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Archive for napolitano

feb
08

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impeachment

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DENUNCIA PER LA MESSA IN STATO DI ACCUSA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, CONCERNENTE IL REATO DI ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA

Il Presidente della Repubblica, On. Giorgio Napolitano, nell’esercizio delle sue funzioni, ha violato – sotto il profilo oggettivo e soggettivo, e con modalità formali ed informali – i valori, i principi e le supreme norme della Costituzione repubblicana.

Il compimento e l’omissione di atti e di fatti idonei ad impedire e a turbare l’attività degli organi costituzionali, imputabili ed ascrivibili all’operato del Presidente della Repubblica in carica, ha determinato una modifica sostanziale della forma di stato e di governo della Repubblica italiana, delineata nella Carta costituzionale vigente.

Si rilevano segnatamente, a seguire, i principali atti e fatti volti a configurare il reato di attentato alla Costituzione, di cui all’articolo 90 Cost..

1. ESPROPRIAZIONE DELLA FUNZIONE LEGISLATIVA DEL PARLAMENTO E ABUSO DELLA DECRETAZIONE D’URGENZA

La nostra Carta costituzionale disegna una forma di governo parlamentare che si sostanzia in un saldo rapporto tra Camere rappresentative e Governo. La prevaricazione governativa assoluta, caratterizzata da decretazione d’urgenza, fiducie parlamentari e maxiememendamenti configura, piuttosto, un ordinamento altro e diverso che non conosce più il principio supremo della separazione dei poteri.

Il predominio legislativo da parte del Governo, attraverso decreti legge, promulgati dal Presidente della Repubblica, viola palesemente sia gli articoli 70 e 77 della Costituzione, sia le norme di primaria rilevanza ordinamentale (quale la Legge n. 400 del 1988), sia numerose sentenze della Corte costituzionale (tra tutte: sentenza n. 29 del 1995, n. 22 del 2012 e n. 220 del 2013).

Ma al di là del pur impressionante aspetto quantitativo che, comunque, sotto il profilo del rapporto costituzionale tra Parlamento e Governo assume fortissima rilevanza, è necessario rimarcare, parallelamente, una preoccupante espansione della loro portata, insita nei contenuti normativi e, soprattutto, nella loro eterogeneità.

Aspetto ulteriormente grave è la reiterazione, attraverso decreto- legge, di norme contenute in altro decreto-legge, non convertito in legge. La promulgazione, da parte del Presidente della Repubblica, di simili provvedimenti è risultata in palese contrasto con la nota sentenza della Corte costituzionale n. 360 del 1996, che ha rilevato come «il decreto- legge reiterato – per il fatto di riprodurre (nel suo complesso o in singole disposizioni), il contenuto di un decreto-legge non convertito, senza introdurre variazioni sostanziali – lede la previsione costituzionale sotto più profili».

La forma di governo parlamentare, alla luce dell’attività normativa del Governo, pienamente avallata dalla connessa promulgazione da parte del Presidente della Repubblica, si è sostanzialmente trasformata in «presidenziale» o «direttoriale», in cui il ruolo costituzionale del Parlamento è annientato in nome dell’attività normativa derivante dal combinato Governo-Presidenza della Repubblica.

2. RIFORMA DELLA COSTITUZIONE E DEL SISTEMA ELETTORALE

Il Presidente della Repubblica ha formalmente e informalmente incalzato e sollecitato il Parlamento all’approvazione di un disegno di legge costituzionale volto a configurare una procedura straordinaria e derogatoria del Testo fondamentale, sia sotto il profilo procedimentale che sotto quello degli organi deputati a modificare la Costituzione repubblicana.

In particolare, il disegno di legge costituzionale governativo presentato alle Camere il 10 giugno 2013, sulla base dell’autorizzazione da parte del Capo dello Stato, istituiva una procedura di revisione costituzionale in esplicita antitesi sia rispetto all’art. 138 Cost., sia rispetto all’art. 72, quarto comma, della Costituzione che dispone: «La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale».

