Archive for decrescita
Se avete un figlio che va a scuola immagino la smorfia di dolore sul vostro viso quando vedete la “lista dei libri” da acquistare ogni inizio d’anno. In genere non si spendono meno di due o tre cento euro e, se il ragazzo va in prima o in terza, in genere il budget subisce dei ritocchi degni di una “finanziaria”.
Purtroppo siamo succubi di un monopolio delle case editrici, dei rappresentanti e dei dirigenti consenzienti (non ho detto collusi!!!) che ogni anno scolastico cambiano i libri di testo ritenendo obsoleti libri acquistati meno di 300 giorni prima! Posso capire un testo di geografia politica (viste le rivoluzioni giornaliere), ma un libro di storia, se non contiene effettivamente nuove scoperte, nuove verità perchè bisognerebbe cambiarlo? Perchè cambiare un testo di matematica se le regole sono sempre le stesse? Quanti di voi, negli anni 80, si sono scambiati un Camera-Fabietti di storia o un Salinari-Ricci? Io ricordo che lo stesso libro era valido per tutte le sezioni, tutte le classi e, addirittura, diversi istituti. Adesso sembra che più che una vera e propria esigenza, sia diventata una moda cambiare libri di testo. Si scelgono in base al colore della copertina in abbinamento alla gonna o alle scarpe, più che in base ad un esame critico. Talvolta dai dirigenti scolastici sono interpellati i genitori a dare un parere su un libro di testo. Ma è un parere consultivo e non decisionale, poi ognuno fa come gli pare….e gli conviene!
Presso Liceo scientifico e tecnologico, istituto tecnico industriale “Ettore Majorana” di Brindisi (proprio quello in Puglia) hanno deciso di invertire la tendenza. Bando agli sprechi e alle spese pazze: i libri ce li stampiamo noi! Gli stessi insegnanti provvedono a creare i libri secondo le proprie esigenze e i propri piani di studio e li distribuiscono GRATUITAMENTE agli studenti.
Quando c’è una novità, una scoperta, una falla, si provvede a rimediare con la correzione ed è subito pronta la versione aggiornata e corretta. Considerate che a questa operazione concorrono anche gli studenti in maniera interattiva e critica proponendo alternative, soluzioni e note da aggiungere per rendere più comprensibili alcuni passaggi particolarmente “tosti”. Ci sono testi per tutte le scuole: licei, istituti tecnici, magistrali, ecc. Il prossimo passo – già avviato e testato – previsto dalla genialità del dirigente scolastico del “Majorana” è la creazione di una libreria-video dove sono riportate le lezioni dei docenti. Quando un ragazzo deve assentarsi per motivi di salute o motivi familiari può prendere la sua chiavetta con la lezione persa e vedersela a casa. L’uovo di colombo, insomma.Trovate un esempio a questo link. (anche i sottotitoli…per studenti non udenti, lo dico con tono sarcastico, chiaramente)
L’Istituto ha creato un sito che si chiama “Book in progress” (http://www.bookinprogress.it/) dove sono scaricabili tutti i libri di testo aggiornati, riveduti e corretti. In questa maniera è possibile risparmiare oltre il 50% di spesa sui libri scolastici. Questa la considero una operazione “d’Istruzione di massa” (con la I maiuscola).
Non vi resta che andare dal dirigente della scuola di vostro figlio o vostra figlia, battere i piedi per terra e richiedere l’adesione dell’istituto a questo progetto.
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Nel corso di un seminario per coppie, chiesero a una delle mogli:
“Tuo marito ti rende felice? Ti fa davvero felice?”.
In quel momento, il marito sollevò la testa, mostrando totale sicurezza.
Sapeva che la moglie avrebbe detto sì, perché non si era mai lamentata di qualcosa durante il matrimonio. Tuttavia, la moglie rispose con un sonoro “No!”.
“No, mio marito non mi rende felice!”.
A questo punto il marito stava cercando la porta di uscita più vicina.
“Mio marito non mi ha reso felice e non mi rende felice! Sono felice!”.
E continuò:
“Il fatto che io sia felice o no, non dipende da lui, ma da me. Io sono la sola dalla quale dipende la mia felicità. Io decido di essere felice.
In ogni situazione, ogni momento della mia vita, perché se la mia felicità dipendesse da qualche cosa, persona o circostanza sulla faccia della terra, sarei in guai seri.
Tutto ciò che esiste in questa vita è in continua evoluzione: l’essere umano, la ricchezza, il mio corpo, il tempo, la mia testa, i piaceri, gli amici, la mia salute fisica e mentale. E così potrei citare un elenco senza fine…
Decido di essere felice! Se la mia casa è vuota o piena: sono felice! Se usciamo insieme o esco da sola: sono felice! Se il mio lavoro è ben pagato o no: sono felice! Sono sposata, ma ero felice quando ero single. Sono contenta per me stessa.
