Archive for Salute/Medicina
Come ho detto altre volte, a livello regionale, la sanità è la cartina di tornasole della politica. Se vuoi giudicare un’amministrazione regionale non puoi che partire dal valutare cosa ha fatto in ambito sanitario, materia di sua esclusiva competenza. Adesso potrei partire con una filippica sul come i vari governi regionali di destra e sinistra hanno gestito questo settore, ma non è quello che oggi mi interessa. Parto quindi col butare giù delle idee che si potrebbero realizzare per migliorare il servizio sanitario. Come infermiere con una ventennale esperienza penso di avere qualche competenza in merito. Idee su cui mi piacerebbe confrontarmi.
Separare ASL da Ospedali
Il sistema di rimborso delle prestazioni sanitaria favorisce le prestazioni ospedaliere (più redditizie) rispetto a quelle territoriali. I direttori generali il cui principale, anzi direi unico, obbiettivo è quello di far quadrare i bilanci concentrano le risorse verso quelle prestazioni più remunerative, lasciando i servizi territoriali senza risorse.
Dividere la gestione tra asl e ospedali diventa quindi importante per puntare sui servizi territoriali (assistenza domiciliare, prevenzione, controllo) in grado di far risparmiare ingenti risorse economiche oltre ad offrire una risposta sanitaria di maggior qualità ed efficacia.
La questione dei rimborsi andrebbe altresì affrontata partendo dal rivedere compeltamente il concetto di azienda sanitaria, ma questo attiene alle competenza nazionali.
Istituire gli studi associati medico-infermieristici.
Il noto medico di famiglia è anacronistico. La medicina di oggi sempre più specialistica rende il medico condotto che da solo con la sua valigetta visita e cura un paradosso senza giustificazione. Tant’è che ormai si sono ridotti a fare da scribacchini compilando ricette e certificati vari, mentre gli utenti fanno ore di attesa per avere un pezzetto di carta che li rimanda ad un altro medico o struttura sanitaria dove li aspetta una altra estenuante attesa.
Bisogna quindi andare verso degli studi dove possano essere già erogate le prestazioni di base: medicazioni, elettrocardiogramma, prelievi ematici ed anche visite specialistiche. Studi dove oltre al proprio medico di famiglia vi sia un infermiere e con periodicità settimanale gli specialisti più richiesti (cardiologo, psicologo, geriatra, ecc).
Questi studi dovranno anche occuparsi di organizzare eventuali accertamenti specialistici. Mi spiego se viene richiesta la tac sarà lo studio a prendere direttamente i contatti con la struttura che devo erogare la prestazione e con lo specialista che la deve eseguire, provvedere alla prenotazione e, se necessario, al trasporto col mezzo più idoneo. I prelievi ematici invece devono essere fatti tutti presso lo studio che provvederà poi all’invio presso il laboratorio, mentre per coloro che hanno difficoltà motorie il prelievo deve essere svolto al domicilio.
Informatizzazione del sistema sanitario e istituzione della cartella clinica elettronica memorizzabile sulla tessera sanitaria. Tutte le strutture sanitarie e studi medici devono essere dotati degli strumenti per leggere i dati memorizzati sulla tessera sanitaria (un semplice lettore tipo qullo dei bancomat)
Potenziamento dell’assistenza socio sanitaria domiciliare. Molti dei ricoveri che si fanno, in particolare negli ospedali medio piccoli, possono essere gestiti al domicilio con abbattimento dei costi, una maggiore efficacia delle cure ed un maggior gradimento da parte dei cittadini.
Passare la guardia medica sotto il coordinamento del 118. Non solo il cittadino potrà richiedere il servizio tramite un numero gratuto ma potrà richiederlo anche quando la guardia medica è fuori dal suo studio per visite.
Diffusione dei defibrillatori semiautomatici sul territorio e campagna formativa sull’utilizzo degli stessi partendo da tutti gli studenti delle scuole medie e superiori.
Aumento del 25% dei posti letto delle terapie intensiva (rianimazione, unità coronariche, terapie intesnive neonatali, ecc)
Crezione di un sistema informativo per il controllo dei posti letto in particolare di quelli di terapia intensiva. Tale sistema deve essere accessibile al 118 e dare informazioni sulla reale situazione al fine di indivuduare in pochi secondi la disponibilità degli stessi. Ad oggi quando si cerca un posto in rianimazione si passano un paio di ore al telefono.
I pronto soccorso devono essere in grado di erogare le prestazioni diagnostiche e di cura di base (pronto soccorso come esistono oggi non in grado di effettuare neanche una semplice radiografia sono una vergogna di cui la politica ed anche i sanitari dovrebbero assumersene le responsabilità). Ogni pronto soccorso deve essere dotato di una area di osservazione da 24-48 ore max con almeno 10 posti letto e personale dedicato.
Porre un limite ai compensi dei direttori generali(150 mila euro lorde all’anno), sanitari ed amministrativi (120 mila euro lorde all’anno) delle aziende sanitarie .
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LA MORTE DEL RICICLO E’ L’INCENERITORE.
Se c’è qualcosa che non riusciamo a trasformare, la soluzione non è incenerire, ma rivedere il nostro modo di produrre le merci. (Barry Commoner)
NOI SOTTOSCRITTI, LIBERI CITTADINI, ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI in riferimento al progetto di costruzione della seconda linea dell’Inceneritore di Massafra presentato dall’Appia Energy, facciamo osservare che:
NUMERO DI IMPIANTI In un raggio di territorio di circa 12 Km., tra Massafra e Taranto, ci sono già 4 impianti di incenerimento, tre che bruciano CDR (Taranto, Statte, Massafra) e uno che brucia rifiuti speciali (Taranto-Statte).
