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Secondo l’istituto bolognese di ricerca Prometeia, il livello del PIL alla fine del 2020 sarà ancora inferiore ai valori pre-crisi, di fine anni ’90, di circa il 2%. Non sarà possibile ritornare ai livelli di ricchezza del passato e la ripresa, se ci sarà, avverrà con meno occupati e con più produttività. Il che conferma quanto il Movimento per la Decrescita Felice afferma da tempo: che, nell’attuale fase storica, la crescita non può continuare all’infinito e che, in ogni caso, non può creare occupazione. George Orwell, il celebre scrittore inglese autore di romanzi quali Il grande Fratello e La Fattoria degli animali, affermava che “nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”. Il Movimento per la Decrescita Felice da molti anni si batte per smascherare il grande inganno del PIL e per far capire a tutti la rivoluzione della decrescita. Oggi siamo arrivati ai limiti della crescita, il re è nudo.
Occorre dunque smontare il grande inganno e l’assurda convinzione che il PIL misuri il benessere della nazione, perchè esso non è altro che un indicatore monetario e come tale misura non il benessere ma solo il valore economico degli oggetti e servizi che vengono scambiati con denaro. Ovvero delle merci. E’ questo il grande inganno: non tutte le merci sono beni. Non tutte le merci, cioè, rispondono ad un bisogno e fanno aumentare il benessere! Ma qui sta anche la soluzione, attraverso il cambio di paradigma culturale offerto dalla decrescita felice. Con questo termine si intende la decrescita selettiva della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Questa rappresenta l’unica possibilità di creare lavoro nei paesi industrializzati ed è anche l’unico modo per restituire al lavoro dignità e senso, nell’ottica non di fare sempre di più ma di fare bene per soddisfare le esigenze vitali degli esseri umani, senza consumare le risorse del pianeta in misura maggiore della loro capacità di rigenerazione. Come afferma Maurizio Pallante nel libro: “La decrescita svela la follia insita nell’obiettivo di creare occupazione come un valore in sè, omettendo di dire per fare cosa. Solo una società malata, profondamente malata come quella che finalizza l’economia alla crescita del PIL può averlo pensato e può continuare a pensarlo anche di fronte all’evidenza di non riuscire più a farlo. Nel tornante storico che l’umanità sta attraversando si può creare occupazione soltanto in lavori che consentano di superarlo attenuando i problemi e ponendo riparo ai danni creati dalla crescita della produzione e del consumo di merci. Soltanto liberando il fare dalla camicia di forza del fare tanto, e restituendogli la sua connotazione qualitativa di fare bene, si potrà dare lavoro e una speranza per il futuro a quanti ne sono privi”.
Prima queste tesi venivano ignorate, poi sono state derise, oggi le nostre argomentazioni sono combattute e avversate da fior fiore di economisti, ma questo è un buon segno perchè, come diceva Gandhi, poi, alla fine, le tue idee vincono. Oggi, per lo meno, si stanno affermando presso un numero crescente di persone che hanno compreso che la felicità, il benessere e la qualità della vita non hanno alcuna relazione diretta con la ricchezza materiale. Come dimostrano le sale conferenze sempre più affollate agli incontri sulla decrescita e il fiorire di iniziative spontanee, di circoli e di gruppi locali di cittadini che sempre più si aggregano e danno vita ad una nuova economia della decrescita basata sull’autoproduzione, sul dono, sulla reciprocità, sugli scambi non mercantili. Speriamo solo che questo non avvenga troppo tardi. Perchè dalla crisi di oggi si potrà uscire solo se sapremo smascherare il grande inganno e se sapremo creare una società e un sistema di vita e di valori fondato sui rapporti fra persone, sul consumo responsabile, sul rifiuto del superfluo, sulla scela del meno quando esso coincide con il meglio.
Maurizio Pallante e Luca Salvi
La crescita non è la soluzione, è il problema. In tempi di recessione, la società di crescita porta al collasso economico e, in tempi buoni, porta direttamente al collasso ecologico. Questo «dilemma della crescita» si traduce o nei tassi di disoccupazione e di povertà socialmente insostenibile quando l’economia affonda, oppure nella dilapidazione accelerata dei combustibili fossili, negli ulteriori cambiamenti climatici, nella crisi alimentare e nella perdita di biodiversità quando l’economia germoglia. Per uscire da questo «crocevia del XXI secolo», non serve né un «austericidio» nè un nuovo «patto di crescita» (anche dipinto di verde), di certo entrambi imposti da «quelli di sopra».
