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Archive for edilizia

mar
27

I cementificatori

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CEMENTOSpA

Clicca sull’immagine per vedere meglio queste faccie di…

Di fronte alla cementificazione del territorio il teatrino del finto scontro tra fazioni politiche con continue scamarucce per ogni virgola e su ogni ambito, scompare e si dissolve facendo passare in pochi minuti e con brevi battute progetti da centinaia di migliaia di metri-cubi di cemento, persino se questi si abbattono su una costa già stuprata e devastata da decenni di abusi edilizi e lotizzazioni senza logica e prospettiva. I consiglieri comunali capaci di sguainare la bocca urlando in aula slogan da piazza, oppure di contorcersi in ridicoli interventi senza capo ne coda giusto per il gusto di “opporsi” e di recitare la propria parte nella tragicommedia tra maggioranza e minoranza, scompaiono e si silenziano per l’obbiettivo comune: colare il cemento.

E così la richiesta di proroga per ulteriori 10 anni della convenzione edificatoria in località Mogale sulla costa Ostunese, uno dei pochi tratti ancora risparmiati da palazzinari e prenditori vari, è passata dal consiglio comunale con un solo voto contrario su 31. Quando si tratta di cemento l’unanimità è assicurata. A tale unanimità non possono certo sottrarsi gli assenti alla votazione che evidentemente non hanno sentito il dovere di opporsi a tale insensato e devastante progetto.

Le giustificazioni addotte dai consiglieri sono delle più disparate, lascio a loro il compito di barcamenarsi in quelle elucubrazioni  a mio avviso insensate e persino ridicole. Quello che emerge è che di fronte ad una presa di posizione politica: cemento Si, cemento No, il consiglio si è espresso in maniera univoca e chiara. Libera scelta, per carità, di cui però hanno il dovere di assumersene la responsabilità e nessuna elucubrazione o labirinto di giustificazioni potrà togliergliela.

30 si, 30 cementificatori, 30…. come i famosi denari, guarda un pò che coincidenza.

Categorie : Politica
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bastacemento

Se si osserva Ostuni da google maps appare evidente come i tratti di costa non ancora invasi dal cemento siano ormai sporadiche macchie tra villaggi e insediamenti vari frutto di decenni di abusivismo e scellerate lotizzazione che hanno depauperato un territorio ed uno splendido paesaggio che in molti ci invidiano.

Nonostante ciò l’amministrazione locale continua a favorire ed autorizzare ulteriori edificazioni. Sono diverse quelle in programma e non solo sulla costa. Una di queste prevede un progetto da 133 mila metri-cubi di cemento in una area dove già insistono numerosi insediamenti per la maggior parte inutilizzati o utilizzati solamente in parte. Questo progetto, autorizzato nel 2001, è in scadenza a metà Giugno ed il consiglio comunale è chiamato ad esprimersi su una richiesta di proroga di ulteriori anni 10. Negare tale proroga sarebbe il primo passo per cominciare a dire basta al cemento.

Venuti a conoscienza di ciò gli attivisti del moVimento 5 stelle di Ostuni hanno fatto appello ai consiglieri comunali, ma ancor di più all’intera cittadinanza, per un impegno affinchè questa proroga venga negata e, finalmente, si compia il primo passo verso uno stop alla cementificazione del territorio.

Debbo però constatare da parte dei consiglieri comunali un approccio che se, da un alto, non mi meraviglia dall’altro mi dimostra ancora una volta l’assoluta necessità di mandarli TUTTI a casa. Al totale silenzio dei consiglieri di maggioranza fa eco una “opposizione” che invece di approfittare della denuncia fatta e della conseguente indignazione popolare sposta il focus su tutt’altro campo, portando il tutto nel solito scontro tra fazioni politiche dove il benessere comune (tutela della costa e del paesaggio) lascia il posto al solito chicchericcio incocludente dove non mancano certo vocaboli che col civile confronto non hanno nulla a che fare e fantasiose tesi (poco motivate) secondo cui sarebbe inutile negare la proroga.

Il problema per questi consiglieri non è il cemento ma evitare che il m5s acquisisca consenso e lo tsunami che ha investito il parlamento si schianti pure sul consiglio comunale di Ostuni.

Categorie : 5 stelle, Politica
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mar
19

Censire il cemento

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censimento-del-cemento

Quante sono le unità immobiliari nel comune di Ostuni e quante di queste sono utilizzate e quante invece no o addirittura in stato di abbandono e degrado? Non si sa.

Eppure si continua a costruire, si continua ad approvare varianti al piano regolatore per nuovi insediamenti residenziali, commerciali, ecc. Ma se non si ha cognizione della situazione esistente, ovvero delle risorse immobiliari a disposizione su cosa gli amministratori locali pianificano il governo del territorio? Sul nulla, anzi sugli interessi dei costruttori che, nel caso specifico di Ostuni, guardacaso sono sempre gli stessi.

