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Una società basata sulle fonti fossili e, in particolare, sul petrolio ha bisogno di petrolio (ma va?) e una società che ha bisogno di petrolio quando si rende conto che nei più grandi giacimenti si è già estratto più della metà del grezzo disponibile e che con il residuo non si può soddisfare la crescente richiesta va alla ricerca di nuovi pozzi dove poter estrarre il prezioso oro nero. Non importa quanto costi l’estrazione e non importa neanche la qualità del greggio, le compagnie petrolifere sanno che fra qualche anno (chi dice dal 2020, i più ottimisti dal 2050) il petrolio sarà merce rara e potrà essere venduta a prezzi stratosferici. E quindi si cerca ovunque e il nostro territorio e il nostro mare non sono certo esclusi da questa affannosa ricerca. E’ noto da anni che nei nostri mari ci sono giacimenti petroliferi, ma la scarsa qualità del greggio e gli elevati costi di estrazione per via della profondità a cui si trova hanno sempre reso l’operazione non conveniente, ma oggi di fronte al nuovo scenario ecco che anche questi giacimenti diventano appettibili.
Si poteva fare qualcosa per evitare tutto questo? Certo che si! Si sarebbe dovuta diminuire drasticamente la dipendenza dalle fonti fossili e dal petrolio per andare verso altre forme di energia più accessibili. La scienza e la tecnologia ormai da anni ci hanno fornito questa possbilità sia con lo sviluppo delle cosidette fonti rinnovabili sia con le tecniche di risparmio energetico. Eppure in tutti questi anni siamo andati in senso opposto aumentando, invece che diminuendo, il nostro fabbisogno e di conseguenza la nostra dipendenza dal petrolio. Hanno i sindaci, in tutto questo, delle responsabilità, delle colpe? Certo che si e, io penso, anche di più di quante ne hanno i politici nazionali. I sindaci, infatti, governano i territori e avrebbero, anche a costo zero per le loro amministrazioni, potuto fare molto in questi anni nonostante l’inerzia a livello nazionale.
Più volte su questo blog è stato affrontato il problema energetico e sono state esposte delle proposte. Proposte di buon senso, alcune delle quali immediatamente applicabili senza oneri per le amministrazioni. Un esempio fra tanti: una semplice modifica al regolamento edilizio che imponesse avanzate tecniche di risparmio energetico alle nuove costruzioni. Non sarebbe costato nulla al comune, ma in compenso avremmo avuto un minor bisogno di energia e quindi di petrolio. Ci sono delle stime che sostengono che se tali norme fossero state da subito applicate in tutti i comuni italiani il fabbisogno di petrolio sarebbe calato del 30% negli ultimi 10 anni. Se a queste pratiche si fossero associate delle politiche di mobilità sostenibile, incentivate le piccole produzioni agricole e zootecniche e disincentivate le colture e gli allevamenti intensivi caratterizzate da un massiccio uso di derivati del petrolio, se si fosse bloccata la inutile quanto disastrosa cementificazione del territorio comprese le devastanti grandi opere e, nel contempo, dato il via ad una conversione energetica puntando su piccoli, ma diffusi impianti di produzione da fonti rinnovabili oggi il nostro fabbisogno di petrolio e di fonti fossili in generale sarebbe molto modesto. E se tutto ciò, sulla spinta del nostro paese, sarebbe stato replicato in altri paesi le multinazionali del petrolio oggi sarebbero già destinate all’estinzione.
Invece nulla di tutto ciò è stato fatto e i sindaci, come quelli che domani 22 Novembre si troveranno a Polignano per affrontare il problema delle trivellazioni nel mar adriatico proprio di fronte alle nostre coste, invece di pensare ad amministrare per il bene comune e soprattutto per quello delle future generazioni hanno pensato solo a raccattare voti per mantenere salda la loro poltrona, il loro potere nel feudo di riferimento. Prendiamo la Ostuni degli ultimi dieci anni come esempio. La popolazione residente è calata di circa duemila unità eppure si sono visti palazzi spuntare come funghi(Via Giovanni XXIII, Via per Martina, Peschiera, ecc) e nel regolamento edilizio non si trova alcuna traccia di tecniche di risparmio energetico, il traffico automobilistico è aumentato vertiginosamente e di piani della mobilità neanche l’ombra, l’agricoltura e i piccoli produttori lasciati in balia delle onde mentre si è favorita la grande distribuzione che predilige colture e allevamenti intensivi. Insomma è stato fatto di tutto per aumentare il consumo e il fabbisogno di petrolio e adesso che le vacche sono tutte scappate dalla stalla gli stallieri si riuniscono per cercare di affrontare un problema che loro stessi hanno massicciamente contribuito a creare. Il loro vociare, grazie anche ai soliti pennviendoli e mezzibusti incartapecoriti, passerà per l’ennesima volta come impegno politico a difesa del territorio e nessuno evidenzierà gli aspetti e le politiche che hanno portato a tutto questo.
La colpa sarà addossata esclusivamente alle compagnie petrolifere, alle sette sorelle, un cancro che tutto divora ma che noi coi nostri comportamenti e le nostre politiche continuiamo ad alimentare.
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Il debito pubblico non è un problema di cui sia stata sottovalutata la gravità; al contrario, è il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. Il debito è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati. La crescita drogata dal debito va fermata perché non è la soluzione della crisi, ma la sua causa.
