Archive for diritti
La questione del razzismo è diventato di estrema attualità in questi ultimi periodi. Dalla questione della cittadinanza ai nati in italia da cittadini stranieri alla questione dei campi rom. Questo confronto, scontro sui media, ha portato alcuni cittadini aderenti al moVimento 5 stelle a formulare un documento da inserire nel programma politico. Il sottoscritto, condividendolo in toto, lo ha sottoscritto e qui ve lo riporto.
Noi cittadini elettori, attivi ed eletti del Movimento 5 stelle siamo contro ad ogni forma di discriminazione razziale, religiosa o sessuale e sosteniamo le convenzioni internazionali a tutela dei diritti umani ed in particolare la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), la Convenzione di Ginevra sui rifugiati (1951) ed il Protocollo del 1967, la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (1965), il Trattato internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966), la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (1976), la Convenzione contro la tortura ed altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti (1984), la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo (1986), la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (1979), la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989), la Convenzione internazionale per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei loro familiari (1990).
In riferimento ai cittadini nomadi, ci riconosciamo nella Risoluzione del Parlamento europeo n. 2010/2276-INI del 9 marzo 2011 sulla strategia dell’UE per l’inclusione dei Rom, ed in particolare riteniamo che gli sgomberi coatti degli insediamenti abitativi che non prevedano soluzioni alternative non siano accettabili.
Condanniamo quindi ogni posizione presa a nome del Movimento 5 stelle in contrasto con le suddette convenzioni internazionali e chiediamo che nel programma nazionale del Movimento 5 stelle venga fatta esplicita menzione di esse.
Link alla proposta sul portale del movimento http://www.beppegrillo.it/listeciviche/forum/2012/02/noi-cittadini-del-movimento-5-stelle-siamo-contro-il-razzismo.html
Ti potrebbero interessare anche:
Due grandi rappresentazioni di un futuro scenario distopico furono “1984” di George Orwell e “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley. Il dibattito, tra coloro che supponevano si stesse andando incontro al totalitarismo corporativo, si incentrava su chi dei due avesse ragione. Saremmo stati, come scriveva Orwell, dominati da repressivi apparati di stato per la sorveglianza e la sicurezza che ricorrevano a forme di controllo dure e violente? Oppure, come immaginava Huxley, ipnotizzati da divertimenti e spettacoli, ammaliati dalla tecnologia e sedotti da consumi sregolati per raggiungere la nostra stessa oppressione? Alla fine sia Orwell, sia Huxley avevano ragione. Huxley aveva previsto il primo stadio della nostra riduzione in schiavitù, Orwell il secondo.
Siamo stati gradualmente espropriati dei nostri diritti da uno stato corporativo che, come previsto da Huxley, ci ha sedotti e manipolati attraverso gratificazione dei sensi, prodotti di massa a buon prezzo, credito sconfinato, teatro della politica e divertimento. Mentre ci distraevamo con intrattenimenti, le regole che prima tenevano sotto controllo il potere predatorio delle corporazioni sono state annientate, le leggi che prima ci tutelavano sono state riscritte e ci siamo ritrovati impoveriti.
Ora che il credito si sta prosciugando, i buoni posti di lavoro per la classe operaia sono finiti per sempre e non ci possiamo più permettere i prodotti di massa, ci ritroviamo trasportati da “Il nuovo mondo” a “1984”. Lo stato, menomato da forti deficit, da una guerra senza fine e dagli atti illeciti delle corporazioni, sta scivolando verso la bancarotta. E’ tempo che il Grande Fratello sorpassi l’universo di Huxley. Stiamo passando da una società in cui veniamo astutamente manipolati da legami ed illusioni ad una in cui siamo apertamente controllati.
Orwell ci metteva in guardia rispetto ad un mondo in cui i libri vengono banditi, mentre Huxley uno in cui nessuno legge libri. Orwell descriveva uno stato di guerra e paura permanenti, Huxley una cultura deviata dal piacere insulso. Orwell dipingeva uno stato in cui conversazioni e pensieri vengono monitorati e il dissenso viene brutalmente punito; Huxley uno stato in cui la popolazione concentrata su banalità e gossip, non si preoccupa più di informarsi e di conoscere la verità. Orwell ci vedeva terrorizzati fino alla sottomissione, Huxley sedotti fino alla sottomissione. Ma la visione di Huxley, stiamo scoprendo, non era che il preludio a quella di Orwell. Huxley aveva capito il processo attraverso il quale noi stessi saremmo stati complici della nostra riduzione in schiavitù. Orwell aveva compreso la schiavitù. Ora che il colpo delle corporazioni è fatto, restiamo nudi ed indifesi. Stiamo iniziando a capire, come aveva intuito Karl Marx, che il capitalismo selvaggio e senza regole è una forza brutale e rivoluzionaria che sfrutta gli esseri umani e le risorse naturali fino all’esaurimento o al collasso.
La facciata si sta sgretolando. Sempre più persone si rendono conto di essere state usate e derubate, stiamo scivolando da “Il mondo nuovo” di Huxley al “1984” di Orwell. L’opinione pubblica, ad un certo punto, si troverà a fronteggiare realtà molto spiacevoli. I lavori ben pagati non torneranno. I grandi deficit nella storia dell’uomo significano che siamo intrappolati in un sistema di lavoro forzato a risarcimento di un debito che lo stato corporativo utilizzerà per sradicare le vestigia della tutela sociale per i cittadini, compresa l’assistenza sociale. Lo stato è passato dalla democrazia capitalistica al neofeudalesimo. E quando queste verità diventeranno palesi, la rabbia sostituirà l’allegro conformismo imposto dallo stato corporativo.