Il risultato di queste scelte è, da una parte, la perdita di valore delle unità immobiliari già esistenti e, ancor peggio una cementificazione sregolata che consuma suolo senza però dare alla città quelle strutture di cui necessita ma riempendola, invece, di unità immobiliari che non servono perchè già presenti in abbondanza.

Per capirci, in questi anni, le aree su cui si è edificato si sarebbero potute destinare a strutture di cui la città necessita. Una nuova e più adeguata sede per gli uffici comunali, un teatro comunale, impianti sportivi, ecc. Invece abbiamo visto spuntare come funghi palazzi, palazzi, palazzi e villaggi.

La prima cosa da fare per poter pianificare quindi lo sviluppo della città è avere piena cognizione della situazione avviando quanto prima il “censimento del cemento”, campagna avviata da oltre un anno dalla rete Salviamo il paesaggio.  Solo su dati certi e ben definiti si può ben amministrare un territorio (sempre ammesso che sia questo l’obbiettivo).

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Il settore edilizia e tutto il suo indotto sono senza ombra di dubbio un pilastro importante dell’economia del nostro pese. Da anni sentiamo proclami volti al rilancio di questo impostante settore, ma da sempre le ricette messe in campo sono state nuove lotizzazioni e nuove costruzioni. Ricette che non solo hanno deturpato l’ambiente ed il paesaggio, ma non sono state in grado di dare alcun rilancio al settore ormai in stato agonizzante. Va quindi cambiata ricetta e, naturalmente, cuoco.

L’edilizia potrà trovare nuovo vigore e una nuova fase di sviluppo solo se si concentrerà su ciò che è già stato costruito. Il patrimonio immobiliare nel nostro paese è immenso, sia per quanto riguarda gli edifici storici e monumentali, sia per gli edifici residenziali realizzati negli ultimi decenni durante l’era del cemento e dei palazzinari al potere.

La ristrutturazione energetica e il recupero/rivalutazione del patrimonio immobiliare sia pubblico che privato deve diventare priorità per tutte le amministrazioni di qualsiasi livello: Comuni, Provincie, Regioni e Stato centrale. Vanno messe in atto serie ed importanti politiche di defiscalizzazione ed incentivi, nonché massicci investimenti per quanto riguarda l’immenso patrimonio immobiliare pubblico con particolare riguardo alla parte di alto pregio storico ed artistico.

Gli enti locali, che dovrebbero avere in questa strategia un ruolo centrale, potrebbero creare appositi settori dell’amministrazione dedicati a questo ambito con lo scopo di favorire le procedure abbattendo la burocrazia e fornendo tutto il supporto necessario per la fruizione degli incentivi. Lo stesso settore può provvedere alla programmazione e alla realizzazione delle ristrutturazioni riguardanti il patrimonio immobiliare pubblico. L’obbiettivo deve essere il totale recupero degli edifici pubblici da destinare ad attività di utilità pubblica. Se penso ad Ostuni mi vengono in mente almeno tre edifici pubblici da poter recuperare  e restituire alla cittadinanza: l’edificio scolastico Vitale, l’ex-macello comunale  e l’ex-orfanotrofio. Questi adeguatamente ristrutturati potrebbero  dare alla città quelle infrastrutture socioculturali che mancano (tatro, centro eventi, centri di aggregazione, ecc)

Come dicevo all’inizio di questo post, l’edilizia col relativo indotto è un importante settore economico che adeguatamente rilanciato è in grado di offrire numerosi posti di lavoro, ma per fare ciò è di fondamentale importanza cambiare ricetta, ma sopratutto il cuoco.

Categorie : Politica
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Di seguito un’altra serie di proposte attraverso le quali vorremmo incentivare una politica più virtuosa nell’ottica della decrescita.

Uso del territorio, edilizia, urbanistica

1. Blocco delle aree di espansione edilizia nei piani regolatori delle aree urbane. Incentivazione delle ristrutturazioni qualitative ed energetiche del patrimonio edilizio esistente. Concessioni di licenze edilizie soltanto per demolizioni e ricostruzioni di edifici civili o per cambi di destinazioni d’uso di aree industriali dimesse, previa destinazione di una parte di esse a verde pubblico.

2. Formulazione di allegati energetici-ambientali ai regolamenti edilizi vincolanti la concessione delle licenze edilizie al raggiungimento degli standard di consumo previsti dalla Provincia autonoma di Bolzano (classe C: 70 kWh al metro quadrato all’anno).

3. Espansione del verde urbano nell’ottica di una riduzione dello squilibrio complessivo tra inorganico e organico, con fissazione di percentuali annue di incremento, al fine di:

- migliorare i microclimi urbani;

- aumentare l’alimentazione delle falde idriche riducendo l’impermeabilizzazione dei suoli;

- potenziare la fotosintesi clorofilliana per incrementare l’assorbimento CO2.

4. Valutazione strategica dell’impatto ambientale per qualsiasi intervento sul territorio.

5. Uso nell’edilizia di materiali locali, per quanto possibile, e riuso di materiali provenienti dalle demolizioni.

6. Recupero delle acque piovane canalizzando i flussi delle grondaie in serbatoi di accumulo per sciacquoni e irrigazione.

