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Archive for infortuni sul lavoro

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Mentre il Governo dei tecnici è impegnato a discutere la riforma del lavoro, ancor prima che venga varata, l’articolo 1 della Costituzione viene sospeso per l’ennesima volta. Antonio D’Amico è morto nello stabilimento Fiat di Pomigliano il 6 marzo del 2002. E’ stato schiacciato da un muletto guidato dall’ultima ruota del carro dell’ingranaggio: un precario.

Il ragazzo guidava ad un velocità superiore ai 6 km orari, aveva la visuale coperta perchè trasportava due contenitori con lamiere che superavano l’altezza consentita dalla legge di un metro e sessanta. Quando è avvenuto l’incidente sul posto c’era anche Rosario, il figlio di Antonio. Rosario conosce bene i tempi le dinamiche del lavoro: si stava producendo la nuova Punto, bisognava sbrigarsi, altrimenti si chiude e il lavoro viene delocalizzato. Allora se le cose stanno così si chiude un occhio, forse anche due, chi guida il muletto non ha il patentino ed è senza formazione. Il giovane precario durante il processo si è accollato tutta la colpa (come se la responsabilità di non essere formato sia la sua) ed in primo grado è stato condannato a poco più di un anno.

La Fiat ricorre in appello chiedendo l’annullamento del processo, la Fiat non è difesa da un avvocato qualunque, ma dal Presidente dell’ordine degli Avvocati della regione Campania. I familiari di Antonio si appellano a chiunque, perfino al Presidente della Repubblica che li onora con la medaglia al lavoro. Il processo va avanti con altre testimonianze, altro dolore e tanta speranza per chi resta affinchè la verità possa emergere. Sul cammino incontrano un PM comprensivo, giusto o che semplicemente fa il proprio lavoro e chiede che la pena venga raddoppiata. Esattamente dopo dieci anni il processo si conclude e si conclude come ci ha abituato il dittatore degli ultimi diciassette anni. I colpevoli ci sono, ma restano impuniti: IL REATO SI E’ PRESCRITTO!

Samanta Di Persio

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Basta indignarsi se si muore per 4 o 5 euro l’ora. In Italia è così se si vuole lavorare, per un lavoratore che rifiuta di essere sottopagato e/o sfruttato, una moltitudine di italiani, e non, è pronta ad accettare quel ricatto, perchè altrimenti il lavoro va all’estero, Marchionne docet. Le donne di Barletta sono morte per 3 euro e 95 centesimi l’ora, erano in nero, perfino Napolitano si è scosso, come fanno i bambini piccoli quando si spaventano, ma non mi risulta che sia andato al loro funerale. Qualcuno mi ha detto che non è prerogativa del Presidente della Repubblica andare ai funerali di chi muore sul lavoro, forse bisogna apprezzare il suo gesto quando presenzia le morti dei soldati italiani che hanno perso la vita in Afghanistan? Nel rifinanziamento delle missioni all’estero dev’esserci computato anche il costo dei funerali di Stato, con tanto di spesa per gli spostamenti delle cariche istituzionali.

In Italia la maggior parte dei giovani non sono figli di Craxi, Bossi, Di Pietro & co. i quali si sono dati alla politica con la garanzia di avere un posto di privilegio perchè hanno le spalle coperte. Molti studenti, come Francesco Pinna, lavorano per pesare il meno possibile sul bilancio familiare, prendono una miseria che a malapena permette loro di pagarsi un posto letto. Questa situazione non è un’eccezione, ma è il risultato di leggi volute da chi governa. Se non si lavora a nero, esistono tipologie contrattuali, previste dalla Legge 30, dove non si scappa: la paga oraria è misera. Questo è anche il risultato di un sindacato concetrato a fare carriera personale Bertinotti, Cofferati, Polverini noti per il salto di qualità in stipendio.

