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Il 17 aprile 2012, mentre milioni di statunitensi depositavano le loro dichiarazioni dei redditi, l’altamente rispettato Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace (SIPRI) di Stoccolma ha pubblicato il suo più recente studio sulla spesa militare mondiale.
Nel caso gli statunitensi si chiedessero dove sono andati a finire i soldi delle loro tasse dell’anno scorso – e i soldi delle tasse di altre nazioni – la risposta del SIPRI è stata chiara: alla guerra e alla preparazione per la guerra.
La spesa militare mondiale ha toccato un record di 1.738 miliardi di dollari nel 2011, con un aumento di 138 miliardi di dollari rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti rappresentano il 41 per cento di tale cifra, ovvero 711 miliardi di dollari.
Alcuni articoli di stampa hanno evidenziato che, dal punto di vista della riduzione della dipendenza dalla potenza militare, ciò in realtà rappresenta un progresso. Dopotutto l’aumento della spesa militare globale “reale” – cioè la spesa al netto dell’inflazione e dei rapporti di cambio – è stato solo dello 0,3 per cento. E ciò contrasta con gli aumenti significativamente più elevati nel precedenti tredici anni.
Ma perché le spese militari continuano a crescere considerate le misure governative d’austerità degli anni recenti? In mezzo alla crisi economica iniziata a fine 2008 la maggior parte dei governi ha tagliato in misura spettacolare la spesa per l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’edilizia popolare, i parchi e altri servizi sociali vitali. Tuttavia non ci sono stati tagli corrispondenti ai bilanci militari.
Gli statunitensi, in particolare, potrebbero cercar di capire perché in questo contesto la spesa militare statunitense non sia significativamente diminuita, invece di aumentare di 13 miliardi di dollari, in realtà diminuendo dell’1,2 per cento di “dollari reali”, e tuttavia con una riduzione che difficilmente è paragonabile ai tagli complessivi di Washington alla spesa sociale. Sì, le spese militari di Cina e Russia sono aumentate nel 2011. E anche in termini “reali”. Ma, anche così, la loro forza militare compete a stento con quella degli Stati Uniti. In effetti gli Stati Uniti hanno speso nel 2011 per le proprie forze militari circa cinque volte più della Cina (la potenza militare mondiale numero due) e dieci volte più della Russia (la potenza militare mondiale numero tre). Inoltre quando si considerano gli alleati degli USA, come l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il Giappone, è chiaro che la gran massa delle spese militari mondiali è sostenuta dagli Stati Uniti e dai loro alleati militari.
Ciò potrebbe spiegare il fatto che il governo cinese, che conta solo per 8,2 per cento della spesa militare mondiale, ritiene che sia ragionevole e desiderabile accrescere i suoi esborsi per gli armamenti. Apparentemente i dirigenti di molte nazioni condividono quello spirito competitivo.
Sfortunatamente la rivalità militare tra le nazioni – che dura da secoli – ha come conseguenza un grande sperpero di risorse nazionali. Molte nazioni, infatti, dedicano la maggior parte del proprio reddito disponibile al finanziamento delle proprie forze armate e dei propri arsenali. Negli Stati Uniti si stima che il 58% delle entrate fiscali governative sia impiegato in spese discrezionali per la guerra e i preparativi bellici.
“Quasi ogni paese che dispone di un esercito è su un percorso folle, spendendo sempre più in missili, velivoli e armi” ha osservato John Feffer. Condirettore di Foreign Policy in Focus [Obiettivo sulla Politica Estera]. “Questi paesi dovrebbero affrontare le minacce vere – il cambiamento climatico, la fame, le malattie e l’oppressione – e non sprecare i soldi dei contribuenti per l’esercito.”
Naturalmente i difensori delle spese militari replicano che la potenza militare in realtà protegge il popolo dalla guerra. Ma è vero? Se è così come si spiega il fatto che le maggiori potenze militari del secolo passato – gli Stati Uniti, la Russia, l’Inghilterra, la Germania, la Francia, l’Italia, il Giappone e la Cina – siano state costantemente in guerra in tale periodo? Qual è la spiegazione del fatto che gli Stati Uniti – oggi il gigante militare – siano attualmente impegnati in almeno due guerre (in Iraq e in Afghanistan) e sembrino sull’orlo di una terza (con l’Iran)? Forse il mantenimento di una vasta macchina militare non previene la guerra ma, invece, la incoraggia.
In breve, enormi establishment militari possono essere molto controproducenti. C’è poco da meravigliarsi che siano stati condannati ripetutamente da grandi leader religiosi e morali. Anche molti dirigenti governativi hanno deprecato la guerra e i preparativi per la guerra, anche se normalmente a proposito di nazioni diverse dalla propria.
Così la pubblicazione del nuovo studio del SIPRI non dovrebbe essere motivo di festeggiamenti. Piuttosto offre un’occasione appropriata per riflettere sul fatto che, l’anno scorso, le nazioni hanno speso più soldi per l’esercito di quanti se ne siano mai spesi prima nella storia dell’umanità. Anche se questa situazione potrebbe comunque ispirare gioia nei cuori dei dirigenti governativi, dei più alti ufficiali dell’esercito e degli appaltatori della difesa, la gente lontana dalle leve del potere militare potrebbe ben concludere che è un modo del cavolo di amministrare il mondo.