SALUTE In letteratura scientifica ci sono numerosi studi sui danni ambientali e alla salute derivanti dalla presenza di inceneritori in un territorio. Tali studi riguardano i composti volatili dei fumi (particelle che sfuggono a qualsiasi tipo di filtro, perché prodotte dall’alta temperatura di combustione che combina gli elementi chimici in modo imprevedibile), le ceneri leggere e pesanti classificate come rifiuti tossici e pericolosi, gli stessi filtri che trattengono diossine e metalli pesanti, cancerogeni e mutageni, le acque di lavaggi smaltite come rifiuto tossico. Il Principio di precauzione nella valutazione costi/benefici impone in caso di dubbio di scegliere l’opzione che tutela maggiormente la salute delle persone e l’ambiente. Nel caso specifico il dubbio è legittimato da una letteratura medico-scientifica che non esclude la possibilità di rischi seri derivanti dalle emissioni gassose e dalla gestione delle ceneri tossiche (cfr. IV rapporto della Società britannica di medicina ecologica- 2005). I costi delle cure per patologie connesse all’insediamento di inceneritori sono, per i singoli e per la società, enormemente più alti di quelli derivanti da una corretta gestione dei rifiuti che invece si pone da un lato come una vera opera di prevenzione dei danni alla salute e dall’altro costituisce la premessa per rendere superfluo il ricorso all’incenerimento.
AGRICOLTURA I prodotti provenienti da zone limitrofe a inceneritori vengono dequalificati anche in forza di una Direttiva comunitaria. In un territorio fortemente legato all’agricoltura come il nostro, questa inevitabile dequalificazione può solo avere una ricaduta fortemente negativa sull’economia locale, limitando i consumi interni e l’esportazione.
ACQUA Non può ritenersi irrilevante per un territorio privo di acque proprie il fabbisogno per le due linee di 150.000 mc/anno di acqua pari a 10 litri al secondo.
OCCUPAZIONE La realizzazione dell’impianto, sia in fase di costruzione che in fase di esercizio genera pochissima occupazione rispetto a un sistema di raccolta differenziata porta a porta (per ogni impiegato nella centrale se ne avrebbero 15 in un sistema razionale di gestione dei rifiuti!).
RESPONSABILITA’ CIVICA Si deresponsabilizza il cittadino, disincentivando la sua volontà di differenziare e illudendolo con la falsa idea che il rifiuto bruciato sparisca completamente risolvendo tutti i problemi. Il ciclo completo della combustione produce circa il 40% di rifiuti speciali, tossici e pericolosi, da smaltire con notevoli costi in discariche idonee.
TRAFFICO Non si può sottovalutare l’impatto sul traffico e sull’inquinamento acustico e chimico derivante dall’aumento del numero di camion che transiteranno sulla statale (34 al giorno previsti dalla stessa SIA in fase di esercizio + quelli che dovranno portare via le 34 mila Ton/anno di rifiuto speciale prodotto dalla sola seconda linea)
CORRETTA GESTIONE DEI RIFIUTI
L’eventuale incenerimento dei rifiuti è previsto dalla Normativa europea e nazionale solo alla fine di un circolo virtuoso che parte dalla riduzione dei rifiuti, passa per il riciclo, il riutilizzo, il compostaggio. Se questo fosse il percorso normale dei rifiuti, a termine del ciclo ci troveremmo davanti a una quantità molto esigua di residui ancora da smaltire tale da rendere diseconomico il loro incenerimento e altre soluzioni, già sperimentate altrove, sarebbero possibili. Invece le modalità proposte scelgono di utilizzare l’opzione dell’incenerimento come risoluzione di un processo che non è stato mai avviato.
La scelta di attivare una seconda linea di incenerimento rappresenterà la morte di qualsiasi progetto razionale di gestione dei rifiuti (è noto che nei territori dove esiste un inceneritore la raccolta differenziata o non parte affatto o raggiunge un livello massimo del 35% condizionato dalle esigenze di conferimento di quantità fisse giornaliere di CDR necessarie per alimentare la combustione.
RESA ENERGETICA Ai fini della valorizzazione del rifiuto il rendimento energetico derivante dalla combustione è notevolmente inferiore a quello che si ottiene dalla raccolta differenziata spinta.
SI RICORDA CHE SENZA GLI INCENTIVI STATALI PREVISTI DAI CIP 6 CHE ASSIMILANO I RIFIUTI ALLE FONTI RINNOVABILI, LA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA DA RIFIUTI SAREBBE DISECONOMICA.
PROGETTARE E REALIZZARE UN CORRETTO PERCORSO DI GESTIONE DEI RIFIUTI È UN ATTO DI CIVILTÀ PERCHÉ COINVOLGE TUTTI NELLE RISOLUZIONE DEL PROBLEMA.
INCENERIRE È UN ATTO DI CECITÀ POLITICA PERCHÉ CON ESSO SI COLLABORA (CITTADINI E AMMINISTRATORI) A NASCONDERE IL PROBLEMA.
All’Amministrazione Comunale chiediamo:
Immediatamente di esprimere un parere negativo motivato sulla costruzione di questa seconda linea, richiamando il principio di precauzione che, in una situazione di incertezza scientifica, impone di operare scelte e adottare norme tese a evitare possibili effetti nocivi sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani senza attendere i risultati della ricerca. Si eviterebbe in questo modo un nuovo insediamento insalubre in un territorio come il nostro che ha già importanti problemi di inquinamento e da anni è indicato come area a rischio.