In ogni caso, non è solo una questione ideologica. Che piaccia o meno, e per quanto la tecnologia migliori, l’era della crescita è finita. Il declino strutturale della crescita del Prodotto interno lordo – dagli alti livelli degli anni Settanta ai livelli bassi o negativi di questo momento -, indica che i paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico dell’Unione europea) abbandoneranno nel breve periodo della sua storia questo modello economico, la pace sociale e il progresso che si sono basati su un aumento continuo e insostenibile di quantità prodotte e consumate.
Data questa realtà, è il momento di mettere in moto una «prosperità senza crescita», intesa come la nostra capacità di vivere bene e felicemente entro i limiti ecologici della natura. Questa terza via è basata sulle seguente premesse minime: ridefinire collettivamente ciò che noi chiamiamo ricchezza e bisogni, ridurre la nostra impronta ecologica finché diventi compatibile con la capacità del pianeta, ridistribuendo il lavoro, la ricchezza economica, la cura, la terra e le risorse naturali a base di giustizia sociale e ambientale; rilocalizzare l’economia di consumo e di produzione e de-mercificare gran parte delle nostre attività.
Per raggiungere questi obiettivi, dobbiamo esercitare il potere che è nelle nostre mani. Dal basso e in modo cooperativo, ci sono numerose iniziative di sovranità alimentare e agroecologica, indipendenza energetica, finanza etica, monete locali, «città in transizione», che sfidano ogni giorno il colosso liberal-produttivista dai piedi d’argilla, e costruiscono la transizione sociale, ecologica ed etica della società. Questo profondo cambiamento richiede anche di costruire reti tra tutte queste «isole» per le alternative che si formano in arcipelaghi, continenti e, si spera, un giorno, nel sistema-mondo.
Abbiamo un solo pianeta, ma molte generazioni presenti e future: questa grande trasformazione non è un’utopia, è una necessità.
Florent Marcellesi, coordinatore di Ecopolítica, ricercatore ed ecologista francese
Nella società del “progresso” che ama cibarsi di stress, di competizione e di sogni venduti un tanto al chilo al mercato delle illusioni, il concetto di salute è un qualcosa di molto relativo i cui contorni spesso sono destinati a perdersi nell’imponderabile. Quando si parla di salute, generalmente lo si fa sotto forma di business, in funzione della presenza di una malattia che necessita di essere curata tramite la terapia farmacologica o quella chirurgica.
Nel mondo del mercato anche la salute trasmuta allo stato di merce, con annesso codice a barre che ne identifica il prezzo. Una merce di fatto molto rara che i nostri ritmi di vita e le nostre abitudini contribuiscono in maniera significativa ad annientare…..
Viviamo costantemente immersi in una cacofonia di stimoli indotti che minano in profondità il nostro equilibrio nervoso, producendo ansia, paura di non farcela e tensioni emotive di varia natura esacerbate all’inverosimile. Spesso all’interno di agglomerati urbani dove impazza il traffico automobilistico, l’aria è irrespirabile e tanto l’asfalto quanto il cemento risultano presenze immanenti che ci avvolgono fra le proprie spire.
Mangiamo cibo spazzatura, profondamente artefatto e di derivazione industriale e spesso pranziamo in maniera disordinata, nel corso di pause faticosamente ritagliate all’interno delle nostre giornate. Molte volte in piedi, in maniera automatica, senza alcun entusiasmo e alcun piacere.
La sedentarietà è diventata la nostra compagna più fedele. Seduti in macchina per andare al lavoro, seduti al pc durante la giornata lavorativa, seduti davanti alla TV la sera e poi ancora seduti in auto durante il weekend, per andare al centro commerciale a fare shopping, al mare a coricarci in spiaggia, o semplicemente a fare un giro in macchina.
Generalmente non troviamo il tempo per fare sport, ma quando accade il contrario anche lo sport viene troppo spesso interpretato in maniera distorta, rivelandosi molto più funzionale al business piuttosto che non alla nostra salute. Pratichiamo lo sport come si trattasse di un dovere più che di un piacere, spesso con l’unico scopo di perdere i chili di troppo e molte volte lo facciamo al termine d’intense giornate lavorative, quando il nostro corpo è troppo stanco.
Da quando suona la sveglia al mattino a quando la notte ci corichiamo, non facciamo altro che calpestare la nostra salute psicofisica, nonostante essa costituisca il bene più caro di cui disponiamo.