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Il 20 marzo 2003 iniziava la seconda guerra in Iraq. Sono passati 9 anni e, come spesso accede, ci si dimentica. Si dimenticano i morti le distruzioni, i feriti le bombe all’uranio, al fosforo, le mobilitazioni per la pace. Forse un po’ ci si rassegna anche. Poi da noi c’è la crisi, si fa fatica già a pensare a se stessi, figuriamoci a pensare all’Iraq. E così il 20 marzo arrivano notizie (a dire il vero molto in secondo piano, come dire… non proprio notizia importanti) di una serie di attentati in diverse città dell’Iraq da Baghdad a Kirkuk, da Kerbala a Hillah. Circa 40 morti e 200 feriti.
Ma la cosa non sconvolge più di tanto i mass media, peraltro molto coinvolti a raccontare la guerra iniziata 9 anni fa. Qualche giornalista italiana è arrivata a Baghdad addirittura a bordo dei carriarmati USA. Ma ora c’è la pace, la guerra è finita, i soldati USA sono tornati a casa. E tutto è a posto… L’Iraq non interessa più.
Ovviamente mancano i soldi, bisogna tagliare, ma nessuno osa mettere sul tavolo il taglio delle spese militari. In fondo, la guerra da sempre è una grossa occasione per il rilancio dell’economia, per il rilancio del lavoro. Dio non voglia che in tempo di recessione l’idea della guerra diventi sempre più una strada possibile da percorrere per il rilancio dell’economia e dell’occupazione. Non dimentichiamoci che è già stato così in altri tempi passati, e non troppo lontani Lo è già oggi con le spese militari e gli F35… che ci dicono, ma è una bugia, portano posti di lavoro. Si parla di rilancio economico, di lavoro, e si dimenticano le guerre. Speriamo che non torni di attualità il famoso film di Alberto Sordi del 1974: “Finchè c’è guerra c’è speranza”.
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Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia hanno cominciato a dispiegare le truppe nel Golfo in una mossa che, secondo gli esperti, lascia intravedere i preparativi per una guerra con l’Iran. I primi attacchi potrebbero essere effettuati all’inizio dell’estate, dicono i media.
Secondo alcuni rapporti, le truppe stanno arrivando sull’isola Masirah in Oman, che si trova a sud dello stretto di Hormuz, dove è installata una base aerea americana. Due gruppi d’attacco americani sono attualmente di stanza nel Golfo.
Alcuni rapporti dicono che il gruppo sarà rafforzato con un’altra portaerei, il distruttore Momsen, e il sottomarino nucleare Annapolis. Gli Stati Uniti inoltre stanno rafforzando la loro presenza in Israele e Kuwait. Le truppe britanniche e le truppe degli Emirati Arabi Uniti sono arrivate ??in Arabia Saudita. L’obiettivo principale è l’Iran, il cui programma nucleare è stato per lungo tempo un tema di particolare interesse in Occidente. Sono pervenuti alla stampa rapporti secondo cui centinaia di bombe a penetrazione, in grado di distruggere bunker sotterranei pesantemente fortificati, sono state consegnate presso una base americana sull’isola britannica di Diego Garcia nell’Oceano Indiano.
Lo Stretto di Hormuz, un’importante via d’acqua per il trasporto del petrolio del Golfo alle regioni di tutto il mondo, serve come un altro pretesto per iniziare uno scontro aperto. Teheran ha minacciato di bloccarlo, e gli alleati si stanno preparando a colpire, se manterrà la sua parola.
Tuttavia, nessuno dei paesi coinvolti è pronto per la guerra, dice Vladimir Sazhin dell’Istituto di Studi Orientali.
“Tutti i paesi coinvolti in questo conflitto si trovano ad affrontare problemi interni. Una gara elettorale ha preso il via negli Stati Uniti. Le elezioni parlamentari in Iran sono state fissate per il 2 marzo e le elezioni presidenziali sono previste per l’estate del 2013. Le elezioni presidenziali in Francia sono proprio dietro l’angolo, e l’Europa nel suo complesso è troppo preoccupata per i suoi problemi economici per gestire un’altra guerra “.
Tuttavia, una concentrazione di forze militari nel Golfo crea una situazione esplosiva nella regione. Un colpo accidentale sarebbe sufficiente per innescare il fuoco su entrambi i lati. Se ciò accade, dice Vladimir Sazhin, gli alleati avranno un chiaro vantaggio.
“Qualora le operazioni militari dovessero iniziare, gli Stati Uniti invieranno potenti gruppi navali sostenuti da un gran numero di aerei, e bombardieri strategici voleranno dalla base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Gli Stati Uniti saranno affiancati da Gran Bretagna, Francia e dalle monarchie arabe del Golfo produttrici di petrolio. L’Iran non ha alleati nella regione. La Siria non è nella forma migliore per sostenerlo. Tehran può contare solo su Hezbollah in Libano e, possibilmente, su Hamas a Gaza.”
La cosa più spiacevole di tutto questo è che il dispiegamento di truppe nel Golfo e le tensioni alimentate possono interrompere i colloqui tra l’Iran e le organizzazioni internazionali. Molti paesi, prima di tutto la Russia, credono che né l’uso della forza né l’imposizione di sanzioni aiuteranno a risolvere il conflitto. L’ambasciatore della Russia alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, deve dirlo.
