Archive for Di Persio
Il 6 aprile del 2009 le immagini della Casa dello Studente, la chiesa delle Anime Sante in piazza Duomo, il crollo del Palazzo del Governo… fanno subito il giro del mondo. Trecentonove vittime.
Messaggini, trasmissioni, canzoni, concerti… parte la gara di solidarietà tipica degli italiani, e non solo, di fronte ai disastri naturali.
Presidente del Consiglio, Capo della Protezione Civile, Presidente del Consiglio, Papa, Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio… la passerella post sisma dove la presenza di Berlusconi sembra una candidatura per vincere un guinness dei primati.
Tendopoli, alberghi al mare o in montagna, amici ospitano le decine di migliaia di sfollati.
Intanto arrivano soldi a pioggia, non dal Governo, loro hanno stanziato per la ricostruzione 800 milioni di euro, ma da altri Stati, da associazioni, singoli individui.
L’Aquila più bella di prima, L’Aquila com’era prima, L’Aquila ricostruita… tendopoli fino a novembre e poi la costruzione di New Town, diciannove nuovi quartieri e così finiscono i soldi pubblici stanziati.
Camorra, ‘ndrangheta, mafia si manifestano in città, vincono gare d’appalto, hanno prestanome.
Le intercettazioni, le proteste, i processi, le difese: nessuno chiede scusa, nessuno si dimette.
Con fatica e qualche raccomandazione si riparano le case con danni leggeri, mentre, a distanza di tre anni, i progetti per la riparazione delle abitazioni classificate E, quindi inagibili, trovano ancora bocciature burocratiche.
Imu per le case inagibili, affitto per le case delle New Town che sono in comodato d’uso finché non si torna nelle proprie, una serie di gatte da pelare, ora per l’attuale sindaco, poi per il futuro.
Un rimpallo di responsabilità fra sindaco, presidente della regione e commissari, il tutto ritarda la famosa ricostruzione ed è un’ottima giustificazione per non far capire che soldi non ce ne sono. Gli esasperati hanno venduto le loro macerie agli stessi enti che avrebbero dovuto occuparsi della ricostruzione.
Un miliardo di euro messo a disposizione dall’Inail bloccato per mancanza di progettualità, ma in realtà significherebbe avere gli occhi puntati addosso di qualcuno che veglia e diventerebbe difficile dirottare soldi al comune che amministra il sindaco Caio o Tizio.
Nuove costruzioni più o meno discutibili come l’auditorium al parco del Castello. La politica ha deciso che ci dev’essere un auditorium, perché non si può fare una figuraccia con la provincia di Trento che lo finanzia e, come si legge dal cartello dei lavori: impresa, ingegnere, geometra.. trentatre trentini e gli aquilani in cassa integrazione o peggio disoccupati.
6 aprile 2012 L’Aquila è ancora una città fantasma!
Samanta Di Persio
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Mentre il Governo dei tecnici è impegnato a discutere la riforma del lavoro, ancor prima che venga varata, l’articolo 1 della Costituzione viene sospeso per l’ennesima volta. Antonio D’Amico è morto nello stabilimento Fiat di Pomigliano il 6 marzo del 2002. E’ stato schiacciato da un muletto guidato dall’ultima ruota del carro dell’ingranaggio: un precario.
Il ragazzo guidava ad un velocità superiore ai 6 km orari, aveva la visuale coperta perchè trasportava due contenitori con lamiere che superavano l’altezza consentita dalla legge di un metro e sessanta. Quando è avvenuto l’incidente sul posto c’era anche Rosario, il figlio di Antonio. Rosario conosce bene i tempi le dinamiche del lavoro: si stava producendo la nuova Punto, bisognava sbrigarsi, altrimenti si chiude e il lavoro viene delocalizzato. Allora se le cose stanno così si chiude un occhio, forse anche due, chi guida il muletto non ha il patentino ed è senza formazione. Il giovane precario durante il processo si è accollato tutta la colpa (come se la responsabilità di non essere formato sia la sua) ed in primo grado è stato condannato a poco più di un anno.
