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Dopo gli F-35, altri 22 miliardi di euro per le spese militari

E’ questa la cifra sbalorditiva che, in barba alla crisi, le Forze Armate italiane si apprestano ad impiegare per la cosiddetta digitalizzazione dell’Esercito, un record che batte persino le stime per l’acquisto dei famosi F-35 (14 miliardi di euro).

Un fiume di denaro pubblico che servirà, tra l’altro, a dotare un élite di 558 “soldati del futuro” (circa mezzo milione di euro ad unità) di tecnologia bellica high tech.

Dall’avanguardistico mirino Specter integrato con una microtelecamera ad infrarossi, agli occhiali per la visione notturna montati sull’elmetto, ai mini navigatori gps piazzati sulla spalla al lanciagranate coassiale con correttore automatico di tiro fino al tablet blindato con touch screen per i comandanti.

Su quest’ultimo “fondamentale” strumento, tuttavia, i tecnici manifestano qualche perplessità: c’è la possibilità, infatti, che possa non funzionare nelle battaglie ingaggiate nel fango (ma con chi le dovremmo ingaggiare le battaglie nel fango?). Insomma, roba fondamentale per il paese. Esattamente ciò che i cittadini chiedono. O no?

A proposito: la Costituzione italiana, all’articolo 11, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”

Massimo Malerba

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lavorononbombe

A cinque anni dall’inizio della crisi finanziaria ed economica europea, c’è ancora un elefante a Bruxelles di cui pochi vogliono parlare. L’elefante è il ruolo che gioca la spesa militare come causa che perpetua la crisi economica. Mentre le infrastrutture sociali vengono tagliate, la spesa per gli armamenti difficilmente viene ritoccata. Mentre le pensioni e gli stipendi sono stati tagliati, l’industria delle armi continua a produrre ancora utili da nuovi ordini e dalle rendite per precedenti commesse.

Il fatto sconvolgente, in un momento di austerità, è che la spesa militare dell’UE nel 2010 era di € 194 miliardi, approssimativamente la cifra del deficit annuale di Grecia, Italia e Spagna messe insieme.

Paradossalmente, chi grida più forte a Bruxelles sono proprio le sirene dei lobbisti militari, che ammoniscono di quello che potrebbe essere il “disastro”, se dovessero essere approvati ulteriori tagli alle spese militari. Questo documento dimostra che il vero disastro è dovuto a anni di ingenti spese militari europee e di corruzione nel commercio delle armi. Questa dinamica ha contribuito in modo sostanziale alla crisi del debito in paesi come la Grecia e il Portogallo, e continua a incidere pesantemente sui prossimi bilanci futuri di tutti i paesi in crisi.

La forza delle lobby militare-industriale ha la capacità di rendere inefficace qualsiasi taglio che venga proposto. Questo è un fatto crudamente dimostrato dal modo in cui il governo tedesco, mentre chiede sacrifici sempre maggiori con tagli sociali, ha fatto molte pressioni, dietro le quinte, contro i tagli militari per i problemi che questi risparmi avrebbero potuto causare alla propria industria bellica.

Il documento (link alla versione inglese) rivela come:

Gli alti livelli di spesa militare, nei paesi ora nell’epicentro della crisi dell’euro, hanno giocato un ruolo significativo nel provocare la crisi del loro debito. La Grecia è stato il paese che in Europa più ha speso per la difesa, in termini relativi, negli ultimi quattro decenni, spendendo l’equivalente del suo PIL, quasi il doppio della media UE. Le spese militari della Spagna sono aumentate del 29% tra il 2000 e il 2008, per i massicci acquisti di armi. E ora deve affrontare enormi problemi per ripagare i debiti contratti per i suoi programmi militari non necessari. Come disse un ex Segretario alla Difesa spagnolo : “Non avremmo dovuto comprare sistemi che non useremo, per situazioni di conflitto che non esistono e, quel che è peggio, comprati con fondi che non avevamo allora e che non abbiamo adesso.” Anche la più recente vittima della crisi, Cipro deve alcuni dei suoi problemi di debito ad un aumento del 50% della spesa militare degli ultimi dieci anni, la maggioranza avvenuta dopo il 2007.

I debiti provocati dalla vendita di armi sono stati spesso il risultato di affari di corruzione tra funzionari dei governi, ma devono essere pagati con soldi della gente comune che deve sopportare tagli selvaggi nei servizi sociali. Alcune indagini condotte su un contratto siglato dal Portogallo nel 2004 per comprare due sommergibili per un miliardo di euro concordato con l’allora Primo Ministro Manuel Barroso (ora Presidente della Commissione UE) hanno identificato più di una dozzina di contratti per intermediazioni sospette e per consulenze che sono costate al Portogallo almeno € 34 milioni. Almeno otto contratti per acquisto di armi firmati dal governo greco dalla fine degli anni 1990 sono oggetto di indagine da parte delle autorità giudiziarie per possibili tangenti illegali e mancette a funzionari statali e a politici.

La spesa militare è stata ridotta nei paesi più colpiti dalla crisi, ma la maggior parte degli stati hanno ancora un livello di spesa militare paragonabile o superiore a quella di dieci anni fa. Tutti i Paesi europei sono nella lista dei maggiori compratori di armi a livello globale : 4° posto (Regno Unito), 5 ° (Francia), 9° (Germania) e 11 ° (Italia). Anche l’Italia, che ha debiti per due mila miliardi, dedica ancora una percentuale di PIL per la spesa militare maggiore a quella che spendeva dopo la Guerra Fredda nel 1995.

I tagli alla spesa militare, dove sono avvenuti, sono quasi interamente ricaduti sulle persone – riduzioni di personale, salari più bassi e pensioni più basse – e non sulla spesa per l’acquisto di armi. Il bilancio per l’acquisto di armi in realtà è passato da € 38,8 miliardi nel 2006 a € 42,9 nel 2010 – con un aumento superiore al 10% – mentre i costi del personale sono scesi da € 110,0 miliardi nel 2006 a € 98,7 nel 2010, una diminuzione del 10%, avvenuta in gran parte fra il 2008 e il 2009.

