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Mai in parlamento si sono udite parole così nette e chiare sulla gestione e la democraticità delle istituzioni europee. Ci voleva il moVimento 5 stelle e i suoi portavoce per far echeggiare nel palazzo ciò che la stragrande maggioranza degli Italiani pensa.
Presidente
colleghiIl terzo punto di cui si andrà a discutere al consiglio europeo di domani sarà l’UEM Unione Economica e Monetaria che passa per i provvedimenti in materia di fiscalità a cui lei faceva riferimento.
Un argomento importante, importantissimo, peccato che nessun cittadino italiano e siamo pronti a scommettere, neanche europeo, sappia niente a riguardo.
Allora proviamo a spiegarlo noi cosa ha in mente sul serio il Consiglio Europeo con l’istituzione dell’UEM.
Gli obiettivi sono 1.spezzare il nesso tra banche e stati 2.promuovere un quadro finanziario integrato 3. attivare una politica di assorbimento degli shock economici a livello centrale, centralizzando i poteri di controllo attraverso il MES. questo quanto riportato nel documento di sintesi dell’incontro del 5 dicembre 2012.
ora non polemizziamo sul fatto che queste siano o meno le priorità dei cittadini europei. Però analizziamo il primo punto.
spezzare il nesso tra banche e stati? mi spiega qual è il nesso tra banche e stati oggi Sig letta ? mi spiega qual è questo nesso se la banca centrale europea è di fatto di proprietà delle banche centrali nazionali? Diremmo benissimo se le banche centrali nazionali fossero di proprietà dei cittadini, dello stato. peccato però che le banche centrali nazionali siano, di fatto, banche di proprietà di istituti di credito PRIVATI. l’esempio è la banca d’Italia che non è di proprietà dei cittadini italiani come il nome potrebbe lasciar pensare, ma bensì di proprietà di Intesa San Paolo, MPS, Unicredit, assicurazioni generali…tutte spa. Tutte trasparentemente elencate sul sito della Banca d’Italia. Quindi è come dire che dei soggetti privati siano proprietari della nostra moneta e ce la prestino richiedendola indietro con interesse. Ma se la moneta è dei cittadini, degli stati, allora perché ce la prestano? ha mai sentito parlare di signoraggio bancario sig. letta? ne parlate mai alle riunioni del club bilderberg? club di cui lei, il suo predecessore mario monti, emma bonino guarda caso suo ministro degli esteri e mario draghi guarda caso direttore della bce fate parte.
gli istituti privati stampano moneta cedendola in prestito e richiedendone restituzione con interesse per creare questa spirale di stritolamento che si chiama DEBITO. Il consiglio europeo è responsabile di un europa non fondata sui diritti, non fondata sulla solidarietà tra i popoli, ma di un europa fondata sul debito. Debito come strumento di schiavitù degli stati.
Dica questo al presidente Van Rompuy. E poi chi è questo van rompuy? chi lo ha eletto? io so che lei lo conosce sig. Letta perché anch’egli guarda caso è parte del club bilderberg. ma sappia che i cittadini italiani non sanno per nulla chi sia e da dove venga questo personaggio che non è mai stato eletto in nessuna elezione nazionale e presiede un organismo che condiziona gran parte delle scelte dei cittadini europei e di tutto il mondo. Si ricorda il tormentone “ce lo chiede l’europa”, bene allora dica a van rompuy che “glielo chiede l’Italia” , dica da parte nostra che l’Italia rifiuta il MeccanismoEuropeodiStabilità mostro giuridico e anticostituzionale!, dica da parte nostra che riteniamo questa politica di scatole cinesi, austerithy, fiscal compact, patto di stabilità: non essere la politica dell’Italia! Dica da parte nostra che l’Italia ha bisogno di visione politica e non di riforme imposte dall’europa come egli stesso auspicava, dica che, in merito all’evasione fiscale, ci prenderemo subito gli 80 miliardi evasi dal circuito delle slot machine, dica che sigleremo convenzioni in favore della trasparenza bancaria con i paradisi fiscali di tutta Europa che generano evasione per decine di miliardi di euro e con i quali siamo stati sempre fin troppo tolleranti se non protettivi, dica che ripristineremo il reato di falso in bilancio.Sig. Letta lo sappiamo che lei non dirà mai nulla di tutto questo a Van Rompuy, non per una questione di coraggio quello forse, se è lì dov’è, non le manca, ma perché da oltre 15 anni l’Italia che avete costruito voi partiti PD e PDL, ormai modello Unico è diventata un servile scendiletto dei banchieri di tutta europa. ma sappia, sig Letta, che i cittadini italiani qui fuori vorrebbero che lei dicesse ciò le abbiamo suggerito noi. Adesso pensi a quello che ha in mente di dire Lei domani e ne tragga le sue conclusioni.
Cittadino Carlo Sibilia del M5S
A cinque anni dall’inizio della crisi finanziaria ed economica europea, c’è ancora un elefante a Bruxelles di cui pochi vogliono parlare. L’elefante è il ruolo che gioca la spesa militare come causa che perpetua la crisi economica. Mentre le infrastrutture sociali vengono tagliate, la spesa per gli armamenti difficilmente viene ritoccata. Mentre le pensioni e gli stipendi sono stati tagliati, l’industria delle armi continua a produrre ancora utili da nuovi ordini e dalle rendite per precedenti commesse.
Il fatto sconvolgente, in un momento di austerità, è che la spesa militare dell’UE nel 2010 era di € 194 miliardi, approssimativamente la cifra del deficit annuale di Grecia, Italia e Spagna messe insieme.
Paradossalmente, chi grida più forte a Bruxelles sono proprio le sirene dei lobbisti militari, che ammoniscono di quello che potrebbe essere il “disastro”, se dovessero essere approvati ulteriori tagli alle spese militari. Questo documento dimostra che il vero disastro è dovuto a anni di ingenti spese militari europee e di corruzione nel commercio delle armi. Questa dinamica ha contribuito in modo sostanziale alla crisi del debito in paesi come la Grecia e il Portogallo, e continua a incidere pesantemente sui prossimi bilanci futuri di tutti i paesi in crisi.
La forza delle lobby militare-industriale ha la capacità di rendere inefficace qualsiasi taglio che venga proposto. Questo è un fatto crudamente dimostrato dal modo in cui il governo tedesco, mentre chiede sacrifici sempre maggiori con tagli sociali, ha fatto molte pressioni, dietro le quinte, contro i tagli militari per i problemi che questi risparmi avrebbero potuto causare alla propria industria bellica.
