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Secondo l’istituto bolognese di ricerca Prometeia, il livello del PIL alla fine del 2020 sarà ancora inferiore ai valori pre-crisi, di fine anni ’90, di circa il 2%. Non sarà possibile ritornare ai livelli di ricchezza del passato e la ripresa, se ci sarà, avverrà con meno occupati e con più produttività. Il che conferma quanto il Movimento per la Decrescita Felice afferma da tempo: che, nell’attuale fase storica, la crescita non può continuare all’infinito e che, in ogni caso, non può creare occupazione. George Orwell, il celebre scrittore inglese autore di romanzi quali Il grande Fratello e La Fattoria degli animali, affermava che “nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”. Il Movimento per la Decrescita Felice da molti anni si batte per smascherare il grande inganno del PIL e per far capire a tutti la rivoluzione della decrescita. Oggi siamo arrivati ai limiti della crescita, il re è nudo.
Occorre dunque smontare il grande inganno e l’assurda convinzione che il PIL misuri il benessere della nazione, perchè esso non è altro che un indicatore monetario e come tale misura non il benessere ma solo il valore economico degli oggetti e servizi che vengono scambiati con denaro. Ovvero delle merci. E’ questo il grande inganno: non tutte le merci sono beni. Non tutte le merci, cioè, rispondono ad un bisogno e fanno aumentare il benessere! Ma qui sta anche la soluzione, attraverso il cambio di paradigma culturale offerto dalla decrescita felice. Con questo termine si intende la decrescita selettiva della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Questa rappresenta l’unica possibilità di creare lavoro nei paesi industrializzati ed è anche l’unico modo per restituire al lavoro dignità e senso, nell’ottica non di fare sempre di più ma di fare bene per soddisfare le esigenze vitali degli esseri umani, senza consumare le risorse del pianeta in misura maggiore della loro capacità di rigenerazione. Come afferma Maurizio Pallante nel libro: “La decrescita svela la follia insita nell’obiettivo di creare occupazione come un valore in sè, omettendo di dire per fare cosa. Solo una società malata, profondamente malata come quella che finalizza l’economia alla crescita del PIL può averlo pensato e può continuare a pensarlo anche di fronte all’evidenza di non riuscire più a farlo. Nel tornante storico che l’umanità sta attraversando si può creare occupazione soltanto in lavori che consentano di superarlo attenuando i problemi e ponendo riparo ai danni creati dalla crescita della produzione e del consumo di merci. Soltanto liberando il fare dalla camicia di forza del fare tanto, e restituendogli la sua connotazione qualitativa di fare bene, si potrà dare lavoro e una speranza per il futuro a quanti ne sono privi”.
Prima queste tesi venivano ignorate, poi sono state derise, oggi le nostre argomentazioni sono combattute e avversate da fior fiore di economisti, ma questo è un buon segno perchè, come diceva Gandhi, poi, alla fine, le tue idee vincono. Oggi, per lo meno, si stanno affermando presso un numero crescente di persone che hanno compreso che la felicità, il benessere e la qualità della vita non hanno alcuna relazione diretta con la ricchezza materiale. Come dimostrano le sale conferenze sempre più affollate agli incontri sulla decrescita e il fiorire di iniziative spontanee, di circoli e di gruppi locali di cittadini che sempre più si aggregano e danno vita ad una nuova economia della decrescita basata sull’autoproduzione, sul dono, sulla reciprocità, sugli scambi non mercantili. Speriamo solo che questo non avvenga troppo tardi. Perchè dalla crisi di oggi si potrà uscire solo se sapremo smascherare il grande inganno e se sapremo creare una società e un sistema di vita e di valori fondato sui rapporti fra persone, sul consumo responsabile, sul rifiuto del superfluo, sulla scela del meno quando esso coincide con il meglio.
Maurizio Pallante e Luca Salvi
“Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda,
Prima che sia troppo tardi!
Prima di abituarci alle loro facce!
Prima di non accorgerci più di niente!”
Peppino Impastato fu assassinato dalla mafia il 9 Maggio del 1978.
Cinque giorni dopo i suoi concittadini lo elessero Consigliere Comunale. La prima volta che degli elettori votavano un morto.