Le altre cose, persone, momenti o situazioni io le chiamo “esperienze che possono o non possono darmi momenti di gioia e di tristezza”.
Quando muore qualcuno che amo, io sono una persona felice in un inevitabile momento di tristezza. Imparo dalle esperienze passeggere e vivo quelle che sono eterne come l’amare, perdonare, aiutare, capire, accettare, confortare…
Ci sono persone che dicono: oggi non posso essere felice perché sto male, perché non ho soldi, perché fa molto caldo, perché qualcuno mi ha insultato, perché qualcuno ha smesso di amarmi, perché non riesce a valorizzarmi, perché mio marito non è quello che mi aspettavo, perché i miei figli non mi rendono felice, perché i miei amici non mi rendono felice, perché il mio lavoro è mediocre e così via.
Io amo la vita ma non perché la mia vita è più facile di quella degli altri. E’ che ho deciso di essere felice e io come persona sono responsabile per la mia felicità. Quando prendo questo obbligo, lascio liberi mio marito e chiunque altro dal pesare sulle loro spalle. La vita di tutti è molto più leggera. Ed in questo modo ho un matrimonio felice da molti anni”.
Non permettere mai a nessuno una così grande responsabilità come quella di determinare la tua felicità!
Essere felici, anche se fa caldo, anche se sei malato, anche se non hai soldi, anche se qualcuno ti ha fatto male, anche se qualcuno non ti ama o non ti da il giusto valore.
Basta chiedere di avere la serenità di accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio di cambiare quelle che possono essere cambiate e la saggezza per riconoscere la differenza tra loro.
Non riflettere solo… cambia e sii felice!
La felicità non è una meta di arrivo ma un modo di viaggiare
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Ormai è abbastanza chiaro. C’è qualcosa che non va. La qualità della vita è decisamente migliorata rispetto al passato, o almeno così si suol dire, ma c’è qualcosa che stride, che non convince un numero sempre più elevato di individui. Anche una volta raggiunti questi incredibili e mai sufficientemente elogiati livelli di “progresso” e benessere (definizione molto opinabile, perché il benessere è ormai stato soppiantato dal “tantoavere”), probabilmente si possono ottenere ulteriori e più reali miglioramenti.
Per esempio, liberarci dagli stili di vita consumistici odierni potrebbe farci vivere meglio sia per le innumerevoli tensioni e frustrazioni che si possono evitare, sia per il fatto di poter vivere in un ambiente meno oberato di rifiuti. Quando ci renderemo conto del fatto che le cose sono spesso ladre di tempo, che ciò che possiedi alla fine ti possiede, ci si potrà trovare in una situazione di tranquillità e di lucidità tali da darci modo di riapprezzare la vita così com’è, senza tutti i fronzoli artificiali che ormai sostituiscono le vere bellezze e i veri piaceri. Che non sono necessariamente la borsetta firmata o gli occhiali da sole all’ultimo grido. Quelli sono giocattoli che possono ovviamente dare un certo piacere, ma che non dovrebbero, come invece succede troppo spesso oggi come oggi, sostituire cose ben più importanti, o sostituire la bellezza del mondo e della vita che non sappiamo più vedere.
Una volta fatto nostro questo concetto, ci si può automaticamente liberare dalla schiavitù del produttivismo forsennato e di una società basata sulla fretta e sulla frenesia. Lavorare meno può non solo migliorare la qualità della nostra vita, ma probabilmente anche ridurre in parte i problemi legati alla disoccupazione che assillano le nostre società composte per lo più di persone totalmente dipendenti dal mercato. E i soldi in meno che si guadagnano non sono un problema, se si sono ridotti i propri bisogni superflui. E lo sarebbero ancor meno se si riuscisse davvero ad avere il tempo e la capacità di auto-prodursi almeno una parte dei propri beni e dell’energia necessaria alle proprie abitazioni.
Tutto ciò è possibile anche dopo una presa di coscienza da parte della razza umana del fatto che non siamo superiori agli altri esseri su questo pianeta. Abbiamo indubbiamente capacità intellettive ben più sviluppate (che dovrebbero appunto dotarci di una maggiore coscienza), ma non siamo i padroni del mondo. Siamo addirittura una specie incredibilmente giovane rispetto alle altre.
