Archive for Uncategorized
Abbiamo parlato diverse volte dei costosissimi cacciabombardieri F-35 da 100 milioni di euro cadauno e del fatto che il nostro paese intende acquistarne ben 131 per la considerevole cifra di circa 13 miliardi. E abbiamo anche detto che il contratto di acquisto, non ancora formalizzato, potrebbe essere annullato senza alcun onere per il nostro paese ma che purtroppo l’incremento delle spese militari è una costante di tutti gli schieramenti politici nostrani. Adesso viene fuori che questi aerei non solo costano un occhio della testa ma sono pure difettosi. Pensate che questo faccia rivedere ai nostri politici le scelte fatte? Io no, piuttosto sono abbastanza convinto che ci chiederanno di far fronte ai maggiori costi che questi difetti comporteranno.
Dal Fatto quotidiano.
Il supermoderno, super-tecnologico, supersofisticato e supercostoso cacciabombardiere F 35 Joint Strike Fighter non funziona come dovrebbe. Non lo dice qualche prevenuto contestatore del progetto o qualche pacifista oltranzista. Lo scrive il Pentagono in una nota interna di cui ha dato notizia l’agenzia Afp e che il Fatto ha potuto consultare. È un bel guaio che ci riguarda da vicino. L’F 35 non è solo il più gigantesco e caro programma attualmente avviato dalla Difesa Usa capofila di un gruppo di paesi, con un valore stimato di 385 miliardi di dollari. Anche l’Italia è direttamente interessata alle sorti di quel velivolo perché partecipa alla sua realizzazione, anche se in misura modesta e soprattutto sta per acquistarne la bellezza di 131 esemplari con una spesa preventivata eccezionale: oltre 15 miliardi di euro fino al 2026.
SENZA CONTARE gli elevatissimi costi di esercizio. Secondo il sito Altreconomia che riporta i risultati di uno studio dell’ufficio di analisi economiche dal Parlamento canadese, tra manutenzione e gestione ogni F 35 costa nell’arco di vita preventivato la bellezza di 450 milioni di dollari. Che moltiplicato per il numero di aerei che l’Italia vorrebbe acquistare fa un po ’ meno di 60 miliardi di dollari, 45 miliardi di euro. Il fatto che oltretutto l’aereo prodotto dalla Lockheed Martin non funzioni al meglio e che quindi siano necessari aggiustamenti per farlo volare in sicurezza e con le migliori prestazioni comporta inevitabilmente un perfezionamento dei progetti e dei programmi di produzione e implica un aggravio di costi. Di quanto, al momento è impossibile dire, ma i difetti indicati dalla commissione di studio messa al lavoro dal dipartimento della Difesa Usa non s Crisi F35 ono per niente marginali e questo fa supporre che i cambiamenti necessari in corso d’opera possano risultare seri e assai cari. Ovvio che questi costi suppletivi finiscano per incidere sul prezzo finale del cacciabombardiere. L’Italia potrebbe quindi trovarsi di fronte alla sgradevole situazione di dover sborsare altri soldi oltre quelli previsti, per di più in una fase in cui ai cittadini il governo sta chiedendo sacrifici durissimi. Dal momento che la decisione definitiva sull’F 35 non è stata ancora presa, che il governo è cambiato, che c’è un nuovo ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola e il contratto di acquisto non è stato ancora perfezionato, questa potrebbe essere l’occasione per un ripensamento complessivo. Anche perché, indipendentemente dai costi rilevanti, molti nutrono seri dubbi sull’opportunità per la Difesa italiana di dotarsi di un’arma del genere, con caratteristiche non in linea con il nostro modello militare difensivo.
