Archive for cementificazione
«Aiuto, il Salento sta morendo». Di cemento? Sì, ma non quello dei soliti palazzi. Il nuovo nemico ha un nome suggestivo e ingannevole: green economy. Che per il “Forum ambiente e salute”, network di comitati e associazioni per la difesa del territorio, in Puglia fa rima con devastazione, malversazioni spregiudicate e persino infiltrazioni mafiose per il facile riciclaggio di denaro sporco. «La green economy industriale sta devastando il nostro futuro». Paradosso? Forse, se l’avvenire che gli ambientalisti temono è fatto di «morte distese di ciminiere, mega pale eoliche e deserti di pannelli fotovoltaici, di cemento, di asfalto, di cave e discariche persino nucleari», là dove crescono gli uliveti più belli d’Italia, davanti a una costa tra le più affascinanti del Mediterraneo.
Ma la Puglia non era il modello perfetto della nuova energia alternativa, decantato dal governatore Nichi Vendola? I comitati salentini inorridiscono, gridando al tradimento. E ora si appellano a Beppe Grillo, con una lettera aperta che è un invito alla mobilitazione politica contro «la truffa pugliese dell’energia pulita». Che Vendola se ne renda conto o meno, per il “Forum ambiente e salute” è in gioco la qualità della vita del Grande Salento, esteso nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto. «In nome delle energie rinnovabili iper-incentivate dallo Stato, a spese dei cittadini – scrivono i contestatori – si è messo in piedi un meccanismo perverso e aberrante che, complice grave la politica della Regione Puglia, ha fatto del Salento, e non solo, terra di conquista per multinazionali e grosse ditte estere».
Il Salento sta diventando un eden per l’economia globalizzata, nuovo Eldorado per cinesi e austriaci, tedeschi e spagnoli, ma anche danesi, olandesi e lussemburghesi, senza contare gli immancabili imprenditori americani e persino i nuovi alfieri del turbo-capitalismo russo, spesso in odore di mafia. Problema: le energie saranno anche rinnovabili – sole e vento – ma gli impianti hanno dimensioni industriali e «altissimo impatto» sul territorio pugliese. Anziché incentivare l’auto-produzione, quella dei piccoli impianti a misura di famiglia, «si sta favorendo legislativamente solo l’industrializzazione all’energia dell’intera regione nelle sue aree agricole e naturali, persino nel suo mare», accusano i comitati. «Migliaia di ettari di campi agricoli e pascoli, destinati da millenni alla produzione dei nostri prodotti agro-silvo-pastorali, vengono diserbati e ricoperti di pannelli hi-tech di silicio fotovoltaico».
Ancora più preoccupante il maxi-eolico, con mastodontiche torri d’acciaio alte 150 metri, persino in mezzo al Canale d’Otranto: la strage dei rapaci e dei migratori è già cominciata, dicono i firmatari dell’appello. Lo ha scritto anche Carlo Vulpio sul “Corriere della Sera”: i progetti minaccerebbero aree vitali come l’oasi delle Cesine, gestita dal Wwf, che peraltro è a sua volta accusato di aver approvato «lo scandaloso mega impianto off-shore di Tricase». Ce n’è anche per Legambiente, che tra Cutrofiano, Minervino e Giuggianello «ha i suoi mega-progetti di industrializzazione fotovoltaica nei campi, decine di ettari», pure nel bel mezzo del parco naturale “Paduli-Foresta Belvedere”.
E non è tutto: in Salento «ci sono domande per oltre 50 inquinanti centrali elettriche a combustione di biomasse e rifiuti, per le quali si dovrà importare dai paesi del terzo mondo gran parte della biomassa oleosa, forse anche transgenica, da colture Ogm iper-trattate chimicamente». Il “Forum ambiente e salute” vede in anticipo un film horror: «Potature-killer su interi boschi, uliveti, vigneti e frutteti sacrificati sul patibolo della green economy industriale, come già in parte sta avvenendo, per lasciar posto anche alle produzioni di biocarburanti». Ci sarebbe persino «chi chiede di poter bruciare nelle centrali a biomasse tutto il nostro olio d’oliva, per produrre un surplus d’energia che sarà esportata lontano dalla Puglia», in un orizzonte iper-elettrificato, infestato di cavidotti e pericoloso elettrosmog.