Mentre paesi come la Germania insistono su più duri tagli ai bilanci sociali dei paesi in crisi per pagare i debiti, sono stati molto meno determinati quando si è cominciato a parlare di tagli alle spese militari che potrebbero minacciare le vendite delle loro armi. Francia e Germania hanno fatto pressione sul governo greco per non ridurre le spese per la difesa. La Francia sta preparando un contratto di locazione con la Grecia per due delle fregate più costose d’Europa; Quello che sorprende di più però è che questa operazione è “guidata da considerazioni politiche, e non è una iniziativa richiesta dalle forze armate”. Nel 2010 il governo olandese ha concesso licenze di esportazione per € 53 milioni per equipaggiamenti della marina greca. Come ha osservato un collaboratore dell’ex Primo Ministro greco Papandreou: “ Nessuno ci ha mai detto : Comprate le nostre navi da guerra o non vi salveremo. Ma è chiaro il concetto che se compriamo saranno più favorevoli a venirci incontro”.

Una continua spesa militare molto alta ha portato a un boom di utili per l’ industria delle armi e una spinta ancora più aggressiva per tentare di vendere altre armi al- l’estero, ignorando cosa significhi questo per i diritti umani. Le cento aziende più grandi del settore nel 2011 hanno venduto armi per un valore di circa € 318 miliardi, il 51% in più in termini reali rispetto al 2002. Si sono mosse sul mercato anticipando la prevedibile diminuzione della domanda interna, sostituendola con un supporto politico ancora più attivo per riuscire a vendere più armi all’estero. Nei primi mesi del 2013 il presidente francese François Hollande ha visitato gli Emirati Arabi Uniti per spingerli ad acquistare il caccia Rafale. Il Primo Ministro britannico David Cameron ha visitato gli Emirati e l’Arabia Saudita a novembre 2012 per promuovere la vendita di un pacchetto completo di armi. La Spagna spera di vincere un contratto molto controverso in Arabia Saudita per 250 Leopard a due serbatoi, contro la Germania – che produce il serbatoio dei Leopard .

Molti studi mostrano che gli investimenti in campo militare sono il modo meno efficace per creare posti di lavoro, a prescindere dagli altri costi della spesa militare. Secondo uno studio dell’Università del Massachusetts, spendendo per la difesa un miliardo di dollari negli Stati Uniti si crea il minor numero di posti di lavoro, meno della metà di quello che si potrebbe generare se si investisse lo stesso miliardo nell’istruzione o nei trasporti pubblici. In un momento di disperato bisogno di investimenti per creare posti di lavoro, sostenere un programma militare superfluo e dispendioso non è giustificabile perché i soldi spesi non creano tanti posti di lavoro, quanti ne creerebbero in settori quali la sanità e il trasporto pubblico.

Malgrado la chiara evidenza del costo di spese militari troppo alte, i capi militari continuano a diffondere informazioni distorte e assurde dichiarando che una riduzione delle spese per la difesa dell’Unione Europea possa minacciare la sicurezza delle nazioni europee. Il Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, non ha mai perso una occasione per persuadere i membri dell’alleanza a investire e collaborare di più per la difesa.

Il Gen. Patrick de Rousiers, presidente del Comitato Militare dell’UE, nel corso di un’audizione al Parlamento europeo, ha anche detto che sarebbe in gioco il futuro dell’Europa se non si aumenterà la spesa militare. “Dove andrebbe a finire un’Europa di 500 milioni di abitanti se non avesse una forza credibile per garantire la sua sicurezza?” Ha chiesto retoricamente.

Cancellare i debiti immorali dovuti a contratti di vendita di armi ottenuti pagando tangenti, sarebbe un buon primo passo per cancellare altre al conto della crisi anche tutti quelli che hanno concorso a causarla. Certe misure servirebbero anche a dimostrare che in un momento di crisi, l’Europa è pronta ad investire in un futuro come quello a cui pensano i suoi cittadini e non in quello che vogliono imporre i suoi guerrafondai.

Frank Slijper

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spese militari

Per il SIPRI, nel 2012, i Governi di tutto il mondo hanno speso 1750 miliardi di dollari per mantenere le proprie strutture militari. Sono state rese note in queste ore, come ogni anno, le stime dell’Istituto svedese che tiene sotto controllo gli investimenti e le spese correnti dei bilanci pubblici relative alle forze armate, ai ministeri per la difesa e alle acquisizioni di armamenti. Il nostro paese ritorna, dopo un anno di assenza per il sorpasso brasiliano, nei primi 10 posti della lista. Il totale della spesa militare mondiale (i già ricordati 1750 miliardi di dollari equivalenti al 2.5% del PIL mondiale) costituisce il massimo storico dal punto di vista del totale nominale, ma sperimenta per la prima volta dal 1998 una leggera derescita in termini reali: 0,5% in meno rispetto all’anno scorso.

Dal punto di vista delle valutazioni ciò non deve essere letto e rilanciato come una vera diminuzione delle spese militari mondiali, che in realtà si stanno solamente assestando. L’effetto, come dimostrano le analisi di dettaglio diffuse dal SIPRI , è determinato soprattutto da un rilevante calo messo in opera dai paesi del cosiddetto “blocco occidentale” che, per i loro problemi di budget ormai continuativi, hanno iniziato proprio nel 2012 a limitare le proprie spese in questo ambito. Ricordiamo che la crisi finanziaria ed economia è invece iniziata dal 2008 e ha quasi fin da subito dispiegato i propri effetti su altre voci dei bilanci pubblici. E perciò una spesa militare mondiale che è andata crescendo in maniera robusta negli ultimi 20 anni e che ancora oggi, in termini reali, supera il livelli dei picchi di fine “Guerra fredda” non può certo essere considerata come in effettiva diminuzione.

In termini sostanziali si può dunque dire che il mondo si armi ancora, continuando a scegliere l’opzione armata e di guerra per cercare di risolvere i propri conflitti. Ciò ci porta a leggere i dati appena diffusi più in termini di tendenze che di valori assoluti: l’aspetto rilevante riguarda quindi l’individuazione di chi stia facendo maggiormente crescere la propria scelta armata. Lo stesso SIPRI nota come i numeri relativi al 2012 “possano indicare un allontanamento dall’Occidente dell’equilibrio consolidato nelle spese militari”. La lettura proposta è confermata dell’analisi della metodologia da cui i dati di spesa vengono ricavati: va ricordato che si tratta di stime basate su criteri di misurazione che possono anche modificarsi paese per paese, proprio per i diversi criteri di bilancio pubblico e le modalità operative con cui questi soldi vengono spesi.

