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	<title>iapra li  uecchie il blog di Paolo Mariani &#187; agricoltura</title>
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		<title>Così non se ne esce vivi</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Aug 2011 09:27:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In molte persone si è accentuata la sensazione che non siamo più protagonisti del nostro destino, in quanto immersi in un sistema globale che ogni tanto ci sommerge con le sue ondate speculative, con flussi migratori, con regole che ci impediscono di difendere le nostre produzioni. La situazione è molto sgradevole, la nostra adesione alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/08/debito-pubblico-sovereign.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5272" title="debito-pubblico-sovereign" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/08/debito-pubblico-sovereign-300x228.jpg" alt="" width="250" height="190" /></a>In molte persone si è accentuata la sensazione che non siamo più protagonisti del nostro destino, in quanto immersi in un sistema globale che ogni tanto ci sommerge con le sue ondate speculative, con flussi migratori, con regole che ci impediscono di difendere le nostre produzioni.</p>
<p>La situazione è molto sgradevole, la nostra adesione alla WTO ci impedisce di mettere dazi sulle importazioni e dobbiamo subire la penetrazione di merci, spesso scadenti e nocive, che però costano meno e mettono in crisi strutturale interi settori produttivi con conseguenti fallimenti e crollo della occupazione.</p>
<p>Nel 2007-2008 la finanza pirata di oltreoceano ci vomitò addosso la speculazione dei subprime e dei derivati, vere e proprie truffe a cui abboccarono tutti, banche, enti locali, privati, fattore che depresse tutta l’economia europea, dalla cui caduta non ci si è più ripresi.<br />
Oggi siamo esposti (con 1.901 miliardi di euro di debito pubblico) alla totale volontà speculativa di chi possiede i certificati di questo debito. Come può una nazione considerarsi libera e indipendente se può essere messa in bancarotta in ogni momento?<br />
Il peso degli interessi che il nostro Tesoro paga ai detentori dei titoli (BOT-BTP-CCT) è insostenibile, e si deve ricorrere a sempre nuove emissioni con tassi di interesse sempre maggiori che finiscono per far lievitare ancora i 1.901 miliardi di euro di debito (metà posseduto da banche italiane e metà internazionali).</p>
<p>Da questa gabbia non si esce vivi. La ripresa economica non ci sarà perché sono troppi ormai i paesi che producono merci, anche sofisticate, con manodopera a basso costo, non investiamo nulla in ricerca e i nostri cervelli migliori vanno a produrre per altre economie, non abbiamo materie prime, l’Europa non esiste ed economicamente è fatta di paesi in concorrenza tra loro, e vi è una strategia internazionale che è favorevole a mettere in crisi i paesi deboli (Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna) per metterli sotto tutela, comperare i pezzi pregiati e decretarne il declino.</p>
<p>La globalizzazione conviene solo ai paesi forti, anche militarmente, come gli USA e la Cina, a quelli che possiedono grandi multinazionali, a quei paesi che offrono mano d’opera abbondante e a basso costo.<br />
L’Italia non possiede nulla di tutto questo, e se la Cina con i suoi fondi sovrani comprasse il nostro debito pubblico, economicamente diventeremmo una provincia cinese.</p>
<p>Nel mondo solo Ecuador e Islanda hanno deciso di non pagare il loro debito e si sono sottratte allo strangolamento delle banche.<br />
Anche in Italia, come in Grecia e negli altri paesi sotto attacco, vi è solo questa strada per uscire dall’impoverimento e dalla globalizzazione, a cui deve seguire l’uscita da FMI, Banca Mondiale, Nato, WTO, Unione Europea, interventi militari, moneta unica.<br />
E’ chiaro che se non si ha un programma economico nuovo, ambizioso, alternativo, come quello di raggiungere l’autosufficienza energetica ed alimentare, con una rivoluzione tecnologica fatta in casa, dove si studia, si progetta, si produce, si realizza l’indipendenza dal petrolio, con la completa solarizzazione delle strutture produttive, delle case, delle auto, si imposta una agricoltura tutta biologica legata ai consumi interni, il declino e il fallimento sono strasicuri.</p>
<p>Chi non accetta questa possibilità di percorso alternativo alla globalizzazione ci deve spiegare come si esce da un debito di 1.901 miliardi di euro che oggi ci costa di interessi la bella cifretta di 75 miliardi di euro l’anno, solo per non farlo aumentare, senza parlare di come eliminarlo.<br />
Se la discussione ha un senso bisogna entrare nel merito e proporre cose realistiche e fattibili rispetto alla situazione attuale.<br />
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		<title>Crisi alimentare in arrivo</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2011 12:28:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel caso non l’aveste notato, il mondo è sull&#8217;orlo di un’orribile crisi alimentare globale. In un dato momento, tutto questo potrà riguardare te e anche la tua famiglia. Potrebbe non avvenire oggi, e forse neanche domani, ma accadrà. Il tempo impazzito e i disastri naturali hanno sconvolto la produzione agricola in molte aree del globo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/04/011-p24.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4442" title="011-p24" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/04/011-p24.jpg" alt="" width="250" height="209" /></a>Nel caso non l’aveste notato, il mondo è sull&#8217;orlo di un’orribile crisi alimentare globale. In un dato momento, tutto questo potrà riguardare te e anche la tua famiglia. Potrebbe non avvenire oggi, e forse neanche domani, ma accadrà. Il tempo impazzito e i disastri naturali hanno sconvolto la produzione agricola in molte aree del globo negli ultimi due anni. Nel frattempo, i prezzi del petrolio hanno iniziato a impennarsi. L’intera economia globale è basata sulla possibilità di utilizzare enormi quantità di petrolio a basso costo per produrre economicamente il cibo e le altre merci, per poi trasportarli su vaste distanze.<br />