IL PROGETTO dell’F 35 sembra nato sotto una cattiva stella. Sono anni che va avanti tra problemi tecnici a ripetizione, ritardi rispetto ai tempi programmati e aggravi di spesa continui. All’inizio il costo di ogni velivolo era stato preventivato in 80 milioni di dollari, ma prima ancora che sia pienamente avviata la produzione è salito di almeno 50 milioni calcolando il costo medio delle tre tipologie di velivolo programmate. La nota del Dipartimento americano della Difesa è il risultato di un lavoro di studio affidato a una “piccola squadra”, avviato il 28 ottobre e terminato nei giorni scorsi. Ufficialmente si chiama Quick Look Review, cioè esame veloce, ma in realtà è un rapporto assai dettagliato di 55 pagine, compresi numerosi grafici e tabelle. La conclusione è sorprendente perché i tecnici raccomandano un “riesame serio dell’organizzazione della produzione”. La nota mette in evidenza numerosi difetti tra i quali le vibrazioni e gli scossoni constatati durante i voli di prova che comporterebbero problemi non da poco per l’affaticamento eccessivo dei piloti. Tra i vizi individuati ne emergono cinque, tra i quali il più significativo appare quello del meccanismo di aggancio della coda nella versione C che non consentirebbe di eseguire atterraggi sulle portaerei. Tutti gli otto test di atterraggio eseguiti sarebbero falli-ti. Per gli F 35, l’Italia ha già speso circa 2 miliardi e mezzo di euro. Quasi 2 miliardi per lo sviluppo del progetto e il conseguente passaggio alla fase industriale, più 600 milioni per l’ampliamento e l’ammodernamento dello stabilimento di Cameri in provincia di Novara. In quei capannoni l’Alenia della Fin-meccanica produrrà l’ala sinistra del cacciabombardiere e assemblerà quella parte di velivoli destinati all’Europa e non prodotti direttamente dalla Lockheed Martin negli Stati Uniti.
Ti potrebbero interessare anche:
Secondo Jean-Claude Trichet, il presidente della Banca centrale europea, nonostante le finanziarie di lacrime e sangue la crisi del debito avrebbe ormai raggiunto una dimensione sistemica. Il Fondo monetario internazionale raccomanda una riduzione drastica delle spese sociali e avverte i paesi europei che il risanamento sarà molto doloroso.
La Grecia ci fa capire che un paese può fare bancarotta, che l’ipotesi di un mancato pagamento dei debiti pubblici non costituisce più uno scenario impossibile. L’Italia come la Grecia?
Austerità, austerità, senza austerità i governi rischiano la bancarotta. E così arriva l’aumento dell’età pensionabile, cresce il numero delle persone che perdono il lavoro, diminuiscono i salari e la precarietà diventa la nuova normalità.
Nel “Rapporto 2011 su Povertà ed esclusione sociale in Italia” si dice che 8 milioni e 272mila italiani sono in situazione di povertà relativa, il 13,8% dell’intera popolazione. Il ministro Berlusconi avverte che non ci sono soldi.
“Stiamo cercando di inventarci qualcosa” continua il brillante presidente del Consiglio. Che cosa? Gli arresti differiti e i fermi preventivi, l’ uso di coloranti negli idranti antisommossa?
Il governo dice che di soldi non ce ne sono, che lavoratori e disoccupati devono pagare la crisi del sistema, e che se vogliono manifestare devono dare garanzie patrimoniali.
Come spendere allora il denaro pubblico? Siglando contratti che aumentano le spese militari come quello con la General Atomics Aeronautical Systems per l’acquisto 3 UAV Reapter dal valore di 10 miliardi di euro. E badate che non sono scelte del passato, colpe di precedenti governi, no il contratto è stato firmato il 17 Ottobre, tre giorni fa.
Questi miserabili che firmano questi contratti sono gli stessi che a reti unificate continuano a condannare la violenza. Avanti così mi raccomando, tutti in fila e soprattutto in silenzio.
