Archive for inquinamento
Taranto è la città più inquinata d’Europa. A Taranto c’è la più grande acciaieria di Europa (ILVA). Che le due cose erano correlate era cosa ovvia, ma non era sufficiente c’era bisogno di una verità scientifica che adesso c’è. Che altro si inventeranno per continuare a distribuire in quella città morte e miseria?
I periti della Procura hanno dato una risposta limpida ad una città inquinata che ha fame di giustizia e sete di verità. Con il linguaggio della scienza hanno scritto cose che pesano come macigni e ridanno speranza alla lotta per un futuro pulito. Al quesito “se i livelli di diossina e Pcb rinvenuti negli animali abbattuti e se i livelli di diossina e Pcb accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto siano riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva”, la risposta degli esperti nominati dal Tribunale è affermativa.
DI CHI E’ L’IMPRONTA DIGITALE DELLA DIOSSINA CHE HA CONTAMINATO IL TERRITORIO?
I periti hanno cercato e trovato la cosiddetta “impronta digitale” della diossina. Era il passaggio chiave per individuare il principale responsabile di questo tipo di inquinamento cancerogeno che preoccupa un’intera comunità. La diossina infatti lascia una impronta particolare che consente di risalire all’inquinatore. Ogni fonte di inquinamento ha quindi la sua impronta, frutto di un “mix” di vari tipi di diossine e furani. L’impronta delle diossine e furani viene rappresentata con un grafico che assomiglia alle canne di un organo. I periti hanno riscontrato notevoli similitudini tra l’”impronta digitale” delle diossine e dei furani delle deposizioni al suolo e l’”impronta digitale” delle diossine e dei furani delle “polveri degli elettrofilitri” del camino E312 dell’Ilva di Taranto.
In tutte le nostre conferenze e relazioni avevamo evidenziato questa correlazione, così evidente. Ecco cosa sostenevamo da tempo.
Osserviamo il grafico n. 1: è quello delle deposizioni delle diossine nel quartiere Tamburi di Taranto. Per capire da dove provengono quelle diossine occorre trovare una “sorgente” con una “impronta digitale” simile. Noi abbiamo cercato fra tutte le possibili “impronte digitali” che potessero corrispondere a quella del grafico 1; l’impronta che ci è sembrata la più simile era l’”impronta digitale” delle diossine rinvenute nelle polveri degli elettrofiltri ESP-E (che sono alla base del camino E-312 dell’Ilva di Taranto). Tale “impronta” degli elettrofiltri la possiamo vedere nel grafico n. 2 che alleghiamo. Cosa si può notare?
RAFFRONTO 2 GRAFICI
ELEVATA CORRELAZIONE FRA DIOSSINA AL LIVELLO DEL SUOLO E DIOSSINA ELETTROFILTRI ILVA
Nell’immagine allegata “raffronto 2 grafici” le due impronte sono poste una affianco all’altra. Emerge una elevata correlazione fra il mix di diossine e furani che si deposita al suolo e il mix di diossine e furani degli elettrofiltri posti alla base del camino E312 dell’Ilva. Questo sostenevamo e questo confermano i periti della Procura.
Ma questa correlazione era confermata anche da Arpa quando scriveva: “La sovrapponibilità del profilo delle deposizioni con quello delle polveri ESP-E (prese ad esempio, ma lo stesso vale per ESP-D o MEEP E-D) è molto marcata ed è particolarmente evidente se si considerano i due congeneri Epta ed OctaCDD che nelle emissioni del camino E312 e nello stesso periodo (estate 2008) risultano di molto inferiori ai tetra, penta, ed esafurani. Pertanto, la presenza di diossine nelle deposizioni del quartiere Taranto Tamburi non è dovuta alle emissioni convogliate del camino E312, ma piuttosto alle emissioni diffuse/fuggitive provenienti dall’impianto AGL/2 dello stabilimento ILVA S.p.A”.
RAFFRONTO DEI TRE GRAFICI Raffronto dei 3 grafici
L’ULTIMA IMMAGINE CHE ALLEGHIAMO E’ FONDAMENTALE PER CAPIRE SE ILVA HA AGITO NELLA LEGALITA’
Nell’immagine “raffronto 3 grafici” abbiamo aggiunto un terzo istogramma con l’impronta delle diossine delle polveri del camino E-312 dell’Ilva. Questa terza “impronta” (quella del camino Ilva) è differente. Questo grafico è fondamentale. Ci consente di comprendere se Ilva ha agito rispettando le norme di sicurezza e tutela ambientale. L’azienda sostiene di aver emesso diossina entro i limiti della legge nazionale (limite a 10000 ng/m3 calcolati in concentrazione totale) in vigore fino alla legge antidiossina (limite a 0,4 ng/m3 in tossicità equivalente). La evidente differenza di impronta fra “camino” e “deposizione al suolo” dimostra che l’impatto del camino è su un raggio geografico molto più ampio, mentre per capire la contaminazione dei territori circostanti occorre osservare la marcata la somiglianza fra “elettrofiltro” e “deposizione al suolo”. Con questo lavoro “alla Sherlock Holmes” di confronto fra le impronte digitalidelle varie diossine abbiamo potuto risolvere l’enigma della contaminazione.
Cosa possiamo infatti concludere?
La diossina che ha contaminato l’ambiente attorno all’Ilva è correlabile – sulla base delle evidenze scientifiche raccolte – agli elettrofiltri (posti all’altezza del suolo) che dovevano essere sigillati e non dovevano avere alcuna dispersione di diossina nell’ambiente. Nessuna legge infatti consente a un’azienda di disperdere “al vento” – all’altezza del suolo – fumi e polveri contaminate provenienti dagli elettrofiltri inquinando l’ambiente circostante e la catena alimentare. Sarà molto difficile per l’azienda, a nostro parere, dimostrare che tutto questo è avvenuto rispettando le leggi ambientali che invece vietano la dispersione di emissioni cancerogene diffuse e fuggitive non efficacemente captate. I periti della Procura hanno confermato in pieno la nostra tesi, basata su analoghe conclusioni dell’Arpa e frutto delle ricerche dei consulenti di parte che hanno affiancato gli allevatori nella difficile e complessa battaglia legale.