È stato calcolato che se si considera l’età della Terra lungo l’arco di un anno di tempo, la nostra specie è comparsa negli ultimi quindici minuti del 31 Dicembre. Se invece si considera la storia registrata e “documentata”, questa rientrerebbe solo negli ultimi sessanta secondi! E il fatto di essere responsabili, con il nostro comportamento, con il nostro inquinamento, dell’estinzione di un numero di specie che va dalle 50 alle 55 mila ogni anno, dovrebbe fare riflettere. Nonostante i nostri incredibili risultati tecnologici, medici, farmaceutici ecc, abbiamo moltissimo da imparare dai più piccoli ed umili esseri di questo pianeta. Basti pensare alle incredibili e tuttora misconosciute proprietà terapeutiche e curative di certe specie di piante o funghi, alla resistenza di alcuni tipi di conchiglie o semplicemente a quella di una ragnatela, in proporzione cinque volte più resistente dell’acciaio. Il tutto “prodotto” sempre silenziosamente, a temperatura ambiente e senza produrre rifiuti.
Viviamo in totale disarmonia con ciò che ci circonda. Una volta resisi conto di ciò, si possono fare scelte che possono dare realmente inizio ad un cambiamento. Un cambiamento in positivo, possibilmente non solo a parole e non fatto solamente di buone intenzioni. Dire che dobbiamo salvare il Pianeta, comunque, è abbastanza ridicolo. La Terra va avanti anche senza l’essere umano, baby-specie, come ha sempre fatto prima e come farà appunto anche dopo di noi. Semmai dobbiamo salvare noi stessi, oltre ovviamente le migliaia di specie che stiamo sopprimendo quotidianamente.
Come è possibile? Visto che non dobbiamo aspettarci nulla dall’attuale sistema corporativo, guidato per sua stessa natura dal solo perseguimento di profitti sempre più cospicui ed immediati, né tanto meno dai governi, che al suddetto sistema si sono venduti (quando non ne fanno addirittura parte: si pensi al politico/imprenditore Berlusconi o ai Bush, famiglia di petrolieri), sta a noi cambiare le nostre abitudini. Gradualmente, con impegno e costanza. Il che non vuol dire fare voti di povertà o di rinuncia, né vivere di stenti, ma semplicemente cambiare alcune delle assurde abitudini che ci hanno inculcato, e soprattutto decidendo con più criterio cosa comprare o, ancor meglio, cosa non comprare.
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Emergenza lavoro? Per battere la crisi non serve la ripresa della crescita. Può sembrare un ossimoro, ma non lo è: l’occupazione del futuro, fatta di lavoro utile, può venire solo con la decrescita. Lo sostiene Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, che ricorre all’esempio dell’edilizia: le case-colabrodo, che in Italia sprecano in riscaldamento i due terzi dell’energia che bruciano, finiscono per gonfiare il Pil – alla voce “consumi energetici” – ma sono costose, inquinano e contribuiscono all’alterazione del clima. Invertire la rotta? Basta ristrutturare gli alloggi, isolandoli meglio: costeranno meno, non inquineranno più. E i cantieri daranno lavoro a migliaia di addetti. Decrescerà il Pil, ma non certo il benessere.
Anche se la politica non sembra occuparsene, quella della riconversione edilizia è una prospettiva che darebbe un contributo clamoroso nel risollevare l’economia italiana, e senza intaccare il territorio. «Per riscaldare le nostre case, in Italia – spiega Pallante – ogni anno consumiamo mediamente 20 litri di gasolio o 20 litri di metano al metro quadrato; in Germania non danno la licenza edilizia o l’abitabilità a case che consumano più di 7 litri al metro quadrato all’anno: un terzo di quello che consumano le nostre case». Senza contare che le case tedesche che assorbono 7 litri all’anno per metro quadrato sono le peggiori: le migliori arrivano a bruciare, in un anno, appena un litro e mezzo al metro quadrato: un decimo di quello che costano le nostre case.
«Se per legge si può imporre che un edificio non superi il consumo di 7 litri per metro quadrato all’anno, e ci sono edifici come quelli italiani che ne consumano 20, che cosa vuol dire? Che sono costruiti così male che disperdono – dalle finestre, dai sottotetti, dalle pareti – i due terzi dell’energia che gli mettiamo dentro». Quindi, conclude Pallante, i due terzi dell’energia consumata non servono a scaldare le case: sono una merce, sicuramente, perché l’energia si compra – e si paga sempre più cara, ma non sono un bene, perché si disperdono e non servono a scaldare la casa. «Se una casa mal costruita che disperde i due terzi dell’energia spesa venisse ristrutturata e non perdesse più quest’energia, noi avremmo la decrescita – casa passiva – la diminuzione del consumo di una merce (il gasolio o il gas da riscaldamento) che non è un bene perché non serve a scaldare la casa».