Ti potrebbero interessare anche:
Prendete una scatola di cartone e chiudeteci dentro dei micetti. Adesso con tutto il vostro peso saltateci sopra finché non sentite le ossicine scricchiolare e l’ultimo miagolio spegnersi. Diffondete il video di questa azione e immediatamente vedrete alzarsi a gran voce l’indignazione generale per questa orripilante, quanto disumana, azione. Nella striscia di Gaza tra il dicembre 2008 e Gennaio 2009 è avvenuta esattamente la stessa cosa. Un intero popolo confinato in un fazzoletto di terra è stato assediato e bombardato per una ventina di giorni dall’esercito più potente del mondo. Il tutto nell’assordante silenzio del mondo intero.
Migliaia di morti, al 90% civili, quasi la metà bambini e decine di migliaia di feriti sono il risultato dell’operazione militare “piombo fuso” messa in atto dal potente esercito militare di Israele a danni del popolo Palestinese chiuso nel suo fazzoletto di terrà. In quei giorni nessuno ha potuto raggiungere quei luoghi, ne le organizzazioni umanitarie per dare assistenza medica-sanitaria ne i giornalisti che avrebbero potuto raccontare e diffondere nel mondo le notizie e le immagini di quel massacro. Era però sul posto Vittorio Arrigoni, il giornalista divenuto famoso dopo essere stato brutalmente assassinato, che quotidianamente inviava resoconti di quello che accadeva.
Nell’aria acre odore di zolfo, lampi spezzano il cielo inframmezzando fragorosi boati. ormai le mie orecchie sono sorde dalle esplosioni e i miei occhi aridi di lacrime dinanzi ai cadaveri. Mi trovo davanti all’ospedale di Al Shifa, il principale di Gaza, ed è appena giunta la terribile minaccia che Israele avrebbe deciso di bombardare la nuova ala in costruzione. Non sarebbe una novità, ieri è stata bombardata la clinica Wea’m. Insieme ad un deposito di medicinali a Rafah, l’università islamica (distrutta), e diverse moschee sparse per tutta la Striscia. Oltre a decine di infrastrutture civili. Pare che non trovando più obiettivi “sensibili”, l’aviazione e la marina militare si dilettino nel bersagliare luoghi sacri, scuole e ospedali. E’ un 11 settembre ad ogni ora, ogni minuto da queste parti, e domani è sempre un nuovo oggi di lutto, di disperazione sempre uguale. Si avvertono gli elicotteri e gli aerei costantemente in volo, quando vedi il lampo sei già spacciato, è troppo tardi per mettersi in salvo. Non esistono bunker anti bombe lungo tutta la Striscia, nessun posto è sicuro. Non riesco a contattare più amici a Rafah, nenache quelli che abitano a nord di Gaza City, spero solo perchè le linee sono intasate. Ci spero. Sono 60 ore che non chiudo occhio, e come me, tutti i gazawi.
Ieri con tre compagni dell’Ism abbiamo trascorso la nottata all’ospedale di Al Awda nel campo profughi di jabalia. Ci siamo andati perchè temevamo la tanto paventata incursione di terra che poi non si è verificata. Ma i carri armati israeliani stazionano pronti lungo tutto il confine della Striscia, i loro cingoli pare si metteranno in funerea marcia questa notte. Verso le 23.30 una bomba è precipitata a circa 800 metri dall’ospedale, l’onda d’urto ha mandato in frantumi alcune finestre, aggravando le condizioni dei pazienti già feriti. Un’ambulanza si è recata sul posto, hanno tirato giù una moschea, fortunatamente vuota a quell’ora. Sfortunatamente, anche se non di sfortuna si tratta, ma di volontà criminale e terroristica di israele nel compiere stragi di civili, l’esplosione ha travolto anche l’edificio adiacente alla moschea, distruggendolo.