Clima, energia, economia: tre crisi ci minacciano. Senza una nuova politica, la crisi del debito creato per drogare la crescita potrà solo aggravarsi. Tutto lascia credere che ormai sia solo questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o da quella energetica, coloro che non si sono lasciati ipnotizzare dalla colossale disinformazione planetaria dei mass media – e sono più di quanti si creda – possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie.
Grandi Opere, spesa militare, costi della politica. Per uscire dalla crisi e bloccare la spirale del debito bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. Il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra grandi imprese e partiti politici del secolo scorso non prenderà mai queste decisioni, perché ne verrebbe travolto.
Una nuova politica per il bene comune. Occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra; non omologati sul dogma della crescita, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando: i loro incubatori sono i movimenti di resistenza contro le grandi opere e contro la privatizzazione dei servizi sociali.
Il debito italiano: rischio bancarotta. In Italia il debito pubblico rappresenta il 119% del Pil e alla fine del 2011 raggiungerà i 2.000 miliardi di euro. Il Giappone sta peggio di noi, con un debito oltre il 200% del Pil, e la stessa Gran Bretagna – sommando il debito pubblico a quello di aziende e famiglie – arriva al 245% del Pil, mentre il debito complessivo italiano raggiunge il 225,8% del prodotto interno lordo. Di fronte a queste cifre, non è escluso che i paesi più indebitati decidano di uscire dalla spirale del debito, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli di Stato e quindi rovinando i risparmiatori. Questa crescita, drogata dal debito pubblico sempre più vasto e dal credito al consumo per le famiglie: solo il “doping” del debito ha consentito, finora, di tenere in vita un’economia fondata sulla crescita dei consumi. Perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che, se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute fino alla crisi di sovrapproduzione che distruggerebbe il sistema fondato sulla crescita.
La politica economica in un vicolo cieco. Ridurre le tasse e/o aumentare la spesa pubblica: è ciò che destra e sinistra hanno proposto, per stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta il gettito fiscale e si riduce il debito pubblico. Ma tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica, il debito aumenta. Inserendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni si comprometteranno le possibilità di crescere. Globalizzazione, merci invendute ed ex consumatori disoccupati. Perché gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno funzionato? Perché nei paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione dei mercati hanno determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: macchinari sempre più potenti producono quantità sempre maggiori di merci riducendo progressivamente l’incidenza di lavoro umano per unità di prodotto. Ne deriva un aumento dell’offerta e una contestuale diminuzione della domanda mediante la diminuzione delle retribuzioni e la riduzione dell’occupazione.
Spesa militare: faremo la fine dell’Impero Romano? Una voce disastrosa nel debito pubblico è costituita dalla crescita delle spese militari. Dopo il tracollo dell’Urss, la dimensione egemonica imperiale degli Usa ha spinto gli alleati verso un impegno crescente in molti teatri di guerra, in regioni strategiche come quelle petrolifere, fino a determinare una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono a superare il valore delle risorse che se ne ricavavano.
Grandi Opere: fallimenti in tutto il mondo. Altrettanto rilevanti, nel bilancio del debito, le grandi opere spesso faraoniche e inutili: la crisi della Grecia è scaturita dalle spese per le Olimpiadi di Atene del 2004, se Torino è la città più indebitata d’Italia lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. Opere che non ripagano i loro costi perché sovradimensionate rispetto alle reali esigenze: è successo con l’aereo supersonico Concorde e il tunnel sotto la Manica già fallito due volte; è successo con molti costosissimi edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, già in pieno degrado. Sovradimensionata rispetto alle esigenze è la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino-Lione. Destra e sinistra sono consapevoli dell’inutilità di molte grandi opere, devastanti per i territori, e tuttavia rivendicano il merito di averle deliberate in deficit allo scopo di rilanciare la crescita economica e l’occupazione. In realtà faranno crescere soltanto il debito pubblico. Un’opera è davvero sostenibile solo se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse, il consumo di energia e l’impronta ecologica, in modo da ripagare i costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione, contribuendo in questo modo a ridurre il debito pubblico. In altre parole la politica economica non può più basarsi soltanto su criteri di tipo quantitativo, ma deve adottare criteri di valutazione qualitativi.
L’equivoco della green economy. Nell’ottica della green economy la politica energetica non si fonda sulla riduzione della domanda mediante la riduzione di sprechi e inefficienze, ma sulla sostituzione dell’offerta: fonti rinnovabili anziché fossili, con incentivi statali che aggravano il debito pubblico. Anziché i piccoli impianti per l’autoconsumo, la green economy privilegia i grandi impianti, che possono essere appannaggio solo di grandi aziende interessate a incentivare la crescita dei consumi e degli sprechi. E’ un modo di riproporre ancora una volta l’alleanza strategica tra industria e partiti: l’alleanza fondata sulla crescita, responsabile dell’attuale fallimento storico. Anziché nelle grandi opere e nella green economy faraonica, occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, nelle reti idriche, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi (con benefici effetti anche sul turismo), nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri post-industriali (come a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio di materiali dismessi, nell’agricoltura di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra produttori e acquirenti.