7. Divieto di costruire parcheggi per edifici destinati ad attività lavorative, divieto totale di sosta nelle strade dei centri storici a eccezione dei residenti e destinazione agli stessi dei parcheggi sotterranei esistenti.

Mobilità

1. Riduzione del traffico di merci e persone incentivando:

- il telelavoro;

- l’autoproduzione di merci;

- le filiere corte;

- l’uso individuale e collettivo di automobili pubbliche (car sharing e taxi collettivi)

- l’uso collettivo di automobili private (car pooling, sistema jungo).

2. Potenziamento dei sistemi di trasporto pubblico, favorendo i mezzi a trazione elettrica alimentati da reti e affiancando ai mezzi di trasporto collettivi (filobus e tram), mezzi di trasporto pubblico a uso individuale utilizzabili con schede pre-pagate a consumo ricaricabili (sistema amica).

3. Raddoppio delle linee ferroviarie a binario unico.

4. Incentivazione di filobus alimentati da reti elettriche sul sedime stradale, in modo da poter estendere l’alimentazione anche ad automobili elettriche senza batterie.

5. Blocco del traffico privato nei centri urbani.

6. Blocco della costruzione di nuove infrastrutture viarie.

7. Realizzazione di opere di mitigazione ambientale delle infrastrutture viarie esistenti.

Agricoltura

1. Messa al bando degli organismi geneticamente modificati.

2. Incentivazioni alle aziende contadine diretto-coltivatrici a conduzione familiare che praticano l’autoproduzione e vendono le eccedenze.

3. Eliminazione degli obblighi fiscali e della tenuta di registri contabili per la vendita diretta dei prodotti delle aziende agricole a conduzione familiare che praticano l’autoproduzione e vendono le eccedenze.

4. Incentivazione della biodiversità e delle colture biologiche.

5. Incentivazione delle aziende agricole nei terreni collinari e montuosi, riconoscendo economicamente il loro ruolo di tutela idrogeologica.

6. Incentivazione delle colture no food a fini energetici privilegiando:

- quelle di cui non si utilizzano soltanto le parti a uso energetico (per esempio: i semi oleosi), ma anche le parti destinabili all’alimentazione umana o animale (per esempio: le componenti proteiche)

- quelle che consentono di ridurre i consumi di energia (per esempio la canapa per la coibentazione delle abitazioni) piuttosto di quelle finalizzate a produrre energia (alcol metilico e biodiesel).

Acqua

1. Definire una quantità pro-capite giornaliera minima gratuita e far pagare il surplus a costi crescenti in relazione alla crescita dei consumi.

2. Nelle nuove costruzioni e nelle ristrutturazioni: obbligo del doppio circuito, acqua potabile per gli usi alimentari e non potabile per gli altri usi, obbligo di usare l’acqua piovana per gli sciacquoni.

3. Obbligo del recupero delle acque piovane in vasche di accumulo.

4. Incentivazione, dovunque sia possibile, degli impianti di fitodepurazione.

5. Ristrutturazione della rete idrica per ridurne le perdite, con gare d’appalto che consentano di trasformare i risparmi sui costi di gestione in quote d’ammortamento degli investimenti (sul modello delle esco)

Istruzione

1. Sostituzione degli asili nido con assegni triennali di genitorialità.

2. Riduzione del tempo scuola.

Politica

1. Limite di 2 mandati elettivi, in assoluto, allo stesso livello istituzionale.

2. Restituzione agli elettori della sovranità elettorale sequestrata dai partiti.

3. Riduzione degli stipendi dei parlamentari alla media europea.

4. Riduzione degli stipendi dei dirigenti di aziende pubbliche, o di aziende private a prevalente capitale pubblico, ai livelli ridotti dei parlamentari.

Movimento per la Decrescita Felice

Categorie : Politica
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mar
19

Cemento SpA

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Abusivismo, mafia, corruzione: tutti i reati collegati al ciclo del cemento e delle costruzioni costituiscono una piaga non soltanto del Sud Italia ma dilagano anche al Nord. Questo uno dei dati emersi da Cemento Spa, il dossier di Legambiente presentato ieri mattina a Genova, in occasione della XVII Giornata contro tutte le mafie, organizzata per sabato a Genova dall’associazione Libera.

Il dossier offre un preoccupante ritratto del malaffare che si annida nel ciclo del cemento e rivela che negli ultimi cinque anni anche il Nord-Italia ha registrato dati allarmanti che indicano come questi fenomeni non siano una prerogativa soltanto del meridione. Dal 2006 al 2010 nel Nord Italia sono state accertate oltre 7.000 infrazioni legate al ciclo del cemento, quasi 10mila persone sono state denunciate, 9 arrestate e 1 migliaio di beni sequestrati.