Il documento (link alla versione inglese) rivela come:
Gli alti livelli di spesa militare, nei paesi ora nell’epicentro della crisi dell’euro, hanno giocato un ruolo significativo nel provocare la crisi del loro debito. La Grecia è stato il paese che in Europa più ha speso per la difesa, in termini relativi, negli ultimi quattro decenni, spendendo l’equivalente del suo PIL, quasi il doppio della media UE. Le spese militari della Spagna sono aumentate del 29% tra il 2000 e il 2008, per i massicci acquisti di armi. E ora deve affrontare enormi problemi per ripagare i debiti contratti per i suoi programmi militari non necessari. Come disse un ex Segretario alla Difesa spagnolo : “Non avremmo dovuto comprare sistemi che non useremo, per situazioni di conflitto che non esistono e, quel che è peggio, comprati con fondi che non avevamo allora e che non abbiamo adesso.” Anche la più recente vittima della crisi, Cipro deve alcuni dei suoi problemi di debito ad un aumento del 50% della spesa militare degli ultimi dieci anni, la maggioranza avvenuta dopo il 2007.
I debiti provocati dalla vendita di armi sono stati spesso il risultato di affari di corruzione tra funzionari dei governi, ma devono essere pagati con soldi della gente comune che deve sopportare tagli selvaggi nei servizi sociali. Alcune indagini condotte su un contratto siglato dal Portogallo nel 2004 per comprare due sommergibili per un miliardo di euro concordato con l’allora Primo Ministro Manuel Barroso (ora Presidente della Commissione UE) hanno identificato più di una dozzina di contratti per intermediazioni sospette e per consulenze che sono costate al Portogallo almeno € 34 milioni. Almeno otto contratti per acquisto di armi firmati dal governo greco dalla fine degli anni 1990 sono oggetto di indagine da parte delle autorità giudiziarie per possibili tangenti illegali e mancette a funzionari statali e a politici.
La spesa militare è stata ridotta nei paesi più colpiti dalla crisi, ma la maggior parte degli stati hanno ancora un livello di spesa militare paragonabile o superiore a quella di dieci anni fa. Tutti i Paesi europei sono nella lista dei maggiori compratori di armi a livello globale : 4° posto (Regno Unito), 5 ° (Francia), 9° (Germania) e 11 ° (Italia). Anche l’Italia, che ha debiti per due mila miliardi, dedica ancora una percentuale di PIL per la spesa militare maggiore a quella che spendeva dopo la Guerra Fredda nel 1995.
I tagli alla spesa militare, dove sono avvenuti, sono quasi interamente ricaduti sulle persone – riduzioni di personale, salari più bassi e pensioni più basse – e non sulla spesa per l’acquisto di armi. Il bilancio per l’acquisto di armi in realtà è passato da € 38,8 miliardi nel 2006 a € 42,9 nel 2010 – con un aumento superiore al 10% – mentre i costi del personale sono scesi da € 110,0 miliardi nel 2006 a € 98,7 nel 2010, una diminuzione del 10%, avvenuta in gran parte fra il 2008 e il 2009.
Mentre paesi come la Germania insistono su più duri tagli ai bilanci sociali dei paesi in crisi per pagare i debiti, sono stati molto meno determinati quando si è cominciato a parlare di tagli alle spese militari che potrebbero minacciare le vendite delle loro armi. Francia e Germania hanno fatto pressione sul governo greco per non ridurre le spese per la difesa. La Francia sta preparando un contratto di locazione con la Grecia per due delle fregate più costose d’Europa; Quello che sorprende di più però è che questa operazione è “guidata da considerazioni politiche, e non è una iniziativa richiesta dalle forze armate”. Nel 2010 il governo olandese ha concesso licenze di esportazione per € 53 milioni per equipaggiamenti della marina greca. Come ha osservato un collaboratore dell’ex Primo Ministro greco Papandreou: “ Nessuno ci ha mai detto : Comprate le nostre navi da guerra o non vi salveremo. Ma è chiaro il concetto che se compriamo saranno più favorevoli a venirci incontro”.
Una continua spesa militare molto alta ha portato a un boom di utili per l’ industria delle armi e una spinta ancora più aggressiva per tentare di vendere altre armi al- l’estero, ignorando cosa significhi questo per i diritti umani. Le cento aziende più grandi del settore nel 2011 hanno venduto armi per un valore di circa € 318 miliardi, il 51% in più in termini reali rispetto al 2002. Si sono mosse sul mercato anticipando la prevedibile diminuzione della domanda interna, sostituendola con un supporto politico ancora più attivo per riuscire a vendere più armi all’estero. Nei primi mesi del 2013 il presidente francese François Hollande ha visitato gli Emirati Arabi Uniti per spingerli ad acquistare il caccia Rafale. Il Primo Ministro britannico David Cameron ha visitato gli Emirati e l’Arabia Saudita a novembre 2012 per promuovere la vendita di un pacchetto completo di armi. La Spagna spera di vincere un contratto molto controverso in Arabia Saudita per 250 Leopard a due serbatoi, contro la Germania – che produce il serbatoio dei Leopard .
Molti studi mostrano che gli investimenti in campo militare sono il modo meno efficace per creare posti di lavoro, a prescindere dagli altri costi della spesa militare. Secondo uno studio dell’Università del Massachusetts, spendendo per la difesa un miliardo di dollari negli Stati Uniti si crea il minor numero di posti di lavoro, meno della metà di quello che si potrebbe generare se si investisse lo stesso miliardo nell’istruzione o nei trasporti pubblici. In un momento di disperato bisogno di investimenti per creare posti di lavoro, sostenere un programma militare superfluo e dispendioso non è giustificabile perché i soldi spesi non creano tanti posti di lavoro, quanti ne creerebbero in settori quali la sanità e il trasporto pubblico.
Malgrado la chiara evidenza del costo di spese militari troppo alte, i capi militari continuano a diffondere informazioni distorte e assurde dichiarando che una riduzione delle spese per la difesa dell’Unione Europea possa minacciare la sicurezza delle nazioni europee. Il Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, non ha mai perso una occasione per persuadere i membri dell’alleanza a investire e collaborare di più per la difesa.