Filiera corta: l’economia locale può sopravvivere alla globalizzazione. E’ auspicabile una saldatura tra l’economia reale dei territori (contadini, commercianti, piccole e medie aziende, artigiani e professionisti) con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Una vera democrazia partecipata può realizzarsi solo ripudiando la globalizzazione e rivalutando le economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà delle filiere corte. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, le attività economiche locali sono utili, ripagano i costi d’investimento riducendo sprechi e consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici e non richiedono tecnologie potenti, bensì evolute; non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccoli operatori locali (agricoltori, artigiani, commercianti, tecnici) radicati sul territorio, in grado di alimentare un’economia di prossimità, sostenibile dal credito locale, come dimostra il recente successo di alcune piccole e medie imprese italiane, che caratterizzano la nostra struttura produttiva (il 99,92 % ha meno di 250 addetti).
Meno e meglio: decrescita selettiva del Pil. Ridurre gli sprechi comporta necessariamente una decrescita: la coibentazione degli edifici per ridurne le dispersioni termiche e l’installazione di impianti energetici a fonti rinnovabili fanno crescere il Pil inizialmente, ma in seguito i risparmi lo fanno decrescere. La decrescita selettiva del Pil, riduce gli sprechi e l’impronta ecologica, migliora il benessere e la qualità della vita, crea occupazione utile. Solo la decrescita selettiva del Pil può risolvere sia la crisi economica che quella ambientale, senza far crescere il debito pubblico né deprimere le attività produttive.
Agricoltura biologica: una scelta strategica. L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica: stagionalità dei prodotti, riunificazione di agricoltura e allevamento, accorciamento delle filiere, riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne.
Ristrutturazione edilizia: fronte strategico di occupazione utile. Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti: mediamente in Italia per il riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio e soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? La riduzione del pil che ne deriverebbe offrirebbe i vantaggi economici, occupazionali e ambientali non altrimenti ottenibili.
Il modello della crescita è finito: non ha futuro, va sostituito. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori. Si annuncia un periodo di transizione inevitabilmente drammatico. Sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.
Maurizio Pallante
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Se c’è una cosa su cui la politica nostrana non manca di dare conferme costanti, oltre al mantenimento dei propri privilegi e delle innumerevli poltrone, è sicuramente l’incoerenza non solo tra quello che dicono e fanno, ma anche tra le scelte e le strategie che perseguono. Come ciechi che brancolano nel buio assoluto compiono scelte e sviluppano atti in contraddizione uno con l’altro. Una evidente schizzofrenia politica che un giorno percorre una strada e in un altro la ripercorre a ritroso verso al direzione esattamente opposta, il tutto sempre depauperando le già risicate risorse economiche, ambientali e sociali di noi tutti.
Naturalmente il tutto avviene con il plauso di pennivendoli vari e blateranti conduttori di TG che invece di evidenziare la patologica condizione in cui drammaticamente ci troviamo elevano questi schizzofrenici al rango di illuminati e lungimiranti politici. Tant’è che in questi giorni a media unificati si è diffuso l’annuncio della partecipazione del comune di Ostuni ad un bando regionale per progetti di rigenerazione urbana tramite il quale il comune chiede un finanaziamento di 2 milioni e 500 mila euro per interventi di riqualificazione del rione terra, il nucleo più antico e caratteristico della città.
Adesso, senza entrare nel dettaglio del progetto cosa che farò appena lo avrò a disposizione, non posso che gioire di tale iniziativa. Investire nel recupero e nella valorizzazione dell’esistente è, a mio modesto avviso, la strada maestra che tutti le amministrazioni locali dovrebbero percorrere. Per capirci, la scalinata con sottostante piazzetta nei pressi della piazza è sicuramente la miglior opera (aimè forse l’unica) fatta ad Ostuni nell’ultimo decennio. Peccato per tutti quei tavolini che in estate la occupano quasi interamente.
La cosa che però né i pennivendoli né i blateranti conduttori dicono è che la stessa amministrazione in questi anni ha autorizzato e permesso la realizzazione di interi quartieri ed aree che necessiterebbero di interventi di rigenerazione urbana ancor prima di essere terminati. Mi riferisco naturalmente a quell’obrobrio estetico e sociale definito zona artigianale, che di artigianale ha solo il nome visto che sin dall’inizio è stata realizzata ed utilizzata come vera e propria zona residenziale. Ma mi rifersico anche alla zona Peschiera, palazzi costruiti in piena sintonia coi quartieri dormitorio anni settanta-ottanta, così come all’area diciamo cityper dove a parte il centro commerciale in cui il buon consumatore/elettore può andare a “utilizzare” il denaro faticosamente guadagnato non c’è alcuna traccia di aree di socializzazione, che ne so un parco, una area atrezzata per bimbi o cose simili.
Un giorno favoriscono ed autorizzano questi scempi urbani e l’altro percorrendo la strada a ritroso in direzione esattamente opposta chiedono soldi (rigorosamente nostri) per la rigenerazione urbana. Queste menti fine sono l’emblema della schizzofrenia politica allo stato puro, noi i coglioni che li finanziano.
P.S.: approfitto di questo spazio per fare le mie congratulazioni al sindaco di Ostuni Tanzarella (in arte Tarzanella) che ha da poco incassato un assegno da 18 mila euro come assegno di fine mandato per aver amministrato la città bianca dal 2004 al 2009; cosa per la quale era già stato lautamente pagato con un assegno mensile di 3 mila e 800 euro.