In ogni caso di attivarsi per identificare i vari passaggi amministrativi di competenze dell’Amministrazione per bloccare il progetto o ottenere una moratoria che sospenda l’iter autorizzativo.
L’impegno a rendere protagonista la popolazione nel processo decisionale:
Informandola con gli strumenti usati abitualmente per la comunicazione: l’affissione di manifesti, sito web del Comune, informativa alla Consulta delle Associazione …
Favorendo la formazione di una coscienza con pubblici dibattiti.
Coinvolgendola in queste scelte che riguardano il nostro territorio, la nostra salute, il nostro futuro con un referendum consultivo, da indire entro tre mesi su iniziativa dell’Amministrazione, così come previsto dallo Statuto comunale.
Di valutare di pubblico interesse la corretta gestione dei rifiuti e organizzare la raccolta differenziata spinta con l’obiettivo di arrivare in tempi brevi all’obiettivo ‘rifiuto zero’, come hanno fatto già diversi comuni (Modugno e altri comuni del Salento). Una tappa intermedia potrebbe essere il 78% di raccolta porta a porta di Rutigliano.
Con questa scelta il Comune si porrebbe in linea con la normativa europea e italiana che obbliga a sviluppare un sistema basato sulla riduzione dei rifiuti, sul riuso, il riciclaggio, il recupero, il compostaggio. La parte restante potrebbe essere avviata a Trattamenti Meccanici-Biologici senza ricorrere all’incenerimento che pur in questa fase conclusiva è previsto come possibile dalla normativa italiana. Su questa parte residuale del ciclo virtuoso dei rifiuti il legislatore e i produttori dovrebbero avviare una riflessione scientifica per sostituire gradualmente nel tempo quelle materie che non trovano una collocazione in un ciclo naturale con altre che invece si inseriscano nel sistema natura.
In questa ottica si invita l’Amministrazione ad adottare la recente proposta che il Parlamento europeo ha fatto alla commissione in data 20 aprile 2012, in vista della definizione del Settimo Programma d’Azione in materia di Ambiente (PAA). Questa proposta ribadisce la gerarchia prevista nella Direttiva quadro sui rifiuti, come abbiamo sintetizzato al punto 3, e pone il divieto di incenerimento dei rifiuti che possono essere riciclati o compostati.
Il Parlamento sottolinea anche “l’importanza fondamentale d’informare i cittadini sulle politiche ambientali ….in considerazione del fatto che le istituzioni non possono creare unilateralmente un ambiente migliore per una vita migliore senza il contributo della società stessa”.
Questa scelta proietterebbe l’Amministrazione nel contesto del futuro sostenibile. E’ un’occasione da non perdere per essere in questo campo in una posizione di avanguardia. L’alternativa è rimanere ancorati a un passato che ormai è sconfessato dalla più oculata letteratura scientifica e dalla riflessione normativa a livello mondiale e europeo
Di non metterci di fronte alla “misera” scelta di accettare l’ampliamento in cambio di una riduzione drastica della tassa rifiuti: LA NOSTRA SALUTE E LA NOSTRA DIGNITA’ NON POSSONO ESSERE BARATTATE CON IL DENARO!
L’impegno a dare continuità al dialogo instaurato con il Comitato per la Corretta Gestione dei Rifiuti, includendo il medesimo Comitato in un processo decisionale che sia partecipativo, trasparente e condiviso, volto al benessere della collettività e che privilegi criteri di eticità, sostenibilità, rispetto per il diritto alla vita e alla salute nostra e delle future generazioni.
Massafra, 1 maggio 2012
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La primavera pugliese era appena sbocciata ed ai nuovi direttori generali nominati a settembre 2005, oltre i consueti obiettivi fu indirizzata una lettera del Presidente Vendola riguardante proprio i concorsi nelle ASL con cui disponeva , tra l’altro, che “le assunzioni e le procedure concorsuali devono attenersi a principi di trasparenza assoluta. Tutti gli aventi diritto devono avere la possibilità di partecipare; si devono attivare tutti gli strumenti affinché ognuno sia informato, possa accedere a qualsivoglia informazione necessaria, sia messo in grado di giudicare e valutare i tempi e gli esiti concorsuali.” Inoltre i direttori, secondo il Presidente, dovevano essere “rigorosi e fermi nell’indizione e nello svolgimento, in tutte le loro fasi, dei bandi di gara e degli appalti che devono corrispondere al rispetto delle regole e all’interesse della amministrazione e della collettività.” Tascrissi queste note su alcune diapositive e le mostrai in uno dei primi ed affollati collegi di direzione. Furono accolte da un silenzio glaciale che mi parve contenere sentimenti di timore, auspicio, scetticismo, tutti insieme.
Le cose sono andate come sappiamo, cioè come sempre, purtroppo e questa notizia della chiusura delle indagini proprio per un concorso pubblico ci confermano, qualunque sia l’esito giudiziario, che la strada della separazione degli interessi elettorali dagli interessi pubblici è ancora lunga ed in salita.
Il governo delle strutture sanitarie va lasciato ai sanitari, i criteri per le assunzioni devono essere oggettivi. Non ci vorrebbe niente , se si volesse fare davvero, a costituire una graduatoria nazionale, o almeno regionale, con punteggi da attribuire in modo inequivocabile alle varie voci di una carriera medica e da quella attingere secondo le necessità. Il mondo della scuola può assurgere ad esempio. Perchè non dovrebbe funzionare anche in sanità? Se davvero si volessero riportare in Italia “cervelli fuggiti”, come Vendola diceva di voler fare qualche anno fa con un primariato all’Ospedale Miulli, sarebbe bastata una legge ad hoc, in parte già esistente, che prevedesse, in presenza di requisiti oggettivi di altissimo livello, l’assunzione diretta per 5 anni a tempo determinato in una posizione apicale. Un luminare vero non ha certo paura di un contratto a tempo determinato!
