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Intervento di Diego De Lorenzis in aula che ho avuto l’onore sia vedere dal vivo sia di integrare con un mio contributo (parte sottolineata).
Signor Presidente, signori del governo, colleghi,
vi abbiamo sentito PER ANNI parlare della necessità di modifica della nostra carta costituzionale, riconducendo costantemente ad essa l’ingovernabilità di questo paese, l’inefficienza delle istituzioni, gli enormi costi della politica, la mancata ripresa economica e la lentezza nell’approvazione delle leggi Colleghi, i cittadini con il M5S vi RICORDANO che – sono stati proprio i partiti a non coinvolgere gli italiani nell’adozione dell’euro come moneta, senza alcuna discussione degli scenari alternativi e delle conseguenze – sono tutte le forze politiche CON UNA SOLA ECCEZIONE, ad ignorare l’esito del referendum in cui il 90% degli italiani ha chiesto la rinuncia del finanziamento pubblico ai partiti, che voi ancora dopo 20 anni intascate come RIMBORSI – sono stati questi partiti ad approvare e MAI modificare in 7 anni, una legge elettorale porcata: ci voleva una sentenza che sollevasse la questione della sua COSTITUZIONALITA’; – sono stati questi partiti ad evitare, dal 2007, di discutere 3 leggi di INIZIATIVA POPOLARE, sottoscritte in UN SOLO GIORNO (non 6 mesi) da 350.000 italiani, che chiedevano il ripristino del VOTO DI PREFERENZA, il limite massimo di DUE LEGISLATURE per i parlamentari e di non far sedere qui tra noi i CONDANNATI – siete stati voi a non promuovere prima e ad IGNORARE dopo, l’esito dei referendum del 2011, che chiedevano che IL SERVIZIO IDRICO e i SERVIZI PUBBLICI LOCALI non fossero sottoposti a privatizzazione forzata – sono stati questi partiti a introdurre in costituzione il pareggio di bilancio, in uno dei vostri ormai frequenti conclavi, senza bisogno di votare alcuna mozione o seguire procedure straordinarie come invece oggi chiedete in quest’aula – sono stati questi partiti, SENZA ALCUN PRECEDENTE nella storia repubblicana, a rieleggere il medesimo capo dello stato – è stato il PARTITO UNICO a non abolire le province in 18 mesi mentre sosteneva il governo Monti – sono stati i vostri partiti, in più legislature, a far accomodare in questa aula l’attuale senatore Silvio Berlusconi: il parlamentare che più volte poteva essere dichiarato INELEGGIBILE negli ultimi 150 anni – sono esponenti dei vostri partiti le persone nel COMITATO DEI SAGGI, non previsto da alcun regolamento parlamentare, tanto meno dalla costituzione o da prassi istituzionale, che detta l’agenda dell’attuale governo, in continuità con i precedenti – siete stati voi a CONGELARE la volontà di partecipazione espressa con le numerose proposte di legge popolare, CONDANNANDOLE alla putrefazione nel cimitero dei vostri cassetti Questo avete liberamente scelto, senza imposizioni dell’Europa, in totale disprezzo delle priorità manifestate dagli italiani. Ora, che proponete l’ennesima medicina amara, forse letale per la democrazia, abbiate almeno il coraggio di riconoscere la vostra diretta ed ESCLUSIVA responsabilità: quella di aver escluso i cittadini per DECENNI da qualunque decisione SULLE loro vite.
Prima di modificarla, sarebbe il caso di rispettare la Costituzione ed i suoi principi: la tutela del paesaggio, del patrimonio storico e artistico, il ripudio alla guerra, la tutela della salute, il diritto al lavoro e ad una vita dignitosa ed i molti altri continuamente ignorati, calpestati quando non violentati dalle vostre politiche di cementificazione del territorio, di faraoniche quanto inutili opere, di missioni di pace finte quanto le vostre promesse di riavvicinarvi alla gente, di scellerate politiche industriali ed energetiche, di riforme del lavoro che creano solo disoccupazione e precariato. E se proprio intendete mettere mano alla costituzione più bella del mondo, senza stravolgerla, permetteteci di portarvi la voce di milioni di italiani, chiedendo
- l’ istituzione dei referendum propositivi senza quorum
- l’ abolizione del quorum nei referendum abrogativi
- il limite a due mandati istituzionali per qualunque carica elettiva
- l’accesso gratuito alla conoscenza universale attraverso la rete per cittadinanza
- l’abolizione delle Province
- la riduzione del numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali
- la cancellazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione
- l’ obbligo di referendum per qualunque modifica costituzionale
E soprattutto fissate bene in mente il primo principio: NELLE FORME E NEI LIMITI DELLA COSTITUZIONE… LA SOVRANITA’ APPARTIENE AL POPOLO
Diego De Lorenzis
Nella giornata del 17 aprile il dr. Grilli, ministro dell’Economia e delle Finanze del governo “tecnico” di Monti e soci, a proposito dei debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, ha espressamente dichiarato che” il limite del 3% sul deficit di bilancio è un numero sacro ed inviolabile, per noi è come la Bibbia”. Non ha aggiunto “ce lo ha chiesto l’Europa” ma è stato chiaro a tutti che questo intendeva come massimo ossequio ai trattati.