All’ottimo lavoro dei periti della Procura si è affiancato infatti il lavoro di ricerca dei consulenti di parte di alto profilo scientifico: il dott. Stefano Raccanelli, il chimico ambientale Vincenzo Cagnazzo e il dott. Emilio Gianicolo, statistico ed epidemiologo. Non va dimenticato l’impegno profuso con passione e dedizione dalla dott.ssa Daniela Spera, consulente di parte anch’ella. Questo pool di esperti hanno lavorato nell’interesse della città per dare un nome a chi ha inquinato. Importante è stato il contributo degli avvocati Sergio Torsella, Carlo Petrone e Teresa Mercinelli, impegnati in prima linea sul fronte della legalità ambientale.
Ormai è chiaro che, se più soggetti in maniera del tutto indipendente arrivano alla stessa conclusione, ci troviamo di fronte a solide evidenze scientifiche. Sono maturi i tempi per chiedere verità e giustizia.
Alessandro Marescotti e Fabio Matacchiera (Presidente di Peacelink, Presidente del Fondo Antidiossina Onlus)
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Egregio Presidente Vendola,
ho ripercorso i “contatti della speranza e della fiducia” avuti con Lei.
Il primo avvenne alla fine di settembre 2007 e fu con e-mail: “Caro Biagio e cari amici, purtroppo il 28 non sarò a Taranto e mi dispiace davvero. Anche perchè mi sarei affacciato volentieri alla vostra iniziativa sulle “Osservazioni” in materia di A.I.A. Avrei approfittato per raccontarvi anche di una certa sofferenza personale, quella legata alle tante manifestazioni di disincanto preventivo di quei tarantini impazienti ad avere subito tutte le risposte alle domande ambientali che si sono cumulate nel corso di un quarantennio. E’ orribile il sospetto che il potere possa mangiare l’anima di chi lo esercita. Subire questo sospetto è stata per me una grande amarezza. Noi dovevamo prendere con grande senso di responsabilità la complessiva partita Ilva e giocarla per vincerla e non per perderla ancora una volta.” Poi Lei aggiunse: “Dobbiamo difendere una immensa fabbrica e convertirne il corpo in senso eco-sostenibile: mica uno scherzo!. Ce la possiamo fare. Diamoci una mano. Fraternamente. Nichi Vendola”.
Per quattro anni noi abbiamo lavorato duramente con il Ministero per un´AIA seria e severa che raggiungesse il reale abbattimento dell´inquinamento, coinvolgendoLa sempre.
L´ultimo contatto è avvenuto il 28 giugno 2011, tra una votazione e l´altra in Consiglio Regionale. In presenza dei Consiglieri Cervellera e Mazza e del dirigente Antonicelli, Lei assicurò ad AltaMarea che, in sede di Conferenza dei Servizi al Ministero dell´ambiente del 5 luglio sul rilascio dell´AIA ad Ilva Taranto, la Regione Puglia si sarebbe adoprata per ridurre il carico inquinante complessivo attraverso prescrizioni dettagliate e per introdurre controlli severi e sanzioni esemplari e pesanti in caso di trasgressioni. A scanso di equivoci, noi mettemmo per iscritto i “10 punti irrinunciabili” esaminati con Lei.
A Roma, invece, le cose andarono male: i “10 punti irrinunciabili” rimasero ignorati. AltaMarea, tradita e ingannata come l´intera città, da quel momento considerò “avversari” la Regione e gli Enti Locali protagonisti del clamoroso voltafaccia.
Egregio Presidente, il Suo video messaggio del 30 novembre, sull´ultima misurazione dell´emissione di diossina dal famigerato camino E 312 dell´impianto di agglomerazione di Ilva Taranto, rappresenta un´ulteriore prova del tradimento e dell´inganno perpetrati nei confronti della nostra città Non volevo credere ai miei occhi ed orecchie: il “rivoluzionario gentile” che utilizzava le stesse tecniche dell´ “imprenditore suadente” che amava l´Italia e prometteva di migliorarla e 17 anni dopo l´ha lasciata peggio di come l´aveva presa. Pecore-Ilva
Ho aspettato parecchi giorni per far sbollire la reazione istintiva, quella stessa che ha riempito Facebook di contumelie dirette a Lei. Quel videomessaggio potrebbe incantare solo chi sa poco delle terribili vicende di Taranto e dell´Ilva, non noi. Lei, come confindustria, sindacati, politici di destra e di sinistra e Ilva, ha esaltato lo 0,2 ng/mc ottenuto nella misurazione della diossina omettendo di rilevare che: a) la media annuale del 2011 è comunque superiore al limite di 0,4 ng/mc fissato nella legge regionale e nell´AIA; b) la Regione ha l´obbligo di chiedere al Ministero di sanzionare l´Ilva perché non ha rispettato quel limite; c) le misurazioni effettuate riguardano poche ore di rilievi in appena 9 giorni nell´anno mentre nulla si sa di quello che avviene nelle oltre 8000 ore di funzionamento dell´impianto nel resto dei 365 giorni dell´anno; d) le autorità competenti finora non hanno fatto rispettare l´obbligo di legge per l´installazione del campionatore automatico in continuo.
