mario Monti, dopo avere governato indebitamente per 13 mesi, inabissando il paese nelle sabbie mobili della disperazione, raccoglie quanto seminato e nonostante il sostegno di Casini (che poteva contare nell’UDC su oltre il 5% dei voti) e di Fini (che fino ad un paio di anni fa presiedeva un partito forte dell’11%) non riesce a sfondare la soglia del 10%, attestandosi poco al di sotto e raccogliendo una sconfitta cocente.
Il giudice Antonio Ingroia, rientrato in Italia dal Guatemala per rivitalizzare la sinistra, di fatto ne pratica l’eutanasia, arrivando ad ottenere il 2,2% alla testa di una coalizione (IDV, Rifondazione comunista, Verdi, Comunisti italiani) che sulla carta portava in dote circa il 10% dei consensi. Sbagliando di fatto tutto quello che sarebbe stato possibile sbagliare e probabilmente anche qualcosa di più e restando con tutti i suoi compagni fuori dal parlamento.
Gli altri piccoli partiti, da quelli di estrema sinistra alla destra identitaria, raccolgono percentuali risibili ben al di sotto del punto percentuale, dimostrando una volta di più che la politica del “tutti contro tutti” non paga e risulta del tutto inadeguata ad esprimere un progetto incisivo per il paese.
Alla luce di questi risultati naufraga ancora prima di partire il progetto di coalizione fra PD e Monti, già venduto da Napolitano ad Obama e alla BCE, dal momento che mancano materialmente i numeri (in primo luogo al Senato) perché un’ammucchiata del genere possa governare. Così come mancano i numeri perché Berlusconi, sostituendosi a Bersani nell’abbracciare l’usuraio di Goldman Sachs, possa aspirare a proporre un governo alternativo.
In una situazione d’impasse che ricorda da vicino la Grecia, le soluzioni praticabili sembrano essere solamente due, entrambe in salita e foriere di molti rischi per chi intenda praticarle.
Un governo di grande coalizione fra PD – PDL e Monti, coadiuvato da una grande crisi delle borse e dei mercati, creata artificialmente alla bisogna con tanto d’impennata dello spread. Con il rischio che però l’elettorato di centrodestra e quello di centrosinistra non accettino di buon grado il sodalizio con il nemico di sempre e facciano mancare il loro sostegno in propensione futura.
Oppure un ritorno alle urne a breve termine (dopo avere varato una nuova legge elettorale ad hoc) con una coalizione di “salvezza nazionale” imposta dallo sfacelo delle borse, dei mercati e dello spread accorso in “aiuto”, dove PD – PDL e Monti tentino di giocare la carta del sacrificio necessario. Ma il rischio in questo caso sarebbe anche più grosso, perché l’elettorato indisponibile ad abbracciare il nemico potrebbe debordare in massa verso Beppe Grillo, decretando di fatto la sparizione di tutta la classe politica tradizionale e aprendo orizzonti completamente inesplorati.
Riflettendo così a caldo, l’enorme vittoria del “gustafeste” Beppe Grillo e del suo Movimento 5 stelle non può che farci piacere. Non solo perché diventa primo partito in Italia un movimento dichiaratamente NO TAV, favorevole alla creazione di un reddito di cittadinanza e di un nuovo sistema lavoro, contrario all’incenerimento dei rifiuti, alla cementificazione selvaggia e alle missioni di guerra, vicino al pensiero della decrescita e alla creazione di un nuovo modello di sviluppo. Ma anche e soprattutto perché il trionfo di Grillo intralcia in qualche misura il progetto di Bersani, Monti e Napolitano, costringendoli ad acrobazie di varia natura il cui esito potrebbe non essere così scontato come sembrava alla vigilia delle elezioni.
Marco Cedolin
Ricevo e volentieri pubblico
Tra il 1992 e il 2012 c’è un ventennio, un lasso di tempo che è sempre stato funesto per l’Italia. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il capitalismo sente di poter sferrare l’attacco finale, di potersi aggiudicare la Guerra di Classe per ko tecnico dell’avversario. Via allora ogni residuo di keynesismo piagnone e mano libera al mercato psicopatico liberista che, tu credi si autoregoli, ma invece, una volta sguinzagliato, si mangia le risorse senza lasciare neppure le briciole, come un orrendo Pacman in modalità God e FullAmmo.
In Italia nel ’92 ci sono i partiti, che mangiano come hanno sempre mangiato. Si mangiava anche durante il fascismo. Ecco però l’ideona. Facciamo notare agli italiani che i partiti rubano, attiriamo la loro attenzione, scateniamoglieli contro, forniamogli le monetine da lanciare. Un bel gioco divertente. Per carità, i giudici ricevono denunce e procedono come da codice penale, fanno le loro inchieste e scoperchiano verminai di corruzione e ladrocinio con grande dedizione ma, sotto sotto, questa è in gran parte un’operazione di copertura.
Un bel telefilm giudiziario che appassiona gli italiani più del vecchio Perry Mason e li tiene occupati mentre qualcuno svuota la cassaforte. Perché questa è la storia della rapina dei due secoli. La partitocrazia viene spazzata via da Mani Pulite e siamo tutti pronti per una svolta, per un paese migliore, per la Seconda Repubblica. Ci vuole un periodo di transizione, però, con qualcuno che, da esperto e saggio, rimetta insieme i cocci e soprattutto i conti in attesa di un nuovo distrattore. Ecco comparire per la prima volta i famosi governi tecnici.