Il Gen. Patrick de Rousiers, presidente del Comitato Militare dell’UE, nel corso di un’audizione al Parlamento europeo, ha anche detto che sarebbe in gioco il futuro dell’Europa se non si aumenterà la spesa militare. “Dove andrebbe a finire un’Europa di 500 milioni di abitanti se non avesse una forza credibile per garantire la sua sicurezza?” Ha chiesto retoricamente.
Cancellare i debiti immorali dovuti a contratti di vendita di armi ottenuti pagando tangenti, sarebbe un buon primo passo per cancellare altre al conto della crisi anche tutti quelli che hanno concorso a causarla. Certe misure servirebbero anche a dimostrare che in un momento di crisi, l’Europa è pronta ad investire in un futuro come quello a cui pensano i suoi cittadini e non in quello che vogliono imporre i suoi guerrafondai.
Frank Slijper
Nella giornata del 17 aprile il dr. Grilli, ministro dell’Economia e delle Finanze del governo “tecnico” di Monti e soci, a proposito dei debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, ha espressamente dichiarato che” il limite del 3% sul deficit di bilancio è un numero sacro ed inviolabile, per noi è come la Bibbia”. Non ha aggiunto “ce lo ha chiesto l’Europa” ma è stato chiaro a tutti che questo intendeva come massimo ossequio ai trattati.
In altri termini, per i “tecnici” di fiducia dell’oligarchia europea, la stabilità finanziaria viene prima di tutto, non importa che le imprese chiudano perché avanzano crediti non saldati con le P.A., non importa che i mancati provvedimenti di spesa del governo accrescano il numero dei disoccupati, la sofferenza delle piccole imprese ed il ristagno dell’economia, no questo è secondario, la priorità si trova tutta in quel numerino imposto anche dal Fiscal Compact: il 3% di deficit massimo.
Se qualcuno aveva dei dubbi su Grilli, sapevamo che è considerato uno dei “super tecnici” della compagine di Monti ed in effetti Vittorio Grilli nella sua carriera è stato un tecnico ombra per tutte le compagini governative, sia che fossero di centro sinistra sia che di centro destra. Un personaggio trasversale e superiore alla politica partitica, come i poteri che di cui è espressione. E’ stato Direttore generale del Tesoro da maggio 2005 fino a novembre 2011, con la conferma in tale ruolo dai ministri Domenico Siniscalco (Berlusconi III), Tommaso Padoa-Schioppa (Prodi II) e Giulio Tremonti (Berlusconi IV). Un tecnico che non ha mai avuto bisogno di essere eletto.
E’ stato uno degli artefici della svendita delle società di Stato “per entrare in Europa”, conclusasi con l’alienazione delle maggiori imprese statali. Di questo ancora gli sono grati a lui stesso come anche ai Prodi, agli Amato ed ai Ciampi, i grandi “privatizzatori” che si sono avvalsi dell’opera di tecnici esperti come Grilli e come, a suo tempo, Draghi, un altro “super tecnico” che oggi ricopre il prestigioso incarico alla BCE.
Un uomo di totale fiducia quindi dei poteri dell’oligarchia finanziaria che tiene i fili del governo tecnico di Monti e soci e da cui si aspettano presto altri “progressi” nelle “privatizzazioni” prossime delle aziende pubbliche italiane ancora partecipate dallo Stato (ENI, ENEL, Finmeccanica, ecc.) a cui la finanza sopranazionale guarda con forte interesse per fare “business” a spese dell’Italia.
D’altra parte, se questo personaggio mantiene sul suo comodino a posto della Bibbia i trattati europei, sembra chiaro che la fiducia in lui da parte dei membri dell’oligarchia europea, come i Barroso, i Von Rumpuy e lo stesso Mario Draghi, è una fiducia ben riposta. Basta una telefonata e Grilli “esegue prontamente” gli ordini, un pò come una volta facevano i vecchi “ragionieri” di fiducia di ogni titolare delle imprese lombarde.
A questo punto ci sembra opportuno e ci permettiamo di suggerire che il nuovo Presidente della Repubblica, presto eletto, proponga al nuovo Parlamento una modifica costituzionale importante: al posto di quell’articolo 1 ormai obsoleto (l’Italia è una Repubblica fondata sul LAVORO……) che suona tanto di ipocrita e stonato in un paese che in un solo anno di governo tecnico ha accumulato ben un milione di nuovi disoccupati, sostituiamo presto tale articolo con altro, “L’Italia è una Repubblica fondata sulla STABILITA’ FINANZIARIA”.
Potrebbe essere una riforma anche richiesta dall’Europa in un futuro prossimo, tuttavia noi in Italia potremmo anticiparla dimostrandoci “attenti e solerti” come i “primi della classe”.
Tutto sarà più attuale e realistico ed anche a Bruxelles e Francoforte i personaggi dell’eurocrazia saranno molto contenti di noi italiani, sempre disponibili ad “adeguarci” anche prima che venga richiesto.
Luciano Lago
Cipro è salva. Dopo un forcing durato tutto il fine settimana e frenetici incontri tra il presidente cipriota e gli emissari della Troika (Commissione europea, Fmi e Bce), i ministri delle finanze della zona euro hanno ratificato il piano di salvataggio. Sbloccati i 10 miliardi di aiuti europei, evitata la bancarotta, le Borse festeggiano, scende lo spread.
Per ricevere i 10 miliardi, Cipro si è impegnata a trovarne altri 7. Questi arriveranno in particolare colpendo i depositi bancari sopra i 100.000 euro presso la Bank of Cyprus, la principale del Paese. I depositi potrebbero essere congelati e trasformati in obbligazioni di Stato. La seconda banca, la Laiki Bank, potrebbe essere chiusa, creando una “bad bank” con i debiti e girando gli attivi alla stessa Bank of Cyprus. Nelle prossime settimane la Troika dovrà stabilire l’entità delle perdite per la Bank of Cyprus e più in generale le misure che dovrà adottare il governo cipriota.
È stato scongiurato il prelievo forzoso sui depositi al di sotto dei 100.000 euro, una misura che avrebbe potuto avere conseguenze deflagranti. Prima di tutto ovviamente per i cittadini ciprioti ma più in generale costituendo un precedente pericoloso con il rischio di un effetto contagio. Di fatto, è bastato accennare a questa possibilità, la scorsa settimana, per scatenare il panico sui mercati europei. Fino a oggi i conti correnti sotto tale soglia erano considerati assolutamente sicuri, in particolare perché in tutta Europa è prevista una garanzia pubblica in caso di fallimento della banca, per depositi inferiori proprio ai 100.000 euro.
