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Il dissesto idrogeologico in Italia interessa l’82% dei comuni; 6 milioni di persone abitano in un territorio ad alto pericolo idrogeologico e 22 milioni in zone a pericolo medio. Secondo i dati ufficiali, 1.260.000 edifici, tra cui oltre 6.000 scuole e 531 ospedali, sono a rischio di frane ed alluvioni. Un’analisi, compiuta dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Consiglio Nazionale Ricerche (C.N.R,), rivela che tra il 1950 e 2012 si sono registrati 1.061 frane e 672 inondazioni. Le vittime sono state oltre 9.000 e gli sfollati o senza tetto piu’ di 700.000. Tali eventi hanno avuto impatto sui beni privati e collettivi, sull’industria, sull’agricoltura, sul paesaggio e sul patrimonio artistico e culturale senza considerare le implicazioni in termini psicologici ed occupazionali. Secondo i dati ANCE-CRESME del 2012, tra il 1944 ed il 2011, il danno economico, prodotto in Italia dalle calamità naturali, ha superato i 240 miliardi di euro, con una media di circa 3,5 miliardi di euro all’anno. Le calamità idrogeologiche hanno contribuito per circa il 25% al danno complessivo.
«L’impermeabilizzazione, cioè la cementificazione, è uno dei maggiori processi di degrado del suolo ed è un problema presente in tutta Europa, uno dei continenti più urbanizzati al mondo: si calcola che tra il 1990 e il 2006 si sia avuto un aumento delle aree di insediamento del 9% in media; in Italia si stima che il consumo del suolo nel periodo 1990-2005 sia stato di oltre 244.000 ettari all’anno (circa due volte la superficie del comune di Roma), in pratica oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio», ha denunciato Massimo Gargano, presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, che ha presentato a Roma il Piano 2013 per la Riduzione del Rischio Idrogeologico nel nostro Paese. «Diventa quindi una priorità continentale – ha proseguito Gargano – limitare e compensare l’urbanizzazione del suolo, impedendo l’occupazione di altre aree verdi».
Va anche ricordata la forte pressione dell’impermeabilizzazione sulle risorse idriche: un suolo può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro o circa 400 millimetri di precipitazioni; l’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia nel suolo, in casi estremi impedendolo completamente. L’infiltrazione di acqua piovana nei terreni, invece, fa si che essa impieghi più tempo per raggiungere i fiumi, riducendo la portata e quindi il rischio di inondazioni. Come già nel 1951, 1966, 1994, 2010, 2011, anche nel 2012, il mese di novembre è stato foriero di disastrose alluvioni: in Toscana, dove si sono registrati anche 7 morti ed in Umbria; nei giorni scorsi situazioni critiche si sono registrate anche in Emilia Romagna e Veneto. «Le cause – ha spiegato Gargano – sono molteplici: la variabilità climatica, l’eccessiva urbanizzazione, il disordine nell’uso del suolo, la mancata cura del territorio attraverso una costante manutenzione. In generale, molte delle calamità sono generate da eventi idrologici eccezionali, che si ripetono cioè non prima di 30 anni e di cui si può ridurre l’impatto solo attraverso azioni volte a rinforzare i territori fragili, provvedendo alla manutenzione idraulica, assicurando il funzionamento degli impianti idrovori ed il consolidamento degli argini».
Franco Brizzo
In regione come ad Ostuni, il cemento unisce tutte le forze politiche che all’unisono come un branco di pesci si muovono verso la cementificazione del territorio. E così ecco approvata all’unanimità (anche qui un solo voto contrario) una deroga alla legge che tutela gli olivi monumentali che, quindi, potranno essere più facilmente sacrificati in onore del finto progresso e del falso sviluppo, ovvero asfalto e cemento.
Come al solito togli alla colletività per dare ai pochi. Questo deve essere il leitmotiv che ispira la nostra classe politica che ancora non riesce a capire dove sta la ricchezza di questo territorio e per l’interesse di pochi, quelli che gli garantiranno però molti voti, sacrificano l’agricoltura, il paesaggio, le bellezza naturali ed artistiche per continuare a sostenere un modello di sviluppo che ha ormai, in maniera chiara ed evindente, mostrato tutti i suoi limiti. Modello di sviluppo insostenibile tanto da un punto di vista ambientale che economico ed occupazionale che ci ha portato proprio in una profonda crisi da cui difficilmente potremo uscire attuando le solite ricette.