La Fiat ricorre in appello chiedendo l’annullamento del processo, la Fiat non è difesa da un avvocato qualunque, ma dal Presidente dell’ordine degli Avvocati della regione Campania. I familiari di Antonio si appellano a chiunque, perfino al Presidente della Repubblica che li onora con la medaglia al lavoro. Il processo va avanti con altre testimonianze, altro dolore e tanta speranza per chi resta affinchè la verità possa emergere. Sul cammino incontrano un PM comprensivo, giusto o che semplicemente fa il proprio lavoro e chiede che la pena venga raddoppiata. Esattamente dopo dieci anni il processo si conclude e si conclude come ci ha abituato il dittatore degli ultimi diciassette anni. I colpevoli ci sono, ma restano impuniti: IL REATO SI E’ PRESCRITTO!
Samanta Di Persio
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Ve li ricordate i terremotati? Quelli de L’Aquila, la cui vicenda è stata seguita per settimane a reti unficate. Non so se ci avete fatto caso ma sono completamente scomparsi da telegiornali e carta stampata e di conseguenza dai pensieri degli italiani. Lascio questo spazio a Samanta di Persio, autrice di Ju Tarramutu, perchè questo blog come lei non vuole dimenticare.
A noi aquilani sono arrivati una valanga di insulti, siamo stati tacciati di essere dei piagnoni ai quali non andava bene nulla, non eravamo meritevoli delle case che in Irpinia sognano ancora, ci hanno augurato trent’anni di container invece di chiedere trasparenza sul denaro che arrivò per il terremoto del 1980: 63mila miliardi di lire. A L’Aquila è certo che denaro non è arrivato, quel poco se lo sono spartito fra stato, politici, amministratori, imprenditori e perfino la Curia. Il decreto Abruzzo prevedeva una parte di entrate per la ricostruzione tramite giochi, dopo oltre due anni lo stato è debitore per più di un milione di euro e il Presidente del Consiglio, attaverso una società creata ad hoc per giochi on line, deve ai terremotati 14 miliardi di euro. Ma in questo Paese si sa, lo stato fa prima a prendere che a dare, e allora chiede indietro le tasse che erano state sospese nel 2009 e parte del 2010 (fino a luglio). Per gli aquilani niente sconti, devono restituire il 100 per cento, a differenza dei terremotati Umbria e Marche che hanno restituito il 40 per cento dopo 10 anni. Tredici, delle centoventi rate, lo Stato le vuole subito, entro dicembre 2011.
La provincia de L’Aquila non è esente dalla crisi economica che caratterizza l’intera nazione, ma a questo si aggiunge il terremoto. In realtà tutti ci aspettavamo qualcosa di diverso, dove c’è distruzione bisogna ricostruire, quindi c’è lavoro. Ma nessuno aveva fatto i conti con il Governo, nonostante i personaggi avevano un curriculum di 15 anni di esperienze i politici locali si sono calate le braghe. Però la dittatura non dev’essere dichiarata per viverla, bastava osservare quello che è accaduto e accade. Quando le decisioni arrivano dall’alto, senza rispettare il principio democratico di poter scegliere, dovrebbe essere tutto chiaro. Il progetto C.A.S.E. ce lo cuciono addosso. Sindaco e Bertolaso decidono quali terreni espropriare, stando attenti a non sottrarre proprietà a Chiesa e baronie, ed ecco qua che il risultato sono nuove costruzioni ciò che desiderava la coppia Berlusconi/Bertolaso. I primi favori sono stati restituiti ai fedelissimi: la cricca delle intercettazioni si aggiudica appalti milionari. I secondi favori sono stati restitui con appalti alla criminalità organizzata: mafia, camorra e ‘ndrangheta. Mentre il miracolo della ricostruzione fa il giro del mondo tramite i mezzi d’informazione di proprietà o controllati dal Presidente del Consiglio L’Aquila è ancora zona off limits presidiata dall’esercito. La ricostruzione delle case di proprietà una chimera.
