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	<title>iapra li  uecchie il blog di Paolo Mariani &#187; decrescita</title>
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	<description>Il blog di Paolo Mariani</description>
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		<title>Se fossi laureato in economia e non in lettere</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 15:34:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo avere letto il post “La decrescita totalitaria”, di Stefano Feltri, ho immaginato di essere un “economista”, ed ho fatto un paio di considerazioni. Ad esempio, se fossi laureato in economia e non in lettere, mi domanderei: chi ha governato l’economia e la finanza nei decenni passati, chi la sta governando, chi ha la responsabilità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2012/02/pallante.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6783" title="pallante" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2012/02/pallante.jpg" alt="" width="250" height="251" /></a>Dopo avere letto il post “<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/17/decrescita-totalitaria/192014/" target="_blank">La decrescita totalitaria</a>”, di Stefano Feltri, ho immaginato di essere un “economista”, ed ho fatto un paio di considerazioni. Ad esempio, se fossi laureato in economia e non in lettere, mi domanderei: chi ha governato l’economia e la finanza nei decenni passati, chi la sta governando, chi ha la responsabilità della crisi che sta sconvolgendo i paesi industrializzati, chi è incapace di trovare le misure di politica economica adeguate per uscirne: i laureati in economia o i laureati in lettere?</p>
<p>Se fossi laureato in economia e non in lettere, mi domanderei se è veramente desiderabile, ammesso che sia possibile, uscire dalla crisi con la ripresa della crescita di un prodotto interno lordo in cui incidono in misura significativa gli sprechi di cibo (il 3 per cento del pil), gli sprechi di energia (il 70 per cento dei consumi), gli incidenti automobilistici, il consumo di medicine, le spese di riparazione e di ripristino dei danni ambientali causati da processi produttivi finalizzati alla crescita del prodotto interno lordo, la cura delle malattie causate dalla crescita delle emissioni e delle produzioni inquinanti, la produzione di armi e le guerre.</p>
<p>Se fossi laureato in economia e non in lettere, non eviterei comunque di ripassare la differenza tra la congiunzione “e” e il verbo “è”, perché un conto è dire “meno e meglio” e un altro è dire “meno è meglio”. Se per i talebani della crescita più è sempre meglio, anche quando è peggio (es.: gli sprechi di energia in un edificio mal costruito), i sostenitori della decrescita felice non pensano, né scrivono, che meno è sempre meglio, ma sanno distinguere quando lo è (es.: la riduzione dei consumi di energia in un edificio ben costruito). I talebani della crescita si limitano a usare grossolani criteri di valutazione quantitativi, i sostenitori della decrescita felice utilizzano parametri qualitativi.</p>
<p>Se fossi laureato in economia e non in lettere terrei in una certa considerazione l’insegnamento di un economista tra i più importanti del Novecento, John Kenneth Galbraith, che nel 1968 ha suggerito a Robert Kennedy di rivelare l’inganno dell’equazione tra crescita del Pil e crescita del benessere, perché il Pil cresce anche quando cresce la produzione di merci che peggiorano la nostra vita, come le armi, il tabacco, la riparazione delle automobili incidentate, mentre non può misurare il benessere generato da attività che non generano una compravendita, come le relazioni umane, l’autoproduzione di beni, l’economia del dono e della reciprocità.</p>
<p>Se fossi laureato in economia e non in lettere mi domanderei: se basta il banale buon senso per decidere di produrre cose utili invece di cose inutili o dannose, di utilizzare processi non inquinanti anziché processi inquinanti, di ridurre gli sprechi invece di incentivare un consumo dissipativo delle risorse, come mai i laureati in economia che governano l’economia e la finanza non indirizzano su questa strada gli investimenti per superare la crisi? I laureati in economia sono privi del banale buon senso?</p>
<p>Se fossi laureato in economia e non in lettere mi domanderei se la scelta di aumentare la produttività per far crescere il Pil e rendere le aziende più competitive sul mercato mondiale non comporti una riduzione dell’incidenza del lavoro umano per unità di prodotto e quindi una riduzione dell’occupazione e della domanda a fronte di un aumento dell’offerta; se cioè non aggravi la crisi invece di attenuarla (per non parlare della sofferenza umana di chi non ha occupazione, ma gli esseri umani per chi è laureato in economia sono semplici fattori della produzione, quello che conta è la crescita).</p>
<p>Se fossi laureato in economia e non in lettere, non avrei comunque nessuna ritrosia a leggere ciò che scrivono quelli che la pensano diversamente da me, perché il vero fondamento di una deriva totalitaria è proprio l’intolleranza, soprattutto quando assume l’aspetto di un tabù inviolabile da difendere con tutti i mezzi.</p>
<p style="text-align: right;">Maurizio Pallante</p>
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		<title>Spunti per una decrescita in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 09:10:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società/Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>
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		<description><![CDATA[La situazione italiana, da tutti i punti di vista, va a rotoli, comunque la si rigiri. Non ha più molto senso affermare solamente che vogliamo andare oltre la destra e la sinistra, che ci asteniamo dal voto, che non siamo complici. Non sentiamo, realmente, neppure più il bisogno di affermare che la Costituzione è carta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/11/z196.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6111" title="z196" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/11/z196.jpg" alt="" width="250" height="241" /></a>La situazione italiana, da tutti i punti di vista, va a rotoli, comunque la si rigiri. Non ha più molto senso affermare solamente che vogliamo andare oltre la destra e la sinistra, che ci asteniamo dal voto, che non siamo complici. Non sentiamo, realmente, neppure più il bisogno di affermare che la Costituzione è carta straccia, oppure che va cambiata perché obsoleta. I principi fondanti la nostra società non esistono più. Vuol dire che erano sbagliati?</p>