Senza il petrolio a basso prezzo, i giochi cambiano. Il terreno arabile sta calando a tassi sconcertanti e i bacini acquiferi fondamentali di tutto il mondo vengono prosciugati a un ritmo folle. I prezzi mondiali del cibo hanno raggiunto i suoi massimi e continuano a salire in modo aggressivo. E allora cosa accadrà al nostro mondo quando centinaia di milioni di persone non riusciranno più a nutrirsi?&#8230;.</p>
<p>La maggior parte degli Americani si è così assuefatta ai supermercati, da cui prelevano quantità industriali di cibo economico, che non riescono neppure a immaginare la vita che si incammina in un’altra direzione. Sfortunatamente, quell’epoca sta finendo. Ci sono tutte gli indizi possibili per capire che stiamo entrando in un’era dove non ci sarà abbastanza cibo per tutti. Quando la richiesta di cibo incrementa, i prezzi sono destinati a salire. E già ora stanno salendo. Diamo un’occhiata alle ragioni per cui un numero sempre maggiore di persone ritiene che un’imponente crisi alimentare sia all’orizzonte. Questi sono venti segnali che parlano di un’orribile crisi alimentare globale in arrivo…</p>
<p>#1 In base alla Banca Mondiale, 44 milioni di persone in tutto il mondo sono stati trascinati nella povertà estrema dallo scorso giugno a causa degli aumenti dei prezzi del cibo.</p>
<p>#2 Il mondo sta perdendo terreno coltivabile a un tasso eccezionale. Infatti, con le parole di Lester Brown, &#8220;un terzo della terra arabile del pianeta sta perdendo lo strato superficiale in modo più rapido di quanto non venga riformato dai processi naturali&#8221;.</p>
<p>#3 A causa dei sussidi statunitensi all’etanolo, quasi un terzo del mais coltivato negli USA è utilizzato per la produzione di carburanti. Tutto ciò mette in forte tensione il prezzo granturco.</p>
<p>#4 A causa della mancanza d’acqua, alcuni paesi nel Medio Oriente sono obbligati a confidare quasi totalmente sulle importazioni dei generi alimentari basici. Ad esempio, è stato stimato che non ci sarà più produzione di farina in Arabia Saudita dal 2012.</p>
<p>#5 Le falde freatiche in tutto il globo stanno calando di livello ad un tasso preoccupante a causa del sovrapompaggio. In base ai dati della Banca Mondiale, ci sono 130 milioni di persone in Cina e 175 milioni in India che si sono potuti nutrire grazie a cereali coltivati con l’acqua pompata dai bacini idrici a un ritmo maggiore del suo ripristino naturale. Cosa succederà quando l’acqua si esaurirà?</p>
<p>#6 Negli Stati Uniti, il sistematico abbassamento del bacino acquifero dell’Ogallala trasformerà il granaio d’America in una conca polverosa.</p>
<p>#7 Malattie come la ruggine dello stelo UG99 si sta diffondendo a tassi sempre maggiori in vasti segmenti della catena alimentare mondiale.</p>
<p>#8 Lo tsunami e la conseguente crisi nucleare in Giappone hanno reso vaste aree agricole della nazione inutilizzabili. Infatti, ci sono molti che credono che una porzione significativa del Giappone settentrionale sarà dichiarata inabitabile. Senza considerare il fatto che molti sono convinti del fatto che l’economia giapponese, la terza più importante del mondo, è probabile che per questa ragione abbia un collasso.</p>
<p>#9 Il prezzo del petrolio potrebbe essere il fattore-chiave in questa lista. Il modo in cui si produce il cibo è totalmente dipendente dal petrolio. Il modo con cui trasportiamo il cibo è totalmente dipendente dal petrolio. Quando si hanno prezzi del petrolio in impennata, l’intera catena alimentare diventa molto più costosa. Se il prezzo del petrolio continuerà a rimanere alto, avremo prezzi delle derrate molto più alti e alcune modalità di produzione del cibo non avranno più possibilità di esistere.</p>
<p>#10 In un dato momento il mondo potrà aver a che fare con una seria penuria di fertilizzanti. In base agli studiosi del “Global Phosphorus Research Iniziative”, non avremo abbastanza fosforo per soddisfare le richieste degli agricoltori fra 30 o 40 anni.</p>
<p>#11 L’inflazione dei prezzi del cibo ha già devastato molte economie del pianeta. Ad esempio, l’India sta facendo i conti con un’inflazione su base annua dei prezzi alimentari del 18 per cento.</p>
<p>#12 In base alle Nazioni Unite, il prezzo globale del cibo ha raggiunto un nuovo massimo in febbraio.</p>
<p>#13 In base alla Banca Mondiale, il prezzo globale del cibo è aumentato del 36% negli ultimi dodici mesi.</p>
<p>#14 Il prezzo della farina è quasi raddoppiato dalla scorsa estate.</p>
<p>#15 Il prezzo del mais è quasi raddoppiato dalla scorsa estate.</p>
<p>#16 Il prezzo della soia è salito di circa il 50% dallo scorso giugno.</p>
<p>#17 Il prezzo del succo di arancia è raddoppiato dal 2009.</p>
<p>#18 Ci sono circa tre miliardi di persone nel pianeta che vivono con l’equivalente di due dollari al giorno, o anche meno, e il mondo è sulla soglia di un disastro economico che si potrà verificare prima della fine di quest’anno.</p>
<p>#19 Il 2011 è già ritenuto uno degli anni più pazzi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le rivoluzioni che hanno sconvolto il Medio Oriente, gli Stati Uniti si sono precipitati nella guerra civile libica, l’Europa che vede davanti a sé un collasso finanziario e il dollaro statunitense in fin di vita: niente di tutto ciò può essere considerato una buona notizia per la produzione mondiale di cibo.</p>
<p>#20 Ci sono voci persistenti che avremo penurie da parte di qualche grande fornitore di cibo d’emergenza negli Stati Uniti. Ciò che segue è un estratto dal recente &#8220;allarme rosso&#8221; postato su Raiders News Network&#8230;.</p>
<p>Guardati attorno. Leggi le notizie. Vedi come le più grandi fabbriche di cibo, di iodato di potassio e altri produttori di generi d’emergenza chiudono i loro negozi on-line e pubblicano informazioni, come quelle del sito ufficiale di Mountain House e di Thyrosafe, dove spiegano che, a causa della domanda soverchiante, per il momento chiudono i battenti, sperando di riaprire in futuro.</p>