Le produzioni industriali d’energia rinnovabile abbasseranno la produzione energetica da fonti fossili, come carbone, petrolio e gas? «Nulla di più falso», giurano gli agguerriti oppositori: «Sarà invece l’opposto: poiché acquistando dei certificati, cosiddetti strumentalmente “verdi”, che lo Stato concede a chi produce energia rinnovabile, si consente alle ditte di continuare a bruciare indisturbate combustibili fossili», per produrre la loro «energia falsamente pulita». Come se non bastasse, la regione è minacciata anche dagli idrocarburi: trivellazioni in progetto sulla terraferma, mentre si teme «l’arrivo di due gasdotti dall’Asia, che squarteranno la provincia di Lecce con serpentoni pericolosissimi, lunghi decine di chilometri», senza contare «rigassificatori e nuove centrali elettriche a combustibili fossili in progetto, contro cui i salentini, sfiancati ma non piegati, stanno dicendo con tutte le loro forze “no”».
Green economy? Macché: è solo una «grave menzogna politica», che nasconde una maxi-devastazione, addolcita dal marketing anche fieristico come nel caso del “Festival dell’Energia” ora migrato in Toscana, o degli interventi compensativi sul territorio: le multinazionali finanziano di tutto, dal presepe natalizio al restauro del pilone votivo, «intrufolandosi ovunque» grazie alla compiacenza della «classe dirigente pugliese, trasversalmente corrotta». Talmente inquinato, l’ambiente, da interessare l’Interpol. Il sospetto: gigantesco riciclaggio di denaro sporco, in un mercato “drogato” dalle iper-incentivazioni e “oliato” da tangenti, accusa sempre il “Forum”, che parla di «compravendita di autorizzazioni» svolte anche «attraverso inestricabili scatole cinesi e ramificazioni celate che rimandano quasi sempre a ditte off-shore nei paradisi fiscali internazionali come Panama, Cipro, le Cayman».
Ne sa qualcosa la Commissione Antimafia, in trasferta d’emergenza in Puglia nel dicembre 2010, col presidente Beppe Pisanu preoccupato per il mega-business della “green economy industriale” che fa gola inevitabilmente ai grandi cartelli criminali, da Cosa Nostra alle Triadi cinesi: network mafiosi non ostacolati in Puglia da una «mafia borghese» in contatto trasversale con politici e banche, e con «l’imprenditoria più spregiudicata e affaristica, nonché con la bassa malavita territoriale». La Puglia sta diventando una vera e propria Repubblica delle Banane, accusano i comitati del “Forum”, allarmati dal rischio che il Salento degeneri «in uno Stato tribale, gestito dai nuovi “narcos” locali e non, gli “sviluppatori”, i “facilitatori”» che trafficano con le autorizzazioni per impianti “green” – eolico, fotovoltaico o biomasse – da rivendere alle multinazionali straniere.
“Dove si devasta il paesaggio, lì c’è mafia”, recita lo striscione del “Forum”, che registra la controffensiva in corso, con arresti e sequestri «ormai quotidiani», da parte di carabinieri del Noe, Guardia di Finanza, Forestale, polizie locali: «Si susseguono gli avvisi di garanzia a politici, denunce e proteste dei lavoratori sfruttati, le fughe dei colpevoli, i ricorsi a tribunali amministravi, gli esposti della gente, di liberi cittadini, di associazioni, di mille comitati sorti ovunque nell’emergenza in difesa dell’orizzonte quotidiano». Nel vuoto, finora, gli appelli per varare un’urgente moratoria capace di bloccare il «falso green». In campo anche Ruggero Martines, capo della Soprintendenza ai Beni Culturali e al Paesaggio, l’Arpa pugliese e l’epidemiologo Giorgio Assennato: si rischia una «catastrofe culturale, paesaggistica, ambientale ma anche sanitaria», a cui «si sta andando incontro passivamente». Il Salento è ancora «il giardino bello d’Europa e del Mediterraneo». Diventerà davvero una gigantesca «pattumiera energetica»?
Ti potrebbero interessare anche:
Pare che sulla famigerata strada dei colli non sia venuto ancora il momento della parola fine. Le imminenti elezioni amministrative spingono alla ricerca di voti, costi quel che costi e se Parigi val bene una messa figurarsi offrire un favoloso paesaggio come lauto pasto agli speculatori edilizi. Anche il solo pensare di affidare le proprie città a chi crede che asfalto e cemento corrispondano a progresso e sviluppo è puro istinto suicida.Votarli è masochismo.