Abbiamo visto tirare fuori dalle macerie i corpi di sei sorelline; 5 sono morte, una è gravissima. Hanno adagiato le bambine sull’asfalto carbonizzato, e sembravano bamboline rotte, buttate via perchè inservibili.Non è un errore, è volontario cinico orrore. Siamo a quota 320 morti, più di un migliaio i feriti, secondo un medico di Shifa il 60% è destinato a morire nelle prossime ore, nei prossimi giorni di una lunga agonia. Decine sono i dispersi, negli ospedali donne disperate cercano i mariti o i figli da due giorni, spesso invano. E’ uno spettacolo macabro all’obitorio. Un infermiere mi ha raccontato di una donna palestinese che, dopo ore di ricerca fra i pezzi di cadaveri conservati nelle celle frigorifere, ha riconosciuto suo marito da una mano amputata. Tutto quello che di suo marito è rimasto, e la fede ancora al dito dell’amore eterno che si erano ripromessi. Di una casa abitata da due famiglie rasa al suolo è rimasto ben poco dei corpi umani seppelliti sotto. Ai parenti hanno mostrasto mezzo busto e tre gambe.
Qualcuno fermi questo incubo. Rimanere immobili in silenzio significa sostenere il genocidio in corso. Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo “civile”, in ogni città, in ogni piazza, sovrastate le nostre urla di dolore e terrore. C’è una parte di umanità che sta morendo in pietoso ascolto.
Restiamo umani.
Vittorio Arrigoni
Ti potrebbero interessare anche:
Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, ha chiesto ai giudici del tribunale di emettere un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità nei confronti del leader libico Muammar Gheddafi, del figlio Saif al Islam e del capo dei servizi libici Abdullah al Senoussi.
La Corte è competente a giudicare i crimini più efferati: crimine di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra e tutti quelli che sono definiti crimini internazionali dalla comunità intera.
Occorre precisare che non è stato spiccato un mandato di cattura (è stato richiesto sulla base di “evidenti prove” che non sono state specificate alla stampa) ed è bene sapere che il mandato di cattura può essere deciso non da Luis Moreno Ocampo ma soltanto dalla Camera per le indagini preliminari (sempre che nella richiesta di arresto preparata dall’ufficio del Procuratore vi siano gli elementi sufficienti e necessari per l’arresto).
Sul sito della Corte Penale Internazionale manca l’adesione della Libia.
Sono infatti 40 paesi che non ne hanno ratificato il trattato istitutivo. Fra questi, Israele e Stati Uniti hanno dichiarato di non avere intenzione di ratificarlo. Tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Regno Unito, USA, Cina, Russia) Russia e Cina, oltre agli USA, non hanno aderito alla Corte Penale Internazionale.
Lo Statuto della Corte Penale Internazionale prevede la sua competenza soltanto nei casi rispetto ai quali lo Stato dove è stato commesso il reato o quello di nazionalità dell’accusato ha accettato la sua giurisdizione.
Deve far riflettere il fatto che la prima denuncia per crimini contro l’umanità formulata alla neonata Corte penale internazionale abbia avuto come destinatario nientemeno che George W. Bush. “Dal 1945 l’uso della forza è consentito solo a scopo di autodifesa e solo autorizzato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu”, argomentò l’avvocato Joachim Lau, “sul piano giuridico quella all’Iraq è un’aggressione punibile secondo lo statuto della Corte penale internazionale”.
Ma Joachim Lau non è stato l’unico. Francis A.Boyle, professore di diritto internazionale all’ Università dell’Illinois, ha presentato una denuncia presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia contro i cittadini statunitensi George W. Bush, Richard Cheney, Donald Rumsfeld, Condoleezza Rice e altri per la pratica delle “extraordinary rendition” perpetrata su circa 100 persone.
Bush, non a caso, ha agito in modo che non venisse effettuata la ratifica della Corte Penale Internazionale da parte degli Stati Uniti.
E così siamo arrivati ad una situazione di stallo del diritto internazionale in quanto gli Stati Uniti (ma non solo loro) non ritengono legittima l’azione della Corte Penale Internazionale verso un proprio Presidente ma ovviamente il governo Usa ritiene pienamente legittimo che la Corte agisca verso Gheddafi.