Per preservarla o recuperarne l’integrità è necessario innanzitutto cambiare noi stessi. La salute non è una merce che si può acquistare al supermercato, ma la parte più preziosa di noi che resterà tale solamente se sceglieremo di portarle rispetto. Quel rispetto che implica uno stile di vita profondamente differente da quello imposto dalla società del “progresso”, applicando il quale potremmo avere la grande sorpresa di ritrovare, oltre alla salute, anche quella gioia di vivere ormai da troppo tempo dimenticata.
Marco Cedolin
Dare valore. Questo dovrebbe essere uno degli impegni del nuovo mondo che forza per venire alla luce. Dare valore, alle persone, al lavoro ben fatto, alle relazioni, ai figli, all’amore.
Presupposto irrinunciabile per dare il giusto valore a cio’ che davvero conta, e’ il tempo. Dare valore al tempo dunque. Lo sappiamo molto bene che il nostro rapporto con esso, oggi e’ molto deformato. Si corre per raggiungere posti di lavoro (chi lo possiede), per raggiungere casa, i figli a scuola, gli amici o il proprio partner. Incastriamo centesimi di secondo per non lasciarci sfuggire il bene che non torna mai indietro: il tempo.
A pensarci bene chi decide di lavorare, la prima cosa che fa e’ vendere una parte,oggi sempre piu’ consistente,del proprio tempo. E solo per questa semplice riflessione i salari dei lavoratori comuni saranno sempre inferiori ed ingiusti, perche’ il tempo che volontariamente si e’ costretti a dedicare ad un lavoro occupazionale e’ una sottrazione a perdere nei confronti della vita.
La saggezza antica ci ha trasmesso che gli uomini possono scegliere se essere schiavi o padroni del proprio tempo e i veri saggi sanno che l’uomo diventa tale soprattutto quando non subisce il tempo ma lo domina,gestendolo a proprio vantaggio. Il dio kronos assoggetta gli uomini e li rende schiavi dei suoi desideri e lungo l’arco degli ultimi due secoli e mezzo ha trovato un suo potente alleato: il desiderio indotto di una onnipotenza attraverso l’arricchimento monetario. Uomini e donne hanno sacrificato intere riserve di anni per raggiungere questa illusione e molti l’hanno anche toccata, salvo poi rendersi conto di essere stati bluffati. Tutti i soldi del mondo guadagnati con uno scambio impari di ore, non possono comprare l’amore, la stima sincera dei figli, la quiete interiore, una vita piena e soddisfacente. Ne’ il possedere “la roba” – come la chiamava il Verga – possono garantire la salute o le cure adeguate per una immortalita’ desiderata incosciamente. Tutto questo ha fatto smarrire o meglio esiliare la saggezza dalla nostre case, rendendoci schiavi della paura di non farcela a sopravvivere. E siccome la Paura e’ cio’ che paralizza gli uomini rendendoli incapaci di vedere chiaramente, questi decidono di rifugiarsi in anfratti di roccia che scambiano per baluardi inespugnabili: vendono meta’ giornata in cambio di poco denaro. Non si sta negando in questa sede il valore dello strumento denaro, ma si sta cercando di ricollocarlo al suo giusto posto, quale mezzo a servizio degli uomini e non viceversa. Pena la disumanizzazione e la barbarie che gia’ viviamo.
Sono forme di idolatria dove gli uomini vengono alienati e dove l’illusione di essere piu’ sicuri e protetti verso le minacce della vita, spinge le persone a vendere il proprio tempo illudendosi di agire da padroni essendone invece schiavi dorati.
Il cambiamento inevitabile che sta avvenendo deve spingerci non solo ad intraprendere nuovi stili di vita scelti e non troppo subiti, ma anche a ripensare il nostro modo di pensare ed educare noi stessi e chi amiamo. Non e’ facile. Nessuno lo ha mai sostenuto ma non e’ piu’ rinviabile.
Del resto un antico detto della tradizione ebraica cosi’ dice: “Dio ha impiegato una sola notte per liberare Israele dall’Egitto ma ci sono voluti quarant’anni per togliere l’Egitto dal loro cuore”.
Alessandro Lauro
Pubblicità e marketing sono i due potenti motori che ormai trainano (a suon di miliardi spesi ogni anno) il carrozzone del nostro mercato ed in genere del nostro circuito economico ormai saturo in tutti i settori classici, e che quindi necessita sempre più spesso di iniezioni di nuove idee e nuovi prodotti innovativi di-cui-non-puoi-fare-a-meno, specialmente ora che noi tutti ci troviamo a dover fare i conti con minori risorse economiche e dobbiamo quindi rivedere i nostri stili di vita. Un po’ come un atleta dopato che ormai è assuefatto alle droghe che ha preso finora, e quindi ne deve assumere sempre di più forti per andare avanti e gareggiare.