Il Capo dello Stato ha, dunque, promosso l’approvazione di una legge costituzionale derogatoria, tra le altre, della norma di chiusura della Costituzione – ovvero l’art. 138 Cost. – minando uno dei principi cardine del nostro ordinamento costituzionale: la sua rigidità. Egli ha tentato di trasformare la nostra Carta in una Costituzione di tipo flessibile. Flessibilità che, transitivamente, si sarebbe potuta ritenere espandibile, direttamente ed indirettamente, alla Prima Parte della Costituzione repubblicana, in cui sono sanciti i principi fondamentali della convivenza civile del nostro ordinamento democratico.

Il Presidente della Repubblica ha, inoltre, in data 24 ottobre 2013, nel corso dell’esame parlamentare riferito alla riforma della legge elettorale, impropriamente convocato alcuni soggetti, umiliando istituzionalmente il luogo naturalmente deputato alla formazione delle leggi. Si tratta, segnatamente, del Ministro per le Riforme Costituzionali, del Ministro per i Rapporti con il Parlamento e Coordinamento delle Attività di Governo, dei Presidenti dei Gruppi Parlamentari “Partito Democratico”, “Popolo della Libertà” e “Scelta Civica per l’Italia” del Senato della Repubblica, e del Presidente della Commissione Permanente Affari Costituzionali del Senato.

3. MANCATO ESERCIZIO DEL POTERE DI RINVIO PRESIDENZIALE

Il Presidente della Repubblica, recita l’articolo 74 della Costituzione, prima di promulgare un progetto approvato dalle due Camere, può rinviarlo al mittente, chiedendo una nuova deliberazione. Il rinvio presidenziale costituisce una funzione di controllo preventivo, posto a garanzia della complessiva coerenza del sistema costituzionale.

Spiccano, con evidenza, alcuni mancati e doverosi interventi di rinvio presidenziale, connessi a norme viziate da incostituzionalità manifesta.

Possono, in particolare, evidenziarsi sia con riferimento alla legge n. 124 del 2008 (c.d. «Lodo Alfano»), sia con riguardo alla legge n. 51 del 2010 (c.d. «Legittimo impedimento»). Nel primo caso, le violazioni di carattere costituzionale commesse ad opera della Presidenza della Repubblica sono risultate duplici, stante sia l’autorizzazione alla presentazione alle Camere del disegno di legge governativo, sia la sua relativa promulgazione; norma, questa, dichiarata integralmente incostituzionale dalla Consulta con sentenza n. 262 del 2009. Nel secondo caso, la legge promulgata è stata dichiarata parzialmente illegittima dalla Corte costituzionale, con sentenza n. 23 del 2011 ed integralmente abrogata con referendum popolare del giugno 2011.

4. SECONDA ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Ai sensi dell’articolo 85, primo comma, della Costituzione «Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni». É, dunque, evidente che il testo costituzionale non contempla la possibilità dello svolgimento del doppio mandato da parte del Capo dello Stato.

A tal riguardo, il Presidente Ciampi ebbe a dichiarare che: «Il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato».

In definitiva, anche in occasione della sua rielezione, il Presidente della Repubblica – accettando il nuovo e doppio incarico – ha violato la forma e la sostanza del testo costituzionale, connesso ai suoi principi fondamentali.

5. IMPROPRIO ESERCIZIO DEL POTERE DI GRAZIA

L’articolo 87 della Costituzione assegna al Presidente della Repubblica la possibilità di concedere la grazia e di commutare le pene. La Corte costituzionale ha sancito, a tal riguardo, con sentenza n. 200 del 2006, che tale istituto trova supporto costituzionale esclusivamente al fine di «mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio per eccezionali ragioni umanitarie».

Viceversa, in data 21 dicembre 2012, il Capo dello Stato ha firmato il decreto con cui è stata concessa al direttore del quotidiano “Il Giornale”, dott. Sallusti, la commutazione della pena detentiva ancora da espiare nella corrispondente pena pecuniaria. A sostegno di tale provvedimento presidenziale, il Quirinale ha «valutato che la volontà politica bipartisan espressa in disegni di legge e sostenuta dal governo, non si è ancora tradotta in norme legislative».