<p>Se la pensiamo così dovremmo essere quasi contenti. Il sistema dei diritti e dei doveri è in via di smantellamento. Sta già succedendo. Lo vediamo con i nostri occhi, lo viviamo sulla nostra pelle. Io non la penso così. Sono convinto che l&#8217;imperativo categorico sia quello che occorre denunciare e decostruire, ma poi progettare, individualmente e collettivamente. E&#8217; il momento di “decolonizzare l&#8217;immaginario”, mi dico.</p>
<p>La crisi economica è in corso e benché gli effetti si vedano ancora poco, immagino che ci sia sempre più gente che li vive drammaticamente. Alla Caritas le file si allungano, il sistema di Welfare, continua a tamponare i guasti più grossi, con gli ammortizzatori sociali e altro, ma perde i pezzi, e ciò che rimane fa acqua da tutte le parti. Basti pensare alle soluzioni trovate per la lotta dei pastori sardi. Da quel poco che ho potuto capire hanno ricevuto incentivi i trasformatori del latte, in cambio dell&#8217;accettazione di un prezzo concordato, un po&#8217; più alto di quello di mercato, per la materia prima. Con buona pace del contribuente. Il cattivo governo della cosa pubblica sta distruggendo l&#8217;idea che lo Stato sociale keynesiano, un po&#8217; corretto, possa sopravvivere, per far fronte alle storture dell&#8217;agire privato, che, si sa, è mosso esclusivamente dal tornaconto personale.</p>
<p>Fino a qualche anno fa la maggioranza dei cittadini pensava che privatizzare alcuni servizi potesse servire a snellire l&#8217;azione pubblica riducendo la spesa, la pressione fiscale, e ridare fiato ad un&#8217;azione privata, che, pur mossa dal fine del profitto, avrebbe accresciuto l&#8217;efficacia e l&#8217;efficienza che mancavano ad un governo accentratore, burocratizzato e corrotto, miope e incompetente. Ora vediamo che, nell&#8217;ambito assistenziale e medico, solo per fare un esempio, i privati operano e curano coloro che possono pagare, e non coloro che ne hanno più bisogno, anzi, spesso curano i sani, distorcendo persino le diagnosi per arrivare al loro scopo.</p>
<p>Chi si ritiene un po&#8217; “antisistema” e vuole “filare da sé la propria storia” ha un&#8217;occasione unica: può immaginare quello che vorrebbe e come lo vorrebbe, in ambito sociale, pur senza poter decidere di realizzare, qui ed ora, ciò che pensa. Mi piacerebbe che si svegliassero quei tanti giovani che sembrano aver mordicchiato la mela della favola, e se la dormono, ed evadono dalla realtà, oppure si esauriscono in un&#8217;azione dal fine banale, oppure si deprimono e si chiudono al mondo.</p>
<p>Da tempo immemorabile sono i giovani che in una società detengono le fette più grosse dell&#8217;immaginazione e nella nostra società molti ragazzi hanno un titolo di studio elevato, che ci porterebbe a pensare che abbiano gli strumenti per progettare, a ragion veduta, un futuro migliore, in cui il denaro ha sono una piccola importanza, quello che gli è stato storicamente più proprio, di essere mezzo di scambio e di pagamento. Nel nostro paese si sprecano i filosofi, i laureati in scienze politiche, in architettura, e così via, che saprebbero e potrebbero ragionare in grande, e che invece per necessità di sbarcare il lunario, dovendo lavorare nei call center, o simili, esauriscono lì le loro energie, seppure per pochi soldi, e per un tempo sempre più determinato, trastullandosi con il divertimentificio a buon mercato nel tempo libero.</p>
<p>Siamo tutti travolti e sopraffatti da un sistema che non dà benessere. L&#8217;economicismo è imperante, pure bisogna immaginare una diversa economia. E&#8217; ormai troppo generico parlare di autoproduzione ed autoconsumo rinviando alle calende greche, e agli altri, l&#8217;arduo compito.</p>
<p>Personalmente immagino una diversa Italia, in cui i ragazzi, estromessi dal mercato, cominciano a percorre un diverso tragitto per la loro sopravvivenza. Una strada di decrescita, in cui si abbia come scopo quello di creare dei beni individuali e comunitari, più che merci, in zone ed aree abbandonate dalla speculazione capitalistica.</p>
<p>Richiamando alla mente le immagini viste molto tempo fa, su quello che era L&#8217;Aquila del dopo-terremoto e quello che erano diventati molti suoi cittadini, zombies impotenti di fronte alle rovine come alle “case di Silvio”, mi sembra di riconoscere una metafora. Così è ora la nostra società italiana, ciò che è stato creato dal secondo dopoguerra ad oggi. Noi siamo lì, di fronte, e guardiamo depressi, senza neppure desiderare di capire di chi è la colpa. Gli aquilani si sono sentiti impotenti, infelici come non mai, eppure hanno accolto passivamente quel che si stava preparando per loro, hanno una responsabilità personale pesante, così gli italiani. Lentamente potremmo prendere coscienza che forse si è sbagliato tutto, che occorre ricominciare a pensare e ad agire. Forse questo nostro confrontarci è già un inizio.<br />
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		<title>Fermare la crescita che produce il debito</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 08:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia/Ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Il debito pubblico non è un problema di cui sia stata sottovalutata la gravità; al contrario, è il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. Il debito è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/11/gameover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5906" title="gameover" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/11/gameover.jpg" alt="" width="250" height="346" /></a>Il debito pubblico non è un problema di cui sia stata sottovalutata la gravità; al contrario, è il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. Il debito è indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati. La crescita drogata dal debito va fermata perché non è la soluzione della crisi, ma la sua causa.</p>
<p>Clima, energia, economia: tre crisi ci minacciano. Senza una nuova politica, la crisi del debito creato per drogare la crescita potrà solo aggravarsi. Tutto lascia credere che ormai sia solo questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o da quella energetica, coloro che non si sono lasciati ipnotizzare dalla colossale disinformazione planetaria dei mass media – e sono più di quanti si creda – possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie.</p>
<p>Grandi Opere, spesa militare, costi della politica. Per uscire dalla crisi e bloccare la spirale del debito bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. Il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra grandi imprese e partiti politici del secolo scorso non prenderà mai queste decisioni, perché ne verrebbe travolto.</p>