La scelta di intervenire unicamente sui depositi di maggiori dimensioni andrà a colpire i cittadini più ricchi e prima ancora gli stranieri, russi in testa, che negli scorsi anni hanno scelto Cipro per depositare all’estero una parte delle proprie ricchezze. Di fatto si potrebbe affermare che con l’accordo raggiunto nella notte Cipro ha deciso di guardare a Bruxelles e non a Mosca.
Tutto bene, quindi? Dipende. Ancora una volta l’Ue la Troika sono riuscite a mettere una toppa all’ultimo momento, evitando così la bancarotta di uno Stato sovrano, con conseguenze imprevedibili. Ma continuare a mettere delle toppe quando sta franando una diga non può portare da nessuna parte. Un piano di aiuti che rappresenta circa lo 0,1% del Pil europeo ha tenuto l’Ue con il fiato sospeso per una settimana.
Una toppa che non aggredisce in nessun modo le cause della crisi. Delle cause legate a un sistema finanziario fuori controllo e cresciuto in maniera ipertrofica. Dal dopoguerra alla fine degli anni ’70, Wall Street ha avuto una dimensione pari a circa il 15% del Pil statunitense. A fine anni ’80 toccava il 35%. Dieci anni dopo il 150%. Nel 2006 la finanza superava il 350% del Pil, e questa gigantesca bolla ha trascinato il mondo nella peggiore recessione degli ultimi decenni. Cifre impressionanti, ma nulla rispetto a cosa avveniva in un’isola che ha fondato sui servizi finanziari la propria ricchezza. Le banche di Cipro hanno attivi pari all’800% del Pil nazionale. Che senso ha una finanza otto volte più grande del sistema economico di cui dovrebbe essere al servizio?
Ma c’è di peggio. La finanza non è unicamente la causa della crisi, è il fine ultimo delle politiche. Nella vicenda cipriota, il problema di fondo riguarda un sistema bancario europeo non solo troppo grande, ma soprattutto troppo intercorrelato per potere fallire. L’elemento scatenante della crisi delle banche cipriote è nell’ammontare di titoli greci nel loro portafogli. Come la crisi greca ha contaminato la finanza cipriota, Cipro avrebbe potuto contaminare altre nazioni, innescando un effetto domino sul fragile sistema bancario europeo.
Ma c’è ancora di peggio. La finanza non è unicamente causa e fine. È anche il giudice che decide se le istituzioni politiche fanno abbastanza per salvarla e compiacerla. Quali sono e potranno essere i sacrifici che dovranno accettare i cittadini ciprioti è del tutto secondario. L’ennesima toppa sembra momentaneamente placare l’ira del Moloch finanziario. Le Borse festeggiano, lo spread cala. Poi esce la notizia che l’Ue potrebbe non rivedere i 10 miliardi di euro di aiuti dati a Bankia, quarto gruppo bancario spagnolo e che ha chiuso il 2012 con una perdita record. Zoellick, ex-presidente della Banca mondiale, segnala che la Francia potrebbe essere “il prossimo malato”. Gira voce che Moody’s potrebbe abbassare il rating italiano. E l’euforia del mattino diventa un nuovo crollo dei mercati nel pomeriggio. Per oggi Cipro è salva, domani chissà. Tutto bene, madama la Marchesa. Avanti così.
Andrea Baranes
Rischiavamo di morire democristiani ed, invece, un destino più vile e tremendo ci attende poiché moriremo tutti montiani e democretini, abbandonati da una vecchia ed insana Costituzione certificante la nostra senescenza e inutilità su questo mondo. Quello che si prospetta per l’Italia, tra qualche mese, è un governo di vigliacchi con l’agenda Monti in testa e le mani ancora nelle tasche dello Stato e dei connazionali, in nome della borsa senza vita, dell’UE senza politica, della BCE guidata da un saprofita che però tutti applaudono perché hanno dimenticato le parole del defunto Cossiga. Peraltro, far giocare i Mari (Draghi e Monti) uno contro l’altro non diluisce i nostri cavoli amari, semmai li aggrava dietro questo trucco delle parti e dei partiti. Come prima, più di prima lo attueranno perché non sanno quel che fanno e se lo sanno sono convinti che non la sconteranno.
Monti ormai non è più un uomo ma un totem, un principio da seguire, un indirizzo da praticare, una strada dalla quale non si può tornare indietro perché senza credibilità internazionale i mercati ci affosseranno, mentre muniti di questa vidimazione estera ci stanno ugualmente inumando. Se il cristianesimo chiedeva un voto di povertà ai ricchi per entrare nel regno del Signore, il montisianesimo lo chiede agli indigenti affinché i benestanti possano diventare sempre più Signori ed entrare nel regno dei Padroni mondiali, anche se dal retro. Come diceva Petrolini, bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti. Ed è quello che va accadendo.
Lo sanno bene pensionati, lavoratori dipendenti ed autonomi, piccoli e medi imprenditori, inoccupati, disoccupati, scoraggiati e disillusi. Ma il fatto che nessuno pianga perché non ci sono più gli occhi per farlo viene scambiato dalla nostra classe (non) dirigente come il gesto di responsabilità di una collettività che ha capito di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, tuttavia non si evince come sia potuto accadere con i salari fermi da vent’anni, l’inflazione che si mangia gli stipendi e le pensioni, le tasse che iugulano tutta la popolazione e i servizi pubblici peggiorati in ogni settore. Se qualcuno ha speso troppo occorre guardare altrove e come diceva mia nonna chi pontifica per primo è il vero colpevole che poi sarebbe una variante popolaresca della massima di Brecht “chi parla del nemico è lui stesso il nemico”.
Lorsignori ci stanno torchiando, tormentando, tartassando, perché devono farsi accettare dal “global countries club” per darsi un tono ed una rispettabilità che non hanno ed il popolo deve continuare a versare le quote di permanenza con tutto quello che gli resta, che oramai non è molto.
Dovunque il Professore vada a finire, dietro ad una cattedra o al Quirinale, tra le mummie a vita del Senato o ancora alla guida di un Esecutivo di larghe pretese e poca resa, resterà il suo programma a riprogrammare i partiti senza identità i quali hanno sostituito le idee e i valori della loro tradizione politica con un mantra della post-modernità e della globalizzazione che ci sta facendo passare le torture americane, tedesche, francesi e via continuando.