In altri termini, per i “tecnici” di fiducia dell’oligarchia europea, la stabilità finanziaria viene prima di tutto, non importa che le imprese chiudano perché avanzano crediti non saldati con le P.A., non importa che i mancati provvedimenti di spesa del governo accrescano il numero dei disoccupati, la sofferenza delle piccole imprese ed il ristagno dell’economia, no questo è secondario, la priorità si trova tutta in quel numerino imposto anche dal Fiscal Compact: il 3% di deficit massimo.
Se qualcuno aveva dei dubbi su Grilli, sapevamo che è considerato uno dei “super tecnici” della compagine di Monti ed in effetti Vittorio Grilli nella sua carriera è stato un tecnico ombra per tutte le compagini governative, sia che fossero di centro sinistra sia che di centro destra. Un personaggio trasversale e superiore alla politica partitica, come i poteri che di cui è espressione. E’ stato Direttore generale del Tesoro da maggio 2005 fino a novembre 2011, con la conferma in tale ruolo dai ministri Domenico Siniscalco (Berlusconi III), Tommaso Padoa-Schioppa (Prodi II) e Giulio Tremonti (Berlusconi IV). Un tecnico che non ha mai avuto bisogno di essere eletto.
E’ stato uno degli artefici della svendita delle società di Stato “per entrare in Europa”, conclusasi con l’alienazione delle maggiori imprese statali. Di questo ancora gli sono grati a lui stesso come anche ai Prodi, agli Amato ed ai Ciampi, i grandi “privatizzatori” che si sono avvalsi dell’opera di tecnici esperti come Grilli e come, a suo tempo, Draghi, un altro “super tecnico” che oggi ricopre il prestigioso incarico alla BCE.
Un uomo di totale fiducia quindi dei poteri dell’oligarchia finanziaria che tiene i fili del governo tecnico di Monti e soci e da cui si aspettano presto altri “progressi” nelle “privatizzazioni” prossime delle aziende pubbliche italiane ancora partecipate dallo Stato (ENI, ENEL, Finmeccanica, ecc.) a cui la finanza sopranazionale guarda con forte interesse per fare “business” a spese dell’Italia.
D’altra parte, se questo personaggio mantiene sul suo comodino a posto della Bibbia i trattati europei, sembra chiaro che la fiducia in lui da parte dei membri dell’oligarchia europea, come i Barroso, i Von Rumpuy e lo stesso Mario Draghi, è una fiducia ben riposta. Basta una telefonata e Grilli “esegue prontamente” gli ordini, un pò come una volta facevano i vecchi “ragionieri” di fiducia di ogni titolare delle imprese lombarde.
A questo punto ci sembra opportuno e ci permettiamo di suggerire che il nuovo Presidente della Repubblica, presto eletto, proponga al nuovo Parlamento una modifica costituzionale importante: al posto di quell’articolo 1 ormai obsoleto (l’Italia è una Repubblica fondata sul LAVORO……) che suona tanto di ipocrita e stonato in un paese che in un solo anno di governo tecnico ha accumulato ben un milione di nuovi disoccupati, sostituiamo presto tale articolo con altro, “L’Italia è una Repubblica fondata sulla STABILITA’ FINANZIARIA”.
Potrebbe essere una riforma anche richiesta dall’Europa in un futuro prossimo, tuttavia noi in Italia potremmo anticiparla dimostrandoci “attenti e solerti” come i “primi della classe”.
Tutto sarà più attuale e realistico ed anche a Bruxelles e Francoforte i personaggi dell’eurocrazia saranno molto contenti di noi italiani, sempre disponibili ad “adeguarci” anche prima che venga richiesto.
Luciano Lago
Come molti già sapranno ieri la Consulta si è espressa in merito alla costituzionalità del noto decreto “Salva Ilva” definendolo, aimé, legittimo. Senza entrare nel merito della sentenza sia perchè le motivazioni non sono state ancora pubblicate sia perchè la diatriba riguardava un conflitto di attribuzione tra Governo e Magistratura, vorrei cercare di focalizzare l’attenzione su quanto la Carta Costituzionale esprime nei suoi principi e se questi sono, in un qualche modo, rintracciabili nella città dei due mari.