I nostri territori, il nostro paese non ha più bisogno di cemento avendo già costruito abbondatemente più del necessario, ma ha bisogno di più agricoltura. Un agricoltura di qualità come quella che gli oliveti monumentali possono consentire. Agli agricoltori gli andrebbe fatto un monumento, non tolto terreno. Abbiamo bisogno di paesaggio, quel paesaggio del fu Bel Peaese che becere politiche hanno saputo distruggere nonostante tutelato dalla nostra costituzione che tutti continuano, pur consentendo questi orrori, a decantare.
Abbiamo bisogno di una nuova classe politica capace di saper vedere e interpretare il futuro. Capace di dare avvio ad un nuovo modello di sviluppo correggendo gli errori del passato non perpetuandoli. Abbiamo bisogno che dal governo nazionale, regionale e comunale SE NE VADANO TUTTI A CASA!
Di fronte alla cementificazione del territorio il teatrino del finto scontro tra fazioni politiche con continue scamarucce per ogni virgola e su ogni ambito, scompare e si dissolve facendo passare in pochi minuti e con brevi battute progetti da centinaia di migliaia di metri-cubi di cemento, persino se questi si abbattono su una costa già stuprata e devastata da decenni di abusi edilizi e lotizzazioni senza logica e prospettiva. I consiglieri comunali capaci di sguainare la bocca urlando in aula slogan da piazza, oppure di contorcersi in ridicoli interventi senza capo ne coda giusto per il gusto di “opporsi” e di recitare la propria parte nella tragicommedia tra maggioranza e minoranza, scompaiono e si silenziano per l’obbiettivo comune: colare il cemento.
E così la richiesta di proroga per ulteriori 10 anni della convenzione edificatoria in località Mogale sulla costa Ostunese, uno dei pochi tratti ancora risparmiati da palazzinari e prenditori vari, è passata dal consiglio comunale con un solo voto contrario su 31. Quando si tratta di cemento l’unanimità è assicurata. A tale unanimità non possono certo sottrarsi gli assenti alla votazione che evidentemente non hanno sentito il dovere di opporsi a tale insensato e devastante progetto.
Le giustificazioni addotte dai consiglieri sono delle più disparate, lascio a loro il compito di barcamenarsi in quelle elucubrazioni a mio avviso insensate e persino ridicole. Quello che emerge è che di fronte ad una presa di posizione politica: cemento Si, cemento No, il consiglio si è espresso in maniera univoca e chiara. Libera scelta, per carità, di cui però hanno il dovere di assumersene la responsabilità e nessuna elucubrazione o labirinto di giustificazioni potrà togliergliela.
30 si, 30 cementificatori, 30…. come i famosi denari, guarda un pò che coincidenza.
Se si osserva Ostuni da google maps appare evidente come i tratti di costa non ancora invasi dal cemento siano ormai sporadiche macchie tra villaggi e insediamenti vari frutto di decenni di abusivismo e scellerate lotizzazione che hanno depauperato un territorio ed uno splendido paesaggio che in molti ci invidiano.
Nonostante ciò l’amministrazione locale continua a favorire ed autorizzare ulteriori edificazioni. Sono diverse quelle in programma e non solo sulla costa. Una di queste prevede un progetto da 133 mila metri-cubi di cemento in una area dove già insistono numerosi insediamenti per la maggior parte inutilizzati o utilizzati solamente in parte. Questo progetto, autorizzato nel 2001, è in scadenza a metà Giugno ed il consiglio comunale è chiamato ad esprimersi su una richiesta di proroga di ulteriori anni 10. Negare tale proroga sarebbe il primo passo per cominciare a dire basta al cemento.
Venuti a conoscienza di ciò gli attivisti del moVimento 5 stelle di Ostuni hanno fatto appello ai consiglieri comunali, ma ancor di più all’intera cittadinanza, per un impegno affinchè questa proroga venga negata e, finalmente, si compia il primo passo verso uno stop alla cementificazione del territorio.
