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“Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda,
Prima che sia troppo tardi!
Prima di abituarci alle loro facce!
Prima di non accorgerci più di niente!”
Peppino Impastato fu assassinato dalla mafia il 9 Maggio del 1978.
Cinque giorni dopo i suoi concittadini lo elessero Consigliere Comunale. La prima volta che degli elettori votavano un morto.
Si possono uccidere le persone, ma non le idee.
La violenza sulle donne, come noto, è un fenomeno molto diffuso. Oltre ai drammatici eventi riportati dai media, moltissimi sono i casi che quotidianamente passano nel totale silenzio, spesso sono violenze che non lasciano lividi o segni evidenti dall’esterno. Altrettanto noto è la carenza di servizi a favore delle donne maltrattate. Erogati da soggetti diversi, in genere associazioni di volontariato e totalmente scordinati tra loro riescono ad intercettare solo pochi casi.
I Comuni, istituzioni più vicine al cittadino, devono assumersi l’onere (e l’onore) di organizzare questi servizi. In collaborazione e coordinazione con le associazioni di volontariato, che con l’esperienza maturata sul campo in anni di attività rappresentano un bagaglio di competenze e conoscienze di grande valore, il Comune dovrebbe mettere a disposizione risorse e strutture, promuovere e sviluppare protocolli d’intesa con altre istituzioni (ordini professionali – avvocati, medici, psicologi) al fine di diffondere sul proprio territorio i servizi idonei a dare risposte a questo drammatico, quanto vergognoso, problema.
Personalmente mi impegnerò tanto sul portale nazionale del moVimento 5 stelle quanto nelle attività del moVimento 5 stelle Ostuni e nella formulazione del programma per le prossime elezioni amministrative a sensibilizzare e elaborare proposte concrete, considerando questo impegno una battaglia di civiltà di primaria importanza.
Pagata a cottimo 30-40 euro al giorno per 16 ore di lavoro in una fabbrica di scarpe di Empoli. Nel 2009 ha provato ad accedere alla sanatoria, pagando 3000 euro uno dei tanti truffatori che sulle sanatorie “una tantum” fanno un sacco di soldi: da sempre. È una delle ragazze che abbiamo incontrato il 4 febbraio nel corso della visita al Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Ponte Galeria, organizzata dalla campagna LasciateCIEntrare. La ragazza è cinese, non parla italiano e a fare da ponte è un mediatore della cooperativa Auxilium che gestisce il centro dall’1 marzo 2012. La ragazza ci dice “non vogliamo essere irregolari” e chiede: “perché il governo italiano non dà la possibilità di ottenere documenti regolari a chi ha un lavoro senza metterci nelle mani dei truffatori?”, domanda alla quale, ovviamente, non possiamo rispondere. Non c’è nessuna “logica” in un sistema che da ormai 15 anni continua a ingrandirsi nonostante le violazioni dei diritti umani quotidiane, le denunce delle associazioni, dei movimenti e delle organizzazioni internazionali e nonostante la sua inefficacia ormai conclamata rispetto agli obiettivi ad esso attribuiti dal legislatore.
Tutte cose chiare anche a molti rappresentanti delle forze dell’ordine e del Ministero dell’Interno, ma, per così dire, “rimosse” dai Governi e dai Parlamenti che si sono succeduti nel corso del tempo. I CIE vanno chiusi perché sono disumani, perché sono inutili e perché con le risorse che servono per crearli e gestirli si potrebbero fare molte altre cose più utili per i circa 4,5 milioni e mezzo di cittadini stranieri che sono stabilmente presenti nel nostro paese. Ma per chiuderli bisogna ripensare completamente la disciplina che regola l’ingresso e il soggiorno nel nostro paese. Sembra averlo chiaro anche il personale che oggi ci ha accompagnati durante la visita.