<p>Cosa significa tutto ciò? Significa che manca poco tempo. Per anni, tante Cassandre hanno strillato e parlato di una crisi alimentare in procinto di verificarsi. Bene, arrivati a questo punto non dobbiamo allarmarci più di tanto. I prezzi del cibo sono iniziati a salire, ma la verità è che i nostri magazzini sono ancora ricolmi fino al soffitto di una gigantesca quantità di cibo spazzatura.</p>
<p>Comunque, bisogna essere proprio idioti per non aver visto i segnali premonitori. Basta guardare a cosa è successo in Giappone dopo l’11 di marzo. Gli scaffali dei negozi sono stati spazzolati quasi all’istante. Non avverrà oggi, e probabilmente non avverrà domani, ma una crisi alimentare da record ci colpirà pesantemente. Cosa farete, tu e la tua famiglia? Sarebbe bene cominciare a pensarci.<br />
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		<title>Pane e speculazione</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 11:51:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La nuova crisi dei prezzi alimentari, secondo la Fao ancor più grave di quella del 2007/2008, rischia di scatenare sommosse popolari e carestie come accadde tre anni fa. In Tunisia e Algeria, l&#8217;impennata dei prezzi di farina, zucchero e altri generi alimentari &#8211; sommata alla crescente disoccupazione &#8211; ha innescato rivolte che hanno già causato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/01/pane_dollaro.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3654" title="pane_dollaro" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2011/01/pane_dollaro.jpg" alt="" width="500" height="197" /></a></p>
<p>La nuova <strong>crisi dei prezzi alimentari</strong>, secondo la <a href="http://www.bbc.co.uk/news/business-12119539" target="_blank"><strong>Fao</strong></a> ancor <strong>più grave di quella del <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/10926/Fame+di+profitto" target="_blank">2007/2008</a></strong>, rischia di scatenare <strong>sommosse popolari </strong>e <strong>carestie</strong> come accadde tre anni fa. In <strong>Tunisia</strong> e <strong>Algeria</strong>,  l&#8217;impennata dei prezzi di farina, zucchero e altri generi alimentari &#8211;  sommata alla crescente disoccupazione &#8211; ha innescato rivolte che hanno  già causato <strong>decine di morti</strong>. Oggi sappiamo che queste crisi non sono naturali, ma frutto di ciniche<strong> speculazioni finanziarie</strong> e <strong>manovre commerciali</strong>.</p>
<p>Gli <strong>incendi in Russia</strong>, le <strong>inondazioni in Australia</strong> e la <strong>siccità in Argentina</strong> vengono ufficialmente indicati come cause della crisi: raccolti  distrutti, crollo dell&#8217;offerta, boom dei prezzi. Ma le numerose indagini  seguite alla crisi di tre anni fa hanno dimostrato che i fattori  naturali sono solo <strong>pretesti</strong> usati per giustificare agli occhi dell&#8217;opinione pubblica fenomeni del tutto <strong>artificiali</strong>.</p>
<p>Nell&#8217;estate 2009 il <a href="http://hsgac.senate.gov/public/index.cfm?FuseAction=Press.MajorityNews&amp;ContentRecord_id=5a459e69-e9f9-4550-904c-871a5b6c693a&amp;Region_id=&amp;Issue_id=" target="_blank"><strong>&#8216;Rapporto Levin-Coburn&#8217;</strong></a> della sottocommissione permanente d&#8217;indagine del <strong>Senato americano</strong> dimostrò, dopo un anno di studi, che il rialzo dei prezzi alimentari non aveva avuto <strong>nulla a che vedere </strong>con  la scarsità delle scorte alimentari provocate da fattori naturali né  con problemi nella catena dei rifornimenti: la causa andava ricercata in  spregiudicate <strong>manovre finanziarie speculative</strong>.</p>
<p>Un anno dopo, nell&#8217;estate 2010, la prestigiosa rivista americana <em>Harper&#8217;s</em> pubblicò un&#8217;approfondita inchiesta intitolata<strong> <a href="http://www.foodpolitics.com/wp-content/uploads/The-Food-Bubble-pdf.pdf" target="_blank">&#8216;La bolla alimentare: come Wall Street ha affamato milioni di persone e l&#8217;ha fatta franca&#8217;</a></strong>, nella quale venivano descritti nel dettaglio i fondi d&#8217;investimento speculativi messi appunto dai trader della <strong>Goldman Sachs</strong> assieme agli strateghi di multinazionali agroalimentari Usa come <strong>Cargill</strong> e <strong>ConAgra</strong>: miliardi di dollari di profitti al prezzo di carestie e rivolte.</p>
<p>Ulteriori inchieste, studi e documenti, hanno infatti rivelato che la  crisi mondiale dei prezzi alimentari del 2007/2008 non fu solo frutto  di speculazione finanziaria, ma anche di <strong>strategie commerciali </strong>volte a promuovere il <strong>business Usa degli Ogm</strong> nei paesi in via di sviluppo. Dopo la crisi, le corporation americane del settore fecero <strong>enormi profitti </strong>vendendo le loro sementi geneticamente modificate come soluzione al problema della sicurezza alimentare.</p>
<p>Una strategia portata avanti con il <strong>sostegno del governo di Washington</strong>, grazie all&#8217;intermediazione delle potenti <strong>lobby dell&#8217;industria agroalimentare americana</strong>. Un <strong><a href="http://213.251.145.96/cable/2009/04/09STATE37561.html" target="_blank">cablogramma</a> di WikiLeaks</strong> rivela le pressioni del <strong>Dipartimento di Stato Usa</strong> sui governi africani affinché &#8221;accettino l&#8217;importazione di cibo  geneticamente modificato e la propagazione di coltivazioni geneticamente  modificate&#8221;.<br />
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		<title>Rubare ai poveri</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Nov 2010 16:08:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ultimo furto ai danni dell’Africa? La terra. Il continente nero sta diventando l’orto semi-gratuito degli speculatori: Occidente, nazioni emergenti e pirati economici internazionali stanno acquisendo a prezzi stracciati milioni di ettari, con la complicità dei governi locali corrotti. E’ l’allarme lanciato a Torino da “Terra Madre”, vertice mondiale delle “comunità del cibo”. Antonio Onorati, presidente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2010/11/africa.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3295" title="africa" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2010/11/africa.jpg" alt="" width="500" height="310" /></a></p>