Debbo però constatare da parte dei consiglieri comunali un approccio che se, da un alto, non mi meraviglia dall’altro mi dimostra ancora una volta l’assoluta necessità di mandarli TUTTI a casa. Al totale silenzio dei consiglieri di maggioranza fa eco una “opposizione” che invece di approfittare della denuncia fatta e della conseguente indignazione popolare sposta il focus su tutt’altro campo, portando il tutto nel solito scontro tra fazioni politiche dove il benessere comune (tutela della costa e del paesaggio) lascia il posto al solito chicchericcio incocludente dove non mancano certo vocaboli che col civile confronto non hanno nulla a che fare e fantasiose tesi (poco motivate) secondo cui sarebbe inutile negare la proroga.
Il problema per questi consiglieri non è il cemento ma evitare che il m5s acquisisca consenso e lo tsunami che ha investito il parlamento si schianti pure sul consiglio comunale di Ostuni.
Quante sono le unità immobiliari nel comune di Ostuni e quante di queste sono utilizzate e quante invece no o addirittura in stato di abbandono e degrado? Non si sa.
Eppure si continua a costruire, si continua ad approvare varianti al piano regolatore per nuovi insediamenti residenziali, commerciali, ecc. Ma se non si ha cognizione della situazione esistente, ovvero delle risorse immobiliari a disposizione su cosa gli amministratori locali pianificano il governo del territorio? Sul nulla, anzi sugli interessi dei costruttori che, nel caso specifico di Ostuni, guardacaso sono sempre gli stessi.
Il risultato di queste scelte è, da una parte, la perdita di valore delle unità immobiliari già esistenti e, ancor peggio una cementificazione sregolata che consuma suolo senza però dare alla città quelle strutture di cui necessita ma riempendola, invece, di unità immobiliari che non servono perchè già presenti in abbondanza.
Per capirci, in questi anni, le aree su cui si è edificato si sarebbero potute destinare a strutture di cui la città necessita. Una nuova e più adeguata sede per gli uffici comunali, un teatro comunale, impianti sportivi, ecc. Invece abbiamo visto spuntare come funghi palazzi, palazzi, palazzi e villaggi.
La prima cosa da fare per poter pianificare quindi lo sviluppo della città è avere piena cognizione della situazione avviando quanto prima il “censimento del cemento”, campagna avviata da oltre un anno dalla rete Salviamo il paesaggio. Solo su dati certi e ben definiti si può ben amministrare un territorio (sempre ammesso che sia questo l’obbiettivo).
Ricevo e volentieri pubblico
Comunicato Stampa sul Porto di Pulsano.
A Pulsano (TA), l’amministrazione comunale sta promuovendo la costruzione di un “porto turistico” in una “storica” baia del litorale tarantino di grande valore paesaggistico e ambientale, il Seno Capparone.
L’insediamento prevederà al termine dei lavori, un molo di sopraflutto di cemento spesso 7 metri, alto 6 metri e mezzo sul livello del mare e lungo oltre mezzo chilometro.
Fino a qualche mese fa, le notizie di quest’opera si succedevano e la popolazione veniva informata sia sulle osservazioni al progetto, sia sull’iter procedurale in quanto l’opera è soggetta a Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) di competenza della Regione Puglia.
Proprio dalle osservazioni presentate nell’ultima Conferenza di Servizi (Maggio 2012) si sono apprese informazioni preoccupanti qualora fosse approvato il progetto. Gli Amici di Beppe Grillo di Taranto avevano già affrontato l’argomento in una serata informativa il 12 Giugno 2012, esponendo le osservazioni che di seguito brevemente riportiamo.
Gli esponenti di Legambiente temono il verificarsi di gravi fenomeni di erosione costiera e dell conseguente regressione dell’adiacente e frequentata spiaggia di Montedarena, fenomeni innescati inevitabilmente dalla variazione nell’andamento delle correnti marine in seguito alla realizzazion della spropositata struttura.
In merito alle peculiarità naturalistiche del luogo in esame, sono state presentate osservazioni dall’Associazione Wwf Taranto onlus, che ha più volte ribadito la presenza di habitat protetti (grotte marine e prateria di Posidonia oceanica) nonché di numerose specie animali tutelate dalla legislazione vigente.
