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Potrei fare un elenco infinito di critiche agli amministratori locali di Ostuni, Sindaco in primis. Tutte opinabili e discutibili. La cosa certa è che non sono dei fessi. Ed è partendo da questo basilare presupposto che bisogna ipotizzare il perchè ci è stata negata l’autorizzazione all’utilizzo di suolo pubblico in Piazza della Libertà per allestire dei banchetti informativi e di propaganda politica.
Come dissi già un paio di giorni fa la Piazza è da sempre il luogo simbolo della vita politica della città e sede principe di tutte le manifestazioni politiche, dai comizi elettorali (chi li fa ancora) alle raccolte firme o altro.
Per il MoVimento 5 Stelle in oltre la presenza in strada coi banchetti è linfa vitale, strumento indispensabile per informare i cittadini, coinvolgerli e farli partecipare. Ecco quindi che impedire l’utilizzo di questo fondamentale strumento proprio in Piazza ha un suo perchè: cercare di spuntare le armi civili e democratiche ad un gruppo di cittadini che potrebbero entrare nel palazzo ad aprire i cassetti e mettere in seria difficoltà diversi personaggi.
Se da un lato questi rozzi tentativi di ostacolarci fanno indignare dall’altro dimostrano quanto questa classe politica sia ormai alla canna del gas e sente che il terreno sotto i piedi sta per franare completamente. Ed ecco quindi che nel tentativo disperato di rallentare quanto più possibile il loro declino afferrano qualsiasi cosa ed utilizzano qualsiasi strumento a loro disposizione, finanche vietare un legittimo ed innocuo (per i cittadini, non certo per loro) banchetto informativo.
D’altronde ci vuole ben altro per fermarci e per impedirci di scendere per strada come dimostra la foto scattata proprio Domenica scorsa in Piazza. Loro non si arrenderanno mai, noi neppure.
Come molti già sapranno ieri la Consulta si è espressa in merito alla costituzionalità del noto decreto “Salva Ilva” definendolo, aimé, legittimo. Senza entrare nel merito della sentenza sia perchè le motivazioni non sono state ancora pubblicate sia perchè la diatriba riguardava un conflitto di attribuzione tra Governo e Magistratura, vorrei cercare di focalizzare l’attenzione su quanto la Carta Costituzionale esprime nei suoi principi e se questi sono, in un qualche modo, rintracciabili nella città dei due mari.
Iniziamo dall’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Repubblica = Res Publica = Cosa pubblica. Invece Taranto è un affare privato, dove per privato si intendono le diverse industrie presenti capeggiate, senza dubbio alcuno, dalla famiglia Riva proprietaria dell’ impianto di produzione di acciaio più grande d’Europa. Anche il termine “democratica” associato nella Costituzione al termine Repubblica scompare in quel di Taranto, se così non fosse il Governo avrebbe fatto un decreto salvaTaranto e non certo salvaILVA. Per i buon temponi che sottolinearanno il “fondata sul lavoro” dico già che i principi sanciti sulla costituzione hanno tutti pari dignità e peso, nessuno di questi può escludere il godimento di tutti gli altri e comunque andrebbe fatta un attenta analisi di quanto lavoro queste industrie hanno distrutto nell’agricoltura, allevamento, turismo, ecc.
Passiamo all’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Già il paesaggio, quello del fu Bel paese considerato un fastidio e un ostacolo per la maggior parte della nostra classe politica. Sul patrimonio storico artistico ricordo che Taranto fi la capitale della Magna Grecia. Una città che andava tutelata e definita patromonio dell’umanità non certo devastata da un becero sviluppo industriale
Articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività“. La salute è quandi un diritto fondamentale dell’individuo ma al contempo un interesse della collettività, quindi di tutti noi compresi coloro che vivono a migliaia di kilometri da Taranto. Su questo aspetto potremmo scrivere all’infinito citando le varie patologie di cui soffrono le popolazioni di quel territorio e di quanto queste siano diffuse, ma credo che già sapere che nel sange dei bambini è stato trovato il piombo sia sufficiente a far accapponare la pelle ed urlare BASTA!
Il problema non è quindi se sia Costituzionale o meno il decreto salvaILVA ma rendersi conto che è Taranto in sè, con tutta la marmaglia di politici e industriali, ad essere anticostituzionale.
Nei prossimi giorni a Taranto si svolgerà un importante referendum. Purtroppo è stato escluso un fondamentale quesito, quello che prevedeva il totale reimpiego dei lavoratori nelle opere di bonifica, ma sarà comunque un importante momento di consultazione. E’ dal volere dei Tarantini che si deve partire. Dal ripristino della Repubblica Democratica.