Nel 1992 avviene un curioso convegno a bordo dello yacht della regina Elisabetta, il Britannia. Il gotha della finanza internazionale, sempre affamato di asset convoca un po’ di sudditi italiani e chiede loro cos’hanno intenzione di fare con le privatizzazioni. Perché questo interessa a chi detiene il potere economico: la robba. Dove il liberismo è finora passato, tutti i beni appartenenti allo stato, ovvero alla collettività, sono stati svenduti – dai politici locali comprati a soldi, figa ed illusione di potere – a multinazionali, banche e gruppi finanziari, chiamandole con il nome fascinoso di privatizzazioni. E’ il nuovo imperialismo.
Facciamo un esempio. Un fondo angloamericano vuole papparsi, che ne so, l’ENI? Ci si affida ai propri agenti sul posto e, se la classe politica degli indigeni fa la riottosa, gli si scatena contro i bravi della finanza. Questa fusione non s’ha da fare. Si crea una crisi economica, si obbliga il paese ad una serie di “riforme”, ovvero a smantellare stato sociale e controllo di legge sul mercato.
Nel 1992 lo spauracchio era la svalutazione susseguente all’uscita dallo SME e la paura di non essere più parte dell’Europa. Ecco i primi governi tecnici: di Ciampi, Amato, di Prodi il professore. Soros, con le sue armi finanziarie, scatena un attacco senza precedenti contro la lira e Amato, nottetempo, è costretto, poraccio, a prelevare il riscatto dai conti correnti degli italiani. Uno scherzo da 11.500 miliardi. Allora ci dissero che era per il nostro bene, per rimanere in Europa, al passo con gli altri, per continuare a fare i fichi nei salotti buoni.
E le privatizzazioni? Ci penserà un personaggio che oggi conosciamo meglio, come attuale capo della BCE: Mario Draghi. Quel Draghi che per dieci anni circa, fino al 2001, si incarica di svendere alla finanza internazionale quasi tutto il patrimonio dell’industria statale italiana, quella che in altri tempi aveva rappresentato la nostra versione di miracolo economico. Beh, a vent’anni di distanza non mi pare che le nostre bollette di gas, luce, telefono e servizi siano drammaticamente dimagrite grazie alla maggica concorrenza del mercato autoregolantesi ma siano andate sempre più crescendo.
Finita la prima tranche di privatizzazioni, Mario Draghi torna nella tana di Goldman Sachs – uno dei beneficiari delle svendite 3×2 – alla faccia del conflitto di interessi, con un incarico di prestigio. Ottenuto quello che volevano come acconto, i poteri economico finanziari ormai senza freni ci lasciano un’idea mirabolante, l’aggancio a cambio fisso con una nuova moneta, l’Euro, una figata. Un altro grande classico del liberismo. L’anello per soggiogarli e nel buio incatenarli.
I tecnici, che poi con Prodi diventeranno politici, addirittura de sinistra, rappresentati da simboli miti come l’Ulivo, ci condurranno nel trappolone dell’Euro. Perché non se ne può fare a meno, perché svalutare ormai è brutto brutto e da cafoni. Quel che restava della nostra sovranità nazionale, già compromessa da decenni di sottomissione imperiale, cominciava definitivamente a svanire.
Tornando ai primi anni novanta. L’Italia è passata attraverso stragi, assassinii di giudici in lotta con la mafia, rivoltoloni politici di vario genere ed è finalmente pronta per un periodo di tregua armata, anche perché questa volta bisogna avere i conti in ordine ed entrare nell’Euro, come abbiamo visto. Si individua un soggetto adatto ad incantare 50 milioni di serpenti, un fenomenale pifferaio magico, molte chiacchiere e un’allergia congenita ai distintivi.
Silvio Berlusconi, l’uomo che si è fatto dal nulla, il Re Minkia che muta le televisioni in oro. Gli italiani, felici di aver ritrovato un Duce a sessantaquattro denti e altrettanto brevilineo, lo votano entusiasti e se ne fanno governare, offrendo in solazzo al sire pure le figlie vergini, per quasi vent’anni. Poi, nel 2011 qualcosa si rompe e chi si interessa di trame alla John LeCarré comincia a capire che questa volta faranno veramente le scarpe a Berlusconi, nel frattempo rincoglionitosi dietro a fichette sempre più giovani che lo distraggono dagli affari personali che ha sempre anteposto all’interesse collettivo. Berlusconi inoltre ostenta amicizie pericolose, frequenta doppiogiochisti sulla lista nera imperiale. Qualche intrallazzo di troppo con i russi e il gas, chissà. In ogni caso, come agente ormai è bruciato.
Nel 2011 inizia la fase due, quella cominciata con l’acconto del 1992 e ora giunta alla stagione dei saldi. E’ la seconda fase dello shock liberista e, per chi ha avuto possibilità di arricchirsi oltre ogni limite, l’obiettivo è l’Eurozona. Viene scatenato un nuovo attacco finanziario ma questa volta l’attacco colpisce interi paesi: dall’Irlanda alla Grecia, dalla Spagna all’Italia. Il nuovo spauracchio è lo spread, ovvero la dimostrazione che l’Euro è stato il passo più lungo della gamba e che la Germania vuole vincere facile.