Si possono uccidere le persone, ma non le idee.
La crescita non è la soluzione, è il problema. In tempi di recessione, la società di crescita porta al collasso economico e, in tempi buoni, porta direttamente al collasso ecologico. Questo «dilemma della crescita» si traduce o nei tassi di disoccupazione e di povertà socialmente insostenibile quando l’economia affonda, oppure nella dilapidazione accelerata dei combustibili fossili, negli ulteriori cambiamenti climatici, nella crisi alimentare e nella perdita di biodiversità quando l’economia germoglia. Per uscire da questo «crocevia del XXI secolo», non serve né un «austericidio» nè un nuovo «patto di crescita» (anche dipinto di verde), di certo entrambi imposti da «quelli di sopra».
In ogni caso, non è solo una questione ideologica. Che piaccia o meno, e per quanto la tecnologia migliori, l’era della crescita è finita. Il declino strutturale della crescita del Prodotto interno lordo – dagli alti livelli degli anni Settanta ai livelli bassi o negativi di questo momento -, indica che i paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico dell’Unione europea) abbandoneranno nel breve periodo della sua storia questo modello economico, la pace sociale e il progresso che si sono basati su un aumento continuo e insostenibile di quantità prodotte e consumate.
Data questa realtà, è il momento di mettere in moto una «prosperità senza crescita», intesa come la nostra capacità di vivere bene e felicemente entro i limiti ecologici della natura. Questa terza via è basata sulle seguente premesse minime: ridefinire collettivamente ciò che noi chiamiamo ricchezza e bisogni, ridurre la nostra impronta ecologica finché diventi compatibile con la capacità del pianeta, ridistribuendo il lavoro, la ricchezza economica, la cura, la terra e le risorse naturali a base di giustizia sociale e ambientale; rilocalizzare l’economia di consumo e di produzione e de-mercificare gran parte delle nostre attività.
Per raggiungere questi obiettivi, dobbiamo esercitare il potere che è nelle nostre mani. Dal basso e in modo cooperativo, ci sono numerose iniziative di sovranità alimentare e agroecologica, indipendenza energetica, finanza etica, monete locali, «città in transizione», che sfidano ogni giorno il colosso liberal-produttivista dai piedi d’argilla, e costruiscono la transizione sociale, ecologica ed etica della società. Questo profondo cambiamento richiede anche di costruire reti tra tutte queste «isole» per le alternative che si formano in arcipelaghi, continenti e, si spera, un giorno, nel sistema-mondo.
Abbiamo un solo pianeta, ma molte generazioni presenti e future: questa grande trasformazione non è un’utopia, è una necessità.
Florent Marcellesi, coordinatore di Ecopolítica, ricercatore ed ecologista francese
Un sacco di italiani sanno che il governo è ormai fuori controllo. Chiunque abbia letto la Costituzione e vive la crisi, lo sa benissimo. Eppure, ben pochi si impegnano in qualche azione significativa, soprattutto a causa di un preconcetto: Stanno attendendo che i “bravi ragazzi” si presentino e sistemino le cose.
Alcuni pensano che certi gruppi politici si uniranno per sistemare le cose o che un magnifico uomo politico guiderà una nuova restaurazione. Altri pensano che la magistratura o la polizia si faranno avanti per mettere in riga coloro che sgarrano.
Tale ragionamento ha delle falle evidenti:
Non succede. Un sacco di brave persone hanno riposto la speranza su varie personalità, in attesa dell’uomo giusto che avrebbe sistemato la situazione una volta per tutte, purtroppo non è ancora accaduto. Vengono spese migliaia di ore per commentare e descrivere questi nuovi “fari” che dovrebbero governare in modo “giusto” ripristinando la giustizia e la libertà. Moltissime brave persone si sono appese ad un sogno dopo l’altro, solo per tornare al punto di partenze… più povere, stanche e frustrate.
La speranza è una truffa. Le persone che sperano non agiscono – aspettano che altre persone lo facciano per loro. La speranza è uno strumento per sterilizzare una naturale opposizione: si siedono e sperano.