Basta indignarsi è ora di agire. Bisognerebbe intervenire sui versanti: formazione, controllo, certezza della pena.

Lavoratori ed imprenditori devono fare corsi di formazione VERI, bisogna spiegare loro l’importanza dell’utilizzo dei dispositivi di sicurezza. Spesso i corsi si riducono all’apposizione di una firma. Qualora i dispositivi di sicurezza fossero obsoleti è lo Stato che deve occuparsi di ricerca e finanziamento, il lavoro è la colonna portante dell’economia di un Paese non possiamo permetterci di perderli proprio sul lavoro.

La Asl è l’organo deputato a fare ispezioni nelle aziende attraverso i tecnici della prevenzione, ma ha carenza di personale, si stima che ogni impresa può avere un controllo ogni 33 anni. Se poi aggiungiamo che ogni impresa ha una durata media di 15 anni, il conto è presto fatto: gli imprenditori sanno perfettamente che la probabilità di un controllo è molto bassa, accettano il rischio di una sanzione, perchè è inferiore al costo della sicurezza.

Il tasto più dolente è la giustizia, anche per gli infortuni sul lavoro si tratta di malagiustizia. Nella migliore delle ipotesi le pene che vengono comminate ai responsabili sono molto basse, anche quando vengono manomessi i sistemi di sicurezza, per velocizzare la produzione, il reato contestato è omicidio colposo, invece si tratterebbe di omicidio doloso. Molti imprenditori sono incensurati quindi spesso vengono condannati con la sospensione della pena. Ci sono casi in cui addirittura i reati si prescrivono.

Nel 2011 abbiamo superato le morti sul lavoro avvenute nel 2010, 2009 e perfino 2008. Se conteggiamo le morti sulla strada ed in itinere, i lavoratori e le lavoratrici, che hanno perso la vita per sostentare se stessi e la propria famiglia, sono oltre 1100 (dato dell’Osservatorio Indipendente di Bologna). Questo è il fallimento politico e sindacale in un Paese che viene definito civile e democratico. Un Presidente della Repubblica potrebbe proporre la difesa a carico dello Stato, i familiari delle vittime spesso spendono migliaia di euro per non avere giustizia.

Samanta Di Persio

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Una seconda motivazione oltre a quella ecologica, accampata dai promotori dell’Alta Velocità è costituita dalla grande spinta occupazionale che la costruzione delle infrastrutture sarebbe in grado di garantire, attraverso l’assunzione di un gran numero di lavoratori.

A questo proposito occorre fare chiarezza sia sulla reale ricaduta dell’opera in termini di occupazione, sia sulle condizioni in cui i lavoratori si ritrovano ad operare all’interno dei cantieri.

A dicembre 2003, nel periodo di massima attività nella costruzione delle infrastrutture per il TAV Torino – Milano – Roma – Napoli, i lavoratori impegnati nell’intero progetto TAV, a fronte di un investimento di svariate decine di miliardi di euro, erano 13.779. Dimostrando, come ha più volte ribadito l’economista Marco Ponti, che gli investimenti di denaro pubblico nelle grandi opere determinano ricadute occupazionali fra le più basse in assoluto, trattandosi di opere ad alta intensità di capitale e non di lavoro.

Se 90 miliardi di euro di denaro, tanto verranno a costare i 1020 km succitati, fossero stati investiti nella messa in sicurezza del territorio italiano che versa in situazione disastrosa o nella ristrutturazione degli edifici pubblici, fatiscenti al punto di crollare sulla testa degli studenti, con tutta probabilità si sarebbero creati centinaia di migliaia di posti di lavoro, per decine di anni.

Il lavoro nei cantieri del TAV si svolge a ciclo continuo (24 ore su 24) in squadre composte da 6 operai. I turni possono impegnare un operaio anche per 48 ore notturne a settimana sul fronte di scavo e la pausa mensa non è conteggiata nelle ore giornaliere di lavoro……

Le condizioni di lavoro sono usuranti, in galleria si respira male, l’aria è inquinata, l’illuminazione scarsa ed i rischi molti.