A seguire la nota inviatami dal comitato per la salvaguardia dell’ambiente e del territorio di Cisternino.
Riunione dei nostri amministratori sulla Strada dei Colli. Il Comune è la Casa di tutti ?
Strada dei Colli, il capitolo non è ancora chiuso. Ed infatti corre voce in paese – la comunicazione con i cittadini non è certo il fiore all’occhiello della nostra amministrazione – di una riunione che si terrà lunedì tra giunta, Regione, Provincia e avvocati del comune per discutere – almeno così pare – sull’opportunità di impugnare la sentenza che ha bocciato il progetto della “autostrada” sui monti o, forse, di riproporre il devastante progetto.
I meglio informati sostengono che molti degli assessori, in passato favorevoli alla realizzazione dell’opera, hanno cambiato opinione convinti dalla chiarezza delle motivazionI che sostengono la decisione del TAR. Rimangono tuttavia i “talebani dell’asfalto”, profondamente convinti che la strada per il progresso sia solo quella asfaltata e forse più attenti all’obiettivo elettorale da raggiungere – da sempre, si sa, i costruttori rappresentano un notevole serbatoio di voti – che alla coerenza con i loro programmi amministrativi. I politici – è noto – hanno la memoria corta e, spesso, dopo le lelezioni vengono colti da amnesia; speriamo, tuttavia, che, almeno sino a lunedì, riescano a tenere bene a mente che, nei loro programmi, hanno inserito, proprio ai primi posti, la cultura e la tutela del paesaggio e, udite udite, della biodiversità e della ecosostenibilità.
Ed allora ci auguriamo che lunedì si permetta ai cittadini interessati di assistere alla riunione nella quale si deciderà della sorte del nostro paesaggio, della nostra cultura e di tutti quei valori così ben descritti ed esaltati nei programmi elettorali: è o non è il Comune la “Casa di tutti”?
Comitato per la Salvaguardia dell’Ambiente e del Territorio Cisternino
Ti potrebbero interessare anche:
Per sostenere noi Italiani, con il nostro stile di vita, le nostre abitudini, le nostre passioni e i nostri vizi, ci servirebbero almeno altre tre Italie. Ciò significa che stiamo come stiamo e viviamo come viviamo, perché qualcuno, mette a nostra disposizione (volente o nolente) ciò che da noi comincia a scarseggiare: la terra. Per coloro che si inchinano al totem del liberismo o che pregano sull’altare della competitività, non è eticamente riprovevole godere di benefici ed utilità ai danni di altri: è il mercato. Chi è più forte, più bravo, più innovativo o magari soltanto più fortunato o più furbo (e disonesto) vince.
Però, allargando lo sguardo e considerando tutto il pianeta, salta all’occhio qualcosa che dovrebbe essere poco accettabile anche da parte di chi, pur essendo un liberista convinto, ha a cuore il futuro dei propri figli. La domanda dell’umanità sulle risorse del pianeta supera del 30% la capacità rigenerativa del pianeta stesso e che oltre tre terrestri su quattro, vivono in nazioni (e l’Italia è tra esse) che sono debitrici ecologiche. Il nostro stile di vita, i nostri consumi, la nostra voglia di vivere a 200 km all’ora, le gustose patatine che ungono il telecomando del televisore di ultimissima generazione, non gravano solo sulle spalle di qualcun altro in un altro luogo dello spazio (pianeta), ma anche sulle spalle di altri esseri umani che vivranno in un altro luogo del tempo (futuro).
L’impronta ecologica misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti. Semplificando molto, ci da un’indicazione circa la domanda dell’uomo sulle risorse del globo terracqueo. Per rendere meglio l’idea, possono essere utili alcuni esempi che traducono l’impronta ecologica (che si misura in ettari o in metri quadrati) rispetto a consumi e stili di vita quotidiani: per ottenere 1 kg di carne bovina al giorno per un anno, occorrono 140 mq di terra; produrre 1 kg di pane al giorno per un anno necessita di 10 mq di terra; spostarsi tutti i giorni di 5 km comporta un fabbisogno annuale di 122 mq se pedaliamo, di 303 mq se utilizziamo l’autobus, di oltre 1500 mq se siamo automobilisti. E’ evidente, pertanto, che la terra ci serve e che dovremmo tenercela stretta, preservarla e aumentare, laddove possibile, la sua capacità di dare vita. E invece, anziché togliere cemento, come consiglierebbe di fare il buon senso, continuiamo ad aggiungerne. Ed in Italia lo facciamo molto velocemente e voracemente, diminuendo così la biocapacità del nostro paese, e aumentandone la dipendenza rispetto ad altre aree del pianeta.