Iniziamo dall’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Repubblica = Res Publica = Cosa pubblica. Invece Taranto è un affare privato, dove per privato si intendono le diverse industrie presenti capeggiate, senza dubbio alcuno, dalla famiglia Riva proprietaria dell’ impianto di produzione di acciaio più grande d’Europa. Anche il termine “democratica” associato nella Costituzione al termine Repubblica scompare in quel di Taranto, se così non fosse il Governo avrebbe fatto un decreto salvaTaranto e non certo salvaILVA. Per i buon temponi che sottolinearanno il “fondata sul lavoro” dico già che i principi sanciti sulla costituzione hanno tutti pari dignità e peso, nessuno di questi può escludere il godimento di tutti gli altri e comunque andrebbe fatta un attenta analisi di quanto lavoro queste industrie hanno distrutto nell’agricoltura, allevamento, turismo, ecc.
Passiamo all’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Già il paesaggio, quello del fu Bel paese considerato un fastidio e un ostacolo per la maggior parte della nostra classe politica. Sul patrimonio storico artistico ricordo che Taranto fi la capitale della Magna Grecia. Una città che andava tutelata e definita patromonio dell’umanità non certo devastata da un becero sviluppo industriale
Articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività“. La salute è quandi un diritto fondamentale dell’individuo ma al contempo un interesse della collettività, quindi di tutti noi compresi coloro che vivono a migliaia di kilometri da Taranto. Su questo aspetto potremmo scrivere all’infinito citando le varie patologie di cui soffrono le popolazioni di quel territorio e di quanto queste siano diffuse, ma credo che già sapere che nel sange dei bambini è stato trovato il piombo sia sufficiente a far accapponare la pelle ed urlare BASTA!
Il problema non è quindi se sia Costituzionale o meno il decreto salvaILVA ma rendersi conto che è Taranto in sè, con tutta la marmaglia di politici e industriali, ad essere anticostituzionale.
Nei prossimi giorni a Taranto si svolgerà un importante referendum. Purtroppo è stato escluso un fondamentale quesito, quello che prevedeva il totale reimpiego dei lavoratori nelle opere di bonifica, ma sarà comunque un importante momento di consultazione. E’ dal volere dei Tarantini che si deve partire. Dal ripristino della Repubblica Democratica.
Sabato scorso ho visto una Taranto viva, vorrei nei prossimi anni vedere una Taranto Libera.
Ciò potrà avvenire solamente se capiamo che nulla è più importante della salute e del diritto alla vita. Noi tutti lavoriamo per vivere e non viviamo per lavorare. Il lvoro deve essere prima di tutto funzionale allo sviluppo della società quindi dei suoi componenti, le singole persone. Queste devono essere prima di tutto Libere e se sono soggetti al ricatto occupazionale non lo sono, se sono malati o vedono ammalare i propri figli e i propri cari non lo sono, se c’è un qualcosa, nella fattispecie uno scellerato sviluppo industriale che distrugge tutto ciò che gli sta intorno lasciandogli solo morte e sofferenza non lo sono.
Taranto dovrà essere liberata, non sarà facile e non sarà indolore. I Tarantini si sono messi in gioco, adesso hanno bisogno dell’aiuto dell’intera Italia. Quella Italia che si è emozionata l’altra sera ascoltando Benigni. Bene basterebbe applicare la Costituzione della Repubblica Italiana per rendere Taranto Libera. Basterebbe che gli Italiani oltre a ricordarsi chi furono i padri costiutenti cominciassero a prendere coscienza chi sono stati e sono tutt’oggi i figli distruttori della Costituzione più bella del mondo.
Ricevo e volentieri pubblico
Tra il 1992 e il 2012 c’è un ventennio, un lasso di tempo che è sempre stato funesto per l’Italia. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il capitalismo sente di poter sferrare l’attacco finale, di potersi aggiudicare la Guerra di Classe per ko tecnico dell’avversario. Via allora ogni residuo di keynesismo piagnone e mano libera al mercato psicopatico liberista che, tu credi si autoregoli, ma invece, una volta sguinzagliato, si mangia le risorse senza lasciare neppure le briciole, come un orrendo Pacman in modalità God e FullAmmo.
In Italia nel ’92 ci sono i partiti, che mangiano come hanno sempre mangiato. Si mangiava anche durante il fascismo. Ecco però l’ideona. Facciamo notare agli italiani che i partiti rubano, attiriamo la loro attenzione, scateniamoglieli contro, forniamogli le monetine da lanciare. Un bel gioco divertente. Per carità, i giudici ricevono denunce e procedono come da codice penale, fanno le loro inchieste e scoperchiano verminai di corruzione e ladrocinio con grande dedizione ma, sotto sotto, questa è in gran parte un’operazione di copertura.
Un bel telefilm giudiziario che appassiona gli italiani più del vecchio Perry Mason e li tiene occupati mentre qualcuno svuota la cassaforte. Perché questa è la storia della rapina dei due secoli. La partitocrazia viene spazzata via da Mani Pulite e siamo tutti pronti per una svolta, per un paese migliore, per la Seconda Repubblica. Ci vuole un periodo di transizione, però, con qualcuno che, da esperto e saggio, rimetta insieme i cocci e soprattutto i conti in attesa di un nuovo distrattore. Ecco comparire per la prima volta i famosi governi tecnici.