Gli operai vivono in prefabbricati privi di confort e d’intimità, in camerate e con docce comuni. La maggioranza di loro viene dal Sud ed è costretta a vivere lontano dalle proprie famiglie, trascorrendo spesso alcuni mesi senza potersi permettere di fare ritorno a casa per qualche giorno. I prefabbricati sono quasi sempre ubicati in zone distanti da qualsiasi centro abitato ed i lavoratori vivono come reclusi, impossibilitati ad avere un contatto con il mondo esterno, anche durante i momenti di riposo. La vera tragedia è però costituita dal fatto che nei cantieri del TAV troppo spesso si muore.

Il 31 gennaio 2000 nel tunnel di Vaglia (FI) è morto Pasquale Costanzo, elettricista di 23 anni di Petilia Policastro. Il 26 giugno 2000 è spirato a Ponte Nuovo a Calenzano (FI) Giorgio Larcianelli, camionista di 53 anni di Scandicci. Il 1 settembre 2000 ha trovato la morte nella galleria di Monghidoro, Pietro Giampaolo di 58 anni di Chieti, schiacciato dalle ruote di un camion. Il 5 gennaio 2001 è rimasto ucciso Pasquale Adamo di 55 anni diQuarto (NA) sposato e padre di tre figli, stritolato dalla coclea di un posizionatore nella galleria di Monte Morello. Il 29 novembre 2001 nei pressi di Campogalliano è morto Francesco Minervino di 57 anni, travolto da un’escavatrice. Il primo febbraio 2003 all’ospedale Careggi di Firenze è spirato Giovanni Damiano di 42 anni di Benevento, padre di due figli. Il 26 gennaio 2004 è deceduto Biagio Paglia, travolto da una ruspa a Lesignana di Modena. Il 19 aprile 2004 è morto Kristian Hauber e il 10 maggio è deceduto Mario Laurenza, un carpentiere campano di 37 anni, rimasto folgorato in un cantiere di Castelfranco Emilia.

Nei primi 3 anni di lavori sulla tratta Torino – Novara, sono rimasti uccisi 5 operai e si sono annoverati oltre 1000 incidenti sul lavoro.

Anche dal punto di vista della ricaduta occupazionale l’alta Velocità si rivela dunque un pessimo investimento, dimostrandosi dispensatrice di una quantità oggettivamente limitata di occupazioni estremamente usuranti, pericolose, limitate nel tempo ed altamente lesive dei diritti del lavoratore.

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Categorie : Economia/Lavoro
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mar
08

17 marzo: pago io

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Siamo ancora freschi delle violente polemiche che hanno caratterizzato l’istituzione “una tantum” della celebrazione per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Cinque o sei miliardi di euro di costi per le aziende, denunciava Confindustria,  costrette a retribuire una giornata di lavoro senza produzione, la delegazione ministeriale della Lega Nord che si rifiuta di appoggiare la decisione in consiglio dei ministri ed infine l’atto di forza del governo che, per decreto, stabilisce che il 17 marzo 2011 sarà festa nazionale.

Euforia nei circoli patriottardi e fra le file della sinistra, rabbia per gli industriali e per i leghisti. Un bel giorno di ferie che cade dal cielo per tutti i dipendenti italiani. Una volta tanto vince la “ggente“. In realtà, mentre si discute di patria, unità e dei massimi sistemi, la truffa si nasconde in un paio di righe che completano il decreto:

al fine di evitare nuovi e maggiori oneri a carico della finanza pubblica e delle imprese private, per il solo anno 2011 gli effetti economici e gli istituti giuridici e contrattuali previsti per la festività soppressa del 4 novembre non si applicano a tale ricorrenza ma, in sostituzione, alla festa nazionale per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia

In pratica, i lavoratori dipendenti si vedranno decurtate 8 ore di permesso relativi alle “festività soppresse” (quelle del 4 novembre). Un monte ore che, normalmente, si può utilizzare in giorni a scelta o che può essere convertito in retribuzione se si decide di non fruirne.
Le aziende approfittano immediatamente del regalo fatto dal governo (e dalla silente opposizione).
In pratica, per “festeggiare” il 17 marzo, i lavoratori dipendenti dovranno sacrificare un giorno di permesso che altrimenti avrebbero potuto utilizzare in una data a loro scelta o rinunciare alla trasformazione di queste ore in retribuzione per coloro i quali avevano questa necessità (dai 50 ai 100 euro netti a cranio).
E’ soprattutto per questa seconda opzione che si può parlare di regalo fatto alla Marcegaglia. Da potenziale perdita di produttività, gli industriali si troveranno a disporre di un’inattesa liquidità e noi con meno soldi in tasca e con un giorno di ferie da fare obbligatoriamente in data stabilita dal governo.

Buon 17 marzo a tutti.

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Categorie : Politica
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gen
18

Dov’è la vittoria

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Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?!



Si, appunto. Dov’è la vittoria? Forse a Berlino nel 2006? Nelle pizzerie all’estero? Oppure tra le salme dei soldati. Premetto che non ho intenzione di discutere più di tanto sul fattore bellico della faccenda, ma ci sono delle cose che vorrei sottolineare.

Chi sa, tra gli affranti per quest’immane disgrazia, cosa ci fanno i nostri soldati là? Chi sa, là dove? Chi sa un po’ di numeri tricolori di questa guerra? Allora… Abbiamo 36 morti in circa 5 anni di guerra. Quindi abbiamo circa 7 morti l’anno per questo conflitto, ovvero 1 morto ogni 2 mesi circa.
Tenetevi forte. Ogni giorno muoiono circa 5 persone per un’altra causa. Il lavoro. Ogni giorno muoiono circa 5 persone per portare a casa il pane, per comprare una TV, per scrivere un libro, per regalare ai propri figli un giocattolo, per comprarsi una macchina, per sposare la propria ragazza. Ogni giorno 5 di questi sogni spariscono. Ogni giorno c’è un ragazzo che non ha più un padre, una ragazza che non ha più il fidanzato e una madre che non ha più un figlio. E sto parlando di fonti “ufficiali”, quindi scordatevi i lavoratori morti in nero e altra merda. Questo è il dato minimo.

Personalmente a me dispiace per questi  soldati morti (eh si, stavolta è meglio che lo espliciti!), ma il dispiacere è sommerso dallo schifo. Vedo medaglie, fari, discorsi. Cambia così tanto morire con un mitra in mano o con un piccone? Cambia così tanto servire la propria patria o mandare avanti la propria famiglia?

Ma andrò oltre, dato che non mi dispiace poi troppo dire quello che penso. Io non vedo affatto tutto questo spirito patriottico che si vorrebbe far passare come motivazione per rendere questi morti più importanti degli altri. Sono morti servendo la patria! Eh? Mi dispiace per loro se son morti così. Mi dispiace davvero se sono andati là per portare in alto il nome dell’Italia. Se tra quei poveri cristi c’è invece qualcuno che più onestamente dicesse che è là perché ci si è ritrovato o che è là, ma dell’Italia non gliene frega una mazza, capirei di più. Ma queste sono mie riflessioni. Soggettive.

Il punto da cui non voglio troppo allontanarmi e da cui spero non aver distolto l’attenzione, è comunque il fatto che di questi attentati ce n’è uno al giorno e non in delle pericolose trincee, ma in qualche cantiere o su qualche strada. E chi cade da un’impalcatura non ha un funerale di stato. Non ha una foto in mondovisione di suo figlio che indossa il suo elmetto. E sulla sua bara non ci sarà una bandiera tricolore a ricordare quant’era giovane e patriota. Quindi, pensatela come vi pare su questa guerra o meglio informatevi, ma per favore non fate minuti di silenzio.