<p>L’ultimo furto ai danni dell’Africa? La terra. Il continente nero sta  diventando l’orto semi-gratuito degli speculatori: Occidente, nazioni  emergenti e pirati economici internazionali stanno acquisendo a prezzi  stracciati milioni di ettari, con la complicità dei governi locali  corrotti. E’ l’allarme lanciato a Torino da “Terra Madre”, vertice  mondiale delle “comunità del cibo”. Antonio Onorati, presidente della  Ong “Crocevia”, chiede al più presto «una moratoria sugli acquisti di  terreno in Africa da parte degli operatori stranieri». Obiettivo  peraltro condiviso dalla Fao, che chiama le organizzazioni sociali e  contadine ai negoziati coi governi di tutto il mondo per riscrivere le  regole a tutela della sovranità alimentare.</p>
<p>Nel solo 2009, sottolinea la Banca Mondiale, in tutto il mondo circa  45 milioni di ettari di terreno coltivabile hanno cambiato di proprietà.  Una cifra enorme, ricorda Onorati, pari a una volta e mezzo la  superficie dell’Italia. Il fenomeno è conosciuto come “land grabbing”,  “presa di possesso della terra”, ma la definizione rischia di cadere  nell’eufemismo. In realtà, tuona il presidente di Slow Food Carlo  Petrini, si tratta di una corsa senza freni all’accaparramento delle  risorse. Una vera e propria “caccia alla terra”, che segue «una logica  colonialista, imperialista e criminale: l’Africa non è il nostro orto, è  l’orto degli africani», anche se i leader del G20 vedono le cose in  modo molto diverso.</p>
<p>Secondo le stime Onu, l’Africa possiederebbe (o forse dovremmo dire  “ospiterebbe”) almeno 700 milioni di ettari destinabili all’agricoltura.  Di questi, tuttavia, appena il 7% riceve irrigazione e solo 4% è  soggetto a una coltura di qualche genere. Il Continente, in altre  parole, avrebbe a disposizione un potenziale agricolo spaventoso che, se  da un lato stona clamorosamente con il persistente problema della fame,  dall’altro alimenta i sogni di ricchezza dei Paesi importatori. Entro  il 2050, la crescita demografica dovrebbe portare la popolazione  mondiale a sfondare quota 9 miliardi: bel problema, visto che le risorse  naturali, a cominciare da quelle alimentari, rischiano seriamente di  non tenere il passo con questa espansione.</p>
<p>I cinesi se ne sono già accorti, visto che dal 2008 hanno iniziato ad  importare cibo per far fronte a una domanda che il mercato interno, da  solo, non è più in grado di soddisfare. L’India e i Paesi del Golfo  hanno seguito a ruota investendo massicciamente in Africa, dove la terra  costa pochissimo: non più di 500 dollari per ettaro, venti molte meno  che in Europa. Solo due anni fa, la multinazionale coreana Daewoo si è  portata via 1,3 milioni di ettari del Madagascar. Dietro alla grande  corsa, però, non ci sono solo i governi stranieri. Da almeno tre anni  infatti quello del “land grabbing” è diventato uno degli affari  prediletti della grande finanza: investimenti classici come i fondi  pensione che ora si rifugiano nel business della terra, più stabile e  sicuro, e autentiche operazioni di pirateria speculativa.</p>
<p>«Dopo aver guadagnato miliardi di dollari con l’impennata dei prezzi  dei cereali tra il 2007 e il 2008», scrive “Il Fatto Quotidiano”, ora  gli speculatori «contano di replicare ancora la scommessa vincente».  Circa un anno e mezzo fa, il finanziere d’assalto Ian Watson aveva  espresso il concetto in modo estremamente chiaro. «Quando guadagnano più  soldi – aveva affermato – gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo non  acquistano un televisore con megaschermo; acquistano più cibo».  “Agrifirma”, il fondo di Watson, controllava all’epoca già centomila  acri di terra in Brasile. All’inizio del 2009, un gruppo di investitori  guidato dalla famiglia Rothschild e dal finanziere Jim Slater ha immesso  nel fondo oltre 150 milioni di dollari con un solo obiettivo  dichiarato: comprare quanta più terra possibile.</p>
<p>Nei Paesi africani, ovviamente, la complicità dei leader politici  diventa essenziale. Il governo etiope, ricorda oggi Nyikaw Ochalla,  direttore della londinese “Anuak Survival Organization”, difende la sua  apertura agli investimenti stranieri dipingendola come una strategia  utile per lo sviluppo dell’agricoltura locale e la riduzione della  dipendenza dagli aiuti esteri. La realtà però è ben diversa, avverte il  “Fatto”: «Il governo “vende la terra per niente, praticamente la  regala”, e poco importa che i nuovi padroni scelgano di eliminare le  colture alimentari per dedicarsi al business dei fiori e dei  biocarburanti. Quanto al cibo prodotto, sottolinea ancora Ochalla, c’è  poco da farsi illusioni. E’ tutto destinato all’export». Che ne sarà dei  negoziati Fao sui diritti dei contadini poveri, che si concluderanno  tra un anno?</p>
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		<title>Fame nel mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 18:35:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>

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<p>Nonostante la ricca diversità di cibo che si trova nel mondo, un quarto della popolazione sta morendo di fame. Oggi la fame è un problema di massa in molte parti dell’Africa, dell’Asia e del Sud America e il futuro non promette nulla di buono. La popolazione globale ha una tendenza di crescita di 90 milioni per anno per i prossimi 40 anni e i più recenti studi  prevedono gravi carestie globali che condurranno alla fame su una scala senza precedenti. Questa miseria è un risultato diretto della nostra brama di mangiare carne. I bambini nel mondo sottosviluppato muoiono di fame in prossimità di campi coltivati ad alimenti destinati all’esportazione come foraggi per gli animali, per supportare la civiltà “affamate di carne” del mondo ricco. Mentre milioni di esseri umani muoiono, più di un terzo della produzione di cereali del mondo e metà della produzione di pesce sono impiegati per alimentare gli animali nei paesi ricchi .</p>