La violenza sulle donne, come noto, è un fenomeno molto diffuso. Oltre ai drammatici eventi riportati dai media, moltissimi sono i casi che quotidianamente passano nel totale silenzio, spesso sono violenze che non lasciano lividi o segni evidenti dall’esterno. Altrettanto noto è la carenza di servizi a favore delle donne maltrattate. Erogati da soggetti diversi, in genere associazioni di volontariato e totalmente scordinati tra loro riescono ad intercettare solo pochi casi.
I Comuni, istituzioni più vicine al cittadino, devono assumersi l’onere (e l’onore) di organizzare questi servizi. In collaborazione e coordinazione con le associazioni di volontariato, che con l’esperienza maturata sul campo in anni di attività rappresentano un bagaglio di competenze e conoscienze di grande valore, il Comune dovrebbe mettere a disposizione risorse e strutture, promuovere e sviluppare protocolli d’intesa con altre istituzioni (ordini professionali – avvocati, medici, psicologi) al fine di diffondere sul proprio territorio i servizi idonei a dare risposte a questo drammatico, quanto vergognoso, problema.
Personalmente mi impegnerò tanto sul portale nazionale del moVimento 5 stelle quanto nelle attività del moVimento 5 stelle Ostuni e nella formulazione del programma per le prossime elezioni amministrative a sensibilizzare e elaborare proposte concrete, considerando questo impegno una battaglia di civiltà di primaria importanza.
Da anni seguo la campagna e le proposte di Sbilanciamoci. Oggi, in prossimità delle elezioni l’appello ai candidati e forze politiche ad un impegno per un’Italia capace di futuro: dalla parte dell’ambiente, della pace, dei diritti di cittadinanza, della giustizia sociale, di un’economia diversa.
Io non sono candidato e quindi la mia sottoscrizione lascia il tempo che trova, ma a leggere questi impegni mi pare di leggere una copia del programma politico del moVimento 5 Stelle.
Le prossime elezioni politiche del 24 e del 25 febbraio possono rappresentare un punto di svolta e di discontinuità rispetto alle politiche neoliberiste di austerity che hanno impoverito il paese e lo hanno fatto sprofondare nella recessione. Queste politiche hanno accentuato le disuguaglianze, aumentato la disoccupazione, indebolito il welfare, reso più precario il lavoro, messo in difficoltà le imprese.
Non è “l’Europa che ce lo chiede”: non occorre “restituire fiducia ai mercati”, politiche economiche alternative sono possibili. Da anni la campagna Sbilanciamoci! presenta il proprio rapporto per “usare la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la pace”. Il XIV rapporto è stato presentato a fine novembre del 2012 e contiene 94 proposte che, numeri alla mano, dimostrano che una differente legge di stabilità permetterebbe di investire nel rilancio dell’economia, in un nuovo modello di sviluppo ambientalmente sostenibile, in una redistribuzione della ricchezza e in una maggiore giustizia sociale.
Solo per fare alcuni esempi, se tagliassimo i crescenti contributi alla scuola privata, ci sarebbero maggiori risorse per quella pubblica. Senza educazione, ricerca ed alta formazione il paese non ha un futuro, servono investimenti pubblici nella qualificazione dell’offerta formativa, nel diritto allo studio, nell’edilizia scolastica e universitaria, nella ricerca. Se abbandonassimo la follia delle “grandi opere”, a partire dalla realizzazione dell’alta velocità in Val Susa, ci sarebbero le risorse per le “piccole opere” di cui ha bisogno il Paese, dalla mobilità sostenibile alla lotta contro il dissesto idrogeologico. Se rinunciassimo all’acquisto dei cacciabombardieri F35 e tagliassimo le spese militari del 20%, ci sarebbero le risorse per il welfare, per la cooperazione internazionale e per il Servizio Civile Nazionale e ne avanzerebbero anche per ridurre il debito pubblico. La politica estera del nostro Paese non può fondarsi sulle missioni militari all’estero, ma sulla cooperazione internazionale e la solidarietà. Una politica fiscale all’insegna di una maggiore progressività, consentirebbe una redistribuzione più equa della ricchezza. E via discorrendo.
Dall’ambiente alla sanità, dall’istruzione alle politiche di accoglienza dei migranti, dal contrasto alla corruzione alla lotta all’evasione e all’elusione fiscale, è in questa direzione che occorre impostare le future scelte di politica economica.
Siamo immersi in una crisi finanziaria, economica, sociale, ambientale, di democrazia. Per uscirne, il primo passo deve però essere culturale. Bisogna capovolgere un paradigma – quello del neoliberismo – costruendone un altro: quello di un’economia fondata sui beni comuni, la sostenibilità ambientale e sociale, l’uguaglianza e i diritti.
Scarica il rapporto 2013 di Sbilanciamoci.