Oppure siate coerenti.

Fate una vita di silenzio.

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Categorie : Informazione
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set
05

Omicidi sul lavoro

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morti_bianche

L’altro giorno un operaio è morto schiacciato da un blocco di marmo, in una cava a Serle, in provincia di Brescia.
Oramai è diventato uno stillicidio quotidiano, di cui la maggior parte dei mezzi d’informazione parla pochissimo, e quando lo fa, molte volte queste morti vengono definite, “morti bianche”. Anche sul sito dell’Anmil (Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi del Lavoro) leggo molto spesso nelle news “morti bianche”. Io vorrei che qualcuno mi spiegasse perchè le si devono chiamare così. Cosa c’è di bianco in una morte sul lavoro, cosa? Perchè davvero non si è capito.

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Categorie : Economia/Lavoro
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giu
26

Il lavoro uccide

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Racconto di Dèsirèe Castiglia.

“Una bambina di sei anni non può mai immaginare che il proprio papà, il proprio eroe, non torni mai più a casa dopo il lavoro. Io stessa non me lo sarei mai immaginato. Il mio papà si chiamava Angelo Castiglia. Era un gran lavoratore. Ha sempre lavorato per mantenere la mia famiglia, siamo quattro figli e i nostri genitori non ci hanno mai fatto mancare niente. Io, non so neanche perché è successo, della mia infanzia ho pochi ricordi, faccio davvero molta fatica a ricordare. Spesso però, grazie ai racconti, riesco a “vivermi” papà, anche se non è nel modo che vorrei. Papà era buono, da noi si dice un pezzo di pane, lo conoscevano tutti. Ha sempre lavorato fuori, a Udine, in Arabia Saudita e in Germania per quanto ricordo. Stranamente però, qualche mese prima di morire è voluto tornarsene qui nel suo paese Sapri, per stare vicino alla sua famiglia.

Era un lunedì mattina quando avvenne la tragedia. Esattamente il 23 Luglio 1996. Come al solito quella mattina andò a lavorare. Mia madre mi ha detto che il cantiere era pessimo, non esisteva una protezione e soprattutto l’impalcatura su cui lavorava non era a norma. Quel giorno non doveva neanche salire su quella maledetta impalcatura, ma per la sua bontà prese il posto di un ragazzo, suo collega, poiché quest’ultimo aveva un po’ esagerato nel fine settimana, doveva ancora smaltire i postumi. Salita l’impalcatura, un po’ per il peso, un po’ per le condizioni pessime di questa, una delle basi cedette: scaraventando giù papà. Ha fatto un volo di 12 metri, era al quarto piano del palazzo dove stava lavorando. Non è morto sul colpo ma è rimasto lucido sino all’arrivo all’ospedale, è deceduto durante l’operazione. Aveva solo 44 anni e ha lasciato me, i miei tre fratelli e la mamma. All’epoca dei fatti solo una delle mie sorelle era maggiorenne, degli altri tre minorenni la più piccola ero io, avevo solo sei anni. La ditta da allora è stata sempre assente. Dopo la morte del mio papà ha dato solo la misera paga che spettava mensilmente e per il resto ogni promessa fatta è sfumata, tra cui quella di pagare le spese dei funerali. Da allora c’è una causa in atto con la ditta. Abbiamo vinto la causa penale, nonostante la ditta si sia sempre dichiarata estranea ai fatti e abbia fatto ricadere la colpa su mio padre. Tra alcuni mesi invece ha inizio quella civile. La causa è durata da 11 anni e in questi lunghi anni abbiamo assistito alle testimonianze false degli altri operai che hanno dichiarato di non esser presenti al momento dell’incidente. Tutta la mia famiglia chiede solo giustizia!