<p>Una nuova politica per il bene comune. Occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra; non omologati sul dogma della crescita, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando: i loro incubatori sono i movimenti di resistenza contro le grandi opere e contro la privatizzazione dei servizi sociali.</p>
<p>Il debito italiano: rischio bancarotta. In Italia il debito pubblico rappresenta il 119% del Pil e alla fine del 2011 raggiungerà i 2.000 miliardi di euro. Il Giappone sta peggio di noi, con un debito oltre il 200% del Pil, e la stessa Gran Bretagna – sommando il debito pubblico a quello di aziende e famiglie – arriva al 245% del Pil, mentre il debito complessivo italiano raggiunge il 225,8% del prodotto interno lordo. Di fronte a queste cifre, non è escluso che i paesi più indebitati decidano di uscire dalla spirale del debito, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli di Stato e quindi rovinando i risparmiatori. Questa crescita, drogata dal debito pubblico sempre più vasto e dal credito al consumo per le famiglie: solo il “doping” del debito ha consentito, finora, di tenere in vita un’economia fondata sulla crescita dei consumi. Perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che, se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute fino alla crisi di sovrapproduzione che distruggerebbe il sistema fondato sulla crescita.</p>
<p>La politica economica in un vicolo cieco. Ridurre le tasse e/o aumentare la spesa pubblica: è ciò che destra e sinistra hanno proposto, per stimolare la crescita del Pil, perché se cresce la produzione di merci aumenta il gettito fiscale e si riduce il debito pubblico. Ma tagliando le tasse e aumentando la spesa pubblica, il debito aumenta. Inserendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni si comprometteranno le possibilità di crescere. Globalizzazione, merci invendute ed ex consumatori disoccupati. Perché gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno funzionato? Perché nei paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione dei mercati hanno determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno: macchinari sempre più potenti producono quantità sempre maggiori di merci riducendo progressivamente l’incidenza di lavoro umano per unità di prodotto. Ne deriva un aumento dell’offerta e una contestuale diminuzione della domanda mediante la diminuzione delle retribuzioni e la riduzione dell’occupazione.</p>
<p>Spesa militare: faremo la fine dell’Impero Romano? Una voce disastrosa nel debito pubblico è costituita dalla crescita delle spese militari. Dopo il tracollo dell’Urss, la dimensione egemonica imperiale degli Usa ha spinto gli alleati verso un impegno crescente in molti teatri di guerra, in regioni strategiche come quelle petrolifere, fino a determinare una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’Impero Romano quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono a superare il valore delle risorse che se ne ricavavano.</p>
<p>Grandi Opere: fallimenti in tutto il mondo. Altrettanto rilevanti, nel bilancio del debito, le grandi opere spesso faraoniche e inutili: la crisi della Grecia è scaturita dalle spese per le Olimpiadi di Atene del 2004, se Torino è la città più indebitata d’Italia lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. Opere che non ripagano i loro costi perché sovradimensionate rispetto alle reali esigenze: è successo con l’aereo supersonico Concorde e il tunnel sotto la Manica già fallito due volte; è successo con molti costosissimi edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, già in pieno degrado. Sovradimensionata rispetto alle esigenze è la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino-Lione. Destra e sinistra sono consapevoli dell’inutilità di molte grandi opere, devastanti per i territori, e tuttavia rivendicano il merito di averle deliberate in deficit allo scopo di rilanciare la crescita economica e l’occupazione. In realtà faranno crescere soltanto il debito pubblico. Un’opera è davvero sostenibile solo se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse, il consumo di energia e l’impronta ecologica, in modo da ripagare i costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione, contribuendo in questo modo a ridurre il debito pubblico. In altre parole la politica economica non può più basarsi soltanto su criteri di tipo quantitativo, ma deve adottare criteri di valutazione qualitativi.</p>
<p>L’equivoco della green economy. Nell’ottica della green economy la politica energetica non si fonda sulla riduzione della domanda mediante la riduzione di sprechi e inefficienze, ma sulla sostituzione dell’offerta: fonti rinnovabili anziché fossili, con incentivi statali che aggravano il debito pubblico. Anziché i piccoli impianti per l’autoconsumo, la green economy privilegia i grandi impianti, che possono essere appannaggio solo di grandi aziende interessate a incentivare la crescita dei consumi e degli sprechi. E’ un modo di riproporre ancora una volta l’alleanza strategica tra industria e partiti: l’alleanza fondata sulla crescita, responsabile dell’attuale fallimento storico. Anziché nelle grandi opere e nella green economy faraonica, occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, nelle reti idriche, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi (con benefici effetti anche sul turismo), nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri post-industriali (come a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio di materiali dismessi, nell’agricoltura di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra produttori e acquirenti.</p>
<p>Filiera corta: l’economia locale può sopravvivere alla globalizzazione. E’ auspicabile una saldatura tra l’economia reale dei territori (contadini, commercianti, piccole e medie aziende, artigiani e professionisti) con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali. Una vera democrazia partecipata può realizzarsi solo ripudiando la globalizzazione e rivalutando le economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà delle filiere corte. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, le attività economiche locali sono utili, ripagano i costi d’investimento riducendo sprechi e consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici e non richiedono tecnologie potenti, bensì evolute; non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccoli operatori locali (agricoltori, artigiani, commercianti, tecnici) radicati sul territorio, in grado di alimentare un’economia di prossimità, sostenibile dal credito locale, come dimostra il recente successo di alcune piccole e medie imprese italiane, che caratterizzano la nostra struttura produttiva (il 99,92 % ha meno di 250 addetti).</p>