Colui che vi scrive ha – indegnamente – frequentato circa vent’anni fa un corso di marketing finanziato dalla Provincia (se ben ricordo), e devo ammettere che era molto interessante, al punto da averne ancora un ottimo ricordo (specialmente del dottor Giancarlo Dall’Ara e dei suoi metodi per non far calare l’attenzione di noi giovani studenti). Ma al giorno d’oggi è sempre più netta la sensazione che siano stati persi lungo la strada i limiti di tipo etico e umano nello studio e applicazione di nuove e sempre più spregiudicate tecniche e strategie atte ad aumentare l’efficacia delle nuove campagne di marketing & pubblicità, finendo con il considerare ormai l’utente finale come una mucca da mungere, un “target” da colpire, e non una persona.
Qualsiasi ricerca su internet può svelare le cifre astronomiche che girano attorno a queste due scienze economiche, il cui scopo è semplicemente creare nuovi bisogni nella mente dei consumatori, con stimoli sempre più frequenti, intensi e di breve durata, cosicché non facciamo in tempo a goderci l’agognato acquisto dell’ultimo portentoso ritrovato, che subito ce lo fanno diventare vecchio e sorpassato. Il trucco sta tutto nel farci provare un continuo senso di insoddisfazione e di desiderio di propendere verso qualcosa che ancora non c’è, per poterci arrivare per primi; ma siccome ciò che ancora non esiste è potenzialmente infinito, ecco che il gioco e fatto! O sbaglio?
Mirko Omiccioli
Abbiamo creato noi le nostre stesse catene. Su questo punto oramai non nutro alcun dubbio. La situazione italiana precipita e peggiora dal punto di vista economico giorno dopo giorno. Mi sembra superfluo dire che non bisogna credere alle fandonie che i partiti (tutti) vogliono farci credere. Vedremo se le urne castigheranno o meno coloro che da decenni ci hanno condotto fin qui. Di sicuro la soluzione, a mio parere, non verra’ da queste elezioni e forse neanche da quelle future.
Il dramma, serio, serissimo della disoccupazione galoppante (che con ogni probabilita’ non si arrestera’ per ora -salvo miracoli -) deve indurci a fare alcune considerazioni. Non mi stanchero’ mai di ripeter(mi)e che e’ il concetto di lavoro e salario che va costantemente riveduto. La granparte dei disoccupati di oggi e di domani arrivano doppiamente impreparati al loro destino. Trovano difficolta’ nei ricrearsi una posizione e devono far fronte a mutui o affitti da pagare, pena la beffa oltre al danno. Inoltre a tutto questo va aggiunto, che a differenza dei loro padri o nonni, hanno perso una manualita’ e un saper fare che gli sarebbe utile e non poco per tamponare la mancanza di salario e reinventarsi un mestiere. Ancora una volta dobbiamo tristemente constatare che ci siamo fatti illudere che il ricco sia colui che ha piu’ denaro e non chi sa farne a meno in modo sempre maggiore. Una volta tagliata,finita, scomparsa la fonte monetaria, se non sai essere e fare sei spacciato. Anche questo e’ il dramma di chi perde il lavoro. E si badi bene che la colpa non e’ del lavoratore, che e’ nato e cresciuto in un habitat dove “manuale” e’ stato (e’?) sinonimo di inferiorita’ e poverta’. Un inganno diabolico, architettato e studiato nei minimi dettagli.
Del resto seppur si decidesse di uscire in modo netto e forte dal sistema crescita scriteriata, non se potrebbe uscire del tutto e non per motivi utopistici ma per concreti ostacoli. Il ragionamento e’ semplice. Seppur si volesse lavorare quattro ore al giorno (una in piu’ rispetto a quella teorizzata da Silvano Agosti) e dedicare le restanti ore al vero lavoro (orto, autoproduzione,riuso etc etc) e ai propri interessi e affetti(senza per questo sentirsi in colpa, come la societa’ sembra farci sentire ogni qualvolta capita), resterebbe per molti il problema di come pagarsi una casa (anche di modeste dimensioni e costi) o come pagarsi un fitto (modesto) con il minimo di salario che ipoteticamente si andrebbe a guadagnare. Perche’ di un tetto,modesto ma dignitoso, ne abbiamo tutti diritto e bisogno.
Scrivo questo non per vedere nero (non e’ mio stile) ne’ per giustificare chi decide di sacrificare la sua vita all’occupazione salariata (lungi da me) ma per trovarvi una soluzione che eviti si compiere gli stessi errori fatti fino ad ora.
