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Zero Privilegi Puglia

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Archive for guerra

set
12

11 Settembre 2001

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“E’ difficile sapere quale sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità.”
Albert Einstein.

LA VERSIONE UFFICIALE

L’11 settembre 2001, diciannove terroristi arabi suicidi pieni di un generico odio verso la libertà e la democrazia americana hanno dirottato (armati di taglierini) quattro aerei di linea (per la precisione due Boeing-757 e due Boeing-767 della American e della United Airlines) e ne hanno fatti schiantare due contro le Torri Gemelle del World Trade Center (WTC) di New York, che sono poi crollate in un modo che se davvero non ha impiegato esplosivi allora ha violato varie leggi fisiche, e un terzo contro il Pentagono, per mostrare la propria devozione ad Allah e punire il blasfemo impero capitalista americano.

Il quarto (il volo UA-93) a quanto ci è stato riferito si è schiantato al suolo nella Pennsylvania occidentale, dopo che i passeggeri hanno contrastato i terroristi, li hanno sopraffatti e in un gesto di eroismo si sono sacrificati schiantandosi in un campo deserto per evitare altre morti. Poi, circa sette ore dopo il crollo delle Torri Gemelle, un terzo grattacielo, il WTC-7, ha deciso di crollare sulla propria pianta in sei secondi e mezzo in un modo del tutto identico a una demolizione controllata che, se non ha coinvolto esplosivi come afferma la versione ufficiale dei fatti, ha violato anch’esso molte leggi fisiche.

Due giorni dopo questi avvenimenti, l’FBI ha tirato fuori dal cilindro, in modo tuttora imprecisato, i nomi e le identità dei 19 dirottatori e del mandante, tale Osama bin Laden, e da allora quell’uomo e quei diciannove volti sono per tutto il mondo i colpevoli del più grande attentato terroristico della storia (nonostante bin Laden abbia sempre negato ogni coinvolgimento e si sappia da anni che molti dei presunti dirottatori sono probabilmente ancora vivi e innocenti).

Tutto abbastanza semplice e lineare, insomma.

Senonché sono state notate da molte persone (cioé da tutti quelli che si sono fermati un attimo a ragionarci su), decine di incongruenze e fatti inspiegabili, che secondo migliaia di persone sarebbero più che sufficienti a giustificare un’altra indagine (stavolta indipendente e priva di intromissioni governative) sui fatti di quel giorno.

Ora, lasciando stare speculazioni e ipotesi, per loro stessa natura fallibili, veniamo alle incontestabili e per forza oneste prove AUDIOVISIVE (filmati e fotografie ufficiali) disponibili a chiunque dall’11 settembre 2001, e analizziamole nel dettaglio basandoci sulle leggi fisiche che governano il nostro universo per capire cosa ha originato tutti questi dubbi e queste teorie “complottiste”, tenendo a mente che immagini e fatti non mentono mai.
Gli uomini invece spesso.

Se pensate di trovare in queste pagine la vera storia dell’11 settembre 2001 e come si sono svolti davvero i fatti, passo per passo, vi sbagliate. Commettete un errore banale ma molto comune. Nessuno, a parte ovviamente chi ha organizzato tutto, può sapere come si sono svolti precisamente i fatti di quel giorno. Non c’è modo di scoprirlo. Si possono al massimo formulare teorie, coerenti e probabili quanto volete, dati gli indizi in nostro possesso (che a volte possono essere decisamente notevoli), ma non certe, perchè semplicemente non esiste nessun modo di verificarle al 100%. Il problema è tutto qui. (Fa eccezione la demolizione controllata del WTC, perché a riguardo abbiamo ormai prove certe, sia fisiche che materiali.)
Nessuno è in possesso di tutta la verità su cosa sia successo realmente l’11 settembre 2001, e vi consiglio caldamente di diffidare da chiunque affermi di conoscerla, perchè è di sicuro un millantatore inaffidabile.

NON POSSIAMO SAPERE COSA SIA SUCCESSO DAVVERO (non con i mezzi a nostra disposizione), a meno che i colpevoli non decidano di confessare (cosa molto improbabile).

POSSIAMO PERO’ SAPERE COSA NON PUO’ ESSERE SUCCESSO, perchè leggi fisiche e fatti ben precisi lo impediscono senza ombra di dubbio.

Molte indagini condotte in questi anni, rigorosamente scientifiche e razionali, esaminano ogni aspetto della storia ufficiale e conducono tutte alla stessa conclusione: le cose non possono essere andate come afferma la versione ufficiale dei fatti. Semplicemente, la spiegazione ufficiale non è scientificamente possibile. Ce lo assicurano la matematica, le proprietà dei materiali in gioco, le regole ingegneristiche e la fisica più basilare.