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Emergenza lavoro? Per battere la crisi non serve la ripresa della crescita. Può sembrare un ossimoro, ma non lo è: l’occupazione del futuro, fatta di lavoro utile, può venire solo con la decrescita. Lo sostiene Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, che ricorre all’esempio dell’edilizia: le case-colabrodo, che in Italia sprecano in riscaldamento i due terzi dell’energia che bruciano, finiscono per gonfiare il Pil – alla voce “consumi energetici” – ma sono costose, inquinano e contribuiscono all’alterazione del clima. Invertire la rotta? Basta ristrutturare gli alloggi, isolandoli meglio: costeranno meno, non inquineranno più. E i cantieri daranno lavoro a migliaia di addetti. Decrescerà il Pil, ma non certo il benessere.
Anche se la politica non sembra occuparsene, quella della riconversione edilizia è una prospettiva che darebbe un contributo clamoroso nel risollevare l’economia italiana, e senza intaccare il territorio. «Per riscaldare le nostre case, in Italia – spiega Pallante – ogni anno consumiamo mediamente 20 litri di gasolio o 20 litri di metano al metro quadrato; in Germania non danno la licenza edilizia o l’abitabilità a case che consumano più di 7 litri al metro quadrato all’anno: un terzo di quello che consumano le nostre case». Senza contare che le case tedesche che assorbono 7 litri all’anno per metro quadrato sono le peggiori: le migliori arrivano a bruciare, in un anno, appena un litro e mezzo al metro quadrato: un decimo di quello che costano le nostre case.
«Se per legge si può imporre che un edificio non superi il consumo di 7 litri per metro quadrato all’anno, e ci sono edifici come quelli italiani che ne consumano 20, che cosa vuol dire? Che sono costruiti così male che disperdono – dalle finestre, dai sottotetti, dalle pareti – i due terzi dell’energia che gli mettiamo dentro». Quindi, conclude Pallante, i due terzi dell’energia consumata non servono a scaldare le case: sono una merce, sicuramente, perché l’energia si compra – e si paga sempre più cara, ma non sono un bene, perché si disperdono e non servono a scaldare la casa. «Se una casa mal costruita che disperde i due terzi dell’energia spesa venisse ristrutturata e non perdesse più quest’energia, noi avremmo la decrescita – casa passiva – la diminuzione del consumo di una merce (il gasolio o il gas da riscaldamento) che non è un bene perché non serve a scaldare la casa».
«Se io diminuisco il consumo di una merce che non è un bene faccio qualche rinuncia? Qualche sacrificio? No, sto semplicemente utilizzando l’intelligenza per non sprecare delle risorse della terra». E’ questa la filosofia della decrescita, parola tabù per gli economisti che ispirano la politica. Eppure, proprio attraverso la riconversione dell’edilizia – con un processo di decrescita del Pil – si può arrivare a rilanciare in modo spettacolare l’occupazione, creando miglioramenti a catena: reddito, posti di lavoro, risparmio familiare, ambiente meno inquinato. «Per fare in modo che una casa che consuma 20 litri ne consumi 7 – insiste Pallante – bisogna che lavorino una serie di persone per ristrutturarla. Quindi, se si vuole avviare un processo di decrescita, cioè di riduzione del consumo di una merce che non è un bene, bisogna creare lavoro. E utilizzare tecnologie più evolute di quelle attualmente in uso».
La decrescita quindi è qualcosa che non soltanto crea lavoro, ma crea un lavoro utile e spinge verso un’evoluzione, un miglioramento di carattere tecnologico, partendo dalla promozione della ricerca. «Tante volte ho sentito dire della decrescita: volete che torniamo all’età della pietra o alle carrozze a cavalli? Ma no, noi vogliamo un miglioramento», sottolinea Pallante. «In un primo momento, la decrescita è la riduzione del consumo di merci che non sono beni. Ma c’è anche l’altro aspetto: ci sono dei beni che non sono delle merci, cioè che non si devono necessariamente comprare o vendere». Esempio: «Se ho bisogno di un computer o di una Tac non posso far altro che comprarmeli, ma se ho un orto mi posso autoprodurre frutta e verdura. Poi ci sono beni e servizi che non si possono ottenere con scambi mercantili. La stima degli altri, l’amore, il gusto del lavoro ben fatto: sono tutti beni, danno un senso alla vita, ma non si possono comprare».
Chi non sa cos’è la decrescita, aggiunge Pallante, probabilmente non sa neppure cosa sia esattamente la crescita. «Generalmente le persone credono che la crescita economica sia la crescita della produzione di beni e l’aumento dell’offerta di servizi, per cui: più beni e più servizi ci sono, meglio si sta». In realtà l’indicatore della crescita, il Prodotto interno lordo, è un mero indicatore monetario: può prendere in considerazione soltanto gli oggetti e i servizi che vengono comprati e venduti, cioè scambiati con denaro: quindi non i beni, ma le merci. «Siccome nei paesi occidentali da alcune generazioni siamo abituati a comprare tutto quello che ci serve, tendiamo a confondere il concetto di bene con quello di merce: due concetti non opposti, ma diversi».