Le soluzioni piu’ semplici sarebbero due, a scelta oppure sapientemente mixate: dare piu’ valore alle buste paga dei lavori realmente utili alla collettivita’ (tra cui le famose tecnologie della decrescita). Oppure abbassare e calmierare costi e fitti e renderli accessibili a tutti. Del resto che civilta’ e’ quella che non sa garantire un tetto per tutti? il mondo animale, ritenuto inferiore, non nega un tetto a nessuno.
Mi rendo conto dell’enormita’ della cosa ma proviamo ad immaginare la stragrande maggioranza delle persone con un tetto sicuro e garantito (e non da garantirsi ogni fine mese presso uno sportello bancario) e meno ore di lavoro salariato ma ben retribuito, e noi vedremmo il mondo cambiato e in evoluzione. Non e’ un problema secondario a mio parere, anzi e’ un vero problema che rallenta di molto la corsa al cambiamento.
Perche’ noi tutti (o quasi) siamo costretti a lavorare dietro salario? principalmente per garantirci una sussistenza materiale che esclusi casi eccezionali quali acquisto di merci elettroniche o di salute, tale sussistenza puo’ essere garantita dal proprio lavoro personale, mentre un salario decente puo’ essere accantonato per acquisti di case,fitti o emergenze(che come tali si auspicano essere sporadiche). Se resta il problema abitativo pero’ risulta tutto piu’ difficile sia da un punto di vista organizzativo che da un punto di vista psicologico per chi sceglie di uscire dal sistema della crescita. Si rischia un corto circuito.
La disoccupazione di oggi, questo dramma, ci deve spingere a rivedere anche l’educazione lavorativa delle future generazioni, le quali gia’ si affacciano ad un mondo lavorativo pronto a sbranarli e poi gettarli senza neanche riciclarli nel migliore dei casi. Mentre una parte di essa va allegramente avanti pensando a lauti compensi per vivere comodamente con il denaro guadagnato. Basta farsi un giro tra certe scolaresche per porsi il problema. Forse l’unico sciopero ad oltranza da fare sarebbe quello del lavoro salariato. Bloccare tutto per capire e far capire che la vita e’ altro, che non sono i soldi che ti garantiscono la felicita’ (anzi), e che una volta che tutto si e’ fermato potresti sentirti anche piu’ libero e piu’ uomo con pari dignita’ con tutti. Come natura ha e continua a creare. Quest’ultima e’ una provocazione, chiaramente non fattibile realisticamente, e l’appello che faccio e’ agli economisti, imprenditori, filosofi, intellettuali e gente comune che hanno sposato lo stile della decrescita felice, affinche’ si possa trovare una soluzione realistica al problema, cosi’ da poter avanzare e creare proposte e aprire un varco grosso di speranza nel futuro. Intanto continuo a chiedermi:
come mai un ragno non si costruisce dieci ragnatele per mangiare, ne’ una lumaca tre gusci per vivere, ne’ un orso si fitterebbe due caverne per trascorrerci il suo letargo, ne’ un uccello quattro nidi? Possibile che l’uomo sia l’unico animale a costruirsi le sue catene ed incatenarvisi?
Alessandro Lauro
Bellissimo calendario per il 2013 dal Movimento per la decrescita Felice di Firenze. Diffondete.
NEL CALENDARIO DEL CAMBIAMENTO 2013 si parla anche di decrescita, transizione, pubblicità ingannevoli, sistema bancario, gas, km zero, sostenibilità, filiera corta, monete alternative, banca del tempo, energie rinnovabili, cambiamento climatico, permacultura, cohousing, autocostruzione, autoproduzione, e tanto altro.
Gratis, devi solo stamparlo e appenderlo! SCARICALO
Questo mondo vedi anche tu che va cambiato un pochino… Non va un gran bene… Appendere questo calendario e diffonderlo lo cambierà fidati!
SE NON HAI TEMPO O VOGLIA O LA STAMPANTE PER STAMPARLO ALMENO GIRALO AI TUOI AMICI! NON COSTA NULLA, MA RESTA UN RAGALO FATTO A IMPATTO (QUASI) ZERO, E MAGARI MIGLIORA UN PO’ IL TUO MONDO!
È una specie di calendario di frate indovino, ma progressista.
