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In molte persone si è accentuata la sensazione che non siamo più protagonisti del nostro destino, in quanto immersi in un sistema globale che ogni tanto ci sommerge con le sue ondate speculative, con flussi migratori, con regole che ci impediscono di difendere le nostre produzioni.
La situazione è molto sgradevole, la nostra adesione alla WTO ci impedisce di mettere dazi sulle importazioni e dobbiamo subire la penetrazione di merci, spesso scadenti e nocive, che però costano meno e mettono in crisi strutturale interi settori produttivi con conseguenti fallimenti e crollo della occupazione.
Nel 2007-2008 la finanza pirata di oltreoceano ci vomitò addosso la speculazione dei subprime e dei derivati, vere e proprie truffe a cui abboccarono tutti, banche, enti locali, privati, fattore che depresse tutta l’economia europea, dalla cui caduta non ci si è più ripresi.
Oggi siamo esposti (con 1.901 miliardi di euro di debito pubblico) alla totale volontà speculativa di chi possiede i certificati di questo debito. Come può una nazione considerarsi libera e indipendente se può essere messa in bancarotta in ogni momento?
Il peso degli interessi che il nostro Tesoro paga ai detentori dei titoli (BOT-BTP-CCT) è insostenibile, e si deve ricorrere a sempre nuove emissioni con tassi di interesse sempre maggiori che finiscono per far lievitare ancora i 1.901 miliardi di euro di debito (metà posseduto da banche italiane e metà internazionali).
Da questa gabbia non si esce vivi. La ripresa economica non ci sarà perché sono troppi ormai i paesi che producono merci, anche sofisticate, con manodopera a basso costo, non investiamo nulla in ricerca e i nostri cervelli migliori vanno a produrre per altre economie, non abbiamo materie prime, l’Europa non esiste ed economicamente è fatta di paesi in concorrenza tra loro, e vi è una strategia internazionale che è favorevole a mettere in crisi i paesi deboli (Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna) per metterli sotto tutela, comperare i pezzi pregiati e decretarne il declino.
La globalizzazione conviene solo ai paesi forti, anche militarmente, come gli USA e la Cina, a quelli che possiedono grandi multinazionali, a quei paesi che offrono mano d’opera abbondante e a basso costo.
L’Italia non possiede nulla di tutto questo, e se la Cina con i suoi fondi sovrani comprasse il nostro debito pubblico, economicamente diventeremmo una provincia cinese.
Nel mondo solo Ecuador e Islanda hanno deciso di non pagare il loro debito e si sono sottratte allo strangolamento delle banche.
Anche in Italia, come in Grecia e negli altri paesi sotto attacco, vi è solo questa strada per uscire dall’impoverimento e dalla globalizzazione, a cui deve seguire l’uscita da FMI, Banca Mondiale, Nato, WTO, Unione Europea, interventi militari, moneta unica.
E’ chiaro che se non si ha un programma economico nuovo, ambizioso, alternativo, come quello di raggiungere l’autosufficienza energetica ed alimentare, con una rivoluzione tecnologica fatta in casa, dove si studia, si progetta, si produce, si realizza l’indipendenza dal petrolio, con la completa solarizzazione delle strutture produttive, delle case, delle auto, si imposta una agricoltura tutta biologica legata ai consumi interni, il declino e il fallimento sono strasicuri.
Chi non accetta questa possibilità di percorso alternativo alla globalizzazione ci deve spiegare come si esce da un debito di 1.901 miliardi di euro che oggi ci costa di interessi la bella cifretta di 75 miliardi di euro l’anno, solo per non farlo aumentare, senza parlare di come eliminarlo.
Se la discussione ha un senso bisogna entrare nel merito e proporre cose realistiche e fattibili rispetto alla situazione attuale.
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Nel caso non l’aveste notato, il mondo è sull’orlo di un’orribile crisi alimentare globale. In un dato momento, tutto questo potrà riguardare te e anche la tua famiglia. Potrebbe non avvenire oggi, e forse neanche domani, ma accadrà. Il tempo impazzito e i disastri naturali hanno sconvolto la produzione agricola in molte aree del globo negli ultimi due anni. Nel frattempo, i prezzi del petrolio hanno iniziato a impennarsi. L’intera economia globale è basata sulla possibilità di utilizzare enormi quantità di petrolio a basso costo per produrre economicamente il cibo e le altre merci, per poi trasportarli su vaste distanze.