Chiunque passa da qui arraffa e ci fa la morale col consenso di un ceto politico che per sopravvivere all’interno ha bisogno di un riconoscimento esterno non potendo più ottenerlo, dopo anni di promesse mancate e palesi menzogne, dagli elettori. Questo succede quando sovrano non è il politico ma il politicante che svende anche le mutande della nazione. Ad ogni modo, questa volta, ci auguriamo che il disegno giunga a compimento, che lo sfacelo copra la Penisola da nord a sud, senza alcun intoppo affinché lo strazio sia breve ma risolutivo.
Se non verranno altri nani con le ballerine a complicare lo scenario, questo potere in decadenza si troverà a far festa il giorno stesso del suo funerale e la sua danza macabra sarà l’ultimo giro di pista dei morti viventi su questa terra vituperata ma ancora viva. Poiché alla Storia abbiamo già dato la tragedia della I Repubblica e la farsa della II adesso finalmente da essa ci aspettiamo un po’ di giustizia anche se questa dovrà passare da un doloroso giustiziamento generale.
Gianni Petrosillo
Ricevo e volentieri pubblico
Tra il 1992 e il 2012 c’è un ventennio, un lasso di tempo che è sempre stato funesto per l’Italia. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il capitalismo sente di poter sferrare l’attacco finale, di potersi aggiudicare la Guerra di Classe per ko tecnico dell’avversario. Via allora ogni residuo di keynesismo piagnone e mano libera al mercato psicopatico liberista che, tu credi si autoregoli, ma invece, una volta sguinzagliato, si mangia le risorse senza lasciare neppure le briciole, come un orrendo Pacman in modalità God e FullAmmo.
In Italia nel ’92 ci sono i partiti, che mangiano come hanno sempre mangiato. Si mangiava anche durante il fascismo. Ecco però l’ideona. Facciamo notare agli italiani che i partiti rubano, attiriamo la loro attenzione, scateniamoglieli contro, forniamogli le monetine da lanciare. Un bel gioco divertente. Per carità, i giudici ricevono denunce e procedono come da codice penale, fanno le loro inchieste e scoperchiano verminai di corruzione e ladrocinio con grande dedizione ma, sotto sotto, questa è in gran parte un’operazione di copertura.
Un bel telefilm giudiziario che appassiona gli italiani più del vecchio Perry Mason e li tiene occupati mentre qualcuno svuota la cassaforte. Perché questa è la storia della rapina dei due secoli. La partitocrazia viene spazzata via da Mani Pulite e siamo tutti pronti per una svolta, per un paese migliore, per la Seconda Repubblica. Ci vuole un periodo di transizione, però, con qualcuno che, da esperto e saggio, rimetta insieme i cocci e soprattutto i conti in attesa di un nuovo distrattore. Ecco comparire per la prima volta i famosi governi tecnici.
Nel 1992 avviene un curioso convegno a bordo dello yacht della regina Elisabetta, il Britannia. Il gotha della finanza internazionale, sempre affamato di asset convoca un po’ di sudditi italiani e chiede loro cos’hanno intenzione di fare con le privatizzazioni. Perché questo interessa a chi detiene il potere economico: la robba. Dove il liberismo è finora passato, tutti i beni appartenenti allo stato, ovvero alla collettività, sono stati svenduti – dai politici locali comprati a soldi, figa ed illusione di potere – a multinazionali, banche e gruppi finanziari, chiamandole con il nome fascinoso di privatizzazioni. E’ il nuovo imperialismo.
Facciamo un esempio. Un fondo angloamericano vuole papparsi, che ne so, l’ENI? Ci si affida ai propri agenti sul posto e, se la classe politica degli indigeni fa la riottosa, gli si scatena contro i bravi della finanza. Questa fusione non s’ha da fare. Si crea una crisi economica, si obbliga il paese ad una serie di “riforme”, ovvero a smantellare stato sociale e controllo di legge sul mercato.
Nel 1992 lo spauracchio era la svalutazione susseguente all’uscita dallo SME e la paura di non essere più parte dell’Europa. Ecco i primi governi tecnici: di Ciampi, Amato, di Prodi il professore. Soros, con le sue armi finanziarie, scatena un attacco senza precedenti contro la lira e Amato, nottetempo, è costretto, poraccio, a prelevare il riscatto dai conti correnti degli italiani. Uno scherzo da 11.500 miliardi. Allora ci dissero che era per il nostro bene, per rimanere in Europa, al passo con gli altri, per continuare a fare i fichi nei salotti buoni.
E le privatizzazioni? Ci penserà un personaggio che oggi conosciamo meglio, come attuale capo della BCE: Mario Draghi. Quel Draghi che per dieci anni circa, fino al 2001, si incarica di svendere alla finanza internazionale quasi tutto il patrimonio dell’industria statale italiana, quella che in altri tempi aveva rappresentato la nostra versione di miracolo economico. Beh, a vent’anni di distanza non mi pare che le nostre bollette di gas, luce, telefono e servizi siano drammaticamente dimagrite grazie alla maggica concorrenza del mercato autoregolantesi ma siano andate sempre più crescendo.
Finita la prima tranche di privatizzazioni, Mario Draghi torna nella tana di Goldman Sachs – uno dei beneficiari delle svendite 3×2 – alla faccia del conflitto di interessi, con un incarico di prestigio. Ottenuto quello che volevano come acconto, i poteri economico finanziari ormai senza freni ci lasciano un’idea mirabolante, l’aggancio a cambio fisso con una nuova moneta, l’Euro, una figata. Un altro grande classico del liberismo. L’anello per soggiogarli e nel buio incatenarli.
I tecnici, che poi con Prodi diventeranno politici, addirittura de sinistra, rappresentati da simboli miti come l’Ulivo, ci condurranno nel trappolone dell’Euro. Perché non se ne può fare a meno, perché svalutare ormai è brutto brutto e da cafoni. Quel che restava della nostra sovranità nazionale, già compromessa da decenni di sottomissione imperiale, cominciava definitivamente a svanire.
