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Archive for decrescita

feb
05

Dove andiamo?

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recession

Interessanti e condivisibili osservazioni.

L’economia globalizzata ha scardinato i valori, le tradizioni, le culture dei popoli; il pensiero unico che pone al primo posto il profitto ha stravolto la società e le conquiste civili e sociali degli ultimi 100 anni; il lavoro è diventato una merce e le aziende, per competere nell’economia globale sempre più selvaggia e agguerrita si vedono costrette a delocalizzare; i politici e tutti gli economisti cercano di rassicurare l’opinione pubblica e continuano a dire che stiamo per uscire dalla crisi e che il 2015 sarà l’anno della svolta.

Purtroppo sono anni che sentiamo questa musica e, ogni volta che veniva annunciata la ripresa e che si vedeva, la luce in fondo al tunnel, questa poi si spegneva o si allontana nuovamente, come un miraggio. Politici ed economisti continuano a promettere una ripresa che non c’è e non ci sarà e, in ogni caso, ammettono che sarà difficile creare nuova occupazione, cioè dare una risposta al 40% dei giovani italiani disoccupati. Ma una ripresa senza lavoro è una “crescita infelice”! D’altronde, in un sistema economico fondato sulla crescita e sulla globalizzazione dei mercati, il mercato impone alle aziende di aumentare la competitività e la produttività, il che significa produrre sempre di più a costi sempre minori  con sempre meno addetti, anche per l’automatizzazione dei processi produttivi.

Dunque abbiamo sempre meno persone che percepiscono uno stipendio per rilanciare i consumi. Checchè ne dicano politici ed economisti, è finita l’era dell’abbondanza e della “crescita infinita”. L’unica strada per superare la crisi e creare occupazione è da una lato la rilocalizzazione dell’economia e dall’altro la DECRESCITA FELICE. Non ha senso far girare per il pianeta milioni di tonnellate di merci e di derrate alimentari, tutto ciò ha dei costi ecologici insostenibili. Che senso ha importare merci o prodotti alimentari dall’altro lato del mondo? Mentre ha molto più senso ristrutturare tutte le abitazioni, ridurre gli sprechi, recuperare i materiali, salvaguardare l’ambiente, investire nelle migliori tecnologie per ridurre l’impronta ecologica. Tutte iniziative economiche potenzialmente in grado di creare milioni di posti di lavoro. Quanto tempo ancora ci vorrà per capire che serve un cambio di paradigma culturale? Solo così i nostri figli potranno lavorare e fare qualcosa di utile anziché essere dei semplici ingranaggi dell’economia globalizzata della crescita, che la crisi di oggi ci mostra con tutti i suoi limiti.

Si sa che Papa Francesco sta lavorando ad una enciclica sull’ambiente, sicuramente affronterà queste tematiche legate ad uno sviluppo sostenibile e saprà dare una parola di saggezza che possa illuminare le menti non solo dei potenti e di chi ha in mano le leve dell’economia globalizzata ma anche di tutti noi cittadini-lavoratori-consumatori.

Luca Salvi

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cambiamento2014

Nel CALENDARIO DEL CAMBIAMENTO 2014 si parla di  transizione, decrescita, pubblicità ingannevoli, sistema bancario, gas, km  zero, sostenibilità, filiera corta,monete alternative, banca del tempo,energie rinnovabili, cambiamento climatico, permacoltura, cohousing, autocostruzione, autoproduzione, e tanto altro.

Gratis, devi solo stamparlo e appenderlo!

Questo mondo vedi anche tu che va cambiato un pochino.. non va un gran bene.. appendere questo calendario e diffonderlo lo cambierà fidati!

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Categorie : Società/Cultura
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crack

Secondo l’istituto bolognese di ricerca Prometeia, il livello del PIL alla fine del 2020 sarà ancora inferiore ai valori pre-crisi, di fine anni ’90, di circa il 2%. Non sarà possibile ritornare ai livelli di ricchezza del passato e la ripresa, se ci sarà, avverrà con meno occupati e con più produttività. Il che conferma quanto il Movimento per la Decrescita Felice afferma da tempo: che, nell’attuale fase storica, la crescita non può continuare all’infinito e che, in ogni caso, non può creare occupazione. George Orwell, il celebre scrittore inglese autore di romanzi quali Il grande Fratello e La Fattoria degli animali, affermava che “nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”. Il Movimento per la Decrescita Felice da molti anni si batte per smascherare il grande inganno del PIL e per far capire a tutti la rivoluzione della decrescita. Oggi siamo arrivati ai limiti della crescita, il re è nudo.