Eppure difficilmente il procuratore capo Luis Moreno Ocampo riuscirà ad attribuire a Gheddafi più vittime di quelle che Bush ha causato in Iraq, stando alla documentazione fornita da Wikileaks (il sito ad esempio ha rivelato che gli Stati Uniti erano al corrente del ricorso alla tortura).
Ma senza andare a scomodare Wikileaks, basti il ricordo dell’uccisione di Nicola Calipari.
Secondo la magistratura italiana l’agente segreto italiano Nicola Calipari fu ucciso volontariamente, per fermarlo e impedirgli di portare a termine la sua missione: liberare la giornalista italiana Giuliana Sgrena.
Tutto è rimasto impunito.
In queste ore tutto questo non verrà detto da gran parte di quei mass media che risparmiano ai cittadini la fatica di pensare, di documentarsi e di fare raffronti.
Ti potrebbero interessare anche:
Quella cui stiamo assistendo è una rivoluzione con il condizionale: i rivoluzionari avrebbero preso il controllo di questa o di quell’altra città; l’aeroporto sarebbe nelle mani dei ribelli; alcuni reparti dell’esercito e della polizia sarebbero passati con i manifestanti; e, purtroppo, i morti sarebbero non si sa ancora quanti. Non sappiamo ancora se è Tripoli che assedia il Colonnello Gheddafi, oppure il contrario. L’unica cosa certa è la follia di un uomo che ha spalancato le porte dell’inferno sulla capitale libica. Chi non lo ama non merita la vita, chi non lo ama deve precipitare nell’inferno. Alla vertiginosa escalation della sua spietata retorica, Muammar Gheddafi affianca l’insana decisione di aprire gli arsenali militari: ogni libico devoto alla Rivoluzione, alla sua Rivoluzione, dovrà armarsi per uccidere i ribelli, i sostenitori della rivoluzione con la erre minuscola.
Siamo davvero alla fine della storia dell’uomo che ha dominato la Libia per quarantuno anni? Gheddafi, ha ancora la forza di apparire in strada e di arringare la folla come solo un dittatore è capace di fare. La figura di un Saddam Hussein impaurito, in fuga, è lontana anni luce dall’uomo che ha legato stretta a sé la sorte di un intero popolo, pronto a trascinarlo nel baratro pur di non arretrare di un solo passo. I manifestanti sono certi di avere la vittoria in pugno, che la caduta del rais è questione di ore e hanno già nella loro mente il finale di partita in quattro mosse: 1) La caduta del Colonnello; 2) Una Libia unita – e non la Cirenaica separata dalla Tripolitania; 3) un processo pubblico per i responsabili dei massacri – Gheddafi in testa, ovviamente; 4) un “Consiglio di saggi” che accompagni per mano il paese sulla soglia della libertà.
Osservando, però, l’atteggiamento degli organismi sovranazionali e internazionali, tutto farebbe presagire che la conclusione della tirannia non è così imminente. La riunione straordinaria della Nato che si “prepara a ogni eventualità”, l’Ue che spinge per l’istituzione di una No Fly Zone, il Consiglio di sicurezza dell’Onu che prepara le sanzioni (congelamento dei beni del clan Gheddafi, embargo alle forniture di armi, ricorso alla Corte penale internazionale per i crimini di guerra e contro l’umanità compiuti in Libia) e gli Stati Uniti, infine, che sospendono le attività di ambasciata e studiano sanzioni unilaterali, dimostrano che ormai Gheddafi è sì isolato dalla comunità internazionale in modo irreversible, ma anche che a Washington, Bruxelles e New York non credono che le oscure nuvole sopra il cielo di Tripoli siano passeggere. Se stiamo per assistere davvero allo scontro finale, probabilmente – accetto di buon grado il rischio di sbagliarmi – si tratterà di una lunga battaglia. Fino all’ultimo sangue.