Tornando ai primi anni novanta. L’Italia è passata attraverso stragi, assassinii di giudici in lotta con la mafia, rivoltoloni politici di vario genere ed è finalmente pronta per un periodo di tregua armata, anche perché questa volta bisogna avere i conti in ordine ed entrare nell’Euro, come abbiamo visto. Si individua un soggetto adatto ad incantare 50 milioni di serpenti, un fenomenale pifferaio magico, molte chiacchiere e un’allergia congenita ai distintivi.
Silvio Berlusconi, l’uomo che si è fatto dal nulla, il Re Minkia che muta le televisioni in oro. Gli italiani, felici di aver ritrovato un Duce a sessantaquattro denti e altrettanto brevilineo, lo votano entusiasti e se ne fanno governare, offrendo in solazzo al sire pure le figlie vergini, per quasi vent’anni. Poi, nel 2011 qualcosa si rompe e chi si interessa di trame alla John LeCarré comincia a capire che questa volta faranno veramente le scarpe a Berlusconi, nel frattempo rincoglionitosi dietro a fichette sempre più giovani che lo distraggono dagli affari personali che ha sempre anteposto all’interesse collettivo. Berlusconi inoltre ostenta amicizie pericolose, frequenta doppiogiochisti sulla lista nera imperiale. Qualche intrallazzo di troppo con i russi e il gas, chissà. In ogni caso, come agente ormai è bruciato.
Nel 2011 inizia la fase due, quella cominciata con l’acconto del 1992 e ora giunta alla stagione dei saldi. E’ la seconda fase dello shock liberista e, per chi ha avuto possibilità di arricchirsi oltre ogni limite, l’obiettivo è l’Eurozona. Viene scatenato un nuovo attacco finanziario ma questa volta l’attacco colpisce interi paesi: dall’Irlanda alla Grecia, dalla Spagna all’Italia. Il nuovo spauracchio è lo spread, ovvero la dimostrazione che l’Euro è stato il passo più lungo della gamba e che la Germania vuole vincere facile.
Ogni giorno lo spread diventa più minaccioso, ci terrorizzano con scenari di corralitos, assalti agli sportelli e gogna collettiva degli italiani pigri e mangiaspaghetti sulla piazza di Bruxelles. Berlusconi, abilmente lavorato ai fianchi da sapienti nipotine di Mubarak, cade definitivamente in disgrazia. Prova a resistere ma, dopo l’ennesima offerta che forse non poteva rifiutare, si dimette.
Sui libri di storia che i nostri nipoti studieranno ci sarà scritto che Berlusconi era un imprenditore che fu messo a capo dell’Italia per presidiare il territorio, una specie di proconsole. Poi, invece di governare, a causa della sua ricattabilità ed incapacità congenita di evitare il fallimento come imprenditore, trascurò i suoi doveri e si occupò solo dei suoi interessi, paralizzando il suo paese in una Mirabilandia fatta di superficialità e totalmente incapace di crescere.
Nel fatal novembre, dunque, da un giorno all’altro, ci fanno credere, si forma un governo affidato ad una specie di genio della lampada, un professore della Bocconi, nientepopodimeno che Mario Monti. Governo formato da gente con carriere avviatissime, tutti pezzi da novanta che, da un giorno all’altro, decidono di piantare baracca, università e burattini, senza nemmeno un “lasciami una settimana per pensarci” e vanno a fare i ministri nel Pronto Soccorso Italia, con un malato terminale che tutti danno per spacciato. La presa della Bastiglia Italia senza sparare un colpo, con l’aiuto fondamentale, pensate, di un vecchio comunista.
Azzerato il nano ed insediatisi al potere, i tecnici che fanno? Cominciano a piazzare le cariche per la demolizione controllata dell’economia italiana. Si preparano nuove privatizzazioni, la definitiva dismissione degli ultimi brandelli di proprietà statali, le ultime perle e catenine di famiglia rimaste dopo la cura Draghi. Senza parlare degli italiani, sottoposti ad una cura da Cavallo (nel senso del famigerato ministro dell’economia ultraliberista argentino) che culminerà nella patrimoniale ai danni dei ceti mediobassi, nella riduzione progressiva del welfare e in un impoverimento generalizzato delle classi meno protette.
Mario Draghi è ormai assiso sul trono della BCE e da lassù sovrintende benedicendo urbi et orbi con la preghiera “O Euro benedetto, irreversibile tra le monete, che tu sia lodato tra le divise.” Ad un anno di distanza dal golpe finanziario con il silenziatore un grafico dice più di mille parole. C’è da stare proprio allegri.
Vent’anni quindi. Vent’anni per disfare quanto di buono era stato fatto da un’Italia affatto fannullona ma creativa ed operosa, ora ridotta all’impotenza. Distruggere l’economia per ingrassare una finanza fatta di puro denaro. Lo diceva perfino la buonanima di Cossiga. Un patrimonio di cinquant’anni di benessere che ora, dicono, “non possiamo più permetterci perché abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”.
Ho raccontato un romanzo criminale, una storia con pochi eroi, molti vigliacchi traditori e tante vittime innocenti. Una storia che, a meno di una qualche intuizione per trovarne una via d’uscita, rischia di impantanarci nel suo incantesimo, in un maleficio di povertà e regresso per gli anni a venire. Gli anni peggiori della nostra vita.
Mani sulla tastiera, mente che vaga alla ricerca di un articolo, di un video, di una vignetta, insomma di un piatto forte da poter pubblicare sul blog. Ma non trovo nulla, nulla che valuto adatto a far alzare finalmente agli italiani il culo dalla sedia, nulla che possa smuovere un popolo ipnotizzato, addormentato, chiuso nel suo egoismo e nella sua rassegnazione. Un popolo incapace di uno scatto di orgoglio, incapace di uno scatto di istintiva ribellione verso un cappio che sempre più si stringe intorno al collo, fino quasi a togliere il respiro, fino quasi a soffocare.
Ma santo dio! Cosa bisogna dire, cosa bisogna fare per far capire agli italiani che non avranno più futuro? Per far capire che verranno depredati di tutto giorno dopo giorno in nome di una falsa terra promessa chiamata salvezza dell’Italia? Ma l’Italia non siamo noi cittadini che stiamo morendo? Chi è l’Italia? Sono le banche l’italia? E’ lo spread l’italia? E’ quella roba che si chiama mercato l’Italia? Chi è allora l’Italia? La bce è l’italia? Monti è l’Italia? Ci prendono in giro. Ci parlano di Monti che va a messa, di Monti eroe perché si è pagato la cena, di Monti ben accolto in europa (mi stupirei se non lo fosse. In meridione dicono: “caurarari cù caurarari nun sè tengiono” tradotto: gente della stessa risma si protegge a vicenda).