Ma le osservazioni negative sono giunte in Conferenza dei Servizi anche dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia che ha espresso parere negativo alla realizzazione dell’opera affermando che “il progetto in discussione, con gli interventi previsti di dragaggio dei fondali, messa in opera del molo sopraflutto, strutture a terra e scalo d’alaggio, andrebbe ad incidere irrimediabilmente sulle presenze archeologiche e ad alterare in maniera significativa un contesto storico-geografico che ancor oggi rappresenta una preziosa testimonianza dell’uso del mare in età greca e romana”.
Risulta tra l’altro, che il progetto non ha ancora ottenuto la necessaria concessione a mare da partedell’Ufficio Demanio Marittimo.
Critiche al progetto sono state presentate anche dal movimento “Se Non Ora Quando” e da cittadini residenti e dimoranti di Pulsano che rivendicano il diritto ad un ambiente non inquinato, ad un mare pulito, liberamente fruibile dai residenti e dai tanti turisti che popolano il tratto di costa durante i mesi estivi e che giurano di non tornare più se il porto dovesse essere costruito. Sottolineano, altresì, la mancanza di un accurato studio economico dei proponenti del progetto, relativo ai vantaggi/svantaggi che tale opera apporterebbe alla cittadinanza di Pulsano.
Ma da qualche mese, nè la stampa, nè la “politica trasversale di destra e di sinistra” parla più del Porto di Pulsano. Nonostante per legge, la procedura di VIA debba durare 90 giorni, ci risulta che la prima documentazione sia stata pubblicata a gennaio del 2010 e che la procedura sia ancora aperta.
Ci chiediamo inoltre come mai venga perseguita da parte del Comune di Pulsano una visione politica così arretrata che basa il suo sviluppo sulla cementificazione di ogni angolo naturale in terra e in mare, vero patrimonio della nostra regione. In un Comune dove la depurazione manca e un vecchio depuratore malfunzionante scarica liquami sul litorale, e dove la raccolta differenziata rimane al di sotto di un imbarazzante 10% (ciò causerà nel 2013 l’aumento dei costi per i cittadini per la Tarsu), notiamo un’ostinazione inspiegabile per un’opera ricca di incognite e danni ambientali. “Il grande sviluppo economico” che il paese avrebbe, realizzando il porto, sviluppo ripetutamente ostentato dall’Amministrazione di Pulsano, non è infatti fondato su nessuna evidenza reale, anzi secondo dati recenti dell’Osservatorio Nautico Nazionale (31 Gennaio 2012) i porti italiani hanno registrato un calo delle presenze pari a 27.000 imbarcazioni con un danno del settore di 1,5 miliardi di euro. Ma non solo per i posti barca sorge la perplessità, l’esempio del porto di Campomarino, che oggi ha dei grossi problemi di dragaggio (e costi per il dragaggio che non si sa chi debba sostenere) non ha insegnato niente?
Con questi presupposti, ci viene da domandare: da dove provengono i denari per tale costruzione? Chi farà da garante per tale costruzione e, al termine della concessione, qualora l’opera dovesse produrre più debiti che crediti, chi dovrà pagare questi debiti? Verranno riversati sul Comune? Chi dovrà sostenere economicamente la manutenzione ordinaria e straordinaria? Dovremo assistere agli stessi disagi del porto di Campomarino? Chi sborserà i denari per i futuri ed inevitabili dragaggi?
TARANTO 25/11/2012
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Costruiscono le basi di guerra americane, come Sigonella in Sicilia e il Dal Molin a Vicenza, devastano i territori prosciugando le falde acquifere ed inquinando i terreni, come avvenuto durante lo scavo delle gallerie del TAV nel Mugello e come averrà a Chiomonte in Val di Susa, dove la CMC ha l’appalto per il cantiere fortino e lo scavo del primo tunnel. Sono fra i cementificatori che a Milano trasformeranno centinaia di milioni di euro estorti ai contribuenti italiani in torri di calcestruzzo e amenità assortite in occasione dell’Expo 2015, stanno devastando le Marche e l’Umbria nell’ambito del progetto Quadrilatero, avevano l’appalto per il Ponte sullo Stretto di Messina voluto da Berlusconi, hanno collaborato alla devastazione delle montagne torinesi in occasione delle Olimpiadi di Torino 2006, hanno partecipato a quella truffa ai danni dei contribuenti italiani che è stata ed è la Salerno – Reggio Calabria. Non solo in Italia ma in tutto il mondo, costruiscono inceneritoti, mega dighe dagli impatti ambientali devastanti, asfaltano, cementificano, deforestano, inquinano e costruiscono profitti miliardari sulla pelle delle popolazioni costrette a subire le conseguenze del loro “lavoro”.