La giovane C. e le altre tre ragazze che stanno nella sua stanza, ad esempio, per venire in Italia hanno dovuto pagare tra gli 8.000 e i 10.000 euro. Lei questo debito non ha ancora finito di pagarlo. Se avesse potuto venire liberamente in Italia per cercare lavoro, forse avrebbe potuto impiegare quei soldi per far studiare con maggiore tranquillità la figlia, ancora all’università in Cina, oppure darsi tempo per cercare un lavoro meno disumano di quello che ha svolto a Empoli. Il suo sfruttamento non ha potuto neanche denunciarlo perché comunicare con un legale all’interno dei CIE non è così facile. Il coordinatore degli operatori ci ha spiegato che nella convenzione stipulata dall’ente gestore con la Prefettura (41 euro pro capite pro die) non è compreso il servizio di mediazione con gli avvocati che provengono dall’esterno. Come faccia un legale a ricostruire la storia di una ragazza cinese che non parla italiano senza potersi avvalere di un mediatore è tutto da capire. Non abbiamo modo per altro di verificare le affermazioni dell’operatore: non solo la convenzione, ma persino il bando di gara in base ai quali Auxilium ha “vinto” la gestione del CIE sottraendola alla Croce Rossa Italiana, non sono pubblici. Vedremo se, come promesso dalla dirigente della Prefettura che ci ha accompagnati, riusciremo a ottenerne copia nei prossimi giorni.
Parlare di soldi in una visita come questa ha qualcosa di tremendo. Quello di Ponte Galeria è un CIE molto grande, può “ospitare” fino a 360 persone (anche se mediamente le persone presenti all’interno del centro sono molte meno, oggi 105 uomini e 50 donne): tutta la struttura è recintata con sbarre alte cinque metri e i panni stesi su un filo appeso tra una staccionata e l’altra non fanno che enfatizzarne la natura detentiva.
Ma parlare di soldi è necessario soprattutto oggi che la politica della spending review ci ricorda in ogni momento che la priorità è una sola: tagliare la spesa pubblica per abbassare il debito. Si è tagliato infatti da tutte le parti: su scuola, ricerca, sanità, servizi sociali e per i non autosufficienti, ma non si è tagliato sui CIE. Gli ultimi bandi sono stati fatti al ribasso, ma lo stanziamento complessivo previsto nel bilancio dello Stato per il 2013 non sembra essersi abbassato: 194,7 milioni di euro allocati sul capitolo di bilancio 2351 (2) e altri 41,5 milioni di euro allocati sul capitolo 7351 (2). Pochi soldi se paragonati alle dimensioni dell’ultima finanziaria, molti se paragonati a quelli investiti dallo Stato italiano nelle politiche di inclusione sociale. Sicuramente soldi “interessanti” per quegli enti che grazie alla gestione dei CIE hanno fatto lievitare i loro bilanci. Soldi che però sulle vite delle persone che nel CIE hanno la sfortuna di stare – potenzialmente fino a 18 mesi, in media 4-5 mesi secondo i funzionari della questura di Roma – provocano solo sofferenza. E c’è chi non riesce a sopportarla come le due persone che a Ponte Galeria si sono suicidate l’anno scorso.
Risulta difficile spiegare alle donne e agli uomini chiusi a Ponte Galeria che lo Stato per motivi “burocratici” non riesce ad identificare in carcere i migranti irregolari che vi sono detenuti e che quella vera e propria doppia pena detentiva che è il trattenimento in un CIE è necessaria. Il problema è l’identificazione che non può avvenire senza la collaborazione delle ambasciate, dicono i rappresentanti della Questura. Ma anche il mancato coordinamento tra le amministrazioni del Ministero dell’interno e del Ministero della Giustizia, diciamo noi.
Così come risulta impossibile obiettare a chi ci dice che i pasti sono immangiabili: il direttore del centro ci dice infatti che dei 41 euro pro capite previsti da convenzione, circa 32 vengono spesi per il personale, 3,5 per un “pocket money” che le persone possono spendere per comprare schede telefoniche o merendine: per i pasti veri restano appena 5 euro.
Che serva molto personale per gestire una struttura come questa è indubbio. Secondo il direttore del centro i lavoratori impiegati sono in tutto 75, per ogni turno diurno sono presenti circa 20 persone tra operatori dell’ufficio legale, dell’amministrazione, del magazzino, del servizio di distribuzione mensa, medici, infermieri e mediatori, il doppio di quelle previste nel progetto che ha vinto la gara di appalto. Gara al ribasso vuol dire anche questo: sottodimensionamento del personale, salari bassi, ritardi nei pagamenti degli stipendi e spiccioli per pagare il resto delle spese tra le quali i pasti non dovrebbero essere considerati esattamente un lusso. Oppure l’acqua calda che, come hanno gridato alcuni uomini detenuti nel centro incontrati solo a distanza, a dividerci le sbarre, manca.