“Le sanzioni sono da tempo diventate inefficaci, per cui la questione iraniana non ha spazio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. I colloqui a sei sull’Iran e quelli tra l’AIEA e l’Iran devono assumere un ruolo centrale nell’agenda internazionale perché danno qualche speranza. I rappresentanti dell’AIEA sono attualmente in visita in Iran per esaminare la possibilità di organizzare un incontro a sei con l’Iran. Anche se non vi è speranza, lo scontro crescente tra l’Occidente e l’Iran sta causando una preoccupazione sempre maggiore. Il problema Iran sta per diventare il più caldo del 2012 “.
Tutti i paesi dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva condividono la preoccupazione della Russia. La Cina è anche un altro grande attore internazionale che si oppone ad una campagna militare contro l’Iran. Sfortunatamente, né le proteste della Cina, né gli avvertimenti della Russia hanno avuto alcun effetto sugli alleati mentre accelerano i preparativi per un nuovo conflitto in Medio Oriente.
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Non c’è stato telegiornale o quotidiano che in questi giorni non abbia riportato, giustamente direi, la notizia del video, da alcuni giorni disponibile su youtube, in cui un drappello di militari americani urina sopra dei cadaveri di afghani morti ammazzati. L’indignazione si è velocemente sparsa in tutta la società civile, in quella società civile che senza battere ciglio e senza indignazione alcuna sovvenziona con le proprie tasse, quelle tasse in continuo aumento che non bastano mai, quella macchina della guerra che ha causato nel mondo centinaia di migliaia di morti, in maggior parte civili.
E si, cari Italiani. Proprio voi che siete inorriditi di fronte a quelle immagini, in parte ofuscate per rispetto ai cadaveri in terra, dove cazzo eravate con lo sguardo e con vostra coscienza quando il nostro paese, che secondo la Costituzione ripudia la guerra, ha aderito e sostenuto con le proprie forze militarti ed economiche le guerre in Kossovo, in Afghanistan, in Iraq e in Libia per citare solo quelle più recenti. Dove era la vostra indignazione quando gli arei dell’alleanza di cui il nostro paese faceva parte, bombardava quei paesi e quei civili che avevano la sola colpa di essere nati li. Sempre pronti ad indignarsi quando si oltraggiano i cadaveri siano essi afghani o un ex dittatore, ma sempre con lo sguardo dall’altra parte quando di cadeveri se ne producevano a montagne perchè bisognava combattere il terrorismo ed esportare la democrazia.
Avete creduto alla storia delle “missioni di pace” con la stessa faccia di culo con cui i nostri parlamentari hanno creduto al fatto che Ruby potesse essere la nipote di Mubarak ed anche per gli stessi motivi: poter tornare con l’animo tranquillo ai cazzi vostri mentre dall’altra parte del mondo, lontano dai vostri salotti con comodi divani e mega schermi, migliaia e migliaia di persone, moltissimi bambini morivano bombardati da quelle forze armate finanziate coi vostri soldi e mandati la col vostro tacito consenso. Quel tacito consenso che vacilla quando i media vi propinano le immagini di quattro coglioni vigliacchi capaci solo di pisciare su dei cadaveri. Vigliacchi come i loro governi, come i loro paesi capaci di andare a far la guerra a popoli che ancora si muovono a dorso di mulo.
Questo blog non intende ofuscare il volto di quei cadaveri morti ammazzati e quindi eccovi il video integrale, guardatelo bene e guardate bene in faccia tutti i protagonisti della vicenda, i carnefici quanto le vittime. E quando avrete finito vedetevi anche il video successivo. Qui i carnefici non si vedono, suoni fuori scena e voi siete tra loro.
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La guerra in Libia è finita. Questo almeno raccontano, o non raccontano, i media internazionali. Il dittattore è morto, la democrazia ha trionfato e adesso si lavora alla costruzione della nuova Libia. Ci sono, però, voci fuori dal coro. Una di queste è quella di Paolo Sensini, saggista e scrittore, autore del libro Libia 2011, edito da JacaBook. Sensini, intervistato da PeaceReporter, racconta le sue indagini sui motivi reconditi di quella che ritiene un’azione volta ad eliminare Gheddafi e delle motivazioni che ne hanno deciso la fine. Dopo aver visto di persona la situazione, in quanto membro della Fact Finding Commission on the Current Events in Libya.
Com’è la situazione in Libia?
Il caos, con il Paese – come diceva qualcuno – riportato all’età della pietra e sull’orlo di una crisi umanitaria. In un Paese, piaccia o meno, che prima era un’eccezione positiva nella regione. Adesso si assiste a una sorta di guerra di tutti contro tutti, dove la situazione è degenerata non solo tra i ribelli e i lealisti, ma anche all’interno dello schieramento degli insorti. Non so se era stato previsto o meno, ma di sicuro era largamente prevedibile. Arrivano, ogni giorno, notizie di scontri armati tra fazioni per l’egemonia all’interno del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt). Come ho ampiamente documentato nel libro, tra queste fazioni, la componente preponderante è quella legata ad al-Qaeda e all’islamismo fondamentalista. Rispetto ai lealisti, invece, si è avuta notizia negli ultimi giorni di un forte contingente (circa 33mila uomini) che si è ricompattato e ha dato battaglia a Zawiah e in altre zone. E credo che questa sarà una fase molto lunga.