Pagata a cottimo 30-40 euro al giorno per 16 ore di lavoro in una fabbrica di scarpe di Empoli. Nel 2009 ha provato ad accedere alla sanatoria, pagando 3000 euro uno dei tanti truffatori che sulle sanatorie “una tantum” fanno un sacco di soldi: da sempre. È una delle ragazze che abbiamo incontrato il 4 febbraio nel corso della visita al Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Ponte Galeria, organizzata dalla campagna LasciateCIEntrare. La ragazza è cinese, non parla italiano e a fare da ponte è un mediatore della cooperativa Auxilium che gestisce il centro dall’1 marzo 2012. La ragazza ci dice “non vogliamo essere irregolari” e chiede: “perché il governo italiano non dà la possibilità di ottenere documenti regolari a chi ha un lavoro senza metterci nelle mani dei truffatori?”, domanda alla quale, ovviamente, non possiamo rispondere. Non c’è nessuna “logica” in un sistema che da ormai 15 anni continua a ingrandirsi nonostante le violazioni dei diritti umani quotidiane, le denunce delle associazioni, dei movimenti e delle organizzazioni internazionali e nonostante la sua inefficacia ormai conclamata rispetto agli obiettivi ad esso attribuiti dal legislatore.
Tutte cose chiare anche a molti rappresentanti delle forze dell’ordine e del Ministero dell’Interno, ma, per così dire, “rimosse” dai Governi e dai Parlamenti che si sono succeduti nel corso del tempo. I CIE vanno chiusi perché sono disumani, perché sono inutili e perché con le risorse che servono per crearli e gestirli si potrebbero fare molte altre cose più utili per i circa 4,5 milioni e mezzo di cittadini stranieri che sono stabilmente presenti nel nostro paese. Ma per chiuderli bisogna ripensare completamente la disciplina che regola l’ingresso e il soggiorno nel nostro paese. Sembra averlo chiaro anche il personale che oggi ci ha accompagnati durante la visita.
La giovane C. e le altre tre ragazze che stanno nella sua stanza, ad esempio, per venire in Italia hanno dovuto pagare tra gli 8.000 e i 10.000 euro. Lei questo debito non ha ancora finito di pagarlo. Se avesse potuto venire liberamente in Italia per cercare lavoro, forse avrebbe potuto impiegare quei soldi per far studiare con maggiore tranquillità la figlia, ancora all’università in Cina, oppure darsi tempo per cercare un lavoro meno disumano di quello che ha svolto a Empoli. Il suo sfruttamento non ha potuto neanche denunciarlo perché comunicare con un legale all’interno dei CIE non è così facile. Il coordinatore degli operatori ci ha spiegato che nella convenzione stipulata dall’ente gestore con la Prefettura (41 euro pro capite pro die) non è compreso il servizio di mediazione con gli avvocati che provengono dall’esterno. Come faccia un legale a ricostruire la storia di una ragazza cinese che non parla italiano senza potersi avvalere di un mediatore è tutto da capire. Non abbiamo modo per altro di verificare le affermazioni dell’operatore: non solo la convenzione, ma persino il bando di gara in base ai quali Auxilium ha “vinto” la gestione del CIE sottraendola alla Croce Rossa Italiana, non sono pubblici. Vedremo se, come promesso dalla dirigente della Prefettura che ci ha accompagnati, riusciremo a ottenerne copia nei prossimi giorni.
Parlare di soldi in una visita come questa ha qualcosa di tremendo. Quello di Ponte Galeria è un CIE molto grande, può “ospitare” fino a 360 persone (anche se mediamente le persone presenti all’interno del centro sono molte meno, oggi 105 uomini e 50 donne): tutta la struttura è recintata con sbarre alte cinque metri e i panni stesi su un filo appeso tra una staccionata e l’altra non fanno che enfatizzarne la natura detentiva.
Ma parlare di soldi è necessario soprattutto oggi che la politica della spending review ci ricorda in ogni momento che la priorità è una sola: tagliare la spesa pubblica per abbassare il debito. Si è tagliato infatti da tutte le parti: su scuola, ricerca, sanità, servizi sociali e per i non autosufficienti, ma non si è tagliato sui CIE. Gli ultimi bandi sono stati fatti al ribasso, ma lo stanziamento complessivo previsto nel bilancio dello Stato per il 2013 non sembra essersi abbassato: 194,7 milioni di euro allocati sul capitolo di bilancio 2351 (2) e altri 41,5 milioni di euro allocati sul capitolo 7351 (2). Pochi soldi se paragonati alle dimensioni dell’ultima finanziaria, molti se paragonati a quelli investiti dallo Stato italiano nelle politiche di inclusione sociale. Sicuramente soldi “interessanti” per quegli enti che grazie alla gestione dei CIE hanno fatto lievitare i loro bilanci. Soldi che però sulle vite delle persone che nel CIE hanno la sfortuna di stare – potenzialmente fino a 18 mesi, in media 4-5 mesi secondo i funzionari della questura di Roma – provocano solo sofferenza. E c’è chi non riesce a sopportarla come le due persone che a Ponte Galeria si sono suicidate l’anno scorso.