Sono perciò le tendenze quelle da verificare e, come abbiamo sempre detto, non bisogna fermarsi ai dati di valore assoluto soprattutto nel caso italiano. Tra i primi 10 paesi per la spesa militare mondiale ben quattro, infatti, vedono nei dati SIPRI un totale non riconosciuto in maniera precisa ma solamente stimato. Tra di essi proprio l’Italia (decima) e la Germania che la precede di un posto in classifica, ma soprattutto la Cina e la Russia che si collocano al secondo e al terzo posto dietro gli Stati Uniti. Per il nostro paese questa sottolineatura è rilevante, perché se guardiamo le stime SIPRI abbiamo delle tendenze diverse da quelle desumibili dai dati ufficiali di bilancio rielaborati negli ultimi anni . Per l’istituto svedese i 34 miliardi di dollari stimati (probabilmente per difetto per motivi di cambio tra euro e dollaro) risultano essere un decremento di circa il 5% rispetto al 2011, mentre i numeri ufficiali ci raccontano di una crescita che sarà ancora maggiore nel 2013.

Con questi avvertimenti in testa, ciò che conta davvero sono le linee di tendenza che si intravedono per il futuro e che potrebbero confermare intuizioni già fatte in passato. Importante è rilevare il fatto che gli Stati Uniti, proprio per i motivi di problemi di budget e le scelte dell’amministrazione Obama, abbiano visto cadere la loro spesa militare del 6% in termini reali nel 2012 registrando comunque una crescita totale di quasi il 70% rispetto al livello del 2001. Una tendenza comune ai paesi dell’Europa centroccidentale che tra il 2008 e 2012, almeno nella maggior parte, hanno ridotto la loro spesa militare di circa il 10% in termini reali. A ciò fa da contraltare l’esplosione della spesa militare russa che in un solo anno è salita del 16% ed il continuo incremento di quella asiatica anche se con un tasso un poco più rallentata. La Cina è stata tra i leader anche in questa speciale classifica aumentando, ma sempre come stima, la propria spesa militare di circa il 7,8% in termini reali. Un ultimo elemento deriva dal significativo incremento registrato dal Medioriente e dal Nordafrica, anche se è ancora presto per capire se gli effetti della cosiddetta “primavera araba” si stiano o almeno dispiegando anche sulla spesa militare della regione.

Lo stesso approccio di analisi, basato sui trend piuttosto che sui valori assoluti, si riscontra nelle altre due importanti serie di dati già rilasciati dal SIPRI per il 2013 . Si è già visto infatti come sia andata cambiando la geografia dei grandi esportatori di armi, con la Cina che ha sopravanzato il Regno Unito come quinto più grande esportatore mondiale. La classifica vede al comando gli Stati Uniti con il 30% delle vendite mondiali di materiale d’armamento, poi la Russia al 26% seguita poi a distanza da Germania (7%) e Francia (5%). Ma più che dai “venditori” l’elemento rilevante è quello degli acquirenti: negli ultimi cinque anni (cioè nel periodo 2008-2012) sono state Asia e Oceania a fare la parte del leone. Circa il 47% degli acquisti di armi è responsabilità di quest’area con l’India, la Cina e il Pakistan, oltre che Sud Corea e Singapore ad essere in testa alla lista. Gli stessi elementi che abbiamo visto prima incidere sull’ambito delle spese militari hanno provocato una diminuzione del mercato di armi in Europa: comparando i due periodi 2003-2007 e 2008-2012 le vendite di armi di tali paesi sono cadute del 20%. Un effetto combinato della crisi finanziaria, che ha impattato sulla spesa pubblica europea, e delle scelte di ritiro dall’Iraq ed Afghanistan che hanno determinato una minore necessità in termini di equipaggiamento militare. L’assestamento del mercato, in termini relativi, si avuto anche con i dati, diffusi a metà febbraio, riguardanti le vendite complessive delle maggiori 100 aziende del settore militare. Anche in questo caso il valore assoluto complessivo è stato il massimo della storia con 410 miliardi di dollari di ricavi, anche se ciò corrisponde a un leggera decrescita in termini reali (circa il 5%). In questo caso, come per le spese militari, sarebbe un grave errore andare subito a pensare che il business degli armamenti stia contraendosi. Diversamente da quanto sottolineato da diversi commentatori siamo solo di fronte a un assestamento riguardante le spese militari che di conseguenza si ripercuote anche sul fatturato complessivo delle 100 maggiori aziende. Inoltre il trend in questo caso è ancora più difficile da valutare, perché stiamo solo parlando delle prime aziende per ricavi e non del valore complessivo di fatturato dell’industria degli armamenti: basterebbe quindi che un’azienda uscisse o meno da questa classifica per far variare il totale. Entrando nel dettaglio dei dati, a far la parte del leone sono ancora le aziende con sede negli Stati Uniti, responsabili del 60% delle vendite di armi seguite dal 29% delle aziende di provenienza Europea occidentale. Va notato come in questa lista non vengano incluse compagnie cinesi per le quali non esistono dati di riferimento e come comunque una grossa crescita provenga sempre dal mercato e dalla situazione russa.

Proprio per inquadrare meglio questi dati ricordiamo che le vendite di armi per il SIPRI equivalgono alle vendite di beni e servizi militari a qualsiasi tipo di cliente, incluse vendite per acquisizioni interne dei singoli Stati e quelle relative all’export fuori dei confini. Altra annotazione riguarda la base temporale: i numeri riguardanti le aziende a produzione militare sono un anno in ritardo rispetto quelli della spesa militare, proprio per la difficoltà di recupero di tali informazioni. Finmeccanica si assesta anche nel 2011 all’ottava posizione con una produzione militare pari a circa il 60% del proprio fatturato, una quota molto alta per una azienda così grande e che mantiene sistema di produzione ben differenziato. Nonostante le problematiche derivanti da tutti gli scandali, anche di natura processuale, del colosso italiano nel 2011 c’è stata una crescita minima del fatturato che per quanto riguarda la parte militare si attesta 14,5 miliardi. I contraccolpi degli errori e dei problemi aziendali si sentiranno maggiormente con i dati relativi al 2012.