Con la dimostrazione della falsità della versione ufficiale finisce il compito di questo blog. Non intendo fare di più, perchè non è possibile fare di più. Dopotutto, il semplice fatto che la storia ufficiale dell’11 settembre 2001 è in realtà completamente falsa, e che negli ultimi anni sono state condotte (e si stanno tuttora conducendo) in tutto il mondo guerre basate su una clamorosa menzogna che sono costate e costeranno la vita a centinaia di migliaia di persone, oltre a modificare sensibilmente l’assetto geopolitico mondiale, mi sembra già una conclusione sufficientemente traumatica.

Per  chi volesse approfondire, oltre a vedere l’interessante documentario 11 Settembre 2001 – Inganno Globale cliccando sull’immagine ad inizio post, può sfogliare le seguenti pagine:

http://xoomer.virgilio.it/911_subito/immagini_eloquenti.htm

http://www.luogocomune.net/site/modules/911/

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ago
31

Il male oscuro

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In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma(SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!

E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.

Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta ,né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?

Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?

E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!

Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.

E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).

E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.

E il 27 ottobre sempre ad Assisi , la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.

Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli

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Prima di iniziare il calcolo dei costi – in termini economici e di vite umane perse – delle guerre dell’ultimo decennio, l’editorialista del quotidiano britannico the Guardian Jason Burke si sforza di dare un nome alla serie di conflitti a catena scaturiti dall’attacco alle World Trade Center dell’11 settembre del 2001.

Nessuno dei combattenti della battaglia di Waterloo, argomenta Burke, era consapevole che Waterloo sarebbe stata associata alla fine di Napoleone, né tanto meno i soldati impegnati nella battaglia di Castillon del 1453 potevano immaginare che l’ultimo colpo sferrato agli inglesi avrebbe chiuso la guerra dei Cent’anni e spianato la strada al Rinascimento e all’epoca moderna. Così Burke, scrivendo sul Guardian, propone per i conflitti in corsi, tutti legati tra di essi e responsabili di un nuovo corso mondiale, il nome di “9/11 wars”, le guerre dell’11 settembre.

Oltre che sui campi principali di Afghanistan, Pakistan e Iraq, questa guerra si combatte dal Sudan alle Seychelles, dalla Turchia al Tagikistan. Altri scenari preesistenti all’11 settembre, come in Algeria o in Libano, in Arabia Saudita, Yemen o Indonesia hanno preso le connotazioni di quel tipo di guerra, contrapponendo gli ideali occidentali agli inesauribili eserciti di al-Qaeda. Ma chi sta  vincendo? Burke non vede un vincitore: al-Qaeda, tutto sommato, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era preposto. Non una rivolta totale dei musulmani contro l’occidente oppressore, né la creazione di nuovi califfati. E, soprattutto, il diverso approccio di Washington nei confronti del mondo islamico non è quello che speravano di ottenere gli uomini di Osama. Ciò non vuol dire che l’occidente abbia vinto, scrive ancora Burke, ma nemmeno che abbia perso.

Forse i governi occidentali stanno pareggiando questa partita ma, di sicuro, i loro cittadini hanno già perso. “La forza del terrorismo consiste nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete”, afferma Burke; ma a voler guardare bene chi ha veramente guadagnato, sfruttando la situazione, sono i palazzi del potere e la grande industria della guerra e della sicurezza. Hanno avuto gioco facile per stringere la morsa: ben volentieri abbiamo accettato che il bisogno della “sicurezza” prevalesse sulla nostra libertà e sul diritto alla riservatezza, ridotti, entrambe, ai minimi termini. Abbiamo perso anche dal punto di vista economico: la spesa militare, in costante crescita, non conosce battute d’arresto sottraendo risorse vitali ai meccanismi sociali del welfare. Si può pensare di tagliare sulle pensioni, sui sussidi, si può mortificare la sanità, l’istruzione, il mondo del lavoro. È assolutamente vietato, però, togliere un solo centesimo dai budget per guerre e armamenti, entrambi essenziali “per tenere lontano dalle nostre case e dalle nostre città i terroristi”, come ama ripetere il ministro La Russa. Eccolo, un esempio eclatante di come “la forza del terrorismo” che consiste “nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete”, possa essere utilizzata da chi ci governa per portare avanti politiche spregiudicate a vantaggio di ristrette lobby d’affaristi e speculatori.