«Se io diminuisco il consumo di una merce che non è un bene faccio qualche rinuncia? Qualche sacrificio? No, sto semplicemente utilizzando l’intelligenza per non sprecare delle risorse della terra». E’ questa la filosofia della decrescita, parola tabù per gli economisti che ispirano la politica. Eppure, proprio attraverso la riconversione dell’edilizia – con un processo di decrescita del Pil – si può arrivare a rilanciare in modo spettacolare l’occupazione, creando miglioramenti a catena: reddito, posti di lavoro, risparmio familiare, ambiente meno inquinato. «Per fare in modo che una casa che consuma 20 litri ne consumi 7 – insiste Pallante – bisogna che lavorino una serie di persone per ristrutturarla. Quindi, se si vuole avviare un processo di decrescita, cioè di riduzione del consumo di una merce che non è un bene, bisogna creare lavoro. E utilizzare tecnologie più evolute di quelle attualmente in uso».
La decrescita quindi è qualcosa che non soltanto crea lavoro, ma crea un lavoro utile e spinge verso un’evoluzione, un miglioramento di carattere tecnologico, partendo dalla promozione della ricerca. «Tante volte ho sentito dire della decrescita: volete che torniamo all’età della pietra o alle carrozze a cavalli? Ma no, noi vogliamo un miglioramento», sottolinea Pallante. «In un primo momento, la decrescita è la riduzione del consumo di merci che non sono beni. Ma c’è anche l’altro aspetto: ci sono dei beni che non sono delle merci, cioè che non si devono necessariamente comprare o vendere». Esempio: «Se ho bisogno di un computer o di una Tac non posso far altro che comprarmeli, ma se ho un orto mi posso autoprodurre frutta e verdura. Poi ci sono beni e servizi che non si possono ottenere con scambi mercantili. La stima degli altri, l’amore, il gusto del lavoro ben fatto: sono tutti beni, danno un senso alla vita, ma non si possono comprare».
Chi non sa cos’è la decrescita, aggiunge Pallante, probabilmente non sa neppure cosa sia esattamente la crescita. «Generalmente le persone credono che la crescita economica sia la crescita della produzione di beni e l’aumento dell’offerta di servizi, per cui: più beni e più servizi ci sono, meglio si sta». In realtà l’indicatore della crescita, il Prodotto interno lordo, è un mero indicatore monetario: può prendere in considerazione soltanto gli oggetti e i servizi che vengono comprati e venduti, cioè scambiati con denaro: quindi non i beni, ma le merci. «Siccome nei paesi occidentali da alcune generazioni siamo abituati a comprare tutto quello che ci serve, tendiamo a confondere il concetto di bene con quello di merce: due concetti non opposti, ma diversi».
Nel caso della riconversione edilizia – di cui l’Italia avrebbe un estremo bisogno, anche per ridurre la propria grave dipendenza energetica – a crescere sarebbe una gran quantità di beni (riscaldamento a minor costo, ambiente più pulito), mentre a rimetterci sarebbe soltanto una merce: il gasolio o il metano da riscaldamento. Devote alla “teologia del Pil”, dottrina fondata sulla teoria della crescita illimitata dei consumi, economia e politica non osano pronunciare serenamente la parola decrescita: ma basta l’esempio della possibile riconversione edilizia, che in Italia sarebbe una vera e propria rivoluzione, a dimostrare che non siamo di fronte a un ossimoro: proprio la decrescita (del Pil legato allo spreco di energia) potrebbe assicurare una grande ripresa dell’occupazione nel settore, con una straordinaria eredità di lavoro utile e di benessere diffuso.
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C’è una ragione per cui in natura le cose crescono solo fino ad un certo punto. Allora perché la maggior parte degli economisti e dei politici pensano che l’economia possa crescere per sempre?
Alla fine di gennaio 2010 la ben nota New Economic Foundation britannica (un vero e proprio think-tank che si pone l’obiettivo di dimostrare il reale benessere dell’economia e che è stata creata nel 1986 dai leader del cosidetto TOES – The Other Economic Sumit – il gruppo di lavoro che poneva nuove tematiche e nuovi approcci di visione alle riunioni del G7 e del G8), ha pubblicato un interessantissimo rapporto dal titolo “Growth Isn’t Possible:Why rich nations need a new economic direction”, che documenta come la crescita economica infinita sia impossibile a causa dei notevolissimi problemi ambientali e sociali che si trascina con sé. Esistono ormai troppi livelli “soglia” che sono o stanno per essere superati nei sistemi naturali, a cominciare dal sistema climatico, e che ci stanno dimostrando l’incompatibilità di una crescita economica continua. Per i paesi ricchi che hanno le maggiori responsabilità storiche (per essere stati i primi a devastare e distruggere gli ambienti naturali dell’intero pianeta) e di impatto sui sistemi naturali della Terra è ormai indispensabile una nuova direzione economica.