Nel caso della riconversione edilizia – di cui l’Italia avrebbe un estremo bisogno, anche per ridurre la propria grave dipendenza energetica – a crescere sarebbe una gran quantità di beni (riscaldamento a minor costo, ambiente più pulito), mentre a rimetterci sarebbe soltanto una merce: il gasolio o il metano da riscaldamento. Devote alla “teologia del Pil”, dottrina fondata sulla teoria della crescita illimitata dei consumi, economia e politica non osano pronunciare serenamente la parola decrescita: ma basta l’esempio della possibile riconversione edilizia, che in Italia sarebbe una vera e propria rivoluzione, a dimostrare che non siamo di fronte a un ossimoro: proprio la decrescita (del Pil legato allo spreco di energia) potrebbe assicurare una grande ripresa dell’occupazione nel settore, con una straordinaria eredità di lavoro utile e di benessere diffuso.
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Il futuro sarà in mano a chi avrà creato sistemi in grado di fornire adeguata energia ai propri sistemi produttivi e civili. Le fonti fossili, su cui è stato fondato il sistema energetico dei paesi industrializzati, sono sempre più difficili da reperire ed estrarre. I calcoli più ottimistici parlano di scorte di petrolio per non più di 100 anni e di 150 anni per il carbone. La caccia all’oro nero è comiciata da tempo, le multinazionali che cercano di bucare con le loro trivelle qualsiasi mare e territorio alla ricerca di gocce di greggio anche se di scarsa qualità, mentre gli stati con la scusa della lotta al terrorismo e l’esportazione della democrazia, spendono milioni di euro (che poi non hanno per scuole, università, salute, lavoro) per occupare gli stati ricchi di giacimenti non ancora sottomessi allo zio Sam. L’energia nucleare con tutti i rischi che comporta, gli enormi costi economici, l’impossibilità tecnica di smaltire in sicurezza le scorie, ma soprattutto l’esigua disponibilità di uranio (per non più di 30 anni) è la grande balla del XXI° secolo, sostenuta dai soliti speculatori e politici collusi. Chi parla di nucleare di quarta generazione vi prende solo per il culo visto che è una tecnologia che al momento non esiste. Le sperimentazione adottate sino ad ora sono risultate fallimentari sia sotto il profilo produttivo sia in termini di sicurezza.
Tre le parole d’ordine per poter guardare al futuro con speranza ed ottimismo: risparmio, efficienza, fonti rinnovabili. Tre concetti che devono correre in parallelo e alla stessa velocità, tenendo contestualmente salda la barra della sostenibilità (per capirci: centinaia di campi agricoli ricoperti da pannelli fotovoltaici non è sostenibile oltre ad essere illogico).
Un comune, contrariamente a quanto si è soliti pensare, può fare moltissimo in questi ambiti, sia come consumatore, sia agendo con direttive ed incentivi sui consumi e sulla produzione energetica nel proprio territorio. Come già dimostrato da alcune realtà, virtuose politiche energetiche comunali, oltre ai benefici ambientali conseguenti alla mancata emissione di gas climalteranti, stimolano l’economia, creano numerosi posti di lavoro e consentono alle amministrazioni di reperire ingenti risorse economiche, risparmiando sui consumi ed eventualmente vendendo l’energia prodotta.
Le proposte del moVimento 5 stelle – Ostuni:
- Audit energetico degli edifici pubblici, ovvero una approfondita ed esaustiva rilevazione dei consumi energetici (per riscaldamento/raffreddamento e elettricità) di tutti gli edifici e strutture di proprieta comunale.
- Predisposizione di un piano pluriennale per la ristrutturazione energetica di tutti gli edifici e strutture di proprietà comunale. Dando priorità a quelli in cui si rilevano maggiori consumi.
- Cessione in comodato gratuito di tutti i lastrici solari degli edifici pubblici ove non sussite vincolo paesaggistico per la realizzazione di impianti fotovoltaici di investitori privati (quelli che di solito li fanno sui terreni agricoli).
- Istituzione dello sportello “Energia amica” accessibile dal vivo, via telefono e via web ove reperire tutte le informazioni tecnologiche e legislative, ivi comprese le agevolazioni fiscali, inerenti il risparmio energetico e la produzione da fonti rinnovabili.
- Stipula di specifici accordi con professionisti esperti in risparmio energetico e realizzazione di impianti per autoproduzione da fonti rinnovabili per l’erogazione di servizi di consulenza a prezzi concordati.
- Stipula di accordi/convenzioni con istituti di credito per l’erogazione di finaziamenti a tasso agevolato per le ristrutturazioni energetiche degli edifici e abitazioni.
- Snallimento procedure e abolizione di tutti gli oneri comunali previsti per le pratiche relative a ristrutturazioni energetiche di edifici ed abitazioni.
- Agevolazioni e incentivi per nuove costruzioni, ampliamenti e ristrutturazioni con certificazione prevista dalla legge regionale sull’abitare sostenibile:
- aumento di cubatura (fino al 10%), esenzione decennale dall’ICI (ove prevista), esenzione da oneri e contributi comunali relativi all’opera per le certificazioni in classe di merito 5;
- esenzione decennale dall’ICI (ove prevista) ed esenzione da oneri e contributi comunali relativi all’opera per le certificazioni in classe di merito 4.
- Obbligo per le nuove costruzioni e per le demolizioni con ricostruzione della certificazione prevista dalla legge regionale sull’abitare sostenibile con classe di merito non inferiore alla 4, nonché obbligo di realizzazione di adeguato impianto fotovoltaico per produzione di energia elettrica e pannelli solari per produzione di acqua calda sanitaria su lastrico solare ove non sussite vincolo paesaggistico.