Le mosche bianche. Le persone pensano che vi siano sempre e comunque dei “buoni” all’interno di un governo corrotto. Ma se i buoni sono davvero buoni, non avrebbero dovuto dissociarsi da un sistema malato? In questo modo, la gente, pretende che un sottogruppo del grande sistema di delinquenti li salvi dal baratro. Tutti quanti lavorano per lo stesso padrone e per lo stesso sistema. Infine, se i buoni sono disposti a ribellarsi contro i loro datori di lavoro, perché aspettano sempre l’ultimo minuto?
Film. Siamo tutti cresciuti in compagnia degli eroi del cinema che arrivano per salvare la principessa di turno. Da John Wayne a Star Trek a Bruce Willis, la trama differisce di poco. Sono storie piacevoli, ma il cinema non è la realtà: pensare il contrario è un’ideologia che dovremo superare prima dell’età adulta.
LA TRISTE VERITA’
Voglio essere diretto: Nessuno vi verrà a salvare.
Se desideri che le cose migliorino, allora TU dovrai migliorarle. Ognuno di noi deve combattere e prendersi le proprie responsabilità. La libertà, in questa fase dello sviluppo umano, richiede rischio e sofferenza.
Rileggetevi il discorso di Gesù sulla montagna: Non saranno coloro che invocano il suo nome, ad essere salvati, ma quelli che mettono in pratica i suoi insegnamenti.
Allo stesso modo, in questa situazione, la nostra unica speranza di salvezza sta nel FARE.
Neovitruvian
Quando l’11 settembre 2001 due aerei di linea si schiantarono contro le Twin Towers cambiando per sempre il corso della storia, si sprecarono i complottismi riguardo all’attentato e alla figura del loro ideatore, quell’Osama Bin Laden capo di Al Qaeda che in molti ricordavano essere un fido amico della famiglia Bush. A distanza di 12 anni in nome della guerra al terrore gli Stati Uniti e la Nato hanno invaso Afghanistan e Iraq, e fatto ingerenze in tutto il mondo arabo, aumentando la presenza occidentale in quei paesi, vedi Pakistan dove la guerra dei droni semina decine di morti ogni anno.
Nel maggio 2011 però Osama Bin Laden, almeno questo ci hanno raccontato, venne ucciso nel corso di un blitz vicino a Islamabad, in Pakistan, da un commando del Navy Seal composto da 25 unità. I soldati entrarono nel bunker dell’uomo più temuto e ricercato al mondo e lo uccisero, anche se nessuno ha potuto mai vedere anche solo una prova della sua morte. In modo misterioso Obama non ha voluto che circolassero le immagini del cadavere di Bin Laden, l’uomo contro il quale è scatenata la più grande guerra globale contro il terrore dell’ultimo secolo. A distanza di quasi due anni dei 25 marines responsabili del blitz ne sono rimasti in vita solamente due. .
In seguito all’incidente in elicottero che ne uccise 22 , nell’agosto dello stesso anno, infatti, un altro marine ha perso la vita durante un’esercitazione. Si trattava di Brett D.Shadle, 31enne che si stava esercitando nei lanci a bassa quota e si è schiantato con il suo paracadute nel deserto dell’Arizona. Come se non bastasse Matt Bissonnette, uno dei marines rimasti in vita che ha preso parte al blitz, ha scritto un libro “No Easy Day”, pubblicato con lo pseudonimo di Mark Owen. Successivamente questo libro è diventato la base del film Zero dark thirty. Bissonette è stato minacciato di morte, e non avendo chiesto il permesso di diffondere notizie ai suoi superiori, è stato congedato con disonore.
Cosa si nasconde effettivamente dietro la morte di Bin Laden? E soprattutto, le morti dei 22 marines sono solo una mera coincidenza?
C’è stato un tempo, alla fine dell’Ottocento, in cui urlare “Abbasso l’esercito!” era considerato reato. Si veniva incriminati per “grida sediziose”, si veniva condannati, si finiva in galera. Certo, erano tempi di grossi fermenti sociali, regnava la monarchia a capo di uno Stato liberale impegnato in missioni coloniali dall’altra parte del Mediterraneo. Era uno scenario completamente diverso da quello odierno, in cui tutto è pacificato, in Italia vige la democrazia a capo di uno Stato liberista impegnato in missioni di colonialismo economico in varie parti del mondo, ed in cui si viene incriminati, condannati e si finisce in galera se si afferma un secco “NO!” all’ampliamento e alla costruzione di basi militari.