Nella esaltazione collettiva, anche Lei e l´assessore Nicastro avete dimenticato che nulla è stato fatto e nulla si prevede di fare in merito ai “10 punti irrinunciabili”: 1° Massima capacità produttiva di 10,5 milioni di tonnellate/anno anziché 15; 2° Durata dell´AIA di 5 anni anziché 6 “regalati” per un meschino escamotage; 3° Mancanza di certificato prevenzione incendi e nulla osta dell´analisi di rischio di incidente rilevante; 4° Controllo della diossina anche attorno a e/filtri, raffreddatori, ecc. e numero massimo di splafonamenti della concentrazione fissata, superato il quale scatterebbe l’arresto dell’impianto; 5° Limite quantitativo annuo delle emissioni complessive degli inquinanti con progressiva ma drastica riduzione nel tempo: 6° Controllo del B(a)P anche all’interno dello stabilimento con limite emissivo di 150 ng/mc sul piano coperchi della cokeria (limite adottato in Francia); 7° Controllo e monitoraggio degli inquinanti nelle acque di processo degli impianti non diluite da acque di raffreddamento, piovane, ecc. e quantitativi massimi di inquinanti scaricati in mare; 8° Copertura dei parchi primari come quella in corso sui carbonili di ENEL Brindisi; 9° Bonifica dei siti inquinati; 10° Forti sanzioni fino al fermo dell´impianto in cui venissero violate le prescrizioni dell´AIA. Sono peccati mortali imperdonabili.
Anche di tutto questo è orgoglioso e felice Presidente Vendola?
Ha superato ormai l’amarezza di subire l´orribile sospetto che il potere possa mangiare l’anima di chi lo esercita?
Che disinganno!
Biagio de Marzo – Presidente “Altamarea”
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L’ARPA Puglia ha pubblicato sul suo sito i dati tratti da un lavoro dell’European Environment Agency (Agenzia Ambientale Europea). I dati, pubblicati il 24 novembre u.s., si riferiscono agli impatti delle emissioni in 622 impianti industriali in Europa.
In questa classifica europea l’impianto di Brindisi Cerano è al 18 posto, l’ILVA di Taranto al 52° posto.
L’EEA ha utilizzato i dati dell’inventario europeo delle emissioni del 2009 (E-PRTR) in riferimento a CO2, cinque gruppi di inquinanti atmosferici (NOx, SO2, NH3, NMCOV, particolato sottile) e un gruppo aggregato di microinquinanti (metalli pesanti, e, per gli inquinanti organici, 1,3-butadiene, benzene, IPA e PCDD/F). I dati sulle emissioni sono stati trasformati sulla base di consolidate metodologie di analisi costi-benefici. Per gli inquinanti aventi un effetto sanitario locale/regionale è stato calcolato sia il VOLY (valore degli anni di vita persi), sia il VSL (il valore della vita statistica).
L’Agenzia Europea stima che ogni anno i costi in termini di salute persa, esterni, cioè pagati dalla collettività che vive vicino alla centrale, sono stimabili, a seconda del metodo utilizzato, tra i 500 ed i 700 milioni di euro. Se si estende lo sguardo alle altre due centrali brindisine, anch’esse presenti in questa speciale classifica, si giunge ad una stima complessiva del danno sanitario a carico della collettività che varia da 691 a 958 milioni di euro. Stima che tuttavia manca della valutazione dell’impatto dell’industria chimica e meccanica.
Da anni andiamo ripetendo che un apprezzamento corretto dell’impatto sul territorio dei megainsediamenti industriali, energetici e non, non può prescindere da quelli che in tutto il mondo vengono chiamati e considerati come “costi esterni”. Anche la prestigiosa università Harvard di Boston (USA), come richiamato in alcuni nostri interventi, stima in quel paese i costi reali dell’impiego del carbone e li bilancia con i benefici sviluppando conseguenti politiche energetiche.
Non si comprende perché la nostra classe politica parli di rapporti con le megaziende energetiche prescindendo da una valutazione corretta dei costi e dei benefici della collettività dando per scontato che i secondi superino i primi, accontentandosi di piccole elargizioni, magari anche ludiche e sportive, che quietano la coscienza di chi le riceve e dei cittadini che acriticamente le salutano. Salvo poi imprecare contro la mala sorte o contro il cielo quando i malanni sopraggiungono.
Bisogna sedere al tavolo delle trattative con questi dati alla mano e con i dati di indagini epidemiologiche sui lavoratori e sui cittadini. Dati che tardano a venire. Bisogna che siedano al tavolo, indipendentemente dalle convenzioni, rappresentanti istituzionali decisamente orientati dalla parte dei cittadini. Chiediamo da subito che diano prova di questo spirito democratico cominciando a rendere pubbliche sui siti istituzionali i dati delle analisi condotte sulle emissioni industriali dagli organi di controllo e svolgendo le indagini epidemiologiche richieste.
Salute Pubblica
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La Puglia ha scelto di “investire” sul ciclo dei rifiuti, non per ridurli ma per bruciarli. Mentre la raccolta differenziata langue sotto il 20 per cento (18,01% il dato medio nel 2011), sono quasi ultimati i lavori per la realizzazione dei 6 impianti che trasformeranno i rifiuti solidi urbani in combustibile da rifiuti (Cdr). Sono tutti realizzati da Cogeam, società partecipata dal gruppo Marcegaglia, e saranno in grado di trattare quasi 900mila tonnellate di rifiuti, trasformati in circa 400mila t di Cdr.
Tra i rifiuti solidi urbani e il combustibile da rifiuti, però, una differenza sostanziale: il Cdr, a differenza dei rifiuti urbani, è un rifiuto speciale, con codice Cer 191210, da “valorizzare” all’interno di un impianto di incenerimento.
In Puglia, però, l’unico inceneritore adatto attivo è a Massafra (in provincia di Taranto), ed è gestito da Appia Energy, gruppo Marcegaglia. Può accogliere un massimo di 25mila tonnellate. Altre 98mila finiranno nell’inceneritore che Eta spa (sempre gruppo Marcegaglia) sta costruendo nelle campagna tra Manfredonia e Cerignola (Fg), in mezzo ai campi di carciofi, grazie anche ad un contributo pubblico di 15 milioni di euro. Ma questi due impianti non bastano. Il cantiere del terzo, a Modugno (Ba), è sotto sequestro giudiziario.
Lo smaltimento del Cdr, così, chiama in causa anche i cementifici, nei cui forni -come raccontiamo nel libro Le conseguenze del cemento (Luca Martinelli, Altreconomia, 2011)- il Cdr prende il posto del carbone o del pet-coke. Questi impianti si trasformano, secondo la definizione di legge, in co-inceneritori. Lo è già quello di Barletta (Bat), gestito da Buzzi Unicem. A Taranto, invece, lo sta diventando l’impianto Cementir (gruppo Caltagirone), che grazie anche a fondi Bei (Banca europea d’investimenti) sta trasformando l’impianto per renderlo in grado di “accogliere” i rifiuti.