Francesco Vignarca

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litalia-ripudia-la-guerra_art-11g

Mentre i partiti ostacolano la costituzione delle commissioni e, quindi, impediscono al Parlamento di svolgere la sua funzione (fare le leggi) ma non ai Parlamentari di prendere il loro stipendio. Il moVimento 5 stelle cerca di portare all’attenzione della Politica le cose importanti. Dopo l’interrogazione sulle Slot machines di cui vi ho parlato qualche giorno fa, sono state presentate altre due importanti mozioni: una per l’istituzione di una commissione di inchiesta sulla ricostruzione in Abruzzo (vedi il video) ed una per l’immediato ritiro delle nostre truppe in Afghanistan. Altro che le chiacchere che ci raccontano i giornali e le Tv.

MOZIONE

La Camera,

premesso che:

- con i suoi 12 anni di coinvolgimento diretto del nostro Paese, la guerra in Afghanistan risulta essere più duratura rispetto a quelle che hanno caratterizzato il ’900;

- esportare la democrazia utilizzando la forza militare è una contraddizione in termini;

- il modello politico, sociale e di sviluppo occidentale non è un valore universale;

- l’art.1 dello Statuto delle Nazioni Unite, l’art.1 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e l’Atto Finale di Helsinki del 1975 sanciscono che l’autodeterminazione dei popoli è un diritto universale che permette a ogni popolazione di decidere liberamente il proprio statuto politico senza ingerenza esterna;

- il nostro Paese è intervenuto per contrastare il terrorismo internazionale e per tutelare i diritti umani ma storicamente la guerra si è dimostrata la negazione degli stessi;

- un altro obiettivo che si voleva raggiungere con l’intervento era contrastare la produzione di oppio, obiettivo fallito dato che sotto il regime talebano la stessa produzione era calata drasticamente per poi tornare a livelli preoccupanti solo successivamente all’intervento (oggi l’Afghanistan, con oltre il 90% della produzione, è il principale produttore di oppio al mondo);

- la situazione sanitaria in Afghanistan resta drammatica nonostante ONG e associazioni italiane operino nel pieno rispetto dei principi umanitari grazie a generosi contributi del popolo italiano;

- lo svolgimento delle attività economiche è reso difficile dalla guerra in atto;

- nonostante i buoni risultati ottenuti dalla campagna di alfabetizzazione delle forze ANP (polizia afghana), il numero di violazioni dei diritti umani perpetrati dalle stesse restasignificativo.

- occorre prendere atto che la guerra è persa e che gran parte del territorio afghano è sotto controllo dei talebani e di altri gruppi armati non governativi;

- gli stessi USA stanno pensando a una exit-strategy non potendo più sostenere i costi di tale operazione militare specie in uno scenario di crisi economica globale;

- in questa guerra, dipinta come missione di pace, hanno perso la vita 52 nostri soldati e oltre 70.000 civili afgani, molti dei quali uccisi dai bombardamenti NATO ed è costata finora ai cittadini italiani oltre 4,5 miliardi di euro, denaro che sarebbe stato opportuno usare diversamente, ad esempio, per sostenere le PMI, l’istruzione o la sanitàpu bblica;

- l’art.11 della Costituzione Italiana dichiara che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di  offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”;

impegna il Governo

- a elaborare e comunicare con chiarezza al popolo italiano un piano di rientro immediato del nostro contingente militare dall’Afghanistan;

- alla costruzione della pace e dello sviluppo economico e sociale, a promuovere la tutela dei diritti umani e a migliorare la condizione delle donne e della societàcivile;

- a un controllo diretto e mirato del sostegno economico italiano sia per i finanziamenti bilaterali che tramite accordi con la UE e con la NATO.

 

Categorie : Politica
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bin-laden-book

Quando l’11 settembre 2001 due aerei di linea si schiantarono contro le Twin Towers cambiando per sempre il corso della storia, si sprecarono i complottismi riguardo all’attentato e alla figura del loro ideatore, quell’Osama Bin Laden capo di Al Qaeda che in molti ricordavano essere un fido amico della famiglia Bush. A distanza di 12 anni in nome della guerra al terrore gli Stati Uniti e la Nato hanno invaso Afghanistan e Iraq, e fatto ingerenze in tutto il mondo arabo, aumentando la presenza occidentale in quei paesi, vedi Pakistan dove la guerra dei droni semina decine di morti ogni anno.

Nel maggio 2011 però Osama Bin Laden, almeno questo ci hanno raccontato, venne ucciso nel corso di un blitz vicino a Islamabad, in Pakistan, da un commando del Navy Seal composto da 25 unità. I soldati entrarono nel bunker dell’uomo più temuto e ricercato al mondo e lo uccisero, anche se nessuno ha potuto mai vedere anche solo una prova della sua morte. In modo misterioso Obama non ha voluto che circolassero le immagini del cadavere di Bin Laden, l’uomo contro il quale è scatenata la più grande guerra globale contro il terrore dell’ultimo secolo. A distanza di quasi due anni  dei 25 marines responsabili del blitz ne sono rimasti in vita solamente due. .

In seguito all’incidente in elicottero che ne uccise 22 , nell’agosto dello stesso anno, infatti, un altro marine ha perso la vita durante un’esercitazione. Si trattava di Brett D.Shadle, 31enne che si stava esercitando nei lanci a bassa quota e si è schiantato con il suo paracadute nel deserto dell’Arizona. Come se non bastasse Matt Bissonnette, uno dei marines rimasti in vita che ha preso parte al blitz, ha scritto un libro “No Easy Day”, pubblicato con lo pseudonimo di Mark Owen.  Successivamente questo libro è diventato la base del film Zero dark thirty. Bissonette è stato minacciato di morte, e non avendo chiesto il permesso di diffondere notizie ai suoi superiori, è stato congedato con disonore.

Cosa si nasconde effettivamente dietro la morte di Bin Laden? E soprattutto, le morti dei 22 marines sono solo una mera coincidenza?