Nel 1992 avviene un curioso convegno a bordo dello yacht della regina Elisabetta, il Britannia. Il gotha della finanza internazionale, sempre affamato di asset convoca un po’ di sudditi italiani e chiede loro cos’hanno intenzione di fare con le privatizzazioni. Perché questo interessa a chi detiene il potere economico: la robba. Dove il liberismo è finora passato, tutti i beni appartenenti allo stato, ovvero alla collettività, sono stati svenduti – dai politici locali comprati a soldi, figa ed illusione di potere – a multinazionali, banche e gruppi finanziari, chiamandole con il nome fascinoso di privatizzazioni. E’ il nuovo imperialismo.
Facciamo un esempio. Un fondo angloamericano vuole papparsi, che ne so, l’ENI? Ci si affida ai propri agenti sul posto e, se la classe politica degli indigeni fa la riottosa, gli si scatena contro i bravi della finanza. Questa fusione non s’ha da fare. Si crea una crisi economica, si obbliga il paese ad una serie di “riforme”, ovvero a smantellare stato sociale e controllo di legge sul mercato.
Nel 1992 lo spauracchio era la svalutazione susseguente all’uscita dallo SME e la paura di non essere più parte dell’Europa. Ecco i primi governi tecnici: di Ciampi, Amato, di Prodi il professore. Soros, con le sue armi finanziarie, scatena un attacco senza precedenti contro la lira e Amato, nottetempo, è costretto, poraccio, a prelevare il riscatto dai conti correnti degli italiani. Uno scherzo da 11.500 miliardi. Allora ci dissero che era per il nostro bene, per rimanere in Europa, al passo con gli altri, per continuare a fare i fichi nei salotti buoni.
E le privatizzazioni? Ci penserà un personaggio che oggi conosciamo meglio, come attuale capo della BCE: Mario Draghi. Quel Draghi che per dieci anni circa, fino al 2001, si incarica di svendere alla finanza internazionale quasi tutto il patrimonio dell’industria statale italiana, quella che in altri tempi aveva rappresentato la nostra versione di miracolo economico. Beh, a vent’anni di distanza non mi pare che le nostre bollette di gas, luce, telefono e servizi siano drammaticamente dimagrite grazie alla maggica concorrenza del mercato autoregolantesi ma siano andate sempre più crescendo.
Finita la prima tranche di privatizzazioni, Mario Draghi torna nella tana di Goldman Sachs – uno dei beneficiari delle svendite 3×2 – alla faccia del conflitto di interessi, con un incarico di prestigio. Ottenuto quello che volevano come acconto, i poteri economico finanziari ormai senza freni ci lasciano un’idea mirabolante, l’aggancio a cambio fisso con una nuova moneta, l’Euro, una figata. Un altro grande classico del liberismo. L’anello per soggiogarli e nel buio incatenarli.
I tecnici, che poi con Prodi diventeranno politici, addirittura de sinistra, rappresentati da simboli miti come l’Ulivo, ci condurranno nel trappolone dell’Euro. Perché non se ne può fare a meno, perché svalutare ormai è brutto brutto e da cafoni. Quel che restava della nostra sovranità nazionale, già compromessa da decenni di sottomissione imperiale, cominciava definitivamente a svanire.
Tornando ai primi anni novanta. L’Italia è passata attraverso stragi, assassinii di giudici in lotta con la mafia, rivoltoloni politici di vario genere ed è finalmente pronta per un periodo di tregua armata, anche perché questa volta bisogna avere i conti in ordine ed entrare nell’Euro, come abbiamo visto. Si individua un soggetto adatto ad incantare 50 milioni di serpenti, un fenomenale pifferaio magico, molte chiacchiere e un’allergia congenita ai distintivi.
Silvio Berlusconi, l’uomo che si è fatto dal nulla, il Re Minkia che muta le televisioni in oro. Gli italiani, felici di aver ritrovato un Duce a sessantaquattro denti e altrettanto brevilineo, lo votano entusiasti e se ne fanno governare, offrendo in solazzo al sire pure le figlie vergini, per quasi vent’anni. Poi, nel 2011 qualcosa si rompe e chi si interessa di trame alla John LeCarré comincia a capire che questa volta faranno veramente le scarpe a Berlusconi, nel frattempo rincoglionitosi dietro a fichette sempre più giovani che lo distraggono dagli affari personali che ha sempre anteposto all’interesse collettivo. Berlusconi inoltre ostenta amicizie pericolose, frequenta doppiogiochisti sulla lista nera imperiale. Qualche intrallazzo di troppo con i russi e il gas, chissà. In ogni caso, come agente ormai è bruciato.