Sempre ‘sta cavolo di europa! Ma cos’è l’europa se non un cartello di banche? Non esiste quell’europa che vi hanno messo in testa, non esiste quell’europa di esperti che lavorano e decidono per il bene dei popoli. E’ una fiaba, come quella di cappuccetto rosso. Lo ripeto: l’eu-ro-pa-è-un-car-tel-lo-di-ban-che! lontana mille miglia dalla gente, nemmeno sono eletti quei signori che decidono a porte chiuse, sono scelti, cooptati, per un unico scopo: strozzare i popoli, schiavizzarli, far perdere loro qualsiasi identità e qualsiasi diritto e portare avanti gli interessi del club di potenti che tutto manovrano dietro le quinte e che mai mostrano le loro facce (quelli o quelle che vedete in tv sono comparse, non attori e attrici protagonisti). Questa è l’europa. E poi ci dicono “l’europa chiede”, “l’europa dice”, l’europa vuole”. Mettetevelo bene in testa: l’europa è un’invenzione, una finzione, puro spettacolo per popoli creduloni. E’ come la fiaba di cappuccetto rosso, ma il lupo cattivo della fiaba “europa” è lo spread, è il mercato, è il debito pubblico truffa. Una fiaba, tutto inventato, nulla di vero, pura messa in scena.
Capite allora come ci trattano? Da deficienti ci trattano, da ritardati mentali, da boccaloni. E noi? Cornuti e mazziati, direbbero a Napoli. Perchè è proprio questo che siamo: cornuti e mazziati. “Se ci sei batti un colpo “, diceva il mio insegnante delle elementari al solito impreparato che non apriva bocca. Se ci sei batti un colpo popolo italiano. Hai capito che nessuno ti salverà? Hai capito che nessuno salverà il tuo negozio, la tua azienda, il tuo studio, il tuo laboratorio artigianale, il tuo posto di lavoro? Hai capito che nessuno difenderà la tua misera pensione, nessuno difenderà il tuo diritto alla salute e all’assistenza, nessuno difenderà il tuo patrimonio, la tua casa, il futuro dei tuoi figli? Sai invece cosa faranno? Ti punteranno l’indice contro accusandoti – lo stanno già facendo – di essere un evasore, un incapace, di non essere europeo (che poi che cavolo vuol dire? Noi siamo italiani, non apparteniamo a qualcosa che di fatto non esiste, a un’invenzione, a una finzione).
Scusa popolo italiano, ma si è fatto tardi, l’articolo non l’ho trovato, nemmeno il video e nemmeno ho voglia a quest’ora di comporre una vignetta.
Ho voglia di leggermi il mio paragrafo serale da “Lettere a Lucilio” dell’amico Seneca . Seneca, un amico che non tradisce: su Seneca e sugli stoici ci puoi contare. Sempre. Non erano stoici per caso.
Sugli italiani, invece, ci si può contare meno. Molto meno.
Ma non importa, va bene lo stesso. Viva il popolo italiano e le sue pie illusioni.
Elia Menta

In Spagna arrivano 30 miliardi di euro di “aiuti” europei, ma contrariamente a quanto viene lasciato intendere nell’immaginario collettivo, non sono destinati agli spagnoli, ma alle banche che ne hanno estrema necessità per calmierare temporaneamente la propria fame bulimica. I cittadini spagnoli in compenso stanno intascando anche loro i propri miliardi, ma purtroppo non si tratta di euro, bensì di bastonate, sia in senso metaforico che in quello letterale del termine.
Il senso metaforico alligna nella nuova manovra lacrime e sangue da 65 miliardi di euro, varata dal premier Rajoy per compiacere la BCE e le banche di cui sopra. Quello letterale nei pestaggi selvaggi (stile G8 di Genova eVal di Susa ) dispensati dalla polizia nei confronti dei minatori che protestano per i difendere i propri sacrosanti diritti.
La manovra imposta dalla BCE, prevede una lunga serie di “doni” per il popolo spagnolo, i più significativi dei quali saranno il taglio delle tredicesime e delle ferie dei dipendenti pubblici e l’aumento di 3 punti percentuali dell’IVA che dal 18% sale al 21%.
Le cariche, i pestaggi selvaggi e gli assalti , durante i quali la polizia non ha lesinato nell’uso dei proiettili di gomma, provocando il ferimento di oltre 50 manifestanti, hanno seguito un copione che in Italia conosciamo bene e si basa sul soffocare nel sangue qualsiasi accenno di protesta popolare, a prescindere dalle motivazioni che la sostengono.
La nuova Europa continua ad avanzare a grandi passi, con le sue parole d’ordine ormai divenute di una chiarezza adamantina. Smantellamento di qualsiasi sovranità nazionale, totale sudditanza al sistema bancario, progressiva eliminazione del welfare e dei servizi al cittadino, creazione di una sempre più ampia fascia di disoccupazione che possa contribuire ad aumentare il dumping sociale, eutanasia dei diritti e repressione feroce di ogni protesta che possa intralciare il cammino intrapreso.
Avanti così, greci, portoghesi, irlandesi, italiani, spagnoli, un futuro radioso vi attende tutti e nel caso le sorti progressive non risultino radiose come era nelle vostre aspettative, accontentatevi della prospettiva di avere un futuro, un giorno di questi qualche riforma potrebbe anche decidere che in fondo non ne avete diritto.
Marco Cedolin
Quando la famosa lettera della BCE a firma congiunta Trichet e Draghi venna resa pubblica si alzò un polverone di indignazione che, almeno in apparenza, contestava questa ingerenza delle istituzioni europee nelle scelte politiche ed economiche di un “libero” stato membro. Per qualche settimana pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti non lesinarono certo articoli e servizi per disquisire sull’opportunità di questa missiva. Dove è finita la democrazia, la volontà popolare, il popolo sovrano se poi un istituzione di nominati, un istituzione bancaria detta ad un governo l’agenda politica? Dopo l’iniziale polverone, ottimo a non far capire realmente quanto stava accadendo, la polemica si affievolì per riafforare qualche mese dopo quando vi fu l’ammissione da parte del ministro Tremonti che quella lettera in realtà era stata scritta a Roma e fatto in modo che giungesse poi da Bruxelles per poterla farla digerire al popolo Italiano con la solita menata del “è l’europa che ce lo chiede”.