Vendola non è un semplice cittadino, è nella condizione di proporre e far approvare norme che cambino radicalmente il mondo della sanità. Una legge per abolire la libera professione nelle strutture pubbliche o, quanto meno, per mettere in fila, nella stessa lista, paganti e non paganti, come hanno fatto in Toscana. Una legge per rendere meno discrezionale lo svolgimento dei concorsi, con punteggi certi e verificabili.
E’ davvero triste che un politico si interessi di questioni di cui non ha competenza, ma è molto più triste che molti medici non partecipino più alle selezioni per primario “perchè tanto si sa come funziona”. Ed ancor più triste che i cittadini accettino supinamente la “tassa di accesso” della libera professione “perchè non c’è altro modo per farsi ricoverare”.
Non si deve disarmare, la strada è lunga ed in salita ma la meta di una società più giusta esiste ed è raggiungibile. Necessita una rivolta dei cittadini consapevoli.
Maurizio Portaluri
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E’ morto un lavoratore.
Un altro.
Aveva lavorato al petrolchimico di Brindisi.
Anche lui.
Si chiamava Vincenzo Di Totaro.
E’ morto di lavoro, con ogni probabilità.
E’ morto di angiosarcoma epatico, una malattia rara del fegato.
Un tumore, nel quale il cloruro di vinile monomero (cvm) lascia le impronte digitali come causa certa di quella neoplasia.
Il cvm era la sostanza base delle lavorazioni del petrolchimico di Brindisi.
Il cvm provoca cancro, non solo l’angiosarcoma che ha ucciso Vincenzo Di Totaro.
Il cvm, forse insieme ad altre sostanze, ha causato, con grande probabilità, la morte di tanti altri lavoratori, di tanti compagni di lavoro di Vincenzo Di Totaro.
Su questo a Brindisi si è tenuto un procedimento penale nevralgico, determinante per scoprire le cause e i responsabili di quelle morti da lavoro.
E’ stato archiviato perché si è ritenuto che, nel caso dei lavoratori morti del petrolchimico di Brindisi, non vi fosse la prova del nesso causale tra l’esposizione a cvm e le varie malattie tumorali che avevano sterminato decine di persone che con questa sostanza avevano lavorato.
E’ stato archiviato perché non c’era nessun caso di angiosarcoma epatico tra i malati e i morti di Brindisi.
Salute Pubblica non è stata d’accordo con quell’impostazione, con quella richiesta di archiviazione e con la conseguente archiviazione.
Abbiamo denunciato lacune ed errori nelle indagini, specie in quelle di natura scientifica, specie in quella epidemiologica tra i lavoratori del petrolchimico.
Abbiamo, comunque, cercato di “usare” quel procedimento penale, il lavoro enorme che vi era stato fatto, i dati che, in ogni caso, erano stati enucleati, in chiave di tutela della salute pubblica, se non anche di perseguimento della verità e della giustizia per decine di morti da lavoro: abbiamo chiesto che gli studi condotti sulle coorti lavorative di Brindisi e Manfredonia fossero riesaminati ed aggiornati per ragioni di salute pubblica secondo il presupposto che i gruppi più esposti a quei cancerogeni lavorativi (CVM, PVC ed arsenico) debbano essere confrontati non già con la popolazione generale ma con gruppi di lavoratori della stessa industria meno esposti o, meglio ancora, non esposti affatto ai cancerogeni su descritti.
Abbiamo raccolto la disponibilità di Arpa Puglia, in tal senso.
Confermiamo quelle critiche a quell’indagine penale; confermiamo questa richiesta a tutte le Autorità di tutela della salute pubblica, dal Direttore Generale della A.S.L. di Brindisi al Presidente della Regione Puglia al prossimo Sindaco di Brindisi.
Quest’ ulteriore evento luttuoso richiama, inoltre, l’urgenza di attivare la sorveglianza dei lavoratori ex esposti ad amianto e ad altri cancerogeni anche attraverso la riapertura almeno degli ambulatori di medicina del lavoro.
Ma, soprattutto, vogliamo ancora sperare che, come accaduto a Venezia, almeno ad un morto da lavoro, almeno a Vincenzo Di Totaro sia data giustizia.
In caso contrario, ora che “c’è l’angiosarcoma”, non ci sarebbero più alibi per nessuno.
Specie per gli uomini e le donne della giustizia.
Stefano Palmisano – Salute Pubblica
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Giuseppe Serravezza, medico e presidente della Lega italiana per la lotta ai tumori (Lilt) di Lecce, è il primo firmatario di un documento sottoscritto dalle associazioni ambientaliste e per la salute che segue i lavori del convegno del 19 marzo “Energie rinnovabili in Puglia, sostenibilità ambientale e sanitaria”.
Il documento si propone di apporre alcuni cambi alla legislazione italiana, regionale, provinciale e comunale, tentando di dare alle politiche paesaggistiche, territoriali, energetiche, ambientali, sanitarie e sociali un indirizzo meno scellerato e più sostenibile.
Un documento ambizioso che critica aspramente l’operato del governo, le incongruenze del Piano energetico ambientale regionale (Pear) e cerca invece di alzare la barra della discussione alle raccomandazioni del Piano paesaggistico territoriale regionale (Pptr) e della visione del Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp) del 2008, che vedono nel Salento una sorta di parco naturale e culturale da tutelare.