Penso ti sia capitato sotto gli occhi quello di frate indovino qualche volta. se ci pensi bene ogni pagina resta aperta un mese, e ogni volta che si va a guardare il calendario se ne legge un pezzo, anche se si è scettici. e il tarlo delle nuove idee inizia a lavorare. sicuramente ti sarà capitato di incrociare quello di frate indovino.. anche se ritieni siano sciocchezze qualche frase la leggi sempre. e quindi perché non appendere in casa qualche idea nuova che in televisione non viene mai raccontata?
Informazioni di stampa:
il file in pdf è studiato per essere stampato fronte retro. ovviamente puoi stamparlo solo fronte ma poi quando lo appendi non vedi il paginone.
in pratica devi stampare prima selezionando solo le pagine dispari e poi stamparci dietro le pari.
il mio consiglio se non sei pratico con la tua stampante è di fare una piccola x su un angolo della prima pagina da stampare. così quando stampi il retro guardando dove è finita la croce nella stampa capisci come girare i fogli.
Montaggio del calendario:
noterai che i fogli da un lato hanno dei pallini devi farci dei buchi con la bucherellatrice o con la punta di una penna. su un lato ci sono due fori su un altro solo 1. dove ci sono i 2 fori devi metterci 2 spaghi o cordicelle o i nastri riciclati dai regali. il buco singolo sull’altro lato invece si usa per appenderlo alla parete.
EDIZIONE 2013 se hai idee da condividere e vuoi partecipare all’edizione 2014 o richiedere a fine 2014 l’edizione gratuita del 2014 scrivi a calendariodelcambiamento@gmail.com
Luca Madiai
La dottrina del progresso, che postula un’illimitata evoluzione tecnologica come parte integrante di un cammino progressivo verso il “meglio”, non include nella propria visione la prospettiva di doversi confrontare con qualsivoglia limite, incluse le condizioni economiche sfavorevoli in cui oggi si trova la maggior parte delle nazioni. La strada verso il “meglio” è considerata parallela a quella verso il “più”: il progresso e la crescita economica sono considerati come gemelli siamesi che procedono inseparabili verso un luminoso futuro.
Quest’idea di progresso ha plasmato anche la moderna concezione di ars medica, che non conosce limiti all’evoluzione tecnologica delle pratiche diagnostiche e terapeutiche.
Nel corso dell’ultimo secolo la medicina moderna è stata protagonista di clamorosi successi: ha debellato molte malattie che erano tra le maggiori cause di morte del passato, è stata responsabile del drammatico aumento dell’aspettativa di vita e della diminuzione della mortalità infantile che si sono verificate nelle nazioni industrializzate (e, in misura minore, nel resto del mondo). Tuttavia, oggi, i moderni sistemi sanitari stanno affrontando crescenti difficoltà, non solo nel migliorare la propria efficacia nelle cure della salute, ma anche, semplicemente nel mantenersi ai livelli del recente passato.
Il progresso illimitato e la limitatezza delle risorse
La concezione moderna di progresso illimitato ha portato inoltre ad una idea di medicina che non pone limiti alle possibilità di miglioramento della “salute”: qualunque sia il risultato che si ottiene, esso non sarà mai sufficiente a soddisfare le aspettative. Quest’attitudine conduce inevitabilmente allo scontro tra questo tipo di “esigenze”, che è illimitata, con i limiti delle risorse a disposizione per soddisfarla.
Di fatto, la sostenibilità dei Sistemi Sanitari in tutto il mondo è messa a dura prova di fronte agli oneri economici ed organizzativi che queste “esigenze” comportano. L’introduzione di tecnologie sempre nuove e sempre più costose comporta sempre crescenti, così la richiesta da parte della popolazione, di un aumento della quantità delle cure e di un continuo miglioramento della loro qualità, inoltre la continua pressione della ricerca e dell’industria verso l’adozione di pratiche terapeutiche sempre più innovative (ma non sempre più efficaci) che, al contempo, comportano un aumento esponenziale dei costi a carico della collettività.
In passato, la sostenibilità finanziaria del sistema era consentita dalla crescita economica continua, ma cosa succede se quest’ultima non si verifica? Il modello che presuppone un progresso illimitato finanziato da una crescita economica infinita è estremamente pericoloso, perché presuppone un andamento lineare e prevedibile di un sistema complesso quale sono le moderne società e le moderne economie, che non è affatto certo o scontato.
Una crisi severa che colpisca un sistema socio-economico si ripercuote gravemente sui sistemi sanitari, nonché influisce sulle altre condizioni (alimentazione, igiene, stile di vita) che sono fondamentali per la cura della salute. Non solo, ma ci mostra anche che, quanto più l’organizzazione di un sistema sanitario è complessa e costosa, tanto meno è resiliente nei confronti delle eventuali crisi.