Senza il petrolio a basso prezzo, i giochi cambiano. Il terreno arabile sta calando a tassi sconcertanti e i bacini acquiferi fondamentali di tutto il mondo vengono prosciugati a un ritmo folle. I prezzi mondiali del cibo hanno raggiunto i suoi massimi e continuano a salire in modo aggressivo. E allora cosa accadrà al nostro mondo quando centinaia di milioni di persone non riusciranno più a nutrirsi?….
La maggior parte degli Americani si è così assuefatta ai supermercati, da cui prelevano quantità industriali di cibo economico, che non riescono neppure a immaginare la vita che si incammina in un’altra direzione. Sfortunatamente, quell’epoca sta finendo. Ci sono tutte gli indizi possibili per capire che stiamo entrando in un’era dove non ci sarà abbastanza cibo per tutti. Quando la richiesta di cibo incrementa, i prezzi sono destinati a salire. E già ora stanno salendo. Diamo un’occhiata alle ragioni per cui un numero sempre maggiore di persone ritiene che un’imponente crisi alimentare sia all’orizzonte. Questi sono venti segnali che parlano di un’orribile crisi alimentare globale in arrivo…
#1 In base alla Banca Mondiale, 44 milioni di persone in tutto il mondo sono stati trascinati nella povertà estrema dallo scorso giugno a causa degli aumenti dei prezzi del cibo.
#2 Il mondo sta perdendo terreno coltivabile a un tasso eccezionale. Infatti, con le parole di Lester Brown, “un terzo della terra arabile del pianeta sta perdendo lo strato superficiale in modo più rapido di quanto non venga riformato dai processi naturali”.
#3 A causa dei sussidi statunitensi all’etanolo, quasi un terzo del mais coltivato negli USA è utilizzato per la produzione di carburanti. Tutto ciò mette in forte tensione il prezzo granturco.
#4 A causa della mancanza d’acqua, alcuni paesi nel Medio Oriente sono obbligati a confidare quasi totalmente sulle importazioni dei generi alimentari basici. Ad esempio, è stato stimato che non ci sarà più produzione di farina in Arabia Saudita dal 2012.
#5 Le falde freatiche in tutto il globo stanno calando di livello ad un tasso preoccupante a causa del sovrapompaggio. In base ai dati della Banca Mondiale, ci sono 130 milioni di persone in Cina e 175 milioni in India che si sono potuti nutrire grazie a cereali coltivati con l’acqua pompata dai bacini idrici a un ritmo maggiore del suo ripristino naturale. Cosa succederà quando l’acqua si esaurirà?
#6 Negli Stati Uniti, il sistematico abbassamento del bacino acquifero dell’Ogallala trasformerà il granaio d’America in una conca polverosa.
#7 Malattie come la ruggine dello stelo UG99 si sta diffondendo a tassi sempre maggiori in vasti segmenti della catena alimentare mondiale.
#8 Lo tsunami e la conseguente crisi nucleare in Giappone hanno reso vaste aree agricole della nazione inutilizzabili. Infatti, ci sono molti che credono che una porzione significativa del Giappone settentrionale sarà dichiarata inabitabile. Senza considerare il fatto che molti sono convinti del fatto che l’economia giapponese, la terza più importante del mondo, è probabile che per questa ragione abbia un collasso.
#9 Il prezzo del petrolio potrebbe essere il fattore-chiave in questa lista. Il modo in cui si produce il cibo è totalmente dipendente dal petrolio. Il modo con cui trasportiamo il cibo è totalmente dipendente dal petrolio. Quando si hanno prezzi del petrolio in impennata, l’intera catena alimentare diventa molto più costosa. Se il prezzo del petrolio continuerà a rimanere alto, avremo prezzi delle derrate molto più alti e alcune modalità di produzione del cibo non avranno più possibilità di esistere.
