Archive for decrescita
L’esplosione del consumo nel mondo attuale crea più rumore di tutte le guerre e le armi, più confusione di tutti i carnevali. Come dice un vecchio proverbio turco, chi beve mettendo sul conto, si ubriaca il doppio. La cultura del consumo suona molto come il tamburo perché è vuota; e all’ora della verità, quando il rumore si ferma e la festa è finita, l’ubriaco si sveglia, solo, accompagnato dalla sua ombra e dai piatti rotti che deve pagare.
Il diritto allo spreco, privilegio di pochi, dice di essere la libertà di tutti. Dimmi quanto consumi e ti dirò quanto vali. Questa civiltà non lascia dormire i fiori, nè le galline, nè le persone. Nelle serre i fiori sono sottomessi alla luce continua, così crescono più veloci. Nelle fabbriche di uova, anche le galline hanno il divieto alla notte. E la gente è condannata all’insonnia, per l’ansia di comprare e l’angoscia di pagare. Questo modello di vita non è molto buono per le persone, ma è molto positivo per l’industria farmaceutica….
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La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.
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Sacrifici duri? Facciamoli pagare alla guerra, non alle fasce deboli. Mentre la Cgil annuncia lo sciopero generale contro la manovra di salvataggio proposta da Giulio Tremonti per mettere l’Italia al riparo dal dissesto finanziario innescato dalla crisi globale e in particolare dal crack della Grecia, dalla provincia di Venezia arriva una singolare contro-proposta: «La mia manovra? Semplice: tagliare la guerra». Ermes Drigo, protagonista della riconversione ecologica di Portogruaro, fa i conti in tasca alla difesa: ritirando le truppe dall’Afghanistan e limando qualche voce dagli armamenti, si risparmiano giusto 24 miliardi di euro, quelli che il governo si appresta a spremere dagli italiani.
Per semplificare, Drigo ricorre a un calcolo elementare: «Non sono mai stato un esperto di bilanci – premette – ma sono preoccupato che questa crisi sia pagata come sempre dai meno potenti». Pallottoliere alla mano, Drigo ha condotto «una ricerca semplice e veloce sulle spese militari dell’Italia». La sua “manovra” è semplicissima: si basa sulla somma di alcune voci di costo. Secondo Sipri Yearbook di Stoccolma, per le spese militari, nel 2008 l’Italia ha speso 40,6 miliardi di euro, tra Afghanistan, bombardieri, sommergibili e navi.
In particolare: secondo il blog “Sbilanciamoci” (www.sbilanciamoci.org), la difesa italiana impegna mezzo miliardo di euro all’anno per la campagna in Afghanistan, ha ipotizzato di spendere altri 16 miliardi per acquistare 131 bombardieri invisibili F-35, aerei “stealth” di ultima generazione, mentre 2 miliardi di euro sono il costo di 4 sommergibili U-212. Inoltre, secondo “Il Sole 24 Ore”, la portaerei Cavour rappresenta un autentico salasso per le finanze statali: l’ammiraglia della marina militare, ferma o in navigazione, costa 150.000 euro al giorno.
«Con i soldi della portarei Cavour potremmo finanziare la scuola pubblica», dice Drigo, esponente del Movimento per la Decrescita Felice, presentando la sua contro-manovra finanziaria: mezzo miliardo risparmiato col ritiro dall’Afghanistan, più 16 miliardi che resterebbero in cassa rinunciando ai bombardieri F-35 e altri 2 miliardi risparmiati lasciando perdere i nuovi sommergibili. Se poi si tolgono 5,5 miliardi dal bilancio 2010 della difesa, si ottiene in un solo anno la cifra esatta della manovra biennale di Tremonti: 24 miliardi di euro.
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La crisi finanziaria sta accartocciando le nostre economie. Esportazioni in caduta libera, licenziamenti selvaggi, investimenti in picchiata, sfratti esecutivi per milioni di famiglie e deficit pubblici impazziti (che pompano verso l’alto il debito pubblico) sono solo alcuni degli effetti disastrosi dell’attuale crisi economica mondiale.