Risulta difficile spiegare alle donne e agli uomini chiusi a Ponte Galeria che lo Stato per motivi “burocratici” non riesce ad identificare in carcere i migranti irregolari che vi sono detenuti e che quella vera e propria doppia pena detentiva che è il trattenimento in un CIE è necessaria. Il problema è l’identificazione che non può avvenire senza la collaborazione delle ambasciate, dicono i rappresentanti della Questura. Ma anche il mancato coordinamento tra le amministrazioni del Ministero dell’interno e del Ministero della Giustizia, diciamo noi.
Così come risulta impossibile obiettare a chi ci dice che i pasti sono immangiabili: il direttore del centro ci dice infatti che dei 41 euro pro capite previsti da convenzione, circa 32 vengono spesi per il personale, 3,5 per un “pocket money” che le persone possono spendere per comprare schede telefoniche o merendine: per i pasti veri restano appena 5 euro.
Che serva molto personale per gestire una struttura come questa è indubbio. Secondo il direttore del centro i lavoratori impiegati sono in tutto 75, per ogni turno diurno sono presenti circa 20 persone tra operatori dell’ufficio legale, dell’amministrazione, del magazzino, del servizio di distribuzione mensa, medici, infermieri e mediatori, il doppio di quelle previste nel progetto che ha vinto la gara di appalto. Gara al ribasso vuol dire anche questo: sottodimensionamento del personale, salari bassi, ritardi nei pagamenti degli stipendi e spiccioli per pagare il resto delle spese tra le quali i pasti non dovrebbero essere considerati esattamente un lusso. Oppure l’acqua calda che, come hanno gridato alcuni uomini detenuti nel centro incontrati solo a distanza, a dividerci le sbarre, manca.
Il paradosso è che dopo 4, 5, anche 8 mesi di detenzione se la persona non viene identificata viene “rilasciata” con l’ordine di lasciare il territorio dello stato entro 7 giorni. Molti non lo fanno e dopo qualche mese vengono fermati e tornano in un CIE. Può accadere una, due, anche otto volte come ci ha detto la responsabile dell’ufficio immigrazione del CIE. E ogni volta “l’iter” ricomincia da capo. Una spirale perversa: che deve finire.
Grazia Naletto
Siamo stretti in una morsa. La classe politica e burocratica di questo paese ci ha attanagliato un una matassa di lacci e laccioli a tal punto che per poter fare un qualunque passo è ormai indispensabile chiedere favori a qualcuno.
Una matassa di lacci e lacciuli ormai divenuti un vero e proprio cappio che si nutre delle nostre necessità. Più chiediamo favori più questo cappio si stringe al punto tale che stiamo ormai soffocando anche se non siamo totalmente consapevoli.
Si tratti di una visita medica o un esame diagnostico, oppure di iscrivere il proprio figlio ad una determinata università o scuola o ancora il poter usufruire di un contributo economico per la propria associazione o per un qualche evento o iniziativa di interesse pubblico o qualsiasi altra cosa siamo costretti a chiedere il favore a qualcuno in grado di far muovere le carte a proprio piacimento. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di propri diritti, di cose dovute ma l’assenza di regole certe e la totale assenza di trasparenza, dando in mano al tizio di turno il potere di muovere le carte come ritiene più opportuno, li ha trasformati in favori.
La classe politica è quella che da questo sistema di lacci e lacciuoli nutre il maggior vantaggio. E’ infatti a loro che la maggior parte delle persone si rivolge per ottenere il favore. Sono quelli in grado di poter far muovere il burocrate. Evitano la definizione di regole certe, fuggono la trasparenza proprio per mantenerci tra quei lacci e lacciuoli che loro riescono a controllare.
In questo sistema, vocaboli come libertà e democrazia servono solo a riempire le pagine dei vocabolari e tali rimarranno se non saremo tutti capaci di pretendere invece che chiedere.
Sabato scorso ho visto una Taranto viva, vorrei nei prossimi anni vedere una Taranto Libera.
Ciò potrà avvenire solamente se capiamo che nulla è più importante della salute e del diritto alla vita. Noi tutti lavoriamo per vivere e non viviamo per lavorare. Il lvoro deve essere prima di tutto funzionale allo sviluppo della società quindi dei suoi componenti, le singole persone. Queste devono essere prima di tutto Libere e se sono soggetti al ricatto occupazionale non lo sono, se sono malati o vedono ammalare i propri figli e i propri cari non lo sono, se c’è un qualcosa, nella fattispecie uno scellerato sviluppo industriale che distrugge tutto ciò che gli sta intorno lasciandogli solo morte e sofferenza non lo sono.