Ogni giorno lo spread diventa più minaccioso, ci terrorizzano con scenari di corralitos, assalti agli sportelli e gogna collettiva degli italiani pigri e mangiaspaghetti sulla piazza di Bruxelles. Berlusconi, abilmente lavorato ai fianchi da sapienti nipotine di Mubarak, cade definitivamente in disgrazia. Prova a resistere ma, dopo l’ennesima offerta che forse non poteva rifiutare, si dimette.
Sui libri di storia che i nostri nipoti studieranno ci sarà scritto che Berlusconi era un imprenditore che fu messo a capo dell’Italia per presidiare il territorio, una specie di proconsole. Poi, invece di governare, a causa della sua ricattabilità ed incapacità congenita di evitare il fallimento come imprenditore, trascurò i suoi doveri e si occupò solo dei suoi interessi, paralizzando il suo paese in una Mirabilandia fatta di superficialità e totalmente incapace di crescere.
Nel fatal novembre, dunque, da un giorno all’altro, ci fanno credere, si forma un governo affidato ad una specie di genio della lampada, un professore della Bocconi, nientepopodimeno che Mario Monti. Governo formato da gente con carriere avviatissime, tutti pezzi da novanta che, da un giorno all’altro, decidono di piantare baracca, università e burattini, senza nemmeno un “lasciami una settimana per pensarci” e vanno a fare i ministri nel Pronto Soccorso Italia, con un malato terminale che tutti danno per spacciato. La presa della Bastiglia Italia senza sparare un colpo, con l’aiuto fondamentale, pensate, di un vecchio comunista.
Azzerato il nano ed insediatisi al potere, i tecnici che fanno? Cominciano a piazzare le cariche per la demolizione controllata dell’economia italiana. Si preparano nuove privatizzazioni, la definitiva dismissione degli ultimi brandelli di proprietà statali, le ultime perle e catenine di famiglia rimaste dopo la cura Draghi. Senza parlare degli italiani, sottoposti ad una cura da Cavallo (nel senso del famigerato ministro dell’economia ultraliberista argentino) che culminerà nella patrimoniale ai danni dei ceti mediobassi, nella riduzione progressiva del welfare e in un impoverimento generalizzato delle classi meno protette.
Mario Draghi è ormai assiso sul trono della BCE e da lassù sovrintende benedicendo urbi et orbi con la preghiera “O Euro benedetto, irreversibile tra le monete, che tu sia lodato tra le divise.” Ad un anno di distanza dal golpe finanziario con il silenziatore un grafico dice più di mille parole. C’è da stare proprio allegri.
Vent’anni quindi. Vent’anni per disfare quanto di buono era stato fatto da un’Italia affatto fannullona ma creativa ed operosa, ora ridotta all’impotenza. Distruggere l’economia per ingrassare una finanza fatta di puro denaro. Lo diceva perfino la buonanima di Cossiga. Un patrimonio di cinquant’anni di benessere che ora, dicono, “non possiamo più permetterci perché abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”.
Ho raccontato un romanzo criminale, una storia con pochi eroi, molti vigliacchi traditori e tante vittime innocenti. Una storia che, a meno di una qualche intuizione per trovarne una via d’uscita, rischia di impantanarci nel suo incantesimo, in un maleficio di povertà e regresso per gli anni a venire. Gli anni peggiori della nostra vita.
La politica è in fibrillazione e il nonnetto sul colle continua a fare pressing. Sistema economico allo sfascio? Aziende che continuano a chiudere e imprenditori che si suicidano? Disoccupazione e precariato? Carico fiscale al 75%? Debito pubblico che cresce inesorabilmente? Macchè, questa è roba buona nei discorsi in pubblico, in realtà l’intera politica è al lavoro per risolvere il LORO più grande problema: trovare una legge elettorale che consenta all’attuale sistema politico/economico di mantenere il potere.
La terra gli frena sotto i piedi e lo sanno bene. Sono anni che prendono per il culo gli italiani con promesse che non mantengono, con riforme che non fanno e quando fatte hanno causato più danni che benfici (pensioni e lavoro). Neanche il tentativo di rifarsi una verginità col governo dei banchieri spacciati per tecnici gli è andata bene. Gli Italiani ormai hanno capito che da questi farabutti ci si può aspettare solo fregature. Alle prossime elezioni l’astensione sarà elevatissima ma quelli che voteranno per quella che è al momento l’unica novità in grado di dare uno scossone alla politca saranno molti. E questa novità si chiama moVimento 5 stelle.
Sanno così bene tutto questo che la difficoltà sta proprio nel trovare una legge che qualsiasi cosa accada gli mantenga il potere tra le mani, fosse anche che il moVimento 5 stelle risulti il più votato, evenienza per nulla da escludere.
Quello che non riescono a comprendere è la forza dirompente di questo moVimento, la sua forza innovativa li travolgerà anche se rilegato ad un gruppo parlamentare di opposizione. Non sarà necessario avere la maggioranza, perchè la maggioranza non sta in parlamento ma fuori e si chiama popolo italiano, il popolo sovrano secondo quella costituzione che l’indegno inquilino del colle dovrebbe difendere.
Il moVimento 5 stelle entrerà in parlamento e solo allora, forse, si accorgeranno di essere dei morti viventi. Ma allora l’unica cosa che potranno dire sarà: Oh! Oh!