Nel 2011 inizia la fase due, quella cominciata con l’acconto del 1992 e ora giunta alla stagione dei saldi. E’ la seconda fase dello shock liberista e, per chi ha avuto possibilità di arricchirsi oltre ogni limite, l’obiettivo è l’Eurozona. Viene scatenato un nuovo attacco finanziario ma questa volta l’attacco colpisce interi paesi: dall’Irlanda alla Grecia, dalla Spagna all’Italia. Il nuovo spauracchio è lo spread, ovvero la dimostrazione che l’Euro è stato il passo più lungo della gamba e che la Germania vuole vincere facile.
Ogni giorno lo spread diventa più minaccioso, ci terrorizzano con scenari di corralitos, assalti agli sportelli e gogna collettiva degli italiani pigri e mangiaspaghetti sulla piazza di Bruxelles. Berlusconi, abilmente lavorato ai fianchi da sapienti nipotine di Mubarak, cade definitivamente in disgrazia. Prova a resistere ma, dopo l’ennesima offerta che forse non poteva rifiutare, si dimette.
Sui libri di storia che i nostri nipoti studieranno ci sarà scritto che Berlusconi era un imprenditore che fu messo a capo dell’Italia per presidiare il territorio, una specie di proconsole. Poi, invece di governare, a causa della sua ricattabilità ed incapacità congenita di evitare il fallimento come imprenditore, trascurò i suoi doveri e si occupò solo dei suoi interessi, paralizzando il suo paese in una Mirabilandia fatta di superficialità e totalmente incapace di crescere.
Nel fatal novembre, dunque, da un giorno all’altro, ci fanno credere, si forma un governo affidato ad una specie di genio della lampada, un professore della Bocconi, nientepopodimeno che Mario Monti. Governo formato da gente con carriere avviatissime, tutti pezzi da novanta che, da un giorno all’altro, decidono di piantare baracca, università e burattini, senza nemmeno un “lasciami una settimana per pensarci” e vanno a fare i ministri nel Pronto Soccorso Italia, con un malato terminale che tutti danno per spacciato. La presa della Bastiglia Italia senza sparare un colpo, con l’aiuto fondamentale, pensate, di un vecchio comunista.
Azzerato il nano ed insediatisi al potere, i tecnici che fanno? Cominciano a piazzare le cariche per la demolizione controllata dell’economia italiana. Si preparano nuove privatizzazioni, la definitiva dismissione degli ultimi brandelli di proprietà statali, le ultime perle e catenine di famiglia rimaste dopo la cura Draghi. Senza parlare degli italiani, sottoposti ad una cura da Cavallo (nel senso del famigerato ministro dell’economia ultraliberista argentino) che culminerà nella patrimoniale ai danni dei ceti mediobassi, nella riduzione progressiva del welfare e in un impoverimento generalizzato delle classi meno protette.
Mario Draghi è ormai assiso sul trono della BCE e da lassù sovrintende benedicendo urbi et orbi con la preghiera “O Euro benedetto, irreversibile tra le monete, che tu sia lodato tra le divise.” Ad un anno di distanza dal golpe finanziario con il silenziatore un grafico dice più di mille parole. C’è da stare proprio allegri.
Vent’anni quindi. Vent’anni per disfare quanto di buono era stato fatto da un’Italia affatto fannullona ma creativa ed operosa, ora ridotta all’impotenza. Distruggere l’economia per ingrassare una finanza fatta di puro denaro. Lo diceva perfino la buonanima di Cossiga. Un patrimonio di cinquant’anni di benessere che ora, dicono, “non possiamo più permetterci perché abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi”.
Ho raccontato un romanzo criminale, una storia con pochi eroi, molti vigliacchi traditori e tante vittime innocenti. Una storia che, a meno di una qualche intuizione per trovarne una via d’uscita, rischia di impantanarci nel suo incantesimo, in un maleficio di povertà e regresso per gli anni a venire. Gli anni peggiori della nostra vita.
Il peggior Presidente della Repubblica della storia d’Italia continua a fare pressione sul mondo politico perché si cambi la legge elettorale. Il porcellum è da tutti considerato come un sistema da superare, e quindi si potrebbe pensare che Napolitano sia animato da buone intenzioni.
Tuttavia l’obiettivo del peggior Presidente della Repubblica della storia d’Italia non è quello di consentire agli italiani di scegliere i propri rappresentanti tramite un sistema maggiormente trasparente e democratico, bensì quello di garantirsi che il risultato delle elezioni sia quello da lui auspicato: un nuovo governo di larghe intese.
Nessun governo di centrodestra o di centrosinistra, infatti, potrà realizzare quanto imposto dalla UE senza subire una caduta verticale del proprio consenso elettorale, tantomeno dopo che l’Italia finirà nelle grinfie del fondo “salva-Stati” (che bisognerebbe chiamare “affossa-Stati”) e della Troika, come la Grecia. Cosa che inevitabilmente accadrà.
Quindi, finché non entreranno in vigore le modifiche ai trattati UE che consentono il sostanziale commissariamento degli Stati, Napolitano continuerà a costruire governi di larghe intese.