Crescere senza papà non è stato facile. Mi sono sempre sentita diversa dagli altri, perché io non potevo stringere e chiamare il mio papà. Mi è mancato, anzi mi manca ancora oggi, poter pronunciare quella parolina, che per tutti è banale: papà. Mi è mancato non poterlo tenere vicino nei momenti speciali per una bambina che sta crescendo, Comunione, Cresima, compleanni, maturità. Soffro ogni volta che vedo un papà che scherza e gioca con il proprio bambino. Mi manca così tanto che ho continuamente paura di dimenticarlo. Mi fa male non riuscire a ricordare tutti i momenti passati insieme a lui. Ogni volta che sento parlare di morti bianche nel mio cuore mio padre muore nuovamente. Non riesco ad accettare che nel 2009 ancora debbano accadere queste tragedie con il progresso che c’è. Questo evento ha condizionato molto la mia crescita, lo dimostra che sono dovuta stare in cura da una psicologa perché avevo continuamente paura che potesse morire un altro caro. Ora che sono abbastanza grande capisco ciò che voglio: chiedo solo giustizia! Ho solo un rimpianto non avergli detto quanto lo amavo prima che la morte lo portasse via per sempre da me!”

Fonte: http://sdp80.wordpress.com/

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Categorie : Economia/Lavoro
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mar
13

Il padre rubato

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Non molto tempo fa il nostro bene amato Presidente della Repubblica aveva portato alla ribalta del pubblico dibattito il drammatico ed irrisolto problema delle morti e degli infortuni sul lavoro. Oggi quest’argomento è sostanzialmente scomparso forse anche perchè lo stesso Presidente è sempre impegnato a firmare e a giustificare le leggi ad personam del suo caro amico e socio Presidente del Consiglio.

Vale quindi la pena ricordare che da inzio anno più di 200 mila infortuni hanno determinato 205 caduti sul lavoro ed oltre 5000 invalidi. Continiamo pure ad occuparci dei problemi del cavaliere ma nel frattempo leggetevi questa testimonianza presa dalla pagina facebook di “Morti Bianche”, il libro scritto da Samanta Di Persio disponibile, per tutti coloro a cui interessa l’argomento, presso la biblioteca comunale.