Analogamente, il Presidente della Repubblica, in data 5 aprile 2013 ha concesso la grazia al colonnello Joseph L. Romano, in relazione alla condanna alla pena della reclusione e alle pene accessorie inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010. La Presidenza della Repubblica ha reso noto che, nel caso concreto, «l’esercizio del potere di clemenza ha così ovviato a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico».

Con nota del 13 agosto 2013, inoltre, il Presidente della Repubblica ha impropriamente indicato le modalità dell’esercizio del potere di grazia, con riferimento alla condanna definitiva del dottor Berlusconi, a seguito di sentenza penale irrevocabile relativa a gravissimi reati.

Dunque, anche con riguardo agli istituti di clemenza, il potere nelle mani del Capo dello Stato ha subito una palese distorsione, ai fini risolutivi di controversie relative alla politica estera ed interna del Paese.

6. RAPPORTO CON LA MAGISTRATURA: PROCESSO STATO – MAFIA

Anche nell’ambito dei rapporti con l’ordine giudiziario i comportamenti commissivi del Presidente della Repubblica si sono contraddistinti per manifeste violazioni di principi fondamentali della nostra Carta costituzionale, con riferimento all’autonomia e all’indipendenza della magistratura da ogni altro potere statuale.

La Presidenza della Repubblica, attraverso il suo Segretario generale, in data 4 aprile 2012, ha inviato al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione una lettera nella quale si chiedevano chiarimenti sulla configurabilità penale della condotta di taluni esponenti politici coinvolti nell’indagine concernente la trattativa Stato-mafia e, addirittura, segnalando l’opportunità di raggiungere una visione giuridicamente univoca tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta.

Inoltre, il Presidente della Repubblica ha sollevato Conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, in merito ad alcune intercettazioni telefoniche indirette riguardanti lo stesso Capo dello Stato. Tale iniziativa presidenziale, fortemente stigmatizzata anche da un presidente emerito della Corte costituzionale, ha mostrato un grave atteggiamento intimidatorio nei confronti della magistratura, oltretutto nell’ambito di un delicatissimo procedimento penale concernente la presunta trattativa tra le istituzioni statali e la criminalità organizzata.

Sempre con riferimento al suddetto procedimento penale, il Presidente della Repubblica ha inviato al Presidente della Corte di Assise di Palermo una missiva, al fine di sottrarsi alla prova testimoniale. In particolare egli ha auspicato che la Corte potesse valutare «nel corso del dibattimento a norma dell’art. 495, comma 4, c.p.p. il reale contributo che le mie dichiarazioni, sulle circostanze in relazione alle quali è stata ammessa la testimonianza, potrebbero effettivamente arrecare all’accertamento processuale in corso».

 ***

Il Presidente della Repubblica in carica non sta svolgendo, dunque, il suo mandato, in armonia con i compiti e le funzioni assegnatigli dalla Costituzione e rinvenibili nei suoi supremi principi.

Gli atti e i fatti summenzionati svelano la commissione di comportamenti sanzionabili, di natura dolosa, attraverso cui il Capo dello Stato ha non solo abusato dei suoi poteri e violato i suoi doveri ma, nei fatti, ha radicalmente alterato il sistema costituzionale repubblicano.

Pertanto, ai sensi della Legge 5 giugno 1989, n. 219, è quanto mai opportuna la presente denuncia, volta alla messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica per il reato di attentato alla Costituzione

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Napolitano, il Presidente superpartes al suo secondo mandato dopo che egli stesso affermò tale ipotesi al limite della costituzionalità, ha dichiarato ieri: “I Cinque Stelle se ne fregano dei problemi della gente”. Ora, senza andare nel merito delle figura del Presidente della Repubblica e della suo dovere di stare sopra le parti, quello che mi preme, in quanto aderente al 5 Stelle, è specificare il termine “gente” e dare un pò di concretezza alle parole del vecchietto sul colle.

Me ne frego, anzi me ne fotto della gente se per gente intendiamo chi si considera al di sopra della legge.

Me ne frego, anzi me ne fotto della gente se per gente intendiamo quella cozzovaglia di politicanti che da decenni occupa, grazie anche ad una legge elettorale incostituzionale, il parlamento e che, ingozzandosi di privilegi e fiumi di denaro, hanno portato questo paese al totale dissesto socioeconomico e culturale.