A pagare il prezzo più alto, e su questo non si può non essere d’accordo con Burke, sono state le vittime e i famigliari delle vittime di questa guerra che dura da dieci anni. Le circa tremila vittime dell’attentato alle Torri gemelle, i 190 morti di Madrid (11 marzo 2004), i 52 di Londra (7 luglio 2005); le vittime di Falluja (senza contare gli effetti ancora devastanti per l’utilizzo di fosforo bianco e bombe all’uranio impoverito); dei 24 uomini, donne e bambini vittime della rappresaglia di Harditha per la morte di un sergente statunitense; degli oltre 14 mila civili afgani vittime di “bombe intelligenti”, “effetti collaterali”, droni imprecisi, ordigni rudimentali; le vittime dei grilletti facili dei contractors privati a Baghdad; i 9 mila morti in Pakistan, i 6.700 soldati della coalizione, i 12 mila poliziotti iracheni, i 3.000 soldati afgani, i 60 mila ribelli (Iraq, Afghanistan e Pakistan), i 1500 contractors privati. La lista stilata dal Guardian è, per stessa ammissione di Burke, ovviamente incompleta e con cifre sicuramente al ribasso di quelle reali. Non possiamo dimenticare, anche se vive, le vittime degli abusi di Bagram, di Abu Ghraib, di Guantanamo. E infine vanno aggiunte altre due vittime di questa guerra globale permanete: la dignità e la solidarietà umana.

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ago
23

Epilogo di sangue

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In queste ore si sta consumando una strage a Tripoli.

Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all’Università degli Studi di Milano, ha parole amare:
“La missione della Nato e l’intervento della comunità internazionale sono stati giustificati sulla base di ragioni umanitarie e sarebbe un disastro – per la Nato e per la comunità internazionale – se i ribelli, arrivati a Tripoli, facessero quello che la Nato ha impedito di fare a Gheddafi a Bengasi”.

La propaganda ha presentato questo epilogo come una marcia trionfale, con le truppe di Gheddafi che si arrendono e la popolazione che fa festa. Invece è di centinaia di morti il bollettino di guerra, destinato a peggiorare perché in gioco non c’è la vita umana ma il petrolio libico.

Questa è una guerra cominciata nell’ipocrisia e che sta terminando nel cinismo.

Doveva essere un’operazione per rompere l’assedio di Bengasi e si conclude con l’assedio di Tripoli. Il prima era cattivo, il secondo è buono.

Doveva essere una “guerra umanitaria” per salvare vite umane e si conclude con un bagno di sangue.

Doveva essere il trionfo dell’Onu e invece adesso l’Onu tace, completamente esautorato.

La risoluzione Onu doveva servire al cessate il fuoco ma le milizie antigheddafi hanno detto che bisognava combattere fino alla vittoria, e hanno messo alla porta l’inviato dell’Onu, con il consenso della Nato.

Non importa chi vincerà e quando.

Questa guerra è una sconfitta per tutti coloro che l’anno sostenuta.

Si conclude in un bagno di sangue l’ultima guerra umanitaria della Nato, una guerra per procura in cui non volevamo rimetterci i nostri uomini e abbiamo fatto morire gli altri.

I vincitori di domani sono già pesantemente sconfitti oggi da questo spaventoso epilogo di sangue.

Alessandro Marescotti

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La strage delle vittime delle guerre, delle guerre sempre terroriste e sempre assassine, delle guerre cui anche l’Italia illegalmente partecipa: in Afghanistan, in Libia. E la strage dei migranti che muoiono annegati nel Mediterraneo, i migranti in fuga dalle guerre, dalle dittature, dai colpi di stato, dai luoghi in cui l’ordine mondiale dei vampiri che rapina interi continenti le popolazioni rapinate condanna alla miseria, alla fame, alla morte.

I migranti uccisi dalle politiche razziste che arrivano a negare il loro diritto alla fuga per salvarsi la vita, che negano loro il diritto d’asilo, che negano loro quell’accoglienza e assistenza che ad ogni essere umano e’ dovuta.

La strage dei migranti di cui e’ corresponsabile anche l’Italia e l’Unione Europea, le cui brutali politiche razziste fanno ancora piu’ vittime della stessa furia assassina dei raptus massacratori di singoli folli criminali neonazisti – ed e’ evidente la continuita’ tra i due fenomeni, e come il razzismo patologico dei singoli terroristi sia anche uno dei frutti avvelenati del razzismo istituzionale di tanti stati e governi del mondo.

Cessi la partecipazione italiana alle guerre: torni l’Italia al rispetto della legalita’ costituzionale, della civilta’ giuridica, della coscienza umana. Cessi la persecuzione razzista dei migranti da parte dell’Italia: torni l’Italia al rispetto della legalita’ costituzionale, della civilta’ giuridica, della coscienza umana.

E’ dovere di noi cittadini italiani ottenere che il nostro paese, il nostro stato, cessi di uccidere con le guerre e il razzismo; e’ dovere di noi cittadini italiani ottenere che il nostro paese, il nostro stato, torni ad essere un paese civile, uno stato di diritto, un luogo di esseri umani consapevoli che vi e’ una sola umanita’ di cui tutti gli esseri umani fanno parte.