Ci stiamo mangiando il futuro dei nostri figli! Allegramente… Italia, Repubblica fondata sul cemento. In Italia, il consumo annuo di cemento è passato dai 50 kg pro-capite del 1950 ai 400 kg procapite del 2007. Una tendenza alla crescita sotto gli occhi di tutti e che non pare arrestarsi, neanche in tempo di crisi. Anzi, è passaggio cruciale di quasi tutti i comizi e di tutti i dibattiti televisivi, l’affermazione del politico di turno che la crisi si batte con l’edilizia e con le grandi opere. La cazzuola e la betoniera sono diventati il simbolo dello sviluppo, del progresso e della riscossa tutta italiana e il consumo di territorio ha assunto dimensioni davvero molto inquietanti. Seguendo un modello di sviluppo funzionale solo alla sommatoria di interessi singoli e per nulla orientato da un disegno complessivo che miri all’innalzamento del livello di benessere collettivo e alla salvaguardia del bene comune, il nostro Paese ha cavalcato negli ultimi decenni un’urbanizzazione estesa, veloce e talvolta violenta. Un vero e proprio cancro che avanza alla velocità di oltre 100 Kmq all’anno, 30 ettari al giorno, 200 mq al minuto. Dal 1950 ad oggi, un’area grande quanto il Trentino Alto Adige e la Campania è stata seppellita sotto il cemento. Una goleada, spesso realizzata tra il tripudio dei tifosi: edilizia residenziale, artigianale e industriale, megacentri commerciali, outlets, città satellite. Conditi dei relativi svincoli, raccordi autostradali e rotonde.
Nonostante i numeri allarmanti, gli eventi disastrosi che si ripetono ogni anno, le numerose e quasi quotidiane denunce, il consumo di territorio non è percepito dalle grandi masse come un problema, e non viene quasi mai rappresentato come tale da chi detiene i mezzi per farlo. Però, all’occhio sensibile, l’Italia appare sempre più come una terra in svendita e sotto assedio. Cantieri che spuntano anche in posti impensabili, senza risparmiare parchi, zone protette e sottoposte a vincoli, di natura ambientale, paesaggistica o architettonica. Anzi, solitamente, più le aree sono pregiate, più sono appetibili per il mercato. Il dissesto idrogeologico è sempre più manifesto. Piangiamo tutti gli anni decine di sue vittime. Ma poi, passata la bufera, ritorniamo ad idolatrare le gru o le suggestive grandi opere. Il patrimonio naturale ed artistico che ci viene invidiato dal resto del mondo è sempre più compromesso. L’agricoltura scivola costantemente verso l’impoverimento, sia economico che culturale, con grandi e fertili territori che sono passati (consapevolmente o meno) da una sana vocazione agricola, che però comporta pazienza e fatica, ad una ammaliante vocazione edilizia, che rende ricchi subito e senza sudore. I contadini, potenziali protagonisti di una rinascita produttiva per il paese, sempre più difficilmente riescono a resistere di fronte alle offerte di speculatori senza scrupoli, per i quali la terra è solo una preda, da addentare e divorare, senza alcun riguardo nei confronti della sua rigenerazione ecologica.