Taranto dovrà essere liberata, non sarà facile e non sarà indolore. I Tarantini si sono messi in gioco, adesso hanno bisogno dell’aiuto dell’intera Italia. Quella Italia che si è emozionata l’altra sera ascoltando Benigni. Bene basterebbe applicare la Costituzione della Repubblica Italiana per rendere Taranto Libera. Basterebbe che gli Italiani oltre a ricordarsi chi furono i padri costiutenti cominciassero a prendere coscienza chi sono stati e sono tutt’oggi i figli distruttori della Costituzione più bella del mondo.
Domani sarò a Taranto per partecipare alla manifestazione indetta dal comitato 15 Dicembre. Invito tutti voi che seguite questo blog a partecipare. SIAMO TUTTI TARANTINI.
Comunicato Stampa
MANIFESTAZIONE “TARANTO LIBERA” – sabato 15 Dicembre 2012
Il 15 Dicembre le strade di Taranto saranno protagoniste del Corteo “Taranto Libera” organizzato dal comitato15dicembre che raccoglie cittadini di Taranto e non uniti per l’occasione.
Il corteo, che partirà da Piazza Sicilia e giungerà in Piazza della Vittoria, scenderà in strada per i diritti ineludibili della SALUTE, del LAVORO, dell’AMBIENTE, del REDDITO e della CULTURA e CONTRO il Decreto Legge “Salva-Ilva”.
Il provvedimento, firmato dal Presidente della Repubblica il 3 Dicembre, permette allo stabilimento siderurgico tarantino ILVA s.p.a. di continuare a produrre nonostante le ordinanze dell’autorità giudiziaria che ne ha sequestrato gli impianti lo scorso 26 Luglio poiché non rispondenti alle normative a tutela della salute e dell’ambiente.
Il nuovo decreto legge compromette i principi costituzionali legati al rispetto dell’ambiente e alla garanzia della salute dell’individuo e valuta il diritto alla vita dei tarantini meno importante della corsa capitalistica di un imprenditore agli arresti.
A fronte di tutto ciò il comitato15dicembre manifesta per:
SALUTE – perché il diritto alla vita non accetta compromessi
REDDITO – per garantire un‘esistenza dignitosa ai lavoratori e ai cittadini di Taranto dopo cinquant’anni di ricatto e inquinamento
AMBIENTE – perché non permetteremo più che il nostro territorio venga sfruttato e devastato in nome del profitto
OCCUPAZIONE – perché il deserto creato attorno al colosso d’acciaio conta il 40% di disoccupazione e innumerevoli attività storiche (pescicoltura, mitilicoltura, agricoltura) distrutte a causa dello sviluppo selvaggio
CULTURA – perché da qui parta la nuova idea di sviluppo.
Il corteo terminerà in Piazza della Vittoria dove numerosi artisti si esibiranno gratuitamente in concerto per dare il proprio sostegno alla causa. Non ci saranno interventi dal palco e vi invitiamo a NON ESIBIRE simboli associativi o partitici di alcun tipo.
Siete tutti invitati a decidere del vostro futuro.
TARANTO SCENDE IN PIAZZA SENZA BANDIERE
Concentramento alle ore 16:30 in Piazza Sicilia.
CHI INQUINA PAGA
TARANTO LIBERA
Non è più ammissibile che la città di Taranto venga condannata per gli sporchi interessi di pochi e che un decreto legge, ultima azione statale, sacrifichi ancora una volta le nostre esistenze.
CHIEDIAMO che lo Stato non volti nuovamente le spalle a questa città e alla sua provincia ma vigili e sostenga in ogni modo, anche finanziariamente, le bonifiche di tutto il territorio contaminato dall’inquinamento dell’industria pesante nel più breve tempo possibile.
PRETENDIAMO il risarcimento da parte di chi ha danneggiato il territorio e i suoi cittadini, con sequestro immediato e alienazione dei beni mobili e immobili.
DICHIARIAMO sdegno nei confronti dei rappresentanti istituzionali che hanno agevolato il processo di distruzione del territorio ionico e opposizione critica verso le forze politiche e partitiche che hanno approvato supinamente le ultime misure governative pro ILVA e, di conseguenza, che hanno autorizzato attività produttive altamente inquinanti.
PRETENDIAMO che qualsiasi decisione di rilevanza sociale, politica ed economica per Taranto venga presa assieme a tutte le parti sociali che la rappresentano.
PRETENDIAMO di vivere in una città in cui esistano alternative alla monocultura dell’acciaio. Le vocazioni territoriali e le tradizioni non devono più essere sacrificate in nome del profitto: l’aria, la terra, l’acqua devono essere tutelate e viste come risorse indispensabili e preziose utili alla costruzione di un reddito dignitoso e salubre.