<p>Meno e meglio: decrescita selettiva del Pil. Ridurre gli sprechi comporta necessariamente una decrescita: la coibentazione degli edifici per ridurne le dispersioni termiche e l’installazione di impianti energetici a fonti rinnovabili fanno crescere il Pil inizialmente, ma in seguito i risparmi lo fanno decrescere. La decrescita selettiva del Pil, riduce gli sprechi e l’impronta ecologica, migliora il benessere e la qualità della vita, crea occupazione utile. Solo la decrescita selettiva del Pil può risolvere sia la crisi economica che quella ambientale, senza far crescere il debito pubblico né deprimere le attività produttive.</p>
<p>Agricoltura biologica: una scelta strategica. L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica: stagionalità dei prodotti, riunificazione di agricoltura e allevamento, accorciamento delle filiere, riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne.</p>
<p>Ristrutturazione edilizia: fronte strategico di occupazione utile. Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti: mediamente in Italia per il riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio e soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? La riduzione del pil che ne deriverebbe offrirebbe i vantaggi economici, occupazionali e ambientali non altrimenti ottenibili.</p>
<p>Il modello della crescita è finito: non ha futuro, va sostituito. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori. Si annuncia un periodo di transizione inevitabilmente drammatico. Sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. <span style="text-decoration: underline;">È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.</span></p>
<p style="text-align: right;">Maurizio Pallante</p>
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		<title>O la borsa o la vita</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 17:16:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/10/borsa_vita.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-5738" title="borsa_vita" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/10/borsa_vita.png" alt="" width="500" height="232" /></a>La crisi finanziaria, economica, ecologica e morale, che ha travolto il mondo occidentale, sta portando al crepuscolo i dogmi dominanti in questi anni e ai quali abbiamo obbedito ciecamente. Abbiamo sostenuto un sistema che premia il vizio, il gioco d’azzardo degli speculatori, degli acrobati della finanza, arricchitisi in modo osceno. Ci hanno detto: «Arricchitevi e siate avidi, perché solo così riuscirete a conquistare la felicità in terra». Ci hanno convinto che l’unico modo per lavorare nell’era della globalizzazione era accettare lo sfruttamento, la cancellazione dei diritti. Così, abbiamo sostituito il cittadino con il consumatore, per poi accorgerci che solo a poche sanguisughe è concesso il privilegio di consumare e sperperare in abbondanza. Abbiamo costruito un modello di sviluppo iniquo e socialmente ed ecologicamente insostenibile, quasi fossimo in grado di produrre e consumare all’infinito. E chi per anni ha puntato il dito contro questa verità adulterata è stato battezzato una “Cassandra” da una classe dirigente (politica, economica, intellettuale) senza valori, che non siano quelli quotati in Borsa.</p>
<p>Ma il bubbone doveva scoppiare. Per quanto tempo ancora, infatti, si poteva sopportare una struttura sociale in cui un manager guadagna in un mese lo stipendio che un suo dipendente guadagna in 27 anni? Come si può accettare che l’1% della popolazione italiana (per restare a casa nostra) detenga la stessa percentuale di ricchezza che è ripartita fra il 60% della popolazione che è chiamato ogni giorno a tirare la cinghia? A questo 60%, anche oggi, i tecnocrati di Roma stringono forte il cappio al collo per strizzargli le ultime risorse utili a risanare un bilancio pubblico anoressico.</p>
<p>L’ascensore sociale, sul quale ci avevano promesso che tutti saremmo saliti, è in discesa da tempo. Per questo, cresce la sfiducia della popolazione. Aumenta l’insoddisfazione sorda. La ripartizione iniqua dei costi della crisi e dei provvedimenti di austerity rischia di generare forti tensioni sociali. Gli indignados, la cui giornata internazionale di mobilitazione contro il neoliberismo è stata fissata per il 15 ottobre, aumentano di rabbia e di numero. Capiscono che il default – termine dotto per dire fallimento – del paese ricadrebbe principalmente e ancora una volta sulle loro spalle.</p>
<p>La soluzione sarebbe un’uscita “dolce” dal capitalismo. Ma, come ha scritto Serge Latouche, il teorico della decrescita, implicherebbe «un cambiamento di civiltà, né più né meno ». Non è possibile in tempi stretti? Si adottino, allora, misure che vadano ad accorciare, non ad allungare, le distanze tra gli ultimi e i primi della società. Gli stessi superricchi si sono accorti che, per continuare a fare affari, serve loro una società intatta e con una buona e stabile coesione. Quindi, meglio tasse più alte per loro, secondo la ricetta del miliardario Buffet, che disordini e moti sociali.</p>
<p>Sul tavolo politico italiano ci sono da tempo alcune proposte ragionevoli, come, ad esempio, una tassa sui grandi patrimoni al di sopra del milione di euro; oppure il dimezzamento delle spese militari. Pochi sanno che con il costo di un cacciabombardiere F-35 si potrebbero realizzare 183 asili nido per settanta bimbi ciascuno, stipendi per insegnanti compresi. Ogni giorno consumiamo 80 milioni di euro in spese militari, pari a 500 dollari pro capite l’anno, in base ai dati forniti in un dossier dalla Federazione dei Verdi. E non vale la critica di chi dice che smantellare l’industria militare implicherebbe una perdita dei posti di lavoro. Secondo Gianni Alioti, responsabile Ufficio internazionale Fim-Cisl, «con gli stessi soldi con cui si crea un posto di lavoro nell’industria militare, se ne creano 10-20 nella green economy o nei settori della microelettronica, dell’automazione industriale, dei mezzi di trasporto. La più importante realtà eolica in Italia – con oltre 700 occupati – controllata dalla danese Vestas, è nata da un progetto di riconversione nel civile di Aeritalia (l’attuale Alenia Aeronautica)».</p>
<p>Si può ragionare su questo? Si può ipotizzare che mantenere un livello di welfare decente, prelevando dalle casseforti ancora gonfie, possa essere uno strumento per calmierare un sistema di ineguaglianze, “strutturalmente ingiusto”, pronto, altrimenti, a esplodere?</p>
<p style="text-align: right;">By Nigrizia</p>