La speculazione edilizia ci ha portato ad agglomerati urbani del tutto simili e sovrapponibili tra loro, che non restituiscono la storia del luogo ma che sono modelli preconfezionati, buoni in Pianura Padana come nel Tavoliere delle Puglie. Insediamenti residenziali fuori le mura, che svuotano i centri storici per indirizzare le vite delle famiglie verso scialbe periferie, invitandoli a passeggiare in centri commerciali dai panorami artificiali. Sobborghi che azzerano le relazioni sociali tra le persone e che tutto favoriscono tranne che la nascita e il mantenimento nel tempo di un senso di appartenenza ad una comunità. E’ giunto il momento di prendere atto con responsabilità che l’Italia è malata ed agire di conseguenza. Sempre che non sia troppo tardi. L’urbanizzazione viene sempre motivata da buone intenzioni: “il centro commerciale porterà posti di lavoro”, “con le mille villette avremo una scuola più grande e la piscina nuova”, “il polo logistico creerà sviluppo”. La spinta al consumo di territorio è venduta all’opinione pubblica come una necessità dell’economia, che avrà certamente ricadute positive sul benessere dei cittadini. Quindi, visto il tasso di cementificazione che abbiamo vissuto in Italia, dovremmo essere una delle locomotive economiche d’Europa e uno dei paesi dove il livello di qualità della vita è più alto. E invece non è così. Perché? Perché la pianificazione urbanistica, in Italia, è pressoché assente, e dove non vi sono regole a garanzia dell’interesse collettivo, prevalgono gli interessi di pochi, di chi domina il mercato. Non è raro, poi, che il consumo di suolo diventi addirittura spreco: sono migliaia i capannoni vuoti, milioni le case sfitte. Sprechi che non hanno nessun beneficio, né sull’occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini. Ma che al contrario, e paradossalmente, producono brillanti effetti sul PIL, perché un capannone dove mai nessuno lavorerà o una casa dove mai nessuno abiterà, aumentano comunque il PIL della nazione. Un indicatore, il Prodotto Interno Lordo, del tutto inadatto a dirci quanto sta bene un paese. Un numero virgola, un numero che è una vera e propria farsa, venduto all’opinione pubblica come un’entità quasi soprannaturale in grado di condizionare tutto. Il dibattito politico in primis. Un indicatore che un democratico come Bob Kennedy, in un celebre discorso di 40 anni fa, metteva seriamente e appassionatamente in discussione. Prodotto Interno Lordo che cresce se aumentano gli incidenti stradali sulle nostre nuove autostrade ma che invece cresce poco se consumiamo un pasto a km zero. PIL che cresce se ci spostiamo in automobile (e che cresce tantissimo se abbiamo la sfortuna di percorrere parecchi chilometri di coda) e che invece sta fermo se usiamo la bicicletta o andiamo a piedi. PIL che cresce se condiamo la pasta con passata industriale di pomodori coltivati in terreni contaminati e che invece non si muove se la pastasciutta la gustiamo con i pomodorini coltivati sul nostro balcone o orto. PIL che cresce molto se facciamo una bella colata di cemento in un campo agricolo, costruendo infrastrutture inutili, padiglioni fieristici o quartieri residenziali, e che invece si muove appena se quello stesso campo è coltivato a ortaggi da pensionati per un gruppo d’acquisto solidale o popolare.
Il giocatore che dovrebbe ricoprire un ruolo strategico nella partita urbanistica, ovvero il Comune, non è in grado (perché non vuole, perché non può o perché gli viene impedito) di esercitare uno dei compiti affidatigli dalla legge: l’assetto e l’utilizzo del territorio. In realtà i comuni e i loro sindaci hanno abdicato, o sono stati destituiti, dal ruolo di gestori del territorio. Da almeno due decenni si assiste a politiche urbanistiche pensate e orientate non dalla competente autorità comunale, nell’interesse generale della collettività, bensì dai grandi operatori immobiliari che, ovviamente, perseguono i loro legittimi interessi privati.
E’ ora che ci riappropriamo di ciò che è nostro.
Ti potrebbero interessare anche:
Sto cercando di imparare a fottermene ma non ci riesco, è piu’ forte di me.
Vedo la mia città oggetto di un piano urbanistico che la renderà un colabrodo, facendo arricchire i soliti pochi. Vedo una cricca di amici degli amici che siedono da sempre nei posti di comando e tutelano solo gli interessi di pochi a discapito di molti. Vedo alberi secolari e giovani sradicati con una “semplicità” diabolica nella totale indifferenza dei molti impauriti e oramai abituati a subire il regime colorato sorrentino.
Vedo statistiche e dati di affluenza turistica alte come se la felicità o la realizzazione dell’uomo si possa misurare solo con l’indice economico. Vedo famiglie divise per colpa del lavoro e del troppo lavoro sottopagato. Vedo genitori che sballottano figli a destra e a sinistra per guadagnare due soldi da spendere subito in tasse e costi della vita elevati. Vedo troppe persone rincorrere una falsa felicità che li rende schiavi e vedo troppe poche persone che si dividono la ricchezza.