Per dimostrare in maniera simpatica e divertente l’impossibilità della crescita economica illimitata, la New Economic Foundation ha attivato il “Club del criceto impossibile” (vedasi www.impossiblehamster.org), nell’ambito del quale un breve e semplice video-cartoon dimostra come in natura non esiste una crescita senza limiti, prendendo come spunto un noto e simpaticissimo roditore, spesso utilizzato anche come animale da compagnia, il criceto.
Un giovane criceto raddoppia il suo peso ogni settimana che trascorre dalla sua nascita al periodo di pubertà. Ma se continuasse paradossalmente a crescere, come avviene dal suo giorno di nascita, giungerebbe a divorare in un giorno l’intera produzione mondiale annuale di granturco. Ovviamente esistono molti motivi per cui il criceto non può crescere indefinitamente, motivi che costituiscono la base dei meccanismi dell’evoluzione della vita sulla Terra, e che governano i sistemi naturali del Pianeta. Prima o poi questi meccanismi devono governare anche l’economia. L’economia non può continuare a far finta di essere al di fuori dei sistemi globali entro i quali invece opera quotidianamente e deve seguirne le regole. Ormai siamo giunti a dei livelli di impatto dei sistemi economici e sociali sui sistemi naturali che il mondo scientifico ritiene molto pericolosi per la nostra stessa sopravvivenza.
Un precedente rapporto della New Economic Foundation “The Great Transition” individua come organizzare al meglio un nuovo indirizzo per l’economia delle nostre società, nell’ambito della quale la gente può ricercare e soddisfare un autentico benessere rimanendo in una dimensione di equilibrio dinamico con la biosfera.
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L’uomo e la donna d’oggi non riescono più a uscire dal ciclo lavoro-casa-famiglia. Sono sempre occupati a fare qualcosa per gli altri, e hanno sempre meno possibilità di fare qualcosa per se stessi. Il “me time”, il tempo “per me”, è in precipitoso declino: tra il 2005 e il 2010 è calato di otto ore e mezza a settimana. Ne rimane poco, pochissimo.
Secondo un sondaggio condotto in Gran Bretagna, un quinto degli adulti che lavorano hanno appena tre ore alla settimana di tempo dedicato a se stessi: per distrarsi, fare sport, leggere un libro, guardare un film, andare dal barbiere o dal parrucchiere, passeggiare, al limite riposarsi, dormire, godere il dolce far niente. Ma anche quelli che ne hanno un po’ di più devono accontentarsi di poco: la media nazionale, nel Regno Unito, è di un’ora e 15 minuti di “me time” al giorno per gli uomini, 50 minuti al giorno per le donne.
Le statistiche così raccolte indicano che gli uomini hanno un po’ più di tempo per se stessi delle donne (25 minuti di più al giorno, per la precisione), perché il carico di faccende domestiche e attenzioni da dare ai figli è più alto sulle madri che lavorano rispetto agli impegni dei padri. Le cifre del sondaggio, commissionato dalla società Windows Live Hotmail, dicono inoltre che le professioni in cui il “me time” è più ridotto sono nel campo delle “risorse umane” (medici, infermieri, assistenti sociali, insegnanti), della ricerca scientifica e dei media.
La colpa, è di un carico lavorativo sempre più alto, in una società sempre più competitiva, dove settimane di 60 ore in ufficio stanno diventando sempre più spesso la norma. Non solo, anche chi lavora un po’ meno in ufficio tende a portarsi il lavoro a casa, perché non ha fatto in tempo a fare tutto quello che doveva fare, perché si sente in colpa, perché è quello che ci si aspetta da lui/lei se è un lavoratore dipendente o che lui/lei ritengono comunque necessario se sono lavoratori autonomi o liberi professionisti.
Un altro aspetto del calo del “me time” sono le tecnologie: con personal computer e telefonini super intelligenti, l’ufficio ci segue dovunque siamo, in treno, al bar, a casa, ed è più difficile per non dire impossibile staccarsene completamente anche quando la giornata di lavoro è terminata o comincia il week-end. “Spegnere il Blackberry, l’iPhone o il computer è diventato praticamente impossibile”.