Secondo il ministro dello sviluppo Corrado Passera che conosce l’ILVA sin dai tempi di banca intesa, chiudere lo stabilimento Ilva di Taranto e fermare la produzione causerebbe “danni irreparabili”. Peccato che come evidenziano perizie e studi epidemiologici i danni irreparabili, con migliaia di morti e malati tra cui moltissimi bambini, sono la cruda realtà da anni.
Secondo uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità reso noto in queste ore (poi magari ci spiegheranno dove diavolo era in tutti questi anni questo istituto lautamente finanziato con le nostre tasse) e che verrà dettagliatamente presentato a metà settembre:
- eccesso tra il 10% e il 15% nella mortalità generale e per tutti i tumori in entrambi i generi;
- eccesso di circa il 30% nella mortalità per tumore del polmone, per entrambi i generi;
- eccesso, in entrambi i generi, dei decessi per tumore della pleura;
- eccesso compreso tra il 50%(uomini) e il 40%(donne) di decessi per malattie respiratorie acute;
- eccesso di circa il 15% tra gli uomini e 40% nelle donne della mortalità per malattie dell’apparato digerente;
- incremento di circa il 5% dei decessi per malattie del sistema circolatorio soprattutto tra gli uomini;
- eccesso per la mortalità per condizioni morbose di origine perinatale (0-1 anno)
Forse per il passerotto governativo tutti questi morti, bambini compresi, non sono un danno irreparabile sufficiente a giustificare l’immediata chiusura dello stabilimento siderurgico causa di tutto ciò. E probabilmente non considera danno irreparabile quelle migliaia di tarantini gravemente ammalati in attesa di passare a miglior vita e finire a rimpinzare le percentuali degli studi epidemiologici.
Evitare la chiusura dello stabilimento costi quel che costi. Questa la posizione del governo impegnato ad ostacolare l’iniziativa della magistratura e salvare i profitti della famiglia Riva. Poco importa se chi gestiva l’ILVA “ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza” e poco importa se le perizie parlano di disastro ambientale. Se fino ad oggi si è riuscito ad andare avanti comprando giornalisti e addetti ai controlli oggi c’è bisogno di leggi ad oc in grado di aggirare le sentenze e rendere legale l’illegale, tanto loro come hanno ammesso mai vivrebbero a Taranto e tanto meno ci farebbero crescere i loro figli e nipoti.
Che dire di più se non che l’unico vero danno irreparabile sono proprio i Passera, i Clini, i Monti, i Napolitano che li ha nominati e tutta quella cozzovaglia di parassiti che continua, in barba alla decenza, ad occupare il parlamento facendoci sprofondare sempre più nell’abisso da cui, forse, non riusciremo più a riemergere.
Il peggior Presidente della Repubblica della storia d’Italia continua a fare pressione sul mondo politico perché si cambi la legge elettorale. Il porcellum è da tutti considerato come un sistema da superare, e quindi si potrebbe pensare che Napolitano sia animato da buone intenzioni.
Tuttavia l’obiettivo del peggior Presidente della Repubblica della storia d’Italia non è quello di consentire agli italiani di scegliere i propri rappresentanti tramite un sistema maggiormente trasparente e democratico, bensì quello di garantirsi che il risultato delle elezioni sia quello da lui auspicato: un nuovo governo di larghe intese.
Nessun governo di centrodestra o di centrosinistra, infatti, potrà realizzare quanto imposto dalla UE senza subire una caduta verticale del proprio consenso elettorale, tantomeno dopo che l’Italia finirà nelle grinfie del fondo “salva-Stati” (che bisognerebbe chiamare “affossa-Stati”) e della Troika, come la Grecia. Cosa che inevitabilmente accadrà.
Quindi, finché non entreranno in vigore le modifiche ai trattati UE che consentono il sostanziale commissariamento degli Stati, Napolitano continuerà a costruire governi di larghe intese.
Se resta in piedi il porcellum, però, la cose per lui si complicano. La schifosa legge elettorale partorita da Calderoli, infatti, regala una larga maggioranza di seggi alla Camera alla lista che prende più voti. Per avere un governo di larghe intese, quindi, i partiti che sostengono Monti dovrebbero presentarsi insieme alle elezioni. Senza la certezza di vincerle, dato che una mossa del genere farebbe venire il vomito anche a quei pochi cittadini che ancora li votano.
Ecco perché Napolitano, che ha sentito benone il recente boom elettorale del Movimento 5 Stelle, spinge tanto affinché si cambi la legge elettorale: perché vuole eliminare il premio di maggioranza. In questo modo i partiti potranno presentarsi alle elezioni senza coalizioni, facendo finta di combattersi e di essere alternativi, nella speranza di motivare i propri elettorati di riferimento.
Dopo il voto, poi, ci penserà il Capo dello Stato a richiamarli alla “responsabilità” ed alla necessità di dar vita a un governo unitario….. perché ce lo chiede l’Europa, per salvare l’euro.