Il nodo scorsoio si sta stringendo. L’era del divertimento sta per essere sostituita da quella della repressione. Decine di milioni di cittadini hanno avuto mail e telefoni controllati dal governo. Siamo i cittadini più monitorati e spiati della storia. Molti di noi vengono ripresi nella loro routine quotidiana da dozzine di telecamere di sicurezza. Le nostre inclinazioni e abitudini vengono registrate su Internet. I nostri profili vengono generati in modalità elettronica. I nostri corpi vengono perquisiti in aeroporto e filmati da scanner. Annunci nei locali pubblici, carte di circolazione, cartelli alle fermate dei mezzi pubblici ci invitano continuamente a denunciare attività sospette. Il nemico è ovunque.
Chi non si conforma con i dettami della guerra al terrore, una guerra che, come notava Orwell, è infinita, viene brutalmente messo a tacere. Il terrore, anche per coloro che non ne sono minimamente coinvolti, diventa il corpo contundente con cui il Grande Fratello ci protegge da noi stessi.
“Inizi a vedere, ora, quale mondo stiamo realizzando?” scriveva Orwell. “E’ esattamente l’opposto della stupida edonistica Utopia che immaginavano i vecchi riformatori. Un mondo di paura, slealtà e tortura, in cui si calpesta e si viene calpestati, un mondo che, nel ridefinirsi, non diminuisce, bensì accresce la propria spietatezza.”
Ti potrebbero interessare anche:
L’usuraio al timone dell’Italia deve considerarsi particolarmente telegenico, a giudicare dalla quantità di comparsate sul piccolo schermo delle quali si rende regolarmente protagonista. Comparsate che se in Italia esistessero ancora un governo ed un’opposizione (sia pur di facciata) avrebbero provocato un profluvio di polemiche, laddove invece le lezioni in TV del professor Monti vengono accolte con acquiescente bonomia.
Nel corso dell’ultimo show televisivo, in quel di Matrix su Canale 5, il banchiere filosofo ha pensato bene d’iniziare a preparare la strada per lo smantellamento del mondo del lavoro (o meglio di quello che ne resta) prossimo venturo, scagliandosi in una filippica contro il posto fisso, come già avevano fatto in molti (con qualche eccezione) prima di lui negli anni passati.
“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfide”. Sono state le parole con le quali ha sintetizzato il concetto che la precarietà dovrebbe essere accettata di buon grado dai giovani (i meno giovani ormai sono caduti in un oblio senza fondo come se a 40 anni l’unica prospettiva praticabile fosse quella del suicidio), in qualità di sfida elettrizzante, dispensatrice di adrenalina e gioia di vivere.
Si potrebbe filosofeggiare a lungo sul concetto di monotonia, dal momento che la sensazione ha carattere largamente soggettivo, però prendendo per buono lo spunto del professore al servizio dell’usura, non si può evitare di sottolineare come tutte le società che hanno attraversato il corso della storia siano sempre state fondate sui pilastri del posto fisso e della monotonia, così come lo è altrettanto quella neoliberista, di cui egli si manifesta fra i massimi estimatori.
Alla base di una “monotonia” di fondo allignano i bisogni primari dell’essere umano, che suo malgrado possiede una dimensione corporea , che noiosamente lo costringere a mangiare due volte al dì, a trovare un riparo dove proteggersi dalle intemperie, a ricoprirsi di “stracci” per non morire congelato e via discorrendo.
Se nelle società primordiali, basate sull’autoproduzione, la caccia, la pesca e l’agricoltura su scala estremamente ridotta, la “monotonia” imposta dal rincorrersi delle stagioni e dalle leggi della fisica poteva essere talvolta stemperata da un certo grado di autonomia del singolo nell’ambito della comunità, progredendo, l’esistenza dell’essere umano si è fatta man mano più monotona e noiosa, sempre all’insegna della necessità di sopravvivere e rispondere ai bisogni imposti dalla materialità del corpo.
ln completa monotonia il contadino si spaccava la schiena per coltivare la terra prima del nonno e poi del padre, il maniscalco a ferrare i cavalli come imparato dal genitore, e così il fabbro, il commerciante, il tessitore e via discorrendo. E la situazione peggiorò ulteriormente con la rivoluzione industriale, quando larga parte dei lavoratori persero qualsiasi forma di autonomia, trasformandosi in automi al servizio di una fabbrica, dove noiosamente compiere meccanicamente gesti ripetitivi per 12 ore di fila.
Oggi il “progresso” ha mutato radicalmente il nostro modo di vivere e trascorriamo i nostri giorni sommersi da una quantità inusitata di nuovi bisogni fittizi, ma i bisogni di base sono sempre lì, monotoni e noiosi come non mai, tanto quanto quel posto fisso agognato dai più perché indispensabile per soddisfarli.