Agli aquilani non resta che chiudere bottega oppure elemosinare un subappalto del subappalto. Ironia della sorte, nella provincia dell’Aquila il tasso di disoccupazione, di lavoratori in cassa integrazione e mobilità è il più alto d’Italia. Non a caso qualcuno rideva alle 3.32 e qualcuno moriva, qualcuno pensava alle tasche gonfie e qualcuno perdeva la casa, qualcuno viene indagato, messo velocemente ai domiciliari e infine prosciolto e qualcuno aspetta una lenta giustizia. Morale della favola Berlusconi ha preso tutto ciò che poteva prendere, senza dare nulla, nemmeno l’elemosina, perchè ben presto i teremotati dovranno restituire anche il soldi del progetto C.A.S.E., senza distinzione fra chi era in affitto e chi aveva una casa di proprietà e pagava un mutuo. E li chiamavano aiuti….
Samanta Di Persio
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Ho conosciuto Samanta Di Persio qualche anno fa quando la invitati ad Ostuni a presentare il suo primo libro “Morti Bianche” disponibile presso la biblioteca comunale per gentile omaggio dell’autrice (video). L’ho poi rincontrata altre volte sia a L’Aquila, pochi mesi dopo il terribile sisma , sia nuovamente ad Ostuni dove venne a presentare il suo secondo libro “Ju Tarramutu”. Una persona eccezionale, un’autrice come poche, capace di dare voce e vita a chi è stato risucchiato in questi drammi. I suoi libri, zuppi di testimonianze e sentimenti, ti avvolgono al punto che non sia più se quelle esperienze le hai lette o vissute.
La sua nuova opera “La pena di morte Italiana” da voce a chi ha incontrato il poliziotto, il carabiniere o l’agente di custodia sbagliato. Non perdetevelo.
Ottima anche l’iniziativa “perdi il libro” promossa da Ornella Gemini e pubblicizzata dalla stessa autrice ovvero acquistare il libro, leggerlo e poi perderlo in un luogo pubblico in città, con un messaggio: “Non sono stato dimenticato. Prendimi, leggimi e poi perdimi in qualche posto in città. Aiutami a dare voce a ragazzi che non ce l’hanno più.”
A proposito. Ne è stata “smarrita” una copia anche nella villa comunale di Ostuni, chi la trovasse è pregato di leggerla e “smarrirla” nuovamente.
Un libro uscito il 9 febbraio con l’intento di dare voce a chi ha incontrato il poliziotto, il carabiniere o l’agente di custodia sbagliato. Nello sport se un atleta sbaglia viene punito, il calcio ne è l’esempio più lampante, perché per le forze dell’ordine (per non parlare della politica) non avviene? Federico Aldrovandi non si è sbattuto per terra o contro un muro, poliziotti armati di manganello si sono scagliati contro di lui, appena 18 anni, con una furia animale. Il suo corpo livido: viso, genitali, petto. Poliziotti condannati senza essere stati sospesi un solo giorno dal servizio. Nel processo non è emerso qual è stato il ruolo di ognuno. Questa si chiama omertà.
Riccardo Rasman, un ragazzo affetto da schizofrenia in cura presso il centro di igiene mentale di Trieste è stato assalito in casa: imbavagliato, legato con il fil di ferro, picchiato ed ucciso non da malviventi, dalla polizia di Stato. Condannati a 6 mesi senza la sospensione dal servizio.
Stefano Cucchi lo ricordano tutti perché le sue foto sono ben note. Rinviati a giudizio tre agenti di polizia penitenziaria e processo breve per il direttore dell’ufficio detenuti.