Il paradosso è che dopo 4, 5, anche 8 mesi di detenzione se la persona non viene identificata viene “rilasciata” con l’ordine di lasciare il territorio dello stato entro 7 giorni. Molti non lo fanno e dopo qualche mese vengono fermati e tornano in un CIE. Può accadere una, due, anche otto volte come ci ha detto la responsabile dell’ufficio immigrazione del CIE. E ogni volta “l’iter” ricomincia da capo. Una spirale perversa: che deve finire.
Grazia Naletto
Sono 54 i paesi, fra cui anche l’Italia, coinvolti in vario modo nel programma di “extraordinary rendition” della Cia, sia ospitando prigioni segrete che offrendo aiuto nella cattura, il trasporto o la tortura di sospetti terroristi.
Lo afferma un dettagliato rapporto diffuso da un’associazione per i diritti umani di New York, la Open Society Justice Initiative, che cita i casi di 136 persone vittime del programma.
“La responsabilità degli abusi ricade non solo sugli Stati Uniti, ma anche su decine di governi stranieri che ne sono stati complici”, si legge nel rapporto, intitolato: “Globalizing Torture: CIA Secret Detention and Extraordinary Rendition”.
A seguito degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la Central Intelligence Agency ha avviato un programma di detenzione segreta e straordinaria di sospetti terroristi. Il programma è stato progettato per permettere gli interrogatori dei detenuti al di là della disposizioni della legge. Sospetti terroristi sono stati sequestrati e segretamente portati oltre i confini nazionali per essere interrogati dai governi stranieri o dalla stessa CIA usando tecniche di tortura.
Globalizing Torture è il resoconto più completo, un concentrato di violazioni dei diritti umani connessi con la detenzione segreta della CIA e le operazioni di detenzione straordinarie. Più di 10 anni dopo gli attacchi del 2001, La globalizing torture rende inequivocabilmente chiaro che è giunto il momento per gli Stati Uniti ei suoi partner di ripudiare definitivamente queste pratiche illegali e ammettere le proprie responsabilità per le violazioni dei diritti umani.
Truffa, corruzione, associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti, violazione delle norme paesaggistiche, abuso d’ufficio e frode nelle pubbliche forniture, sono i reati ipotizzati dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta coordinata dai pm Giulio Monferini e Gianni Tei che hanno proceduto alla perquisizione delle sedi di alcune delle maggiori cooperative edili italiane.
Al momento risultano essere 36 le persone indagate in un’inchiesta che ruota intorno al passante TAV di Firenze, portata avanti dagli stessi magistrati che già avevano imbastito il processo per la devastazione ambientale del Mugello nel corso dello scavo delle gallerie del TAV. Fra loro anche la ex presidente della regione Umbria del PD Maria Rita Lorenzetti, per reati compiuti in qualità di presidente di Italferr e quello stesso Ettore Icalza già noto alle cronache giudiziare per affari di tangenti sempre legati alla costruzione dell’infrastruttura per l’alta velocità.
Le indagini che hanno preso il via da accertamenti relativi all’utilizzo delle terre di scavo tossiche e al loro smaltimento, ha comportato anche il sequestro di una talpa, assemblata a detta degli inquirenti con materiale scadente e l’accertamento della condizione sulle gallerie costruite, che sarebbero state realizzate con materiale ignifugo scadente, allungato con acqua, creando gravi problemi nell’ambito della sicurezza delle stesse.
Ancora una volta, come già accaduto spesso in passato, il mostro chiamato TAV si palesa nella sua vera veste di fucina degli interessi mafiosi e del malaffare, passando attraverso la politica e le cooperative edili che da oltre 20 anni costruiscono profitti illeciti sulle spalle dei contribuenti italiani, grazie ad un’opera tanto inutile quanto foriera di intrallazzi di ogni tipo.
Ma nonostante questa evidenza, fino ad oggi in galera hanno continuato ad andarci solo coloro che hanno osato combattere la mafia del TAV, mentre gli altri, quelli delle associazioni a delinquere, in qualche maniera se la sono sempre cavata, pronti a tornare a fare il proprio “mestiere” come il buon Ettore Icalza.