Insomma, è trascorso un secolo, e le differenze saltano agli occhi… Non si viene più incriminati e condannati per avere urlato “Abbasso l’esercito!”: oggi basta molto meno. È sufficiente esibire, in una pubblica piazza e nel corso di un evento musicale aperto al pubblico, uno striscione su cui sia scritto: «Da Otranto a Vicenza, NO alle basi militari».
I fatti, in breve, sono questi. Nell’estate del 2007 viene sollevata sui giornali locali la vicenda attinente la base radar di Punta Palascìa presso Otranto (LE). Le forze armate hanno avanzato un progetto per il suo ampliamento, con conseguente colata di cemento al seguito. Questo aspetto indigna molti, che muovono la loro opposizione al progetto per ragioni di tutela paesaggistica. Ma per alcuni antimilitaristi la questione non può rimanere legata alla tutela dell’ambiente (la base si trova sulla costa), men che meno a quella del turismo: di fatto, l’ampliamento della base radar costituisce un passo in avanti verso la guerra. Essa funge da arma di controllo e monitoraggio generalizzato nei confronti dei vari traffici, di merci come di persone, che si svolgono nel mar Mediterraneo.
L’opposizione al militarismo non necessita di molte altre ragioni per chi è contro l’autorità e le gerarchie e per chi si ferma a pensare, anche solo un momento, al ruolo delle forze armate. Tuttavia una riflessione più generale sulle guerre viene alla mente, soprattutto se si tiene conto che la Puglia è una regione estremamente militarizzata, colma di basi militari, postazioni radar, aeroporti e porti militari, fabbriche di morte come Alenia del gruppo Finmeccanica. Da questi luoghi partono strumenti e truppe destinate alle zone di guerra. Ma anche in “tempi di pace” la loro funzione rimane la stessa. Ed è stato in un “tempo di pace”, nell’agosto del 2007, che alcuni anarchici hanno espresso un messaggio contro la guerra, consapevoli che, anche quando non dichiarata, essa è sempre presente per mezzo dei suoi uomini e delle sue strutture. Durante lo svolgimento del festival “La Notte della Taranta”, che come ogni anno si tiene in piazza a Melpignano (LE), tra decine di migliaia di persone, viene esposto uno striscione che ribadisce un NO a tutte le basi militari da Otranto a Vicenza; in quegli anni si parla infatti della costruzione di una grande base militare Usa a Vicenza. Dopo pochi minuti, però, alcuni digossini cercano di strappare lo striscione, che viene invece trattenuto con forza, aiutati dalla solidarietà di alcuni tra i presenti in piazza. La repressione del dissenso non riesce ad ottenere il suo scopo sul posto, immediatamente, ma dopo alcuni anni. Incriminati per resistenza a pubblico ufficiale, alcuni di coloro che tenevano lo striscione vengono condannati in primo grado, nell’autunno del 2010, ad un anno di detenzione, e ora saranno nuovamente processati, in Appello, presso il tribunale di Lecce. L’udienza è prevista per il prossimo 18 aprile.
L’episodio in sé non necessita, in realtà, di molti commenti. La semplice espressione di un pensiero viene repressa, senza se e senza ma, dalla polizia politica, in una piazza gremita di persone, che hanno la sola concessione di divertirsi e consumare. Anche un gesto semplice, come l’esposizione di uno striscione antimilitarista, deve essere represso, al fine di non instillare neanche un briciolo di riflessione o di contestazione. The show must go on, la dittatura del pensiero anche! La repressione si manifesta per ciò che realmente è: uno degli aspetti della guerra in “tempo di pace”. Ha bisogno del consenso, del silenzio complice, dell’assuefazione di tutti. Un anno di detenzione per resistenza a pubblico ufficiale rappresenta il monito verso chi decide di non tacere, verso coloro che ancora levano le loro grida sediziose: Abbasso gli eserciti! Abbasso le guerre!