Sono una cooperativa rossa, perché questa formula societaria permette loro di evadere legalmente la maggior parte delle tasse, ma in realtà si tratta di una delle maggiori multinazionali mondiali che operano nel campo delle costruzioni, “coccolata” dal Dipartimento della Difesa americano e da un’infinità di governi che apprezzano la sua spregiudicatezza ed i “prezzi al ribasso” che grazie al fatto di essere una cooperativa riesce a spuntare nel corso delle gare di appalto. E protetta da quasi tutto l’universo della sinistra italiana che dal PD a quel che resta di Rifondazione Comunista ne difende pedissequamente l’operato, anche qualora sia in netto contrasto con il pacifismo e l’ambientalismo attraverso i quali ha costruito decine di anni di campagne elettorali.
Il lavoro innanzitutto, non importa se le sue conseguenze saranno l’avvelenamento e la distruzione dell’ambiente o il supporto alle guerre americane, quello che conta è che i profitti vengano gestiti all’interno del “partito” e che della CMC si parli il meno possibile, affinché il “partito” possa continuare a bettolare intorno a temi come l’ecologia e la pace nel mondo, raccogliendo voti fra le anime ingenue che ci credono. Questo a grandi linee risulta il pensiero non solo di Bersani, ma anche della grande quantità di uomini politici minori, del PD, di SEL e della maggior parte dei partitelli di sinistra che spesso “vanno a braccetto” proprio con i cittadini che si battono contro le grandi opere e le nocività per difendere la propria salute ed il proprio futuro.
Un gruppo di “coraggiosi”, non solo NO TAV, ma anche cittadini appartenenti alle varie realtà che in Italia lottano contro le devastazioni portate dalla CMC nei territori in cui vivono, ha deciso di non soggiacere alla regola non scritta in virtù della quale nel nome dell’omertà la cooperativa rossa non si deve contestare ed hanno capito che alzare la voce contro la mafia del tondino e del cemento è non solo un diritto ma soprattutto un dovere, a prescindere da quale sia il suo colore.
Marco Cedolin
Su la Repubblica ho letto un articolo intitolato La nuova stazione ecologista segnale di pace per i No TAV. Trattasi di mega stazione internazionale su tre piani che avrebbero intenzione di costruire tra poco più di un anno a Susa, paesotto montano con meno di 7mila abitanti, per farci fermare il TAV, cioè un treno che non c’è e che forse non ci sarà mai.
Il costo: 50 milioni di euro….
Secondo l’architetto Virano, questa grande stazione richiederà sì l’abbattimento di case e di un’attività commerciale, ma dovrebbe riqualificare la zona con un’area verde e un parco agricolo, come se si trattasse di un’area metropolitana e non di un paese alpino circondato da boschi e campi agricoli.
Ad ogni modo, a parte la stranezza di costruire una mega stazione in una zona dove è francamente difficile aspettarsi grandi folle di passeggeri, la prima domanda che viene in mente leggendo certi titoli è: ma chi glielo ha chiesto? A che serve un’opera del genere? O meglio, a chi serve? Non certo a chi si oppone al TAV, per cui come segnale di pace sarebbe quanto meno bislacco.
Una risposta possibile è che vogliano fare il paio con il nuovo aeroporto internazionale di Aosta, costato 43 milioni di euro. L’aerostazione è perfettamente attrezzata e da lavoro a molte persone: personale di terra, guardie, vigili del fuoco, imprese di pulizie ecc. Insomma c’è tutto, mancano solo gli aerei. O meglio, mancano i voli, perché in un anno i tentativi di far partire dei voli settimanali sono falliti per mancanza di passeggeri, anche se con o senza passeggeri la stazione costa comunque 1milione e 800mila euro all’anno, che vanno naturalmente a un gestore privato.
Quindi in effetti c’è una logica: se abbiamo un aeroporto internazionale senza aerei, perché non fare anche una stazione ferroviaria internazionale senza treni?