Sostenibilità e contabilità
Il discorso sulla sostenibilità delle cure, non è volto ad auspicare un ritorno al passato o stimolato dai richiami al contenimento dei costi da parte di autorità politico economiche (“ce lo chiede l’Europa”), che fanno riferimento soltanto ad un determinismo di natura contabile, che è segno di un’abdicazione da parte della sfera politica a favore di quella economica.
Un esempio è quello del recente annuncio del presidente del “governo tecnico” (che ha però un’attitudine assai politica nel privilegiare determinare alcune entità socio-economiche, piuttosto che altre), che mette in dubbio la sostenibilità del SSN nel lungo periodo, secondo motivazioni strumentali all’orientamento politico che vuole dare al Paese. L’annuncio è nel puro stile della Shock doctrine, ben descritto da Naomi Klein, nel quale si proclamano annunci ad effetto, volti a spaventare l’opinione pubblica circa il rischio di collasso di un servizio essenziale, poi, quando questo è divenuto un dato assodato, è più facile far accettare il ridimensionamento o la liquidazione del servizio in oggetto.
È da tempo che si può osservare un progressivo “svuotamento” dei servizi sanitari: molte delle prestazioni sono diventate onerose, e gli operatori vengono messi sempre più in difficoltà da tagli indiscriminati, che non entrano affatto nel merito degli interventi davvero utili per razionalizzare un sistema complesso come quello della cura della salute.
Non v’è dubbio che la spesa sanitaria italiana rischi di andare fuori controllo, così come non v’è dubbio che le risorse disponibili potrebbero essere utilizzate per il miglioramento delle cure e per offrire servizi migliori. Ad esempio nel campo della prevenzione primaria e nella promozione di stili di vita più consoni al mantenimento della salute. Prevenire, si sa, è meglio che curare, e costa pure meno!
Temiamo tuttavia che non siano queste le motivazioni che ispirano il pensiero dell’algido burocrate a capo del cosiddetto “governo tecnico”, i cui ragionamenti sono ispirati da semplici considerazioni contabili secondo le quali è necessario ridurre tout court la spesa sanitaria per “rassicurare i mercati” perché “ce lo chiede l’Europa”. L’Europa ci chiede anche di lasciare più spazio ai privati, che sulla salute potranno fare lucrosi affari, forse senza neppure assicurare una sufficiente qualità delle cure e sicuramente ingaggiando personale sanitario mediante una pericolosa licitazione al ribasso. In realtà il Servizio Sanitario Italiano è uno dei meno costosi tra i paesi occidentali (WHO: Global Health Expenditure Atlas 2011, OECD Health Data 2012) e uno dei più efficaci ed efficienti a livello mondiale (WHO: World Health Statistics 2012). I gridi d’allarme lanciati ad arte ci sembrano pertanto capziosi e strumentali, ma assolutamente inappropriati ad affrontare la questione nel merito.
Conclusioni
Il tema è assai più complesso rispetto ciò che vorrebbe la banalizzazione contabile, e si riferisce all’incompatibilità logica tra aspirazioni infinite e risorse finite, tra l’astrazione delle speranze e la concretezza della realtà fattuale.
Attualmente, nel mondo non vi è alcun sistema sanitario che sia sostenibile a lungo termine e, se un sistema non è sostenibile, non potrà mai essere equo ed efficiente.
È necessario riconsiderare l’idea di progresso infinito e di innovazione e tecnologica incontrollata. Questo comporta la ridefinizione di salute e malattia, nonché quella di cure e terapia.
Questo è un compito sia scientifico che organizzativo. Ma soprattutto etico. Se non lo fanno coloro che sono preposti alle cure, lo faranno altri, con criteri astrattamente contabili o di altro genere che non saranno certo quelli corretti ed appropriati per affrontare adeguatamente i problemi che abbiamo di fronte.
Pier Paolo Dal Monte
Una barca arriva nel porto di una piccola comunità costiera. La barca è carica di pesce. C’è un signore elegante al porto, e vedendo quel carico di pesce vuole complimentarsi col pescatore e gli chiede quanto tempo abbia impiegato per pescarlo.
- Non molto tempo, signore elegante.
- Ma allora perché non sei rimasto più tempo in mare per prendere ancora più pesce?
- Perché questo è esattamente il pesce che serve alla mia famiglia, non ne serve altro.
- E cosa fai tu, pescatore, il resto del giorno?