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Categorie : Salute/Medicina
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lug
22

Restiamo umani

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Prendete una scatola di cartone e chiudeteci dentro dei micetti. Adesso con tutto il vostro peso saltateci sopra finché non sentite le ossicine scricchiolare e l’ultimo miagolio spegnersi. Diffondete il video di questa azione e immediatamente vedrete alzarsi a gran voce l’indignazione generale per questa orripilante, quanto disumana, azione. Nella striscia di Gaza tra il dicembre 2008 e Gennaio 2009 è avvenuta esattamente la stessa cosa. Un intero popolo confinato in un fazzoletto di terra è stato assediato e bombardato per una ventina di giorni dall’esercito più potente del mondo. Il tutto nell’assordante silenzio del mondo intero.

Migliaia di morti, al 90% civili, quasi la metà bambini e decine di migliaia di feriti sono il risultato dell’operazione militare  “piombo fuso” messa in atto dal potente esercito militare di Israele a danni del popolo Palestinese chiuso nel suo fazzoletto di terrà. In quei giorni nessuno ha potuto raggiungere quei luoghi, ne le organizzazioni umanitarie per dare assistenza medica-sanitaria ne i giornalisti che avrebbero potuto raccontare e diffondere nel mondo le notizie e le immagini di quel massacro. Era però sul posto Vittorio Arrigoni, il giornalista divenuto famoso dopo essere stato brutalmente assassinato, che quotidianamente inviava resoconti di quello che accadeva.

Nell’aria acre odore di zolfo, lampi spezzano il cielo inframmezzando fragorosi boati. ormai le mie orecchie sono sorde dalle esplosioni e i miei occhi aridi di lacrime dinanzi ai cadaveri. Mi trovo davanti all’ospedale di Al Shifa, il principale di Gaza, ed è appena giunta la terribile minaccia che Israele avrebbe deciso di bombardare la nuova ala in costruzione. Non sarebbe una novità, ieri è stata bombardata la clinica Wea’m. Insieme ad un deposito di medicinali a Rafah, l’università islamica (distrutta), e diverse moschee sparse per tutta la Striscia. Oltre a decine di infrastrutture civili. Pare che non trovando più obiettivi “sensibili”, l’aviazione e la marina militare si dilettino nel bersagliare luoghi sacri, scuole e ospedali. E’ un 11 settembre ad ogni ora, ogni minuto da queste parti, e domani è sempre un nuovo oggi di lutto, di disperazione sempre uguale. Si avvertono gli elicotteri e gli aerei costantemente in volo, quando vedi il lampo sei già spacciato, è troppo tardi per mettersi in salvo. Non esistono bunker anti bombe lungo tutta la Striscia, nessun posto è sicuro. Non riesco a contattare più amici a Rafah, nenache quelli che abitano a nord di Gaza City, spero solo perchè le linee sono intasate. Ci spero. Sono 60 ore che non chiudo occhio, e come me, tutti i gazawi.

Ieri con tre compagni dell’Ism abbiamo trascorso la nottata all’ospedale di Al Awda nel campo profughi di jabalia. Ci siamo andati perchè temevamo la tanto paventata incursione di terra che poi non si è verificata. Ma i carri armati israeliani stazionano pronti lungo tutto il confine della Striscia, i loro cingoli pare si metteranno in funerea marcia questa notte. Verso le 23.30 una bomba è precipitata a circa 800 metri dall’ospedale, l’onda d’urto ha mandato in frantumi alcune finestre, aggravando le condizioni dei pazienti già feriti. Un’ambulanza si è recata sul posto, hanno tirato giù una moschea, fortunatamente vuota a quell’ora. Sfortunatamente, anche se non di sfortuna si tratta, ma di volontà criminale e terroristica di israele nel compiere stragi di civili, l’esplosione ha travolto anche l’edificio adiacente alla moschea, distruggendolo.

Abbiamo visto tirare fuori dalle macerie i corpi di sei sorelline; 5 sono morte, una è gravissima. Hanno adagiato le bambine sull’asfalto carbonizzato, e sembravano bamboline rotte, buttate via perchè inservibili.Non è un errore, è volontario cinico orrore. Siamo a quota 320 morti, più di un migliaio i feriti, secondo un medico di Shifa il 60% è destinato a morire nelle prossime ore, nei prossimi giorni di una lunga agonia. Decine sono i dispersi, negli ospedali donne disperate cercano i mariti o i figli da due giorni, spesso invano. E’ uno spettacolo macabro all’obitorio. Un infermiere mi ha raccontato di una donna palestinese che, dopo ore di ricerca fra i pezzi di cadaveri conservati nelle celle frigorifere, ha riconosciuto suo marito da una mano amputata. Tutto quello che di suo marito è rimasto, e la fede ancora al dito dell’amore eterno che si erano ripromessi. Di una casa abitata da due famiglie rasa al suolo è rimasto ben poco dei corpi umani seppelliti sotto. Ai parenti hanno mostrasto mezzo busto e tre gambe.

Qualcuno fermi questo incubo. Rimanere immobili in silenzio significa sostenere il genocidio in corso. Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo “civile”, in ogni città, in ogni piazza, sovrastate le nostre urla di dolore e terrore. C’è una parte di umanità che sta morendo in pietoso ascolto.