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poligono di quirra

C’è stato un tempo, alla fine dell’Ottocento, in cui urlare “Abbasso l’esercito!” era considerato reato. Si veniva incriminati per “grida sediziose”, si veniva condannati, si finiva in galera. Certo, erano tempi di grossi fermenti sociali, regnava la monarchia a capo di uno Stato liberale impegnato in missioni coloniali dall’altra parte del Mediterraneo. Era uno scenario completamente diverso da quello odierno, in cui tutto è pacificato, in Italia vige la democrazia a capo di uno Stato liberista impegnato in missioni di colonialismo economico in varie parti del mondo, ed in cui si viene incriminati, condannati e si finisce in galera se si afferma un secco “NO!” all’ampliamento e alla costruzione di basi militari.

Insomma, è trascorso un secolo, e le differenze saltano agli occhi… Non si viene più incriminati e condannati per avere urlato “Abbasso l’esercito!”: oggi basta molto meno. È sufficiente esibire, in una pubblica piazza e nel corso di un evento musicale aperto al pubblico, uno striscione su cui sia scritto: «Da Otranto a Vicenza, NO alle basi militari».

I fatti, in breve, sono questi. Nell’estate del 2007 viene sollevata sui giornali locali la vicenda attinente la base radar di Punta Palascìa presso Otranto (LE). Le forze armate hanno avanzato un progetto per il suo ampliamento, con conseguente colata di cemento al seguito. Questo aspetto indigna molti, che muovono la loro opposizione al progetto per ragioni di tutela paesaggistica. Ma per alcuni antimilitaristi la questione non può rimanere legata alla tutela dell’ambiente (la base si trova sulla costa), men che meno a quella del turismo: di fatto, l’ampliamento della base radar costituisce un passo in avanti verso la guerra. Essa funge da arma di controllo e monitoraggio generalizzato nei confronti dei vari traffici, di merci come di persone, che si svolgono nel mar Mediterraneo.

L’opposizione al militarismo non necessita di molte altre ragioni per chi è contro l’autorità e le gerarchie e per chi si ferma a pensare, anche solo un momento, al ruolo delle forze armate. Tuttavia una riflessione più generale sulle guerre viene alla mente, soprattutto se si tiene conto che la Puglia è una regione estremamente militarizzata, colma di basi militari, postazioni radar, aeroporti e porti militari, fabbriche di morte come Alenia del gruppo Finmeccanica. Da questi luoghi partono strumenti e truppe destinate alle zone di guerra. Ma anche in “tempi di pace” la loro funzione rimane la stessa. Ed è stato in un “tempo di pace”, nell’agosto del 2007, che alcuni anarchici hanno espresso un messaggio contro la guerra, consapevoli che, anche quando non dichiarata, essa è sempre presente per mezzo dei suoi uomini e delle sue strutture. Durante lo svolgimento del festival “La Notte della Taranta”, che come ogni anno si tiene in piazza a Melpignano (LE), tra decine di migliaia di persone, viene esposto uno striscione che ribadisce un NO a tutte le basi militari da Otranto a Vicenza; in quegli anni si parla infatti della costruzione di una grande base militare Usa a Vicenza. Dopo pochi minuti, però, alcuni digossini cercano di strappare lo striscione, che viene invece trattenuto con forza, aiutati dalla solidarietà di alcuni tra i presenti in piazza. La repressione del dissenso non riesce ad ottenere il suo scopo sul posto, immediatamente, ma dopo alcuni anni. Incriminati per resistenza a pubblico ufficiale, alcuni di coloro che tenevano lo striscione vengono condannati in primo grado, nell’autunno del 2010, ad un anno di detenzione, e ora saranno nuovamente processati, in Appello, presso il tribunale di Lecce. L’udienza è prevista per il prossimo 18 aprile.

L’episodio in sé non necessita, in realtà, di molti commenti. La semplice espressione di un pensiero viene repressa, senza se e senza ma, dalla polizia politica, in una piazza gremita di persone, che hanno la sola concessione di divertirsi e consumare. Anche un gesto semplice, come l’esposizione di uno striscione antimilitarista, deve essere represso, al fine di non instillare neanche un briciolo di riflessione o di contestazione. The show must go on, la dittatura del pensiero anche! La repressione si manifesta per ciò che realmente è: uno degli aspetti della guerra in “tempo di pace”. Ha bisogno del consenso, del silenzio complice, dell’assuefazione di tutti. Un anno di detenzione per resistenza a pubblico ufficiale rappresenta il monito verso chi decide di non tacere, verso coloro che ancora levano le loro grida sediziose: Abbasso gli eserciti! Abbasso le guerre!

Fonte

Categorie : Società/Cultura
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india

Qualora ce ne fosse ancora bisogno, la vicenda dei due marò italiani pone l’accento proprio su questo aspetto: che i morti non sono tutti uguali. In particolar modo quando si tratta di morti ammazzati. In conseguenza di ciò, anche gli assassini sembrano essere diversi tra loro. Quando ad uccidere è una persona comune, questa viene definita omicida; se ad uccidere è un ribelle o un insorgente di una qualsivoglia organizzazione lo si definisce terrorista, mentre se ad ammazzare sono dei militari, si afferma che hanno svolto il loro dovere, e quando va bene li si premia con una luccicante medaglia da appuntare sulla divisa. Appare evidente che la qualità del morto sia differente di caso in caso, quasi che alcuni siano più meritevoli di vivere rispetto ad altri e, per converso, che la morte di certi abbia meno rilevanza e sia meno grave di quella di altri.

Ad avallare questa visione concorrono diversi aspetti. Uno è il monopolio della violenza che gli Stati, tutti gli Stati, pretendono di detenere saldamente nelle proprie mani, per cui la morte giusta può essere solo da essi comminata, che sia attraverso sentenze capitali o per mano dei propri legittimi rappresentati: eserciti e forze di polizia. Un altro fattore, stavolta tutto interno agli Stati, è quello della loro potenza, sia essa economica o politica, che concorre a creare una gerarchia anche per ciò che riguarda i rispettivi cittadini morti ammazzati per mano di cittadini di un altro Stato.