#10 In un dato momento il mondo potrà aver a che fare con una seria penuria di fertilizzanti. In base agli studiosi del “Global Phosphorus Research Iniziative”, non avremo abbastanza fosforo per soddisfare le richieste degli agricoltori fra 30 o 40 anni.
#11 L’inflazione dei prezzi del cibo ha già devastato molte economie del pianeta. Ad esempio, l’India sta facendo i conti con un’inflazione su base annua dei prezzi alimentari del 18 per cento.
#12 In base alle Nazioni Unite, il prezzo globale del cibo ha raggiunto un nuovo massimo in febbraio.
#13 In base alla Banca Mondiale, il prezzo globale del cibo è aumentato del 36% negli ultimi dodici mesi.
#14 Il prezzo della farina è quasi raddoppiato dalla scorsa estate.
#15 Il prezzo del mais è quasi raddoppiato dalla scorsa estate.
#16 Il prezzo della soia è salito di circa il 50% dallo scorso giugno.
#17 Il prezzo del succo di arancia è raddoppiato dal 2009.
#18 Ci sono circa tre miliardi di persone nel pianeta che vivono con l’equivalente di due dollari al giorno, o anche meno, e il mondo è sulla soglia di un disastro economico che si potrà verificare prima della fine di quest’anno.
#19 Il 2011 è già ritenuto uno degli anni più pazzi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le rivoluzioni che hanno sconvolto il Medio Oriente, gli Stati Uniti si sono precipitati nella guerra civile libica, l’Europa che vede davanti a sé un collasso finanziario e il dollaro statunitense in fin di vita: niente di tutto ciò può essere considerato una buona notizia per la produzione mondiale di cibo.
#20 Ci sono voci persistenti che avremo penurie da parte di qualche grande fornitore di cibo d’emergenza negli Stati Uniti. Ciò che segue è un estratto dal recente “allarme rosso” postato su Raiders News Network….
Guardati attorno. Leggi le notizie. Vedi come le più grandi fabbriche di cibo, di iodato di potassio e altri produttori di generi d’emergenza chiudono i loro negozi on-line e pubblicano informazioni, come quelle del sito ufficiale di Mountain House e di Thyrosafe, dove spiegano che, a causa della domanda soverchiante, per il momento chiudono i battenti, sperando di riaprire in futuro.
Cosa significa tutto ciò? Significa che manca poco tempo. Per anni, tante Cassandre hanno strillato e parlato di una crisi alimentare in procinto di verificarsi. Bene, arrivati a questo punto non dobbiamo allarmarci più di tanto. I prezzi del cibo sono iniziati a salire, ma la verità è che i nostri magazzini sono ancora ricolmi fino al soffitto di una gigantesca quantità di cibo spazzatura.
Comunque, bisogna essere proprio idioti per non aver visto i segnali premonitori. Basta guardare a cosa è successo in Giappone dopo l’11 di marzo. Gli scaffali dei negozi sono stati spazzolati quasi all’istante. Non avverrà oggi, e probabilmente non avverrà domani, ma una crisi alimentare da record ci colpirà pesantemente. Cosa farete, tu e la tua famiglia? Sarebbe bene cominciare a pensarci.
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La nuova crisi dei prezzi alimentari, secondo la Fao ancor più grave di quella del 2007/2008, rischia di scatenare sommosse popolari e carestie come accadde tre anni fa. In Tunisia e Algeria, l’impennata dei prezzi di farina, zucchero e altri generi alimentari – sommata alla crescente disoccupazione – ha innescato rivolte che hanno già causato decine di morti. Oggi sappiamo che queste crisi non sono naturali, ma frutto di ciniche speculazioni finanziarie e manovre commerciali.
Gli incendi in Russia, le inondazioni in Australia e la siccità in Argentina vengono ufficialmente indicati come cause della crisi: raccolti distrutti, crollo dell’offerta, boom dei prezzi. Ma le numerose indagini seguite alla crisi di tre anni fa hanno dimostrato che i fattori naturali sono solo pretesti usati per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica fenomeni del tutto artificiali.