Negli anni ’60, un avviato professionista di 50 o 60 anni, in qualsiasi campo, che fosse un medico, un avvocato, un architetto, un ingegnere o un manager, poteva rallentare l’attività, godersi i frutti di una carriera di successo, dedicarsi finalmente, per l’appunto, a se stesso, per dare sfogo a hobby, sport, passioni che in precedenza aveva dovuto trascurare. Oggi la competizione sul lavoro è diventata tale che nessun cinquantenne o anche sessantenne si azzarda a ridurre la giornata o la settimana lavorativa, per timore di essere sorpassato e surclassato da altri pronti a sostituirlo.
Infine la diminuzione del “me time” è anche conseguenza del vivere sociale; si perde la rete degli aiuti familiari, i nonni, gli zii, pronti a dare una mano per occuparsi dei figli o di altre piccole incombenze. E così la famiglia tipo corre da mattina a sera inoltrata, presa dal lavoro, dai figli, dalle faccende domestiche, da bollette da pagare e lavoro portato a casa. Quando la giostra finalmente si ferma, resta un’oretta al giorno, se va bene, da dedicare a se stessi. Ma a quel punto molti sono troppo stanchi e stressati per fare qualsiasi cosa.
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Se il mondo sta franando, è perché ha preteso di crescere in modo folle. La grande crisi? E’ quella della crescita. Finisce un ciclo di 250 anni, quello dell’industria. La politica? Si è limitata a servire l’economia della crescita esponenziale. E adesso che la crescita è finita, perché stanno finendo le risorse planetarie, ecco lo spettacolo del collasso globale: crisi economica, sociale, ecologica, morale. Il denaro come unico valore, la guerra come unica soluzione. La società occidentale sbanda, si disintegra, senza che l’economia riesca a trovare vie d’uscita. Siamo alla vigilia di una catastrofe? Forse. A meno che non si capovolga lo scenario: la crisi è un’occasione d’oro per la rivoluzione culturale di cui il mondo ha bisogno.
Lo sostiene Maurizio Pallante, promotore italiano della Decrescita, impegnato a raccogliere forze critiche per costruire una piattaforma alternativa, anche politica, su cui impostare una rinascita delle idee per il futuro. Nuovo paradigma: decrescita del Pil non significa disagio sociale, ma migliore qualità della vita. Evitare riduzioni drastiche del benessere? Possibilissimo: basta dare spazio al potenziale di cui l’Occidente dispone, le grandi risorse delle tecnologie avanzate. Due settori chiave: energia e edilizia. Più tecnologia, uguale meno sprechi, più impresa, più fatturato, più occupazione. Esempio: costruire una casa ben coibentata riduce il Pil, alla distanza, perché la casa consumerà meno. Ma una campagna di ristrutturazioni ecologiche del patrimonio immobiliare comporterebbe un’infinità di vantaggi: più lavoro, meno impatto sull’ambiente, meno spreco di energia.
Stesso discorso per le rinnovabili: anziché rincorrere la «irresponsabile politica del ritorno al nucleare», basterebbe trasformare i consumatori in piccoli auto-produttori di energia, grazie alle moderne tecnologie di generazione energetica. Se scattasse un’alleanza fra ricerca, politica, industria e utenti finali, si invertirebbe la rotta con esiti immediati: zero devastazioni, meno maxi-costi, niente rischi e una gigantesca iniezione di economia sana, destinata a migliorare il pianeta, a partire dalla vita quotidiana di tutti. Edilizia ed energia sono due motori del futuro possibile, quello che Pallante (Movimento per la Decrescita Felice) si è impegnato a ridisegnare insieme alle nuove reti civiche della cittadinanza attiva, con Giulietto Chiesa (Alternativa), Massimo Fini (Movimento Zero), il network “Per il bene comune” e molti altri. Obiettivo: creare un nuovo soggetto politico, per costringere i partiti a prendere atto che è ora di rivoluzionare l’orizzonte.
L’analisi è lucida, partendo dalla grande crisi del capitalismo finanziario: le innovazioni tecologiche, finora finalizzate ad aumentare la produttività accrescendo l’offerta, hanno ridotto la domanda e l’occupazione. I mercati oggi sono saturi. Edilizia e automobile, i settori trainanti dal secondo dopoguerra, hanno aggravato il divario tra domanda e offerta: al punto che le tradizionali misure di politica economica, finalizzate all’aumento della domanda attraverso la spesa pubblica in deficit, non hanno avuto gli esiti espansivi sperati e hanno soltanto aggravato i debiti pubblici di molti paesi, fino all’insolvenza che oggi esplode, scuotendo l’America e l’Europa.