Non potendo fare a meno di costruire nuove cattedrali nel deserto, naturalmente dobbiamo sacrificare qualcosa. Ad esempio, perché spendere soldi per una rete Internet ad alta velocità? In Giappone, il paese da cui proviene l’architetto che ha progettato la super stazione di Susa, il 100% del territorio è cablato in fibra ottica e la rete ha una velocità di 100MB/s. Da noi invece si è deciso di tagliare i fondi per la rete ad alta velocità, per cui a parte le aree metropolitane, nei paesi in cui arriva il collegamento ADSL se va bene si continuerà a viaggiare a 7MB/s. Forse pensano di usare il TAV anche per il trasferimento dati? Mi sa che finiremo per isolarci dal resto del mondo, dato che in futuro ci saranno sempre più contenuti adatti solo alle reti veloci, ma in cambio saremo tra i pochi privilegiati ad avere fantastiche stazioni vuote con aree verdi e treni fantasma.
Se dal fondo per le cattedrali avanzasse qualche soldino, non sarebbe male investire qualcosina almeno nella messa in sicurezza dei rifiuti nucleari di Saluggia. Una delle vasche di stoccaggio è stracolma, basta una pioggia intensa per farla traboccare e provocare un disastro ambientale senza precedenti. Soprattutto perché se i rifiuti radioattivi contaminassero la Dora, le aree verdi della nuova mega stazione di Susa potrebbero venir su alquanto strane.
Davide Zaccaria
Il MoVimento 5 Stelle di Lecce, insieme a quelli di Nardò e Galatone ed agli attivisti del Movimento 5 Stelle di Galatina, Casarano, Taviano, Melissano, Porto Cesareo e di tutto il Salento, si schierano tutti con le Associazioni ed i cittadini che denunciano l’ennesimo scempio che il Salento sembra essere condannato a subire nell’immediato futuro: l’allargamento della S.S.16 Maglie-Otranto, che insieme ad altre opere di ingiustificata cementificazione collegata a nuova viabilità stradale, contribuirà a sacrificare il nostro Territorio sull’altare del profitto privato e di un’idea malata di sviluppo.
4 corsie con adiacenti complanari a doppia corsia, cavalcavia e svincoli, praticamente una costosissima autostrada per collegare i due centri con un risparmio di tempo di percorrenza di pochi minuti per avere in cambio l’ ‘uccisione’ di circa 8.000 ulivi (centinaia dei quali censiti come “monumentali”), la distruzione di siti di rilevante valore paesaggistico, storico ed archeologico.
E’ la solita vecchia storia: le Grandi Opere come “occasione di sviluppo” ed “opportunità occupazionale”, l’idea folle che investire soldi pubblici in opere non necessarie o sovradimensionate, possa davvero portare benessere e ricchezza e non accorgersi che si sta distruggendo per sempre il nostro unico, vero Patrimonio, quello ambientale, agricolo, naturalistico e culturale.
Amministratori di ogni colore politico che in cambio del consenso di centinaia di lavoratori sottoposti al noto ricatto occupazionale nonché di pochi ma potenti lobbisti del cemento e dell’asfalto, coltivano il dogma illusorio dell’edificazione all’infinito, del nuovo appalto con cui dare risposta – almeno per un po’, fino alla prossima lottizzazione o piano d’asfalto o tornata elettorale — alla sete di un falso progresso che si sta dimostrando la prima causa dei nostri mali.
La statale attuale che collega Maglie con Otranto potrebbe essere messa in sicurezza (dando per buona l’esistenza di una sinistrosità più elevata rispetto ad altre strade salentine, dato che francamente ad oggi non ci sembra disponibile) con corsie di decelerazione e modifiche di alcuni singoli svincoli, senza stuprare in maniera così violenta quel territorio, oltre che richiamando, ovviamente, ogni misura precauzionale volta al rispetto del Codice della Strada da parte degli automobilisti…
Su quei circa 15 kilometri si investano piuttosto i denari pubblici per il miglioramento dei punti critici della viabilità di quell’arteria e soprattutto per la realizzazione di una “strada parco” con percorsi archeologici, cicloturistici che valorizzino e migliorino l’esistente, ripensando un modello di sviluppo territoriale che esalti le naturali vocazioni salentine in termini di turismo culturale, artigianato, agricoltura avanzata.
Il MoVimento garantirà nel futuro la puntuale denuncia e l’attento controllo sullo sviluppo di queste vicende.