Nel caso specifico dei due marò Girone e Latorre, i due aspetti si intersecano tra loro. Ci si trova di fronte a due militari italiani che hanno ammazzato due pescatori indiani. Da un lato ci sono i detentori legittimi della violenza di uno Stato detto “sviluppato”, esponenti del corpo d’èlite della Marina, e dall’altro due lavoratori poveri di uno Stato definito “in via di sviluppo”. Tutte le discussioni scaturite sull’accaduto, dalla disputa se ci si trovasse in acque territoriali indiane o internazionali alla perizia balistica sulle armi, altro non sono che una foglia di fico per tentare di occultare i fatti così come realmente, e banalmente, si sono svolti. Due militari, non si sa bene per quale ragione, hanno freddato due pescatori inermi, ed hanno cercato di mascherare l’omicidio come una legittima difesa da un assalto di presunti pirati. Hanno ammazzato perché si sentono autorizzati e sono addestrati a farlo: sono dei soldati, il cui mestiere è quello di fare la guerra, e quindi di uccidere. È una cosa normale, perché lo hanno sempre fatto. Se le cose non sono andate lisce come le altre volte, è solo perché stavolta hanno ammazzato dei civili non mentre erano impegnati in una operazione di guerra, ma mentre erano a guardia di una petroliera privata. Pochi erano al corrente della presenza di militari italiani a difesa di navi cargo civili, una scelta fatta dal Ministero della Guerra quando ne era a capo Larussa. Alcuni democratici potrebbero addirittura scandalizzarsi di tale scelta. A ben guardare, invece, questa politica è solo la prosecuzione della guerra con altri mezzi, perché se in certe zone si interviene militarmente per accaparrarsi risorse energetiche, in altre si scortano quelle risorse per farle arrivare a destinazione. Si tratta di merci troppo preziose, per cui se è legittimo ammazzare per accaparrarsele, lo è anche per trasportarle.

In questi giorni lo scontro tra Stati – italiano e indiano – si è infiammato per via della scelta di non far rientrare i marò in India allo scadere del “permesso elettorale”, così come solennemente promesso. A parte la ridicola mossa del governo indiano di fidarsi delle promesse di un Paese quale l’Italia, è curioso vedere venir meno la virile parola d’onore di questi militari quanto mai maschi, tutti pieni di sé e pronti ad esibire il petto villoso fino al giorno prima. Ma ciò che sta avvenendo, in fondo, è solo una prova di forza tra i due Stati. L’India vuole accreditarsi come superpotenza e guadagnarsi il dovuto rispetto a livello internazionale; l’Italia non vuole farsi scavalcare e, per farlo, deve dimostrare che i propri, bianchi militari, valgano ben più dei cittadini, dal colore della pelle indefinito, dell’altra parte del mondo. È però difficile credere che, se i due marò venissero giudicati in India, rischierebbero per davvero una seria condanna, così come è certo che, se verranno giudicati in Italia, passeranno indenni. È certo, invece, che se i fatti si fossero svolti a parti inverse, e fossero stati due pescatori ad ammazzare due militari, starebbero già penzolando da un palo con una corda al collo o languendo nella più oscura galera, di qua come di là dell’oceano.

Ma si sa, i morti non sono tutti uguali…

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mar
13

War business

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war

Il business della guerra è redditizio. Nel 2011, le 100 più grandi imprese hanno fatto profitti per oltre 410 miliardi dollari in armi e servizi militari. 10 di queste società hanno ricavato oltre 208 miliardi dollari.

Queste aziende hanno tratto enormi benefici dalla crescita della spesa militare negli Stati Uniti. Nel 2000, il bilancio della difesa statunitense era pari a circa 312 miliardi di dollari. Nel 2011, questa cifra è cresciuta fino a toccare i 712 miliardi di dollari. La vendita delle armi è cresciuta insieme all’aumento generale dei fondi per la difesa. Il SIPRI ha osservato che tra il 2002 e il 2011, la vendita di armi tra le prime 100 aziende è cresciuta del 51%.

La tendenza, tuttavia, recentemente, ha subito un’inversione. Nel 2011, i primi 100 commercianti di armi hanno venduto il 5% in meno rispetto al 2010. Susan Jackson, una esperta di difesa al SIPRI, dichiara  che le misure di austerità in Europa occidentale e negli Stati Uniti hanno ritardato o rallentato l’acquisto di diversi sistemi d’armamento. I tagli al bilancio del governo statunitense, che hanno avuto luogo all’inizio di questo mese  porteranno ad una contrazione del mercato delle armi di circa 500 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni a meno che non si eliminino alcuni dei tagli.

Inoltre, il coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti iracheni e afghani si è notevolmente ridotto. L’ultimo convoglio americano in Iraq ha lasciato il paese nel dicembre del 2011. Anche il ritiro delle truppe dall’Afghanistan è iniziato nel 2011. Infine, il SIPRI ha sottolineato che le sanzioni sui trasferimenti di armi verso la Libia ha avuto un ruolo nel calo delle vendite di armi.

Molte di queste aziende stanno cercando nuovi mercati all’estero in modo da compensare la diminuzione delle vendite negli Stati Uniti e in Europa.

united-technologies_200x200United Technologies

Vendita di armi 2011: 11,6 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 58,2 miliardi dollari

Profitto totale: 5,3 miliardi dollari

Occupazione totale: 199.900

Settore: Aereo, elettronica, motori.

La United Technologies produce una vasta gamma di armi – in particolare elicotteri militari, tra cui l’elicottero Black Hawk per l’esercito degli Stati Uniti e l’elicottero Seahawk per la US Navy. La società è stata la più redditizia rispetto alle altre aziende in questo elenco, facendo profitti per più di $ 5,3 miliardi, nel 2011. E’ anche la più grande azienda per numero di dipendenti, impiegando quasi 200.000 persone in tutto il mondo. Le armi costituivano solo il 20% dei $ 58,2 miliardi di vendite (totali) nel 2011. Altri prodotti realizzati dalla United Technologies comprendono ascensori, scale mobili, condizionatori d’aria e frigoriferi. Le vendite internazionali hanno costituito il 60% del fatturato totale della società nel 2012.

L-3 CommunicationsL-3 Communications

Vendita di armi 2011: 12,5 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 15,2 miliardi dollari

Profitto totale: 956 milioni dollari

Occupazione totale: 61000

Settore: Elettronica.