Marco Cedolin
La corruzione nella politica e nella pubblica amministrazione, si sa, è uno dei mali più gravi del nostro paese. Transparency international, il più accreditato ente di ricerca sul fenomeno della corruzione, colloca l’Italia al 67° posto, dopo il Ghana e il Rwanda, della classifica mondiale per tasso di corruzione percepita.
E la Corte dei Conti calcola in circa 60 miliardi di euro l’anno il costo della corruzione in Italia. Costo a cui vanno aggiunti quelli indiretti, derivanti dalle inefficienze e dai ritardi dei servizi pubblici che sempre la corruzione si porta dietro.
Di fronte a questo quadro il Governo dei tecnici guidato da Mario Monti ha deciso di presentare un disegno di legge chiamato “anticorruzione”, che però, nonostante gli sforzi profusi, non è riuscito, finora, a far approvare in Parlamento. Un dibattito surreale tra favorevoli e contrari (ma ci sono parlamentari favorevoli alla corruzione?) che si trascina da mesi senza arrivare in porto.
Ma cosa prevede questo disegno di legge e serve davvero a combattere il fenomeno della corruzione?Secondo me la legge presentata dal Governo serve a ben poco e, anzi, contiene degli errori che rischiano di provocare danni maggiori dei vantaggi.
L’unica novità positiva è l’innalzamento della pena per il delitto di corruzione che passa da una pena massima di 5 anni ad una pena massima di 8 anni. Sempre meno del furto di un’autoradio, punito con una pena massima di 10 anni, ma almeno un passo avanti. Per il resto cambia poco o nulla.
Il delitto di corruzione privata (che significa la corruzione nelle banche, nelle assicurazioni, nelle compagnie telefoniche, nelle multinazionali del petrolio e dell’energia) resta procedibile a querela della persona offesa (come se fosse un affare privato e non un danno per la collettività) e, soprattutto, resta limitato ai vertici delle società private. Per cui, per capirci, se un direttore di filiale di una banca prende una tangente per dare un finanziamento senza garanzie, non risponde di nessun reato.
Il traffico di influenze, cioè la condotta di chi si fa pagare per procurare favori presso un pubblico ufficiale, certamente una novità interessante, viene punito con una pena irrisoria (massimo tre anni), tale da non meritare le appassionate discussioni nelle quali sono impegnati i nostri parlamentari. Più rilevanti sono gli errori e, soprattutto, le cose che mancano.
Gli errori più gravi sono sul delitto di concussione. La nuova legge prevede lo “spacchettamento” del delitto di concussione: da un lato la condotta del pubblico ufficiale che costringe la vittima a dare o promettere qualcosa, che resta punito con la stessa pena di oggi, dall’altro quella del pubblico ufficiale che induce la vittima a pagare, punito con una pena minore. E con una sanzione anche per la “vittima”.
Al di là delle possibile conseguenze su alcuni processi in corso, che sembra la questione che più appassiona i politici, la riforma contiene alcuni errori madornali. In primo luogo sparisce la concussione dell’incaricato di pubblico servizio. Per capirci: l’infermiere che si fa pagare dai familiari di un anziano malato, minacciando di lasciarlo sporco o di non dargli le medicine, non commette concussione.
E’ sbagliata poi la scelta di punire, senza distinzioni, anche la “vittima” della concussione per induzione. Ci sono, infatti, delle condotte di “concussione per induzione” vicine alla corruzione, nelle quali la “vittima” alla fine ha anche un suo tornaconto illecito, come ad esempio il caso in cui il tecnico comunale “fa capire” che pagare è l’unico modo per sbloccare una licenza edilizia. Ma ci sono casi in cui la “vittima” è solo tale. Come quando un medico ospedaliero fa credere al paziente di avere un male grave e lo induce ad operarsi in tutta fretta presso una clinica privata. Perché questo poveraccio dovrebbe prendere anche tre anni di carcere?
Ma è soprattutto quello che manca nel disegno di legge a rendere in definitiva poco interessante la vicenda. La corruzione è un male difficile da combattere, perché si fonda su un patto segreto tra due persone, che ovviamente non hanno interesse a rivelarlo, e perché non lascia molte tracce. Se non si lavora su questo non si va molto avanti. Per rompere il patto segreto tra corrotto e corruttore, bisogna rendere conveniente la collaborazione con la giustizia. E dunque servono benefici per chi denuncia (e si autodenuncia) e per chi collabora con la giustizia.