Sebbene l’attenzione dei media sia tutta concentrata sulla strada molto accidentata che dovrebbe portarci al “risanamento”, le montagne russe dell’economia mondiale hanno finalmente innescato un dibattito che mette in discussione la sostenibilità del nostro attuale modello di sviluppo fondato sulla crescita economica infinita. Tale critica non è soltanto basata sull’instabilità endemica delle dinamiche di mercato (di cui ormai vediamo gli effetti in tutti i settori), ma anche e soprattutto sull’impatto che questo modello economico ha sulle risorse limitate del pianeta e sul nostro benessere reale. Ma la nostra qualità della vita migliora davvero quando l’economia cresce del 2 o 3%? Possiamo davvero sacrificare il nostro ecosistema (con l’inevitabile conseguenza di distruggere noi stessi) per mantenere intatto un modello caratterizzato da squilibri e contraddizioni?
Per la prima volta da quando è stato inventato negli anni ‘40, il prodotto interno lordo (PIL) – ovvero l’icona popolare della crescita economica – è sotto accusa da parte di organismi internazionali e studiosi. Non sono più soltanto ONG come Sbilanciamoci, New Economics Foundation o il Movimento per la Decrescita Felice a sferrare l’attacco, ma anche tradizionali bastioni di ispirazione liberale. Persino l’Economist, un difensore del libero mercato, recentemente ha ospitato un dibattito sull’utilità del PIL concludendo che “si tratta di un pessimo indicatore per la misurazione del benessere” (http://www.economist.com/debate/days/view/503#mod_module). Anche l’OCSE, un altro colosso del tradizionalismo economico, ha cominciato a gettare dubbi sul dogma della crescita economica. Sul sito web dell’organizzazione intergovernativa, che raccoglie le economie più “sviluppate” del pianeta, si legge: “Per una buona parte del ventesimo secolo si è dato per scontato che la crescita economica fosse sinonimo di progresso, cioè, che un aumento del PIL significasse una vita migliore per tutti. Ma ora il mondo comincia a riconoscere che non è così semplice. Nonostante livelli sostenuti di crescita economica, non siamo più soddisfatti della nostra vita (e tanto meno più felici) di cinquant’anni fa” (http://www.oecd.org/pages/0,3417,en_40033426_40033828_1_1_1_1_1,00.html).
Questo dibattito ha cominciato (finalmente) a fare breccia nell’arena politica europea. Nel novembre 2007, l’Unione europea ha promosso una conferenza dal titolo ‘Al di là del PIL’ e, due anni più tardi, la Commissione ha emesso una direttiva su “Oltre il PIL: misurare il progresso in un mondo in cambiamento”, dove si sostiene che il PIL è stato scorrettamente utilizzato come un indicatore “generale dello sviluppo sociale e del progresso”, ma siccome non misura la sostenibilità ambientale e l’inclusione sociale, “occorre tenere conto di questi limiti quando se ne fa uso nelle analisi o nei dibattiti politici”. Secondo la Commissione Ue “il PIL non può costituire la chiave di lettura di tutte le questioni oggetto di dibattito pubblico”.
Alla fine dell’anno scorso, la Commissione sul progresso sociale creata dal presidente francese Nicholas Sarkozy e guidata dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen ha sottolineato con forza l’inadeguatezza del PIL come misura del benessere sociale. Nel rapporto finale, la Commissione ricorda che il “PIL è una mera misura della produttività di un mercato, sebbene sia stata utilizzata come una misura di benessere economico. Questo ha comportato una confusione enorme nell’analisi di come vivono davvero le persone ed ha portato all’adozione di politiche sbagliate” (http://www.policyinnovations.org/ideas/innovations/data/000144/_res/id=sa_File1/economicperformancecommissionreport.pdf).
Pochi giorni fa, il New York Times ha pubblicato sul suo magazine un lungo articolo dal titolo “L’ascesa e la caduta del PIL”, in cui si passano in rassegna i progetti di revisione dei sistemi statistici nazionali per introdurre misure correttive o sostitutive del prodotto interno lordo (http://www.nytimes.com/2010/05/16/magazine/16GDP-t.html?th&emc=th).