Continua ad essere estremamente monotona la necessità d’imbastire il desco due volte al dì e quanta noia nel pagare tutti i mesi la rata del mutuo o l’affitto, regolarmente le bollette per l’elettricità e il riscaldamento, la retta dell’asilo, il pieno dal benzinaio, le spese di condominio, l’assicurazione dell’auto e le altre cento monotone incombenze finanziarie che hanno tutte un comune denominatore: la regolarità.
Non esiste dubbio sul fatto che un lavoro regolare comporti un certo grado di monotonia (il lavoro in sé lo è quando compiuto per necessità e non per piacere), ma si da il caso che nella società neoliberista nella quale viviamo il lavoro regolare rappresenti la prerogativa imprescindibile per la sopravvivenza.
Provate a non pagare il mutuo per qualche mese e verrà Equitalia a portarvi via la casa. Provate a non pagare le bollette e congelerete al freddo e al buio. Provate a fare la spesa nel mese in cui non lavorate e il desco somiglierà ad una natura morta. Provate a non pagare l’assicurazione dell’auto e ve la sequestreranno. Provate a chiedere un prestito in banca o alla finanziaria e non vi daranno un euro senza che presentiate prova di quel posto fisso monotono e desueto.
Saremmo in molti ad apprezzare una società più effervescente, in sostituzione di quella fondata sulla monotonia, ma se davvero Monti e le banche da lui rappresentate, da filantropi quali sono, hanno a cuore le sorti progressive dell’umanità ed ambiscono a sradicare l’oppressione costituita dalla noia, inizino a dare il buon esempio.
Basta scadenze regolari alle quali dovere far fronte, basta garanzie per ottenere credito, basta gabelle, ticket e prelievi forzosi di ogni genere.
Paghi quando puoi e se non puoi pagherai il prossimo mese o quello dopo, ecco le parole necessarie per spezzare la monotonia del posto fisso. Tutto il resto è solo una monotona lagna, esperita da un noioso banchiere, che usa impropriamente la TV per diffondere il verbo dei suoi padroni.
Marco Cedolin
Ti potrebbero interessare anche:
Affrontare la questione immigrazione e cittadinanza senza incorrere nel rischio di sottoporsi ad accuse di razzismo o buonismo è, nel nostro paese, un impresa ardua ed ha sicuramente sbagliato Grillo ad esprimersi sull’argomento con una dichiarazione di poche righe, tra l’altro poco chiare, sfruttata poi per dare il via ad una scontata quanto sterile polemica col solo intento di danneggiare l’immagine di un moVimento che anche i più pessimisti adesso sanno essere un temibile competitor elettorale. La tematica, mai affrontata con serenità e sopratutto con serietà e ragionevolezza è stata, invece, sempre sfruttata a fini elettorali per impegnare la gente in questo eterno quanto finto scontro tra destra e sinistra. Lo scontro al posto del confronto è sempre molto utile a partiti e politici di mestiere per poter mantenere il controllo del potere, è così su questo tema ed è cosi su molte altre questioni mai affrontate e quindi mai risolte.
Facilissimo mantenere lo scontro tra chi vorrebbe il libero ingresso e la libera circolazione di tutti i cittadini del mondo e chi invece li vorrebbe buttare tutti a mare. Il non aver affrontato la problematica senza dogmi ma con ragionevolezza e lungimiranza ha creato una serie di situazioni di difficile convivenza e sopportazione che alimentano ancora di più lo scontro tra le varie fazioni. Sono, infatti, figlie di questo clima e del volerlo mantenere le diverse abberrazioni che possiamo riscontrare in Italia. Da quei veri e propri Lager definiti dalla legge Centri di Identificazione ed Espulsione introdotti dalla Turco-Napolitano (si, proprio quello che adesso lancia moniti) approvata dal governo Prodi di cui facevano parte tutti quelli che in questi giorni hanno criticato e urlato la loro indignazione di fronte alle dichiarazioni di Grillo, ivi compreso quel Paolo Ferrero allora ministro per passare al reato di clandestinità introdotto invece dalla Bossi-Fini (si, quei due che adesso fanno finta di essere uno contro l’altro).
Questo clima e la volontà di mantenerlo mi pare stia ancora una volta facendo partorire una norma che, pur partendo da sani e condivisibili principi, rischia di creare più problemi di quanti ne voglia risolvere. Mi riferisco naturalmente alla legge di iniziativa popolare denominalta L’Italia sono anch’io che poi iniziativa popolare non è visto che promossa da forze politiche che siedono (comodamente) in Parlamento, PD in primis. Questa proposta prevede la concessione automatica della cittadinanza a coloro che nascono nel territorio italiano, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori. Principio di per sè nobile e condivisibile, ma che senso ha garantire dei diritti ai nascituri senza riconoscerne alcuno ai relativi genitori, perchè qui casca l’asino e la proposta evidenzia una falla che rischia di far affondare la nave. I genitori di queti nuovi cittadini rimarrebbero ospiti, un ospitalità dipendente dal possedere un lavoro, e che succede se perdono il lavoro, cosa non da escludere soprattutto con questi venti di crisi? La proposta non prende per niente in esame questo aspetto e allora rimarrebbe in vigore la norma attuale e se un extracomunitario perde il lavoro l’unica cosa che dovrebbe fare è lasciare il nostro paese. Non ha diritto a cercarsi un altro impiego, deve far ritorno nel proprio paese o in alternativa entrare in clandestinità col rischio di finire in uno di quei Lager di cui parlavo prima. E poi, la proposta si rivolge solo a chi nasce nel nostro paese, mentre nulla dice per chi arriva qui, e sono tanti, ancora bambino. Che vogliamo fare figli e figliastri?