E poi servono strumenti per rilevare l’unica traccia che la corruzione lascia, quella del denaro. A monte dei fenomeni di corruzione c’è quasi sempre la creazione di fondi neri da parte delle imprese, che attraverso la falsificazione dei bilanci accumulano capitali da destinare alla corruzione. Il reato di falso in bilancio, come si sa, è stato nella sostanza abolito dal Governo Berlusconi nel 2001. Ma non sembra che la politica sia orientata più di tanto a ripristinare uno strumento fondamentale per il contrasto alla corruzione.
A valle dei fenomeni di corruzione c’è, invece, il reimpiego dei proventi illeciti. Chi incassa le tangenti ha necessità di ripulire il denaro e di investirlo in attività apparentemente lecite. Questa attività si chiama autoriciclaggio e in Italia, nonostante le plurime raccomandazioni degli organismi internazionali, non è punita, il che rende spesso impossibile accertare i fatti di corruzione e recuperare i profitti illeciti. Ma di questo né la politica né i “tecnici” sembrano volersi occupare davvero.
Giuseppe Cascini
Passano i mesi, cambiano i protagonisti, cambiano le casacche politiche ma tutti fanno finta di niente. La legge anti-corruzione è ormai sepolto nel dimenticatoio delle Commissioni competenti e il Ministro Severino, entusiasta della propria iniziativa, non può far altro che rassicurare la stampa: la legge ci sarà ma il quando è incerto.
Eppure niente è cambiato: Lusi, la giunta Formigoni, la Lega Nord e ora la giunta Polverini ci ricordano come tutto continua allo stesso modo di sempre. Si ruba, per il partito, per se stessi, per la casa all’estero (Lusi), per le vacanze (Formigoni), per appalti truccati (Formigoni), per feste di cattivo gusto (Polverini e company): l’importante è rubare e far finta di nulla. La regola è una sola: rubare a più non posso.
Salta all’occhio un fatto. Mentre un lavoratore qualsiasi, se ruba, viene licenziato e ha problemi con la legge, per i politici, ovvero gli “umili” servitori della collettività, tutto ciò non vale. Basterà solo attendere che tutto cada nell’oblio della stampa e nelle lungaggini della giustizia e si potrà finalmente tirare un sospiro di sollievo. Dimettersi è optional e la recita della Polverini e l’arroganza teatrale di Formigoni confermano quell’aura di impunità che avvolge ogni politico.
L’insaziabilità e lo sperpero del denaro pubblico da parte di coloro che meglio avrebbero dovuto amministrarlo, dimostra che la crisi più importante e più drammatica, non è quella economica ma morale. Il vero problema non è la disoccupazione o il calo degli ordinativi industriali ma la mancanza di rispetto per le Istituzioni e per il mandato ricevuto dai cittadini.
Come potrà il Pdl o il Pd-l continuare a far finta di nulla e a lasciarsi scivolare tutto come sempre?
Come potranno presentarsi alle elezioni e ispirare fiducia nei loro programmi se sono piene di individui loschi e malfidati?
Come potranno presentarsi davanti alla Ue, agli organismi internazionali e alla stampa estera?
Indubbiamente hanno coraggio questi politici. Non sono capaci di vincere le sfide della competizione mondiale ma sono i migliori quando si tratta di rubare e di farla franca.
Aspettarsi le dimissioni sarebbe lecito e ovvio in un Paese civile e serio ma l’Italia non lo è più da troppo tempo.
Giulio
L’Africa dista da Bari 163 km…circa. L’Africa si trova a metà strada tra Foggia e San Severo. Questa è l’impressione che si ha se si riesce a mettere piede nel “Ghetto di Rignano”, un modo fuori dal mondo chiamato, alla francese, “gran ghettò” oppure soltanto “ghettò”. Tra ulivi, pale eoliche, latifondi, all’ombra dell’altopiano del Gargano, c’è una terra di nessuno.
Capanne costruite con assi di legno e cartone, rivestite da grandi fogli di plastica, nelle quali trovano posto anche una ventina di persone. Se si hanno abbastanza soldi, però, si può anche riuscire a comperare porte e finestre dismesse con le quali realizzare le pareti. In questo non luogo, raggiungibile solo se si conosce a fondo la geografia della capitanata abitano 700 braccianti agricoli stagionali provenienti per lo più dalle varie nazioni africane. In inverno circa 200 immigrati rimangono al ghetto.