Se resta in piedi il porcellum, però, la cose per lui si complicano. La schifosa legge elettorale partorita da Calderoli, infatti, regala una larga maggioranza di seggi alla Camera alla lista che prende più voti. Per avere un governo di larghe intese, quindi, i partiti che sostengono Monti dovrebbero presentarsi insieme alle elezioni. Senza la certezza di vincerle, dato che una mossa del genere farebbe venire il vomito anche a quei pochi cittadini che ancora li votano.
Ecco perché Napolitano, che ha sentito benone il recente boom elettorale del Movimento 5 Stelle, spinge tanto affinché si cambi la legge elettorale: perché vuole eliminare il premio di maggioranza. In questo modo i partiti potranno presentarsi alle elezioni senza coalizioni, facendo finta di combattersi e di essere alternativi, nella speranza di motivare i propri elettorati di riferimento.
Dopo il voto, poi, ci penserà il Capo dello Stato a richiamarli alla “responsabilità” ed alla necessità di dar vita a un governo unitario….. perché ce lo chiede l’Europa, per salvare l’euro.
Fabrizio Tringali
Quando la famosa lettera della BCE a firma congiunta Trichet e Draghi venna resa pubblica si alzò un polverone di indignazione che, almeno in apparenza, contestava questa ingerenza delle istituzioni europee nelle scelte politiche ed economiche di un “libero” stato membro. Per qualche settimana pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti non lesinarono certo articoli e servizi per disquisire sull’opportunità di questa missiva. Dove è finita la democrazia, la volontà popolare, il popolo sovrano se poi un istituzione di nominati, un istituzione bancaria detta ad un governo l’agenda politica? Dopo l’iniziale polverone, ottimo a non far capire realmente quanto stava accadendo, la polemica si affievolì per riafforare qualche mese dopo quando vi fu l’ammissione da parte del ministro Tremonti che quella lettera in realtà era stata scritta a Roma e fatto in modo che giungesse poi da Bruxelles per poterla farla digerire al popolo Italiano con la solita menata del “è l’europa che ce lo chiede”.
Ma visto che la storia dell’europa che lo chiede non fa più breccia nell’animo dei cittadini italiani ormai ben consapevoli di come in altri paesi le cose in realtà viaggino in maniera decisamente diversa, era necessario trovare un sistema che mettesse al nostro paese il cappio al collo ed un cinico boia capace, senza alcun risentimento o rigurgito di umanità, di mettere in atto la letale sentenza. Ecco quindi la spirale della speculazione e del famigerato spread fatto diventare l’orco cattivo che tutto mangia ed ecco arrivare il cinico boia nelle vesti del nominato e mai eletto da nessuno Mario Monti.
Ed è sufficiente vedere quanto fatto sin qui da questo governo e da quanto si appresta a fare nei prossimi mesi per constatare quanto ogni atto corrisponda perfettamente a quanto disposto dalla citata lettera Trichet/Draghi e altri. Prima fra tutte la riforma delle pensioni, quella che vide lo sgorgare delle lacrime di coccodrillo della Fornero forse preoccupata di non aver ottemperato completamente ai dettami della BCE che chiedeva “È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012″. A seguire ecco arrivare la riforma costituzionale che impone il bilancio di pareggio come richiestoci “Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.” e di nuovo la Fornero con la sua riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori “b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi. “ anche se va da se che di sistema di assicurazione dalla disoccupazione se ne sono scordati. Ma tutto ciò è solo una parte dello sporco lavoro che il boia Monti è venuto a fare e sono già in essere quelle nuove manovre per giungere quanto prima alla conclusione che necessariamente dovrà essere fatta prima di arrivare alle prossime elezioni politiche.
Il famoso crescitalia rinominato più correttamente svenditalia che da il via ad una privatizzazione di massa dei servizi pubblici compresi quelli che un referendum popolare che ha visto una partecipazione senza precedenti aveva escluso da tali processi:”È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.”. E ancora quella che co fanno passare per spending review che altro non è che un drastico taglio sui servizi, in particolare quello sanitario, e sul comparto dei dipendenti pubblici come ordinato: “il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.”.
E il parlamento? I partiti? L’espressione della volontà popolare? Retifica, semplicemente retifica come disposto: “Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011.” Pare si sia un pò in ritardo, ma non disperate perche il cinismo del boia e l’accondiscenza d partiti e sindacati, nonostante ogni tanto fanno finta di abbaiare, sapranno rimediare.
Al quirinale dovrebbe risiedere il Presidente della Repubblica, alias il garante della Costituzione, ma da anni è occupato da un maggiordomo sempre al servizio dei poteri economici, militari e politici che di volta in volta gli danno gli ordini trasformando di fatto la Costituzione in un qualcosa più simile ad uno zerbino piuttosto che alla carta fondamentale a cui dovrebbero ispirarsi tutte le scelte politiche del nostro paese.