21 comuni del bacino BA5 sono obbligati a conferire all’impianto Cogeam 470 tonnellate di rifiuti al giorno, ogni tonnellata frutta ai gestori dell’impianto 125,76 euro per un totale di 21,5 milioni di euro all’anno. Capite perchè la Marcegaglia ha sempre belle parole per lo smemorato di Terlizzi in arte Nichi?
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Il debito pubblico non è un problema di cui sia stata sottovalutata la gravità; al contrario, è il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. Il debito è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati. La crescita drogata dal debito va fermata perché non è la soluzione della crisi, ma la sua causa.
Clima, energia, economia: tre crisi ci minacciano. Senza una nuova politica, la crisi del debito creato per drogare la crescita potrà solo aggravarsi. Tutto lascia credere che ormai sia solo questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o da quella energetica, coloro che non si sono lasciati ipnotizzare dalla colossale disinformazione planetaria dei mass media – e sono più di quanti si creda – possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie.
Grandi Opere, spesa militare, costi della politica. Per uscire dalla crisi e bloccare la spirale del debito bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. Il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra grandi imprese e partiti politici del secolo scorso non prenderà mai queste decisioni, perché ne verrebbe travolto.
Una nuova politica per il bene comune. Occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra; non omologati sul dogma della crescita, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando: i loro incubatori sono i movimenti di resistenza contro le grandi opere e contro la privatizzazione dei servizi sociali.
Il debito italiano: rischio bancarotta. In Italia il debito pubblico rappresenta il 119% del Pil e alla fine del 2011 raggiungerà i 2.000 miliardi di euro. Il Giappone sta peggio di noi, con un debito oltre il 200% del Pil, e la stessa Gran Bretagna – sommando il debito pubblico a quello di aziende e famiglie – arriva al 245% del Pil, mentre il debito complessivo italiano raggiunge il 225,8% del prodotto interno lordo. Di fronte a queste cifre, non è escluso che i paesi più indebitati decidano di uscire dalla spirale del debito, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli di Stato e quindi rovinando i risparmiatori. Questa crescita, drogata dal debito pubblico sempre più vasto e dal credito al consumo per le famiglie: solo il “doping” del debito ha consentito, finora, di tenere in vita un’economia fondata sulla crescita dei consumi. Perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che, se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute fino alla crisi di sovrapproduzione che distruggerebbe il sistema fondato sulla crescita.
La politica economica in un vicolo cieco. Ridurre le tasse e/o aumentare la spesa pubblica: è ciò che destra e sinistra hanno proposto, per stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta il gettito fiscale e si riduce il debito pubblico. Ma tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica, il debito aumenta. Inserendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni si comprometteranno le possibilità di crescere. Globalizzazione, merci invendute ed ex consumatori disoccupati. Perché gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno funzionato? Perché nei paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione dei mercati hanno determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: macchinari sempre più potenti producono quantità sempre maggiori di merci riducendo progressivamente l’incidenza di lavoro umano per unità di prodotto. Ne deriva un aumento dell’offerta e una contestuale diminuzione della domanda mediante la diminuzione delle retribuzioni e la riduzione dell’occupazione.
Spesa militare: faremo la fine dell’Impero Romano? Una voce disastrosa nel debito pubblico è costituita dalla crescita delle spese militari. Dopo il tracollo dell’Urss, la dimensione egemonica imperiale degli Usa ha spinto gli alleati verso un impegno crescente in molti teatri di guerra, in regioni strategiche come quelle petrolifere, fino a determinare una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono a superare il valore delle risorse che se ne ricavavano.
Grandi Opere: fallimenti in tutto il mondo. Altrettanto rilevanti, nel bilancio del debito, le grandi opere spesso faraoniche e inutili: la crisi della Grecia è scaturita dalle spese per le Olimpiadi di Atene del 2004, se Torino è la città più indebitata d’Italia lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. Opere che non ripagano i loro costi perché sovradimensionate rispetto alle reali esigenze: è successo con l’aereo supersonico Concorde e il tunnel sotto la Manica già fallito due volte; è successo con molti costosissimi edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, già in pieno degrado. Sovradimensionata rispetto alle esigenze è la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino-Lione. Destra e sinistra sono consapevoli dell’inutilità di molte grandi opere, devastanti per i territori, e tuttavia rivendicano il merito di averle deliberate in deficit allo scopo di rilanciare la crescita economica e l’occupazione. In realtà faranno crescere soltanto il debito pubblico. Un’opera è davvero sostenibile solo se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse, il consumo di energia e l’impronta ecologica, in modo da ripagare i costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione, contribuendo in questo modo a ridurre il debito pubblico. In altre parole la politica economica non può più basarsi soltanto su criteri di tipo quantitativo, ma deve adottare criteri di valutazione qualitativi.
L’equivoco della green economy. Nell’ottica della green economy la politica energetica non si fonda sulla riduzione della domanda mediante la riduzione di sprechi e inefficienze, ma sulla sostituzione dell’offerta: fonti rinnovabili anziché fossili, con incentivi statali che aggravano il debito pubblico. Anziché i piccoli impianti per l’autoconsumo, la green economy privilegia i grandi impianti, che possono essere appannaggio solo di grandi aziende interessate a incentivare la crescita dei consumi e degli sprechi. E’ un modo di riproporre ancora una volta l’alleanza strategica tra industria e partiti: l’alleanza fondata sulla crescita, responsabile dell’attuale fallimento storico. Anziché nelle grandi opere e nella green economy faraonica, occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, nelle reti idriche, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi (con benefici effetti anche sul turismo), nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri post-industriali (come a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio di materiali dismessi, nell’agricoltura di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra produttori e acquirenti.