- Ammodernamento dell’intero impianto di illuminazione pubblica con implemetazione della tecnologia a LED in grado di diminuire i costi dei consumi del 70% e quelli di manutenzione del 30%.
- Piano pluriennale per la sostituzione del parco autoveicoli comunali con modelli elettrici e/o ibridi.
Jeremy Rifkin uno dei maggiori esperti mondiali in capo eneregetico ha definito l’italia “l’arabia saudita delle rinnovabili”. Una adeguata legislazione ci porterebbe nel giro di 50 anni a:
- completa autonomia energetica
- drastica riduzione dei costi energetici
- creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro
- drastica diminuzione delle emissioni climalteranti
- chiusura di tutte quelle centrali termoelettriche che da tempo disseminano miseria e morte nei nostri territori.
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Negli ultimi decenni e in modo clamoroso negli ultimi cinquanta anni, la città, nata come luogo di incontro e di scambio, ha scoperto il valore commerciale dello spazio e ha stravolto tutti i concetti di equilibrio, di benessere e di stare insieme, per seguire solo programmi di profitto, di interesse. Si è venduta. Fino a poche decine di anni fa i poveri e i ricchi vivevano gli uni vicini agli altri. Le loro case erano ovviamente diverse, le une da poveri e le altre da ricchi, ma sorgevano negli stessi quartieri. Poi si è dato un valore diverso al terreno a seconda della sua vicinanza al centro della città e questo ha stravolto tutto. I poveri non hanno potuto restaurare le loro casette malsane e senza servizi, hanno «preferito» venderle per potersi trasferire in periferia, in case tutte uguali e uguali a quelle presentate dalla televisione.
I centri storici sono diventati uffici, banche, fast food,sedi di rappresentanza, alloggi ricchi e sofisticati. Col calar della sera il centro della città si svuota e diventa pericoloso, la gente ha paura di andarci da sola, ci sono i drogati, i ladri, i malfattori. I centri storici, così diversi e ricchi perché nati da secoli di storia e di cultura, dal piacere delle cose belle e non solo utili, hanno perso la cura, la preoccupazione dei residenti. I luoghi più belli del nostro paese sono negati al gioco e alla esperienza dei bambini, al passeggio e al ricordo dei vecchi.
Le periferie sono invece nate in pochi anni, senza piazze,senza verde, senza monumenti. Le periferie sono uguali in tutto il mondo, gli stessi casermoni, le stesse strade grandi e dritte, lo stesso abbandono, perché non sono nate dalla lenta e costante preoccupazione degli uomini di avere luoghi di vita adatti e confortevoli per sé e per i propri successori, ma solo grazie alla spinta prepotente della speculazione. La città non ha più abitanti, non ha più persone che vivono le sue strade, i suoi spazi: il centro è luogo di lavoro, di compere, di rappresentanza non di vita; la periferia è il luogo dove non si vive, ma si dorme soltanto…
La città ha perso la sua vita. La città è diventata come il bosco delle nostre fiabe.
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Un territorio quasi saturo, frammentato, cosparso a macchia d’olio da case, strade e capannoni, una specie di città diffusa che sembra più una metastasi che una città, con oltre 3,5 milioni di ettari, di cui 2 milioni di terreni agricoli, divorati dal cemento negli ultimi 15 anni (una superficie grande quasi quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme, a un ritmo di 244.000 ettari all’anno); oltre 8.000 comuni e 8.000 piani regolatori diversi, 12,8 milioni di edifici, 27 milioni di unità abitative (per il 20% non abitate!) e una serie di piani casa in corso di definizione. Il tutto collegato da più di 200.000 km di strade che frammentano il territorio come fosse un mosaico, e un piano di “infrastrutture strategiche” (la Legge Obiettivo) che danneggerebbe 84 aree protette e 192 Siti di Importanza Comunitaria (SIC), tutelati dall’Unione Europea. Mentre dall’altro lato la crescita demografica è limitata se non assente. E’ la impietosa fotografia sull’Italia scattata nel dossier “2009 L’anno del Cemento”, a cura del WWF .
Dopo lo scontro con il Governo sulle competenze istituzionali avvenuto a marzo, le regioni sembrano essersi accorte di avere un potere che non esercitavano appieno e hanno provveduto in modo disomogeneo a sedicenti piani casa che aprono a pesanti interventi anche sugli immobili industriali e artigianali e, in alcuni casi, consentono pericolose semplificazioni autorizzative. Con un effetto se possibile peggiore rispetto al testo iniziale del Governo, giustamente bloccato. Le situazioni sul territorio nazionale sono differenti, ma in sostanza viene ammesso praticamente ovunque un incremento di cubatura del 20% che può arrivare a oltre il 30% se accompagnato dalla messa in efficienza energetica degli edifici. Molte regioni consentono l’ampliamento dei capannoni senza che questo sia in alcun modo condizionato da un adeguamento dei servizi, compresi quelli di viabilità. Altre consentono il cambio di destinazione d’uso e forme di comunicazione dei lavori, che non solo fanno saltare i permessi a costruire (le vecchie concessioni edilizie) ma addirittura anche le dichiarazioni inizio attività. Il risultato è che si aumenta potenzialmente e senza controllo non solo la cubatura ma anche la densità abitativa, senza che questo sia condizionato da servizi e standard urbanistici come ad esempio il verde pubblico.