Maggiordomo ai tempi di Berlusconi quando firmava senza battere ciglio ogni legge che il gran maestro del Bunga Bunga eruttava per eliminare i suoi guai giudiziari. Dal lodo Schifani al lodo Alfano, ignorando i numerosissimi costituzionalisti che gli dicevano che tali norme erano incostituzionali, senza far passare ventiquattro ore il maggiordomo ossequiosamente apponeva la sua firma facendo entrare in vigore leggi regolarmente giudicate poi incostiuzionali dalla Corte Costituzionale.
Maggiordomo ai tempi dell’inceneritore di Acerra quando di fronte ad un popolo, suoi conterranei, martoriato dall’inquinamento dei rifuti tossici industriali sversati illegalmente lanciò moniti affinché un altro distributore di morte, ma fonte inesauribile di denaro per i soliti prenditori, fosse celermente realizzato.
Maggiordomo ai tempi dello scudo fiscale, quando nulla disse di fronte ad una norma che consentì, praticamente a gratis, il rientro di capitali frutto di malaffare, corruzione e crimine organizzato oltre che di utilizzo illecito di finanziamento pubblico ai partiti.
Maggiordomo ai tempi della dichiarazione di guerra alla Libia quando di fronte al titubare del governo nonostante il suo paese ripudi la guerra si è lanciato in continui e pressanti moniti affinche le armi potessero cominciare a parlare.
Maggiordomo ai tempi della crisi economica quando obbedendo alle banche ha nominato il ragionier Monti Presidente del Consiglio e senatore a vita affinche si potesse finalmente portare a compimento il sacco dell’Italia. Paese derubato e deturpato da anni di politica corrotta e mafiosa di cui lo stesso maggiordomo si è nutrito e ingrassato.
Maggiordomo oggi quando il suo datore di lavoro (il popolo sovrano) comincia a rendersi conto che l’unica via di uscita è sbarazzarsi di tutto questo marciumo politco-economico-mafioso. Ed ecco che allora da arbitro il maggiordomo si trasforma immediatamente in tifoso. un Ultrà vero e proprio, pronto a difendere con le unghie e con i denti quel sistema che tanto benessere gli ha garantito e scagliarsi contro chi sta diventando una realtà sempre più conosciuta ed apprezzata. Quindi no all’antipolitica e no ai demagoghi è l’ultimo monito del maggiordomo sul colle. Un invasione di campo senza precedenti, una palese violazione delle regole e della Costituzione ad un paio di settimane di un importante voto amministrativo, un voto che nonostante i maggiordomi, i ragionieri e tutto quel baraccone di politici marci e corrotti vedrà il moVimento 5 stelle decollare. Lo sentite l’orologio …. tic, tac, tic, tac … i partiti sono morti e il loro funerale è sempre più vicino.
Monti afferma che se l’Italia non è pronta alle sue riforme lui potrebbe lasciare. E così ripetono i suoi ministri i quali alla prima critica minacciano di ritornare ai loro precedenti incarichi. Ma se i professori tornano in classe, gli italiani possono tentare di riprendersi le aule parlamentari dando una bella lezioncina a questi zelanti educatori delle masse con la puzza di zolfo finanziario sotto il naso. Se non è un passo avanti è almeno un bel contrappasso.
Nel frattempo però, invece di fare le valigie, costoro continuano a svaligiare i connazionali che per disperazione si danno fuoco mentre dovrebbero incendiare il Paese. Ci vuole davvero una bella faccia tosta per chiamare riforme i rastrellamenti fiscali della guardia di finanza e i pogrom economici dell’esecutivo contro autonomi e subordinati, pensionati e professionisti, precari e disoccupati. Nel “Fornero” crematorio bruciano i lavoratori e si spengono le speranze dei giovani. Il Premier maestrino ed i suoi assistenti maldestri disdegnano anche le lungaggini del Parlamento ed i compromessi con i suoi rappresentanti, assecondati e incoraggiati in ciò dal peggior Presidente della Repubblica che l’Italia abbiamo mai avuto. Napolitano, abusando della sua autorità, striglia i parlamentari che vorrebbero emendare gli atti del Governo, cosa evidentemente non più ammissibile sotto l’imperio della sua presidenza compradora e della junta civil, direttamente discendente dalla prima.