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		<title>Deficit ecologico</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 08:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia/Ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Da oggi 27 settembre l’umanità entra in deficit ecologico. Vuol dire che per quest’anno abbiamo esaurito tutte le risorse naturali disponibili e inizieremo a consumare quelle riservate al prossimo. Insomma, da domani metteremo mano ai risparmi che evidentemente andiamo a sottrarre dal capitale per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. Ma come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/09/deficit-ecologico.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5598" title="deficit ecologico" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/09/deficit-ecologico-237x300.jpg" alt="" width="250" height="316" /></a>Da oggi 27 settembre l’umanità entra in deficit ecologico.</p>
<p>Vuol dire che per quest’anno abbiamo esaurito tutte le risorse naturali disponibili e inizieremo a consumare quelle riservate al prossimo. Insomma, da domani metteremo mano ai risparmi che evidentemente andiamo a sottrarre dal capitale per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. Ma come siamo arrivati a questo punto? Per una inesorabile legge dell’economia: spendiamo più di quanto abbiamo. Anche in termini di risorse. Spiega Mathis Wackernagel presidente del Global Footprint Network, l’associazione internazionale che calcola ogni anno la spesa ecologica dell’umanità:</p>
<p>Se vogliamo mantenere la società stabili e vivere bene non possiamo più sostenere un deficit di bilancio sempre più ampio tra ciò che la natura è in grado di fornire e quanto le nostre infrastrutture, economie e stili di vita richiedono.</p>
<p>E’ dal 1970 in poi che le attività umane hanno superato la soglia critica di sfruttamento delle risorse del Pianeta e la domanda ha iniziato a superare l’offerta in una condizione nota come superamento ecologico. Secondo Global Footprint Network stando così le cose iniziano a volerci risorse disponibili tra 1,2 e 1,5 pianeti in più per sostenere la domanda e entro la prima metà del secolo avremo bisogno di 2 pianeti.</p>
<p>Fornire un buon tenore di vita alla gente di tutto il Pianeta è certamente possibile. Ma non sarà possibile utilizzando intensamente le risorse secondo i modelli di sviluppo e crescita che abbiamo avuto fino a oggi. Questo significa trovare nuovi modelli di progresso e prosperità che limitino la domanda sul patrimonio ambientale. Ciò significa anche mantenere le risorse che abbiamo come una fonte di continua di ricchezza piuttosto che come produttrici di denaro veloce. Essenziale ed improrogabile soffermarsi a riflettere perchè sia il deficit ecologico che quello economico sono la conseguenza dello stesso modello di sviluppo.<br />
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		<title>Obsolescenza pianificata</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 19:10:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Società/Cultura]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/09/consumismo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5410" title="consumismo" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/09/consumismo-219x300.jpg" alt="" width="250" height="342" /></a>Avrete sicuramente notato come i prodotti che ci ritroviamo ad acquistare ed utilizzare abbiano una durata sempre più breve. Borse e zaini o scarpe e vestiti che si scollano, rompono, sfilacciano dopo poche settimane o nella migliore delle ipotesi, dopo pochi mesi. Pentole e padelle antiaderenti che si scrostano letteralmente al decimo lavaggio; asciugacapelli, lavatrici ed elettrodomestici vari che si inceppano  sempre e comunque “in giovane età”; telefoni cellulari e fotocamere digitali che si rompono misteriosamente anche dopo sei mesi… Si potrebbe andare avanti all’infinito.</p>
<p>Ma perché accade tutto ciò? Perché il frullatore che ho in casa, risalente agli anni cinquanta e che ho avuto in dono, o meglio, in eredità, non da una nonna, ma addirittura da una bisnonna, funziona benissimo dopo più di mezzo secolo mentre la fotocamera, acquistata l’anno scorso, non dà più segni di vita dopo che il suo “display” si è rotto semplicemente stando in una borsa e che, a parere del negoziante vicino casa, non può essere assolutamente riparata (a meno che non si vogliano spendere cifre esorbitanti), ma può solo essere sostituita in toto? (E poi ci si stupisce delle “emergenze rifiuti”!). Perché non possiamo più riparare qualcosa ma solo sostituirlo?<br />
Le risposte sono varie e più o meno complesse, ma a parte il fatto che nella maggior parte dei casi abbiamo perso ogni capacità, anche solo di iniziativa, riguardante la riparazione degli oggetti che ci circondano (come si può poi avere la competenza di riparare una fotocamera elettronica?), i motivi principali sono dovuti al fatto che ai geni del marketing e dell’informazione far apparire ogni cosa obsoleta dopo poche settimane l’uscita sul mercato non basta più, le merci (tutte, dalla più semplice alla più tecnicamente avanzata) devono avere una scadenza programmata.</p>
<p>Tutte le merci presenti nel mercato devono avere una scadenza programmata.<br />
Ci sono già fior di studi e ricerche a riguardo che non sto a citare in questa sede, ma sarei pronto anche senza di essi a scommettere che ormai si progetta la stragrande maggioranza dei prodotti in modo che si guastino o addirittura si debbano sostituire entro periodi sempre più brevi.<br />
Penso (e francamente spero) che sempre più persone abbiano iniziato ad essere insofferenti a questo comportamento che arreca danni non solo all’intero villaggio globale, dai lavoratori sfruttati nei paesi in via di “sviluppo” per produrre questa merce-spazzatura ai consumatori dei paesi “sviluppati”, ma anche ovviamente all’ambiente.<br />
Sempre più persone hanno iniziato a sentirsi profondamente infastidite dalle continue promesse di frivola felicità propinateci quotidianamente dai paladini della società dei consumi e della crescita economica, gli stessi, per intenderci, che con le loro speculazioni finanziarie e privatizzazioni selvagge ci hanno portato alla situazione attuale.</p>
<div>Sempre più persone sentono la naturalissima esigenza di sfuggire a queste “logiche illogiche” ed a queste tensioni e frustrazioni che ne conseguono, anche se in moltissimi casi ancora non sembrano rendersene pienamente conto.<br />
Che fare, allora? Le uniche due risposte che mi sento di poter fornire sono due:<br />
- Re-imparare gradualmente a prodursi il più possibile i propri beni.<br />
- Smettere di comprare. Bandire il più possibile lo “shopping” dalle nostre vite.<br />