Nell’estate 2009 il ‘Rapporto Levin-Coburn’ della sottocommissione permanente d’indagine del Senato americano dimostrò, dopo un anno di studi, che il rialzo dei prezzi alimentari non aveva avuto nulla a che vedere con la scarsità delle scorte alimentari provocate da fattori naturali né con problemi nella catena dei rifornimenti: la causa andava ricercata in spregiudicate manovre finanziarie speculative.
Un anno dopo, nell’estate 2010, la prestigiosa rivista americana Harper’s pubblicò un’approfondita inchiesta intitolata ‘La bolla alimentare: come Wall Street ha affamato milioni di persone e l’ha fatta franca’, nella quale venivano descritti nel dettaglio i fondi d’investimento speculativi messi appunto dai trader della Goldman Sachs assieme agli strateghi di multinazionali agroalimentari Usa come Cargill e ConAgra: miliardi di dollari di profitti al prezzo di carestie e rivolte.
Ulteriori inchieste, studi e documenti, hanno infatti rivelato che la crisi mondiale dei prezzi alimentari del 2007/2008 non fu solo frutto di speculazione finanziaria, ma anche di strategie commerciali volte a promuovere il business Usa degli Ogm nei paesi in via di sviluppo. Dopo la crisi, le corporation americane del settore fecero enormi profitti vendendo le loro sementi geneticamente modificate come soluzione al problema della sicurezza alimentare.
Una strategia portata avanti con il sostegno del governo di Washington, grazie all’intermediazione delle potenti lobby dell’industria agroalimentare americana. Un cablogramma di WikiLeaks rivela le pressioni del Dipartimento di Stato Usa sui governi africani affinché ”accettino l’importazione di cibo geneticamente modificato e la propagazione di coltivazioni geneticamente modificate”.
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L’ultimo furto ai danni dell’Africa? La terra. Il continente nero sta diventando l’orto semi-gratuito degli speculatori: Occidente, nazioni emergenti e pirati economici internazionali stanno acquisendo a prezzi stracciati milioni di ettari, con la complicità dei governi locali corrotti. E’ l’allarme lanciato a Torino da “Terra Madre”, vertice mondiale delle “comunità del cibo”. Antonio Onorati, presidente della Ong “Crocevia”, chiede al più presto «una moratoria sugli acquisti di terreno in Africa da parte degli operatori stranieri». Obiettivo peraltro condiviso dalla Fao, che chiama le organizzazioni sociali e contadine ai negoziati coi governi di tutto il mondo per riscrivere le regole a tutela della sovranità alimentare.
Nel solo 2009, sottolinea la Banca Mondiale, in tutto il mondo circa 45 milioni di ettari di terreno coltivabile hanno cambiato di proprietà. Una cifra enorme, ricorda Onorati, pari a una volta e mezzo la superficie dell’Italia. Il fenomeno è conosciuto come “land grabbing”, “presa di possesso della terra”, ma la definizione rischia di cadere nell’eufemismo. In realtà, tuona il presidente di Slow Food Carlo Petrini, si tratta di una corsa senza freni all’accaparramento delle risorse. Una vera e propria “caccia alla terra”, che segue «una logica colonialista, imperialista e criminale: l’Africa non è il nostro orto, è l’orto degli africani», anche se i leader del G20 vedono le cose in modo molto diverso.
Secondo le stime Onu, l’Africa possiederebbe (o forse dovremmo dire “ospiterebbe”) almeno 700 milioni di ettari destinabili all’agricoltura. Di questi, tuttavia, appena il 7% riceve irrigazione e solo 4% è soggetto a una coltura di qualche genere. Il Continente, in altre parole, avrebbe a disposizione un potenziale agricolo spaventoso che, se da un lato stona clamorosamente con il persistente problema della fame, dall’altro alimenta i sogni di ricchezza dei Paesi importatori. Entro il 2050, la crescita demografica dovrebbe portare la popolazione mondiale a sfondare quota 9 miliardi: bel problema, visto che le risorse naturali, a cominciare da quelle alimentari, rischiano seriamente di non tenere il passo con questa espansione.