Il Quirinale, stracciando la Costituzione, ha prima progettato e poi realizzato l’avvento di tale satrapia della saccenza per farsi cullare dalle brezze atlantiche e dai venticelli europei, i quali unendosi hanno generato una vera bufera su Roma. Con tutte queste arie i tecnici hanno finito col montarsi la testa ed anche se ora urlano al vento resta il fatto che sono tenuti in piedi da istituzioni delegittimate e prive di credibilità, per cui essi stessi, sdottoreggiando quanto vogliono, non ne avranno mai alcuna. Adesso molti leader politici si pentono della scelta e demoliscono pubblicamente i cattedratici rei di non saper nemmeno apparecchiare, dall’alto di tanta scienza, i loro provvedimenti, spesso giunti nelle diverse commissioni parlamentari zeppi di errori. Parola dell’ex ministro Romani. Ad ogni modo dal patto tra istituzioni screditate ed evacuate di sovranità non poteva non fuoriuscire questa cagata pazzesca che ora ricopre di escrementi gli stessi patrocinatori del Gabinetto. Che Monti resti o vada, per il tempo ritenuto necessario dai poteri internazionali, chi ne ha autorizzato l’arrivo senza aver opposto nemmeno uno scatto d’orgoglio pagherà le conseguenze dei mal di pancia popolari. I partiti che hanno giocato di sponda con il Quirinale pensando di potersi così riorganizzare e recuperare reputazione, affidando ad un burattino della Trilaterale la risoluzione del contenzioso economico con l’Europa e politico con gli Usa, sono colpevoli di codardia e di alto tradimento, della volontà elettorale e delle istituzioni repubblicane trasmutate con un colpo di colle in monarchiche. E’ arrivato il momento di tirare lo sciacquone su questa fase poco igienica per il Paese.
Perfino gli ottimisti che pensavano si fosse toccato il fondo nel corso dell’ultimo decennio, caratterizzato dal sempre più palese asservimento del bestiario politico ai grandi poteri finanziari di Bruxelles e dal disastro dell’euro, hanno dovuto ricredersi nel corso dell’ultima settimana. Il golpe della BCE ha fatto piazza pulita a velocità supersonica non solo del caramogio di Arcore politicamente defunto da tempo, ma anche di tutte le favole ispirate alla costituzione e alla democrazia che albergavano nell’immaginario degli italiani fin dai tempi delle scuole elementari.
Napolitano ha gestito il colpo di stato per conto terzi con consumata destrezza, meritandosi il plauso del padrone. I camerieri della politica, affiancati dalla pletora di pennivendoli d’accatto ed opinionisti radical chic hanno certificato la scarsa opportunità d’interpellare i cittadini in merito al loro futuro, dal momento che il “popolo bue” mai capirebbe i termini del problema e il suo intervento potrebbe turbare profondamente i mercati. Nel corso di sole 48 ore (meno di un battito di ciglia riguardo a questioni di questo peso) l’usuraio di Goldman Sachs Mario Monti è stato prima nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica che non c’è più (e forse non c’è mai stata), per meriti immaginari che non hanno nessuna ragione di essere. Poi proditoriamente investito dell’autorità di presiedere un governo illegittimo che non risponderà agli interessi nazionali, bensì esclusivamente alle direttive di Bruxelles e ai dettami dei mercati. Infine coinvolto in un toto ministri all’interno del quale cadaveri politici di ogni risma e colore sgomitano e sbavano per ritagliarsi un posto al sole al servizio degli occupanti. Il tutto rigorosamente prima che il cielo inizi a biancicare e sorga l’alba del lunedì, quando i mercati e lo spread pretenderanno che il lavoro sia stato portato a termine con cura certosina e l’Italia sia ridotta ad uno schermo TV da gestire con il telecomando.
A beneficio di tutti coloro (temo la maggior parte degli italiani) che non hanno pienamente preso coscienza dell’accaduto, domani l’Italia si risveglierà sotto forma di un paese occupato, deprivato di qualsiasi sovranità residua, con annessi diritti democartici e costituzionali. In parole povere una sorta di dittatura imposta dall’estero (sempre che la grande finanza internazionale possa considerasi uno stato) con lo scopo precipuo di spolpare quello che resta dell’Italia e degli italiani. Grande parte di loro, compresi i genialoidi che in queste ore non hanno trovato di meglio che festeggiare l’occupazione perchè l’alluvione insieme alle nostre case ha portato via anche il “cadavere” di Berlusconi, lo capiranno con tutta probabilità nel corso delle prossime settimane. Quando perderanno il posto di lavoro, quando verranno travolti dal profluvio di nuove tasse, quando le privatizzazioni li priveranno dei servizi ai quali erano abituati, quando la macchina resterà in garage perchè la benzina costa troppo, quando casa loro se la prenderà Equitalia, quando negli ospedali le liste d’attesa diventeranno l’ultimo dei problemi, quando…..
Personalmente è forte l’amarezza nel constatare come ormai si sia valicato anche l’ultimo limite della decenza, palesando l’evidenza che per governare le sorti progressive del nostro futuro, i mercati e lo Spread ormai possono fare a meno di ottenere il sostegno dei cittadini. Anche il divertimento di scrivere assume un peso greve, nella veste di prigioniero politico di un paese occupato, con la consapevolezza che con tutta probabilità a breve un governo illegittimo t’impedirà di farlo, perchè le tue idee sovversive potrebbero nuocere ai mercati.
Viva Mario Monti, viva lo Spread, viva i mercati, viva il regime, ma guai a chiamarlo così, si chiama democrazia.
Marco Cedolin