Questo quadro potrebbe essere dovuto alla mancanza, come già accaduto in Iraq e in Afghanistan, di una strategia di lungo periodo, che dovesse prevedere gli scenari una volta che il regime fosse stato rovesciato?
Il progetto c’era come c’era anche in altri conflitti. Ed era proprio quello di gettare nel caos un Paese del quale tutti conoscevano la composizione sociale. Un sistema tribale nel quale, a differenza di quanto si è raccontato, esisteva un equilibrio differente da quella che secondo parametri nostri chiamiamo dittatura.
E’ più corretto parlare di un primus inter pares, che per altro non ricopriva alcuna carica politica ufficiale. Gheddafi era la guida, una figura carismatica, che in quanto leader della Rivoluzione teneva in equilibrio un mondo di un centinaio di tribù differenti. Gli analisti, tutto questo, lo sapevano benissimo. Dal mio punto di vista l’obiettivo, fin dall’inizio, era questo caos. Il primo gruppo di ribelli, molto ridotto, a Bengasi si sono inseriti in un colpo di Stato classico. Se un gruppo armato assalta edifici pubblici, in qualsiasi Paese, esercito e polizia reagiscono. Gli analisti sapevano dall’inizio che a questo gruppo mancava la forza di imporsi alle tribù in Libia. Quelle della Tripolitania e del Fezzan mai avrebbero accettato, e mai accetteranno, di essere dominate da questo piccolo gruppo della Cirenaica, che rappresenta circa il 25 percento della popolazione libica. Quando si è deciso di appoggiare questa cosiddetta rivolta, il piano più che evidente era quello di destabilizzare un Paese.
Secondo lei per quale motivo si è deciso di liberarsi di Gheddafi?
Di sicuro le sue scelte in campo petrolifero hanno influito nella decisione di rimuoverlo. A culmine di una lunga storia, che inizia con la rivoluzione del 1969 e con la nazionalizzazione di gas naturale e petrolio. Come c’entra di sicuro la monumentale opera idrica realizzata, negli anni Ottanta, il Grande Fiume artificiale, che fa gola a molti. La partita più grossa però, a mio avviso, come dimostro nel mio libro, è la politica di Gheddafi con l’Unione Africana. Della quale il Colonnello era l’artefice, il motore propulsore. Lavorando a un’unione doganale africana, con una banca centrale e un fondo monetario africano, in una prospettiva unica nella storia di dare all’Africa una propria politica di sviluppo lontana dalla politica colonizzatrice delle grandi potenze. Lavorava già alla moneta unica: il dinaro d’oro. Un’iniziativa già in fase avanzata che ora viene affossato in modo decisivo. Il primo passo era già stato compiuto, togliendo dalla circolazione il Franco CFA, utilizzata da quattordici ex colonie francesi. Mossa per la quale il presidente francese Nicholas Sarkozy accusò Gheddafi di terrorismo finanziario. Con il solito atteggiamento per il quale all’Europa è riconosciuta la dignità politica di creare una moneta unica, mentre all’Africa no. Un altro esempio, in questo senso, è quello del satellite RASCOM 1. Anche in questo caso la Libia era stato il motore dell’iniziativa che liberava gli stati africani dalla necessità di affittare i satelliti altrui.
Queste e altre iniziative di indipendenza sono state il motivo per rovesciare Gheddafi, compreso la gestione del petrolio.
In questo piano, la morte di Gheddafi rappresenta un incidente di percorso o una strategia precisa?
E’ stato l’obiettivo principale, fin dall’inizio. Lo dimostrano i bombardamenti. La missione Nato è stato un intervento armato a tutti gli effetti, altro che Responsibility to Protect, come nel mandato per la protezione dei civili. Scientemente, dal primo momento, si è perseguito l’obiettivo di eliminare Gehddafi. E’ stato subito ucciso un figlio del Colonnello e i suoi nipotini, ed è stata colpita Bab el-Azizia – il luogo della sua residenza abituale – decine e decine di volte.
Noi stessi, con la Commissione, abbiamo potuto verificarlo di persona. Una strategia che è terminata solo con la morte di Gheddafi. Anche in quell’occasione, inoltre, non è stato catturato dai ribelli. La sua colonna in fuga è stata bombardata da caccia inglesi e francesi con il supporto di droni, senza che ci fossero civili in pericolo. La morte di Gheddafi era l’obiettivo principale della missione, che fa cadere la foglia di fico della protezione dei civili. La Nato è intervenuta, dall’inizio, per mutare lo scenario politico del Paese. Provocando vittime tra i civili, anche se si diceva che si interveniva per proteggerli, andando ben oltre un mandato che prevedeva solo una no fly zone. Non a caso la missione è finita con la morte di Gheddafi. Passando a quel punto il testimone al Qatar, vero artefice del cambio di regime, prima con al-Jazeera a livello mediatico, e poi a livello militare con le armi e i combattenti che sono stati fatti affluire in Libia.
Qual’è il ruolo dell’Italia in tutto quello che è accaduto?