Il 14 febbraio, giorno dell’amore, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria si sente offeso dalla prefazione di Beppe Grillo. Mi colpisce il passaggio in cui scrivono: “Non accettiamo che al duro, difficile e delicato lavoro che quotidianamente le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria svolgono con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità vengano associati i terribili vocaboli di violenza, indifferenza, cinismo e omertà.” Nel libro è specificato che non si accusa il sistema penitenziario, ma il sistema omertoso del coprirsi. La maggior parte degli uomini e delle donne sono onesti cittadini che oltre a compiere perfettamente il loro dovere sono genitori. Da genitore per i figli dobbiamo sempre discernere ciò che è bene da ciò che è male e un direttore di un carcere che dichiara: “Il detenuto non si massacra in sezione, il detenuto si massacra sotto” è un male che vanifica l’impegno delle persone oneste.
Nel libro c’è la testimonianza di Ornella Gemini, madre di Niki Aprile Gatti un ragazzo incensurato che per presunta frode informatica viene portato in un carcere di massima sicurezza. Viene arrestato nell’inchiesta Premium, i numeri a pagamento che hanno fatto disperare molti italiani. Niki dichiara da subito di voler collaborare. Per il primo ingresso in carcere esiste una circolare che prevede un trattamento di riguardo, in primis potersi mettere in comunicazione con i familiari. Al ragazzo non è permesso. Muore nel bagno della cella. Un ragazzo alto 1 metro e 80 cm di 92 chili si sarebbe suicidato con un laccio di scarpa in uno spazio che non lo permetteva. Il caso archiviato, deposizione del ragazzo secretata.
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Mercoledì 10 Giugno presso la Sala mostre della biblioteca comunale di Ostuni si terrà un pubblico incontro che avrà come tema il terremoto che il 6 Aprile del 2009 ha colpito il territorio Aquilano e che ha causato numerose vittime.
L’inizo è previsto per le ore 18 con la proiezione di “L’Aquila a pezzi” documentario sul post terremoto realizzato da Action Aid. A seguire Samanta Di Persio presenterà il suo libro “Ju Tarramutu” nel quale il terribile evento è raccontato attraverso le parole di Vigili del Fuoco intervenuti sul luogo, cittadini colpiti dall’evento compresa l’autrice ed esperti che da anni studiano l’attività sismica del territorio.
Un opportunità per fare il punto della situazione anche alla luce delle numerose proteste dei cittadini aquilani e degli sviluppi delle inchieste giudiziarie in corso.
La cittadinanza tutta è invitata ad eccezzione di chi il 6 Aprile 2009 alle 3e32 rideva al telefono.
Dal Libro Ju Tarramutu:
Li chiamano gli angeli. E non potrebbe essere usato un altro termine. Sempre gentili, con il sorriso ed il loro elmetto. Magari hanno lavorato dieci, dodici ore, anche più e sono lì ancora con la forza di scavare fra le macerie per salvare vite, per recuperare corpi. Poi si arrampicano, ti recuperano le tue cose. Non li dimentichi, non puoi! Allora, voglio ricordarli in questo libro con le loro parole. Onore e riconoscenza a Marco Cavagna morto per portare aiuto alle popolazioni colpite dal sisma. Marco Cavagna è morto per portare aiuto e soccorso alle popolazioni Aquilane colpite dal sisma del 6 aprile. Era partito da Bergamo con la sua squadra la mattina del 6 aprile appena saputo della notizia del terremoto nell’Aquilano. Caposquadra dei Vigili del Fuoco di Bergamo dove prestava servizio, appena arrivato a L’Aquila si era dato subito da fare nel cercare persone disperse nelle macerie, poco dopo ha avuto un malore un infarto che non gli ha lasciato scampo. Portato con l’elisoccorso del 118 all’ospedale di Pescara, Marco non ce l’ha fatta. Aveva 49 anni sposato, lascia la moglie e due bambini. A Marco e a tutta la sua famiglia possa giungere l’eterna gratitudine del popolo Aquilano .