Contro il consumo di territorio, con i cittadini consapevoli ed amanti di Gaia !
Gli attivisti del Movimento 5 Stelle salentini
Un ringraziamento ad Oreste Caroppo, attivista per l’Ambiente, che meglio di chiunque altro riesce a dar voce alle ragioni ed alla rabbia per il Salento stuprato dalle mille emergenze ambientali.
L’Italia consuma più di quanto il proprio suolo agricolo è in grado di produrre. Il nostro Paese ha infatti un deficit di suolo agricolo di quasi 49 milioni di ettari e riesce a coprire poco più dei consumi di tre italiani su quattro. La prima causa di questa perdita è la cementificazione.
Respingere l’abbandono dell’agricoltura, ma soprattutto impedire la perdita di suolo e bloccare la cementificazione sono gli obiettivi che l’Italia deve darsi per tutelare il comparto agricolo. Obiettivi che dovrebbero ritrovarsi nelle politiche europee, in primis nella PAC (la Politica Agricola Comune) e quindi nei nuovi Piani di sviluppo rurale che condizioneranno il modo di fare agricoltura in Italia nei prossimi anni. Uno dei principali punti deboli del settore resta sempre la diminuzione della superficie agricola utilizzata (SAU).
Dagli anni Settanta la superficie – che comprende seminativi, orti familiari, arboreti e colture permanenti, prati e pascoli – è diminuita del 28%. Tra il 1971 e il 2010 si è ridotta di 5 milioni di ettari, passando da quasi 18 milioni di ettari a poco meno di 13: una superficie pari a Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna messe insieme.
A rilevarlo è il ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali nel dossier Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementificazione realizzato con la collaborazione di Inea, Ispra e Istat. Ad avere la peggio sono i terreni dedicati a seminativi e prati permanenti, da cui provengono i prodotti di base dell’alimentazione degli italiani: pane, pasta, riso, verdure, carne e latte.
L’altra questione che viene messa in evidenza in questo studio è che mentre la superficie agricola utilizzata diminuisce, la popolazione aumenta.
Se fino ad oggi è stata sostenuta la tesi secondo cui la meccanizzazione forzata, lo sfruttamento di risorse e l’aumento della produzione sono le soluzioni più efficaci per sostenere l’agricoltura e per rispondere alla domanda di cibo (negli anni ’50 un ettaro di terreno a frumento produceva circa 1,4 tonnellate di prodotto, oggi ne produce 4), il ricorso massiccio ad input esterni non si è tradotto in un effettivo vantaggio competitivo.
Come se non bastasse, la continua perdita di terreno agricolo porta l’Italia a dipendere sempre più dall’estero per approvvigionarsi di risorse alimentari basilari. L’Italia attualmente produce circa l’80-85% delle risorse alimentari necessarie a coprire il fabbisogno degli abitanti. In pratica copre poco più dei consumi di tre italiani su quattro: appena del 33% per quanto riguarda le leguminose, del 34% per lo zucchero, del 69% per le patate, del 64% per il latte e del 72% per le carni. Meglio il riso (274%), frutta fresca (126%), ortaggi (103%) e pomodoro (181%) e uova (101%).
In pratica l’Italia consuma più di quanto il proprio suolo agricolo è in grado di produrre: è quanto emerge dall’analisi del deficit di suolo agricolo, indicatore messo a punto dal Sustainable Europe Research Institute di Vienna. In base a questo studio si considera deficitario un Paese in cui il terreno agricolo utilizzato è inferiore per estensione a quello necessario per coprire i consumi della popolazione. E l’Italia ha un deficit di suolo agricolo di quasi 49 milioni di ettari: per coprire i consumi della propria popolazione avrebbe bisogno di 61 milioni di ettari di terreno agricolo utilizzato, mentre la superficie attuale supera appena i 12 milioni.
La prima causa della perdita di suolo agricolo è la cementificazione e in generale la copertura del suolo con materiali come cemento, metallo, vetro, asfalto. Secondo il Rapporto annuale Istat 2012, le superfici edificate in Italia coprono il 6,7% del territorio nazionale. La Pianura padana, ovvero l’area agricola più vasta e produttiva della Penisola, ha una percentuale media di superfici edificate pari al 16,4% del territorio.
Daniela Sciarra