C’è tanto da fare, però, e la strada intrapresa, almeno secondo la visione dei firmatari, è quella sbagliata
La Puglia paga anzitutto un prezzo orribile alla presenza dell’obsoleta energia termoelettrica alimentata a carbone dalle centrali di Brindisi e Taranto: 8mila tonnellate annue che hanno già ammorbato la salute pubblica, e che non sono neanche state ripensate a seguito della riconversione alternativa che la Puglia si è fregiata di perseguire come capofila delle regioni meridionali.
Il risultato è un gigantesco crocevia di sprechi che genera un aumento dell’offerta, e dunque del consumo, di energia elettrica, con tanti saluti alla sostenibilità e ai criteri di contenimento e riduzione dei consumi che davvero sarebbero utili all’Italia.
La via maestra per gli ambientalisti è rappresentata dalla cosiddetta generazione distribuita, ovvero dalle microimprese che realizzano impianti capillari sul territorio laddove ce n’è bisogno, senza spese né ricadute significative sulla salute perché non richiede massicce revisioni della rete esistente, cosa che invece accadrà con i macroimpianti già presenti sul territorio.
Il possibile scenario rappresentato ha alcuni difetti, veri o presunti: non si parla di bonifiche dei territori, e questo rappresenterebbe una grande possibilità di impiego visti gli scempi commessi sulle spalle dei cittadini prima inconsapevoli e poi incoscienti. E poi non avvantaggia le lobbies che contano, quelle delle grandi aziende italiane ed estere, e rischia di essere una carta decisiva per la libertà dei cittadini, cosa che come sappiamo è troppo rischiosa.
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Io ancora mi ostino, probabilmente a torto, a parlare di ospedali pubblici e di cliniche private. È una vecchia abitudine figlia dei tempi in cui ancora studiavo medicina ed esistevano “gli ospedali”. Oggi invece ci sono “le aziende ospedaliere” e c’è il settore del “privato convenzionato”. Così, devo ammettere che quella distinzione o contrapposizione tra pubblico e privato possa risultare poco chiara e vada riformulata in termini diversi.
Io credo che un ospedale debba essere obbligatoriamente una istituzione no profit. Se il personale – infermieri e medici, tecnici e amministratori – è appassionato del proprio lavoro, competente e onesto, il risultato sarà un ospedale di qualità, ben funzionante, che utilizza al meglio le risorse. Invece vedo dilagare la logica opposta, quella del profitto, anche nelle vecchie strutture che erano davvero pubbliche prima dello sfracello degli ultimi decenni. La medicina, in tutti i suoi aspetti, si occupa di sostenere la vita e il benessere individuale e collettivo.
In questo settore davvero “vitale” per la società, ha senso che esista per qualcuno la possibilità di trarne profitto? È giusto, è etico, è utile? Il problema è tutto lì: sì o no al profitto nel campo della sanità. Ospedali profit e ospedali no profit, mettiamola così. Io credo che la progressiva introduzione del profitto nella sanità, iniziata trent’anni fa dai politici con la grave complicità della classe medica, sia una cosa vergognosa e dannosa per la salute dei cittadini.
I soldi che una Regione rimborsa per una prestazione sanitaria effettuata – sono gli stessi, che si tratti di ospedale privato (convenzionato) o pubblico. Il trucco è proprio lì, nel Drg, nell’idea del “rimborso”, nell’idea di ospedale come azienda. Il Drg è il meccanismo e il lasciapassare per la speculazione che produce profitti miliardari. Se i soldi andassero da pubblico a pubblico non ci sarebbe bisogno di Drg: si spende quanto necessario, niente più, niente meno. Se invece si vuole che qualcuno possa “fare soldi”, basta che le Regioni adottino una politica di rimborsi esagerati, i Drg appunto, molto più elevati dei soldi effettivamente spesi. Se si rimborsa 100 per un intervento che costa 30, chiunque lo effettui, si crea una montagna di danaro a disposizione degli sprechi e della corruzione, nel “pubblico” come nel “privato”. Così si aprono le porte ai futuri “don” e ai “don” già in attività. Un solo esempio: un intervento per sostituire una valvola cardiaca viene rimborsato in Italia (a tutti i Centri che lo effettuano) mediamente ventimila euro. Il costo reale dell’intervento, lo sappiamo benissimo, è invece di circa duemila euro. Una bella differenza, e soprattutto un boccone ghiotto a disposizione di manager e funzionari corrotti, o di faccendieri e speculatori più nobilmente chiamati “investitori del settore”.
Sono convinto che una sana politica sanitaria sia quella che non offre tali opportunità, che non spalanca le porte al profitto a danno della salute di tutti. Smettiamo pure di chiamarli pubblici i nostri ospedali, tanto ormai lo sono sempre meno: io credo che avremmo bisogno di ospedali no profit. Allora si tornerebbe a utilizzare tutte le risorse disponibili per il bene comune, e gli ospedali sarebbero di nuovo parte della res publica.
Gino Strada
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In questi giorni la CGIL FP ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica una annosa questione della sanità meridionale e pugliese. La mobilità passiva ossia la migrazione di residenti nel territorio provinciale verso altre province ed altre regioni per curarsi. La questione è spinosa e non è mai stata affrontata alla radice per due ragioni. La prima perché metterebbe in luce carenze strutturali e organizzative che ricadono sotto la responsabilità del management e dei governanti di turno. Si pensi alla mancanza di discipline come la chirurgia toracica, la gastroenterologia, la cardiochirurgia, tutte discipline giustificate dalla epidemiologia delle malattie curabili in questi reparti, ben rappresentate nella nostra provincia, ma mai attivate sotto tutti i governi di tutti i colori politici. Ma anche a reparti esistenti e non messi in condizioni, per carenze di personale o di apparecchiature, di lavorare a pieno regime per soddisfare tempestivamente le richieste dei cittadini costretti poi a curarsi fuori. La seconda, perché metterebbe a nudo carenze di reparti e professionisti che non fanno il proprio dovere o non sono in grado di farlo e che il management non osa mettere in discussione per pressioni corporative, sindacali e politico-clientelari.