<p><span id="more-2529"></span></p>
<p>L’industria delle bistecche degli Stati Uniti d’America consuma tanto cibo quanto India e Cina messe insieme . Un miliardo e novecento milioni di persone potrebbero essere alimentate con le proteine di cui sopra. Un ripensamento completo su come vengono distribuite le nostre limitate risorse alimentari è vitale se vogliamo trovare una soluzione al problema della fame nel mondo. Questa “Guida Viva” si occupa del perché il mangiar carne è la principale causa della fame nel mondo e del come il vegetarismo può fornire una soluzione.</p>
<p>Le radici della fame</p>
<p>Il mondo in via di sviluppo non è sempre stato affamato. I primi esploratori del 16° e 17° secolo spesso ritornavano stupiti dell’enorme quantità di cibo che vedevano. Per esempio, in certe parti dell’Africa le popolazioni avevano spesso tre raccolti di riserva e nessuno soffriva la fame. L’idea di comprare e vendere cibo era inaudita.</p>
<p>La Rivoluzione Industriale ha cambiato tutto ciò. I Paesi Europei avevano bisogno di materie prime a buon mercato come carbone e minerale ferroso di cui erano ricchi i paesi in via di sviluppo. Attraverso processi di invasione e colonizzazione i paesi ricchi poterono non solo procacciarsi le materie prime, ma reclamare il territorio come loro proprietà obbligando le popolazioni indigene a pagare le tasse o l’affitto delle terre. I poveri contadini (molti dei quali prima di allora non avevano mai avuto a che fare col danaro) furono forzati a coltivare piantagioni, come ad esempio quelle di cotone, per venderne il prodotto ai loro nuovi padroni. I paesi ricchi possedevano la terra, tutto il cibo che si produceva e decidevano il prezzo. Dopo aver pagato le tasse, ai contadini restava poco danaro per comperare cibo a caro prezzo e spesso finivano per indebitarsi semplicemente per vivere. Questo processo di colonizzazione continuò fino all’inizio del XX secolo.</p>
<p>La maggior parte dei paesi colonizzati è ora divenuta indipendente, ma grossa parte delle terre è ancora di proprietà di grandi compagnie costituitesi nei paesi ricchi. Queste terre non vengono utilizzate per nutrire le popolazioni locali ma per produrre cibo per l’esportazione. La maggior parte di questo cibo serve per alimentare gli animali. Questa è una delle principali cause di scarsezza di cibo e carestie.</p>
<p>I paesi in via di sviluppo non sempre hanno avuto il monopolio della fame. Una delle ultime grandi carestie Europee ebbe luogo in Irlanda dal 1846 al 1850 quando vennero meno le coltivazioni di patate. La patata era il cibo base degli Irlandesi poveri e pertanto serviva ad alimentare gran parte della popolazione. L’Irlanda fu colonizzata dall’Inghilterra e di conseguenza le terre divennero di proprietà dei latifondisti inglesi.</p>
<p>Mentre molti irlandesi morivano di fame, una quantità di cibo sufficiente per alimentare due volte la popolazione Irlandese fu esportato in Inghilterra. I contadini Irlandesi coltivavano i campi per i loro latifondisti Inglesi, poiché dovevano pagare l’affitto &#8211; se non potevano, venivano cacciati dalla terra rimanendo senza alcun mezzo di sussistenza. Il popolo affamato si cibò delle patate che dovevano servire per essere piantate l’anno successivo.</p>
<p>Che cosa ha a che fare tutto ciò con la fame nel mondo oggi? Sostituite l’Irlanda con “paesi poveri” e l’Inghilterra con “paesi ricchi” e le cose restano ancora molto verosimilmente le stesse. In tempi di carestia il cibo è esportato dai paesi poveri a quelli ricchi. E la gente ancora muore di fame.</p>
<p>Il problema odierno</p>
<p>La siccità ed altri disastri “naturali” sono spesso invocati come cause della fame. La popolazione locale si era sempre in passato saputa difendere dai disastri naturali e sebbene essi possono essere il “grilletto” che fa scattare la carestia, la causa principale è il sistema dei nostri giorni ovvero il neocolonialismo.</p>
<p>La terra nei paesi poveri è ancora largamente non di proprietà della gente che la lavora e gli affitti sono salati. Succede spesso che la gente è cacciata fuori dalla sua terra e si reca spesso ad affollare le città dove c’è d’altra parte poco lavoro. Molti paesi poveri si sono indebitati per importare il cibo ma anche per importare armi con le quali le elites dominanti si assicurano contro le rivolte popolari. Essi sono adesso indebitati con grandi banche dei paesi ricchi.</p>
<p>Al culmine della carestia in Etiopia nel 1984-5, la Gran Bretagna importava semi di lino, di cotone e di colza per un ammontare di 1,5 milioni di sterline. Sebbene niente di ciò è adatto per l’alimentazione umana, terreni di buona qualità sono ancora impiegati per produrre foraggi per gli animali dei paesi ricchi, mentre si sarebbero potuti utilizzare per produrre cibo per gli Etiopi. Oggi 800 milioni di uomini sono affamati e lo saranno durante le loro brevi vite. Tristemente sono le popolazioni rurali dei paesi poveri, le uniche che producono cibo per i paesi ricchi, che sono le prime a soffrire la fame. Anche quando il raccolto va male, i padroni della terra hanno la loro rendita, mentre i poveri contadini si affamano.</p>
<p>La triste ironia è che il mondo produce molto più cibo vegetale di quanto ne serve per venire incontro alle necessità alimentari di tutti i cinque miliardi e seicento milioni di abitanti. E’ stato stimato che sei miliardi di uomini potrebbero essere ben alimentati se il mondo adottasse una dieta vegetariana. Se invece noi assumiamo il 35% delle nostre calorie dai prodotti animali, allora questo numero cade a due miliardi e cinquecento milioni, meno di metà della popolazione umana vivente oggi.</p>