Bandire il più possibile dalle nostre vite lo shopping è un&#8217;alternativa alla crisi. Questo non come ripudio totale della società in cui viviamo, non come voto di rinuncia, ma come allenamento per ciò che ci attende nei prossimi anni (che per l’appunto non sarà recessione, ma depressione), ossia una decrescita che per i più sarà forzata, e probabilmente non così felice. È forse l’unica forma di reazione, o addirittura di rivoluzione, che ci è rimasta nei confronti dei signori del marketing, della politica, della finanza e della crescita, che giocano sempre più con le nostre vite e che, più che delle persone, ci ritengono da parecchio tempo solo dei meri consumatori.<br />
Quando dobbiamo comprare qualcosa, almeno, teniamo presente i vecchi proverbi, sempre molto validi e molto attuali, tipo quello che dice “che chi più spende, meno spende”, provando a ridare in generale più importanza alla qualità che alla quantità.<br />
La decrescita è già iniziata in tutto l’Occidente, e sta a noi renderla felice.</div>
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		<title>Ripartire dai referendum</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 10:04:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Da giorni si cerca “la quadra”, da giorni si studia una manovra finanziaria equa, che, in maniera spasmodica, viene poi modificata, come se il governo non avesse ancora compreso appieno che l&#8217;Italia è sotto osservazione e che i mercati finanziari non resteranno a guardare ancora oltre e che soprattutto, quando la BCE smetterà di comprare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/09/il-peso-dei-debiti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5402" title="il-peso-dei-debiti" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/09/il-peso-dei-debiti.jpg" alt="" width="250" height="306" /></a>Da giorni si cerca “<em>la quadra</em>”, da giorni si studia una <strong>manovra finanziaria</strong> equa, che, in maniera spasmodica, viene poi modificata, come se il governo non avesse ancora compreso appieno che l&#8217;Italia è sotto osservazione e che i mercati finanziari non resteranno a guardare ancora oltre e che soprattutto, quando la <strong>BCE</strong> smetterà di comprare i titoli del <strong>debito pubblico</strong>, (e finirà perché non potrà certo sostenerci in eterno) allora sì che ne vedremo delle belle.</p>
<p>Qualcuno è arrivato, persino, a evocare “<em>il diritto al default come contropotere finanziario</em>” ma, nessuno parla mai seriamente di “<strong>decrescita</strong>” e di cambiamento del paradigma.</p>
<p>Intanto, gli italiani non ancora abbastanza “<strong>indignados</strong>”, puntano il dito, a intervalli regolari, contro quelli che reputano responsabili della fallimentare situazione economica, in cui versa il paese, e quindi contro le banche, la casta della politica, gli sprechi della Chiesa, contro evasori e i sindacalisti, e, finanche, contro i calciatori.</p>
<p>Ed è vero che, è assolutamente sacrosanto, in questo momento, non lasciare indenne da una seria revisione pubblica un solo capitolo del bilancio dello Stato, a cominciare dai <strong>compensi dorati</strong> dei proprietari e manager delle nostre famiglie di industriali che, per intenderci, in gran parte, vivono di monopolio o commesse pubbliche e non, di vero libero mercato.<br />
Ma, su questo, tranne qualche rara eccezione, non leggerete mai nulla sulla stampa italiana, perché nessun giornale denuncerebbe mai lo stesso sistema che lo finanzia.</p>
<p>Stesso discorso, quando si parla di tagliare e rivedere completamente la nostra <strong>spesa militare</strong>: è assurdo continuare a spendere, in questo modo, almeno 24 miliardi di euro all&#8217;anno, tanto più che, come ha affermato <strong>Flavio Lotti</strong>, coordinatore della <strong>Tavola della pace</strong>, “<em>si continua a chiedere agli italiani di stringere la cinghia e la discussione sui tagli assomiglia a una guerra balcanica</em>”.<br />
Dello stesso avviso, è <strong>Padre Alex Zanotelli</strong> , che ha ricordato, nel suo nuovo appello &#8220;<em>Manovra e armi, il male oscuro</em>&#8220;, per tagliare le spese militari, “che in Italia spendiamo oltre 50mila euro al minuto per la Difesa, cioè 3 milioni di euro all’ora e 76 milioni al giorno, neanche se fossimo invasi dagli UFO”.<br />
Ma, anche in questo caso, i direttori dei principali quotidiani si guardano bene dallo spiegare ai lettori che vi è un’altra Casta- quella militare &#8211; che pesa sul debito pubblico; non spiegano i costi di <strong>Finmeccanica</strong> perché i loro editori fanno parte della stessa famiglia industriale.</p>
<p>Intanto, la più importante conquista del continente, lo &#8220;<strong>stato sociale</strong>&#8220;, viene <strong>svenduta</strong> per pagare gli interessi del debito pubblico che, a loro volta, servono a pagare i profitti delle banche, e si proclamano come vangelo assurdità mostruose, sacrificando tutto sull’altare della competitività e della produttività.</p>
<p>Per queste ragioni, occorre, da subito, una mobilitazione ad oltranza, e coesione, ma soprattutto, partire dai<strong> beni comuni </strong>per costruire un diverso modello di sviluppo, anche ecologicamente compatibile.<br />
Basterebbe, semplicemente, fare tesoro dell’esperienza dei <strong>Referendum</strong>.<br />
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		<title>Per andare davvero avanti</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Aug 2011 05:55:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Segavano i rami sui quali erano seduti. E si scambiavano a gran voce le loro esperienze, di come segare più in fretta. E precipitarono con uno schianto. E quelli che li videro, scossero la testa e continuarono a segare. (Bertolt Brecht) Sembra ormai sempre più chiaro: non stiamo seguendo la giusta direzione, e serve un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/08/bloketree.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5260" title="bloketree" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/08/bloketree.jpg" alt="" width="250" height="225" /></a>Segavano i rami sui quali erano seduti. E si scambiavano a gran voce le loro esperienze, di come segare più in fretta. E precipitarono con uno schianto. E quelli che li videro, scossero la testa e continuarono a segare.</em> (Bertolt Brecht)</p>
<p>Sembra ormai sempre più chiaro: non stiamo seguendo la giusta direzione, e serve un nuovo paradigma culturale che ci permetta di cambiarla. Magari con la decrescita. Che non vuol dire “tornare indietro”, ma semplicemente “cambiare rotta”, in totale contrasto con l’imposizione della crescita (economica) senza limiti, tanto deleteria quanto improbabile. La Decrescita Felice non è ripudio per la tecnologia o per l’innovazione. Ci vuole infatti più tecnologia per costruire, ad esempio, una casa “passiva” senza impianto di riscaldamento o che, se non passiva, consumi al massimo 7 litri di gasolio al metro quadro all’anno, come in Germania, di una che ne consuma anche più di venti, come in Italia.</p>