I cinesi se ne sono già accorti, visto che dal 2008 hanno iniziato ad importare cibo per far fronte a una domanda che il mercato interno, da solo, non è più in grado di soddisfare. L’India e i Paesi del Golfo hanno seguito a ruota investendo massicciamente in Africa, dove la terra costa pochissimo: non più di 500 dollari per ettaro, venti molte meno che in Europa. Solo due anni fa, la multinazionale coreana Daewoo si è portata via 1,3 milioni di ettari del Madagascar. Dietro alla grande corsa, però, non ci sono solo i governi stranieri. Da almeno tre anni infatti quello del “land grabbing” è diventato uno degli affari prediletti della grande finanza: investimenti classici come i fondi pensione che ora si rifugiano nel business della terra, più stabile e sicuro, e autentiche operazioni di pirateria speculativa.
«Dopo aver guadagnato miliardi di dollari con l’impennata dei prezzi dei cereali tra il 2007 e il 2008», scrive “Il Fatto Quotidiano”, ora gli speculatori «contano di replicare ancora la scommessa vincente». Circa un anno e mezzo fa, il finanziere d’assalto Ian Watson aveva espresso il concetto in modo estremamente chiaro. «Quando guadagnano più soldi – aveva affermato – gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo non acquistano un televisore con megaschermo; acquistano più cibo». “Agrifirma”, il fondo di Watson, controllava all’epoca già centomila acri di terra in Brasile. All’inizio del 2009, un gruppo di investitori guidato dalla famiglia Rothschild e dal finanziere Jim Slater ha immesso nel fondo oltre 150 milioni di dollari con un solo obiettivo dichiarato: comprare quanta più terra possibile.
Nei Paesi africani, ovviamente, la complicità dei leader politici diventa essenziale. Il governo etiope, ricorda oggi Nyikaw Ochalla, direttore della londinese “Anuak Survival Organization”, difende la sua apertura agli investimenti stranieri dipingendola come una strategia utile per lo sviluppo dell’agricoltura locale e la riduzione della dipendenza dagli aiuti esteri. La realtà però è ben diversa, avverte il “Fatto”: «Il governo “vende la terra per niente, praticamente la regala”, e poco importa che i nuovi padroni scelgano di eliminare le colture alimentari per dedicarsi al business dei fiori e dei biocarburanti. Quanto al cibo prodotto, sottolinea ancora Ochalla, c’è poco da farsi illusioni. E’ tutto destinato all’export». Che ne sarà dei negoziati Fao sui diritti dei contadini poveri, che si concluderanno tra un anno?
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Nonostante la ricca diversità di cibo che si trova nel mondo, un quarto della popolazione sta morendo di fame. Oggi la fame è un problema di massa in molte parti dell’Africa, dell’Asia e del Sud America e il futuro non promette nulla di buono. La popolazione globale ha una tendenza di crescita di 90 milioni per anno per i prossimi 40 anni e i più recenti studi prevedono gravi carestie globali che condurranno alla fame su una scala senza precedenti. Questa miseria è un risultato diretto della nostra brama di mangiare carne. I bambini nel mondo sottosviluppato muoiono di fame in prossimità di campi coltivati ad alimenti destinati all’esportazione come foraggi per gli animali, per supportare la civiltà “affamate di carne” del mondo ricco. Mentre milioni di esseri umani muoiono, più di un terzo della produzione di cereali del mondo e metà della produzione di pesce sono impiegati per alimentare gli animali nei paesi ricchi .
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Negli ultimi anni ad Ostuni sono nati moltissimi asili nido tutti rigorosamente in spazi ristretti e chiusi tra quattro mura. Non parliamo poi delle scuole materne in strutture perfettamente idonee a crescere dei minitopi d’ufficio. Eppure da queste parti non sarebbe difficile realizzare qualcosa di diverso come quello descritto nel riquadro qua sotto. Quando si dice “inventarsi un lavoro” o “aiutare l’agricoltura”.