Fabrizio Tringali
Cos’è questo MoVimento che ha realizzato uno stravolgimento radicale del quadro parlamentare italiano e si prepara a realizzare una pacifica rivoluzione delle coscienze? Ognuno di noi si è fatto un’idea. Esistono, quindi, milioni di idee diverse. Ed il MoVimento è proprio questo: libertà individuale! Ciò che sconvolge è la trasparenza con cui questo MoVimento si trasforma e cresce. Grillo e Tavolazzi e, in Puglia, baresi contro baresi, tarantini contro tarantini… è tutto sui giornali e, prima ancora, è sul web.
Un MoVimento orizzontale, senza vertici, ruoli e carriere: già questa è un’utopia! Un’utopia realizzata. Attivisti e simpatizzanti hanno, per la prima volta nella storia, la stessa dignità: sono cittadini. Sovrani! La cosa è talmente sconvolgente che l’anziano Napolitano urla contro di noi, a tutela della Costituzione!!! Ma, Presidente! Noi chiediamo proprio il rispetto della Costituzione!!! E’ un po’ confuso. Sarà l’età (non voglio pensare, come tanti, che sia il Presidente di un sistema. Preferisco credere che la vecchiaia lo confonda…).
Sono tantissimi gli amici che aderiscono al MoVimento; tantissimi i meet-up (luogo virtuale, un po’ l’embrione del MoVimento) che si aprono in tante città e, a volte, anche nella stessa città. C’è un po’ di frenesia… Tra poco ci saranno le politiche; un’occasione storica! Nessuno vuole sbagliare ed ecco che c’è chi sforna soluzioni logistiche, chi invoca la rappresentatività come perno della democrazia, chi predilige il metodo, spingendo all’unanimità nelle decisioni… E’ ovvio che, davanti a tante personalità diverse, c’è chi arrivi ad offendere, ad insinuare… in una sorta di caccia alle streghe (questa volta l’obiettivo non sono i comunisti, ma i “carrieristi”). Tutto è pubblico, visibile. Si può fare un giro sui nostri profili su FB, per accorgersene.
Molti si aspettano che alcuni tra noi (i più “vecchi”, gli storici) prendano la situazione tra le mani e decidano il da farsi: non va così. Non deve andare così. Ognuno vale uno. Vecchio o nuovo che sia. Il nostro segreto è nell’assunzione individuale della responsabilità: noi non deleghiamo nessuno a rappresentarci. Lo facciamo solo in prossimità delle elezioni, perché è la legge ad imporcelo.
E le elezioni sono a due passi: secondo le intenzioni di voto pubblicate dai vari istituti di statistica, in Puglia saranno eletti circa 4 deputati e 2 senatori. Cresce la febbre: non possiamo sbagliare. Abbiamo la possibilità di togliere la seggiola da sotto il culo dei politicanti! In più, qualcuno di noi dovrà sedere su quelle stesse seggiole… ed ecco che la febbre elettorale sale!
Sollecitato da moltissime parti (nuovi e vecchi attivisti), chiamo al telefono Filippo Pittarello (con Casaleggio fa parte dello staff del blog di Beppe Grillo): gli pongo la questione della frenesia pugliese e lui mi risponde serafico che stiamo andando bene, di non avere fretta. Mi pare che Filippo sia un capo scout… un ragazzo pacifico, uno di quelli che sceglie scientificamente dove trascorrere le vacanze… faccia pulita… Sono tornato a respirare, serenamente. Non importa chi, tra noi, sarà candidato alle politiche (col “porcellum” i primi della lista sono automaticamente parlamentari). Non è ancora il momento: continuiamo a lavorare, a proporre, a denunciare… Solo alla fine si deciderà il metodo con cui affrontare le elezioni. Al momento stiamo raccogliendo le firme (con Zero Privilegi Puglia) per far risparmiare ai pugliesi 10 milioni di euro l’anno… Stiamo pensando ad altre iniziative… Stiamo denunciando i criminali della pubblica amministrazione… Stiamo realizzando altre utopie…
Ecco: il MoVimento è questo!
Alfredo Ronzino – M5S Nardò
Pezzi d’Italia crollano. Stavolta in Emilia. 17 morti, soprattutto operai. 350 feriti. Decine di migliaia di italiani costretti ad abbandonare le loro case. Ieri dibattito alla Camera dei Deputati. Oggi il Consiglio dei Ministri vara le misure straordinarie per far fronte all’emergenza e la relativa copertura.
Ecco. La copertura.
Se si utilizzasse il buon senso del padre di famiglia, si ridefinirebbe l’ordine delle priorità. Si dovrebbe fare sempre. No? Si sarebbe dovuto fare sia in occasione di altre catastrofi straordinarie, come il terremoto che ha colpito L’Aquila, sia al verificarsi dei numerosi disastri ormai ritenuti ordinari, come le alluvioni, le frane e le gravi conseguenze del dissesto idrogeologico, fenomeno che interessa l’80% dei comuni italiani.
Se servono risorse per ricostruire città, abitazioni, scuole ed ospedali e, nell’immediato, per alleviare i patimenti delle popolazioni colpite, si dovrebbero rivedere altri investimenti e altre spese non urgenti. Il buon padre di famiglia si preoccupa subito di ridare un tetto ai propri figli e poi, se avanzano risorse, va dal concessionario per acquistare una nuova auto. Sicuramente un’utilitaria, magari usata.
Così, dopo il terremoto che ha messo in ginocchio l’Emilia, ecco alcune iniziative concrete che un buon governo/padre di famiglia avrebbe potuto prendere, anche per dare un segnale finalmente diverso al paese/famiglia.