Lo scenario che si presenta agli occhi dei vigili del fuoco una volta arrivati sul luogo del terremoto:
Giancarlo. Sono arrivato a L’Aquila nelle prime ore dal sisma.Quella notte sono stato chiamato dal Comandante dell’Aquila. Sapevo benissimo cos’era accaduto. Una volta arrivato sul posto, con la mia squadra siamo stati mandati a Pianola (piccola frazione a 6 chilometri dalla città) per tirare fuori delle persone da una casa che si era spezzata in due. Il piano superiore era adagiato su quello inferiore, le persone non potevano uscire. Dopo siamo stati mandati ad Onna, ma lì la situazione era talmente caotica che ci hanno dirottato in un’altra frazione: San Gregorio. Abbiamo salvato diversi bambini di un orfanotrofio e purtroppo abbiamo tirato fuori anche una suora già morta. Siamo stati lasciati senza acqua e cibo per più di 48 ore. C’erano talmente tante cose da fare che non ci siamo fermati un attimo. Noi sui luoghi del disastro senza mangiare e bere, gli uomini della Protezione civile, che non hanno nessuna competenza nella ricerca di persone, comodamente in tenda con acqua e pasti caldi e i funzionari al ristorante.
Gianni, cinofilo dei pompieri. Vi erano molte persone su un solaio molte delle quali non avevano nessuna competenza, con il risultato di appesantirlo (anche perchè 40 persone a una media di 70 kg a persona fa’ 2800 kg) e quindi correre il rischio di schiacciare chi si trovava sotto. Noi abbiamo molte difficoltà a mantenere il cane, perché tutte le spese sono a nostro carico: alimentazione, cure veterinarie ecc. Non abbiamo alcun aiuto da parte del Ministero, eppure i cani servono a ritrovare i dispersi.
Giuseppe. Da molti anni opero nel soccorso pubblico. Ne ho viste di tutti i colori: dal terremoto in Friuli a quello dell’Irpinia, a quello dell’Umbria e delle Marche, alle alluvioni che hanno colpito mezza Italia. Sono arrivato a L’Aquila centro storico alle 6 del mattino, a meno di 3 ore dal sisma. La prima sensazione che ho avuto: ho visto una città che non esisteva più. Era crollata nella sua parte più bella. Distrutta ed ingannata. Sì, ingannata perché questo terremoto aveva fatto sentire la sua “voce” più di tre mesi fa. Quindi di cose da fare ce ne erano, ma nulla è stato fatto. Le persone che abbiamo estratto dalle macerie ci ringraziavano piangendo e maledicendo tutti coloro che li avevano ingannati. Ci siamo dati da fare subito. Eravamo pieni di polvere, ferite nelle mani e soprattutto nel cuore nel vedere una città ridotta così. Mentre scavavamo con le mani, aiutati da molti cittadini presenti che ci indicavano dove si trovava la camera da letto, il soggiorno, si presentano i “volontari” della Protezione civile con le loro belle divise linde e pinte. La sensazione (poi condivisa con altri colleghi) fu che i “volontari” erano al seguito delle telecamere e non il contrario. Questa cosa ci disgustò molto, ma a noi interessava fare solo il nostro dovere, loro ci tenevano a farsi riprendere. Spero un giorno di tornare in questa meravigliosa città, ritrovare le persone del luogo che hanno scavato fianco a fianco con noi pompieri e di vederla ricostruita anche se non sono molto ottimista, la storia passata del nostro Paese ci insegna.