Una bambina di sei anni non può mai immaginare che il proprio papà, il proprio eroe, non torni mai più a casa dopo il lavoro. Io stessa non me lo sarei mai immaginato. Il mio papà si chiamava Angelo Castiglia. Era un gran lavoratore. Ha sempre lavorato per mantenere la mia famiglia, siamo quattro figli e i nostri genitori non ci hanno mai fatto mancare niente.
Io, non so neanche perché è successo, della mia infanzia ho pochi ricordi, faccio davvero molta fatica a ricordare. Spesso però, grazie ai racconti, riesco a “vivermi” papà, anche se non è nel modo che vorrei. Papà era buono, da noi si dice un pezzo di pane, lo conoscevano tutti. Ha sempre lavorato fuori, a Udine, in Arabia Saudita e in Germania per quanto ricordo. Stranamente però, qualche mese prima di morire è voluto tornarsene qui nel suo paese Sapri, per stare vicino alla sua famiglia. Era un lunedì mattina quando avvenne la tragedia. Esattamente il 23 Luglio 1996. Come al solito quella mattina andò a lavorare. Mia madre mi ha detto che il cantiere era pessimo, non esisteva una protezione e soprattutto l’impalcatura su cui lavorava non era a norma. Quel giorno non doveva neanche salire su quella maledetta impalcatura, ma per la sua bontà prese il posto di un ragazzo, suo collega, poiché quest’ultimo aveva un po’ esagerato nel fine settimana con il bere e doveva ancora smaltire i postumi. Salita l’impalcatura, un po’ per il peso, un po’ per le condizioni pessime di questa, una delle basi cedette: scaraventando giù papà. Ha fatto un volo di 12 metri, era al quarto piano del palazzo dove stava lavorando. Non è morto sul colpo ma è rimasto lucido sino all’arrivo all’ospedale, è deceduto durante l’operazione.
Aveva solo 44 anni e ha lasciato me, i miei tre fratelli e la mamma. All’epoca dei fatti solo una delle mie sorelle era maggiorenne, degli altri tre minorenni la più piccola ero io, avevo solo sei anni. La ditta da allora è stata sempre assente. Dopo la morte del mio papà ha dato solo la misera paga che spettava mensilmente e per il resto ogni promessa fatta è sfumata, tra cui quella di pagare le spese dei funerali. Da allora c’è una causa in atto con la ditta. Abbiamo vinto la causa penale e la cassazione, nonostante la ditta si sia sempre dichiarata estranea ai fatti e abbia fatto ricadere la colpa su mio padre. Tra alcuni mesi invece ha inizio quella civile. La causa dura da 11 anni e in questi lunghi anni abbiamo assistito alle testimonianze false degli altri operai che hanno dichiarato di non esser presenti al momento dell’incidente. Tutta la mia famiglia chiede solo giustizia!
Crescere senza papà non è stato facile. Mi sono sempre sentita diversa dagli altri, perché io non potevo stringere e chiamare il mio papà. Mi è mancato, anzi mi manca ancora oggi, poter pronunciare quella parolina, che per tutti è banale: papà. Mi è mancato non poterlo tenere vicino nei momenti speciali per una bambina che sta crescendo, Comunione, Cresima, compleanni. Soffro ogni volta che vedo un papà che scherza e gioca con il proprio bambino. Mi manca così tanto che ho continuamente paura di dimenticarlo. Mi fa male non riuscire a ricordare tutti i momenti passati insieme a lui. Ogni volta che sento parlare di morti bianche nel mio cuore mio padre muore nuovamente. Non riesco ad accettare che nel 2009 ancora debbano accadere queste tragedie con il progresso che c’è. Questo evento ha condizionato molto la mia crescita, lo dimostra che sono dovuta stare in cura da una psicologa perché avevo continuamente paura che potesse morire un altro caro. Ora che sono abbastanza grande capisco ciò che voglio: chiedo solo giustizia! Ho solo un rimpianto non avergli detto quanto lo amavo prima che la morte lo portasse via per sempre da me!

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Categorie : Economia/Lavoro
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796 morti, 19.902 invalidi, 796.110 infortuni, questi i numeri, sino ad ora, dell’annuale mattanza nei luoghi di lavoro. Mattanza è il nome adatto per questa continua, costante e silenziosa strage Italiana. Basta parlare di incidenti, basta parlare di morti bianche, le parole hanno un loro specifico significato e vanno usate correttamente. La maggior parte di questi caduti sul lavoro sono dovuti ad una scarsa attenzione alla sicurezza, all’assenza di rigorose norme e puntuali controlli. La sicurezza sul lavoro risulta onerosa per le aziende e quindi meglio esternalizzare i costi con morti, invalidi ed infortunati. Costi enormi che devono essere così assunti dalla collettività e dalle famiglie dei caduti in questa assurda spirale. Un prezzo economico, sociale ed umano impagabile, un mutuo inestinguibile che nostro malgrado siamo costretti ad assumerci.

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set
15

Verità e giustizia

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Sabato 25 novembre del 2006, alle ore 13, cioè, quasi 2 anni e mezzo fa, morirono carbonizzati quattro operai nell’esplosione alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno.
Si chiamavano, Giuseppe Coletti, 48 anni, Tullio Mottini, 46 anni, Vladimir Todhe, 32 anni, Maurizio Manili, 42 anni.
In due anni è mezzo il processo manco è ancora iniziato, a differenza di quello per la strage della Thyssenkrupp, che è iniziato in Corte D’assise il 15 gennaio 2009.

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Categorie : Giustizia
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