La prima, abbastanza simbolica (anche se quasi 3 milioni di euro non sono pochi!), poteva essere l’annullamento della parata militare del 2 giugno. Le celebrazioni si terranno comunque in tutta Italia e se ne poteva fare a meno. Si poteva emulare il Ministro della Difesa Forlani che nel 1976, in occasione del terremoto del Fiuli, decideva di mandare i militari nelle zone colpite dal sisma, anziché farle sfilare con baionette e anfibi tirati a lucido.
La seconda, abbastanza di parte (perché proposta da movimenti civici e comitati ambientalisti che danno noia e infastidiscono l’establishment economico e politico – anche se in realtà è molto più di parte lo stesso establishment economico e politico…), poteva essere la ridefinizione del piano delle cosiddette Grandi Opere. Solo a titolo di esempio, il TAV in Val di Susa costa 22 miliardi di euro; 3 metri di TAV equivalgono a una scuola materna con 4 sezioni; 500 metri sono un ospedale da 1.200 posti letto, con 226 ambulatori e 36 sale operatorie. E ne abbiamo di scuole da ricostruire, ospedali da realizzare! O no?
La terza, anch’essa di parte (perché proposta dai soliti estremisti pacifisti) poteva consistere nella rinuncia da parte del nostro Governo all’acquisto di 90 Cacciabombardieri Joint Strike Fighter F-35. Costo stimato? 181 milioni di Euro al pezzo. Il risparmio sarebbe sufficiente ad effettuare l’adeguamento strutturale di 29.000 scuole in zone a rischio sismico.
Tre iniziative che avrebbero potuto dare un segnale finalmente diverso.
E invece, Napolitano conferma la parata militare nonostante milioni di italiani richiedano, con post sui social network e mail al Quirinale, di annullarla (“State buoni cittadini. E cercate di commuovervi all’inno di Mameli! Che la Patria è soprattutto solenne e vibrante moto emozionale da far sgorgare a fiumi quando passa il fulgido soldato o sfreccia veloce nel cielo il tricolore!”).
E invece, il governo tecnico si appresta a varare l’ennesimo aumento sui carburanti, scaricando su camionisti e pendolari il costo della ricostruzione. Replicando quanto già fatto dai governi politici in occasione del disastro del Vajont del 1963, dell’alluvione di Firenze del 1966, del terremoto del Belice del 1968, del terremoto del Friuli del 1976, del terremoto in Irpinia del 1980.
Nel frattempo, il centro storico de L’Aquila è sempre puntellato e le risorse per la cura del dissesto idrogeologico sono sempre tra le prime a saltare in nome e ragione delle regole dettate dal patto di stabilità e crescita dell’UE.
Regole della finanza, imposte dal totem della crescita infinita. Regole che nulla hanno a che vedere con il benessere dei cittadini, ma che al contrario, sono esse stesse causa di disastri, sociali e materiali.
Domenico Finguerra
Più passano i mesi vissuti all’insegna del governo golpista del duo Monti/ Napolitano, più quella che inizialmente era solamente una sensazione a pelle si trasforma in una certezza granitica. Per affossare definitivamente l’Italia, eliminando lo stato sociale, svendendone il residuo patrimonio e creando un regime di polizia fiscale, dove ogni problema si “risolve” attraverso l’introduzione di una nuova tassa, non era certo necessario scomodare i banchieri di Goldman Sachs e tanti “cervelli fini” che hanno studiato alla Bocconi. Sarebbe stato sufficiente un gruppo di detenuti prelevato dalle patrie galere, che almeno avrebbero praticato il ladrocinio con quel briciolo di umanità sconosciuta ai banco robot della banda Monti.
La gestione da parte del governo dei rovinosi terremoti che stanno mettendo in ginocchio l’Emilia Romagna ed hanno già provocato una trentina di vittime e almeno 14mila sfollati, è stata fin da subito grottesca, vissuta all’insegna di un mix fra il più totale disinteresse e la ferma volontà di far si che la catastrofe non incidesse minimamente sulle casse dello stato.
Solamente poche ore prima che le scosse iniziassero a martoriare i territori oggetto della devastazione, il governo golpista, dimostrando sorprendenti doti di lungimiranza, già si era preoccupato di mettere le proprie casse in sicurezza, varando una legge che sgravava lo stato dall’obbligo della ricostruzione nel caso di calamità naturali, naturalmente senza che i media mainstream sentissero la necessità di rendere pubblica la cosa, documentata solamente all’interno di qualche trafiletto sms dell’Ansa.
Solamente dopo avere proclamato lo stato di emergenza, a tre giorni dalle prime scosse, Mario Monti assai svogliatamente ha adempiuto al suo dovere di visitare le zone terremotate, scortato dal bodyguard Cancellieri. Una toccata e fuga estremamente veloce, qualche frasetta di circostanza mormorata con il classico tono da macchinetta del casello autostradale, la promessa di devolvere qualche decina di milioni di euro, sufficienti al massimo per gestire alla meno peggio le prime settimane dell’emergenza, e poi via verso questioni più pregnanti e più degne di cotanto ingegno.