Filiera corta: l’economia locale può sopravvivere alla globalizzazione. E’ auspicabile una saldatura tra l’economia reale dei territori (contadini, commercianti, piccole e medie aziende, artigiani e professionisti) con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Una vera democrazia partecipata può realizzarsi solo ripudiando la globalizzazione e rivalutando le economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà delle filiere corte. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, le attività economiche locali sono utili, ripagano i costi d’investimento riducendo sprechi e consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici e non richiedono tecnologie potenti, bensì evolute; non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccoli operatori locali (agricoltori, artigiani, commercianti, tecnici) radicati sul territorio, in grado di alimentare un’economia di prossimità, sostenibile dal credito locale, come dimostra il recente successo di alcune piccole e medie imprese italiane, che caratterizzano la nostra struttura produttiva (il 99,92 % ha meno di 250 addetti).
Meno e meglio: decrescita selettiva del Pil. Ridurre gli sprechi comporta necessariamente una decrescita: la coibentazione degli edifici per ridurne le dispersioni termiche e l’installazione di impianti energetici a fonti rinnovabili fanno crescere il Pil inizialmente, ma in seguito i risparmi lo fanno decrescere. La decrescita selettiva del Pil, riduce gli sprechi e l’impronta ecologica, migliora il benessere e la qualità della vita, crea occupazione utile. Solo la decrescita selettiva del Pil può risolvere sia la crisi economica che quella ambientale, senza far crescere il debito pubblico né deprimere le attività produttive.
Agricoltura biologica: una scelta strategica. L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica: stagionalità dei prodotti, riunificazione di agricoltura e allevamento, accorciamento delle filiere, riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne.
Ristrutturazione edilizia: fronte strategico di occupazione utile. Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti: mediamente in Italia per il riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio e soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? La riduzione del pil che ne deriverebbe offrirebbe i vantaggi economici, occupazionali e ambientali non altrimenti ottenibili.
Il modello della crescita è finito: non ha futuro, va sostituito. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori. Si annuncia un periodo di transizione inevitabilmente drammatico. Sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.
Maurizio Pallante
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Il primo record la piccola cittadina pugliese se l’era aggiudicato per le emissioni di gas serra: la centrale a carbone dell’Enel “Federico II”, il primo impianto in Italia per emissioni di gas serra, con i suoi 15 milioni di tonnellate di Co2 l’anno. Oggi uno studio condotto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Lecce e Pisa presso il reparto di Neonatologia dell’Ospedale “A. Perrino” e della ASL di Brindisi, rivela un altro triste record: quello dei neonati affetti da gravi anomalie congenite.
Tra il 2001 e il 2009, su 7664 neonati, 176 erano affetti da gravi malformazioni. Un dato che supera del 18% quello registrato nel resto d’Europa. Del 67% quello per le anomalie cardiovascolari. Un dato solo parziale, poiché riguardante i neonati, coloro cioè che ce l’hanno fatta a venire alla luce e che non include quindi quelle gravidanze interrotte proprio a causa delle anomalie cardiache complesse che colpiscono i feti prima della nascita. Che sono ben il 50%, secondo il dirigente di neonatologia di Brindisi Enrico Rosati, responsabile dell’Unità semplice di cardiologia fetale e neonatale.
Lo studio inoltre non riporta le cause di tali malformazioni ma è forte il sospetto tra la popolazione che il principale responsabile sia l’inquinamento, ossia quel mix micidiale di sostanze immesse in aria, acqua e sottosuolo dalle numerose industrie chimiche ed elettriche che affollano l’area produttiva della città.
A Brindisi infatti si concentra uno degli agglomerati industriali più invasivi ed inquinanti d’Europa: chimica, energia, carbone, petrolio, gas. Non ci si fa mancare proprio nulla. E poi c’è ‘lei’, la centrale di Brindisi Sud “Federico II”, con il suo triste primato di centrale a carbone più inquinante d’Italia per emissioni di Co2 e non solo. Ossidi di azoto, ossidi di zolfo, particolato. E poi cloro, arsenico, mercurio, piombo, nichel e cromo: sono solo alcune delle sostanze normalmente vomitate da una centrale a carbone.
Per questo motivo nel 2007 il sindaco Domenico Mennitti aveva dapprima vietato, con un’ordinanza, la coltivazione agricola dei campi limitrofi alla centrale, per poi interdire totalmente la zona a causa dell’elevato tasso di inquinamento dei terreni. Associazioni, comitati, movimenti e singoli cittadini si sono mossi per richiedere alle principali autorità politiche e sanitarie l’avvio di un’indagine epidemiologica per stabilire un’eventuale correlazione tra i veleni emessi dal gigantesco polo chimico-energetico e gli inquietanti dati sanitari emersi.
“Molti di noi hanno visto parenti e amici ammalarsi e morire. Viviamo nella preoccupazione che ciò possa continuare e colpire i nostri figli” – si legge nelle lettera inviata dalla rete Brindisi Bene Comune alle autorità – “Chiediamo quindi che sia rapidamente effettuata una indagine epidemiologica che dovrebbe essere condotta su popolazioni a rischio per la prossimità a fonti di emissione comparandole con popolazioni a minor rischio perché a maggior distanza dalle stesse fonti. Chiediamo che siano ricercate le principali sostanze tossiche e cancerogene, emesse dai processi produttivi delle diverse attività industriali pericolose, nell’aria, nel suolo, nell’acqua, negli alimenti provenienti dalle vicinanze delle predette attività e nel sangue e nelle urine di lavoratori e di cittadini esposti”.
Già tra 1990 e il 1994 l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva rilevato nel brindisino un’altissima incidenza di mortalità dovuta a tumore polmonare, patologie del sistema linfoematopoietico e linfomi non Hodgkin. Soprattutto nella popolazione maschile, ossia quella maggiormente impiegata nelle lavorazioni industriali.