Restiamo umani.

Vittorio Arrigoni

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Non fatevi ingannare.
Quello che avviene in Val di Susa non è lo scontro fra alcuni manifestanti con il volto coperto e i poliziotti. Lo scontro, ben più profondo ma meno visibile, è fra la volontà dei cittadini e la volontà delle lobby economiche. Fra democrazia e profitto.
Se le scelte politiche fossero il frutto della democrazia e della volontà popolare, non vedremmo tanta gente che protesta.  Quelli che sono scesi in val di Susa con i passeggini sapevano di portare le ragioni del nostro futuro. Migliaia di persone a cui è stata tolta la voce e la visibilità. Il dramma è che i cittadini non sono consultati e vengono esclusi dalle scelte che riguardano la loro vita. Eppure c’è un’apposita normativa, la Convenzione di Aarhus, che prevede tassativamente il coinvolgimento della popolazione per le scelte ambientali.
E’ grave e lo tocchiamo con mano: non siamo consultati per il nucleare, non siamo consultati per  l’acqua. Tuttavia sappiamo dire la nostra quando ce ne è data la possibiltà. Un senso di esclusione pervade le nostre vite, mina la fiducia nello Stato. E’ questo il dramma che ferisce le coscienze di milioni di italiani, non meno delle bombe carta lanciate da alcuni violenti.

Ecco, presidente Napolitano, c’è un modo naturale per evitare quella violenza che condanniamo: consultateci!
Imparate ad ascoltare i cittadini almeno quanto ascoltate le lobby economiche. La democrazia, specie se integrata da quella diretta, contiene un prezioso germe di nonviolenza che va coltivato. La democrazia va praticata a tutti i livelli e se è praticata con buona fede diventa il migliore argine alla violenza. La violenza nasce dalla non capacità e dalla non volontà di gestire i conflitti. La nonviolenza conta le teste. Quando le teste non si contano, a prendere slancio è la rabbia e la violenza, sia quella che comincia con le bombe carta sia quella che finisce con i manganelli e i lacrimogeni.
E chi vince è chi ha la forza, non necessariamente la ragione. Se ci sentiamo in dovere di essere solidali con i poliziotti feriti, mandati a rappresentare uno Stato che non dialoga ma che impone le scelte dall’alto, ci sentiamo in diritto di esigere il rispetto di tutti i nostri diritti, affinché le scelte nascano dalla volontà generale. Quella dei cittadini, non delle lobby economiche.

Perché l’alta velocità che manca in Italia è quella della cultura, della scuola, della ricerca, su cui si abbattono i tagli.
Quando non si imbocca questa strada, che è quella della democrazia viva e partecipata, si rompe il patto fra Stato e cittadini.
Come ha giustamente detto l’europarlamentare Sonia Alfano, in Val di Susa è stata violata la Convenzione di Aarhus (recepita dalla legge 108/2001): “Alla base della Convenzione c’è il dato imprescindibile che debba essere sempre e comunque tenuto in considerazione il parere dei cittadini; in Val di Susa ciò è stato sempre e costantemente violato. Nessuno vuole quell’opera, eccetto i poteri forti dell’imprenditoria e della politica, di destra e di sinistra”. La convenzione di Aarhus stabilisce il principio che il cittadino ha diritto ad essere informato; ha diritto a partecipare; ha diritto ad essere coinvolto e consultato nelle scelte ambientali che lo riguardano e che toccano la salute e l’ambiente. La Convenzione di Aarhus  è stata salutata con entusiasmo da Kofi Annan, già segretario generale dell’ONU, che l’ha definita “la più ambiziosa impresa di democrazia ambientalista realizzata sotto gli auspici delle Nazioni Unite”.  E anche i cittadini della Val di Susa chiedono di far applicare la “sconosciuta” Convenzione di Aarhus.

Un’ultima riflessione sulla violenza.
La violenza va ripudiata. Ma per ripudiarla di giorno in Val di Susa non va praticata di notte a Tripoli dall’alto dei nostri aerei militari, camuffandola da violenza liberatrice.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo gli scontri in Val di Susa, ha dichiarato: “Non si può tollerare che a legittime manifestazioni di dissenso cui partecipino pacificamente cittadini e famiglie si sovrappongano, provenienti dal di fuori, squadre militarizzate per condurre inaudite azioni aggressive contro i reparti di polizia chiamati a far rispettare la legge”.
Lo stesso presidente Napolitano ha tuttavia dichiarato il suo appoggio alla decisione dell’Italia di partecipare a bombardamenti in territorio libico: “L’ulteriore impegno dell’Italia in Libia annunciato lunedì sera dal presidente del Consiglio Berlusconi costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di Difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento”.
Se lanciare bombe carta contro i poliziotti significa “condurre inaudite azioni aggressive” mentre lanciare bombe vere su Tripoli costituisce “il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia” qualche legittimo dubbio può nascere.
Noi siamo contro le bombe carta.
E quindi anche contro quelle in Libia.
Non possiamo accettare in buona fede due pesi e due misure.
E se proprio dobbiamo “pesare” le differenze va detto che le bombe italiane – a differenza delle bombe carta -pesano da mezza tonnellata (le Raytheon Gbu-16 Paveway II) a una tonnellata (le Gbu-24 Paveway III).
Mentre si hanno ferventi parole di disapprovazione della violenza di alcuni manifestanti in Val di Susa perché contemporaneamente si giudica lecito fare la guerra?
E soprattutto: nessuno ci ha consultato, né per lanciare le bombe su Tripoli, né per fare l’alta velocità in Val di Susa.
Perché?