L’Italia non esce bene da questa vicenda. Un legame importante, cominciando dal ruolo di fornitore energetico della Libia per l’Italia con la pipeline che collega Mellitah a Capo Passero. Che era una delle misure contentute nel Trattato di Cooperazione e Amicizia disatteso e tradito in modo fraudolento dall’Italia. E l’Italia non ne esce bene. A cominciare dal fatto che è stato disatteso l’articolo 11 della Costituzione, a partire dal presidente della Repubblica Napolitano, che della Costituzione è garante. Come lo è dei trattati internazionali e anche lui ha firmato il Trattato di Amicizia. Che piaccia o meno chiudeva un contenzioso storico. Due anni dopo siamo coinvolti in un conflitto, guarda caso, per l’ironia della storia, esattamente cento anni dopo l’occupazione italiana della Libia.
Cosa crede che accadrà in Libia?
A Bengasi, qualche giorno fa, sul palazzo di Giustizia, campeggiava la bandiera di al-Qaeda. Jalil, presidente del Cnt, lo ha dichiarato: tutte le leggi che verranno promulgate non dovranno essere in contraddizione con la sharia, con tutto quello che questo comporta. Decisamente un passo contraddittorio per un Paese nel quale si è intervenuti per portare la democrazia. A Tripoli, il comandante della piazza militare è Abdelhakim Belhaj, fondatore del Gruppo Islamico Libico Combattente, una delle personalità di riferimento di al-Qaeda, come sostenuto dagli stessi statunitensi che lo hanno arrestato in Iraq prima e in Afghanistan dopo, facendolo passare da svariate carceri tra le quali Guantanamo. Questo è il quadro che emerge, con un islamismo radicale che Gheddafi ha tentato di contenere. E del quale poco si sa in Italia. Io ho lavorato su questo aspetto, dedicandogli un capitolo del mio libro, con studi che arrivano dall’accademia militare Usa di West Point, dai quali emerge che il numero più consistente di attentatori suicidi – in percentuale rispetto alla popolazione – proviene dalla Cirenaica. Con la variabile che un arsenale enorme e moderno è finito nelle mani di questi personaggi. C’è poco da aspettarsi, secondo me, in senso democratico. Al contrario di quello che certi soloni occidentali hanno sostenuto e continuano a sostenere.
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Mentre il mondo è distratto dalla catastrofe della crisi finanziaria globale, il Mediterraneo sembra sul punto di incendiarsi. Nel mirino, ancora e sempre, il paese degli Ayatollah, contro cui Israele medita un devastante raid aereo, come ammesso dallo stesso presidente, Shimon Peres.
Attualmente il fuoco è concentrato sull’alleato confinante, la Siria, che sembra destinato a fungere da detonatore. Ma stavolta, clamorosamente, torna in campo la potenza nucleare ex-sovietica: se finora ha tenuto un basso profilo, domani Mosca potrebbe pesare in modo decisivo sulla pericolosa evoluzione della crisi che minaccia il Mediterraneo e il Medio Oriente. E che, secondo il professor Michel Chossudowsky del Global Research Institute, sarebbe più corretto chiamare Terza Guerra Mondiale.
Se Damasco rappresenta l’anticamera dell’assalto finale all’Iran, da Mosca arriva l’avvertimento più esplicito: giù le mani dalla Siria. Rimasta passiva nella guerra in Iraq e poi nell’operazione che in Libia ha condotto alla caduta di Gheddafi, stavolta la Russia non resterà alla finestra. Mosca considera un attacco occidentale contro la Siria come una “linea rossa” che non tollererà.
La guerra intanto si avvicina, innanzitutto attraverso l’ormai consueta pressione mediatica: diversi articoli sono stati fatti circolare, segnalando che alcuni caccia provenienti dalla Turchia e da altri stati islamici sarebbero entrati nello spazio aereo siriano sotto pretesti “umanitari”, con l’aiuto logistico degli Stati Uniti.
La Russia ha installato sistemi radar avanzati presso tutte le principali installazioni militari e industriali siriane, confermando l’imponente dispiegamento difensivo col quale Mosca si sta preparando a proteggere la Siria, come ai tempi della Guerra Fredda. Dalla seconda guerra mondiale, non si era mai visto un simile spiegamento di forze. Anche le forze armate del Regno Unito starebbero intensificando i preparativi in vista di attacchi missilistici degli Stati Uniti contro siti iraniani.
Mentre l’Iran è il prossimo obiettivo, insieme con Siria e Libano, il nuovo dispiegamento militare strategico minaccia anche Corea del Nord, Cina e Russia. All’inizio sembrerà un’operazione militare come tante altre, un semplice raid aereo punitivo sull’Iran ribelle. Sarà invece l’inizio della Terza Guerra Mondiale. Uno scenario da fine del mondo: prima mossa, l’Iran. Poi, le reazioni a catena e i veri obiettivi: fermare la Cina neutralizzando la Russia.
Il capitalismo imperiale, in crisi, pensa di non avere più altri mezzi per garantirsi l’accesso privilegiato alle risorse vitali: acqua, petrolio e gas naturale. Se fallisse la politica non resterebbe che la guerra, il conflitto totale su scala mondiale.
Il vero pericolo non viene percepito: «Nessuno sembra temere una guerra nucleare sponsorizzata dall’America. La guerra contro l’Iran è presentata all’opinione pubblica come un problema tra gli altri», da vivere con l’indifferenza alla quale ormai si è abituati. Del resto, la macchina di uccisione globale è sostenuta anche da un culto insito di morte e distruzione che pervade i film di Hollywood, per non parlare delle serie Tv di guerra e criminalità in prime time sulle reti televisive. Culto di morte approvato dalla Cia e dal Pentagono, che supportano anche finanziariamente le produzioni di Hollywood come strumento di propaganda di guerra.