Me ne frego, anzi me ne fotto della gente se per gente intendiamo quella pletora di pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti che giornalmente raccontano agli italiani la favola della “responsabilità” ed intanto si intascano miliardi di finanziamenti pubblici.

Me ne frego, anzi me ne fotto della gente se per gente intendiamo quell’esercito di corrotti e collusi che da tempo ha ormai invaso ed occupato i gangli nevralgici della pubblica amministrazione.

Me ne frego, anzi me ne fotto della gente se per gente intendiamo tutti quei “prenditori” che antepongono il profitto ai diritti ed al benessere collettivo.

Me ne frego, anzi me ne fotto della gente se per gente intendiamo quelli che hanno distrutto una delle città più belle e ricche del mondo come Taranto o la cosidetta “terra dei fuochi” e molte altre ancora e che oggi, davanti all’evidenza dei loro disastri, continuano la loro opera di predatori utilizzando l’arma del ricatto occupazionale.

Me ne frego, anzi me ne fotto della gente se per gente intendiamo quelli che non ripudiano la guerra e raccontano o si nascondono dietro la favola delle missioni di pace.

Me ne frego, anzi me ne fotto della gente se per gente intendiamo un Presidente della Repubblica che non se ne frega delle categorie sopraelencate ma ne frega, anzi se ne fotte di tutti gli atri.

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ott
02

Il sospiro del morto

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vendita

Il popolo Italiano oggi tirerà un sospiro di sollievo. Dopo giorni di terrore mediatico sulle conseguenze funeste di un’ipotetica quanto improbabile crisi di governo e conseguente voto anticipato, mezzibusti incartapecoriti belli e sorridenti gli annunceranno lo scampato pericolo grazie alla responsabilità di valorosi uomini e donne che hanno avuto il coraggio di ribellarsi al padrone.

A Berlusconi toccherà la parte dell’irresponsabile arrocato nel suo castello di Arcore coi fedelissimi, mentre agli Alfano & Co la parte dei finti dissidenti belli saldi sulle proprie poltrone e a Letta, come prima a Monti, quella del salvatore della patria.

Una bella scenetta non c’è che dire. Finalmente un governo di unità nazionale senza però l’imbarazzante presenza del cavaliere. Cavaliere che dal suo castello brianzolo lancerà anatemi ad un governo a guida PD, ma con i propri lacchè sempre a disposizione e pronti a soddisfare i desideri del loro padrone.

Nel frattempo l’agenda Monti, ovvero della BCE, proseguirà. La Costituzione verrà stravolta ed adattata alle regole del mercato, i gioielli di famiglia svenduti, i diritti smantellati uno ad uno e il sistema pubblico, dalla scuola alla sanità, dato in gestione ai soliti prenditori.

Alle prossime elezioni di fronte ad un paese dissestato e con le pezze al culo, i finti dissidenti torneranno dal loro papà pronto a riabbracciare e perdonare i propri figli. Tutti possono sbagliare. E così all’insegna del lo avevo detto io, questo governo sarebbe stata una catastrofe vincerà nuovamente le elezioni per poter dare al paese la “soluzione finale”.

Il popolo Italiano oggi tirerà un sospiro, il sospiro del morto e Napolitano ringrazia.

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ott
01

Letta e riLetta

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alfetta

Di Marco Cedolin

Quando in primavera nacque il governo Letta, nel segno dell’inciucio e del golpe di Napolitano, lo scopo era quello di trascinarsi per qualche mese, mistificando i drammatici problemi di un paese moribondo e colonizzato da Bruxelles, attraverso il fumo creato dai temi etici (leggi sul femminidio e l’omofobia) ed un patetico tira e molla concernente la rata di luglio dell’Imu, quasi da essa dipendesse il futuro degli italiani.

Dopo tanto trascinarsi, senza senso e senza prospettive, Letta ed Alfano (o vicersa che è la stessa cosa) hanno comunque dovuto confrontarsi con Bruxelles e con gli impegni presi a livello europeo dai mestieranti politici, senza mai avere interpellato i cittadini.