La regione con il più alto numero di reati è la Liguria. Al secondo posto c’è invece la Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Valle D’Aosta. Tra le province del Nord la più colpita è Imperia, seguita da Genova (401), Savona (398) e Sondrio (398). Il maggior numero d’infrazioni si concentra dunque nell’Italia Nord occidentale.

È stato il vorticoso giro d’affari che ruota attorno all’edilizia, oltre che alle grandi opere pubbliche, a far divenire il Nord Italia appetibile per la criminalità organizzata, i cui insediamenti risalgono ai tempi del ‘confino’ dei capi clan siciliani, calabresi e campani.

A muovere la mafia del cemento è un vorticoso giro d’affari collegato alla corruzione e all’abusivismo edilizio. Secondo le stime della Corte dei Conti, buona parte dei 60 miliardi di euro ‘fatturati’ ogni anno nel nostro Paese dalla corruzione può essere ricondotta al sistema degli appalti pubblici e alla ‘valorizzazione’ immobiliare del territorio. Soltanto nel 2010, rivela Legambiente, il mattone illegale ha fatturato, secondo i dati elaborati dalla nostra associazione, almeno 1,8 miliardi di euro.

Enrico Fontana, Responsabile Osservatorio Ambiente e Legalità Legambiente ha spiegato che il dossier mostra come l’intreccio tra illegalità, corruzione e mafie nel ciclo del cemento costituisca una seria minaccia per l’economia e l’ambiente del Nord Italia. “Dopo aver saccheggiato e impoverito il Mezzogiorno – continua Fontana – i clan stanno sempre di più trasferendo il loro sistema d’imprenditoria criminale nel resto del Paese, sfruttando disattenzioni, sottovalutazioni del problema, vere e proprie complicità”. Ecco perché è necessaria “una reazione forte e immediata da parte di tutti: dalle istituzioni a chi ha responsabilità politiche, dalle imprese ai cittadini”.

Per combattere gli illeciti, Legambiente rilancia tre proposte specifiche. La prima riguarda l’approvazione da parte del Parlamento di un efficace sistema sanzionatorio contro la corruzione che preveda, in particolare, la ratifica della convenzione di Strasburgo del 1999, l’introduzione nel nostro codice di delitti come il traffico d’influenze illecite, la corruzione tra privati, l’autoriciclaggio.

La seconda proposta dell’associazione consiste nell’introduzione nel Codice penale di quei delitti contro l’ambiente, sollecitati dalla direttiva 2008/99/CE, che rappresentano uno strumento indispensabile contro i fenomeni di aggressione illegale al territorio e alle risorse naturali.

Legambiente sottolinea infine l’importanza di definire un Piano nazionale di lotta all’abusivismo edilizio, che individui insieme a Regioni ed enti locali tutti gli strumenti utili per stroncare la mafia del cemento.

Alessandra Profilio

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Una società basata sulle fonti fossili e, in particolare, sul petrolio ha bisogno di petrolio (ma va?) e una società che ha bisogno di petrolio quando si rende conto che nei più grandi giacimenti si è già estratto più della metà del grezzo disponibile e che con il residuo non si può soddisfare la crescente richiesta va alla ricerca di nuovi pozzi dove poter estrarre il prezioso oro nero. Non importa quanto costi l’estrazione e non importa neanche la qualità del greggio, le compagnie petrolifere sanno che fra qualche anno (chi dice dal 2020, i più ottimisti dal 2050) il petrolio sarà merce rara e potrà essere venduta a prezzi stratosferici. E quindi si cerca ovunque e il nostro territorio e il nostro mare non sono certo esclusi da questa affannosa ricerca. E’ noto da anni che nei nostri mari ci sono giacimenti petroliferi, ma la scarsa qualità del greggio e gli elevati costi di estrazione per via della profondità a cui si trova hanno sempre reso l’operazione non conveniente, ma oggi di fronte al nuovo scenario ecco che anche questi giacimenti diventano appettibili.

Si poteva fare qualcosa per evitare tutto questo? Certo che si! Si sarebbe dovuta diminuire drasticamente la dipendenza dalle fonti fossili e dal petrolio per andare verso altre forme di energia più accessibili. La scienza e la tecnologia ormai da anni ci hanno fornito questa possbilità sia con lo sviluppo delle cosidette fonti rinnovabili sia con le tecniche di risparmio energetico. Eppure in tutti questi anni siamo andati in senso opposto aumentando, invece che diminuendo, il nostro fabbisogno e di conseguenza la nostra dipendenza dal petrolio. Hanno i sindaci, in tutto questo, delle responsabilità, delle colpe? Certo che si e, io penso, anche di più di quante ne hanno i politici nazionali. I sindaci, infatti, governano i territori e avrebbero, anche a costo zero per le loro amministrazioni, potuto fare molto in questi anni nonostante l’inerzia a livello nazionale.