<p>La Decrescita Felice è il desiderio ed ha l’obiettivo di riportare sia l’economia che, appunto, la tecnologia al servizio dell’uomo, e non il contrario. Decrescita significa mettere in pratica una serie di cambiamenti che in certi casi possono dare l’impressione di far fare un passo indietro, ma non ritiene necessariamente che il passato sia stato tutto rose e fiori. È un tentativo di dare un aspetto più umano e meno atomizzato alla situazione attuale, cercando di unire alcuni vecchi usi o abitudini all’attuale apertura mentale e livello culturale (in teoria superiori rispetto a prima), nonché agli attuali progressi scientifici e tecnologici.</p>
<p>È il proposito di riportare l’essere umano a lavorare per vivere, non vivere per lavorare; a produrre per usare, non consumare per produrre. È il tentativo di ridare il giusto significato a termini quali “progresso”, “sviluppo”, “benessere” (ormai confuso con “tantoavere”) e ovviamente “crescita”, non di voler tornare al carro e alla candela, o altri luoghi comuni preconfezionati che le vengono attribuiti. E se in certi casi la Decrescita Felice può in effetti portare a fare un passo indietro, non vuol dire che sia un male, o che sia una scelta così sbagliata. Se vi trovate sull’orlo di un precipizio, ad esempio, preferireste fare un passo avanti o uno indietro?</p>
<p>Decrescita Felice è anche questo. È la consapevolezza del fatto che è arrivato il momento di rallentare, magari anche di fermarsi un attimo a riflettere sul da farsi, guardare il precipizio che ci si prospetta davanti (che sia economico, sociale, ambientale, esistenziale), fare un passo indietro se è necessario, e continuare sulla nostra “nuova” strada, avendo scelto un sentiero diverso per potere davvero andare avanti. È, paradossalmente, uno dei fenomeni più innovativi che ci siano in questo momento, soprattutto se si pensa che mercato, politica ed economia si basano per lo più su concetti, convinzioni e ideologie ormai vecchi di due secoli.</p>
<p>Siamo solo all’inizio di quello che, si spera, sarà un lungo percorso da fare tutti insieme dato che, in un modo o nell’altro, siamo tutti sulla stessa barca. L’importante è non abbandonarsi all’idea che sia in ogni caso una battaglia persa, e che l’unica possibilità che abbiamo è quella di adeguarci alle regole dettate da un mercato impazzito che, promuovendo (tramite la società di consumi che ha creato) lo spreco e la superficialità, continua a (provare a) distrarci dalle nostre reali esigenze, propinandoci una serie di vuote e false promesse che non stanno creando che problemi e frustrazioni.</p>
<p style="text-align: right;">Pallante e Bertaglio</p>
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		<title>Lodati siano i saldi</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 10:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia/Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[“Saldi, saldi, saldi, quanti saldi!! Lodati siano i saldi!”, cantano in questi giorni coloro che attendono con ansia il 2 luglio, data unica nazionale in cui avrà inizio l’ennesima stagione di sconti. Finalmente i consumi nel nostro martoriato Paese potranno ripartire. Ma è veramente così? E soprattutto, è davvero necessario basare la propria vita sui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/06/shopping.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4874" title="shopping" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/06/shopping.jpg" alt="" width="250" height="196" /></a>“Saldi, saldi, saldi, quanti saldi!! Lodati siano i saldi!”, cantano  in questi giorni coloro che attendono con ansia il 2 luglio, data unica  nazionale in cui avrà inizio l’ennesima stagione di sconti. Finalmente i  consumi nel nostro martoriato Paese potranno ripartire. Ma è veramente  così? E soprattutto, è davvero necessario basare la propria vita sui  consumi, o l’economia nazionale sulla (continua) ripresa degli stessi?</p>
<p>Chissà, forse ha ragione chi consiglia di spendere, non essendoci  niente di peggio della crescita negativa (!) in un sistema basato sulla  crescita illimitata del Pil. Hanno ragione Codacons e Confesercenti  quando propongono di anticipare di anno in anno i saldi estivi o di  Natale, in un Paese in cui da sessant’anni uno dei principali scopi  sembra quello di imitare (dove e come conviene, ovviamente) nazioni come  Gran Bretagna e Stati Uniti, punte di lancia del  turbo-capitalismo/liberismo e dell’iper-consumismo, in cui i saldi per  le Feste natalizie iniziano ormai a fine novembre. Ha ragione la  maggioranza degli italiani quando richiede a gran voce i suddetti saldi  anticipati o i negozi aperti la domenica, se viviamo in un sistema che  non permette quasi più a nessuno di rinunciare all’acquisto, consumo e  smaltimento in tempi sempre più brevi di ogni tipo di bene e di  servizio.</p>
<p>Ma hanno mai pensato Codacons o la marea di persone convinte che  tutto possa funzionare così com’é a ciò che cambierà per la nostra  economia dopo essersi riversati a fare acquisti per amore della ripresa  dei consumi? Non cambierà nulla. Questo é il punto. Starsene qualche ora  in coda fra i parcheggi e le casse dei centri commerciali, oltre che  intasare strade prima e discariche poi, può dare l’illusione ancora per  qualche tempo di un (certo) benessere diffuso, può addirittura far  salire il Pil di una frazione di punto percentuale, ma non risolve il  problema.</p>
<p>Se tutti ci mettessimo oggi a comprare scarpe, vestiti, televisori al  plasma o l’ennesimo telefono cellulare, come potremmo dire a politici  ed economisti che, fra un mese o due, saremmo ancora al punto di  partenza? E come possiamo far capire a chi pensa che la soluzione ai  nostri problemi (economici piuttosto che esistenziali) sia quella di  spendere e consumare, che questa è invece l’origine di tutti i nostri  guai?</p>
<p>Non potremmo comprare un televisore al mese nemmeno se lo volessimo.  Soprattutto in un momento di “crisi” come questo. Quindi, assistere alla  svendita di questo tipo di sistema (iniziata già da tempo dai creativi  della finanza, oltre che dai soliti politici) sembra l’unica cosa che ci  è concessa di fare. A meno che non ci decidiamo con tutta la forza, la  fatica e la pazienza necessarie a cambiare rotta. Cambiare rotta nel  nostro approccio con la vita, col lavoro, col “consumo”, con gli altri e  soprattutto con noi stessi. Magari iniziando ad unire ciò che di buono  c’era una volta a ciò che di buono riesce a offrire il presente. O  dimenticandoci una volta per tutte l’ormai inutile e fittizia  distinzione fra destra e sinistra, con il loro corollario di ideologie e  schemi mentali ormai morti e sepolti dalla storia e dagli eventi.</p>