Alessandro Marescotti

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Categorie : Politica
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Per capire il 2010 di Finmeccanica, la holding italiana delle armi e ottavo gruppo militare al mondo, è sufficiente partire dal fondo, e da un numero ben preciso: 41. Sono questi i centesimi di euro di dividendo che l’assemblea del gruppo ha scelto di concedere per ciascuna azione e pagare a fine maggio: lo stesso importo dello scorso anno. Sta tutta qui la continuità di un’azienda che dispone di una struttura e di un meccanismo di lavoro perfetti soprattutto per remunerare il capitale investito, indipendentemente da cambi di congiuntura o situazione politico-economica. Perché il 2010 è stato l’anno della piena crisi mondiale ed ha visto un rallentamento forte delle spese militari complessive (addirittura diminuite in Europa), ma Finmeccanica continua a crescere per quanto riguarda il portafoglio ordini (+6% nell’anno e +8% complessivamente) che già oggi potrebbero garantire all’azienda due anni e mezzo di produzione. Chi traina questa crescita costante? Soprattutto i comparti legati alla difesa come l’elicotteristica (+86%) e lo spazio (+67%), proprio perché è qui che il meccanismo “virtuoso” degli utili originati alla fonte da commesse pubbliche – che derivano da scelte politiche e non hanno percoli di natura commerciale – esplica maggiormente il proprio potenziale.

Certamente un’azienda a controllo pubblico in attivo di oltre mezzo miliardo di euro (precisamente 557 milioni, meno 22% rispetto al 2009) potrebbe essere considerata una buona notizia, tanto è vero che il Ministero del Tesoro che la controlla al 30,2% si porterà a casa un assegno di 71,6 milioni. Resta però da capire quanto denaro viene drenato dalle casse del fisco dall’uso spregiudicato che questo colosso da 18,7 miliardi di fatturato annuo fa delle controllate estere in paradisi fiscali, Lussemburgo su tutti, tramite cui in particolar modo vengono collocati gli strumenti di finanziamento speciale. E bisogna inoltre ricordare che il Governo italiano non solo controlla e guadagna da Finmeccanica, ma ne è anche uno dei maggiori clienti spendendo quindi molti soldi pubblici nell’acquisto di beni e servizi da essa prodotti.

L’assemblea 2011 ha anche dovuto rinnovare il CDA di Finmeccanica, operazione blindata dalle scelte politiche a monte visto il controllo ministeriale, ma che non è stata indolore soprattutto nelle scelte relative al management. Come presidente è stato confermato Pierfrancesco Guarguaglini, capace di rimanere al timone per molti anni e con molti Governi, che si è visto però sottrarre il ruolo di Amministratore Delegato assunto da Giuseppe Orsi fino ad ora al vertice di AgustaWestland. Una nomina che può essere vista come una vittoria della Lega Nord (l’azienda elicotteristica ha infatti sede principale nel varesotto) che conferma in CDA anche Dario Galli, attuale presidente della Provincia di Varese. Sui giochi di nomine, che hanno lasciato a piedi l’ex-direttore generale Zappa, hanno sicuramente inciso i recenti scandali giudiziari in cui è stata coinvolta Marina Grossi (moglie di Guarguaglini e presidente di Selex) ed anche l’Alenia (coinvolta nel caso Lande-Parioli). Sono state rappresentate in assemblea per le votazioni circa il 51% delle azioni, tra le quali non si può ovviamente contare (chissà come sarebbero andate le scelte altrimenti) il 2% posseduto dalla Libyan Investment Authority salita a tale quota – solo altri due fondi istituzionali ne possedevano una simile all’epoca dell’assemblea – appena un mese prima dello scoppio della crisi libica che ha portato al congelamento degli investimenti esteri di Gheddafi.