Un altro dubbio da sciogliere è infatti quello legato alle numerose morti di lavoratori del petrolchimico: “Chiediamo in relazione alle morti di lavoratori del petrolchimico una rianalisi della coorte lavorativa del petrolchimico di Brindisi, la cui mortalità è stata erroneamente comparata con quella della popolazione generale. La mortalità dei lavoratori del CVM doveva essere comparata con quella dei lavoratori non impegnati sugli impianti. In questo modo si potrà conoscere, come a Venezia, il numero di decessi in più attribuibili a quella lavorazione”.
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Le perplessità sono legittime. Si possono accettare soldi da chi inquina e ammorba questa città mettendo a repentaglio la vita nostra e dei nostri figli?
Chiedere alle grandi aziende di contribuire alla vita sociale e culturale di questa città significa avere un´idea strana delle responsabilità di chi inquina. E forse anche della cultura. Intanto chi inquina deve pagare per le bonifiche e adottare tutte le tecnologie del caso per eliminare le emissioni nocive. Alla gente comune basterebbe questo. Senza sconti o strane partite di giro. Del tipo, faccio un po´ di pubblicità e tu non mi attacchi ogni giorno. Del tipo, ti do un po´ di soldi per la squadra del calcio, tanto il popolo, si sa, con la pancia piena e un po´ di spettacoli (panem et circenses) si assopisce. Del tipo, una stagione concertistica fa dimenticare i problemi o rende gli autori dell´inquinamento più umani, meno pervicacemente interessati al profitto.
Non accettate quei soldi, sono trenta denari offerti per tradire la causa della difesa di questa città. Come potrà parlare in libertà chi, accettando i trenta denari, in altra parte del giornale dovrà raccontare dei tumori in crescita, dei miasmi nauseabondi che ammorbano la città, dell´oblio che è calato sui tanti morti “in nome del progresso”. Come potranno le paludate testate giornalistiche parlare ancora della protervia del profitto. Perché di questo si tratta. Di far vincere su tutto il profitto e la competitività. Il mercato. Quel mercato cieco sia in materia di ecologia che di giustizia. Se anche le testate giornalistiche, che dovrebbero essere fredde testimoni della realtà, perdono la capacità di raccontare con lucidità quel che accade a questa città, dobbiamo davvero temere per il nostro futuro, abbandonato nelle mani di chi serve solo il Dio Profitto.
Giovanni Matichecchia
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Lunedì è riniziata la scuola e per molti ragazza e relative famiglie la vita torna al tradizionale ritmo. Per molti ma non per tutti come mi informa questa mamma.
“Scrivo da Parma in uno dei miei soliti viaggi della Vita per curare mio figlio da un male che sappiamo tutti avere una causa ambientale.
Le ragioni che cercano di impormi non mi bastano, io so solo che mio figlio oggi non ha potuto iniziare la sua PRIMA MEDIA e il suo zaino nuovo (“perchè ora sono grande mamma!”) comprato con tanto entusiasmo è rimasto nella sua cameretta che ormai vede così raramente perchè è sempre in corsie d’ospedale.
E’ questa la vita che vogliono imporci? E’ questa la vita che vogliono dare ai nostri figli? Siamo ancora disposti a far pagare a loro la nostra incapacità di tutelarli fino in fondo?
Io non ci sto e per il mio ometto lotterò fino allo stremo delle forze perchè a lui venga ridata la Vita e agli altri bambini di Taranto non gli venga mai più negata.
Non ci sono ragioni che tengano: la salute di mio figlio non vale il posto di un operaio, nè il pil che vogliono far girare. Provi qualcuno a dirmi ancora questa cosa e gli farò vedere le braccia di mio figlio!
Lui oggi doveva essere tra i banchi di scuola e non con una flebo nel suo debole e fragile braccino.
Grazie per tutto ciò che fate per noi, non stancatevi di lottare e fatelo anche per il mio piccolo ometto”.
Quante volte e per quanto tempo un uomo può voltare la testa facendo finda di non vedere?
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Avrete sicuramente notato come i prodotti che ci ritroviamo ad acquistare ed utilizzare abbiano una durata sempre più breve. Borse e zaini o scarpe e vestiti che si scollano, rompono, sfilacciano dopo poche settimane o nella migliore delle ipotesi, dopo pochi mesi. Pentole e padelle antiaderenti che si scrostano letteralmente al decimo lavaggio; asciugacapelli, lavatrici ed elettrodomestici vari che si inceppano sempre e comunque “in giovane età”; telefoni cellulari e fotocamere digitali che si rompono misteriosamente anche dopo sei mesi… Si potrebbe andare avanti all’infinito.
Ma perché accade tutto ciò? Perché il frullatore che ho in casa, risalente agli anni cinquanta e che ho avuto in dono, o meglio, in eredità, non da una nonna, ma addirittura da una bisnonna, funziona benissimo dopo più di mezzo secolo mentre la fotocamera, acquistata l’anno scorso, non dà più segni di vita dopo che il suo “display” si è rotto semplicemente stando in una borsa e che, a parere del negoziante vicino casa, non può essere assolutamente riparata (a meno che non si vogliano spendere cifre esorbitanti), ma può solo essere sostituita in toto? (E poi ci si stupisce delle “emergenze rifiuti”!). Perché non possiamo più riparare qualcosa ma solo sostituirlo?
Le risposte sono varie e più o meno complesse, ma a parte il fatto che nella maggior parte dei casi abbiamo perso ogni capacità, anche solo di iniziativa, riguardante la riparazione degli oggetti che ci circondano (come si può poi avere la competenza di riparare una fotocamera elettronica?), i motivi principali sono dovuti al fatto che ai geni del marketing e dell’informazione far apparire ogni cosa obsoleta dopo poche settimane l’uscita sul mercato non basta più, le merci (tutte, dalla più semplice alla più tecnicamente avanzata) devono avere una scadenza programmata.
Tutte le merci presenti nel mercato devono avere una scadenza programmata.
Ci sono già fior di studi e ricerche a riguardo che non sto a citare in questa sede, ma sarei pronto anche senza di essi a scommettere che ormai si progetta la stragrande maggioranza dei prodotti in modo che si guastino o addirittura si debbano sostituire entro periodi sempre più brevi.