<p>Dovremmo iniziare ad essere positivi, più che “ottimisti”, cercando  di “contagiare” chi ci sta attorno, ma evitando inutili e fastidiose  prediche a chi ancora non vuole capire che la way of life occidentale ha  decisamente fallito nell’intento di farci vivere “meglio”, o di  renderci più felici. Ma per essere davvero il cambiamento che vogliamo  vedere nel mondo, abbiamo bisogno di tutti i mezzi a nostra  disposizione. A partire dalla nostra intelligenza.</p>
<p style="text-align: right;">Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio</p>
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		<title>Ha vinto il buon senso</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 13:52:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>

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		<description><![CDATA[Quorum raggiunto e plebiscito per i sì, a chi la vittoria? Non al centrosinistra, non a questo o quel partito (volendo, l’unico autorizzato ad attribuirsela è l’IdV di Di Pietro), non ai sostenitori dell’ultima ora come il liberalizzatore Bersani, non agli avvoltoi che li riducono a un’altra, che pure c’è stata, battaglia in chiave anti-berlusconiana. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/06/festa-comitati-referendum-11.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-4780" title="festa-comitati-referendum-11" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/06/festa-comitati-referendum-11.jpeg" alt="" width="250" height="188" /></a>Quorum raggiunto e   plebiscito per i sì, a chi la vittoria? Non al centrosinistra, non a   questo o quel partito (volendo, l’unico autorizzato ad attribuirsela è   l’IdV di Di Pietro), non   ai sostenitori dell’ultima ora come il liberalizzatore Bersani, non   agli avvoltoi che li riducono a un’altra, che pure c’è stata, battaglia   in chiave anti-berlusconiana. Ha perso sicuramente il governo   Berlusconi, che dell’ideologia del privato è stato il fautore più   sfacciato e accanito. Ma ha perso anche il Pd. Il partito delle   lenzuolate e del riformismo soft ora sostiene la capziosa distinzione   fra privatizzazione selvaggia e liberalizzazione controllata del settore   idrico. In sostanza non è contrario al ricorso ai privati nella   gestione dell’acqua, ma intende realizzarlo a condizione diverse da   quelle previste dal centrodestra, cioè senza una quota di capitale fisso   e senza un dividendo obbligatorio ma tramite una gara che, sia pur   mantenendo le reti in mano pubblica, può affidare in toto la loro   conduzione a un investitore privato. A me, e non credo di essere il   solo, pare invece che gli italiani abbiano detto un no chiaro e tondo al   privato in sè e per sé. Perché questo era il messaggio, volutamente   generico ma indubbiamente efficace, grazie al quale il sì ha trionfato. E   lo conferma la bocciatura dell’atomo, che non deriva soltanto dal   recente terrore suscitato da Fukushima ma anche e soprattutto da una   storica repulsione dell’Italia profonda per il volto peggiore, disumano,   della modernità tecnologica&#8230;..</p>
<p>La   sconfessione del vergognoso lodo salva-premier ha beneficiato di  questa  onda lunga di rifiuto. Essendo il più politicamente marcato fra i   quesiti, fosse stato l’unico a dover essere votato probabilmente non   sarebbe andata com’è andata. Ma anche su questo tema si è aperta una   breccia oltre il bipolarismo straccione: prova ne siano i sì piovuti dal   turbolento leghismo in crisi (e forse anche da qualcuno del Pdl, che  ha  capito che Berlusconi è ormai l’ingombrante nemico di sé stesso e  del  suo partito).</p>
<p>A   vincere sono stati i cittadini comuni impegnati nel fiume carsico e   carbonaro dei comitati per l’acqua bene comune, delle associazioni   ambientaliste, dei movimenti territoriali o semplicemente dei tanti,   singoli individui dotati di occhi orecchi cuore e cervello, stufi di   subire l’idolatria trasversale del mercato unico. E’ stata sconfitta   la cultura dominante della privatizzazione di tutto: delle risorse   naturali (acqua), dell’energia (nucleare) e della cosa pubblica (leggi   ad personam). Non è un discorso “da comunisti”, come sbrigativamente il  luogo comune liquida chiunque critichi  il mercatismo. E’ buon senso. Il perché è semplice. Il   teorema in voga dice che per finanziare gli investimenti che lo Stato e   gli enti locali non ce la fanno a coprire, ad esempio i 40 miliardi di   euro necessari a mettere a posto il colabrodo degli acquedotti   nazionali, c’è bisogno dei privati. Ma questi benedetti privati non sono   dame di carità che portano i loro denari in dote all’amministratore   pubblico per amore del bene collettivo: sono capitalisti che hanno   l’obbiettivo di ricavare il massimo profitto dal proprio investimento.   Potete fissare tutti i paletti che volete, ma una volta fatti i conti ci si   accorgerà immancabilmente che il servizio dovrà sottostare a un   criterio puramente economico, e se non dovessero quadrare, a pagare in   ultima istanza saranno i clienti, cioè noi. Delle centrali nucleari,   poi, meglio non parlarne nemmeno: sono anti-economiche con evidenza   schiacciante, per costruirle bisognerebbe ricorrere alla tasse poiché a   garantirne la convenienza per i privati dovrebbe essere, alla faccia  del  libero mercato, lo Stato. Cioè, ancora una volta, noi.<br />
Dice:   ma col mantenimento del pubblico è sempre sulle nostre spalle, anzi   sulle nostre tasche, che grava il peso dei servizi. Certamente, ma   allora vogliamo una buona volta metterci a pensare a un altro modello di   sviluppo? Prendiamo le energie rinnovabili. E’ vero che non riuscirebbero a coprire il fabbisogno energetico. Quello attuale, però.   Ossia la fame sovralimentata di energia da parte di un’economia in   sovrapproduzione permanente e disperata. Saggezza vorrebbe che ci   dessimo una calmata. In altri termini: che ci sganciassimo dal ricatto   della crescita infinita. E’ inseguendo una crescita non più possibile   che interi paesi stanno cadendo nella miseria uno dopo l’altro (Grecia,   Portogallo, Irlanda, la Spagna è in bilico, l’Italia ci è vicina).   Un’altra ideologia anche questa? Se si vuole, sì. Con la piccola   differenza che per questa via si riprenderebbe il controllo di quella   sacrosanta ricerca del benessere che ci è sfuggita di mano e che non è   più al nostro servizio, ma noi al suo.<br />
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