Più volte su questo blog è stato affrontato il problema energetico e sono state esposte delle proposte. Proposte di buon senso, alcune delle quali immediatamente applicabili senza oneri per le amministrazioni. Un esempio fra tanti: una semplice modifica al regolamento edilizio che imponesse avanzate tecniche di risparmio energetico alle nuove costruzioni. Non sarebbe costato nulla al comune, ma in compenso avremmo avuto un minor bisogno di energia e quindi di petrolio. Ci sono delle stime che sostengono che se tali norme fossero state da subito applicate in tutti i comuni italiani il fabbisogno di petrolio sarebbe calato del 30% negli ultimi 10 anni. Se a queste pratiche si fossero associate delle politiche di mobilità sostenibile,  incentivate le piccole produzioni agricole e zootecniche e disincentivate le colture e gli allevamenti intensivi caratterizzate da un massiccio uso di derivati del petrolio, se si fosse bloccata la inutile quanto disastrosa cementificazione del territorio comprese le devastanti grandi opere e, nel contempo, dato il via ad una conversione energetica puntando su piccoli, ma diffusi impianti di produzione da fonti rinnovabili oggi il nostro fabbisogno di petrolio e di fonti fossili in generale sarebbe molto modesto. E se tutto ciò, sulla spinta del nostro paese, sarebbe stato replicato in altri paesi le multinazionali del petrolio oggi sarebbero già destinate all’estinzione.

Invece nulla di tutto ciò è stato fatto e i sindaci, come quelli che domani 22 Novembre si troveranno a Polignano per affrontare il problema delle trivellazioni nel mar adriatico proprio di fronte alle nostre coste, invece di pensare ad amministrare per il bene comune e soprattutto per quello delle future generazioni hanno pensato solo a raccattare voti per mantenere salda la loro poltrona, il loro potere nel feudo di riferimento. Prendiamo la Ostuni degli ultimi dieci anni come esempio. La popolazione residente è calata di circa duemila unità eppure si sono visti palazzi spuntare come funghi(Via Giovanni XXIII, Via per Martina, Peschiera, ecc) e nel regolamento edilizio non si trova alcuna traccia di tecniche di risparmio energetico, il traffico automobilistico è aumentato vertiginosamente e di piani della mobilità neanche l’ombra, l’agricoltura e i piccoli produttori lasciati in balia delle onde mentre si è favorita la grande distribuzione che predilige colture e allevamenti intensivi. Insomma è stato fatto di tutto per aumentare il consumo e il fabbisogno di petrolio e adesso che le vacche sono tutte scappate dalla stalla gli stallieri si riuniscono per cercare di affrontare un problema che loro stessi hanno massicciamente contribuito a creare. Il loro vociare, grazie anche ai soliti pennviendoli e mezzibusti incartapecoriti, passerà per l’ennesima volta come impegno politico a difesa del territorio e nessuno evidenzierà gli aspetti e le politiche che hanno portato a tutto questo.

La colpa sarà addossata esclusivamente alle compagnie petrolifere, alle sette sorelle, un cancro che tutto divora ma che noi coi nostri comportamenti e le nostre politiche continuiamo ad alimentare.

Categorie : Politica
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Il debito pubblico non è un problema di cui sia stata sottovalutata la gravità; al contrario, è il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. Il debito è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati. La crescita drogata dal debito va fermata perché non è la soluzione della crisi, ma la sua causa.

Clima, energia, economia: tre crisi ci minacciano. Senza una nuova politica, la crisi del debito creato per drogare la crescita potrà solo aggravarsi. Tutto lascia credere che ormai sia solo questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o da quella energetica, coloro che non si sono lasciati ipnotizzare dalla colossale disinformazione planetaria dei mass media – e sono più di quanti si creda – possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie.

Grandi Opere, spesa militare, costi della politica. Per uscire dalla crisi e bloccare la spirale del debito bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. Il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra grandi imprese e partiti politici del secolo scorso non prenderà mai queste decisioni, perché ne verrebbe travolto.

Una nuova politica per il bene comune. Occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra; non omologati sul dogma della crescita, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando: i loro incubatori sono i movimenti di resistenza contro le grandi opere e contro la privatizzazione dei servizi sociali.

Il debito italiano: rischio bancarotta. In Italia il debito pubblico rappresenta il 119% del Pil e alla fine del 2011 raggiungerà i 2.000 miliardi di euro. Il Giappone sta peggio di noi, con un debito oltre il 200% del Pil, e la stessa Gran Bretagna – sommando il debito pubblico a quello di aziende e famiglie – arriva al 245% del Pil, mentre il debito complessivo italiano raggiunge il 225,8% del prodotto interno lordo. Di fronte a queste cifre, non è escluso che i paesi più indebitati decidano di uscire dalla spirale del debito, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli di Stato e quindi rovinando i risparmiatori. Questa crescita, drogata dal debito pubblico sempre più vasto e dal credito al consumo per le famiglie: solo il “doping” del debito ha consentito, finora, di tenere in vita un’economia fondata sulla crescita dei consumi. Perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che, se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute fino alla crisi di sovrapproduzione che distruggerebbe il sistema fondato sulla crescita.