Appena chiusi i giochi assembleari è invece stata una importante banca francese, BNP Paribas che in Italia opera anche attraverso la storica BNL, a balzare di un colpo al secondo posto tra gli azionisti di Finmeccanica. La Consob ha infatti comunicato che proprio il 5 maggio la quota detenuta dall’istituto parigino e da sue controllate si è attestata al 2,35%, il che permetterà l’incasso di oltre 5 milioni di dividendi. Una mossa dai risvolti importanti se consideriamo che il gruppo transalpino (attraverso la sua succursale italiana e la controllata BNL) è responsabile del 31,5% delle operazioni di incasso per la vendita di armi autorizzate nel 2010 dal Ministero delle Finanze. In pratica, la banca più “armata” d’Italia del 2010 e già tra le prime negli anni precedenti (sempre secondo i canoni e i dati ufficiali della legge 185/90) è anche il secondo azionista – dietro il Governo – del colosso armiero di casa nostra.

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Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, ha chiesto ai giudici del tribunale di emettere un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità nei confronti del leader libico Muammar Gheddafi, del figlio Saif al Islam e del capo dei servizi libici Abdullah al Senoussi.

La Corte è competente a giudicare i crimini più efferati: crimine di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra e tutti quelli che sono definiti crimini internazionali dalla comunità intera.

Occorre precisare che non è stato spiccato un mandato di cattura (è stato richiesto sulla base di “evidenti prove” che non sono state specificate alla stampa) ed è bene sapere che il mandato di cattura può essere deciso non da Luis Moreno Ocampo ma soltanto dalla Camera per le indagini preliminari (sempre che nella richiesta di arresto preparata dall’ufficio del Procuratore vi siano gli elementi sufficienti e necessari per l’arresto).

Sul sito della Corte Penale Internazionale manca l’adesione della Libia.

Sono infatti 40 paesi che non ne hanno ratificato il trattato istitutivo. Fra questi, Israele e Stati Uniti hanno dichiarato di non avere intenzione di ratificarlo. Tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Regno Unito, USA, Cina, Russia) Russia e Cina, oltre agli USA, non hanno aderito alla Corte Penale Internazionale.

Lo Statuto della Corte Penale Internazionale prevede la sua competenza soltanto nei casi rispetto ai quali lo Stato dove è stato commesso il reato o quello di nazionalità dell’accusato ha accettato la sua giurisdizione.

Deve far riflettere il fatto che la prima denuncia per crimini contro l’umanità formulata alla neonata Corte penale internazionale abbia avuto come destinatario nientemeno che George W. Bush. “Dal 1945 l’uso della forza è consentito solo a scopo di autodifesa e solo autorizzato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu”, argomentò l’avvocato Joachim Lau, “sul piano giuridico quella all’Iraq è un’aggressione punibile secondo lo statuto della Corte penale internazionale”.

Ma Joachim Lau non è stato l’unico. Francis A.Boyle, professore di diritto internazionale all’ Università dell’Illinois, ha presentato una denuncia presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia contro i cittadini statunitensi George W. Bush, Richard Cheney, Donald Rumsfeld, Condoleezza Rice e altri per la  pratica delle “extraordinary rendition” perpetrata su circa 100 persone.

Bush, non a caso, ha agito in modo che non venisse effettuata la ratifica della Corte Penale Internazionale da parte degli Stati Uniti.

E così siamo arrivati ad una situazione di stallo del diritto internazionale in quanto gli Stati Uniti (ma non solo loro) non ritengono legittima l’azione della Corte Penale Internazionale verso un proprio Presidente ma ovviamente il governo Usa ritiene pienamente legittimo che la Corte agisca verso Gheddafi.

Eppure difficilmente il procuratore capo Luis Moreno Ocampo riuscirà ad attribuire a Gheddafi più vittime di quelle che Bush ha causato in Iraq, stando alla documentazione fornita da Wikileaks (il sito ad esempio ha rivelato che gli Stati Uniti erano al corrente del ricorso alla tortura).

Ma senza andare a scomodare Wikileaks, basti il ricordo dell’uccisione di Nicola Calipari.

Secondo la magistratura italiana l’agente segreto italiano Nicola Calipari fu ucciso volontariamente, per fermarlo e impedirgli di portare a termine la sua missione: liberare la giornalista italiana Giuliana Sgrena.

Tutto è rimasto impunito.

In queste ore tutto questo non verrà detto da gran parte di quei mass media che risparmiano ai cittadini la fatica di pensare, di documentarsi e di fare raffronti.

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Di Alessandro Marescotti

Gli italiani non vogliono questa guerra. Il 60% si dichiara contrario in un sondaggio dell’Ipsos.

Se questo è vero, quale rappresentatività democratica ha la maggioranza dei parlamentari che ha votato per i bombardamenti sui bunker di Gheddafi?

Questi parlamentari ci hanno consultato prima di votare? Hanno fatto delle assemblee con i loro elettori? L’articolo 1 della Costituzione dice che la “sovranità appartiene al popolo”: questi parlamentari che hanno votato per i bombardamenti quale italiani rappresentano? E li hanno ascoltati?