Nel nostro Paese l’urbanizzazione, cresciuta del 500% dal 1956 al 2001, ha raggiunto un picco tale che a ogni cittadino possono esserne attribuiti in media ben 230 mq. Per dare un’idea, basti pensare che più di 100 Comuni hanno urbanizzato oltre il 50% della propria estensione e che solo il 14% del territorio nazionale dista più di 5 km da un centro urbano (il 28% più di 3,5km), vale a dire che in Italia non è sostanzialmente possibile tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare una zona costruita! Quasi il 60% dell’urbanizzazione si concentra nelle pianure, che coprono il 18% del territorio italiano, tanto che secondo alcuni ricercatori se continuiamo così entro pochi decenni non ci saranno più aree pianeggianti libere da cemento e asfalto. Ma anche gli 8.000 chilometri di costa, le colline pedemontane, le aree lungo i fiumi e perfino le piccole isole e le aree agricole non vengono risparmiate. Un trend che, con la scusa di un rilancio economico che andrebbe a rafforzare un comparto edile in realtà costantemente in crescita, è destinato a degenerare in un effetto domino che apre allo scempio, con gravissime ripercussioni sul benessere di tutti gli italiani.
Il territorio libero non è solo un bel paesaggio da guardare dal finestrino della propria auto, ma è condizione imprescindibile per mantenere gli ecosistemi vitali e garantire i servizi, indispensabili anche per l’uomo, che sono in grado di offrire (acqua, aria, cibo, protezione). Oltre a causare la scomparsa di specie animali e vegetali, comprese quelle agricole e forestali, e la riduzione di materie prime che sono alla base della nostra economia, l’urbanizzazione crea una barriera orizzontale tra suolo, aria e acqua che interferisce con le loro funzioni: viene impedita la ricarica delle falde acquifere, aumentano i rischi di inondazioni, si riduce la capacità di assorbimento del carbonio e quindi la capacità di contenere le modificazioni climatiche, vengono distrutti e frammentati gli habitat, con un conseguente crollo della biodiversità.
Il territorio di Ostuni si trova sotto assedio, basta dare uno sguardo al piano triennale dei lavori pubblici per rendersi conto delle follie cementificatrici di Tarzanella & Co. Strade inutili e rondò non si contano, vittime sacrificali olivi millenari e terreni agricoli che hanno segnato e che, almeno mi auguro, dovrebbero segnare la storia di questo territorio.
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L’associazione PAEA, grazie al contributo finanziario della Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus ha reso disponibile gratuitamente sul proprio sito il software ECHOES.
ECHOES consente all’utente, partendo dalla valorizzazione dei propri consumi energetici (spesa annuale in Euro), di simulare contemporaneamente più interventi di riqualificazione energetica sugli impianti di produzione dell’energia elettrica, termica e frigorifera, fino all’ottenimento della soluzione che restituisca il miglior risultato, sia come benefici economici che ambientali.
ECHOES, ossia echi, corrispondenze: quelle fra le parti di un edificio che interagiscono fra di loro, con noi e con l’ambiente che ci circonda.
L’Associazione Paea (Progetti Alternativi per l’Energia e per l’Ambiente) da oltre dieci anni si occupa di energie rinnovabili, risparmio energetico, bioedilizia, educazione ambientale. Offre servizi di consulenza, formazione, didattica e progettazione. Promuove la tutela ambientale e si impegna per la diffusione di nuovi stili di vita sostenibili.? Con la mostra itinerante “La Casa Ecologica” si è presentata nelle piazze di ben 140 città italiane. Nel 1996 ha affiancato la Tournée di Beppe Grillo (1996). Nel 1998 ha girato la Penisola con Greenpeace e nel 2002 con il Ministero dell’Ambiente.
Ha offerto servizi di consulenza ad oltre 50 progetti innovativi in tutta Italia, collaborando con architetti di fama internazionale, tra cui Renzo Piano per la riqualificazione dell’Area Industriale Ex Michelin di Trento (2006). Realizza interventi didattica ambientale nelle scuole e campagne di risparmio energetico con enti e associazioni. Ha all’attivo 180 corsi tecnici, incontri e conferenze. Si occupa dello sportello energia per il comune di Reggio Emilia.
Area Progetto è l’ala tecnica dell’Associazione PAEA che si occupa di edilizia ad alta efficienza energetica e di utilizzo di materiali naturali.?Si rivolge, oltre che a privati, a progettisti, imprese e amministrazioni pubbliche. ?Su effettuando consulenze (link su consulenza) e progettazioni di edifici ad alta efficienza energetica. I concetti di casa a basso consumo energetico e di casa passiva vengono elaborati al fine di coniugare le tradizionali tecniche costruttive e il linguaggio architettonico locale con l’efficienza e l’innovazione tecnologica
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Sabato a Ostuni grande manifestazione per uno sviluppo sostenibile, i soliti politici hanno sfruttato l’occasione per i loro soliti tornaconto, ma comunque è stata una bellissima ed importante iniziativa di cui vanno ringraziati gli studenti dell’UdS e Francesco Sabatelli per l’impegno che ci hanno messo nell’organizzazione. A seguire il testo del mio intervento, a breve pubblicherò su Youtube il resto della manifestazione.