La politica economica in un vicolo cieco. Ridurre le tasse e/o aumentare la spesa pubblica: è ciò che destra e sinistra hanno proposto, per stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta il gettito fiscale e si riduce il debito pubblico. Ma tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica, il debito aumenta. Inserendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni si comprometteranno le possibilità di crescere. Globalizzazione, merci invendute ed ex consumatori disoccupati. Perché gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno funzionato? Perché nei paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione dei mercati hanno determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: macchinari sempre più potenti producono quantità sempre maggiori di merci riducendo progressivamente l’incidenza di lavoro umano per unità di prodotto. Ne deriva un aumento dell’offerta e una contestuale diminuzione della domanda mediante la diminuzione delle retribuzioni e la riduzione dell’occupazione.

Spesa militare: faremo la fine dell’Impero Romano? Una voce disastrosa nel debito pubblico è costituita dalla crescita delle spese militari. Dopo il tracollo dell’Urss, la dimensione egemonica imperiale degli Usa ha spinto gli alleati verso un impegno crescente in molti teatri di guerra, in regioni strategiche come quelle petrolifere, fino a determinare una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono a superare il valore delle risorse che se ne ricavavano.

Grandi Opere: fallimenti in tutto il mondo. Altrettanto rilevanti, nel bilancio del debito, le grandi opere spesso faraoniche e inutili: la crisi della Grecia è scaturita dalle spese per le Olimpiadi di Atene del 2004, se Torino è la città più indebitata d’Italia lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. Opere che non ripagano i loro costi perché sovradimensionate rispetto alle reali esigenze: è successo con l’aereo supersonico Concorde e il tunnel sotto la Manica già fallito due volte; è successo con molti costosissimi edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, già in pieno degrado. Sovradimensionata rispetto alle esigenze è la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino-Lione. Destra e sinistra sono consapevoli dell’inutilità di molte grandi opere, devastanti per i territori, e tuttavia rivendicano il merito di averle deliberate in deficit allo scopo di rilanciare la crescita economica e l’occupazione. In realtà faranno crescere soltanto il debito pubblico. Un’opera è davvero sostenibile solo se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse, il consumo di energia e l’impronta ecologica, in modo da ripagare i costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione, contribuendo in questo modo a ridurre il debito pubblico. In altre parole la politica economica non può più basarsi soltanto su criteri di tipo quantitativo, ma deve adottare criteri di valutazione qualitativi.

L’equivoco della green economy. Nell’ottica della green economy la politica energetica non si fonda sulla riduzione della domanda mediante la riduzione di sprechi e inefficienze, ma sulla sostituzione dell’offerta: fonti rinnovabili anziché fossili, con incentivi statali che aggravano il debito pubblico. Anziché i piccoli impianti per l’autoconsumo, la green economy privilegia i grandi impianti, che possono essere appannaggio solo di grandi aziende interessate a incentivare la crescita dei consumi e degli sprechi. E’ un modo di riproporre ancora una volta l’alleanza strategica tra industria e partiti: l’alleanza fondata sulla crescita, responsabile dell’attuale fallimento storico. Anziché nelle grandi opere e nella green economy faraonica, occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, nelle reti idriche, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi (con benefici effetti anche sul turismo), nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri post-industriali (come a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio di materiali dismessi, nell’agricoltura di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra produttori e acquirenti.

Filiera corta: l’economia locale può sopravvivere alla globalizzazione. E’ auspicabile una saldatura tra l’economia reale dei territori (contadini, commercianti, piccole e medie aziende, artigiani e professionisti) con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Una vera democrazia partecipata può realizzarsi solo ripudiando la globalizzazione e rivalutando le economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà delle filiere corte. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, le attività economiche locali sono utili, ripagano i costi d’investimento riducendo sprechi e consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici e non richiedono tecnologie potenti, bensì evolute; non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccoli operatori locali (agricoltori, artigiani, commercianti, tecnici) radicati sul territorio, in grado di alimentare un’economia di prossimità, sostenibile dal credito locale, come dimostra il recente successo di alcune piccole e medie imprese italiane, che caratterizzano la nostra struttura produttiva (il 99,92 % ha meno di 250 addetti).

Meno e meglio: decrescita selettiva del Pil. Ridurre gli sprechi comporta necessariamente una decrescita: la coibentazione degli edifici per ridurne le dispersioni termiche e l’installazione di impianti energetici a fonti rinnovabili fanno crescere il Pil inizialmente, ma in seguito i risparmi lo fanno decrescere. La decrescita selettiva del Pil, riduce gli sprechi e l’impronta ecologica, migliora il benessere e la qualità della vita, crea occupazione utile. Solo la decrescita selettiva del Pil può risolvere sia la crisi economica che quella ambientale, senza far crescere il debito pubblico né deprimere le attività produttive.

Agricoltura biologica: una scelta strategica. L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica: stagionalità dei prodotti, riunificazione di agricoltura e allevamento, accorciamento delle filiere, riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne.