Ti potrebbero interessare anche:
Vi ricordate della strada dei colli? Quello sciagurato progetto che distruggera una volta per tutte uno tra i più meravigliosi paesaggi del nostro territorio. Per quelli di poca memoria ricordo che trattasi di una strada progettata, dicono i suoi sostenitori, per collegare finalmente tra loro Ostuni e Cisternino, attraversando appunto quegli spettacolari colli che, guarda caso hanno pensato di crescere proprio tra le due cittadine. Una strada, vale la pena ricordarlo, che avrà una larghezza di 11 metri che consintirà di dare il via nella zona ad una speculazione edilizia come spesso siamo abituati a vedere nel nostro paese. Basta riflettere un attimo sulle motivazioni ufficiali di questo progetto. Perchè è indispensabile un collegamento tra le due cittadine quando ce ne sono già altri tre a disposizione?
“NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE” è il titolo del famoso romanzo di Erich Maria Remarque che ci viene in mente in questi giorni, mentre attendiamo la sentenza del TAR Lecce sulla “strada dei colli”. L’attesa, si sa, può essere logorante ma se è altrettanto vero che l’attesa non toglie la speranza, diventa quanto mai opportuno utilizzare proficuamente il tempo che ancora ci separa dal verdetto.
Perché nel frattempo ne sono successe di cose. Il riferimento è, in particolare, all’intervento del C.I.P.E. nella gestione dei fondi stanziati per la realizzazione della strada dei colli, ma anche al progetto della circonvallazione di Cisternino” ed agli interventi nella zona artigianale. Il “Palazzo”, ancora una volta tace, ma noi attendiamo, convinti, come siamo, che il silenzio – senz’altro adeguato a molte occasioni – non sia altrettanto opportuno quando proviene da una Pubblica Amministrazione tenuta ad informare tutti i cittadini del proprio operato. Esigenze derivanti dal periodo pre-elettorale, si dirà, ma noi, invece, ci teniamo particolarmente a conoscere cosa stia accadendo. E’ un fatto che il CIPE abbia ufficialmente chiesto chiarimenti sulla gestione delle risorse destinate al progetto della “strada dei colli” e che il procedimento di verifica potrebbe anche concludersi con la revoca del finanziamento. Restano invece ancora avvolte nel mistero le determinazioni dei nostri amministratori in merito alla concreta possibilità di realizzare l’opera.
Continuiamo a credere che in un momento di profonda crisi del sistema politico e sociale divenga fondamentale stringersi attorno a quanto abbiamo di più prezioso e solido: la cultura. Salvare dal declino la cultura della bellezza, la cultura del nostro paesaggio rimarrà comunque il nostro obiettivo e ciò a prescindere dall’esito del giudizio. Il problema più grande, infatti, non è costituito soltanto dal singolo progetto – sia che questo si chiami “strada dei colli” o “circonvallazione di Cisternino” – ma soprattutto dalla necessità di recuperare il senso del “Bene Comune”, spesso costretto a cedere il passo agli interessi di pochi. Il benessere, i posti di lavoro non si creano fagocitando la campagna e costruendo stradoni e palazzine tra gli ulivi e i siti archeologici (dopo il degrado di Pompei non ci aspettiamo certo maggior attenzione per gli insediamenti di Cisternino) ma valorizzando ed investendo nel patrimonio che già possediamo che, credeteci, è raro e prezioso.
Non va dimenticato che l’articolo 9 della Costituzione impegna alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico ed artistico della Nazione; ma, si sa, in questo periodo, la Costituzione non è tenuta in grande considerazione!!! Ed allora non ci resta che attendere … e, nell’attesa, non ci resta che sperare di potere un giorno apprezzare maggiore trasparenza e comunicazione da parte dei nostri amministratori e, soprattutto, maggiore sensibilità per la nostra cultura.