In parallelo, si fa drammaica la crisi ecologica: clima alterato, esaurimento delle fonti fossili a partire dal petrolio, aumento dei gas serra e dei rifiuti: emissioni che hanno superato la capacità dell’ecosistema di metabolizzarle, mentre l’esaurimento dei suoli fertili rappresenta un allarme crescente. Disoccupazione e nuove forme di povertà sono il riflesso immediato di una crisi, che per la prima volta sottrae ai giovani la visione del futuro, in una società devastata dal denaro, unico valore in campo se l’organizzazione economica è finalizzata solo alla crescita della produzione di merci. Se a livello planetario esplode il divario tra ricchi e poveri, si profila una guerra mondiale strisciante per il controllo delle risorse strategiche, terreni agricoli, minerali pregiati, petrolio, gas, acqua potabile.
Finora, dice Pallante, si è sempre cercato di superare le crisi – indotte dalla crescita della produzione di merci – ripetendo all’infinito l’errore, e cioè rilanciando la crescita della produzione di merci attraverso un incremento della domanda e dei consumi. Misure ormai inefficaci, perché «non ci sono più margini per accrescere ulteriormente il prelievo delle risorse e la terra non è più in grado di metabolizzare ulteriori quantità di rifiuti liquidi, solidi e gassosi. Finché si continua a perseguire l’obbiettivo della crescita – insiste Pallante – tutti gli aspetti della crisi sono destinati ad aggravarsi. Possono essere superati solo se si abbandona questo obbiettivo».
Bisogna ammetterlo: dopo 250 anni, si sta chiudendo la fase storica avviata dalla rivoluzione industriale. «Per fare in modo che questo tornante della storia non sia contrassegnato da una serie di disastri e da un regresso dell’umanità verso una conflittualità diffusa e dalla lotta di tutti contro tutti, occorre aprire una nuova fase storica, contrassegnata da una riduzione controllata e guidata della produzione di merci, del prelievo di risorse e dell’emissione di scarti a livelli sopportabili dal pianeta».
Perché la riduzione non comporti pesanti restrizioni nel tenore di vita e anzi offra più risorse a disposizione dei poveri, occorre «una rivoluzione culturale capace non solo di definire e rendere desiderabili nuovi stili di vita più sobri e più responsabili, ma anche di promuovere un grande sviluppo di tecnologie capaci di accrescere l’efficienza con cui si usano le risorse, di attenuare l’impatto ambientale dei processi produttivi e di riutilizzare i materiali già utilizzati eliminando il concetto stesso di rifiuto». Solo una decrescita guidata lungo queste direttive, continua Pallante, può aprire una nuova fase più evoluta nella storia dell’umanità, trasformando la crisi che stiamo vivendo in una grande e irrepetibile occasione di cambiamento e miglioramento.
Il primo passo da compiere? Partire dai movimenti territoriali che, a macchia di leopardo, hanno fermato l’avanzata di grandi opere. Hanno fatto scuola i No-Tav della valle di Susa, decisi a opporsi all’alta velocità ferroviaria: un’opera faraonica e superflua, sostenuta sia dal centrodestra che dal centrosinistra. Aggregare i movimenti territoriali italiani potrebbe essere strategico, per passare dalla politica del “no” alla proposta di una “alternativa di sistema”, basata sul rilancio socio-economico reale, e cioè non sul dogma della crescita. Ripensare il futuro, costringendo anche la politica a scrollarsi di dosso lo strapotere di un’economia fallimentare, restituendo ai cittadini la loro piena sovranità democratica. Non è un’eresia, ma un realistico “rinascimento”: l’unico possibile, per non scomparire dal futuro.
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Ci sono storie che a raccontarle quasi non ci si crede. Sentite questa. È la storia di un paese ricchissimo d’acqua, uno dei più ricchi al mondo. Ci sono fiumi e torrenti, laghi e ghiacciai, falde sotterranee immense che gettano fuori zampilli di acqua cristallina. Questo paese, pensate un po’, è stato anche il primo in cui si costruirono acquedotti monumentali che dai monti portavano l’acqua nelle piazze delle città.
Da anni l’acqua arriva nelle case dei cittadini. Qui, la qualità dell’acqua potabile è ottima, ed il suo prezzo, data la grande disponibilità, piuttosto modesto. Ecco, stenterete a crederci, ma questo paese è il più grande consumatore mondiale di acqua in bottiglia. Proprio così, il 98 per cento dei suoi abitanti – quasi tutti insomma – compra abitualmente acqua in bottiglia.
Quest’acqua viene prelevata alla sorgente da imprese private che, nonostante si stiano appropriando di un bene pubblico – le acque sotterranee sono demaniali – non pagano canoni di imbottigliamento, o ne pagano di irrisori. Dopodiché rivendono a prezzi altissimi ai cittadini quella stessa acqua che apparterrebbe loro di diritto.