Ma visto che la storia dell’europa che lo chiede non fa più breccia nell’animo dei cittadini italiani ormai ben consapevoli di come in altri paesi le cose in realtà viaggino in maniera decisamente diversa, era necessario trovare un sistema che mettesse al nostro paese il cappio al collo ed un cinico boia capace, senza alcun risentimento o rigurgito di umanità, di mettere in atto la letale sentenza. Ecco quindi la spirale della speculazione e del famigerato spread fatto diventare l’orco cattivo che tutto mangia ed ecco arrivare il cinico boia nelle vesti del nominato e mai eletto da nessuno Mario Monti.
Ed è sufficiente vedere quanto fatto sin qui da questo governo e da quanto si appresta a fare nei prossimi mesi per constatare quanto ogni atto corrisponda perfettamente a quanto disposto dalla citata lettera Trichet/Draghi e altri. Prima fra tutte la riforma delle pensioni, quella che vide lo sgorgare delle lacrime di coccodrillo della Fornero forse preoccupata di non aver ottemperato completamente ai dettami della BCE che chiedeva “È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012″. A seguire ecco arrivare la riforma costituzionale che impone il bilancio di pareggio come richiestoci “Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.” e di nuovo la Fornero con la sua riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori “b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi. “ anche se va da se che di sistema di assicurazione dalla disoccupazione se ne sono scordati. Ma tutto ciò è solo una parte dello sporco lavoro che il boia Monti è venuto a fare e sono già in essere quelle nuove manovre per giungere quanto prima alla conclusione che necessariamente dovrà essere fatta prima di arrivare alle prossime elezioni politiche.
Il famoso crescitalia rinominato più correttamente svenditalia che da il via ad una privatizzazione di massa dei servizi pubblici compresi quelli che un referendum popolare che ha visto una partecipazione senza precedenti aveva escluso da tali processi:”È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.”. E ancora quella che co fanno passare per spending review che altro non è che un drastico taglio sui servizi, in particolare quello sanitario, e sul comparto dei dipendenti pubblici come ordinato: “il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.”.
E il parlamento? I partiti? L’espressione della volontà popolare? Retifica, semplicemente retifica come disposto: “Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011.” Pare si sia un pò in ritardo, ma non disperate perche il cinismo del boia e l’accondiscenza d partiti e sindacati, nonostante ogni tanto fanno finta di abbaiare, sapranno rimediare.
Dopo le rose di Monti, le spine di Passera. Il ministro dello sviluppo economico nell’audizione alla Camera ha parlato di recessione lunga, di stretta del credito, di manovre in arrivo nella forma di un “pacchettone che tocchi la vita delle famiglie” ogni “2-3 mesi”. Nello stesso giorno l’Ocse calcola che nel primo trimestre il Prodotto interno lordo italiano è caduto dell’1,6% rispetto all’anno precedente. Ce n’è abbastanza per far cadere la Borsa di Milano del 3,3%, e per riportare lo spread tra i tassi d’interesse dei titoli italiani e quelli tedeschi a 3 punti percentuali e mezzo. La recessione italiana è una “non notizia”. Tre mesi fa il Fondo monetario aveva già annunciato per il 2012 una caduta del Pil del 2,2%, che si aggiunge alla scivolata del 2008 (-1,2%), al crollo del 2009 (-5,1%), e al ristagno di 2010 e 2011. L’intera Europa (Germania esclusa) è in recessione, ma l’Italia cade più in fretta degli altri. La novità è piuttosto misurare la crisi con il moltiplicarsi dei suicidi di lavoratori disoccupati e artigiani senza lavoro.
Erano state le rassicurazioni di Mario Monti sulla tenuta dell’Italia a far dimenticare il declino economico del paese e i conti pubblici che continuano a non tornare. Secondo i dati Confindustria oggi la produzione industriale resta del 22% inferiore al livello dell’aprile 2008, prima dell’arrivo della crisi: in quattro anni abbiamo perso oltre un quinto della produzione e si può solo sperare di rallentare la perdita, non di recuperare la china. Questo potrebbe significare quest’anno 800 mila posti di lavoro perduti, mentre le richieste di cassa integrazione continuano a crescere. La riforma Fornero, da questo punto di vista, appare come lo strumento per consentire alle imprese di liberarsi senza difficoltà di un quinto della propria capacità produttiva e forza lavoro. Ma che tipo di economia – e di paese – avremmo dopo una trasformazione di questo tipo?
L’idea del governo è che produzione e occupazione potrebbero riprendersi non appena le banche torneranno a offrire credito e si realizzino le “riforme strutturali” con più concorrenza e meno costi e tutele del lavoro. A fine 2011 la Banca centrale europea ha offerto alle banche europee 489 miliardi di euro a tassi dell’1%. Ora il ministro (e banchiere) Passera ci dice che quasi nulla di quella liquidità – pari a quasi un terzo del Pil italiano – si è trasformata in credito per imprese e famiglie. Non dice che ha consentito alle banche di tappare i buchi dei propri bilanci comprando titoli pubblici che nei paesi in difficoltà rendono oltre il 6%. Quanto alle “riforme strutturali”, non c’è liberalizzazione delle farmacie che possa creare nuova occupazione, né libertà di licenziare che possa attirare investimenti cinesi. Il nodo – che il governo italiano e i vertici europei continuano a ignorare – resta la ripresa della domanda e la direzione dello sviluppo.
Nulla di risolto anche sul fronte della spesa pubblica. Per lo stato la recessione significa circa 15 miliardi di minori entrate fiscali, molto più dei proventi aggiuntivi che potranno venire dalla riduzione dell’evasione fiscale. Ci sono forse15 miliardi da spendere in più per interessi sul debito pubblico, oltre gli 80 miliardi del 2011. E il “patto fiscale” firmato a Bruxelles ci imporrebbe di rimborsare circa 50 miliardi di euro l’anno. La spirale della crisi del debito non si è fermata, le politiche di austerità aggravano la recessione, le rigidità ideologiche del governo aggravano la crisi sociale. E anche la popolarità del governo Monti – e il consenso ad un liberismo estremo e tardivo – potrebbe precipitare di fronte alla recessione più grave dal dopoguerra.
Mauro Pianta da Sbilanciamoci