Sui diritti politici poi siamo al solito assurdo. O si danno o non si danno. Che senso ha dare solo il diritto al voto amministrativo? Se riconosciamo un individuo, in tutto e per tutto, facente parte della nostra comunità abbiamo il dovere di riconoscergli tutti i diritti politici quindi sia il diritto al voto in tutte le consultazioni elettorali sia il diritto alla candidatura. Vie di mezzo servono solo a creare differenze sociali che di certo non favoriscono l’integrazione e la convivenza ma sono, invece, molto utili a mantenere quel clima di scontro tanto utile alle forze politiche.
Questa è la mia opinione sulla proposta di legge in questione e i motivi per cui non ho partecipato alla relativa campagna. Diversamente ne avrei già parlato da tempo e qualcuno mi avrebbe visto per le strade a raccogliere le firme. Mi rimane quindi da rivolgere una domanda a quei rappresentanti politici ostunesi che in questi giorni non hanno perso occasione per criticare e, soprattutto condannare, le dichiarazioni di Grillo: se, come pare, sostenete quella proposta perchè non l’avete sostenuta raccogliendo le firme come avete fatto in altre occasioni? Sputare è facile essere coerenti un po’ meno.
Ti potrebbero interessare anche:
San Precario scrive una lettera aperta alla Fornero. Il protettore delle partite Iva e dei collaboratori a progetto ha deciso di inviare una missiva natalizia al ministro del Welfare per chiedere il reddito di cittadinanza. “Per sostenere la libertà di scelta sulle nostre vite”.
Spett. ministro del Welfare Elsa Fornero,
Siamo precarie e precari. Nel lavoro. Nel reddito. Nel welfare. Nei diritti. Negli affetti. Nelle tutele. Nell’accesso ai saperi ed ai consumi. Nell’esercizio della cittadinanza. Nei sogni, nel tempo. Siamo precari e precarie e non lo abbiamo scelto. Siamo i milioni di collaboratrici e collaboratori a progetto, partite iva, interinali, stagiste e stagisti, lavoratrici e lavoratori in affitto. Siamo il motore di un’economia in crisi e al contempo i primi soggetti sacrificabili.
Ci può incontrare ovunque: nei call center, nelle agenzie strumentali dei vostri Ministeri, nelle università, nei centri di ricerca, nelle scuole, nei supermercati, nei giornali e nell’editoria, nelle corsie degli ospedali e nelle caserme dei vigili del fuoco. Non esistono luoghi in cui non siamo presenti, perché siamo il frutto delle politiche “per lo sviluppo e l’innovazione” e delle “riforme” del mercato del lavoro realizzate negli ultimi quindici anni da chi ci ha governato e ci governa.
Siamo donne alle prese con una parità di genere tutta apparente, senza tutele, a partire dalla maternità; siamo migranti che sotto il ricatto del permesso di soggiorno legato al contratto di lavoro contribuiamo al benessere di questo paese, pagando pensioni che non avremo mai, partecipando a un sistema che non ci vuole cittadini, mentre un’aria pesante e razzista arma le mani più brutali. Siamo giovani e meno giovani, intere generazioni precarie costrette a vivere un presente dilatato che non permette di progettare il futuro: giovanissimi diplomati e laureati in un sistema di istruzione e formazione martoriato, vissuti all’ombra della retorica della meritocrazia ma senza un lavoro degno di questo nome; ultra 40enni, iperqualificati e supertitolati, spesso madri e padri di famiglia, costretti a cercare altrove il nostro destino; gli over 50, i reietti, quelli che il mercato del lavoro una volta espulsi considera “vuoti a perdere”. I nostri figli nascono già precari: per via del debito, del futuro oscuro e di un globo che non sa se sopravvivrà ai prossimi anni.La crisi ha fatto esplodere la precarietà, rendendo incerto il presente anche dei cosiddetti lavoratori “garantiti”. Noi che eravamo le giovani e i giovani in difficoltà abbiamo visto i nostri padri e le nostre madri diventare precari come noi, rischiare di essere licenziati a più di 50 anni e di vedere le loro pensioni sempre più lontane e sempre più misere.
E se una crisi iniziata 4 anni fa e negata nel corso degli ultimi 2 anni è stato il frutto avvelenato del governo Berlusconi e dei suoi ministri “nani e ballerine”, questo governo è certamente più serio e preparato. Lo è talmente tanto che riuscirà ad imporre per l’ennesima volta ricette fondate sul presupposto che il mercato (anzitutto finanziario) è sovrano e le nostre vite al suo servizio.
E noi, precari e precarie, continuiamo ad avere contratti di ogni tipo, con l’unica garanzia di uno sfruttamento costante e un debito, condiviso con tutti i cittadini e le cittadine del nostro paese. Un debito chiaramente non nostro, che ci chiedono di pagare per soddisfare gli appetiti insaziabili di una divinità onnipotente e dagli umori incostanti: il mercato, appunto, che sembra placarsi solo con sacrifici umani. Per noi non sono previste che briciole di uno stato sociale sempre più ridotto all’osso. Altro che workfare: WorkFear, un welfare fatto solo di paura messa al lavoro! Il Governo Monti, il Suo Governo, si è dato come prossimo impegno quello di convocare un tavolo “con le parti sociali al fine di riordinare il sistema degli ammortizzatori sociali e degli istituti di sostegno al reddito e della formazione continua”.