A soli 9 giorni di distanza dal primo sisma, quando ancora le popolazioni dei territori devastati vivevano sotto shock il proprio dramma, ieri mattina la terra veniva squassata da un nuovo terremoto, se possibile ancora più intenso del precedente. Altri morti (finora ne sono stati conteggiati 17), altre case e capannoni distrutti, molte altre migliaia di cittadini ritrovatisi senza una casa e senza un lavoro, altro panico ed altro dolore.
L’anomalia di quanto sta accadendo in Emilia Romagna è facilmente percettibile anche da chiunque non addetto ai lavori guardi con attenzione all’evolversi degli eventi. Un terremoto di queste proporzioni che colpisca un territorio ritenuto a basso rischio sismico è già un accadimento assai inconsueto, ma la possibilità che lo stesso territorio subisca a distanza di una settimana un nuovo sisma di elevata intensità, legato ad una faglia differente dalla prima, rasenta davvero la fantascienza. Se a queste “coincidenze” davvero originali aggiungiamo il fatto che i territori oggetto del disastro “sembra siano stati oggetto di attività di fracking e trivellazioni “misteriose”, spesso nascoste dai media sotto un candido lenzuolo e che alcuni fenomeni riscontrati, fontanazzi, liquefazione a livello del terreno, innalzamento dello stesso e apertura di lunghe e profonde fenditure, sicuramente risulterà chiaro che esiste materiale in abbondanza per procedere ad un’analisi approfondita e professionale delle troppe anomalie riscontrate.
Ciò nonostante tanto il governo quanto i tecnici al suo servizio hanno preferito glissare sull’argomento, appena sfiorato dai media mainstrem, spesso al solo scopo di metterlo in ridicolo etichetandolo come “teorie complottiste”, fingendo si tratti di un normale terremoto, una calamità naturale come quelle del passato e nulla più.
Il problema è dunque esclusivamente di ordine economico, perché se è vero che lo stato non sarà più tenuto a ricostruire le case distrutte dalle catastrofi naturali, è altrettanto vero che un aiuto nell’immediato per far sopravvivere gli sfollati, magari di malavoglia ma dovrà continuare a darlo.
Una cospicua parte dell’opinione pubblica ha fatto pressing su Giorgio Napolitano, perché procedesse a sospendere la silata militare del 2 giugno, devolvendo la spesa necessaria per mobilitare aerei, carri armati e diavolerie assortite, alle popolazioni terremotate. Ma l’imbolsito presidente (lui sa di cosa) i carri armati li ama in maniera viscerale fin dai tempi di Budapest ed ha risposto di NO.
Le macchine da guerra sfileranno lo stesso, ma lo faranno in onore dei terremotati che certo non mancheranno di apprezzare il nobile gesto, magari su qualche schermo piazzato nelle tendopoli.
A procurarsi il denaro per l’emergenza ci penserà l’usuraio di stato e siccome le visite della finanza nei bar assiepati di terremotati, non hanno finora portato grandi introiti, basterà introdurre una nuova accisa sulla benzina. Due centesimi al litro, cosa volete che sia, ed il gioco è fatto. Ecco perchè è importante avere al governo banchieri e tecnici, anche se nessuno li ha votati. Loro sanno sempre cosa fare, magari non si tratta di soluzioni originali ma raggiungono sempre lo scopo, senza privare gli italiani neppure della sfilata militare, delle scie colorate e dei mezzi da guerra comprati di recente, spendendendo decine di miliardi di euro per ordine di Washington.
Marco Cedolin
L’Italia dello spread e dei governi tecnici è uno strano paese, dove un allenatore che tira un paio di cazzotti al proprio giocatore che lo ha schernito, viene additato come becero violento e licenziato seduta stante, ma un poliziotto che bastona a sangue una donna che giace a terra indifesa, violento non lo è, anzi si propone per ricevere una promozione. Un paese confuso e confusionario, abbarbicato sui cortocircuiti logici, dove spesso vince chi urla più forte, ma se urli dalla parte sbagliata ti verrà prontamente fatto notare come sia vietato alzare la voce. Un paese dove giovani e meno giovani marciscono da mesi nelle patrie galere, per aver fatto una scritta su un muro o partecipato ad una manifestazione, ma chi in galera dovrebbe andarci sul serio, per avere ammazzato, rubato o stuprato, spesso riesce a farla franca sgusciando fra le maglie arrugginite della macchina della giustizia.
In questo clima un po’ così, a metà fra una commedia grottesca e un festival degli orrori, non poteva certo mancare qualche tombarolo che riesumasse la mummia del terrorismo degli anni di piombo, per agitarla con furia belluina dinanzi agli occhi del “popolo”, vaticinando violenze e violenze e sventure senza fine fingendo d’ignorare che in Italia le violenze e le sventure reali sono già sufficienti per indurre almeno tre persone al giorno a cercare la “salvezza” nell’aldilà, mentre durante gli anni di piombo non accadeva nulla di simile.
Chi se non Giorgio Napolitano, il presidente che ha costruito un golpe nel breve tempo che intercorre fra un’alba e un tramonto, avrebbe mai potuto rendersi interprete migliore di un simile teatrino di cattivo gusto?
“La tragedia degli anni di piombo non si ripeterà” e “non ci faremo intimidire dal terrorismo” ha tuonato stamani con fare autoritario l’uomo che tira le fila di questa colonia gestita dai banchieri, pur travestito da vecchio barbogio dai toni paternalistici. Per poi aggiungere “La risposta deve essere categorica, quanti vanno su quella strada sono dei perdenti, non si illudano di sfidare lo Stato” e “Non ci sono ragioni di dissenso politico e tensione sociale, che possano giustificare ribellismi, illegalismi, forme di ricorso alla forza destinate a sfociare in atti di terrorismo”.