Il previsto attacco contro Teheran fa parte di una coordinata “road map” militare globale. E’ la cosiddetta “guerra lunga” del Pentagono: un conflitto senza frontiere guidato dal profitto, un progetto di dominazione mondiale, una sequenza di operazioni militari. I pianificatori militari della Nato, hanno previsto vari scenari di escalation militare, con relative implicazioni geopolitiche: mentre Iran, Siria e Libano sono gli obiettivi immediati, Cina, Russia e Corea del Nord, per non parlare di Venezuela e Cuba, sono anch’esse oggetto di minacce da parte degli Stati Uniti. Obiettivo strategico nella corsa alle risorse: sconfiggere il gigantesco competitor cinese e annullare la capacità militare della difesa russa.
Il pericolo è tanto più reale se si considera l’assoluta indifferenza dei mezzi di informazione. In coro, i media occidentali hanno bollato l’Iran come una minaccia alla sicurezza globale in vista del suo programma di presunte armi nucleari. Anziché constatare che l’unica, vera minaccia alla pace nel mondo proviene dall’asse che collega Stati Uniti, Nato e Israele, si preferisce instillare tacitamente, nell’inconscio popolare, la nozione che la minaccia iraniana è reale e che la Repubblica islamica dovrebbe essere “conquistata”.
Nel frattempo, a fronte di un possibile conflitto con esiti devastanti, il movimento pacifista pare del tutto inerme ed impreparato. Tornerà ad agitarsi, forse, quando sarà ormai troppo tardi. Ammesso che non lo sia già ora.
La grande menzogna, sostiene la guerra e lo stato di polizia come l’unica linea di approccio, distrugge nazioni e solidarietà internazionali. Rompere la menzogna significa rompere un progetto criminale di distruzione globale, in cui la ricerca del profitto è la forza prevalente. Questo profitto guidato dall’agenda militare distrugge i valori umani e trasforma le persone in zombie inconscienti.
E allora quello che dobbiamo fare è invertire la marea, sfidare i criminali di guerra in alte cariche e i potenti gruppi di pressione corporativi che li supportano, rompere l’Inquisizione americana, minare la crociata militare Usa-Nato-Israele, chiudere le fabbriche di armi e basi militari, riportare a casa le truppe: i membri delle forze armate dovrebbero disobbedire agli ordini e rifiutarsi di partecipare ad una guerra criminale. Esagerazioni? No, purtroppo.
Il potere che vuole la guerra è fortissimo, racconta ogni giorno il contrario della verità, pretende per sé le risorse vitali del mondo. Ed è armato fino ai denti.
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Monti, col suo “nuovo” governo dopo un ora di discorso in cui ha detto tutto senza però dire nulla di cosa in realtà vuole realizzare ieri ha ricevuto la fiducia dal senato. Una fiducia a scatola chiusa nel voto ed una sfiducia, subito dopo, nelle dichiarazioni, in particolare da parte del PdL che affermando di considerarsi in campagna elettorale di fatto dichiara guerra al nuovo esecutivo e si spiana la strada per recuperare elettorato, cosa che gli sarà facilitata proprio dalla somministrazione della cura Monti il quale, a parte le vuote dichiarazioni, non parte proprio col piede giusto.
A dirla tutta è da quando è stata ufficilizzata la sua presenza nella politica italiana che non ne fa una giusta. Ha inziato con la ingiustificabile ma ben retribuita carica di senatore a vita per poi insistere per la nomina a ministro di un certo Giuliano Amato, residuato bellico della prima repubblica, che dopo aver più volte furtivamente messo le mani nelle tasche degli Italiani, da anni si gode una lauta pensione da 31 mila euro al mese, cosa non proprio esemplare per chi si propone, a parole, di combattere privilegi e sprechi. Visto che tutto ciò poteva anche apparire non proprio “nuovo” il commissario europeo ha pensato bene di riesumare la processione delle consultazioni, tradizione nelle tradizioni della prima repubblica, utili come in passato soprattutto per definire la spartizione di poltrone e posti di potere visto che neanche alle formazioni politiche, almeno stando alle dichiarazioni, il professore ha ritenuto di dire che cosa vuole fare.