Perché tutto questo parta dalla Cultura e dall’intero sistema di trasmissione della conoscenza unico motore endogeno di sviluppo anche economico.
«Non esiste un costo, in termini di salute, sopportabile in uno Stato civile per le esigenze produttive e non è accettabile che il presente e il futuro dei bambini di Taranto sia segnato irrimediabilmente. Nessun ragionamento di carattere economico e produttivo dovrà e potrà mai mettere minimamente in dubbio questo concetto».
Il Comitato15dicembre
Ricevo e volentieri pubblico
Tra il 1992 e il 2012 c’è un ventennio, un lasso di tempo che è sempre stato funesto per l’Italia. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il capitalismo sente di poter sferrare l’attacco finale, di potersi aggiudicare la Guerra di Classe per ko tecnico dell’avversario. Via allora ogni residuo di keynesismo piagnone e mano libera al mercato psicopatico liberista che, tu credi si autoregoli, ma invece, una volta sguinzagliato, si mangia le risorse senza lasciare neppure le briciole, come un orrendo Pacman in modalità God e FullAmmo.
In Italia nel ’92 ci sono i partiti, che mangiano come hanno sempre mangiato. Si mangiava anche durante il fascismo. Ecco però l’ideona. Facciamo notare agli italiani che i partiti rubano, attiriamo la loro attenzione, scateniamoglieli contro, forniamogli le monetine da lanciare. Un bel gioco divertente. Per carità, i giudici ricevono denunce e procedono come da codice penale, fanno le loro inchieste e scoperchiano verminai di corruzione e ladrocinio con grande dedizione ma, sotto sotto, questa è in gran parte un’operazione di copertura.
Un bel telefilm giudiziario che appassiona gli italiani più del vecchio Perry Mason e li tiene occupati mentre qualcuno svuota la cassaforte. Perché questa è la storia della rapina dei due secoli. La partitocrazia viene spazzata via da Mani Pulite e siamo tutti pronti per una svolta, per un paese migliore, per la Seconda Repubblica. Ci vuole un periodo di transizione, però, con qualcuno che, da esperto e saggio, rimetta insieme i cocci e soprattutto i conti in attesa di un nuovo distrattore. Ecco comparire per la prima volta i famosi governi tecnici.
Nel 1992 avviene un curioso convegno a bordo dello yacht della regina Elisabetta, il Britannia. Il gotha della finanza internazionale, sempre affamato di asset convoca un po’ di sudditi italiani e chiede loro cos’hanno intenzione di fare con le privatizzazioni. Perché questo interessa a chi detiene il potere economico: la robba. Dove il liberismo è finora passato, tutti i beni appartenenti allo stato, ovvero alla collettività, sono stati svenduti – dai politici locali comprati a soldi, figa ed illusione di potere – a multinazionali, banche e gruppi finanziari, chiamandole con il nome fascinoso di privatizzazioni. E’ il nuovo imperialismo.
Facciamo un esempio. Un fondo angloamericano vuole papparsi, che ne so, l’ENI? Ci si affida ai propri agenti sul posto e, se la classe politica degli indigeni fa la riottosa, gli si scatena contro i bravi della finanza. Questa fusione non s’ha da fare. Si crea una crisi economica, si obbliga il paese ad una serie di “riforme”, ovvero a smantellare stato sociale e controllo di legge sul mercato.
Nel 1992 lo spauracchio era la svalutazione susseguente all’uscita dallo SME e la paura di non essere più parte dell’Europa. Ecco i primi governi tecnici: di Ciampi, Amato, di Prodi il professore. Soros, con le sue armi finanziarie, scatena un attacco senza precedenti contro la lira e Amato, nottetempo, è costretto, poraccio, a prelevare il riscatto dai conti correnti degli italiani. Uno scherzo da 11.500 miliardi. Allora ci dissero che era per il nostro bene, per rimanere in Europa, al passo con gli altri, per continuare a fare i fichi nei salotti buoni.
E le privatizzazioni? Ci penserà un personaggio che oggi conosciamo meglio, come attuale capo della BCE: Mario Draghi. Quel Draghi che per dieci anni circa, fino al 2001, si incarica di svendere alla finanza internazionale quasi tutto il patrimonio dell’industria statale italiana, quella che in altri tempi aveva rappresentato la nostra versione di miracolo economico. Beh, a vent’anni di distanza non mi pare che le nostre bollette di gas, luce, telefono e servizi siano drammaticamente dimagrite grazie alla maggica concorrenza del mercato autoregolantesi ma siano andate sempre più crescendo.