<p>La maggior parte dei paesi in via di sviluppo, se non tutti, producono abbastanza cibo per i loro bisogni, o potrebbero produrlo se la terra e le altre risorse per produrre cibo, come strumenti e macchine agricole, fossero più equamente distribuiti. Se la gente mangiasse essa stessa questo cibo, allora ce ne sarebbe abbastanza per alimentare ciascun abitante del mondo oggi, procurandosi una media di 2360 kcal (calorie) necessarie per una buona salute. Al contrario, molto di esso è sprecato per alimentare gli animali che producono carne.<br />
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		<title>Agrinido</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 11:23:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Istruzione/Scuola]]></category>
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<p>Negli ultimi anni ad Ostuni sono nati moltissimi asili nido tutti rigorosamente in spazi ristretti e chiusi tra quattro mura. Non parliamo poi delle scuole materne in strutture perfettamente idonee a crescere dei minitopi d&#8217;ufficio. Eppure da queste parti non sarebbe difficile realizzare qualcosa di diverso come quello descritto nel riquadro qua sotto. Quando si dice &#8220;inventarsi un lavoro&#8221; o  &#8220;aiutare l&#8217;agricoltura&#8221;.</p>
<blockquote><p>Più di tre genitori su quattro sognano di far crescere i propri figli in un agriasilo: un ambiente semplice, familiare e naturale dove giocare all’aria aperta con piante e animali e gustare merende e colazioni genuine. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Swg realizzata in occasione di &#8216;Far crescere il futuro&#8217;, l&#8217;evento organizzato a Palazzo Rospigliosi da Donne Impresa  della Coldiretti  per presentare la pù’ rivoluzionaria innovazione nei processi formativi e di crescita del talento introdotta in Italia per iniziativa di giovani imprenditrici agricole che hanno trasformato le proprie fattorie in asili grazie alle nuove normative.</p>
<p>“Si tratta di una concreta dimostrazione della modernità dell’attività agricola nella società contemporanea dove si avverte la necessità di ricostruire un rapporto con il mondo reale che è un patrimonio delle nostre imprese che sono impegnate a farlo conoscere anche con l’offerta di servizi innovativi resi possibili dalle nuove leggi sulla multifunzionalità”, ha detto il presidente di Coldiretti, Sergio Marini.</p>
<p>La rapida diffusione degli agriasilo è dimostrata dalle quasi cento iniziative in cantiere, molte delle quali si sono già trasformate in realtà in varie regioni, soprattutto Veneto, Piemonte, Trentino e Friuli.</p>
<p>Con il termine agrinido si intende una struttura di accoglienza all’interno di una azienda agricola per bambini fino a 3 anni di età mentre l’agriasilo coinvolge i piccoli dai 3 ai 6 anni. In base alla normativa vigente, che fissa il numero massimo di bambini in relazione alla metratura dei locali, si tratta spesso di piccole classi alle quali vengono garantite le appropriate cure quotidiane (pranzo, sonno, cambio) ma con più tempo all’aria aperta a contatto con la natura, in una sorta di palestra verde dove coltivare le piante, socializzare con gli animali, imparare a conoscere i ritmi della natura e i principi di una alimentazione sana.</p></blockquote>
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		<title>Crisi agricola</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 15:03:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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<p>L’agricoltura da alcuni anni è in crisi profonda, una crisi strutturale, diffusa. Il comparto agroindustriale, nonostante le sue numerose criticità, fa notizia solo in caso di rialzi ingiustificati dei prezzi, di scioperi degli agricoltori o per i numerosi scandali  legati ai suoi prodotti: mucca pazza, cibo alla diossina, olio adulterato, vino sofisticato, carne agli ormoni, OGM, in un preoccupante susseguirsi di disastri alimentari.</p>
<p>Da alcuni anni siamo in presenza di un preoccupante calo dei prezzi alla produzione a cui corrisponde una esplosione dei prezzo dal campo alla tavola. Chi acquista un chilogrammo di pesche paga in media un prezzo del 200-400% in più rispetto al prezzo pagato all’agricoltore.Nel maggio del 2009 una pesca di varietà Rich May o una nettarina Rita star venivano pagate all’agricoltore € 0,45 centesimi e rivendute sui banchi della Grande Distribuzione a € 3,98 e € 2,79 con un rincaro del 784% e del 633%.In Italia il prezzo dei prodotti agricoli è determinto dalla Grande Distribuzione Organizzata che controlla il 70% delle vendite.</p>
<p>Il reddito derivante dalle attività agricole è sistematicamente inferiore alla media dei settori extragricoli e la sopravvivenza delle famiglie che vivono di agricoltura dipende da redditi extra aziendali, come i sussidi di disoccupazione.Ogni giorno in Europa chiudono 600 aziende agricole e nei prossimi 4 anni 750 mila lavoratori agricoli rischiano di scomparire.Nel 2009 a San Ferdinando di Puglia le pesche sono state pagate agli agricoltori in media 33 centesimi di euro al kg., a fronte di un costo di produzione che oscilla dai 36 ai 40 centesimi.La dinamica dei prezzi al ribasso ingenera un circolo perverso che spinge gli agricoltori a produrre al costo più basso possibile, con le conseguenze negative sulle qualità dei prodotti che questo comporta.</p>
<p>L’agricoltura non può essere ridotta a pura competizione sul mercato. La produzione di beni agroalimentari e la salvaguardia del territorio rurale hanno una funzione sociale che va tutelata. Ma la politica stenta a mettere i problemi dell’agricoltura al centro della propria agenda perché il settore agricolo impiega solo il 5% della popolazione e produce meno del 3% del PIL.</p>