Ristrutturazione edilizia: fronte strategico di occupazione utile. Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti: mediamente in Italia per il riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio e soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? La riduzione del pil che ne deriverebbe offrirebbe i vantaggi economici, occupazionali e ambientali non altrimenti ottenibili.

Il modello della crescita è finito: non ha futuro, va sostituito. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori. Si annuncia un periodo di transizione inevitabilmente drammatico. Sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.

Maurizio Pallante

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Se c’è una cosa su cui la politica nostrana non manca di dare conferme costanti, oltre al mantenimento dei propri privilegi e delle innumerevli poltrone, è sicuramente l’incoerenza non solo tra quello che dicono e fanno, ma anche tra le scelte e le strategie che perseguono. Come ciechi che brancolano nel buio assoluto compiono scelte e sviluppano atti in contraddizione uno con l’altro. Una evidente schizzofrenia politica che un giorno percorre una strada e in un altro la ripercorre a ritroso verso al direzione esattamente opposta, il tutto sempre depauperando le già risicate risorse economiche, ambientali e sociali di noi tutti.

Naturalmente il tutto avviene con il plauso di pennivendoli vari e blateranti conduttori di TG che invece di evidenziare la patologica condizione in cui drammaticamente ci troviamo elevano questi schizzofrenici al rango di illuminati e lungimiranti politici. Tant’è che in questi giorni a media unificati si è diffuso l’annuncio della partecipazione del comune di Ostuni ad un bando regionale per progetti di rigenerazione urbana tramite il quale il comune chiede un finanaziamento di 2 milioni e 500 mila euro per interventi di riqualificazione del rione terra, il nucleo più antico e caratteristico della città.

Adesso, senza entrare nel dettaglio del progetto cosa che farò appena lo avrò a disposizione, non posso che gioire di tale iniziativa. Investire nel recupero e nella valorizzazione dell’esistente è, a mio modesto avviso, la strada maestra che tutti le amministrazioni locali dovrebbero percorrere. Per capirci, la scalinata con sottostante piazzetta nei pressi della piazza è sicuramente la miglior opera (aimè forse l’unica) fatta ad Ostuni nell’ultimo decennio. Peccato per tutti quei tavolini che in estate la occupano quasi interamente.

La cosa che però né i pennivendoli né i blateranti conduttori dicono è che la stessa amministrazione in questi anni ha autorizzato e permesso la realizzazione di interi quartieri ed aree che necessiterebbero di interventi di rigenerazione urbana ancor prima di essere terminati. Mi riferisco naturalmente a quell’obrobrio estetico e sociale definito zona artigianale, che di artigianale ha solo il nome visto che sin dall’inizio è stata realizzata ed utilizzata come vera e propria zona residenziale. Ma mi rifersico anche alla zona Peschiera, palazzi costruiti in piena sintonia coi quartieri dormitorio anni settanta-ottanta, così come all’area diciamo cityper dove a parte il centro commerciale in cui il buon consumatore/elettore può andare a “utilizzare” il denaro faticosamente guadagnato non c’è alcuna traccia di aree di socializzazione, che ne so un parco, una area atrezzata per bimbi o cose simili.

Un giorno favoriscono ed autorizzano questi scempi urbani e l’altro percorrendo la strada a ritroso in direzione esattamente opposta chiedono soldi (rigorosamente nostri) per la rigenerazione urbana. Queste menti fine sono l’emblema della schizzofrenia politica allo stato puro, noi i coglioni che li finanziano.

P.S.: approfitto di questo spazio per fare le mie congratulazioni al sindaco di Ostuni Tanzarella (in arte Tarzanella) che ha da poco incassato un assegno da 18 mila euro come assegno di fine mandato per aver amministrato la città bianca dal 2004 al 2009; cosa per la quale era già stato lautamente pagato con un assegno mensile di 3 mila e 800 euro.

Categorie : Politica
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feb
10

Rivoluzione edilizia

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Emergenza lavoro? Per battere la crisi non serve la ripresa della crescita. Può sembrare un ossimoro, ma non lo è: l’occupazione del futuro, fatta di lavoro utile, può venire solo con la decrescita. Lo sostiene Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, che ricorre all’esempio dell’edilizia: le case-colabrodo, che in Italia sprecano in riscaldamento i due terzi dell’energia che bruciano, finiscono per gonfiare il Pil – alla voce “consumi energetici” – ma sono costose, inquinano e contribuiscono all’alterazione del clima. Invertire la rotta? Basta ristrutturare gli alloggi, isolandoli meglio: costeranno meno, non inquineranno più. E i cantieri daranno lavoro a migliaia di addetti. Decrescerà il Pil, ma non certo il benessere.