Finita la prima tranche di privatizzazioni, Mario Draghi torna nella tana di Goldman Sachs – uno dei beneficiari delle svendite 3×2 – alla faccia del conflitto di interessi, con un incarico di prestigio. Ottenuto quello che volevano come acconto, i poteri economico finanziari ormai senza freni ci lasciano un’idea mirabolante, l’aggancio a cambio fisso con una nuova moneta, l’Euro, una figata. Un altro grande classico del liberismo. L’anello per soggiogarli e nel buio incatenarli.
I tecnici, che poi con Prodi diventeranno politici, addirittura de sinistra, rappresentati da simboli miti come l’Ulivo, ci condurranno nel trappolone dell’Euro. Perché non se ne può fare a meno, perché svalutare ormai è brutto brutto e da cafoni. Quel che restava della nostra sovranità nazionale, già compromessa da decenni di sottomissione imperiale, cominciava definitivamente a svanire.
Tornando ai primi anni novanta. L’Italia è passata attraverso stragi, assassinii di giudici in lotta con la mafia, rivoltoloni politici di vario genere ed è finalmente pronta per un periodo di tregua armata, anche perché questa volta bisogna avere i conti in ordine ed entrare nell’Euro, come abbiamo visto. Si individua un soggetto adatto ad incantare 50 milioni di serpenti, un fenomenale pifferaio magico, molte chiacchiere e un’allergia congenita ai distintivi.
Silvio Berlusconi, l’uomo che si è fatto dal nulla, il Re Minkia che muta le televisioni in oro. Gli italiani, felici di aver ritrovato un Duce a sessantaquattro denti e altrettanto brevilineo, lo votano entusiasti e se ne fanno governare, offrendo in solazzo al sire pure le figlie vergini, per quasi vent’anni. Poi, nel 2011 qualcosa si rompe e chi si interessa di trame alla John LeCarré comincia a capire che questa volta faranno veramente le scarpe a Berlusconi, nel frattempo rincoglionitosi dietro a fichette sempre più giovani che lo distraggono dagli affari personali che ha sempre anteposto all’interesse collettivo. Berlusconi inoltre ostenta amicizie pericolose, frequenta doppiogiochisti sulla lista nera imperiale. Qualche intrallazzo di troppo con i russi e il gas, chissà. In ogni caso, come agente ormai è bruciato.
Nel 2011 inizia la fase due, quella cominciata con l’acconto del 1992 e ora giunta alla stagione dei saldi. E’ la seconda fase dello shock liberista e, per chi ha avuto possibilità di arricchirsi oltre ogni limite, l’obiettivo è l’Eurozona. Viene scatenato un nuovo attacco finanziario ma questa volta l’attacco colpisce interi paesi: dall’Irlanda alla Grecia, dalla Spagna all’Italia. Il nuovo spauracchio è lo spread, ovvero la dimostrazione che l’Euro è stato il passo più lungo della gamba e che la Germania vuole vincere facile.
Ogni giorno lo spread diventa più minaccioso, ci terrorizzano con scenari di corralitos, assalti agli sportelli e gogna collettiva degli italiani pigri e mangiaspaghetti sulla piazza di Bruxelles. Berlusconi, abilmente lavorato ai fianchi da sapienti nipotine di Mubarak, cade definitivamente in disgrazia. Prova a resistere ma, dopo l’ennesima offerta che forse non poteva rifiutare, si dimette.
Sui libri di storia che i nostri nipoti studieranno ci sarà scritto che Berlusconi era un imprenditore che fu messo a capo dell’Italia per presidiare il territorio, una specie di proconsole. Poi, invece di governare, a causa della sua ricattabilità ed incapacità congenita di evitare il fallimento come imprenditore, trascurò i suoi doveri e si occupò solo dei suoi interessi, paralizzando il suo paese in una Mirabilandia fatta di superficialità e totalmente incapace di crescere.
Nel fatal novembre, dunque, da un giorno all’altro, ci fanno credere, si forma un governo affidato ad una specie di genio della lampada, un professore della Bocconi, nientepopodimeno che Mario Monti. Governo formato da gente con carriere avviatissime, tutti pezzi da novanta che, da un giorno all’altro, decidono di piantare baracca, università e burattini, senza nemmeno un “lasciami una settimana per pensarci” e vanno a fare i ministri nel Pronto Soccorso Italia, con un malato terminale che tutti danno per spacciato. La presa della Bastiglia Italia senza sparare un colpo, con l’aiuto fondamentale, pensate, di un vecchio comunista.
Azzerato il nano ed insediatisi al potere, i tecnici che fanno? Cominciano a piazzare le cariche per la demolizione controllata dell’economia italiana. Si preparano nuove privatizzazioni, la definitiva dismissione degli ultimi brandelli di proprietà statali, le ultime perle e catenine di famiglia rimaste dopo la cura Draghi. Senza parlare degli italiani, sottoposti ad una cura da Cavallo (nel senso del famigerato ministro dell’economia ultraliberista argentino) che culminerà nella patrimoniale ai danni dei ceti mediobassi, nella riduzione progressiva del welfare e in un impoverimento generalizzato delle classi meno protette.