Investire sul nucleare, con l’irrisolto problema delle scorie e cercare petrolio dove questo è scarso e di pessima qualità è semplicemente ridicolo.
Farlo contro la volontà popolare è pura violenza, è dittatura.
Farlo in un territorio agonizzante per le devastazioni causate dalle centrali a carbone, dalle acciaierie, dai poli petrolchimici, dalla cementificazione selvaggia, dagli inceneritori (o termovalorizzatori come li chiama qualcuno) e dalle discariche è criminale.
Mi viene quanto meno da sorridere a vedere qui oggi alcuni di quelli che hanno contribuito a queste devastazioni. Ma non voglio polemizzare sul passato, oggi dobbiamo guardare al futuro, c’è bisogno di un grande sforzo comune, non solo per tutelare ciò che è rimasto, ma anche per recuperare ciò che si è distrutto, rimediare ai numerosi errori fatti. E dobbiamo iniziare da domani.
STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO. Neanche un solo centimetro quadrato deve essere più destinato a speculazioni edilizie o a inutili strade. Questo territorio è ormai una mela di cui ci stiamo rosicchiando il torsolo, se ci freghiamo anche i semi è finita.
RISPARMIO ENERGETICO a partire dall’illuminazione pubblica, ma soprattutto dalla ristrutturazione energetica degli edifici. Negli ultimi 60 anni abbiamo costruito case che consumano mediamente 200 Kwh/mq all’anno. E’ possibile ristrutturarle affinché me consumino 70 – 50 – 30 – 15 di Kwh/mq anno. Agendo sugli sprechi e sulla dispersione termica avremmo case più calde e confortevoli consumando un terzo di energia. Da anni questo è realtà in luoghi come la Germania e la Provincia di Trento dove il clima è leggermente più rigido che qua.
ENERGIA RINNOVABILE. Installare su ogni tetto, ad eccezione per ovvi motivi del centro storico, pannelli fotovoltaici per la produzione di energia e pannelli solari per l’acqua calda. E’ possibile farlo senza svuotarci il portafoglio. Alcuni esempi:
Provaglio d’Iseo un paese del Bresciano ha realizzato 100 impianti fotovoltaici a costo zero. Ha trovato una ditta che fatto un buon prezzo,una banca locale che ha finanziato l’intera opera e 100 edifici disponibili. Risultato: 100 impianti realizzati quindi economia che si muove, gli incentivi statali del conto energia coprono l’intera rata del prestito compresa una polizza assicurativa in caso di mancata produzione, i cittadini coinvolti non pagano più la bolletta elettrica e fra 15 anni a debito estinto potranno godere per ancora 5 anni degli incentivi statali. Forse nel Bresciano hanno più sole di noi? E allora di impianti ne faremo 200.
Colorno in provincia di Parma, il comune affitta ad un prezzo simbolico tutti i tetti degli edifici pubblici ad aziende ed imprenditori che vogliono realizzare impianti fotovoltaici. Ne abbiamo molti anche qui, quelli che vanno a fare gli impianti nei terreni agricoli dando un ulteriore mazzata ad un settore già morente. Risultato: verranno realizzati numerosi impianti, economia che si muove, azzeramento delle spese elettriche degli edifici interessati quindi migliaia di euro di risparmi che possono essere destinati ad altro.
STRATEGIA RIFIUTI ZERO senza inceneritori e discariche, dove tutto viene recuperato e riciclato, partendo dalla raccolta differenziata quella vera, quella porta a porta senza cassonetti stradali. Non è possibile nel 2010 avere ancora percentuali inferiori al 10%. Un comune che non fa la raccolta differenziata è una mamma che non cucina ai propri figli.
Non abbiamo più tempo, non possiamo più permetterci di temporeggiare. Da domani tutti insieme dobbiamo essere parte attiva di questo cambiamento . Spesso si dice che la politica, le istituzioni sono lontane dalla gente e invece è vero l’esatto opposto, è la gente che si è allontanata dalla politica e questo ha favorito le lobby ed una politica becera ed ottusa. Quindi non considerate la partita chiusa con questa splendida manifestazione. Continuate a far sentire la vostra voce, ma soprattutto la vostra presenza. E’ in gioco il futuro del territorio, è in gioco il futuro dei vostri figli, un diritto che non si può chiede, ma un diritto che si deve pretendere.
Grazie.
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Nell’ultimo periodo, i progetti per la realizzazione dei pozzi petroliferi nonché l’ipotesi di una centrale nucleare, hanno allarmato l’intera popolazione preoccupata per i drammatici risvolti che si potrebbero verificare. L’altra sera al dibattito organizzato dal Forum Ambiente e Sviluppo molti hanno potuto vedere coi propri occhi (come se non lo sapevano) quello che certe scelte e politiche energetiche hanno causato in numerose parti d’Italia e del mondo. Chissà se qualcuno si sia sentito in colpa per quelle drammatiche distruzioni visto che sono state le inevitabili e silenziosamente accettate conseguenze di uno stile di vita che tutt’oggi persiste anche in quelli che l’altra sera guardavano sbigottiti quelle immagini? Chissà se i possessori di SUV (e ce n’erano) si sono resi conto di cosa vuol dire mantenere quei lussi?





