Bersani dice che i missili che andranno a bombardare hanno anche il timbro della Lega. Ma Bersani ha chiesto agli iscritti e elettori del PD se era necessario aggiungere anche il timbro del PD? Dare parere favorevole sui bombardamenti senza consultare la base, per un partito che si definisce “democratico”, è cosa su cui evitiamo persino di fare commenti perché è superfluo.

Ma la cosa grottesca è che Bersani nel 2009 ha votato a favore del Trattato di amicizia italo-libico, firmato con Gheddafi. Che cosa prevede. Ce lo spiega il prof. Natalino Ronzitti: “I principi che debbono informare le relazioni italo-libiche sono in buona parte contenuti nella Carta delle Nazioni Unite, cui il Trattato fa continuo riferimento: rispetto della eguaglianza sovrana, divieto di ricorso alla minaccia e all’uso della forza, non ingerenza negli affari interni, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Il capitolo sui principi si apre con una disposizione che conferma la centralità delle Nazioni Unite e il rispetto della “legalità internazionale”, dizione alquanto inconsueta, ma che può essere interpretata come volontà di improntare le relazioni internazionali ad uno stretto rispetto del diritto internazionale”.

Se Bersani riteneva che Gheddafi fosse un massacratore del suo popolo, perché ha votato a favore di questo trattato? Perché ora si mette l’aureola e si scaglia contro un dittatore con il quale è stato firmato un Trattato di amicizia che prevede in non ricorso non solo all’uso della forza ma anche alla minaccia di tale uso?

Ma ciò che è imbarazzante notare è che questi parlamentari evidentemente non hanno letto integralmente la risoluzione dell’ONU n. 1973 sulla Libia, e se la conoscono mentono quando dicono che prevede questo tipo di bombardamenti. Negli studi televisivi invocano la piena attuazione della risoluzione dell’Onu come se essa prevedesse la cacciata di Gheddafi. La risoluzione riconosce invece il governo libico e mai ne mette in dubbio la sua legittimità. Quindi qanto sta avvenendo (bombardamenti su Tripoli, tentativo di eliminare il rais, uccisione di figlio e nipoti) è fuori dalla risoluzione Onu, quindi è un crimine di guerra. Non si puo’ ignorare che la risoluzione Onu 1973 non prevede la destituzione di Gheddafi. Solo dopo un legale processo per crimini contro l’umanita’ (e non con un bombardamento illegale) si può richiederne la destituzione (bisogna vedere come attuarla poi, dato che Pinochet è morto nel suo letto).

Una delle cose che fa riflettere è vedere citata la parola “genocidio”. Si citano dati del governo Usa: 30.000 vittime della guerra di Gheddafi. Ma sono dati validi? Gli Usa sono parte in causa e solo fonti indipendenti possono essere prese in seria considerazione. Mentana e altri giornalisti indipendenti ritengono che non ci siano documenti (lo ha sostenuto Mentana a recentemente Ballaro’ dicendo alla Rai: “fatemi vedere le immagini se le avete”).

In questo la maggioranza dei parlamentari, compresi molti dell’opposizione, rischiano di cibarsi di propaganda di guerra, di quella informazione manipolata che surroga l’assenza di informazioni verificabili.

Come al solito le guerre si fanno alla cieca con informazioni che dopo la guerra si scoprono false. Lo è sempre stato.

Il direttore di Limes, Caracciolo, parla di informazione manipolata sulla Libia.

Ma c’è qualcosa di assolutamente evidente che stride in tutta questa guerra.

Se l’obiettivo della risoluzione Onu e’ il cessate il fuoco, perché questo obiettivo viene accantonato dal leader dei rivoltosi anti-Gheddafi e dalla Nato?
Se si punta a uccidere Gheddafi (con quale mandato Onu?) è chiaro che non si persegue il cessate il fuoco e neppure la protezione dei civili: si vuole la guerra a oltranza.

E tutto questo è in forte contrasto con la risoluzione n.1973 dell’Onu che prevede l’uso della forza a protezione dei civili e non allo scopo di far vincere un esercito anti-Gheddafi guidato da leader che sono stati compartecipi dei crimini di Gheddafi e ora sono passati dalla parte della Nato.

Questa guerra puzza di informazione manipolata e di una malattia atavica: l’opportunismo.

E’ opportuno stare con la Nato. Anche quanto agisce fuori dalla legalità internazionale.

La guerra non è giusta ma, in fondo, può essere utile.

E così via.

Molti parlamentari fanno riferimento a obblighi Nato che non esistono: il dovere di intervento di un membro della Nato scatta solo quanto è attaccato un altro paese membro della Nato.

L’Italia partecipa ma la Germania no. Eppure entrambe appartengono alla Nato.

La maggior parte degli italiani sa che alla base c’è una guerra per il petrolio.

I parlamentari che votano per i bombardamenti lo sanno ma non lo possono dire.

Dicono spesso che così si proteggono i civili.

Nulla di più falso: a farne le spese sono i civili dell’una e dell’altra parte.

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