Circa l’83% dei ricavi dell’L-3 Communications, nel 2011, proveniva dalla vendite di armi, per un totale di poco più di $ 12,5 miliardi. Si tratta di un dato negativo rispetto ai $ 13,1 miliardi ottenuti nel 2010. L’azienda ha quattro diversi segmenti di business: sistemi elettronici, ammodernamento e manutenzione dell’aeromobile; soluzioni per la Sicurezza Nazionale; comando, controllo, comunicazioni, intelligence, sorveglianza e ricognizione. Tra i molti prodotti fabbricati, l’azienda è diventata una delle principali fornitrici di sistemi aerei senza pilota. Nel 2011, l’azienda ha ottenuto un profitto di 956 milioni dollari impiegando circa 61.000 persone.

Finmeccanica-logo-AF450B8139-seeklogo.comFinmeccanica

Vendita di armi 2011: 14,6 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 24,1 miliardi dollari

Profitto totale: -3.2 miliardi di dollari

Occupazione totale: 70470

Settore: Aviazione, artiglieria, motori, elettronica, veicoli militari, missili, armi di piccolo taglio, munizioni

La società italiana Finmeccanica produce una vasta gamma di armi, inclusi elicotteri e sistemi di sicurezza elettronica. Dei circa $ 24,1 miliardi di fatturato della compagnia, nel 2011, il 60% proveniva dalla vendita di armi. Finmeccanica ha perso $ 3,2 miliardi nel 2011. La società italiana si sta attualmente difendendo dall’accusa di aver pagato tangenti al fine di vincere un contratto di circa 750 milioni di dollari per fornire 12 elicotteri militari al governo indiano, nel 2010. L’allora capo della società, Giuseppe Orsi, venne arrestato nel mese di febbraio, negando però qualsiasi accusa. Altri dirigenti, tra cui il capo dell’unità elicotteri della società, sono stati sostituiti e l’azienda ha ritardato il rilascio dei recenti risultati finanziari aspettando che la vicenda si risolva.

eads-logo-lgEADS

Vendita di armi 2011: 16,4 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 68,3 miliardi dollari

Profitto totale: 1,4 miliardi dollari

Occupazione totale: 133.120

Settore: Aerei, elettronica, missili, spazio

L’European Aeronautic Defence and Space Company (EADS), con sede nei Paesi Bassi, ha ottenuto, nel 2011, $ 16,4 miliardi, dalla vendita di armi. Si tratta, tuttavia, solo del 24% dei profitti totali della società, che ammontano a circa $ 68,3 miliardi. L’EADS e la BAE Systems, tentarono di fondersi nel 2012, creando la più grande società aereospaziale del mondo. Tuttavia, l’accordo crollò nel mese di ottobre, dopo che Angela Merkel espresse preoccupazioni riguardo al fatto che la nuova società avrebbe marginalizzato l’influsso del governo tedesco, concentrando il processo decisionale su Francia e Regno Unito.

northrop-grumman-lockheed-martin-logos-bgNorthrop Grumman

Vendita di armi 2011: 21,4 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 26,4 miliardi dollari

Profitto totale: 2,1 miliardi dollari

Occupazione totale: 72500

Settore: Aerei, elettronica, missili, navi, spazio

Come molte delle aziende in questa lista, la Northrop Grumman produce una vasta gamma di armi, compresi droni, radar di difesa aerea e missilistica e sistemi di risposta agli incidenti critici. Nel 2011, la Northrop Grumman ottenne circa $ 21,4 miliardi dalla vendita di armi. Tale dato è tuttavia negativo se lo compariamo ai $ 28,2 miliardi del 2010. La società attribuisce il calo ai tagli nella spesa pubblica. La società ha comunque registrato un utile di oltre $ 2,1 miliardi nel 2011.

RaytheonLogo1Raytheon

Vendita di armi 2011: 22,5 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 24,9 miliardi dollari

Profitto totale: 1,9 miliardi dollari

Occupazione totale: 71000

Settore: Elettronica, missili

La Raytheon, con sede a Waltham, nel Massachusetts, è uno dei più grandi appaltatori della difesa degli Stati Uniti. L’azienda produce una vasta gamma di prodotti per la difesa, tra cui missili come il Tomahawk Cruise Missile. La vendita di armi, nel 2011, è stata pari a circa $ 22,5 miliardi, ovvero il 90% delle vendite totali. Il volume di affari è tuttavia diminuito rispetto ai 23 miliardi di dollari del 2010. Le vendite totali nel 2012 sono scese dell’1,5% e la Raytheon si aspetta un ulteriore ribasso (3%) nel 2013. “Fortunatamente”, l’azienda può contare sui clienti d’oltremare per compensare in qualche modo le deboli vendite nazionali. A partire da gennaio, circa il 40% del portafoglio ordini della società è stato prenotato all’estero. La società prevede, nel 2013, un aumento di circa il 5% delle vendite internazionali.

General-DynamicsGeneral Dynamics

Vendita di armi 2011: 23,8 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 32,7 miliardi dollari

Profitto totale: 2,5 miliardi dollari

Occupazione totale: 95100

Settore: Artiglieria, elettronica, veicoli militari, armi leggere, munizioni, navi

Con 18.000 transazioni per un valore di $ 19,5 miliardi nel 2011, General Dynamics è stato il terzo più grande appaltatore degli Stati Uniti. La società ha ottenuto circa 23,8 miliardi dollari dalla vendita di armi, ovvero il 73% delle vendite totali. L’azienda impiega circa 95.000 lavoratori in tutto il mondo producendo: imbarcazioni elettriche, cingolati e gommati, veicoli militari e carri armati. L’azienda ha espresso preoccupazione per i potenziali effetti sui tagli al bilancio imposti dagli Stati Uniti.

bae-systems_200x200BAE Systems

Vendita di armi 2011: 29,2 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 30,7 miliardi dollari

Profitto totale: 2,3 miliardi dollari

Occupazione totale: 93500

Settore: Aerei, artiglieria, elettronica, veicoli militari, missili, armi di piccolo calibro, munizioni, navi