Questi sviluppi recenti traggono la loro origine da una branca importante della ricerca economica che ha ormai dimostrato come la qualità della vita e il progresso sociale siano indipendenti dalla crescita economica. In molti casi, proprio i paesi che vantano una crescita economica sostenuta sono quelli in cui il benessere dei cittadini è più a rischio. Eppure, immancabilmente a ogni tornata elettorale, i nostri politici continuano a riempirsi la bocca di promesse su come far crescere il paese. La crescita economica è parte integrante dei programmi di tutti i partiti politici e, nei dibattiti televisivi, non c’è candidato che faccia un discorso alternativo: un discorso informato sui fatti, in grado almeno di recepire il dibattito in corso a livello globale. Per quanto tempo ancora continueremo a farci prendere per il PIL?
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Poco più di un anno fa venni a conoscenza della Biowashball una pallina con all’interno delle sferette di ceramica che, a dire dei produttori, permetteva di lavare i panni in lavatrice senza utilizzare detersivi. All’inizio ero dubbioso sulla effettiva efficacia di questo prodotto, ma visto che non aveva un eccessivo costo (poco più di 40€) decisi comunque di acquistarla per provarla. Risultato finale: da oltre un anno non utilizzo alcun tipo di detersivo.
La mia famiglia è composta da quattro persone comprese due bimbe che spesso non sono molto attente a non sporcarsi i vestiti. Eppure basta inserire tutto nella lavatrice insieme a questa pallina e alla fine del ciclo di lavaggio tutto esce pulito. Considerate anche che utilizzando questo sistema la temperatura massima che si utilizza è di 50° e quindi si risparmia anche parecchia energia. Naturalmente questa pallina, come tutti i detersivi, ha un pò di difficoltà con alcune macchie difficili e necessita di un ammorbidente, ma anche qui possiamo utilizzare prodotti ecologici e soprattutto economici. Come smacchiatore potete sciogliere del sapone di marsiglia in acqua calda, ovvero fate bollire dell’acqua in una pentola e mettetici dentro una saponetta di sapone di marsiglia lasciando bollire fino a quando non si sarà sciolta completamente. Potete versare un poco di questo prodotto sulle macchie difficili prima di mettere i capi in lavatrice insieme alla biowashball. Per quanto riguarda l’ammorbidente invece il consiglio è quello di utilizzare l’aceto, versandolo nell’apposita vaschetta della lavatrice. Un ottima soluzione avendo anche azione disincrostante ed anticalcare.
La biowashball ha una durata di tre anni durante i quali non dovrete più acquistare detersivi con un cospiquo risparmio di denaro, è consigliato ogni tanto porla alla luce diretta del sole per “ricaricare” le sferette e se tutto questo non vi basta quando non sta nella lavatrice può essere messa in frigorifero dove aiuterà a mantenere più freschi frutta, verdura, carne e pesce.
Non ho ben chiaro il meccanismo di azione di questa palla, come faccia a lavare i panni o mantenere freschi i prodotti in frigorifero, ne sò come faccia a ricaricarsi al sole. Sò però con assoluta certezza che da oltre una anno, da quando la utilizzo, non acquisto e non faccio più uso di detersivi, smacchiatori e ammorbidenti e questo mi permette di rispettare l’ambiente e il mio portafoglio. Quindi anche se non sò tante cose posso tranquillamente dire Eppur funziona.
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Cosa si intende per “potere del consumatore”? Soffermiamoci innanzitutto sul significato di queste due parole che forse sono usate troppo e troppo spesso in modo improprio. Il potere e’ la capacita’ di influenzare in modo determinante persone o situazioni, oltre a rappresentare la possibilita’ concreta di fare qualcosa. Il consumatore e’ chi consuma, vale a dire chi sul mercato domanda beni e servizi ed e’ disposto a pagare un prezzo per essi.
Il momento fondamentale in cui il consumatore può esercitare il proprio potere e’ rappresentato dall’atto d’acquisto. La forza apparentemente senza limiti delle imprese produttrici, in modo particolare delle societa’ multinazionali, ha in realta’ una debolezza intrinseca in quanto la capacita’ di sviluppare business e di creare profitto dipende principalmente dal comportamento dei consumatori nel momento in cui acquistano prodotti o servizi.