Occorre dunque smontare il grande inganno e l’assurda convinzione che il PIL misuri il benessere della nazione, perchè esso non è altro che un indicatore monetario e come tale misura non il benessere ma solo il valore economico degli oggetti e servizi che vengono scambiati con denaro. Ovvero delle merci. E’ questo il grande inganno: non tutte le merci sono beni. Non tutte le merci, cioè, rispondono ad un bisogno e fanno aumentare il benessere! Ma qui sta anche la soluzione, attraverso il cambio di paradigma culturale offerto dalla decrescita felice. Con questo termine si intende la decrescita selettiva della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Questa rappresenta l’unica possibilità di creare lavoro nei paesi industrializzati ed è anche l’unico modo per restituire al lavoro dignità e senso, nell’ottica non di fare sempre di più ma di fare bene per soddisfare le esigenze vitali degli esseri umani, senza consumare le risorse del pianeta in misura maggiore della loro capacità di rigenerazione. Come afferma Maurizio Pallante nel libro: “La decrescita svela la follia insita nell’obiettivo di creare occupazione come un valore in sè, omettendo di dire per fare cosa. Solo una società malata, profondamente malata come quella che finalizza l’economia alla crescita del PIL può averlo pensato e può continuare a pensarlo anche di fronte all’evidenza di non riuscire più a farlo. Nel tornante storico che l’umanità sta attraversando si può creare occupazione soltanto in lavori che consentano di superarlo attenuando i problemi e ponendo riparo ai danni creati dalla crescita della produzione e del consumo di merci. Soltanto liberando il fare dalla camicia di forza del fare tanto, e restituendogli la sua connotazione qualitativa di fare bene, si potrà dare lavoro e una speranza per il futuro a quanti ne sono privi”.

Prima queste tesi venivano ignorate, poi sono state derise, oggi le nostre argomentazioni sono combattute e avversate da fior fiore di economisti, ma questo è un buon segno perchè, come diceva Gandhi, poi, alla fine, le tue idee vincono. Oggi, per lo meno, si stanno affermando presso un numero crescente di persone che hanno compreso che la felicità, il benessere e la qualità della vita non hanno alcuna relazione diretta con la ricchezza materiale. Come dimostrano le sale conferenze sempre più affollate agli incontri sulla decrescita e il fiorire di iniziative spontanee, di circoli e di gruppi locali di cittadini che sempre più si aggregano e danno vita ad una nuova economia della decrescita basata sull’autoproduzione, sul dono, sulla reciprocità, sugli scambi non mercantili. Speriamo solo che questo non avvenga troppo tardi. Perchè dalla crisi di oggi si potrà uscire solo se sapremo smascherare il grande inganno e se sapremo creare una società e un sistema di vita e di valori fondato sui rapporti fra persone, sul consumo responsabile, sul rifiuto del superfluo, sulla scela del meno quando esso coincide con il meglio.

Maurizio Pallante e Luca Salvi

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terramela

La crescita non è la soluzione, è il problema. In tempi di recessione, la società di crescita porta al collasso economico e, in tempi buoni, porta direttamente al collasso ecologico. Questo «dilemma della crescita» si traduce o nei tassi di disoccupazione e di povertà socialmente insostenibile quando l’economia affonda, oppure nella dilapidazione accelerata dei combustibili fossili, negli ulteriori cambiamenti climatici, nella crisi alimentare e nella perdita di biodiversità quando l’economia germoglia. Per uscire da questo «crocevia del XXI secolo», non serve né un «austericidio» nè un nuovo «patto di crescita» (anche dipinto di verde), di certo entrambi imposti da «quelli di sopra».

In ogni caso, non è solo una questione ideologica. Che piaccia o meno, e per quanto la tecnologia migliori, l’era della crescita è finita. Il declino strutturale della crescita del Prodotto interno lordo – dagli alti livelli degli anni Settanta  ai livelli bassi o negativi di questo momento -, indica che i paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico dell’Unione europea) abbandoneranno nel breve periodo della sua storia questo modello economico, la pace sociale e il progresso che si sono basati su un aumento continuo e insostenibile di quantità prodotte e consumate.