Anche se la politica non sembra occuparsene, quella della riconversione edilizia è una prospettiva che darebbe un contributo clamoroso nel risollevare l’economia italiana, e senza intaccare il territorio. «Per riscaldare le nostre case, in Italia – spiega Pallante – ogni anno consumiamo mediamente 20 litri di gasolio o 20 litri di metano al metro quadrato; in Germania non danno la licenza edilizia o l’abitabilità a case che consumano più di 7 litri al metro quadrato all’anno: un terzo di quello che consumano le nostre case». Senza contare che le case tedesche che assorbono 7 litri all’anno per metro quadrato sono le peggiori: le migliori arrivano a bruciare, in un anno, appena un litro e mezzo al metro quadrato: un decimo di quello che costano le nostre case.

«Se per legge si può imporre che un edificio non superi il consumo di 7 litri per metro quadrato all’anno, e ci sono edifici come quelli italiani che ne consumano 20, che cosa vuol dire? Che sono costruiti così male che disperdono – dalle finestre, dai sottotetti, dalle pareti – i due terzi dell’energia che gli mettiamo dentro». Quindi, conclude Pallante, i due terzi dell’energia consumata non servono a scaldare le case: sono una merce, sicuramente, perché l’energia si compra – e si paga sempre più cara, ma non sono un bene, perché si disperdono e non servono a scaldare la casa. «Se una casa mal costruita che disperde i due terzi dell’energia spesa venisse ristrutturata e non perdesse più quest’energia, noi avremmo la decrescita – casa passiva – la diminuzione  del consumo di una merce (il gasolio o il gas da riscaldamento) che non è un bene perché non serve a scaldare la casa».

«Se io diminuisco il consumo di una merce che non è un bene faccio qualche rinuncia? Qualche sacrificio? No, sto semplicemente utilizzando l’intelligenza per non sprecare delle risorse della terra». E’ questa la filosofia della decrescita, parola tabù per gli economisti che ispirano la politica. Eppure, proprio attraverso la riconversione dell’edilizia – con un processo di decrescita del Pil – si può arrivare a rilanciare in modo spettacolare l’occupazione, creando miglioramenti a catena: reddito, posti di lavoro, risparmio familiare, ambiente meno inquinato. «Per fare in modo che una casa che consuma 20 litri ne consumi 7 – insiste Pallante – bisogna che lavorino una serie di persone per ristrutturarla. Quindi, se si vuole avviare un processo di decrescita, cioè di riduzione del consumo di una merce che non è un bene, bisogna creare lavoro. E utilizzare tecnologie più evolute di quelle attualmente in uso».

La decrescita quindi è qualcosa che non soltanto crea lavoro, ma crea un lavoro utile e spinge verso un’evoluzione, un miglioramento di carattere tecnologico, partendo dalla promozione della ricerca. «Tante volte ho sentito dire della decrescita: volete che torniamo all’età della pietra o alle carrozze a cavalli? Ma no, noi vogliamo un miglioramento», sottolinea Pallante. «In un primo momento, la decrescita è la riduzione del consumo di merci che non sono beni. Ma c’è anche l’altro aspetto: ci sono dei beni che non sono delle merci, cioè che non si devono necessariamente comprare o vendere». Esempio: «Se ho bisogno di un computer o di una Tac non posso far altro che comprarmeli, ma se ho un orto mi posso autoprodurre frutta e verdura. Poi ci sono beni e servizi che non si possono ottenere con scambi mercantili. La stima degli altri, l’amore, il gusto del lavoro ben fatto: sono tutti beni, danno un senso alla vita, ma non si possono comprare».

Chi non sa cos’è la decrescita, aggiunge Pallante, probabilmente non sa neppure cosa sia esattamente la crescita. «Generalmente le persone credono che la crescita economica sia la crescita della produzione di beni e l’aumento dell’offerta di servizi, per cui: più beni e più servizi ci sono, meglio si sta». In realtà l’indicatore della crescita, il Prodotto interno lordo, è un mero indicatore monetario: può prendere in considerazione soltanto gli oggetti e i servizi che vengono comprati e venduti, cioè scambiati con denaro: quindi non i beni, ma le merci. «Siccome nei paesi occidentali da alcune generazioni siamo abituati a comprare tutto quello che ci serve, tendiamo a confondere il concetto di bene con quello di merce: due concetti non opposti, ma diversi».

Nel caso della riconversione edilizia – di cui l’Italia avrebbe un estremo bisogno, anche per ridurre la propria grave dipendenza energetica – a crescere sarebbe una gran quantità di beni (riscaldamento a minor costo, ambiente più pulito), mentre a rimetterci sarebbe soltanto una merce: il gasolio o il metano da riscaldamento. Devote alla “teologia del Pil”, dottrina fondata sulla teoria della crescita illimitata dei consumi, economia e politica non osano pronunciare serenamente la parola decrescita: ma basta l’esempio della possibile riconversione edilizia, che in Italia sarebbe una vera e propria rivoluzione, a dimostrare che non siamo di fronte a un ossimoro: proprio la decrescita (del Pil legato allo spreco di energia) potrebbe assicurare una grande ripresa dell’occupazione nel settore, con una straordinaria eredità di lavoro utile e di benessere diffuso.