Cara ministro, Lei sa benissimo che oggi i cosiddetti lavoratori parasubordinati, coloro che sono iscritti alla gestione separata, tengono in attivo i conti dell’Inps. Secondo le previsioni, l’ammontare medio di una pensione a gestione separata è di 1570 euro l’anno, 130 euro al mese. Come sa bene anche che i collaboratori a progetto non usufruiscono di alcun ammortizzatore sociale, se non nella ridicola formula dell’una tantum sperimentata dal precedente Governo. Con il passaggio generalizzato al sistema contributivo noi, intere generazioni di “intermittenti”, non avremo mai una vecchiaia sostenuta da un reddito minimamente degno. Dopo aver fatto i conti quotidianamente con la giungla della precarietà, passeremo la seconda parte della nostra vita a fare i conti con i deserti della povertà. La riconfigurazione dell’attuale sistema degli ammortizzatori sociali, iniquo ed arretrato, passando per la riforma del sistema previdenziale, creerà inoltre un inevitabile conflitto generazionale.
Non vogliamo tutele contrapposte a quelle di altri, vogliamo rispetto, solidarietà e libertà comune. Il reddito che voi immaginate minimo e per sostenere la libertà di licenziarci, noi lo vogliamo di base, universale e incondizionato, lavoro o non lavoro, per sostenere la libertà di scelta sulle nostre vite. Ci siamo interrogati a lungo sul significato delle Sue lacrime, cara Ministro. Ma la sola cosa che sappiamo, al momento, è quel che fa la differenza: ci sono lacrime, pietistiche e paternalistiche, compatibili col sacrificio dei nostri diritti e dei nostri sogni; e ce ne sono altre scomode, di rabbia, furore e gioia, che non hanno cittadinanza.
Noi precarie e precari, che distribuiamo quotidianamente ricchezza sociale a un paese che la utilizza non certo per il nostro benessere, il nostro futuro e la nostra felicità, noi “l’Italia peggiore” oggi riprendiamo la parola sul lavoro, sul reddito, sugli ammortizzatori sociali, sul sistema pensionistico, sulla maternità/paternità, sul welfare, sul modello di sviluppo, sulla vita.
Ti potrebbero interessare anche:
Se si vuole avere una chiara idea di quale siano le intenzioni della casta pugliese nei confronti dei loro privilegi è sufficiente osservare come il presidente del consiglio regionale Introna e il suo ufficio di presidenza, dipinti dai media come quelli più determinati e battaglieri in questo ambito, stanno agendo nei confronti della legge regionale di iniziativa popolare “Zero Privilegi Puglia” depositata presso gli uffici regionali da un gruppo di iscritti al moVimento 5 stelle il 7 Novembre scorso e per la quale ancora siamo in attesa di poter iniziare la relativa raccolta firme proprio perchè gli Introna(ti) & Co sopracitati non hanno, a mio avviso in modo del tutto illegittimo, ottemperato ai loro doveri istituzionali.
Infatti, secondo quanto disposto dalla legge regionale sulla partecipazione (LR 9/1973) l’ufficio di presidenza avrebbe dovuto deliberare sulla proposta entro 15 giorni dal suo deposito. Ciò non solo non è avvenuto, ma in data 30 Novembre, ben oltre i termini imposti, pur avendo già avuto dal competente ufficio un parere positivo di ammissibilità si sono inventati la necessità di un ulteriore parere, quello di proponibilità. E per quale strano motivo una proposta ammissibile non dovrebbe essere proponibile? Semplicemente nessuno, se è ammissibile va da sè che è facolta di chi ne ha diritto, nella fattispecie il comitato promotore, di proporla. L’unico obbligo da parte dell’uffcio di presidenza, cosa ben specificata nella legge sulla partecipazione, è quella di verificarne l’ammissibilità, null’altro.
L’ufficio di presidenza sta quindi farneticando col chiaro intento di prendere tempo nel disperato tentativo adottare dei provvedimenti che neutralizzino questa, per loro infausta, proposta. Il dimezzamento degli stipendi, l’abilizione degli assegni di fine mandato e dei vitalizi nonché le altre misure su assenze e rimborsi previsti di “Zero Privilegi Puglia” sono dei veri tagli non quelle quattro panzanate sulla diminuzione del numero dei consiglieri e il passaggio al sistema contributivo che quei quattro politici da strapazzo vanno raccontando ai media. Sanno bene che una volta avviati i banchetti per le strade il rischio di essere travolti da uno tsunami di firme è altissimo e a quel punto diventerebbe difficile prendere delle adeguate contromisure.
Torovatisi quindi di fronte a quel testo invece di adempiere ai loro doveri, come prevede la legge, hanno pensato bene di prendere tempo. E sono sicuro che la situazione non si modificherà a breve. Sempre secondo la legge sulla partecipazione la delibera dell’uffcio di presidenza sulle proposte di legge di iniziativa popolare devono essere adottate all’unanimità, unanimità che, ne sono certo, verrà a mancare il 14 Dicembre quando dovranno deliberare, con tanto di parere di proponibilità positivo, su Zero Privilegi Puglia. In tal caso la norma prevede che debba esprimersi il consiglio regionale nella prima seduta che, visto anche il periodo di feste, non sappiamo quando avverrà.