Mario Draghi è ormai assiso sul trono della BCE e da lassù sovrintende benedicendo urbi et orbi con la preghiera “O Euro benedetto, irreversibile tra le monete, che tu sia lodato tra le divise.” Ad un anno di distanza dal golpe finanziario con il silenziatore un grafico dice più di mille parole. C’è da stare proprio allegri.
Vent’anni quindi. Vent’anni per disfare quanto di buono era stato fatto da un’Italia affatto fannullona ma creativa ed operosa, ora ridotta all’impotenza. Distruggere l’economia per ingrassare una finanza fatta di puro denaro. Lo diceva perfino la buonanima di Cossiga. Un patrimonio di cinquant’anni di benessere che ora, dicono, “non possiamo più permetterci perché abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”.
Ho raccontato un romanzo criminale, una storia con pochi eroi, molti vigliacchi traditori e tante vittime innocenti. Una storia che, a meno di una qualche intuizione per trovarne una via d’uscita, rischia di impantanarci nel suo incantesimo, in un maleficio di povertà e regresso per gli anni a venire. Gli anni peggiori della nostra vita.
In nome del profitto e della crescita (per i folli economisti l’unico mantra esistente) sfruttano il nostro pianeta senza rendersi conto che pezzi di carta privi di qualsiasi valore intrinseco non potranno mai e poi mai riparare i danni commessi.Il continuo vilipendio alla natura colpirà (ed ha già colpito) coloro i quali ci costringono ad inquinare perchè la loro pigrizia, depravazione e cattiveria non permette alle masse una vita eco compatibile.
Persino le nuvole non sono più le stesse…
Privazione del gusto
La cucina italiana ed in particolare quella mediterranea, è la migliore al mondo in maniera indiscussa sia dal punto di vista organolettico sia nutrizionale, invidiata in qualsiasi angolo del pianeta… il settore ristorativo viene distrutto, i cuochi italiani sostituiti da manodopera straniera sottopagata ma soprattutto incapace di riprodurre la nostra capacità innata, la professione dello “Chef” viene banalizzata da pseudo donne dello spettacolo che non sanno nemmeno cosa sia una padella.
Persino un “luminare” della cucina italiana brevetta un panino da fast food di una nota multinazionale.
Il governo italiano “non eletto” mette al bando le nostre sementi favorendo gli ogm che stanno alla salute come un analfabeta sta alla fisica quantistica.
Se è vero che noi siamo quello che mangiamo, adesso che siamo composti da schifezze cosa dovremmo essere?
Privazione dell’integrità familiare
Ci hanno mostrato tramite i mass media un mondo libero, globalizzato, multietnico (la famosa Babele).
Ci hanno resi schiavi salariati, mobili come pedine in qualsiasi punto del pianeta, lontani dalle radici familiari: in due parole, deboli e controllabili.
La mancanza di un lavoro stabile e la ricerca di esso a chissà quante miglia di distanza non permette la serena crescita dell’individuo e del suo partner scatenando divorzi all’ordine del giorno e prole senza punti di riferimento.
Privazione della libertà
Con l’11 settembre 2001 il mondo cambia drasticamente, l’America, la terra della libertà (o almeno cosi ci dicevano) si trasforma nel grande fratello Orwelliano in nome di terroristi afghani capaci di manovre impossibili (per un aereo civile) nei cieli più protetti del pianeta senza che nessun aereo della difesa aerea fermasse gli stessi.
Da quel momento in poi tutto diviene possibile, la massa planetaria chiede protezione perchè ha paura dei “nemici della libertà” che si nascondono tra montagne sperdute.
Siamo spiati 24 ore su 24.
Privazione del logico pensiero e della sua espressione
Tramite i media (nel 96% dei casi riconducibili ad un solo cartello mondiale) la massa è incapace di ragionare con la propria testa. Un caso fra tutti è l’indottrinamento mediatico circa la lotta alla “crisi” (io la chiamo recessione sistemica programmata globale) dove coloro i quali hanno generato bolle speculative si sono incoronati statisti proponendosi come soluzione…
La gente vede in loro i salvatori dello stato nonostante sia più che chiaro, sono loro ad averci resi incapaci di produrre ricchezza (in primis la moneta) e quindi incapaci di adempiere ai famosi “debiti sovrani”
UN TEMPO NON ERA FORSE IL POPOLO SOVRANO (ART 1 Costituzione)?
Spadaccinonero

