Più di tre genitori su quattro sognano di far crescere i propri figli in un agriasilo: un ambiente semplice, familiare e naturale dove giocare all’aria aperta con piante e animali e gustare merende e colazioni genuine. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Swg realizzata in occasione di ‘Far crescere il futuro’, l’evento organizzato a Palazzo Rospigliosi da Donne Impresa della Coldiretti per presentare la pù’ rivoluzionaria innovazione nei processi formativi e di crescita del talento introdotta in Italia per iniziativa di giovani imprenditrici agricole che hanno trasformato le proprie fattorie in asili grazie alle nuove normative.
“Si tratta di una concreta dimostrazione della modernità dell’attività agricola nella società contemporanea dove si avverte la necessità di ricostruire un rapporto con il mondo reale che è un patrimonio delle nostre imprese che sono impegnate a farlo conoscere anche con l’offerta di servizi innovativi resi possibili dalle nuove leggi sulla multifunzionalità”, ha detto il presidente di Coldiretti, Sergio Marini.
La rapida diffusione degli agriasilo è dimostrata dalle quasi cento iniziative in cantiere, molte delle quali si sono già trasformate in realtà in varie regioni, soprattutto Veneto, Piemonte, Trentino e Friuli.
Con il termine agrinido si intende una struttura di accoglienza all’interno di una azienda agricola per bambini fino a 3 anni di età mentre l’agriasilo coinvolge i piccoli dai 3 ai 6 anni. In base alla normativa vigente, che fissa il numero massimo di bambini in relazione alla metratura dei locali, si tratta spesso di piccole classi alle quali vengono garantite le appropriate cure quotidiane (pranzo, sonno, cambio) ma con più tempo all’aria aperta a contatto con la natura, in una sorta di palestra verde dove coltivare le piante, socializzare con gli animali, imparare a conoscere i ritmi della natura e i principi di una alimentazione sana.
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L’agricoltura da alcuni anni è in crisi profonda, una crisi strutturale, diffusa. Il comparto agroindustriale, nonostante le sue numerose criticità, fa notizia solo in caso di rialzi ingiustificati dei prezzi, di scioperi degli agricoltori o per i numerosi scandali legati ai suoi prodotti: mucca pazza, cibo alla diossina, olio adulterato, vino sofisticato, carne agli ormoni, OGM, in un preoccupante susseguirsi di disastri alimentari.
Da alcuni anni siamo in presenza di un preoccupante calo dei prezzi alla produzione a cui corrisponde una esplosione dei prezzo dal campo alla tavola. Chi acquista un chilogrammo di pesche paga in media un prezzo del 200-400% in più rispetto al prezzo pagato all’agricoltore.Nel maggio del 2009 una pesca di varietà Rich May o una nettarina Rita star venivano pagate all’agricoltore € 0,45 centesimi e rivendute sui banchi della Grande Distribuzione a € 3,98 e € 2,79 con un rincaro del 784% e del 633%.In Italia il prezzo dei prodotti agricoli è determinto dalla Grande Distribuzione Organizzata che controlla il 70% delle vendite.
Il reddito derivante dalle attività agricole è sistematicamente inferiore alla media dei settori extragricoli e la sopravvivenza delle famiglie che vivono di agricoltura dipende da redditi extra aziendali, come i sussidi di disoccupazione.Ogni giorno in Europa chiudono 600 aziende agricole e nei prossimi 4 anni 750 mila lavoratori agricoli rischiano di scomparire.Nel 2009 a San Ferdinando di Puglia le pesche sono state pagate agli agricoltori in media 33 centesimi di euro al kg., a fronte di un costo di produzione che oscilla dai 36 ai 40 centesimi.La dinamica dei prezzi al ribasso ingenera un circolo perverso che spinge gli agricoltori a produrre al costo più basso possibile, con le conseguenze negative sulle qualità dei prodotti che questo comporta.
L’agricoltura non può essere ridotta a pura competizione sul mercato. La produzione di beni agroalimentari e la salvaguardia del territorio rurale hanno una funzione sociale che va tutelata. Ma la politica stenta a mettere i problemi dell’agricoltura al centro della propria agenda perché il settore agricolo impiega solo il 5% della popolazione e produce meno del 3% del PIL.