Tutta questa filippica e questo scomposto agitare spettri e urne cinerarie di un tempo che fu, prende spunto dal ferimento del manager Ansaldo Roberto Adinolfi, avvenuto a Genova qualche giorno fa, che stando ad alcune ipotesi ventilate dagli acquirenti potrebbe avere una matrice terroristica. Matrice terroristica (qualcuno è arrivato perfino a resuscitare le immarcescibili Brigate Rosse) ancora tutta da dimostrare, ma avvalorata secondo i giornalisti nostrani da una dichiarazione “di solidarietà” comparsa su internet a firma GAP, dove in nostalgico linguaggio anni 70 si attaccano Monti e il capitalismo, menzionando oltre al ferimento del manager Ansaldo anche quello dell’assessore UDC Alberto Musy, avvenuto a Torino qualche mese fa e finora considerato dagli inquirenti un caso legato alla sfera personale dello stesso Musy e al suo mestiere di avvocato.
La sensazione preponderante è quella che Napolitano stia cavalcando il fantasma dell’eversione solamente per intorbidire le acque e sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi reali del paese. Niente esclude però che il disegno possa essere un poco più complesso ed il “terrorismo” venga coltivato con cura da chi gestisce il potere, per usarlo qualora il paese iniziasse a mostrare un qualche timido segnale di risveglio.
Comunque niente paura, lo stato è solido e continua ad essere un punto di riferimento e una sorgente di fiducia per il nostro comune futuro, come Napolitano ci ricorda amabilmente, anche se di fiducia nel futuro in giro, fra un suicidio e l’altro, se ne vede davvero pochina, ma come ha detto ieri Mario Monti, i responsabili di quanto sta accadendo vanno cercati altrove, meglio se fra i fantasmi di un tempo che fu.
Marco Cedolin
Al quirinale dovrebbe risiedere il Presidente della Repubblica, alias il garante della Costituzione, ma da anni è occupato da un maggiordomo sempre al servizio dei poteri economici, militari e politici che di volta in volta gli danno gli ordini trasformando di fatto la Costituzione in un qualcosa più simile ad uno zerbino piuttosto che alla carta fondamentale a cui dovrebbero ispirarsi tutte le scelte politiche del nostro paese.
Maggiordomo ai tempi di Berlusconi quando firmava senza battere ciglio ogni legge che il gran maestro del Bunga Bunga eruttava per eliminare i suoi guai giudiziari. Dal lodo Schifani al lodo Alfano, ignorando i numerosissimi costituzionalisti che gli dicevano che tali norme erano incostituzionali, senza far passare ventiquattro ore il maggiordomo ossequiosamente apponeva la sua firma facendo entrare in vigore leggi regolarmente giudicate poi incostiuzionali dalla Corte Costituzionale.
Maggiordomo ai tempi dell’inceneritore di Acerra quando di fronte ad un popolo, suoi conterranei, martoriato dall’inquinamento dei rifuti tossici industriali sversati illegalmente lanciò moniti affinché un altro distributore di morte, ma fonte inesauribile di denaro per i soliti prenditori, fosse celermente realizzato.
Maggiordomo ai tempi dello scudo fiscale, quando nulla disse di fronte ad una norma che consentì, praticamente a gratis, il rientro di capitali frutto di malaffare, corruzione e crimine organizzato oltre che di utilizzo illecito di finanziamento pubblico ai partiti.
Maggiordomo ai tempi della dichiarazione di guerra alla Libia quando di fronte al titubare del governo nonostante il suo paese ripudi la guerra si è lanciato in continui e pressanti moniti affinche le armi potessero cominciare a parlare.
Maggiordomo ai tempi della crisi economica quando obbedendo alle banche ha nominato il ragionier Monti Presidente del Consiglio e senatore a vita affinche si potesse finalmente portare a compimento il sacco dell’Italia. Paese derubato e deturpato da anni di politica corrotta e mafiosa di cui lo stesso maggiordomo si è nutrito e ingrassato.
Maggiordomo oggi quando il suo datore di lavoro (il popolo sovrano) comincia a rendersi conto che l’unica via di uscita è sbarazzarsi di tutto questo marciumo politco-economico-mafioso. Ed ecco che allora da arbitro il maggiordomo si trasforma immediatamente in tifoso. un Ultrà vero e proprio, pronto a difendere con le unghie e con i denti quel sistema che tanto benessere gli ha garantito e scagliarsi contro chi sta diventando una realtà sempre più conosciuta ed apprezzata. Quindi no all’antipolitica e no ai demagoghi è l’ultimo monito del maggiordomo sul colle. Un invasione di campo senza precedenti, una palese violazione delle regole e della Costituzione ad un paio di settimane di un importante voto amministrativo, un voto che nonostante i maggiordomi, i ragionieri e tutto quel baraccone di politici marci e corrotti vedrà il moVimento 5 stelle decollare. Lo sentite l’orologio …. tic, tac, tic, tac … i partiti sono morti e il loro funerale è sempre più vicino.