Il paese in cui è ambientata questa storia è ovviamente l’Italia. Il perché di questo consumo smisurato è presto detto. Si riassume in qualche cifra ed una parola. Le cifre sono i 3,5 miliardi di euro di giro d’affari annuo, le oltre 300 marche, i circa 400 milioni investiti ogni anno in pubblicità. La parola, neanche a dirlo, è proprio quest’ultima: pubblicità.
Si tratta di un mercato che ruota attorno ad un bisogno indotto, nel quale la domanda deve sempre essere tenuta alta attraverso una opera pubblicitaria incessante e martellante. Come ebbe a dichiarare un ex-presidente della Perrier, una società produttrice di acqua del gruppo Nestlè, “tutto quello che si deve fare è portare l’acqua in superficie e poi venderla ad un prezzo maggiore del vino, del latte o anche del petrolio”.
La pubblicità fa leva sulla sfera più istintiva e irrazionale della mente umana, dunque è difficile da contrastare con un ragionamento razionale. Ci proveremo comunque, sfatando alcuni miti e luoghi comuni e smascherando qualche inganno.
Partiamo con la qualità dell’acqua, un argomento sul quale le pubblicità delle acque in bottiglia insistono molto. L’ultimo rapporto di Legambiente, realizzato in collaborazione con Federutility (la federazione delle aziende di servizi pubblici locali che operano nel settore idrico), testimonia come l’acqua che esce dai rubinetti italiani sia molto più controllata, e di qualità spesso superiore, rispetto all’acqua in bottiglia. Secondo i dati del marzo 2010 sono 250mila le analisi effettuate in un anno sull’acqua potabile nella città di Roma, altrettante in Puglia e 350mila in Provincia di Milano.
Inoltre alle acque minerali è consentito di contenere sostanze come l’arsenico, il sodio, il cadmio, in quantità superiori a quelle permesse per l’acqua potabile. Mentre non è permesso all’acqua potabile di avere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, la maggior parte delle acque minerali contengono 40/50µg/l di arsenico e non hanno neppure l’obbligo di dichiararlo sulle etichette.
E che dire poi dell’inquinamento? L’acqua del rubinetto non produce nessun tipo di rifiuto ed è, per così dire, a chilometro zero. Quella in bottiglia? Si calcola che per la sola produzione siano necessari 350mila tonnellate di pet (polietilene tereftalato) all’anno, il che significa 665 mila tonnellate di petrolio e l’emissione di gas serra di circa 910 mila tonnellate di Co2 equivalente. Senza contare la fase del trasporto, che in più dell’80 per cento dei casi avviene su gomma, e dello smaltimento, che vede la raccolta differenziata delle bottiglie attestarsi attorno ad un terzo del totale, mentre i restanti due terzi finiscono negli inceneritori.
E arriviamo all’aspetto più clamoroso: il prezzo. Il costo di un litro di acqua minerale in bottiglia supera fra le duecento e le mille volte quello di un litro di acqua potabile. Sarebbe come se fossimo disposti a pagare 10mila euro un piatto di pasta al ristorante, 3mila un panino, 2mila un chilo di patate. Probabilmente prenderemmo per pazzo chi tentasse di venderci una manciata di zucchine per qualche migliaia di euro; eppure continuiamo a comprare l’acqua in bottiglia.
Si calcola che una famiglia media italiana spenda circa 300 euro l’anno in acqua minerale. Un quarto di questa cifra sarebbe sufficiente a realizzare tutti i lavori di riparazione e ammodernamento di cui necessita la rete idrica italiana.
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L’esplosione del consumo nel mondo attuale crea più rumore di tutte le guerre e le armi, più confusione di tutti i carnevali. Come dice un vecchio proverbio turco, chi beve mettendo sul conto, si ubriaca il doppio. La cultura del consumo suona molto come il tamburo perché è vuota; e all’ora della verità, quando il rumore si ferma e la festa è finita, l’ubriaco si sveglia, solo, accompagnato dalla sua ombra e dai piatti rotti che deve pagare.
Il diritto allo spreco, privilegio di pochi, dice di essere la libertà di tutti. Dimmi quanto consumi e ti dirò quanto vali. Questa civiltà non lascia dormire i fiori, nè le galline, nè le persone. Nelle serre i fiori sono sottomessi alla luce continua, così crescono più veloci. Nelle fabbriche di uova, anche le galline hanno il divieto alla notte. E la gente è condannata all’insonnia, per l’ansia di comprare e l’angoscia di pagare. Questo modello di vita non è molto buono per le persone, ma è molto positivo per l’industria farmaceutica….
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La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.


