Penso (e francamente spero) che sempre più persone abbiano iniziato ad essere insofferenti a questo comportamento che arreca danni non solo all’intero villaggio globale, dai lavoratori sfruttati nei paesi in via di “sviluppo” per produrre questa merce-spazzatura ai consumatori dei paesi “sviluppati”, ma anche ovviamente all’ambiente.
Sempre più persone hanno iniziato a sentirsi profondamente infastidite dalle continue promesse di frivola felicità propinateci quotidianamente dai paladini della società dei consumi e della crescita economica, gli stessi, per intenderci, che con le loro speculazioni finanziarie e privatizzazioni selvagge ci hanno portato alla situazione attuale.
Che fare, allora? Le uniche due risposte che mi sento di poter fornire sono due:
- Re-imparare gradualmente a prodursi il più possibile i propri beni.
- Smettere di comprare. Bandire il più possibile lo “shopping” dalle nostre vite.
Bandire il più possibile dalle nostre vite lo shopping è un’alternativa alla crisi. Questo non come ripudio totale della società in cui viviamo, non come voto di rinuncia, ma come allenamento per ciò che ci attende nei prossimi anni (che per l’appunto non sarà recessione, ma depressione), ossia una decrescita che per i più sarà forzata, e probabilmente non così felice. È forse l’unica forma di reazione, o addirittura di rivoluzione, che ci è rimasta nei confronti dei signori del marketing, della politica, della finanza e della crescita, che giocano sempre più con le nostre vite e che, più che delle persone, ci ritengono da parecchio tempo solo dei meri consumatori.
Quando dobbiamo comprare qualcosa, almeno, teniamo presente i vecchi proverbi, sempre molto validi e molto attuali, tipo quello che dice “che chi più spende, meno spende”, provando a ridare in generale più importanza alla qualità che alla quantità.
La decrescita è già iniziata in tutto l’Occidente, e sta a noi renderla felice.
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La sanità pugliese è allo sfascio, reparti ed interi ospedali chiusi, drammatica carenza di personale, totale assenza di servizi territoriali, strutture fatiscenti, inadeguate e in numerosissimi casi incapaci a soddisfare le più banali esigenze di diagnosi e cure (provate ad andare all’ospedale di Ostuni di notte o in un festivo per un trauma medio e vedete se non vi rinviano al giorno dopo per le indagini del caso). La colpa di tutto ciò non può certo essere totalmente ascritta a chi oggi amministra la regione e chi nel settore vi opera non può certo ritenersi esente da colpe (compreso chi scrive), ma di sicuro c’è che in questi anni la politica nulla ha fatto per migliorare la situazione o almeno evitare questo sprofondamento.
In questo contesto la regione ha deciso di investire oltre 200 milioni per la realizzazione di un nuovo ospedale nella città di Taranto. L’idea non è di per se deprecabile, lo è semmai il metodo con cui questa scelta è stata portata avanti e le numerose ombre che questo metodo si porta appresso associata alla drammatica situazione in cui versa la sanità pugliese, che avrebbe meritato scelte di più buon senso. Mia idea del tutto personale è che l’obbiettivo vero sia quello di smantellare la sanità pubblica per poterla poi consegnare ai privati cosa che, un passo alla volta, stanno realizzando.
Dopo lo scandalo finanziario che ha coinvolto il San Raffaele si sono ravvivate le critiche al progetto pugliese, tanto che anche i più convinti hanno palesato una serie di dubbi e ripensamenti. Non Vendola che nei giorni scorsi in una apposita conferenza stampa ha sostenuto con vigore la sua posizione, ribadita poi in una lettera al Fatto Quotidiano con cui ha voluto rispondere ad una serie di quesiti. A seguire le considerazioni su questa ed altre questioni di Marco Travaglio. Giudicate voi ma a me non pare che il candidato a leader del centrosinistra italiano ne esca bene e se fino ad ora lo avete considerato comunque il meno peggio, riflettete.
Gentile presidente Vendola, La ringrazio per la sollecita risposta alle domande del Fatto. E La ringrazio doppiamente visto che alcuni colleghi non hanno avuto la mia stessa fortuna, pur ponendoLe interrogativi analoghi ai nostri da molto più tempo. Ma, se Le dicessi che le Sue risposte mi soddisfano, mentirei. La invito pertanto a un serrato confronto in redazione, magari dinanzi alle telecamere della nostra embrionale web-tv, per discutere più a fondo con qualcuno dei suoi storici oppositori.
1. Non ho mai pensato, né dunque scritto, che Lei “faccia affari” con chicchessia. Temo però che faccia fare dei pessimi affari alla Regione che Lei presiede. Per esempio, regalando l’intero ciclo dello smaltimento rifiuti al gruppo Marcegaglia, ricambiato con giudizi più che lusinghieri sul quotidiano di Confindustria, il Sole 24 Ore. Per esempio, affidando ad Alberto Tedesco, titolare di un mostruoso conflitto d’interessi familiare, la Sanità regionale. E, per esempio, scegliendo a trattativa privata, senza gara, il San Raffaele di don Verzé come partner privato della Regione per costruire e gestire il nuovo mega-ospedale di Taranto. Le mie, dunque, sono critiche politiche, non penali, anche se sconfinano quasi tutte nella questione morale: anzi, meglio, nell’irrisolto problema dei rapporti fra politica e affari.
2. Vedo che Lei accenna a un Suo “errore di presunzione”, ma non nomina mai il senatore Tedesco, suo ex assessore alla Sanità, indagato (con richiesta d’arresti domiciliari respinta dal Senato) per gravi reati che avrebbe commesso proprio nei due anni di presenza nella Sua prima giunta. Ancora non è chiaro perché Lei l’avesse nominato proprio alla Sanità quando Tedesco ci ha raccontato lui stesso – Le aveva fatto presente che la sua famiglia possedeva aziende fornitrici della Sanità pugliese.