Vedo aumentare sempre di piu’ box auto e con essi il prezzo di una casa che mai potrà essere di un comune cittadino viste le paghe minime e i prezzi esosi. Chi ci guadagna? i soliti pochi, la solita cricca.
Vedo la spazzatura a cielo aperto nelle campagne ma poi basta sventolare quanlche vessillo per prendere facilmente per il culo cittadini e istituzioni. Vedo lavoratori e lavoratrici alzarsi alle 6 del mattino e ritornare a casa la sera e cercare un secondo lavoretto per arrotondare e far quadrare i conti. Vedo lavoratrici e lavoratori essere su posto di lavoro anche quando il calendario segna rosso perchè qualcuno in alto ha deciso di sacrificarli al dio mercato mentre loro sono al caldo nelle loro famiglie.
Vedo la Chiesa arroccata nei suoi sistemi, incapace di dire una parola vera, autentica e autorevole a favore dei piu’ bisognosi, gli ultimi e i diseredati di questa bella terra, che si vergognano a dire che esistono anche loro.
Vedo imprenditori e politici che si stanno spartendo il territotorio, che gestiscono la cosa pubblica come se fosse privata. Vedo che i bisognosi di assistenza aspettano ancora mentre altri fondi vengono spesi per progettare altro. Lo chiamano sviluppo ma è la tomba del futuro.
Vedo l’acuqa svenduta da politici ignoranti e ciechi a società per azioni quotate in borsa mentre il servizio peggiora e le bollette aumentano. Vedo l’inquinamento dell’aria aumentare e le morti per tumori “improvvisi” salire di numero mentre nessuno (tranne pochissimi) si interrogano sulle cause e prendono provvedimenti. Vedo il territorio stuprato dalla sete di “quattro” improvvisati imprenditori che calpestando ogni regola e buon senso decisono per tutti che il cemento è meglio del verde.
Vedo giovani che faticano a vedere il futuro e vedo adulti che non sanno piu’ insegnare a guardare lontano…
Sto cercando di fottermene ma non ci riesco…
Ti potrebbero interessare anche:
Le grandi opere? Una truffa, per finanziare sottobanco la politica attraverso l’apertura di cantieri spesso inutili, e che non si chiuderanno mai. Parola di Marco Ponti, docente di economia dei trasporti al Politecnico di Milano. Strade e ferrovie: dopo la celebre lavagna presentata da Berlusconi a “Porta a Porta” con 19 “opere prioritarie”, il numero delle nuove infrastrutture è arrivato a 184 nuove voci, costosissime e per nulla prioritarie, ma sostenute anche dal centrosinistra. Nel mondo sviluppato questi elenchi si chiamano “shopping list”, per distinguerli dai piani razionali di investimento, ma in Italia manca del tutto una valutazione preliminare sulla loro utilità reale. L’importante è spendere, poi si vedrà.
«Mancano ovviamente analisi comparative sui costi-benefici sociali, ma questo c’era da attenderselo, dato il deserto culturale in materia, da sempre esistente in Italia», commenta il professor Ponti. «Ma mancano anche più semplici analisi finanziarie comparative (cioè il bilancio costi-ricavi, che segnala l’onere pubblico complessivo dell’opera e che per questa ragione deve contenere stime sul traffico)». Infine, secondo l’insigne trasportista, «manca anche il più semplice dei dati, appunto le previsioni di domanda». Previsioni che consentirebbero ai cittadini (cioè ai pagatori) di fare un confronto: meglio un’opera costosissima su cui passerà poco traffico o un’infrastruttura più economica e più utile? Perché non tenerne conto nelle scelte di priorità?
«Se la logica della spesa è spartitoria e prescinde da ogni razionalità economica, dare dati di domanda può essere pericoloso», scrive Ponti sul “Fatto Quotidiano”. «Basta guardare al recente passato: la linea alta velocità Milano-Torino è costata 8 miliardi di euro, ha una capacità di 300 treni al giorno e ne porta 14, cosa largamente prevedibile e da molti tecnici invano prevista e segnalata per tempo». Secondo Ponti, il nuovo elenco delle 28 opere previste dell’ultima Finanziaria sarà comunque utile: «Farà partire molti cantieri (soprattutto in vicinanza di elezioni), per i quali poi non ci saranno i soldi per finire le opere, che si trascineranno per tempi biblici».