Dire che una persona è “semplice” è spesso un modo benevolo per definirla un po’ stupida – o ignorante. È un diffuso pregiudizio che la stupidità sia semplice e che l’intelligenza sia complicata. È quasi sempre vero il contrario. Quando l’intelligenza si propone in modo intricato, o difficilmente comprensibile, vuol dire che è immatura. Per raggiungere la sua piena efficacia e chiarezza dovrà evolversi verso la semplicità.
Complicare è facile, semplificare è difficile. I più grandi progressi nella filosofia, nella scienza, nella cultura, si esprimono in termini semplici e chiari. Anche nella pratica del lavoro, o nelle piccole esperienze di ogni giorno, le soluzioni più efficaci sono quasi sempre le più semplici.
L’esperienza illuminante, e spesso affascinante, della sintesi creativa – o di un’intuizione che ci aiuta a risolvere un problema – ci porta quasi sempre a constatare che la soluzione “col senno di poi” appare ovvia, ma il nostro modo di ragionare e percepire si era complicato in modo da impedirci di vederla.
Da che mondo è mondo, uno dei problemi che ci rovinano la vita è l’accumularsi di complicazioni inutili. In un periodo di transizione complessa, come quello in cui stiamo vivendo, questo fenomeno assume una particolare intensità.
Molte cose sono diventate più semplici, rispetto a un non lontano passato, perché abbiamo conoscenze e risorse che prima non c’erano o erano disponibili solo a pochissime persone. Ma ci stiamo anche complicando la vita in infiniti modi, che in parte dipendono dall’inefficienza delle comunicazioni, in parte dal nostro comportamento e da quello delle altre persone… e in parte da un cattivo uso delle tecnologie…
Queste stupide complicazioni sono una cosa molto diversa dal problema della complessità. C’è un grande bisogno di semplicità. Non solo la burocrazia, ma anche altre oligarchie, consorterie o corporazioni usano spesso un gergo complicato, incomprensibile per i “non addetti”, che serve ad affermare il loro predominio e tenere in soggezione il resto dell’umanità. Anche il mondo accademico o “intellettuale” ricorre spesso allo stesso trucco. Si esprime in modo incomprensibile per nascondere il fatto che non sa di che cosa stia parlando. E anche per suscitare fra i catecumeni un reverente timore – la percezione di essere stupidi perché non riescono a capire.
L’intelligenza è luce o lucidità – non oscurità. Lo stupido non è chi non capisce, ma chi non si sa spiegare.
Naturalmente non dobbiamo confondere la semplicità con il semplicismo. Una spiegazione apparentemente semplice può essere solo un’insulsa banalità, un infondato luogo comune, un preconcetto diffuso quanto stupido – o una semplificazione solo apparente che ci viene somministrata per disorientarci, per toglierci il desiderio di capire o di approfondire. In altre parole, la complicazione è quasi sempre stupida, ma non sempre ciò che sembra semplice è intelligente. L’arte della semplicità è difficile e sottile quanto l’esercizio dell’intelligenza. L’una e l’altro richiedono impegno, pazienza, approfondimento, un’insaziabile curiosità – e una perenne coltivazione del dubbio. Per quanto chiara, nitida ed efficace possa essere una soluzione, dobbiamo continuare a chiederci se non ce ne sia un’altra ancora più funzionale, più lucida e più semplice. È faticoso. Ma se sappiamo apprezzarne il gusto può essere molto divertente. Trovare soluzioni o spiegazioni autenticamente semplici è rasserenante, stimolante, piacevole, allegro, talvolta entusiasmante.
La semplicità non è solo una conquista intellettuale, è anche un’emozione. Scoprire la chiave semplice di un problema apparentemente complesso ha un intenso valore estetico. Ci dà una chiara e inconfondibile percezione di bellezza e armonia. Innamorarsi della semplicità è un’esperienza affascinante. Ed è uno dei modi più efficaci per coltivare l’intelligenza.
Dare valore. Questo dovrebbe essere uno degli impegni del nuovo mondo che forza per venire alla luce. Dare valore, alle persone, al lavoro ben fatto, alle relazioni, ai figli, all’amore.