Il gesto di fare la spesa non e’ un’azione priva di significato, un atto privato che riguarda solo il consumatore, i suoi gusti, i suoi desideri, il suo portafoglio. Esso può assumere una forte e chiara valenza sociale, economica e politica. Prendere consapevolezza di questo potere permette di elaborare una strategia di condizionamento della politica di approvvigionamento, produzione e distribuzione delle imprese. Come consumatori che si pongono obiettivi sociali, occorre appropriarsi della capacita’ – libera e non condizionata – di scelta dei prodotti. Ciò deve essere attuato sulla base di criteri legati non solo alla qualita’ merceologica, al prezzo, o peggio all’immagine, al valore evocativo di status symbol del prodotto, ma piuttosto alla valutazione delle politiche compiute dalle imprese in termini di:
- Impatto sociale: rispetto delle norme di sicurezza e dei diritti dei lavoratori, tipo di rapporti adottati con i regimi oppressivi, forme di presenza nei Paesi del Sud del Mondo, …
- Impatto ambientale: rispetto della natura e dei suoi ritmi, rispetto delle norme e convenzioni internazionali, scelte in materia di imballaggi e di riciclaggio, test sugli animali, ….
Dobbiamo quindi sforzarci di capire quali effetti produrra’ la “nostra azione di acquisto“. E’ chiaro infatti che, acquistando un prodotto, gli permettiamo di esistere ed, oltre alla sua esistenza, permettiamo la sua azione nel mondo e anche quella di tutta la catena legata alla produzione. Il consumatore, sviluppando una coscienza critica, acquisisce dunque un grande potere e proprio perché le imprese hanno timore di questo tentano di dominare la nostra volonta’ spendono miliardi in pubblicità.
Dobbiamo perciò riappropriarci della volonta’ decisionale e rivalutare il potere che abbiamo fra le mani. Un potere che preso singolarmente e’ certamente piccolo, ma che moltiplicato per milioni di persone può condizionare le multinazionali fino a coinvolgere l’intero sistema. Di fronte al potere dilagante delle multinazionali che esercitano un forte condizionamento sulle abitudini dei consumatori, ci assale un senso di impotenza e solitudine. In questo panorama sentiamo di non poter condividere criteri di scelta poco attenti all’impatto ambientale e sociale, ma spesso risulta difficile uscire dai tradizionali e sempre piu’ potenti canali distributivi per assumere decisioni autonome.
In realta’ esistono delle alternative che consentono di uscire dall’isolamento e di instaurare un rapporto diretto tra l’acquirente ed il produttore. Una di queste possibilita’ e’ rappresentata dai gruppi d’acquisto solidali (GAS), espressione del bisogno individuale di socializzare le scelte critiche fatte nella vita quotidiana. Questa esperienza nasce dalla consapevolezza che e’ possibile condizionare le societa’ distributrici agendo in modo collettivo e ponendosi obiettivi strategici. Infatti e’ stato provato statisticamente che la diminuzione di almeno un due per cento delle vendite e’ sufficiente ad allarmare le imprese. A questa considerazione si aggiunge il bisogno di confrontarsi scambiandosi le informazioni raccolte individualmente, per meglio pianificare gli acquisti.
Quando un gruppo di persone decide di incontrarsi per riflettere sui propri consumi e per acquistare prodotti di uso comune, utilizzando come criterio guida il concetto di giustizia e solidarieta’, da’ vita a un GAS.
Finalita’ di un GAS e’ provvedere all’acquisto di beni e servizi cercando di realizzare una concezione piu’ umana dell’economia, cioe’ piu’ vicina alle esigenze reali dell’uomo e dell’ambiente, formulando un’etica del consumare in modo critico che unisce le persone invece di dividerle, che mette in comune tempo e risorse invece di tenerli separati, che porta alla condivisione invece di rinchiudere ciascuno in un proprio mondo (di consumi).
Essere un GAS perciò non vuole dire soltanto risparmiare acquistando in grandi quantitativi, ma soprattutto chiedersi che cosa c’e’ dietro a un determinato bene di consumo: se chi lo ha prodotto ha rispettato le risorse naturali e le persone che le hanno trasformate; quanto del costo finale serve a pagare il lavoro e quanto invece la pubblicita’ e la distribuzione; qual e’ l’impatto sull’ambiente in termini di inquinamento, imballaggio, trasporto… fino a mettere in discussione il concetto stesso di consumo ed il modello di sviluppo che lo sorregge.
Per costituire un GAS o per entrare a farne parte non bisogna essere dei “duri e puri” ma prendere coscienza della necessita’ di cambiare nel piccolo e voler riflettere sull’approccio da avere quando si fa la spesa.