Comitato per la Salvaguardia dell’Ambiente e del Territorio – Cisternino
Ti potrebbero interessare anche:
Maledetti novembre dell’Italia dissestata: Novembre e’ il mese dei morti. Soprattutto in Italia.
Non passa un anno, ormai, che non ci sia un alluvione, al nord, al sud, al centro, dovunque e sottolineo dovunque: e che decine di persone non ci rimettano la pelle, travolte dalle acque, dal fango, dai fiumi in piena, dalle voragini, dai crolli, dalle frane. Non c’e’ scampo: appena comincia a piovere, l’Italia va in crisi, e tutti aspettano la tragedia annuale, immancabile, fatale.
Bastano due giorni di cattivo tempo, e i fiumi rompono gli argini; torrentelli sconosciuti, inesistenti per undici mesi, si gonfiano nel giro di poche ore, si scatenano, invadono campagne, paesi, strade autostrade, lasciandosi dietro carcasse di auto, case sventrate,e morti.
E poi bisogna fare i conti con le frane: colline, monti, alture, e’ come se poggiassero su uno strato di sapone, tanto velocemente scendono giù, bloccando valichi, ferrovie, strade, abbattendosi improvvise su paesi e città. In Italia ci sono zone attraversate dall’Arno, dal Po, dall’Adige, dall’Ombrone, Firenze, Venezia, Milano, Napoli, Salerno, la Calabria, la Sicilia, vivono con il terrore che arrivi novembre con altri alluvioni, altre montagne che scivolano come ricotta, voragini in pieno centro cittadino, acqua alta mezzo metro, un metro, due metri…… fino alla paralisi totale di ogni attivita’.
Terra giovane, l’Italia, suggerisce il governo. Terra giovane, l’Italia, ripetono i pappagalli, ammaestrati e foraggiati: la televisione, i giornali, la radio, gli ambienti scientifici responsabili, i sindaci, gli amministratori provinciali, regionali, i dirigenti dei geni civili, degli uffici tecnici centrali e periferici. Bisogna pure perdonare questa Italietta “giovane”, qualche capriccio sbarazzino: e’giovane, lasciamola giocare con qualche morto. Tanto uno in piu’ uno in meno….E poi piove…… a catinelle, a decine di millimetri, a secchi interi. E’ o non e’ novembre? E’ o non e’ autunno, inverno? E allora? Si sa che deve piovere. E dunque sono cose che capitano. Proprio cosi’. Piove sulle città senza fogne, sulle città e sui paesi con collettori vecchi di secoli, piccoli come buchi di lavandino; piove sulle montagne senza verde, senza piante, senza erba, senza radici, dove sono passate le ruspe a spianare il terreno per case, ville da signori, alberghi: piove sui fiumi senza argini di corsi mai puliti e intasati, mai regolati; piove sui torrenti selvaggi senza sbocchi, con il fondo alto di pietre e di terriccio; piove su tutta la calotta di cemento che soffoca l’Italia, sui terreni che poggiano nel vuoto, melmosi, sfasciati. E allora, un buon funerale alle vittime della fatale sciagura, lutto cittadino e si ricomincia da capo, in attesa della prossima puntata. Oggi a piangere e’ il Veneto e la Calabria e ancora la Campania. Novembre ritornera’ il prossimo anno. A chi tocchera’.
Ti potrebbero interessare anche:
Anche i cittadini freelance si meritano un pò di riposo. Un paio di settimane utili anche per resettarsi un poco. A presto.
Ti potrebbero interessare anche:
Oggi voglio dedicare questo spazio ad una delle gioie della mia vita. Glielo voglio dedicare sia perchè oggi è il suo compleanno (7 anni) sia perchè con la sua innocenza spesso mi pone dei quesiti a cui non sò dare una vera risposta e che mi fanno riflettere molto. Riflessioni che spesso ho riportato in questo spazio. Quindi potrei anche considerarla un coauture del Blog.
AUGURI FRANCESCA






