Con le nomine a ministro poi ha raggiunto, sino ad ora, il suo culmine. Su Passera e sull’enorme conflitto di interessi che lo caratterizza si sono già formati fiumi di parole e vi invito a vedere questo esaustivo video di Marco Travaglio, mentre io vorrei concentrare l’attenzione sui ministri della difesa, della giustizia e dell’ambiente che penso siano più esemplari nel cominciare ad ipotizzare il tipo di strada che intende percorrere questo esecutivo. Partiamo dal ministero della difesa affidato ad un militare (non succedeva dai tempi di Mussolini) nonché presidente del comitato militare della NATO che probabilmente ha preferito un suo fedelissimo per un paese che ha tentennato nell’appoggiare e sostenere i bombardamente sulla Libia. Diffcilmente con tale individuo a questo dicastero potremmo assitere ad una diminuzione delle spese militari o degli enormi costi economici e in vite umane che si consumano nei vari scenari di guerra in cui il nostro paese insiste da anni. Alla giustizia, altro dicastero molto delicato in un paese dove corruzione e mafie varie la fanno da padrone, è stata nominata un avvocato penalista che tra i suoi illustri clienti vede, oltre a numerosi colletti bianchi coinvolti nelle più grandi truffe degli ultimi anni, persino un certo Salvatore Buscemi boss mafioso coinvolto nella strage di Capaci. Adesso premesso che tutti, anche il peggior criminale, hanno diritto ad una difesa potrebbero però esserci dei problemi di opportunità nel nominare ministro della giustizia una persona con un curriculum del genere, possibile che tra le migliaia di avvocati italiani non c’era nessun altro in grado di svolgere con competenza quel ruolo? Che dire, infine, del neo ministro dell’ambiente che alla sua prima uscita pubblica dichiara che è necessario rivedere la scelta sul nucleare, considerata dallo stesso un settore indispensabile di importanza strategica? In un batter di ciglio non solo ha fatto ripiombare il paese nell’incubo nucleare, dopo che i più lo avevano archiavato dopo l’esito refendario di soli 5 mesi fa, ma ha reso edotti tutti noi di quale sia la considerazione che questi burocrati, finti tecnici, hanno del proprio datore di lavoro: il popolo Italiano, il famoso popolo sovrano.
E devono ancora iniziare.
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Se il mondo è bello perché vario, l’Italia è fantastica perchè avariata. La puzza di marcio traspira da ogni angolo del paese, è l’ipocrisia in fase di putrefazione che ormai da tempo ha infestato nel profondo il pensiero degli Italioti. Negli ultimi giorni l’ennesima dimostrazione. Ancora non si placano, giustamente, le condanne alle violenze di sabato scorso a Roma che eccoli i pacifisti a giorni alterni, quelli contro la violenza senza se e senza ma, quelli del nulla può giustificare la violenza, esultare per la violenta morte di un uomo e definire eroi quelli che lo hanno scovato e barbaramente ucciso.
Ma che diavolo di paragoni fai, quello era un dittatore sanguinario! Dirà certamente uno di questi Italioti. Bhe, innanzitutto ricordiamo che questo dittatore sanguinario è stato non molto tempo fa accolto in casa nostra con tutti gli onori e , nel silenzio totale di tutti, dichiarato un amico, un alleato, un socio. Per quale motivo chi oggi lo definisce sanguinario dittatore allora tacque non è dato a sapersi. E poi, se si considera lecito l’utilizzo della violenza per combattere un dittatore mi si spieghi perchè si condannano i facinorosi che hanno messo a ferro e fuoco Roma. E, per favore non mi venite fuori con quella stronzata che in Italia c’è la democrazia perchè dopo avervi mandato a fare in culo non mi resta che invitarvi ad andare a vedervi il tg4 di Fede piuttosto che perdere tempo a leggere questo blog. Le dittature hanno diverse forme e mezzi per mantenersi, da noi non serve l’esercito bastano dei sistemi di disinformazione di massa e strumenti vari per tenere la popolazione sotto scacco, tipo la precarietà, la ricattabilità occupazionale. E il sangue scorre anche nel nostro paese grazie alla collusione politica, mafia e imprese. Penso alla devastazione del territorio di cui si parla solo quando una frana o un alluvione causa disastri e morti, penso alle miglaia di morti sul lavoro, vittime sacrificali sull’altare del profitto e penso alle moltissime stragi e misteriose morti su cui non si è mai fatta e mai voluta fare chiarezza.
Io sono contro la violenza senza se e senza ma. Sono contro le violenze di piazza come quelle viste sabato a Roma di cui le prime vittime sono gli indignati che volevano manifestare pacificamente. Sono contro le violenze viste in Valdisusa contro una popolazione che a pieno diritto difende il proprio territorio, il proprio futuro da una inutile quanto fatale devastazione. Sono contro le violenza, sia quella dei bombardieri in “missione di pace”, sia quella dei cosidetti ribelli che uccidono a massacrano sia il dittatore sia la popolazione civile in nome della libertà e della democrazia. Sono contro la violenza, compresa quella devastante e quotidiana del precariato.
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È il 7 ottobre, serata fredda. In Panshir il cielo è trasparente anche dopo il tramonto, c’è ancora luce intorno alla valle a disegnare i contorni delle alte montagne dell’Hindukush già piene di neve. Arriva il buio, non c’è elettricità nel villaggio di Anabah. Siamo seduti su un tappeto intorno alla stufa, un piccolo generatore alimenta il nostro vecchio televisore e ci lascia inseguire le news: non ci succede quasi mai, ma questi sono giorni speciali, carichi di attesa. Un rumore cupo, un sordo borbottare fa da sottofondo allo scoppiettio del generatore. Non può essere un lontano temporale, ci guardiamo perplessi, adesso il nuovo rumore è più forte. Andiamo fuori nel giardino, e guardiamo in su. Nulla, a parte le stelle. Ma il suono adesso è intenso, continuo: aeroplani. «Bi penjà u du», esclama Jalil, sono B52. Bombardieri d’alta quota, sono circa le nove. Un quarto d’ora e i primi buuum, buuum e bagliori lontani. Le prime bombe della democrazia cadono intorno a Kabul.
Era il 2001, dieci anni fa. L’inizio dell’aggressione militare all’Afghanistan, un nuovo crimine di guerra deciso dagli Stati Uniti d’America.