Nel 2001 la Legge costituzionale n. 3 consente ai Comuni di intervenire in materia di agricoltura rendendo possibile per il Sindaco autocertificare e garantire con un marchio di qualità i suoi prodotti, dicendo dove, chi, come a quale prezzo si produce.Il marchio comunale De.Co non è incompatibile con le denominazioni Europee IGP o DOP ed aprirebbe numerose opportunità di visibilità dei prodotti tipici.I mercati in futuro pretenderanno una qualità dei prodotti sempre maggiore. Oggi l’agricoltura produce molta quantità ma con che qualità? Negli ultimi 50 anni l’agricoltura convenzionale ha fatto un uso massiccio ed incontrollato di pesticidi con un forte impatto ambientale e deleteri effetti per la salute umana. Il consumatore ha il diritto di scegliere prodotti sicuri e privi di residui e l’agricoltore ha il dovere di fornirli. Nei consumatori è cresciuta la sensibilità verso i temi ecologici e la consapevolezza dei pericoli legati al consumo di cibo con presenza di residui. Il Dossier “Pesticidi nel piatto 2009” di Legambiente evidenzia che il 47% delle frutta consumata dagli italiani contiene uno o più residui di pesticidi. (dati: ARPA). L’agricoltura integrata è basata su un uso oculato dei prodotti chimici e su una maggiore attenzione alla qualità dei prodotti, alla salute dell’uomo e dell’ambiente. L’agricoltura integrata è un passaggio intermedio nel lento processo di evoluzione della pratica agricola verso la moderna agricoltura biologica. Ma c’è ancora molta strada da fare perché nella maggior parte dei casi l’agricoltura integrata non realizza nessuna diminuzione dei pesticidi di sintesi usati e si riduce ad un semplice elenco di pesticidi chimici ammessi. La Comunità Europea prevede dal 1 gennaio 2014 l’obbligo per le aziende agricole di applicare i principi della difesa integrata delle colture agricole. La parte più dinamica ed intraprendente del mondo agricolo si è organizzato per resistere alla crisi e al ruolo preponderante della Grande Distribuzione.
Negli ultimi anni si è registrata in Italia l’apertura di 500 Farmer market e mercati contadini, che rappresentano lo sbocco naturale per i produttori che vogliono tagliare le intermediazini inutili con la filiera corta e la vendita diretta. In questi anni in Italia si è avuta una grande diffusione dei Gruppi d’Acquisto Solidale o GAS con 600 gruppi sparsi in quasi tutte le regioni italiane. I gruppi d’Acquisto sono composti da consumatori attivi che per scelta etica decidono di dare risposte concrete alla crisi agricola e alla crisi ambientale, scegliendo un consumo più conforme a criteri ecologici e di equità sociale. I membri del GAS effettuano acquisti collettivi direttamente dai produttori di cibo locale, da agricoltura biologica e con imballaggio ridotto, da ridistribuire tra loro.L’agricoltura intensiva di quantità è giunta al capolinea. Sta nascendo un grande movimento contro la malalimentazione, una nuova coscienza nei produttori e nei consumatori che muove nella direzione dell’alta agricoltura e del consumo consapevole, rispettoso dell’uomo e dell’ambiente.Sta agli agricoltori e ai consumatori orientare le proprie scelte produttive e di consumo alla ricerca dell’alta qualità e dell’etica, dando forma ad un nuovo modello di società della decrescita e del benessere per tutti.
“Ditemi qual è l’agricoltura che praticate e vi dirò in che società vivete”. Francois Dufour
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Le scelte di politica energetica sono certamente un tema predominante in questa campagna elettorale solo che a sentir parlare certi candidati mi viene il dubbio che le idee non siano del tutto chiare, comprensibili e soprattutto condivisibili.