Nel frattempo i diritti di partecipazione alla vita politica dei cittadini pugliesi sanciti tanto nello statuto regionale quanto nella carta Costituzionale della Repubblica coi quali sia il presidente del consiglio regionale Introna sia il presidente della regione Vendola si sciacquano continuamente la bocca in televisione e sui giornali possono pure riposare in pace col beneplacito della casta pugliese.
Ti potrebbero interessare anche:
Prima di tutto una domanda a cui ancora non so dare una risposta: per quale cazzo di motivo hanno nominato mario Monti senatore a vita? E non ve ne venite con la storia, sentita in questi giorni, che era indispensabile per nominarlo poi capo del governo, perchè non c’è scritto da nessuna parte che il presidente del consiglio debba per forza essere un parlamentare. Per citarne uno solo ricordo Ciampi divenuto presidente del consiglio senza essere ne deputato ne senatore. Senatore a vita lo è diventato solo dopo aver ricoperto anche la carica di presidente della repubblica.
E allora perchè questa scelta? Come dicevo non ho al momento una risposta, ma so che da oggi avremo un politico in più da smafare per tutta la vita, anche quando il suo, spero breve, incarico governativo terminerà. Questa nomina e i relativi compensi, per chi si vuole assumere l’onere di rimettere a posto i conti del paese non è proprio un buon inzio e se il buon giorno si vede dal mattino….
E il popolo sovrano, nel mentre di questi giochettti di palazzo, che per anni è stato citato in ogni dichiarazione, da destra a sinistra, che fine ha fatto? La democrazia, i diritti, la costituzione sono in contrasto con la voracità dei mercati finanziari, delle lobby, dei prenditori, del profitto infinito. La politica d’altronde si basa sul consenso elettorale, sul voto e non può permettersi di affondare più di tanto il coltello, così le banche che sino a ieri hanno manovrato nell’ombra, da dietro le quinte adesso passano in prima linea, prendono le redini direttamente nelle loro mani.
In Italia come in Grecia, dove è salito al governo l’ex vicepresidente della BCE, le banche assumono direttamente il controllo del paese e adotteranno senza mezzi termini, le misure che da tempo hanno richiesto. I partiti garantiranno loro l’appoggio necessario (senza nessuno può governare neanche le banche) senza però assumersi la responsabilità dei provvedimenti che verranno adottati. Lascieranno che Monti faccia il lavoro sporco per poi presentarsi come delle belle verginelle alle prossime elezioni.
L’unico modo per fermare il massacro sociale che ci si prospetta di fronte è che ognuno di noi ci metta del proprio, si impegni in prima persona. La partecipazione non è più uno slogan, un diritto, una opzione. Adesso diventa una necessità, un obbligo. Chi volterà per l’ennesima volta lo sguardo dall’altra parte deve essere ritenuto colpevole tanto quanto i politici, i banchieri e affaristi vari. E’ arrivato il momento di decidere da che parte stare, non c’è spazio per gli ignavi, per gli indifferenti, per il “tanto in questo paese non cambia nulla”. E’ finito il tempo delle verginelle.
Ti potrebbero interessare anche:
Ogni qualvolta si sente parlare di sviluppo e crescita ecco riapparire in tutta la sua violenza il termine licenziamenti. Ciò ha una sola spiegazione: la loro necessità di sviluppo e crescita non è indirizzata alla popolazione, alla società, alla collettività, ma bensì ai profitti dei grandi gruppi capitalistici che non solo devono essere soddisfacenti alle loro esigenze e desideri, ma devono incrementare di anno in anno in una crescita infinita che è la vera malattia di questo sistema economico ormai arrivato al suo fallimento e definitivo declino.
Non mi spego però perchè arrivati a questo punto non si scoprono le carte e la si smetta di prendere per il culo milioni di persone. Si dica una volta per tutte quali siano i reali obbiettivi e si facciano immediatamente tutte quelle riforme necessarie al loro raggiungimento. Un colpo secco alla fronte ed una morte immediata è sicuramente meglio e forse più umano di una lenta tortura ed una morte agonica. Libertà di licenziare? E sia, levate qualsiasi vincolo, qualsiasi limitazione e lasciate che nel privato come nel pubblico ci sia assoluta libertà di licenziare. Al di là della crisi e di contingenze varie che costringono ad ore di lavoro alla ricerca di giustificazioni e alla predisposizione della richiesta documentazione. Massima libertà, si arriva al lavoro e qualcuno ti sussurra nell’orecchio che sei fuori e tu mesto mesto, zitto zitto te na vai, magari ringraziando per quanto sino a quel momento ti è stato concesso. Non è più semplice così?
E perchè fermarsi ai licenziamenti. Perchè non occuparsi anche delle ferie? A che servono, bisogna lavorare, bisogna produrre, bisogna creare profitti, non c’è tempo per le ferie, per le assenze dal lavoro. E poi neanche i lavoratori le vogliono, sono felici di poter fornire quotidianamente il loro contributo e ringraziare con devozione chi gli concede quel che basta per un tozzo di pane. Via le ferie, sono un lusso che non ci possiamo più permettere. Diventino un ricordo del passato, di quando vivevamo al di sopra delle nostre possibilità.