La BAE Systems era la più grande società non statunitense di armamenti, con vendite di circa $ 29,2 miliardi, nel 2011. Si tratta del 95% del totale. Si tratta di una perdita rispetto al 2010, quando la società vendette $ 32,9 miliardi di dollari in armi. I prodotti della BAE includono il L-ROD Bar Armor System che protegge i veicoli di difesa e l’Hawk Advanced Jet Trainer che offre sofisticate simulazioni ai piloti militari. Nel 2013, la società si aspetta di trovare nuovi mercati al di fuori di Stati Uniti e Gran Bretagna.

boeing_1_61837Boeing

Vendita di armi 2011: 31,8 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 68,7 miliardi dollari

Profitto totale: 4,0 miliardi di dollari

Occupazione totale: 171.700

Settore: Aerei, elettronica, missili, spazio

Boeing è stato il secondo più grande appaltatore del governo degli Stati Uniti nel 2011. La società con sede a Chicago produce una vasta gamma di armi, compresi sistemi missilistici strategici e sistemi ottici laser/elettronici di puntamento. Nonostante tutte queste tecnologie, solo il 46% delle vendite totali della società provenivano dalle armi. La Boeing è la più grande costruttrice di velivoli commerciali al mondo, producendo aerei come il 747, 757 e, recentemente, il 787 Dreamliner. L’azienda è anche conosciuta per la sua tecnologia spaziale.

LOCKHEED MARTIN LOGOLockheed Martin

Vendita di armi 2011: 36,3 miliardi dollari

Vendite totali 2011: 46,5 miliardi dollari

Profitto totale: 2,7 miliardi dollari

Occupazione totale: 123.000

Settore: Aerei, elettronica, missili, spazio

La Lockheed Martin ha ottenuto $ 36,3 miliardi di fatturato nel 2011, qualcosa in più rispetto ai $ 35,7 miliardi del 2010. La vendita di armi, nel 2011, ammonta al 78% delle vendite totali della società. A partire dal 2011, l’azienda contava 123.000 dipendenti in tutto il mondo. Nel settore aerospaziale e della difesa, la Lockheed produce una vasta gamma di prodotti, tra cui aerei, missili, droni e sistemi radar. L’azienda e i suoi dipendenti sono preoccupati per gli effetti dei tagli al bilancio.

Categorie : Società/Cultura
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Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria, rivela quel che tutti sapevamo ormai da tempo: l’Italia è in guerra, bombarda le postazioni ritenute “talebane” e quindi ammazza anche i civili che dice di voler proteggere.

I quattro cacciabombardieri italiani AMX Acol del 51° Stormo dell’Aeronautica militare schierati a Herat effettuano diverse operazioni di bombardamento contro gli insorti. Le fonti del Sole 24 Ore non rivelano il numero di raid messi a segno né il numero di bombe sganciate o di talebani uccisi ma è certo che le incursioni sono state effettuate sia nel settore occidentale del Paese posto sotto il comando italiano sia in altre aree su richiesta del comando alleato di Kabul. Il pieno coinvolgimento dei jet italiani nei raid aerei condotti dalle forze aeree alleate è stato autorizzato in gennaio dal ministro della Difesa, Giampaolo di Paola, dopo due anni di impiego dei velivoli limitato alla ricognizione o, in caso di emergenza, all’attacco con i soli cannoncini di bordo. Già l’anno scorso l’allora ministro Ignazio La Russa aveva cercato invano il consenso del Parlamento ad autorizzare l’impiego di bombe sui nostri velivoli schierati a Herat.

Dopo aver informato le Commissioni Difesa di Camera e Senato il 28 gennaio scorso Di Paola annunciò che «tutti i mezzi che abbiamo useranno tutte le loro capacità perché abbiamo il dovere, oltreché il diritto, di difendere i nostri militari, gli amici afghani e gli alleati».

Sottoliniamo che l’”ammiraglio tecnico”, Giampaolo De Paola, è contemporaneamente responsabile politico e vertice militare. Alla faccia della divisione dei poteri che dovrebbe essere obbligatoria in un paese liberale.

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Dopo le guerre ” che esportavano democrazia”, quelle “umanitarie”, le cosiddette “operazioni di polizia internazionale” siamo alla guerra  dei “tecnici” al governo con l’appoggio di centrodestra e centrosinistra. Un governo dimissionario che dovrebbe occuparsi solo “dell’ordinaria amministrazione” ha già deciso il sostegno politico e logistico alla guerra francese in Mali. Evidentemente la guerra è diventata di “ordinaria amministrazione”.

L’Italia non vuole essere esclusa dalla possibilità di partecipare al saccheggio delle risorse naturali del Mali e del vicino Niger, di avere voce in capitolo nel controllo politico di quei governi africani, di testare sul campo nuove tecnologie militari, di essere sempre in prima fila nelle guerre della NATO e della UE per “salvaguardare” il suo ruolo e la sua presenza internazionale.

Il sostegno logistico italiano (costituito da “due aerei da trasporto C-130 e un aereo 767 per il rifornimento in volo) all’intervento francese in Mali, con la messa a disposizione di corpi speciali e della base militare in Sicilia, non è una semplice “cooperazione militare”. E’ l’occasione per partecipare all’ennesima avventura neocoloniale in Africa.

Prima si sono devastati economicamente e socialmente i paesi africani con le famigerate politiche di “aggiustamento strutturale” imposte dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario internazionale, si è stretto il cappio del debito con tassi di interesse insostenibili poi ci si presenta come “salvatori” a bordo dei cacciabombardieri.

La crisi incombe e non si vedono soluzioni credibili, ed ecco che riappare l’opzione militare, l’economia a mano armata. Si taglia tutto, dalle pensioni all’istruzione ma non la produzione dei caccia F35, del satellite Sicral, dell’elicottero Combact Sar, dei sommergibili U212; si continuano a finanziare le missioni militari all’estero con tutto il carico di morte e distruzione al seguito; e intanto il ministro “tecnico” Di Paola ottiene un disegno di legge che garantirà alle forze armate italiane certezza di finanziamenti per il prossimo decennio.

Considerando che l’Italia ha partecipato direttamente a tutte le guerre della Nato degli ultimi anni ed in prima linea, la nazione un tempo considerata amica anche dai paesi del mondo arabo e musulmano, sta perdendo questa sua figura ed immagine che nessuno dei paesi europei aveva.

 

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