<p>Nel 2001 la Legge costituzionale n. 3 consente ai Comuni di intervenire in materia di agricoltura rendendo possibile per il Sindaco autocertificare e garantire con un marchio di qualità i suoi prodotti, dicendo dove, chi, come a quale prezzo si produce.Il marchio comunale De.Co non è incompatibile con le denominazioni Europee IGP o DOP ed aprirebbe  numerose opportunità di visibilità dei prodotti tipici.I mercati in futuro pretenderanno una qualità dei prodotti sempre maggiore. Oggi l’agricoltura produce molta quantità ma con che qualità? Negli ultimi 50 anni l’agricoltura convenzionale ha fatto un uso massiccio ed incontrollato di pesticidi con un forte impatto ambientale e deleteri effetti per la salute umana. Il consumatore ha il diritto di scegliere prodotti sicuri e privi di residui e l’agricoltore ha il dovere di fornirli. Nei consumatori è cresciuta la sensibilità verso i temi ecologici e la consapevolezza dei pericoli legati al consumo di cibo con presenza di residui. Il Dossier “Pesticidi nel piatto 2009” di Legambiente evidenzia che il 47% delle frutta consumata dagli italiani contiene uno o più residui di pesticidi. (dati: ARPA). L’agricoltura integrata è basata su un uso oculato dei prodotti chimici e su una maggiore attenzione alla qualità dei prodotti, alla salute dell’uomo e dell’ambiente. L’agricoltura integrata è un passaggio intermedio nel lento processo di evoluzione della pratica agricola verso la moderna agricoltura biologica. Ma c’è ancora molta strada da fare perché nella maggior parte dei casi l’agricoltura integrata non realizza nessuna diminuzione dei pesticidi di sintesi usati e si riduce ad un semplice elenco di pesticidi chimici ammessi. La Comunità Europea prevede dal 1 gennaio 2014 l’obbligo per le aziende agricole di applicare i principi della difesa integrata delle colture agricole. La parte più dinamica ed intraprendente del mondo agricolo si è organizzato per resistere alla crisi e al ruolo preponderante della Grande Distribuzione.</p>
<p>Negli ultimi anni si è registrata in Italia l’apertura di 500 Farmer market e mercati contadini, che rappresentano lo sbocco naturale per i produttori che vogliono tagliare le intermediazini inutili con la filiera corta e la vendita diretta. In questi anni in Italia si è avuta una grande diffusione dei Gruppi d’Acquisto Solidale o GAS con 600 gruppi sparsi in quasi tutte le regioni italiane. I gruppi d’Acquisto sono composti da consumatori attivi che per scelta etica decidono di dare risposte concrete alla crisi agricola e alla crisi ambientale, scegliendo un consumo più conforme a criteri ecologici e di equità sociale. I membri del GAS effettuano acquisti collettivi direttamente dai produttori di cibo locale, da agricoltura biologica e con imballaggio ridotto, da ridistribuire tra loro.L’agricoltura intensiva di quantità è giunta al capolinea. Sta nascendo un grande movimento contro la malalimentazione, una nuova coscienza nei produttori e nei consumatori che muove nella direzione dell’alta agricoltura e del consumo consapevole, rispettoso dell’uomo e dell’ambiente.Sta agli agricoltori e ai consumatori orientare le proprie scelte produttive e di consumo alla ricerca dell’alta qualità e dell’etica, dando forma ad un nuovo modello di società della decrescita e del benessere per tutti.</p>
<p><em>“Ditemi qual è l’agricoltura che praticate e vi dirò in che società vivete”.</em> Francois Dufour<br />
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		<title>Energia elettorale</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 12:11:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Le scelte di politica energetica sono certamente un tema predominante in questa campagna elettorale solo che a sentir parlare certi candidati mi viene il dubbio che le idee non siano del tutto chiare, comprensibili e soprattutto condivisibili. Ma andiamo con ordine e parliamo subito del Nucleare che viene sempre citato con al fianco la sequenza [...]]]></description>
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<p>Le scelte di politica energetica sono certamente un tema predominante in questa campagna elettorale solo che a sentir parlare certi candidati mi viene il dubbio che le idee non siano del tutto chiare, comprensibili e soprattutto condivisibili.</p>
<p>Ma andiamo con ordine e parliamo subito del Nucleare che viene sempre citato con al fianco la sequenza &#8220;nel nostro territorio&#8221;. Capisco bene che è una campagna elettorale per il governo delle Regioni ed è quindi doveroso fare riferimento al territorio per ogni argomento, quello che invece mi lascia un pò perplesso sono le motiviazioni che poi si espongono contro l&#8217;ipotesi nucleare. Puntando al No al nucleare nei nostri territori si passa il messaggio che questo tipo di centrali non vadano bene nella nostra regione perchè è già abbastanza inquinata, perchè in contrasto con le vocazioni turistiche ed agricole su cui si è molto investito in questi ultimi anni o perchè gia produciamo molta più energia di quella che consumiamo. In realtà di motivi per contrastare il nucleare ce ne sono molti e nessuno è vincolato ad un determinato territorio: è poco efficiente, è economicamente svantaggioso, l&#8217;uranio è scarso e presente solo in pochi paesi, nessuno ha ancora trovato una soluzione al problema delle scorie, non favorisce l&#8217;autonomia energetica mentre favorisce il conflitto tra nazioni, etc. Sarebbe opportuno far passare questi messaggi affinché sia l&#8217;Italia intera a rigettare questa nefasta ipotesi reintrodotta nonostante un referendum popolare lo aveva già vietato anni fa.</p>
<p>Un altra aspetto su cui bisogna fare attenzione sono i termini usati nei discorsi e nelle interviste. Diffidate di chi parla di energie pultite (molti sostengono che anche il nucleare e il carbone sono puliti), ma anche di chi parla di fonti alternative che non necessariamente sono quelle rinnovabili. Anche quando trovate qualcuno che parla di rinnovabili se potete cercate di capire cosa intende perchè le campagne elettorali sono come le campagne pubblicitarie e, anche se non lo vedete, nella maggior parte dei casi da qualche parte c&#8217;è sempre l&#8217;asterisco.</p>