Luigi. “Cosa si pretende da noi? Dobbiamo forse morire di fatica?”. “Non solo dobbiamo garantire la partenza da tutta Italia per le zone terremotate, fare fronte a mezzo paese in fiamme, ma subire anche le determinazioni del Ministero dell’Interno che, complici alcuni dirigenti carrieristi, manda i lavoratori sotto Consiglio di Disciplina perché non ce la fanno fisicamente a lavorare per 24 ore continuative”. Questa gravissima imposizione non solo arriva dopo un periodo di enorme sforzo per il personale, ma adesso non è in alcun modo giustificabile e deriva solo dalla mancata volontà di rafforzare un organico carente che richiederebbe nuove assunzioni. Emerge un quadro drammatico sul soccorso tecnico urgente in Italia. Negli altri paesi i “volontari” sono tutti “targati” Vigili del fuoco. Ad esempio in Francia sono 120mila, ma sono tutti vestiti, formati, attrezzati dai Vigili con le stesse radio e mezzi. In Italia le risorse economiche per il soccorso si perdono in un mare di rivoli: Misericordie, Pubbliche assistenze, Forestale, Regioni, Comuni, Province. Hanno creato non solo un danno economico grosso perché ci vogliono i soldi per: radio, divise, attrezzature, mezzi, carburante, logistica, con il risultato che si tolgono mezzi importanti di sostegna ai Vigili del fuoco. Ma il dramma è che questi enti, oltre ad essere scollegati fra loro, hanno vertici, linguaggi, apparati radio ed elicotteri diversi. Quando parlano del C.O.M. (centro operativo misto) è un enorme “cazzata”, avete presente quando nella Bibbia i popoli della Palestina ad un certo punto non si capiscono più nel parlare? Così nasce la “Torre di Babele”. In Italia nel soccorso pubblico hanno fatto una cosa uguale. Questa diversità di linguaggio nel comunicare, nell’intervenire con uomini e mezzi diversi, certamente non fa bene al cittadino che deve ricevere il servizio nel miglior modo possibile. Sul posto se ad un volontario di uno di questi otto/nove (non si capisce quanti siano) enti, gli dico di far qualcosa… mi rispondono: “E’ passato il nostro Presidente e ci ha detto di stare qui.” Se tutti invece fossero Vigili del fuoco risponderebbero ad unica struttura, perché io che ne so, se questi “volontari” sanno andare su un incendio o su un vicolo dell’Aquila crollato? Oppure dobbiamo soccorrere anche loro? C’è un circolo vizioso di finanziamenti che la politica dà per un ritorno elettorale. Gli stessi “volontari” prendono soldi sottoforma di diaria giornaliera, altro che volontariato gratis! Sono Ferdinando Mattei – RdB Vigili del Fuoco. Che paese strano il nostro, il terremoto mi ha riconfermato il gran cuore degli italiani anche di quelli che la vorrebbero un po’ più divisa, ma mi ha anche riconfermato che di ogni critica si fa immediatamente polemica. Qualche giorno dopo il sisma comunicai agli organi di stampa che i soccorsi si ’ingolfarono” quasi subito e qualcuno polemizzò che non era il momento di criticare. Io invece so quale “addetto ai lavori” che quelli sono gli unici momenti in cui le parole vengono ascoltate, a bocce ferme sono sempre lettera morta. Che paese strano il nostro con due strutture di protezione civile spesso in antitesi l’una con l’altra, quella ufficiale ed i Vigili del Fuoco (la categoria più amata dagli italiani). La prima che dovrebbe essere coordinata dai secondi come da legge ma che in realtà li vede asserviti ed impegnati nei lavori più “sporchi” e pericolosi. La prima inondata di flussi importanti di denaro pubblico all’occorrere di una calamità, i secondi umiliati a mendicare il carburante e sempre incerti di raggiungere le zone disastrate con mezzi di colonna mobile trentennali tenuti insieme col fil di ferro. La prima con tanta volontà, i secondi con un’esperienza inarrivabile. La prima in albergo quattro stelle i secondi che devono, a sei mesi dal disastro, sopportare ancora turni di sedici ore di lavoro continuo per poi ritornare in tenda e fare le pulizie per poi abbandonarsi spesso stremati. Beninteso non voglio cadere nell’equivoco, il volontariato è sintomo di civiltà, la critica è strutturale e rivolta alla politica che ha creato e sostiene questa situazione. Ma di questi argomenti non si deve parlare, vedasi le puntate di “Anno Zero” e la inevitabile vergognosa polemica volta a fraintendere che le critiche fossero rivolte lo slancio altruistico individuale delle componenti volontarie. Queste due organizzazioni hanno un denominatore comune; l’immagine! La politica se ne approfitta a piè sospinto poi dei pompieri si dimentica e per l’Abruzzo neppure li paga.