Presupposto irrinunciabile per dare il giusto valore a cio’ che davvero conta, e’ il tempo. Dare valore al tempo dunque. Lo sappiamo molto bene che il nostro rapporto con esso, oggi e’ molto deformato. Si corre per raggiungere posti di lavoro (chi lo possiede), per raggiungere casa, i figli a scuola, gli amici o il proprio partner. Incastriamo centesimi di secondo per non lasciarci sfuggire il bene che non torna mai indietro: il tempo.
A pensarci bene chi decide di lavorare, la prima cosa che fa e’ vendere una parte,oggi sempre piu’ consistente,del proprio tempo. E solo per questa semplice riflessione i salari dei lavoratori comuni saranno sempre inferiori ed ingiusti, perche’ il tempo che volontariamente si e’ costretti a dedicare ad un lavoro occupazionale e’ una sottrazione a perdere nei confronti della vita.
La saggezza antica ci ha trasmesso che gli uomini possono scegliere se essere schiavi o padroni del proprio tempo e i veri saggi sanno che l’uomo diventa tale soprattutto quando non subisce il tempo ma lo domina,gestendolo a proprio vantaggio. Il dio kronos assoggetta gli uomini e li rende schiavi dei suoi desideri e lungo l’arco degli ultimi due secoli e mezzo ha trovato un suo potente alleato: il desiderio indotto di una onnipotenza attraverso l’arricchimento monetario. Uomini e donne hanno sacrificato intere riserve di anni per raggiungere questa illusione e molti l’hanno anche toccata, salvo poi rendersi conto di essere stati bluffati. Tutti i soldi del mondo guadagnati con uno scambio impari di ore, non possono comprare l’amore, la stima sincera dei figli, la quiete interiore, una vita piena e soddisfacente. Ne’ il possedere “la roba” – come la chiamava il Verga – possono garantire la salute o le cure adeguate per una immortalita’ desiderata incosciamente. Tutto questo ha fatto smarrire o meglio esiliare la saggezza dalla nostre case, rendendoci schiavi della paura di non farcela a sopravvivere. E siccome la Paura e’ cio’ che paralizza gli uomini rendendoli incapaci di vedere chiaramente, questi decidono di rifugiarsi in anfratti di roccia che scambiano per baluardi inespugnabili: vendono meta’ giornata in cambio di poco denaro. Non si sta negando in questa sede il valore dello strumento denaro, ma si sta cercando di ricollocarlo al suo giusto posto, quale mezzo a servizio degli uomini e non viceversa. Pena la disumanizzazione e la barbarie che gia’ viviamo.
Sono forme di idolatria dove gli uomini vengono alienati e dove l’illusione di essere piu’ sicuri e protetti verso le minacce della vita, spinge le persone a vendere il proprio tempo illudendosi di agire da padroni essendone invece schiavi dorati.
Il cambiamento inevitabile che sta avvenendo deve spingerci non solo ad intraprendere nuovi stili di vita scelti e non troppo subiti, ma anche a ripensare il nostro modo di pensare ed educare noi stessi e chi amiamo. Non e’ facile. Nessuno lo ha mai sostenuto ma non e’ piu’ rinviabile.
Del resto un antico detto della tradizione ebraica cosi’ dice: “Dio ha impiegato una sola notte per liberare Israele dall’Egitto ma ci sono voluti quarant’anni per togliere l’Egitto dal loro cuore”.
Alessandro Lauro
Qualora ce ne fosse ancora bisogno, la vicenda dei due marò italiani pone l’accento proprio su questo aspetto: che i morti non sono tutti uguali. In particolar modo quando si tratta di morti ammazzati. In conseguenza di ciò, anche gli assassini sembrano essere diversi tra loro. Quando ad uccidere è una persona comune, questa viene definita omicida; se ad uccidere è un ribelle o un insorgente di una qualsivoglia organizzazione lo si definisce terrorista, mentre se ad ammazzare sono dei militari, si afferma che hanno svolto il loro dovere, e quando va bene li si premia con una luccicante medaglia da appuntare sulla divisa. Appare evidente che la qualità del morto sia differente di caso in caso, quasi che alcuni siano più meritevoli di vivere rispetto ad altri e, per converso, che la morte di certi abbia meno rilevanza e sia meno grave di quella di altri.