<p>Infine vale la pena dire due parole sul fotovoltaico, in particolare su quello che viene realizzato nei terreni agricoli. Un problema serio che se non afrontato con lungimiranza, serietà e competenza poterà irreparabili conseguenze alle future generazioni; migliaia di richieste per realizzare questo tipo di impianti sono state gia depositate nei vari uffici competenti. Dire che non si vogliono questi impianti sui terreni agricoli non vuol dire nulla così come non vuol dire nulla sostenere  vincoli paesaggistici o di altro tipo per impedirli. Tutto ciò non ha alcun significato perchè non affronta i veri problemi della questione. In primis perchè gli agricoltori svendono i loro territori a questi speculatori? Forse perchè l&#8217;agricoltura è sempre più un attività che non rende e quindi gli agricoltori abbandonano i propri campi perchè non hanno alcuna convenienza a coltivarli. Quindi non è il fotovoltaico che uccide l&#8217;agricoltura ma semmai approfitta di questo settore agonizzante ormai in fase terminale e quindi forse sarebbe il caso di proporre politiche più idonee al vero problema invece che proporre i soliti e facili vincoli. Il secondo aspetto invece da prendere in seria considerazione sono gli incentivi a favore del fotovoltaico che invece di favorire i piccoli produttori, i privati e gli impianti sulle civili abitazioni, ha invece favorito i soliti speculatori. Forse facendo pressioni a livello centrale si potrebbe proporre delle modifiche legislative per rimediare a questi effetti.</p>
<p>In realtà si cavalcano questi temi col solo intento di vendere un prodotto: la loro elezione.<br />
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		<title>Quello che il prezzo di un cibo non ci dice.</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 06:55:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecologia/Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[biologico]]></category>
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<p>E&#8217; di Dicembre 2008 la pubblicazione del Rapporto dell&#8217;<a href="http://www.isprambiente.it/site/it-IT/" target="_blank">Ispra</a> (Istituto superiore per la protezione e la ricerca sull&#8217;ambiente), organismo pubblico che si occupa tra l&#8217;altro di monitorare l&#8217;impatto sull&#8217;ambiente dei prodotti chimici usati dall&#8217;agricoltura. Secondo il rapporto il 57,3% delle acque superficiali (fiumi e laghi) sono <strong>contaminate da pesticidi</strong>, di cui il 36,6% oltre i limiti previsti per le acque potabili. Per quanto riguarda le falde sotterranee sono contaminate il 31,5% di quelle controllate.<br />
Alcune sostanze sono <strong>mutagene</strong> o <strong>cancerogene</strong>, alcune interferenti endocrini, ovvero alterano l&#8217;equilibrio ormonale. Altre sono definite come persistenti bioaccumulatori tossici (Ptb), sostanze che si degradano lentamente nell&#8217;ambiente e si installano nel grasso umano e animale. Nel 17% delle acque è stata risontrata <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Atrazina" target="_blank">Atrazina</a>, un famoso erbicida usatissimo in pianura padana, vietato 17 anni fa, ma ancora, come si vede, presente, a dimostrazione che l&#8217;ambiente fatica a metabolizzare 50-60 anni di pesticidi.</p>
<p><span id="more-750"></span><br />
L&#8217;altra faccia dell&#8217;inquinamento delle acque è la desertificazione delle terre, anche qui gli studi dell&#8217;Apat (Agenzia per l&#8217;ambiente e il territorio) ora confluita nell&#8217;Ispra, dimostrano chiaramente come l&#8217;agricoltura industriale attualmente praticata sia tra le cause antropiche del fenomeno la più impattante: perdita di sostanza organica, salinizzazione (accumulo nel terreno di sali solubili legati alla fertirrigazione), compattamento (uso di macchine agricole più grandi e pesanti), deforestazione, zootecnica (abbandono dei pascoli in collina e montagna e concentrazione di enormi allevamenti in pianura con il loro impatto di smaltimento di liquami con concentrazioni altissime).<br />
Tutto questo l&#8217;etichetta di un cibo che compriamo non ce lo dice. Il prezzo di un cibo non ce lo dice. E&#8217; il paradigma dell&#8217;agricoltura industriale basato sul crescente uso di imputs tecnologici, sulla disponibilità di petrolio fino ad oggi abbondante e poco caro, che ha come conseguenza una forbice sempre più divaricata tra l&#8217;enormità di energia applicata e l&#8217;energia ricavata. Paradigma dell&#8217;agricoltura industriale e paradigma del cibo, declinato nelle sue varianti del già pronto, dei salti in padella, dei bastoncini, delle panatine, delle sottilette, di spinacini in aria modificata. E&#8217; come se la carota, ma vale per la zucchina, la carne di pollo o di maiale siano occultati, nascosti, risucchiati nella nuova forma di merce, forma finale che inghiottisce l&#8217;altro: carote, zucchine, polli e maiali sono tutti uguali indipendentemente dalla loro qualità e dalle modalità di produzione.<br />
Alla fine tutto ciò che è stato occultato in tutto questo modello di cibo sono la terra, l&#8217;acqua, l&#8217;aria. Occultati i costi ambientali (economici) associati con questo sviuluppo dell&#8217;agricoltura, degradati a fattori trascurabili, inevitabili, un noioso effetto collaterale rinviabile, cui al massimo si può dare un valore in moneta, così da contabilizzarlo nel grande buco nero del PIL. Quella che potremmo definire la sindrome del Suv, ho i soldi, pago, dunque ho diritto a comprarmi un Suv per andare in città, occupare due posti al parcheggio e pagarne uno o consumare 4 volte e pagare il carburante allo stesso prezzo dell&#8217;autobus pubblico. Pagare, <strong>comprare il diritto di inquinare</strong>. Acquistare in Europa in Gennaio un mazzetto di asparagi che vengono dal Perù, o 50 grammi di prezzemolo tritato in una vaschetta di plastica che ha inquinato prima per essere prodotta e dopo per essere smaltita. pagare 29 € e 80 al chilo che cosa: il prezzemolo o la vaschetta?<br />
Tutto questo il prezzo della vaschetta di prezzemolo tritato non me lo dice e nemmeno il suo contraltare, il sacchetto di 3 chili di arance a 1 € e 50, raccolti dai <strong>nuovi schiavi, clandestini da 20 € al giorno</strong>.<br />
Perchè?<strong> Si può pagare il diritto di inquinare</strong> avendone i sodi?<br />
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