Ma andiamo con ordine e parliamo subito del Nucleare che viene sempre citato con al fianco la sequenza “nel nostro territorio”. Capisco bene che è una campagna elettorale per il governo delle Regioni ed è quindi doveroso fare riferimento al territorio per ogni argomento, quello che invece mi lascia un pò perplesso sono le motiviazioni che poi si espongono contro l’ipotesi nucleare. Puntando al No al nucleare nei nostri territori si passa il messaggio che questo tipo di centrali non vadano bene nella nostra regione perchè è già abbastanza inquinata, perchè in contrasto con le vocazioni turistiche ed agricole su cui si è molto investito in questi ultimi anni o perchè gia produciamo molta più energia di quella che consumiamo. In realtà di motivi per contrastare il nucleare ce ne sono molti e nessuno è vincolato ad un determinato territorio: è poco efficiente, è economicamente svantaggioso, l’uranio è scarso e presente solo in pochi paesi, nessuno ha ancora trovato una soluzione al problema delle scorie, non favorisce l’autonomia energetica mentre favorisce il conflitto tra nazioni, etc. Sarebbe opportuno far passare questi messaggi affinché sia l’Italia intera a rigettare questa nefasta ipotesi reintrodotta nonostante un referendum popolare lo aveva già vietato anni fa.
Un altra aspetto su cui bisogna fare attenzione sono i termini usati nei discorsi e nelle interviste. Diffidate di chi parla di energie pultite (molti sostengono che anche il nucleare e il carbone sono puliti), ma anche di chi parla di fonti alternative che non necessariamente sono quelle rinnovabili. Anche quando trovate qualcuno che parla di rinnovabili se potete cercate di capire cosa intende perchè le campagne elettorali sono come le campagne pubblicitarie e, anche se non lo vedete, nella maggior parte dei casi da qualche parte c’è sempre l’asterisco.
Infine vale la pena dire due parole sul fotovoltaico, in particolare su quello che viene realizzato nei terreni agricoli. Un problema serio che se non afrontato con lungimiranza, serietà e competenza poterà irreparabili conseguenze alle future generazioni; migliaia di richieste per realizzare questo tipo di impianti sono state gia depositate nei vari uffici competenti. Dire che non si vogliono questi impianti sui terreni agricoli non vuol dire nulla così come non vuol dire nulla sostenere vincoli paesaggistici o di altro tipo per impedirli. Tutto ciò non ha alcun significato perchè non affronta i veri problemi della questione. In primis perchè gli agricoltori svendono i loro territori a questi speculatori? Forse perchè l’agricoltura è sempre più un attività che non rende e quindi gli agricoltori abbandonano i propri campi perchè non hanno alcuna convenienza a coltivarli. Quindi non è il fotovoltaico che uccide l’agricoltura ma semmai approfitta di questo settore agonizzante ormai in fase terminale e quindi forse sarebbe il caso di proporre politiche più idonee al vero problema invece che proporre i soliti e facili vincoli. Il secondo aspetto invece da prendere in seria considerazione sono gli incentivi a favore del fotovoltaico che invece di favorire i piccoli produttori, i privati e gli impianti sulle civili abitazioni, ha invece favorito i soliti speculatori. Forse facendo pressioni a livello centrale si potrebbe proporre delle modifiche legislative per rimediare a questi effetti.
In realtà si cavalcano questi temi col solo intento di vendere un prodotto: la loro elezione.
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E’ di Dicembre 2008 la pubblicazione del Rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca sull’ambiente), organismo pubblico che si occupa tra l’altro di monitorare l’impatto sull’ambiente dei prodotti chimici usati dall’agricoltura. Secondo il rapporto il 57,3% delle acque superficiali (fiumi e laghi) sono contaminate da pesticidi, di cui il 36,6% oltre i limiti previsti per le acque potabili. Per quanto riguarda le falde sotterranee sono contaminate il 31,5% di quelle controllate.
Alcune sostanze sono mutagene o cancerogene, alcune interferenti endocrini, ovvero alterano l’equilibrio ormonale. Altre sono definite come persistenti bioaccumulatori tossici (Ptb), sostanze che si degradano lentamente nell’ambiente e si installano nel grasso umano e animale. Nel 17% delle acque è stata risontrata Atrazina, un famoso erbicida usatissimo in pianura padana, vietato 17 anni fa, ma ancora, come si vede, presente, a dimostrazione che l’ambiente fatica a metabolizzare 50-60 anni di pesticidi.




