- Mi sveglio quando voglio, mi diverto, gioco con i miei figli, sto con la mia compagna, vado a visitare gli amici, beviamo del vino e suoniamo la chitarra. Ho una vita ben riempita.
- Ascoltami, pescatore, io sono laureato e posso aiutarti. Dovresti pescare più a lungo, prendere più pesci e venderli per guadagnare dei soldi, e con i soldi guadagnati potrai comprare una barca più grande. E con una barca più grande potrai pescare molto più pesce e guadagnerai il necessario per comprare altre barche, fino a possedere una bella flotta. Invece di vendere il tuo pesce a un intermediario, potresti venderlo direttamente all’industria e persino aprirne una tua di industria. In questo modo potrai anche lasciare il tuo piccolo villaggio per andare nella capitale, da dove potresti dirigere tutti i tuoi affari.
- Quanto tempo richiede tutto ciò?
- beh, diciamo 15 /20 anni.
- E dopo?
- Caro pescatore, dopo sarà il momento più bello e interessante, perché potrai quotare in borsa le tue società e guadagnare dei milioni a palate.
- Dei milioni? E dopo?
- Dopo andrai in pensione e potrai vivere in serenità in un piccolo villaggio costiero, potrai svegliarti quando vorrai, potrai divertirti, giocare con i nipoti, stare con la tua compagna, bere del vino con gli amici e suonare la chitarra.
Siamo ciò che mangiamo, come sosteneva filosofo Ludwig Feuerbach, ed è vero nel senso letterale del termine. Lasciando da parte per un momento le speculazioni filosofiche o mistiche, dobbiamo prendere molto sul serio ciò che decidiamo di mettere nel piatto ogni giorno.
In ballo non c’è solamente il nostro portafogli – che viste le continue offerte di supermercati, minimarket e salumieri potrebbe quasi balenarci per la mente che la roba ce la regalino – ma soprattutto la salute nostra e di chi vive con noi.
L’arte di nutrirsi e di cucinare nel violentissimo vortice della colonizzazione generale delle masse da parte dei mass media è andata man mano finendo. Oggi sembra quasi che gli unici che si intendano di cucina e alimentazione siano solo i grandi Chef o coloro che vanno in tv e mostrano la loro bravura. Eppure fino a 30-50 anni fa erano le nostre nonne a meritarsi di diritto il premio di miglior cuoca di sempre. Sapienza contadina ed esperienza sul campo. Conoscevano le proprietà naturali e nutritive degli alimenti e sapevano ben combinare nel giusto modo. Ma soprattutto sapevano da dove venivano gli ingredienti che ben mescolati e uniti davano gusto e piacere ai commensali rendendo piacevole lo stare insieme.
Poi il Boom economico, la crescita scriteriata e illusoria che ha invaso e distrutto quasi tutto. Soprattutto ha distrutto quello che poteva essere il suo maggior nemico: la memoria.
Se tu ricordi come si fa qualcosa puoi perpetrarlo e soprattutto trasmetterlo agli altri insegnandolo praticamente. Ma i nuovi lavori, ritmi d vita, sogni illusori ci hanno stretto nella gabbia mortifera che oggi tutti conosciamo.
Uno dei tanti danni di tutto questo è l’inquinamento dei prodotti che QUOTIDIANAMENTE mettiamo nei nostri piatti e ingeriamo assieme alle persone che amiamo e per le quali prepariamo da mangiare. Senza soffermami troppo su stili e opportunità, dico solo che sono rimasto molto colpito dall’ultimo rapporto sul cibo redatto da LEGAMBIENTE. Lo trovate cliccando qui.
Sono dati scientifici, provati in laboratorio e forse neanche tutti completi. Questa lettura non deve solo allarmarci ma anche e soprattutto spingerci a trovare una soluzione rapida e concreta. Una scelta obbligata a mio avviso è quella di tornare ai produttori locali ridando loro ossigeno per lavorare e per recuperare un saper fare, l’arte della coltura e del prodotto locale non solo per meri fini economici ma primariamente per un fine educativo e salutistico. Il mezzo migliore per fare questo e per proporlo a più persone saltando la filiera lunga e malata sono sicuramente i G.A.S. (Gruppi di acquisto solidale) che possono concretamente spezzare la filiera di morte che tranquillamente tanti di noi frequentano quotidianamente.
E’ tempo di svegliarci: non possiamo vendere il nostro tempo per un lavoro salariato che ci permette di acquistare il cibo avvelenato che accelera la nostra morte.
Alessandro Lauro (Mdf Sorrento)
