I GAS nascono dall’esigenza di cercare una alternativa ad un modo di consumare poco attento; l’obiettivo che va ben oltre i GAS sarebbe in futuro poter fare a meno di questo strumento, quando vi saranno le condizioni per creare un mercato diverso. I GAS sono una possibile risposta alla situazione attuale in cui l’unico dovere e’ consumare per essere felici.
Su queste basi ad Ostuni si vuole costituire un Gruppo di acquisto solidale (o popolare come meglio vi piace, tanto è lo stesso). Non è un gruppo già costituito, con regole già pronte e/o prodotti da offrire, ma un gruppo in fase di costituzione che deciderà insieme come organizzarsi e su cosa concentrare la propria attenzione. Chiunque è interessato può iscriversi al relativo gruppo su Facebook oppure inviare una mail a questo indirizzo. A breve organizzeremo un incontro dal vivo dove ognuno potrà portare il proprio contributo e le proprie idee per meglio organizzare il gruppo e le sue azioni.
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Nell’ultimo periodo, i progetti per la realizzazione dei pozzi petroliferi nonché l’ipotesi di una centrale nucleare, hanno allarmato l’intera popolazione preoccupata per i drammatici risvolti che si potrebbero verificare. L’altra sera al dibattito organizzato dal Forum Ambiente e Sviluppo molti hanno potuto vedere coi propri occhi (come se non lo sapevano) quello che certe scelte e politiche energetiche hanno causato in numerose parti d’Italia e del mondo. Chissà se qualcuno si sia sentito in colpa per quelle drammatiche distruzioni visto che sono state le inevitabili e silenziosamente accettate conseguenze di uno stile di vita che tutt’oggi persiste anche in quelli che l’altra sera guardavano sbigottiti quelle immagini? Chissà se i possessori di SUV (e ce n’erano) si sono resi conto di cosa vuol dire mantenere quei lussi?
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Il periodo che stiamo vivendo è caratterizzato da diverse forme di crisi: economica, ambientale, sociale, finanziaria, spirituale. I rimedi che si propongono sono però sempre gli stessi, a partire da un improbabile rilancio dei consumi. Oggi tutti parlano di crisi, ma nessuno si prende la responsabilità di affermare che, ormai, l’unica via per uscirne è modificare l’approccio che noi tutti stiamo avendo non solo con l’economia, ma anche con la realtà. Nessuno si prende la briga di dimostrare che la soluzione sta nel cambiare l’uso che si fa della tecnologia, il tipo di partecipazione politica ed i propri stili di vita.
Il termine Decrescita nasce in ambito economico, come ferma contestazione al concetto di crescita economica illimitata (impossibile in un ambiente limitato) ed al PIL come metro di misura del benessere (il Prodotto Interno Lordo, infatti, cresce anche quando si comprano armi o psicofarmaci, o semplicemente quando si resta imbottigliati per ore nel traffico a respirare gas di scarico), per poi passare in ambito filosofico, come proposta di un nuovo paradigma culturale che ci liberi dalla schiavitù del produttivismo forsennato che ci ha attanagliati in particolare negli ultimi decenni. E che ci ha portato all’attuale situazione di “crisi” (economica, occupazionale, ambientale, sociale, climatica) causata dal mito della crescita economica e dell’aumento del PIL.
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Siamo nell’era del consumismo, la maggior parte delle persone si affanna a comprare l’impossibile. Fanno di tutto per avere l’oggetto simbolo della moda del momento e poi dopo alcuni mesi se ne sono già dimenticati. Dove finiscono tutte queste cose che acquistiamo?
Prendiamo ad esempio i vestiti. Quest’estate va di moda il viola. Se dovessi stare dietro alla moda dovrei comprare una certa dose di capi di abbigliamento di questo colore. La prossima estate andrà di moda un’altro colore, l’azzurro per esempio. Stando alla moda dovrei comprare tutta una serie di abiti azzurri. Sorge però un problema, ho tutto l’armadio pieno di abiti viola, quelli azzurri non ci stanno più. Ho due possibilità: butto via i vestiti viola (anche se li ho messi solo 2 o 3 volte) o compro un armadio più grosso.










