Quello in questione è un fenomeno di notevole interesse pubblico, si tratta di circa 100 milioni l’anno persi dal budget aziendale (600 milioni in tutto), che potrebbero essere spesi nelle strutture della nostra provincia per ammodernarle e tenerle al passo con i tempi, e di oltre 20.000 ricoveri. A poco serve l’obiezione che la quota di cittadini che si curano in altre province della regione non provoca perdita di denaro dalle casse della sanità pugliese. Sicuramente ci rimettono dalle proprie tasche le famiglie. E ci viene il sospetto che la lieve flessione della mobilità passiva extra regionale dell’ultimo anno sia imputabile proprio alla difficoltà di molte di loro a sopportare spese di trasferta piuttosto che ad un maggior “appeal” delle nostre strutture sanitarie.
Le ragioni che spingono a curarsi fuori sono tuttavia molteplici, e, pur non escludendo affatto che talune di esse possano esser riconducibili ad un’irrazionale e pregiudiziale diffidenza verso le strutture sanitarie locali da parte di fasce di utenza non particolarmente consapevoli, ciò non significa che quelle ragioni non siano comprensibili e soprattutto non può voler dire che una struttura sanitaria che si chiama Azienda, per quanto il nome non ci piaccia per nulla quando si parla di salute, non debba approfondirle. Infatti qualunque azienda si chiederebbe perché il suo prodotto non piace ai potenziali clienti! Ed un modo semplice per capirlo sarebbe chiederlo agli interessati mediante questionari ed interviste. Si chiamano indagini di mercato. Perché non applicarle quando si deve ben impiegare denaro pubblico?
Purtroppo la gestione politica della sanità mira solo al consenso individuale attraverso il clientelismo e la cultura della gran parte della popolazione non è orientata alla soluzione di problemi collettivi. E’ una spirale che si autoalimenta. Strutture sanitarie costose aperte mezza giornata per tenerne aperte altre del tutto inutili. E questo con il sostegno a volte di Sindaci o politici che guardano solo al loro orticello elettorale e pongono veti senza avere responsabilità sui bilanci delle ASL. A ciò si aggiunga la protezione data da sindacati e politici a personale sanitario che non vuole fare dieci chilometri per andare a lavorare oppure è imboscato in uffici piuttosto che lavorare per gli ammalati.
Cosa si può fare? Rendere pubbliche le questioni che interessano il pubblico. Gli obiettivi assegnati alle strutture sanitarie ed il loro raggiungimento, le relazioni fornite dai sanitari al momento del rinnovo dei loro incarichi, i bilanci spiegati ai profani. Aumentare le occasioni di comunicazione ed ascolto collettive. Dovrebbe essere la missione di un’azienda pubblica, cioè di un bene comune.
Avv. Stefano Palmisano, Salute Pubblica
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Si moltiplicano le giornate dedicate a una patologia: sono 60 a livello nazionale. Osteoporosi, menopausa e timidezza: un tempo non erano considerate disfunzioni, ora sì. E sale il costo per sanità pubblica e famiglie: 4 miliardi all’anno. Ecco come le major del medicinale riescono a venderci farmaci inutili.
Non ce n’è nemmeno uno. Sul calendario non sono rimasti più mesi, settimane o giorni liberi da malattie. Da prevenire, scoprire prima possibile, sconfiggere, studiare o raccontare a chi sta bene. Cancro, alzheimer, sclerosi multipla, aids sono protagoniste ogni anno di giornate mondiali o italiane, regionali o cittadine. Ma anche la menopausa, l’osteoporosi, l’incontinenza e addirittura la stipsi hanno i loro periodi dedicati, con appuntamenti nelle piazze, davanti ai supermercati, negli ambulatori. Sotto gazebo montati in centro si misurano glicemia e pressione, si fanno valutazioni odontoiatriche e audiometriche ai passanti. C’è un palcoscenico per ogni problema, che sia infettivo e raro come la meningite oppure diffusissimo come l’ipertensione. Molti forse non sanno che in Italia si celebra anche il mese della prevenzione degli attacchi di panico.
Quanti sono gli appuntamenti dedicati alle malattie? Quelli nazionali almeno 60 l’anno, poi ci sono le manifestazioni locali e il numero sale a 300. In molti, tra medici, farmacologi e responsabili di associazioni di malati, sono convinti che sia troppo alto. Spesso l’invito agli screening e il messaggio che molti non sanno di avere una certa patologia, oltre ad avere effetti positivi, creano ansie e timori. E fanno consumare sempre più sanità: esami, visite e medicinali. È ciò che vuole l’industria farmaceutica, che in Italia fattura oltre 25 miliardi di euro all’anno. Lavora per far guarire da problemi seri ma anche per allargare il mercato, un po’ come si fa con i detersivi. Le giornate del malato, normalmente importanti, possono essere un efficace strumento di marketing, e diventare una delle linee di produzione della fabbrica delle malattie.