Niente di male, ironizza Ponti: «L’obiettivo è aprire i cantieri, non finire le opere», dal momento che «l’orizzonte del consenso politico non supera certo la durata (residua) di una legislatura», e moltissime grandi opere hanno gestazioni ben più estese, anche se realizzate secondo programma. «C’è una razionalità di fondo in questa follia: il funzionamento degli appalti nelle opere civili». Visto che «la concorrenza funziona pochissimo», gran parte delle risorse devono essere reperite in loco: macchinari, cemento, inerti, parte della manodopera. «Quindi vincono quasi sempre imprese nazionali», sostenute proprio attraverso le grandi opere: non importa se inutili e costosissime, tanto pagano i cittadini.
«Poi succede a volte che le imprese manifestino gratitudine» verso chi ha affidato loro gli appalti, e «purtroppo il settore è anche particolarmente afflitto dalla presenza della malavita organizzata», sempre a causa della scarsa competizione e del diffuso intreccio politica-affari. «Malinconico ma non inspiegabile, per le ragioni sopra illustrate, il pieno supporto dato dal Pd e anche da Di Pietro a questa logica di spesa», aggiunge Ponti. «La foglia di fico della contrarietà all’inutile Ponte di Messina del Pd infatti nasconde l’assenso a tutto il resto, spesso ancora più inutile e costoso».
Ai politici, il professor Ponti rivolge tre accorate (e inutili?) raccomandazioni: dare un minimo di dati comparativi, per giustificare la spesa di fronte ai cittadini-pagatori; tener conto che il traffico reale è prevalentemente di breve distanza, e quindi lo si serve assai meglio con le “piccole opere” locali e con la manutenzione, che generano tra l’altro più occupazione in tempi più brevi, a parità di spesa; partire infine coi cantieri solo quando tutti i soldi necessari a ultimare l’opera sono effettivamente disponibili: «Lo “stop and go” infinito dei cantieri è micidiale sul piano sia dei costi che della funzionalità, come troppe esperienze passate hanno mostrato». Sono in gioco miliardi di euro, a carico dei contribuenti: qualcuno ne ha sentito discutere, in Parlamento?
Ti potrebbero interessare anche:
Quest’estate mi sono divertito a chiedere, a quanta più gente possibile se sapessero che cosa certifichi la Bandiera blu o le 5 vele di Legambiente che da tempo svolazzano sui lidi e sui palazzi di Ostuni. Secondo la stragrande maggioranza la presenza di questi vessilli certifica la bellezza dei luoghi, una modesta parte ritiene che siano simbolo di un mare pulito.
Entrambe le convinzioni sono errate.
Ti potrebbero interessare anche:
Nonostante sia un pò che non ne parliamo spero vi ricordiate di quel nefasto progetto denominato strada dei colli. Un progetto basato sul concetto che asfalto e cemento sono progresso e sviluppo, mentre il paesaggio e tutto ciò che crea la natura sia povertà e misera. Un concetto ben radicato all’interno di una becera e ottusa classe politica di destrasinistracentro che sta portanto l’intero paese alla (dis) soluzione finale.
Ti potrebbero interessare anche:
L’ultimo è stato avvistato a Breccanecca, nell’entroterra ligure. Il Wwf si sta attivando per evitarne l’estinzione. Ma il “bambino con la palla che gioca per strada” è praticamente introvabile. Un tempo popolava cortili, spiazzi e anche gli androni dei palazzi (in caso di maltempo).
Ti potrebbero interessare anche:
Ieri ho visto in televisione un intervista a Carmine Specchia responsabile del circolo ostunese di Legambiente. La trasmissione era TRCB news sempre pronta a riservare spazi agli amici e soprattutto agli amici degli amici-clienti invece di fare informazione, mentre l’argomento era la rassegna “cinema per l’ambiente” organizzato per l’estate ostunese presso il chiostro di San Francesco. Interessante e lodevole iniziativa; stimolare riflessioni utilizzando documentari tematici è sicuramente un fatto positivo ed efficace, soprattutto quando sono ben fatti come “il suolo minacciato”, la prima delle pellicole proiettate che parla della cementificazione e del consumo di territorio e fa comprendere molto bene sia l’impatto ambientale che ne consegue sia l’inutilità sociale ed economica di un sistema di sviluppo basato sul consumo e sul mattone.