E dei permessi vari che ne facciamo? No dico quelli per assistere i figli, gli anziani, i disabili. Li vogliamo mantenere? Ma che scherziamo? Via, via anche quelli, non c’è tempo per queste cose, lo sviluppo non si può fermare. E poi con tutti i licenziamenti non volete trovare qualcuno che per quattro lire non sia disponibile a sostituirvi, se poi il licenziato è pure un parente o un amico stati tranzquilli che uno sconticino non ve lo leva nessuno. In questa prospettiva, naturalmente, anche le assenze per malattia non hanno motivo di esistere. Via anche quelle. Tutti al lavoro, stringere i denti e camminare; unica eccezzione chi è, per un qualche motivo, in stato di coma. Per loro c’è il licenziamento.
Ah lo stipendio, è vero quasi scordavo. Beh un minimo si dovrà pure darlo, no? Se no come si fa a convincerli che questi sacrifici servono a qualcosa. Lasciare l’assoluta libertà al datore di lavoro di deciderlo potrebbe essere un ottima idea. In fondo vi da da lavorare, vi tiene impegnati e questo già dimostra la sua immensa bontà e buonafede. Quindi chi meglio di lui saprà scegliere lo stipendio più idoneo alle vostre mansione e necessità.
La pensione, infine. Ma che ci dovete stare a fare a casa? A rincoglionirvi davanti alla tv con Fede e Vespa! Meglio andare a lavorare non trovate? I contributi però bisogna versarli eh! Sia per non farvi rincorrere da quelli di equitalia sia per i poveretti che stanno in cassa integrazione, quella specie di purgatorio dove vengono temporanemante parcheggiati, a spese della collettività, quegli strani oggetti chiamati lavoratori, così da poter garantire che i manager aziendali continuino a percepire compensi 5 mila volte quelli dei propri operai.
Buon licenziamento (pardon volevo dire sviluppo) a tutti.
Ti potrebbero interessare anche:
Partiamo da un punto fermo: i diritti dei lavoratori sono sacrosanti e vanno tutelati, difesi e, per quanto possibile, estesi a tutti. A volte però questi diritti confliggono con gli altrettanto sacrosanti diritti di altre categorie ed è quindi di fondamentale importanza controllare affinché non se ne faccia un uso improprio.
Facciamo un esempio. Io sono un operatore sanitario che lavora nel settore dell’emergenza. Il mio diritto ad assentarmi dal lavoro per partecipare alle assemblee sindacali passa giustamente in secondo piano rispetto al diritto alla salute dei cittadini che potrebbero avere bisogno di urgenti cure mediche. Nella scuola, invece il diritto di assemblea degli insegnanti scavalca il diritto alle lezioni degli studenti. Nell’inevitabile conflitto tra diritti ritengo questa una scelta giusta o quanto meno accettabile. Ritengo però indispensabile che vi sia un sistema in grado di accertare se chi usufruisce di questo diritto in realta partecipa all’assemblea, perchè ad oggi non è così.
L’organizzazione sindacale non rileva le effettive presenze nominative dei partecipanti all’assemblea e la scuola non pretende la presentazione di alcuna documentazione attestante l’effettiva partecipazione alla stessa. Questo lascia spazio a chiunque di fare ciò che si vuole durante le ore di permesso concesse, trasformando di fatto un sacrosanto principio e diritto in un privilegio ingiustificabile che prima o poi qualcuno, visto l’utlizzo che se ne fa, proporrà di eliminare.
Nella mia personale esperienza (da 9 anni le mie figlie frequentano la scuola) ho constatato che annualmente per ben 5 volte c’è una chiusura anticipata della scuola per assemblea sindacale, ma la stragrande maggioranza degli insegnanti tutto fa in quelle ore concesse tranne partecipare all’assemblea e, da quanto apprendo dalla lettera di un insegnante, pare che la cosa sia molto più diffusa di quanto immaginassi.
Sono un insegnante di scuola superiore. Mi permetto di segnalarvi lo spettacolo indecoroso a cui devo assistere ogni volta che a scuola viene accordata l’assemblea sindacale in seguito alla richiesta di una delle varie sigle sindacali esistenti. Queste assemblee vengono organizzate durante l’orario delle lezioni ed ogni insegnante è libero o meno di aderirvi fermo restando il numero massimo di dieci ore in un anno.
E’ evidente che si tratta di un diritto sacrosanto dei lavoratori ma i disagi per l’utenza e per gli stessi lavoratori sono notevoli. Infatti la dirigenza, verificato il numero di adesioni , deve organizzare le sostituzioni sperando in un’adesione in massa degli insegnati per poter chiudere la scuola facendo uscire tutte le classi anticipatamente. I genitori si devono far carico dell’uscita anticipata dei figli e questo non è agevole quando si tratta di studenti delle elementari o della media inferiore. Gli insegnanti che non hanno aderito spesso trovano i loro alunni con una faccia da funerale perché gli altri sono usciti prima e loro no.
Se invece l’insegnante aderisce ha due possibilità. 1) Non va all’assemblea tanto sa che le organizzazioni sindacali, anche per non dover ammettere il loro fallimento, si guardano bene dal raccogliere le presenze. 2) Va all’assemblea . In questo caso può constatare l’assenza di buona parte di quelli che hanno aderito. Inoltre l’assemblea viene solitamente organizzata per lasciare poco spazio agli interventi . In pratica il sindacato ti chiede di aderire alla sua linea di azione che in genere consiste esclusivamente nella proclamazione dello sciopero (con relativa trattenuta dalla busta paga degli scioperanti).