Quali sono i meccanismi utilizzati per riempire di medicine i nostri armadietti del bagno? Il punto di partenza è la ormai nota frase pronunciata oltre trent’anni fa dal pensionando direttore Merck, Henry Gadsen: “Sognamo di produrre farmaci per le persone sane”. Da allora la fabbrica ha scoperto tanti medicinali importanti ma ha anche prodotto nuove patologie e nuovi malati. Eventi naturali della vita come l’invecchiamento e il parto o stati d’animo come la timidezza, oggi, nella grande corsa al benessere assoluto, sono considerati problemi di salute. Così nessuno di noi si sente sano fino in fondo. Probabilmente Gadsen ne sarebbe soddisfatto, ma la fabbrica delle malattie non si accontenta mai. Si muove anche per far crescere il numero di persone a rischio. “Basta abbassare il limite della pressione, della glicemia o del colesterolo considerati pericolosi”, spiega Roberto Satolli, medico e giornalista dell’agenzia Zadig, che realizza il sito www. partecipasalute. it. “Negli anni Sessanta si era ipertesi con 160-90, negli anni Ottanta e Novanta con 140-90 e adesso con 120-80. Si sposta un po’ la soglia e milioni di persone vengono inserite tra coloro che devono prendere dei farmaci”. Il colesterolo un tempo era considerato alto dai 240 in su, adesso anche ben al di sotto dei 200.
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L’ARPA Puglia ha pubblicato sul suo sito i dati tratti da un lavoro dell’European Environment Agency (Agenzia Ambientale Europea). I dati, pubblicati il 24 novembre u.s., si riferiscono agli impatti delle emissioni in 622 impianti industriali in Europa.
In questa classifica europea l’impianto di Brindisi Cerano è al 18 posto, l’ILVA di Taranto al 52° posto.
L’EEA ha utilizzato i dati dell’inventario europeo delle emissioni del 2009 (E-PRTR) in riferimento a CO2, cinque gruppi di inquinanti atmosferici (NOx, SO2, NH3, NMCOV, particolato sottile) e un gruppo aggregato di microinquinanti (metalli pesanti, e, per gli inquinanti organici, 1,3-butadiene, benzene, IPA e PCDD/F). I dati sulle emissioni sono stati trasformati sulla base di consolidate metodologie di analisi costi-benefici. Per gli inquinanti aventi un effetto sanitario locale/regionale è stato calcolato sia il VOLY (valore degli anni di vita persi), sia il VSL (il valore della vita statistica).
L’Agenzia Europea stima che ogni anno i costi in termini di salute persa, esterni, cioè pagati dalla collettività che vive vicino alla centrale, sono stimabili, a seconda del metodo utilizzato, tra i 500 ed i 700 milioni di euro. Se si estende lo sguardo alle altre due centrali brindisine, anch’esse presenti in questa speciale classifica, si giunge ad una stima complessiva del danno sanitario a carico della collettività che varia da 691 a 958 milioni di euro. Stima che tuttavia manca della valutazione dell’impatto dell’industria chimica e meccanica.
Da anni andiamo ripetendo che un apprezzamento corretto dell’impatto sul territorio dei megainsediamenti industriali, energetici e non, non può prescindere da quelli che in tutto il mondo vengono chiamati e considerati come “costi esterni”. Anche la prestigiosa università Harvard di Boston (USA), come richiamato in alcuni nostri interventi, stima in quel paese i costi reali dell’impiego del carbone e li bilancia con i benefici sviluppando conseguenti politiche energetiche.
Non si comprende perché la nostra classe politica parli di rapporti con le megaziende energetiche prescindendo da una valutazione corretta dei costi e dei benefici della collettività dando per scontato che i secondi superino i primi, accontentandosi di piccole elargizioni, magari anche ludiche e sportive, che quietano la coscienza di chi le riceve e dei cittadini che acriticamente le salutano. Salvo poi imprecare contro la mala sorte o contro il cielo quando i malanni sopraggiungono.
Bisogna sedere al tavolo delle trattative con questi dati alla mano e con i dati di indagini epidemiologiche sui lavoratori e sui cittadini. Dati che tardano a venire. Bisogna che siedano al tavolo, indipendentemente dalle convenzioni, rappresentanti istituzionali decisamente orientati dalla parte dei cittadini. Chiediamo da subito che diano prova di questo spirito democratico cominciando a rendere pubbliche sui siti istituzionali i dati delle analisi condotte sulle emissioni industriali dagli organi di controllo e svolgendo le indagini epidemiologiche richieste.
Salute Pubblica
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In un paese dove la sanità e libero territorio del predone politico di turno e il servizio pubblico è sacrificato sull’altare degli interessi privati un assessore del genere è di sicuro improbabile. In un paese a 5 stelle chissà …
Siamo andati a trovare l’Assessore alla Sanità di Partenia. Pensavamo di aver capito che ci avrebbe ricevuto in assessorato. Arrivati negli uffici abbiamo, invece, trovato dappertutto gruppi di lavoro composti da infermieri , tecnici, medici e qualche amministrativo. “L’Assessore non c’è, è nella sua azienda agricola, viene un giorno la settimana per adottare gli atti preparati dalle varie commissioni”.
Un po’ sorpresi abbiamo raggiunto l’Assessore nella sua proprietà fuori città, una masseria del ’700. Un dipendente ci ha accompagnato nel capannone dove si fa il vino. Tra poco infatti arriva sulle tavole il vino novello.
“Benvenuti, un bicchiere di vino novello?”
“Perchè no!” e giù un negroamaro-malvasia in un bicchiere di terracotta.
“Allora, cosa volete sapere da questo povero Assessore?”
“Povero? Non sembra povero!”