Oggi, dieci anni dopo, quella guerra continua, anche con la partecipazione dell’Italia, voluta dai delinquenti politici (e dai “politici delinquenti”) di “sinistra” e di “destra”. Da dieci anni continuano quella guerra. ’Fanculo la Costituzione italiana e lo Statuto dell’Onu. E ’fanculo anche la volontà dei cittadini: mica bisognerà sentire il loro parere su questioni minori come portare il Paese in guerra, no? Lo decidono loro, la casta – o la banda – vergognosa degli “onorevoli”, quelli che dovrebbero dimettersi e tornare a casa propria (se avessero un minimo di etica e di dignità) oppure essere sbattuti in galera, se ci fosse ancora una possibilità di giustizia in Italia.
Ignoranti (quanti di loro saprebbero parlare dell’Afghanistan per più di due minuti?), corrotti e servili, si sono buttati in quella guerra solo per compiacere gli Usa, per essere di serie A, tra quelli che sparano: padron comanda e asino trotta. In dieci anni i nostri “onorevoli” hanno speso per combattere in Afghanistan più di tre miliardi di euro. Prelevati dalle tasche dei cittadini italiani, che per molti sono sempre più vuote. «C’è la crisi», ci dicono. Bisogna «risanare l’economia», e lo si fa iniziando a tagliare i fondi per la scuola, per la sanità e per la ricerca. Ci descrivono la crisi come un flagello ricorrente, come la peste di molti secoli fa, anziché come l’inevitabile conseguenza delle loro azioni.
Che possiamo fare noi cittadini per interrompere la deriva di inciviltà?
Non darò mai più il mio voto a nessun partito che abbia sostenuto la guerra, ho deciso molti anni fa, e continuo a comportarmi così. Ma non mi basta più: mi fa schifo contribuire (essendo tra i contribuenti), dare soldi, anche solo un euro delle mie tasse, alla guerra. Tremonti e gli altri geni dell’economia potrebbero facilmente calcolare per me la percentuale delle tasse da non pagare per aver scelto “l’obiezione fiscale alle spese militari”. E se qualcuno proponesse una legge che regolamenti l’obiezione, che cosa succederebbe? Cercherebbero, destra e sinistra, di farla sparire tra calendarizzazioni e lavori in commissione, per non arrivare nemmeno alla discussione e risparmiarsi l’ennesima figura di merda. Perché i soldi spesi per la guerra sono un crimine contro la nostra Costituzione, e non è certo legittimo un governo che vuole obbligare i cittadini a violare la Costituzione. Lorsignori bruciano ogni anno 27 miliardi di euro delle nostre tasse in spese militari. E se provassimo a toglierglieli? Sono mediamente 620 euro all’anno per contribuente. Provate a immaginare se milioni di italiani compilassero così la propria dichiarazione dei redditi: praticando l’obiezione fiscale alle spese militari e specificando bene la causale del non-versamento. Che succederebbe?
Gino Strada
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Ricorre in questi giorni il decimo anniversario dell’ennesima aggressione militare in Afganistan. Quella cui orgogliosamente partecipa anche il nostro paese.
La casta politica italiana dal 2002 a oggi ha sempre approvato in modo bipartisan le spese per la guerra in Afganistan – camuffata da “missione di pace”. Per tenervi una media di 3.000 soldati, ha speso fino a ora quasi 4 miliardi di euro.
Il danaro delle nostre tasse per la guerra, contro la nostra Costituzione, contro le nostre coscienze.
In dieci anni Emergency ha speso in Afganistan 55 milioni di euro. Con poco più dell’1 per cento di quello che i governi italiani hanno speso per la guerra, Emergency ha realizzato 3 Centri chirurgici, un Centro di maternità, una rete di 29 Posti di primo soccorso e Centri sanitari, curando oltre 3 milioni di persone di tutti i gruppi sociali, di tutte le parti politiche, di tutti i credo religiosi.
Il lavoro di Emergency, non i blindati, è il pezzo di Italia che gli afgani apprezzano. Le vittime non capiranno mai le motivazioni di chi porta lutti e miseria, le ragioni di chi semina terrore per combattere il terrorismo, di chi pratica la guerra per fare finire la guerra.
Che cosa avrebbe potuto fare l’Italia per gli sfortunati cittadini afgani, che sopravvivono in mezzo alla guerra da ormai trentacinque anni?
Come si traducono 4 miliardi di euro? In migliaia – non centinaia – di ospedali, cliniche, scuole.
Peccato che i soldi ci siano sempre per la guerra, mai per costruire la pace e i diritti.
Persino i soldi che i cittadini hanno deciso di destinare agli aiuti umanitari attraverso il 5 per mille non sono ancora stati erogati. I soldi sono lì, nelle loro banche, i cittadini li hanno versati nel 2009, ma il governo preferisce tenerseli il più a lungo possibile.
Questo sta creando a Emergency grandi difficoltà economiche, perché i nostri ospedali e le nostre cliniche non possono aspettare i tempi della politica, hanno bisogni urgenti, immediati, concreti.
Per questo vi rivolgiamo un appello a sostenere economicamente Emergency ora più che mai. Per poter continuare a lavorare, a curare persone, a portare umanità nella barbarie della guerra.
Grazie, Gino Strada
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