Avendo promesso al popolo meno tasse e tangibili segnali di ripresa ed a Bruxelles più denaro da devolvere alle banche, in quel gioco al massacro chiamato debito pubblico, si sono trovati giocoforza in un cul de sac dal quale poteva sembrare impossibile uscire.

Ma il bestiario politico italiano, capitanato da Giorgio Napolitano è una confraternita piena di risorse, alla quale i lampi di genio non mancano mai alla stessa stregua degli utili idioti, dentro e fuori dal parlamento.

Dopo un paio di settimane vissute all’insegna del gioco delle tre carte, Imu a dicembre si, Imu a dicembre no, aumento dell’IVA si o in sostituzione aumento della benzina e dell’Irap e via discorrendo, che tradotto in cruda realtà stava a significare “non riusciamo a decidere se darti tante bastonate sulla schiena o piuttosto una coltellata”, ecco trovato l’uovo di Colombo, necessario per ottenere la quadratura del cerchio.

Una crisi di governicchio pilotata, un utile idiota disposto ad arrampicarsi sugli specchi per difendere il proprio status quo ed una massa di utili idioti equamente divisa fra berlusconiani ed anti berlusconiani, disposta a bersi qualsiasi corbelleria, nel nome dell’odio o dell’amore per il salapuzio di Arcore.

“Abbiamo deciso di darvi sia la coltellata, sia le bastonate, ma la colpa non è nostra, bensì della crisi di governo e per proprietà transitiva di Berlusconi che la crisi l’ha creata, inseguendo il proprio tornaconto personale.”

Aumenteranno l’IVA e pure la benzina ed a dicembre tornerà l’ICI, senza che venga accantonato il progetto di una nuova service tax a carico degli inquilini, ma non sarà colpa del governicchio Letta che deve devolvere quanto promesso a Bruxelles, bensì della sua crisi e di chi l’ha ingenerata.

Letta ed Alfano non avrebbero mai fatto qualcosa di così disdicevole e lo dimostreranno tornando fra qualche settimana a governare, con una nuova maggioranza d’inciucio allargato e la benedizione di Napolitano che ha tirato le fila di questa ennesima comedia dell’orrore. L’Italia della disoccupazione, dei suicidi e dei portafogli ancora più vuoti tornerà ad avere un governo ed a parlare di temi etici, fingendo che tutto vada per il meglio, almeno fino a quando EquiBruxelles non busserà per esigere la prossima rata e ricomincerà il gioco delle tre carte, perchè in Italia mancheranno anche i soldi, ma gli utili idioti no, quelli non mancheranno mai.

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costituzione

La nostra Costituzione, sicuramente una delle più belle costituzioni del mondo, scritta da menti illuminate e sagge non è mai, e sottolineo mai, stata applicata. I nostri politici che non hanno mai fatto nulla per dare concretezza ai diritti ed ai principi sanciti da questa fondamentale carta si accingono oggi a modificarla e lo vogliono fare nel modo più scorretto possibile andando, per prima cosa, a modificare l’articolo 138 che definisce le modalità con cui la Costituzione può esssere modificata.

Una norma che prevede un iter specifico, delle ampie maggioranze e persino il referendum confermativo per evitare appunto colpi di mano da parte di una classe dominante. I nostri padri costituenti uscivano da un ventennio di dittatura e sapevano bene quanto fosse reale questo pericolo. Pericolo che oggi si sta concretizzando grazie al governo del partito unico capeggiato da Napolitano.

Nessuna forza politica in campagna elettorale ha annunciato modifiche alla costituzione, quindi non solo questi partiti con le attuali regole non avrebbero i numeri per modificare la Costituzione, ma non hanno nessuna legittimità popolare a farlo. E’ per questo che in piena estate si accingono a modificare le regole per modificare la costituzione. Tocca noi cittadini, veri custodi della costituzione che da decenni attendiamo invano la sua applicazione concreta, difenderla. Il lavoro fatto i parlamentari 5 stelle in questi giorni è stato qualcosa di eccezionale che è riuscito a rimandare il tutto a settembre.

Abbiamo un mese di tempo per agire. tocca a noi.

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