“Intendo povero perchè ogni giorno gli piovono addosso critiche come se tutto ciò che va storto dipendesse da lui”
“Guardi, non siamo venuti per angustiarla. In fondo sono anni che ogni giorno possiamo leggere le sue dichiarazioni e le sue interviste. Ormai la consigliatura è alla fine e ci piacerebbe sapere se c’è una sola realizzazione del suo mandato di cui si sente di parlare con soddisfazione”
L’Assessore ci pensa un po’, manda giù un altro sorso di novello e si aggiusta il cappello di vimini.
“Le dico la verità, non sono riuscito a migliorare la simpatia dei concittadini per la nostra medicina. E lo sa perchè?”
“Perchè?”
“Perchè non siamo capaci di appassionare ai malati i nostri medici?”
“Ma non c’è proprio nulla di cui sia contento?”
“Sì, una realizzazione di cui sono orgoglioso c’è. Una sperimentazione. Visto che c’erano tanti lacci e lacciuoli soprattutto nei contratti di lavoro, ho proposto un esperimento”
“Quale?”
“Nel paese di Filopato ci sono tre edifici, molto vicini tra loro: un ospedale, un poliambulatorio ed un hospice”
“Perchè ne è orgoglioso?”
“Abbiamo chiesto ai medici che volevano lavorare in questo esperimento di rinunciare alla libera professione di qualsiasi tipo. In cambio assicuriamo periodi di formazione in centri di riferimento e l’acquisto di tecnologia di provata efficacia. “
“E quanti medici hanno risposto alla chiamata?”
“Molti, soprattutto giovani. Inoltre il governo delle tre strutture è stato affidata ad un consiglio elettivo formato da sanitari che dura in carica tre anni e viene supportato da giuristi, economisti, sociologi, psicologi, informatici, statistici, ingegneri, ma solo supportato.”
“Che vuol dire “solo”?”
“Che a decidere sono i sanitari. Per ogni decisione particolare, come l’acquisto di una nuova apparecchiatura ad esempio, si costituisce una commissione che valuta tutti i ‘pro’ ed i ‘contro’ ed alla fine decide, soprattutto in base alla provata efficacia e non alla moda.”
“Un’altra condizione che abbiamo posto per partecipare all’esperimento è che né i sanitari né la struttura accettino sponsorizzazioni da industrie farmaceutiche e biomediche. Libri e convegni li paga il consiglio dei sanitari. E si è visto che conviene. Inoltre l’informazione scientifica industriale non è ammessa se non in contraddittorio con i farmacisti della struttura”
“E negli altri due edifici?”
“In uno ci sono i poliambulatori per i medici di medicina generale e gli specialisti, il dipartimento di prevenzione. Tutti i medici sono dipendenti. Gli specialisti sono gli stessi dell’ospedale. Una regola fondamentale è la multidisciplinarietà”
“Cosa significa in concreto?”
“Ogni medico non chiede un esame o un consulto di un altro medico che poi il paziente andrà a ricercarsi. Il primo medico che incontra il malato si fa carico di discutere il caso con gli altri specialisti e questi di eseguire personalmente ulteriori esami. Non esiste la possibilità per il paziente di prenotare da sé un esame ed abbiamo abolito il centro di prenotazione e le ricette. Ogni cittadino di Filopato ha una tessera personale che permette al medico di consultare tutti gli esami ed i ricoveri. Ogni medico scrive sul suo tablet i referti che vengono archiviati elettronicamente nella cartella personale contenuta in un grande server generale. “
“E nel terzo edificio?”
“L’Hospice”
“Per i malati oncologici?”
“Non solo, per tutti i malati che non guariranno affetti da qualsiasi malattia. Le equipe sanitaria gestisce anche i pazienti a casa e li accompagna nel poliambulatorio o nell’ospedale a seconda delle esigenze di accesso. Anche qui il malato non deve preoccuparsi di prenotare e contattare altri specialisti”
“Cosa si aspetta da questa esperimento?”
“Un maggior gradimento da parte del cittadino ed un corpo sanitario soddisfatto e dedicato”
“Pensa che l’esperimento riuscirà?”
“Abbiamo già segnali positivi. Non si fanno esami inutili, non ci sono liste di attesa perchè se l’esame è necessario si esegue subito. I cittadini di Filopato non vanno più a curarsi fuori. Quello che si recupera dalla migrazione sanitaria si reinveste nell’ospedale. I sanitari sono contenti e soprattutto gli ammalati”
Viene verso di noi una ragazza con un vassoio pieno di friselline condite con olio, pomodoro e origano ed una coppa di castagne arrostite. Una buona base per un altro po’ di novello.
“Ma Assessore, perchè hanno scelto un agricoltore per la sanità?”
“Perchè l’Assessore non si occupa di soluzioni tecniche, né di primariati né di tecnologie, sono scelte dei sanitari. E poi perchè se fosse un sanitario, potrebbe imporre una sua visione o fare gli interessi di una parte della sua categoria. Il governo di Partenia dà indicazioni politiche: vogliamo un sistema dedicato, accessibile, aggiornato in base alle evidenze, informatizzato. Poi il resto lo fanno gli operatori”
Ci salutiamo, salutiamo tutti gli operai presenti nel capannone. L’Assessore ci accompagna all’uscita.
“Un’ultima domanda, mi scusi, ma il governo di Partenia è un governo di destra o di sinistra?”
L’Assessore ci pensa un po’, sistema il cappello sulla testa: “Destra, sinistra? – un po’ smarrito – E’ un governo “intelligente”“
Una stretta di mano e la masseria è alle nostre spalle. Lo sterrato alza la polvere dietro la nosta auto. La masseria non si vede più.
Sento toccarmi un braccio. É il mio cameramen: “Sveglia, Carlo, siamo arrivati a Bari”.



