Ti potrebbero interessare anche:
Nel botta e risposta riportato sui giornali locali tra il segretario cittadino di Rifondazione Comunista Scalone ed il Sindaco di Ostuni Tanzarella vi sono, nella risposta di quest’ultimo, dichiarazioni emblematiche del modello di società e di città che questa classe politica ha in mente e che sta realizzando a scapito del benessere collettivo ed in particolare di quello delle future generazioni.
Infatti, la bretella sulla provinciale per Villanova è stata definita dal Sindaco un opera strategica, fondamentale per lo sviluppo della città e soprattutto senza alcun impatto ambientale, visto che gli alberi MONUMENTALI coinvolti saranno tutti trapiantati. D’altronde cosa aspettarsi di diverso da chi in questi anni, insieme ad amici e compari, non ha pensato che a cementificare vaste aree del territorio, compreso la costa dove, nel recente passato (2008), anche associazioni che oggi assegnano a questa amministrazione “prestigiosi” riconoscimenti hanno parlato di eccessiva ed intollerabile edificazione.
Come può arrivare, questa gente qui, a comprendere che una striscia di asfalto, indipendentemente da quanti alberi intralciano il suo percorso, è una violenza, uno stupro del territorio. Non ne sono proprio capaci, non è solo malafede e interessi personali, c’è anche una buona dose di limitatezza intellettuale, di pochezza culturale. L’asfalto grigio con striscie bianche abbellisce ed impreziosisce il territorio, questa è la massima concezione di sviluppo che questa razza di politici è in grado di elaborare.
Naturalmente il delirio non si fermerà certo a questa bretella, ma continuerà con un’altra strada che attraversando l’intera piana degli ulivi, dove da secoli resistono veri e propri monumenti naturali, collegherà la zona industriale con la zona artigianale, ovvero il niente con il nulla. Tra l’altro una zona artigianale che di tale ha solo il nome, tant’è che già si prospetta una proposta bipartisan per una variante al piano regolatore per regolarizzare gli abusi e gli scempi compiuti e lasciati compiere sino ad ora.
Ma che se ne frega deli olivi, dirà qualcuno, nessuno se li fila più, molti non vengono neanche più coltivati e sono lasciati a se stessi. Ok, freghiamocene degli olivi e parliamo dell’utilità di queste opere. Perchè fare una bretella stradale su un tratto che vede un pò di traffico, tra l’altro scorrevole, per circa venti giorni all’anno? Quali sono i benefici? E’ ragionevole, soprattutto in questo periodo di crisi mentre si è costretti a ridurre posti letto in ospedale, chiudere reparti e introdurre nuovi tikets spendere due milioni di euro in stronzate del genere? Se, come me, pensate di no sappiate che l’altra strada prevista costerà ben sei milioni di euro. (e io pago!!!)
Scalone parla di raccolta differenziata che oltre a proteggere l’ambiente costa meno e crea posti di lavoro. Parla di sviluppo sostenibile, di valorizzazione vera del patrimonio storico culturale come ad esempio la zona degli orti a gente che invece ha un vocabolario ridotto a poche parole: cemento, asfalto, palazzi, parcheggi e rondò.
Ma come è possibile che gente del genere passi alla fine come politici virtuosi? Gli ingredienti sono diversi, in primis un sacco di gente collusa che in tutta questa merda non solo ci sguazza ma ci guadagna un sacco di soldi, poi la stragrande maggioranza della cittadinanza che semplicemente se ne fotte, come se fossero cose che non li riguarda o che comunque non possono essere modificate: la classica frase “così è, così è sempre stato e così sempre sarà”. Infine gli organi di informazione con i loro giornalisti a cui andrebbe cambiato il nome in inserzionisti visto che l’unica informazione politica è la trascrizione delle dichiarazioni, senza alcuna verifica o domanda in merito. Anche il questo botta e risposta tra Scalone e Tanzarella altro non hanno fatto che riportare le dichiarazioni di uno e dell’altro. Vi sono state delle accuse precise, sono stati citati fatti ma verificare non è lavoro per gli inserzionisti e i giornalisti sono una razza ormai estinta da tempo.


