Se è a quel caso che allude quando ammette l’”errore di presunzione”, Le fa onore l’autocritica, ma che c’entra la “presunzione”? In quel caso Lei ha dato prova di una preoccupante insensibilità ai conflitti d’interessi, mettendosene in casa uno di proporzioni gigantesche,perfettamente in linea col suo ex partito (Rifondazione) che se n’è sempre bellamente infischiato del conflitto d’interessi di Berlusconi (e dunque di tutti gli altri).
Poi, quando è scattata l’indagine per corruzione, Lei si vanta di aver “reagito con radicalità e tempestività”, caldeggiando e/o accettando le dimissioni dell’assessore inquisito (e ci mancherebbe altro). Ma Le pare normale mettere la volpe a guardia del pollaio e poi cacciarla quando – sai che sorpresa – viene beccata a mangiarsi le galline?3. Anche sulla decisione di costruire un nuovo ospedale a Taranto, e per giunta di affidarlo al San Raffaele, le mie critiche sono squisitamente politiche, e anche un po’ morali, visti i rapporti di don Verzé prima con Craxi, poi con Berlusconi, e visto lo stato prefallimentare del San Raffaele. E vedo che, un po’ tardivamente, dopo le contestazioni dell’Idv, ora le obiezioni cominciano a muovergliele anche i Suoi alleati del Pd.
Anzitutto, se il San Raffaele del Mediterraneo è una struttura pubblica (e, almeno per il finanziamento lo è, visto che la Regione spenderà 200 milioni di cui 60 già versati), s’imponeva una gara internazionale, visto l’importo dell’opera. Lei dice di aver scelto quasi due anni fa l’affidamento privato perché il San Raffaele è molto prestigioso e preferiva “un processo accelerato”: e allora perché del nuovo ospedale non è stata ancora neppure posta la prima pietra?4. Apprendo che Lei considera don Verzé un “diavolo di prete”. L’ha scoperto di recente o lo pensava già l’anno scorso quando, in piena campagna elettorale per la Sua rielezione a governatore, presentando assieme a Lei il mega-progetto San Raffaele del Mediterraneo, quel diavolo di prete ebbe a definirla pubblicamente dinanzi a molti pugliesi in trasferta a Milano “un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore”, “dotato di un fondo di santità come Berlusconi” e invitò tutti a “eleggerlo ancora presidente della Regione Puglia almeno per altri 5-10 anni”, impegnandosi in caso di mancata elezione a “nominarlo comunque presidente del San Raffaele del Mediterraneo”?
5. L’utilità o meno del nuovo ospedale – ne convengo con Lei – è “opinabile” come ogni scelta politica. Ma continuo a domandarmi come spera, Lei, di ridurre il turismo sanitario dei malati tarantini fuori città o fuori regione sostituendo due vecchi ospedali da 680 posti letto in tutto con uno nuovo da 580 (come risulta a me) o dotato degli “identici posti letto” (come mi scrive Lei). Oltre ai due ospedali tarantini esistenti, il Suo piano prevede di chiuderne altri tre nella provincia di Taranto, 18 in tutto nell’intera regione.
Forse la sanità pugliese, una delle più indebitate d’Italia, dovrebbe risparmiare quattrini, rinunciando al faraonico San Raffaele per ammodernare le strutture esistenti e migliorare i servizi: sbaglio o in Puglia il tempo di attesa medio per una mammografia o un esame cardiologico oscilla fra i due e i tre anni? Oltretutto la Sua giunta, presidente Vendola, ha appena alzato l’aliquota dell’addizionale Irpef fino al tetto massimo per coprire il buco sanitario: non era meglio colmarlo con i 200 milioni destinati a don Verzé, invece di tassare un’altra volta i pugliesi?6. L’unica risposta in prosa della Sua poetica lettera, è l’annuncio di sospensione del bando per la progettazione del nuovo nosocomio alla luce del mega-buco di 1 miliardo di euro che ha portato il San Raffaele sull’orlo del fallimento. Perché – scrive Lei – “se il San Raffaele fallisce, cercheremo un nuovo partner”. Monsieur de Lapalisse, quello che un quarto d’ora prima di morire era ancora vivo, non avrebbe potuto dire meglio. Il guaio è che lo stato di decozione del San Raffaele non è una scoperta dell’ultim’ora.
Forse una gara pubblica avrebbe fatto emergere i buchi neri della fondazione di don Verzé & Berlusconi fin dall’inizio. Tantopiù che gli affari pugliesi del San Raffaele sono racchiusi in una fantomatica società “13 maggio”, che associa don Verzé a due imprenditori già finiti sotto inchiesta (quelli della nota cooperativa ciellina La Cascina) e che era presieduta fino a un mese fa da Mario Cal, il braccio destro di quel diavolo di prete, ora prematuramente scomparso perché si è sparato quando la Procura di Milano ha messo il naso nei conti.
Ecco, invece di attendere l’eventuale fallimento della Fondazione per cercare un nuovo partner, non sarebbe il caso di fermare le bocce e rimettere tutto il progetto in discussione? Magari un sostenitore come Lei delle primarie potrebbe promuovere un bel referendum tra i pugliesi, per sapere direttamente da loro quale soluzione preferiscono.7. Taccio sull’incredibile speculazione edilizia che si cela dietro il progetto del nuovo ospedale, con la Fintecna Immobiliare (ministero del Tesoro, Tremonti-Berlusconi) che baratta la variante urbanistica necessaria per costruirlo sulle sue aree in cambio della destinazione a edilizia residenziale, uffici e centri commerciali di terreni riservati a verde, parcheggi, ospedali. Ma pure questo è un problema, non trova?
8. A proposito dell’Ilva di Taranto: il 26 giugno l’Arpa Puglia (controllata dalla Regione) vi ha riscontrato il doppio delle emissioni consentite dalla legge regionale. Il picco è stato registrato a maggio con la presenza di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino del siderurgico, con un valore medio di 0,70 nanogrammi al metro cubo (contro 0,40 consentiti). Dove sarebbe dunque il mirabolante miglioramento ambientale da Lei vantato? È fantascienza o prosa amministrativa? Narrazione, poesia o che altro?
Marco Travaglio





