Chi è nel ghetto già da giugno affitta strisce di terra dai contadini, costruisce le baracche e poi affitta i posti letto a chi arriva dopo. Spesso oltre al posto letto c’è anche la possibilità di usufruire della cena, sempre se la si paga, ovvio. Chi arriva dopo deve pagare, per dormire, per il pasto, per usufruire del “passaggio” in macchina verso i campi o le città vicine.
Se pensate che dopo le proteste dello scorso anno nelle campagne leccesi il caporalato sia finito, vi sbagliate. Qui le figure che fanno da intermediari sono due, il “capo-nero”, una sorta di caposquadra, e il “capo-bianco” il vero e proprio caporale. Il “capo-nero” a volte vive nel ghetto, a volte si occupa anche della costruzione de delle abitazioni e di affittare i posti-letto. Si occupa del trasporto e realizza le squadre di lavoro con braccianti per lo più della sua stessa nazionalità.
Il capo-bianco è un italiano è il “superiore” del “capo-nero” lo contatta per chiede la “squadra” quando c’è bisogno e contratta il prezzo con i contadini. Ma a trarre i veri profitti da queste squadre di lavoratori a cottimo sono le aziende che trasformano il pomodoro. Grazie alla bassa remunerazione di braccianti ricattabili, circa 3,50 euro a cassone, possono continuare ad avere bilanci in positivo per le proprie aziende.
Nella notte tra l’11 e il 12 agosto una candela ha dato fuoco alle pareti di cartone di una delle baracche. Da lì l’incendio si è propagato velocemente e molti ragazzi hanno preso la casa. C’è chi nell’incendio ha perso tutto, dai vestiti ai documenti. I pompieri, allertati immediatamente dagli stessi residentri del ghetto non sapevano come raggiungere il posto e hanno avuto bisogno di diverse indicazioni. Già dal giorno successivo però molti degli abitanti del ghetto erano lì a ricostruire le fondamenta, a scavare buche e a erigere scheletri di case. Ma solo chi non aveva perso i soldi nell’incendio ha potuto permettersi la ricostruzione immediata.
Al Ghetto di Rignano, due volte alla settimana, arriva un autobus di Emergency che offre assistenza sanitaria gratuita ai braccianti. Ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì, il campo di lavoro “Io ci sto”, organizzato da Padre Arcangelo Maira, missionario scalabriniano, porta nel ghetto decine di volontari che insegnano italiano, offrono indicazioni “legali” e trasmettono, da una tenda, “Radio Ghetto” 97.0 . La radio, con il passare delle settimane, è diventata un luogo dove i migranti possono parlare delle proprie storie, scegliere la musica da ascoltare, parlare la loro lingua e, perché no, anche divertirsi e ballare.
La scuola di italiano è sempre molto partecipata, appena tornati dai campi i ragazzi si mettono in fila, prendono una penna e il loro quaderno e cominciano a scrivere, ad ascoltare, a parlare. C’è chi vive in Italia da diverso tempo ed è in grado di esprimersi bene, c’è anche chi dell’italiano non riesce a capire molto, forse per tutti quei suoni strani come “gli”, “ghi”, e “gi” o per quella maniera strana che abbiamo di trattare gli immigrati. La Regione Puglia si occupa di far arrivare l’acqua e la nettezza urbana foggiana di tanto in tanto passa a recuperare l’immondizia accumulata. La frequenza con cui passano il camion dei rifiuti è comunque scarsa, per questo è molto facile trovare dei roghi di rifiuti nel campo.
Della settimana trascorsa nel campo ricorderò gli occhi dei miei “studenti”, stanchi e stremati dalle troppe ore passate sotto il sole a raccogliere pomodori, ma con ancora la voglia di masticare una lingua nuova. Nemmeno il terreno sollevato dal vento sarà difficile da scordare. Terreno che non andava via nonostante la doccia, nonostante il sapone, quella terra di nessuno che si appropria di chi può.