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Non molto tempo fa il nostro bene amato Presidente della Repubblica aveva portato alla ribalta del pubblico dibattito il drammatico ed irrisolto problema delle morti e degli infortuni sul lavoro. Oggi quest’argomento è sostanzialmente scomparso forse anche perchè lo stesso Presidente è sempre impegnato a firmare e a giustificare le leggi ad personam del suo caro amico e socio Presidente del Consiglio.
Vale quindi la pena ricordare che da inzio anno più di 200 mila infortuni hanno determinato 205 caduti sul lavoro ed oltre 5000 invalidi. Continiamo pure ad occuparci dei problemi del cavaliere ma nel frattempo leggetevi questa testimonianza presa dalla pagina facebook di “Morti Bianche”, il libro scritto da Samanta Di Persio disponibile, per tutti coloro a cui interessa l’argomento, presso la biblioteca comunale.
Una bambina di sei anni non può mai immaginare che il proprio papà, il proprio eroe, non torni mai più a casa dopo il lavoro. Io stessa non me lo sarei mai immaginato. Il mio papà si chiamava Angelo Castiglia. Era un gran lavoratore. Ha sempre lavorato per mantenere la mia famiglia, siamo quattro figli e i nostri genitori non ci hanno mai fatto mancare niente.
Io, non so neanche perché è successo, della mia infanzia ho pochi ricordi, faccio davvero molta fatica a ricordare. Spesso però, grazie ai racconti, riesco a “vivermi” papà, anche se non è nel modo che vorrei. Papà era buono, da noi si dice un pezzo di pane, lo conoscevano tutti. Ha sempre lavorato fuori, a Udine, in Arabia Saudita e in Germania per quanto ricordo. Stranamente però, qualche mese prima di morire è voluto tornarsene qui nel suo paese Sapri, per stare vicino alla sua famiglia. Era un lunedì mattina quando avvenne la tragedia. Esattamente il 23 Luglio 1996. Come al solito quella mattina andò a lavorare. Mia madre mi ha detto che il cantiere era pessimo, non esisteva una protezione e soprattutto l’impalcatura su cui lavorava non era a norma. Quel giorno non doveva neanche salire su quella maledetta impalcatura, ma per la sua bontà prese il posto di un ragazzo, suo collega, poiché quest’ultimo aveva un po’ esagerato nel fine settimana con il bere e doveva ancora smaltire i postumi. Salita l’impalcatura, un po’ per il peso, un po’ per le condizioni pessime di questa, una delle basi cedette: scaraventando giù papà. Ha fatto un volo di 12 metri, era al quarto piano del palazzo dove stava lavorando. Non è morto sul colpo ma è rimasto lucido sino all’arrivo all’ospedale, è deceduto durante l’operazione.
Aveva solo 44 anni e ha lasciato me, i miei tre fratelli e la mamma. All’epoca dei fatti solo una delle mie sorelle era maggiorenne, degli altri tre minorenni la più piccola ero io, avevo solo sei anni. La ditta da allora è stata sempre assente. Dopo la morte del mio papà ha dato solo la misera paga che spettava mensilmente e per il resto ogni promessa fatta è sfumata, tra cui quella di pagare le spese dei funerali. Da allora c’è una causa in atto con la ditta. Abbiamo vinto la causa penale e la cassazione, nonostante la ditta si sia sempre dichiarata estranea ai fatti e abbia fatto ricadere la colpa su mio padre. Tra alcuni mesi invece ha inizio quella civile. La causa dura da 11 anni e in questi lunghi anni abbiamo assistito alle testimonianze false degli altri operai che hanno dichiarato di non esser presenti al momento dell’incidente. Tutta la mia famiglia chiede solo giustizia!