Questo spettacolo va in onda in tutte le scuole di ogni ordine e grado da 1 a 2 volte al mese fino a quando la maggior parte dei colleghi ha esaurito il monte ore a cui ha diritto. Inoltre mi pongo e vi pongo una domanda. In questi anni noi insegnanti siamo stati bastonati, dai vari governi, in tutti i modi possibili ma l’unica cosa che non è mai stata toccata è l’assemblea sindacale in orario di servizio: come mai? A voi la risposta!
Cordiali saluti.
Ti potrebbero interessare anche:
Qual’è la differenza tra due brutti ceffi che vanno da un commerciante o un imprenditore a “chiedere” il famigerato pizzo ed un datore di lavoro che mensilmente si trattiene dai 100 ai 200 euro dallo stipendio di ogni suo dipendente? Nessuno, assolutamente nessuno! Entrambi sono dei farabutti e dei vigliacchi. Entrambi meriterebbero la galera e la confisca di tutti i beni perchè comunque ottenuti tramite i proventi dell’estorsione.
Eppure mentre i primi sono visti dalla società tutta ed in particolare dalle vittime come criminali e le somme loro versate assumono il termine di estorsione, i secondi invece sono generalmente soggetti dell’alta società, accolti nei salotti cittadini come nobili imprenditori che portano benessere e prosperità e le vittime addirittura si sentono in dovere di ringraziarlo perche grazie a lui hanno un posto di lavoro. E’ come se un commerciante ringraziasse i suoi estorsori perchè grazie a loro il suo negozio non prende fuoco.
Siamo all’assurdo eppure è pura normalità, soprattutto nel sud dove la mancanza di lavoro è una pandemia a cui si può sfuggire solo emigrando. E’ pura normalità che neanche se ne parla, nessuno dice niente e nessuno fa nulla. Intanto questi estorsori mascherati da datori di lavoro grazie alle cifre di questo pizzo mensile accumulano ricchezze che possono poi investire in nuove attività siano esse produttive o commerciali che gli consentono così non solo di aumentare il proprio potere economico e di conseguenza il proprio peso politico, ma anche il numero di dipendenti e di conseguenza le somme in nero derivanti da queste estorsioni.
Sono convinto che arrivati a questo punto qualcuno di voi, magari del nord dove queste cose pur essendoci non sono molto diffuse, si sta cominciando a domandare: ma questo di che parla esattamente? Eh, lo so che in molti luoghi ciò è ancora una assurdità, ma da queste parti, come dicevo, è pura normalità! Come funziona? Semplice, quando si pagano gli stipendi il lavoratore si reca nell’apposito ufficio per ritirarlo in contanti e gli viene presentata la regolare busta paga che deve firmare anche a dimostrazione di aver ricevuto quei denari, solo che la somma effettivamente consegnata non corrisponde a quella indicata nella busta paga sottoscritta ma risulta inferiore di una cifra variabile dai 100 ai 200 euro in relazione sia all’ammontare dello stipendio sia a chi ha raccomandato quel lavoratore al momento dell’assunzione. Già, perchè se la raccomandazione è giunta da un politico influente fanno pure lo sconto sul pizzo. I privilegi della casta non si limitano certo ai superstipendi e superpensioni.
Naturalmente non posso qui fare i nomi di coloro che adottano questo sistema, pur sapendone molti non ho le prove se non le confidenze fattemi da diverse vittime che per paura di perdere il lavoro domani negherebbero tutto. Mi assumerei anche il rischio di una querela se ci fosse poi la probabilità di dimostrare l’esistenza di questo sistema, ma so bene che non è così. Non condanno chi non ha il coraggio di parlare, lo capisco bene la coseguenza sarebbe la sicura disoccupazione. Tra l’altro mentre contro il tradizionale pizzo in questi anni sono nati strumenti a tutela di chi denuncia, il pizzo sullo stipendio invece è stato sino ad ora completamente ignorato dai media come dai legislatori.
Cosa si potrebbe fare? Non lo so, penso però che l’obbligo di erogare lo stipendio tramite accredito su conto corrente sarebbe già qualcosa. Un conto è ricevere una somma inferiore al dovuto altro è dover “restituire” del denaro al proprio datore di lavoro, penso che almeno da un punto di vista culturale ci sarebbe un cambiamento e questa operazione sarebbe vista per quello che è: un estorsione, e il lavoratore comincerebbe a sentirsi una vittima piuttosto che uno fortunato. Un’altra cosa che si potrebbe fare è boicottare quelle attività che sappiamo adottare questo sistema. perchè anche se non li possiamo elencare, sappiamo chi sono, lo so io e lo sanno anche molti di voi. Comiciate a non andare più in quegli esercizi commerciali, fregatevene delle offerte, della possiblità di sceltà, della presenza dell’aria condizionata, dei parcheggi e di altre stronzate del genere. Pensate al diritto di chi lavora di percepire per intero la propria paga, pensate alla dignità della persona. Solo in questo caso sarete dignitosi anche voi.


