Ad avallare questa visione concorrono diversi aspetti. Uno è il monopolio della violenza che gli Stati, tutti gli Stati, pretendono di detenere saldamente nelle proprie mani, per cui la morte giusta può essere solo da essi comminata, che sia attraverso sentenze capitali o per mano dei propri legittimi rappresentati: eserciti e forze di polizia. Un altro fattore, stavolta tutto interno agli Stati, è quello della loro potenza, sia essa economica o politica, che concorre a creare una gerarchia anche per ciò che riguarda i rispettivi cittadini morti ammazzati per mano di cittadini di un altro Stato.
Nel caso specifico dei due marò Girone e Latorre, i due aspetti si intersecano tra loro. Ci si trova di fronte a due militari italiani che hanno ammazzato due pescatori indiani. Da un lato ci sono i detentori legittimi della violenza di uno Stato detto “sviluppato”, esponenti del corpo d’èlite della Marina, e dall’altro due lavoratori poveri di uno Stato definito “in via di sviluppo”. Tutte le discussioni scaturite sull’accaduto, dalla disputa se ci si trovasse in acque territoriali indiane o internazionali alla perizia balistica sulle armi, altro non sono che una foglia di fico per tentare di occultare i fatti così come realmente, e banalmente, si sono svolti. Due militari, non si sa bene per quale ragione, hanno freddato due pescatori inermi, ed hanno cercato di mascherare l’omicidio come una legittima difesa da un assalto di presunti pirati. Hanno ammazzato perché si sentono autorizzati e sono addestrati a farlo: sono dei soldati, il cui mestiere è quello di fare la guerra, e quindi di uccidere. È una cosa normale, perché lo hanno sempre fatto. Se le cose non sono andate lisce come le altre volte, è solo perché stavolta hanno ammazzato dei civili non mentre erano impegnati in una operazione di guerra, ma mentre erano a guardia di una petroliera privata. Pochi erano al corrente della presenza di militari italiani a difesa di navi cargo civili, una scelta fatta dal Ministero della Guerra quando ne era a capo Larussa. Alcuni democratici potrebbero addirittura scandalizzarsi di tale scelta. A ben guardare, invece, questa politica è solo la prosecuzione della guerra con altri mezzi, perché se in certe zone si interviene militarmente per accaparrarsi risorse energetiche, in altre si scortano quelle risorse per farle arrivare a destinazione. Si tratta di merci troppo preziose, per cui se è legittimo ammazzare per accaparrarsele, lo è anche per trasportarle.
In questi giorni lo scontro tra Stati – italiano e indiano – si è infiammato per via della scelta di non far rientrare i marò in India allo scadere del “permesso elettorale”, così come solennemente promesso. A parte la ridicola mossa del governo indiano di fidarsi delle promesse di un Paese quale l’Italia, è curioso vedere venir meno la virile parola d’onore di questi militari quanto mai maschi, tutti pieni di sé e pronti ad esibire il petto villoso fino al giorno prima. Ma ciò che sta avvenendo, in fondo, è solo una prova di forza tra i due Stati. L’India vuole accreditarsi come superpotenza e guadagnarsi il dovuto rispetto a livello internazionale; l’Italia non vuole farsi scavalcare e, per farlo, deve dimostrare che i propri, bianchi militari, valgano ben più dei cittadini, dal colore della pelle indefinito, dell’altra parte del mondo. È però difficile credere che, se i due marò venissero giudicati in India, rischierebbero per davvero una seria condanna, così come è certo che, se verranno giudicati in Italia, passeranno indenni. È certo, invece, che se i fatti si fossero svolti a parti inverse, e fossero stati due pescatori ad ammazzare due militari, starebbero già penzolando da un palo con una corda al collo o languendo nella più oscura galera, di qua come di là dell’oceano.
Ma si sa, i morti non sono tutti uguali…

