Teresa Manuzzi
Tv e giornali in questi giorni hanno posto l’accento su quella miriade di falsi invalidi che percepiscono da tempo pensioni a cui evidentemente non hanno diritto. Fossero parlamentari avrebbero già fatto una legge che, in deroga ai diritti dei comuni cittadini, garantirebbe loro una pensione (generalmente denominato vitalizio) anche nel caso di assenza di patologia invalidante. Invece siamo nell’ambito della comune cittadinanza, nessun privilegio previsto per legge quindi unica alternativa corrompere medici compiacenti.
Ed è proprio grazie a questi che esistono i falsi invalidi, perchè dietro un falso invalido non può che esserci un falso certificato medico. Detto questo la prima domanda che una persona normale dovrebbe porsi è: che gli fanno a questi medici? Scontata la denuncia, ma quali sono le reali conseguenze?
In genere, essendo stati scoperti con le mani nella martellata e non appertendo al mondo politico, non possono certo appellarsi all’errore o al fumus persecutori ma il pattegiamento è prassi. Tramite questa procedura evitano il processo e concordano la pena con la pubblica accusa, generalmente una pena pecuniaria tramite il quale il medico si toglie dall’imbarazzo potendo tornare tranquillamente al suo lavoro.
Ma i falsi certificati sono stati rilasciati a gratis? E da quanto tempo tale medico rilascia questo tipo di certificati? E quanti, tra quelli rilasciati, sono i falsi? Spesso a queste domande non c’è nessuna risposta, anzi, nessuno se le pone. Tutto ciò fa si che il rilasciare certificati falsi sia, alla fine, conveniente, perchè nel solo caso in cui ti becchino dovrai pagare una pena in denaro molto probabilmente inferiore a quanto sino a quel momento intascato illeggittimamente e tornare tranquillamente al proprio lavoro lasciando a tutti noi la sola speranza che tale medico non continui nei suoi comportamenti criminosi.
Ritengo invece che vadano introdotte delle norme più severe nei confronti di questi medici. Dopo aver ispezionato tutte le pratiche che il medico incriminato ha espletato per individuare eventuali altri falsi certificati il medico giudicato colpevole di tali reati deve sia partecipare alla restituzione di quanto illecitamente percepito dal falso invalido, sia radiato dall’ordine professionale. Infine non devrà avere più alcun rapporto con la pubblica amministrazione, ne come dipendente ne come consulente o collaboratore esterno. Solo così si potrà mettere un freno a questo problema che costantemente ritorna all’attenzione dell’opinione pubblica.

Quanti burattini in doppio petto oggi commemoreranno il ventennale della strage di Via D’amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, strage effettuata a soli due mesi da quella di Capaci che vide morire Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e relativa scorta? Burattini, ivi compreso l’indegno inquilino del Quirinale, che in questi anni hanno lavorato per rendere più difficile la lotta alla mafia cercando di ostacolare le intercettazioni, delegittimando l’operato dei magistrati che oggi, come ieri Falcone e Borsellino, rischiano e sacrificano la loro vita per fare il loro dovere, favorendo il riciclaggio di denaro sporco tramite scudi fiscali, delegittimando reati che consentono ai mafiosi di ripulire i proventi dei loro traffici, non approvando severe norme contro la corruzione che consente alle mafie di controllare enormi pezzi di stato e potrei continuare a lungo.
Quanti pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti elogeranno queste commemorazioni e coloro che vi parteciperanno? Pennivendoli sempre pronti a scatenare guerre mediatiche nei confronti dei magistrati appena la loro attenzione si sposta dalla manovalanza ai mandanti, quando si vanno ad intaccare i più alti scranni dello stato che, proprio per preservarne la massima integrità, dovrebbero non aver alcuna remora alla massima trasparenza e colaborazione senza nascondersi dietro prerogative e privilegi vari.
Non mancherà certo il lungo, appassionante ed emozionante discorso, con tanto di moniti a corredo, dell’indegno inquilino del quirinale sempre pronto a far sentire la sua voce tranne quella presente in telefonate sconvenienti. E non mancheranno certo neanche i milioni di Italiani che osserveranno il tutto sventolando la bella bandierina tricolore, e ascoltando con passione le parole di burattini, pennivendoli, mezzibusti incartapecoriti e indegni inquilini si faranno convinti di vivere in uno stato che combatte la mafia. Perchè conviene limitarsi a ricordare.