Data questa realtà, è il momento di mettere in moto una «prosperità senza crescita», intesa come la nostra capacità di vivere bene e felicemente entro i limiti ecologici della natura. Questa terza via è basata sulle seguente premesse minime: ridefinire collettivamente ciò che noi chiamiamo ricchezza e bisogni, ridurre la nostra impronta ecologica finché diventi compatibile con la capacità del pianeta, ridistribuendo il lavoro, la ricchezza economica, la cura, la terra e le risorse naturali a base di giustizia sociale e ambientale; rilocalizzare l’economia di consumo e di produzione e de-mercificare gran parte delle nostre attività.

Per raggiungere questi obiettivi, dobbiamo esercitare il potere che è nelle nostre mani. Dal basso e in modo cooperativo, ci sono numerose iniziative di sovranità alimentare e agroecologica, indipendenza energetica, finanza etica, monete locali, «città in transizione», che sfidano ogni giorno il colosso liberal-produttivista dai piedi d’argilla, e costruiscono la transizione sociale, ecologica ed etica della società. Questo profondo cambiamento richiede anche di costruire reti tra tutte queste «isole» per le alternative che si formano in arcipelaghi, continenti e, si spera, un giorno, nel sistema-mondo.

Abbiamo un solo pianeta, ma molte generazioni presenti e future: questa grande trasformazione non è un’utopia, è una necessità.

Florent Marcellesi, coordinatore di Ecopolítica, ricercatore ed ecologista francese

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stress

Nella società del “progresso” che ama cibarsi di stress, di competizione e di sogni venduti un tanto al chilo al mercato delle illusioni, il concetto di salute è un qualcosa di molto relativo i cui contorni spesso sono destinati a perdersi nell’imponderabile. Quando si parla di salute, generalmente lo si fa sotto forma di business, in funzione della presenza di una malattia che necessita di essere curata tramite la terapia farmacologica o quella chirurgica.

Nel mondo del mercato anche la salute trasmuta allo stato di merce, con annesso codice a barre che ne identifica il prezzo. Una merce di fatto molto rara che i nostri ritmi di vita e le nostre abitudini contribuiscono in maniera significativa ad annientare…..

Viviamo costantemente immersi in una cacofonia di stimoli indotti che minano in profondità il nostro equilibrio nervoso, producendo ansia, paura di non farcela e tensioni emotive di varia natura esacerbate all’inverosimile. Spesso all’interno di agglomerati urbani dove impazza il traffico automobilistico, l’aria è irrespirabile e tanto l’asfalto quanto il cemento risultano presenze immanenti che ci avvolgono fra le proprie spire.

Mangiamo cibo spazzatura, profondamente artefatto e di derivazione industriale e spesso pranziamo in maniera disordinata, nel corso di pause faticosamente ritagliate all’interno delle nostre giornate. Molte volte in piedi, in maniera automatica, senza alcun entusiasmo e alcun piacere.

La sedentarietà è diventata la nostra compagna più fedele. Seduti in macchina per andare al lavoro, seduti al pc durante la giornata lavorativa, seduti davanti alla TV la sera e poi ancora seduti in auto durante il weekend, per andare al centro commerciale a fare shopping, al mare a coricarci in spiaggia, o semplicemente a fare un giro in macchina.

Generalmente non troviamo il tempo per fare sport, ma quando accade il contrario anche lo sport viene troppo spesso interpretato in maniera distorta, rivelandosi molto più funzionale al business piuttosto che non alla nostra salute. Pratichiamo lo sport come si trattasse di un dovere più che di un piacere, spesso con l’unico scopo di perdere i chili di troppo e molte volte lo facciamo al termine d’intense giornate lavorative, quando il nostro corpo è troppo stanco.

Da quando suona la sveglia al mattino a quando la notte ci corichiamo, non facciamo altro che calpestare la nostra salute psicofisica, nonostante essa costituisca il bene più caro di cui disponiamo.

Per preservarla o recuperarne l’integrità è necessario innanzitutto cambiare noi stessi. La salute non è una merce che si può acquistare al supermercato, ma la parte più preziosa di noi che resterà tale solamente se sceglieremo di portarle rispetto. Quel rispetto che implica uno stile di vita profondamente differente da quello imposto dalla società del “progresso”, applicando il quale potremmo avere la grande sorpresa di ritrovare, oltre alla salute, anche quella gioia di vivere ormai da troppo tempo dimenticata.

 Marco Cedolin

Categorie : Salute/Medicina
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