Crescere senza papà non è stato facile. Mi sono sempre sentita diversa dagli altri, perché io non potevo stringere e chiamare il mio papà. Mi è mancato, anzi mi manca ancora oggi, poter pronunciare quella parolina, che per tutti è banale: papà. Mi è mancato non poterlo tenere vicino nei momenti speciali per una bambina che sta crescendo, Comunione, Cresima, compleanni. Soffro ogni volta che vedo un papà che scherza e gioca con il proprio bambino. Mi manca così tanto che ho continuamente paura di dimenticarlo. Mi fa male non riuscire a ricordare tutti i momenti passati insieme a lui. Ogni volta che sento parlare di morti bianche nel mio cuore mio padre muore nuovamente. Non riesco ad accettare che nel 2009 ancora debbano accadere queste tragedie con il progresso che c’è. Questo evento ha condizionato molto la mia crescita, lo dimostra che sono dovuta stare in cura da una psicologa perché avevo continuamente paura che potesse morire un altro caro. Ora che sono abbastanza grande capisco ciò che voglio: chiedo solo giustizia! Ho solo un rimpianto non avergli detto quanto lo amavo prima che la morte lo portasse via per sempre da me!
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Non è mia abitudine consigliare a nessuno alcun tipo di acquisto, ma visto la vicinanza col Natale e considerato che molti ancora saranno li indecisi su cosa regalare a quello o a quell’altro, mi permetto di invitarvi a concentrare le vostre risorse verso i regali utili. E cosa c’è di più utile in questo momento e nel nostro paese se non un pò di sana e genuina INFORMAZIONE?
Ci voleva solo il muso (ritengo che la parola viso vada riservata per gli essere umani) sanguinante di Berlusconi affinché si dispensasse una massiccia dose di disinformazione in un paese e tra una popolazione da anni in overdose. Quindi prima che leggi speciali per fermare questo clima di violenza dichiarato dai nostri governanti ci tolga quel poco di vera informazione che ancora esiste vi consiglio due libri ed un film da regalare tutti insieme a quanta più gente possibile.
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Ho avuto il piacere di conoscere Samanta Di Persio lo scorso Dicembre quando la invitai ad Ostuni a presentare il suo libro Morti Bianche in un evento organizzato dai Grilli Attivi – Ostuni sul tema delle morti e degli infortuni sul lavoro. Un libro eccezzionale, una raccolta di testimonianze dirette di vittime e familiari in grado di rendere esplicito il dramma di queste famiglie coinvolte da eventi così tragici. Poche settimane fa ho avuto modo di rivederla a Taranto, una protagonista del suo libro ha descritto la sua esperienza nel raccontare il suo dramma ad una scrittrice, ad una persona fino a quel momento sconosciuta, rilevando che allora pensava che poi il suo racconto sarebbe stato, non modificato, ma reso più fluido e più consono ad un libro, ad un racconto per poi accorgersi, all’uscita del testo, che era stato riportato integralmente, così come lei lo aveva esposto, nudo e crudo.
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796 morti, 19.902 invalidi, 796.110 infortuni, questi i numeri, sino ad ora, dell’annuale mattanza nei luoghi di lavoro. Mattanza è il nome adatto per questa continua, costante e silenziosa strage Italiana. Basta parlare di incidenti, basta parlare di morti bianche, le parole hanno un loro specifico significato e vanno usate correttamente. La maggior parte di questi caduti sul lavoro sono dovuti ad una scarsa attenzione alla sicurezza, all’assenza di rigorose norme e puntuali controlli. La sicurezza sul lavoro risulta onerosa per le aziende e quindi meglio esternalizzare i costi con morti, invalidi ed infortunati. Costi enormi che devono essere così assunti dalla collettività e dalle famiglie dei caduti in questa assurda spirale. Un prezzo economico, sociale ed umano impagabile, un mutuo inestinguibile che nostro malgrado siamo costretti ad assumerci.



















