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Archive for Istruzione/Scuola

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In Italia siamo soliti accettare qualsiasi assurdità basandoci su luoghi comuni che, costantemente ripetuti dai media, diventano una specie di verità assodata. Smontiamone un pò con queste ottime osservazioni di Federico Del Giudice scritte in collaborazione con Diana Armento di Coordinamento universitario.

Subito dopo andate a firmare la petizione per abolire i testi di ingresso all’università su Change.org

In Italia ci sono troppi laureati, non possiamo più permetterci di far iscrivere chiunque all’università. Falso: l’Italia è uno dei Paesi in Europa con il più basso numero di laureati fra i 25 e i 34 anni. Solo il 19% (al pari di Slovacchia, Romani e Repubblica Ceca), contro una media del 30% nell’Ue, corrispondente alla metà delle cifre del Regno Unito, della Francia e persino della Spagna. L’obiettivo da raggiungere fissato a livello europeo è quello del 40% (più del doppio di quelli attuali) entro il 2020. Vale a dire che, secondo la logica, nei prossimi 7 anni dovremmo sforzarci per promuovere le iscrizioni all’università, che invece sono in forte calo (-58.000 iscritti negli ultimi 10 anni).

All’università è giusto che vada chi se la “merita”. Falso: la formazione universitaria rientra a pieno titolo fra i diritti fondamentali di ogni cittadino, garantito fra l’altro dalla nostra Costituzione. I diritti, per loro natura, non sono un premio che ognuno deve provare ad ottenere, ma una garanzia che ogni società dovrebbe premurarsi di tutelare. Selezionare, in base a una presunta idea di “merito”, chi può godere di un diritto e chi no, è una prepotenza di cui ci si è arrogati in maniera totalmente illegittima.

I test sono uno strumento imparziale, chi studia li supera senza problemi. Falso anche questo: pensare che qualche decina di domande e due ore di tempo siano lo strumento per stabilire chi è in grado di studiare una disciplina e chi no è pura follia. Il test premia un tipo di preparazione, nozionistica e meccanica, che è lontana anni luce dal metodo e dai contenuti con cui si viene formati all’interno delle nostre scuole. Non per altro, negli anni sono sorte tantissime aziende e istituti privati che preparano i futuri universitari in vista del test, insegnando più che materie, ragionamenti e connessioni, trucchi e metodi per poter rispondere velocemente a una tipologia pre-impostata di quesiti. I costi di questi corsi sono altissimi e accessibili solo a coloro che hanno la possibilità di investire economicamente nella preparazione ai test d’accesso, alla faccia di qualsiasi discorso sull’equità e sulla mobilità sociale. Non è un caso, fra l’altro, che oggi il numero dei laureati che provengono da famiglie in cui almeno uno dei due genitori è laureato è 7 volte superiore di quello di chi viene da una famiglia a basso livello d’istruzione.

Il numero chiuso esiste solo in facoltà particolarmente difficili, perché non tutti sono in grado di studiare materie particolarmente complesse. Falso: il numero chiuso sta progressivamente diventando uno strumento universale di sbarramento all’università. Oggi il 57,3% dei corsi di laurea attivati in Italia prevedono una selezione all’accesso, ben più della metà. Al di là delle facoltà che sono regolate da un sistema di selezione nazionale (L. 264/99, che riguarda le discipline medico-sanitarie, Architettura e Scienze delle Formazione), i singoli atenei possono decidere se attuare o meno dei sistemi di selezione. Complice il durissimo taglio dei fondi pubblici, il blocco del turn-over e l’impossibilità di assumere nuovi docenti, la carenza storica di spazi e infrastrutture, oltre che il famigerato decreto AVA e l’imposizione di ristrettissimi requisiti per l’attivazione dei corsi di studio, il numero chiuso è diventato lo strumento principe con cui far fronte ai problemi dell’università pubblica, nell’attesa che qualcosa cambi sul fronte delle politiche nazionali.

Le conclusioni a questo punto non sono difficili da tirare: la cosa di cui il nostro Paese avrebbe bisogno in questo momento è l’abolizione totale di ogni barriera all’accesso universitario e un grosso piano di investimenti pubblici per gli atenei, in maniera tale da garantirne la sostenibilità e la capacità di accogliere e fornire istruzione di qualità a tutti coloro che lo desiderano. Il tutto andrebbe supportato da un nuovo sistema di borse di studio e servizi in grado di tutelare il diritto di proseguire gli studi oltre il diploma a prescindere dalle proprie condizioni di reddito.

Resta a noi scegliere se continuare ad assistere alla progressiva negazione dei nostri diritti e del nostro futuro o ricominciare ad alzare la voce.

Firma la petizione su Change.org -> vai

Categorie : Istruzione/Scuola
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tasse2

Lo avevo preannuciato già diversi mesi fa che prima o poi sarebbero arrivati a mettere le mani sugli stipendi dei dipendenti pubblici, non che sia un esperto di politiche economiche ma chiunque cittadino ben informato (noi dai giornali e tv) sarebbe arrivato alla stessa scontata conclusione e l’unica incognita sarebbe rimasta sul quando non certo sul se. Oggi è noto anche il quando, ovvero adesso.

I primi ad essere curati con questa scontata, quanto inutile, cura saranno gli insegnanti e la scelta non è, a mio avviso, casuale. Non solo si vuole affrontare una categoria alla volta per evitare mobilitazioni di massa incontrollabili, ma iniziare da quelle che l’opinione pubblica, forse più per invidia che altro, considera privilegiate. E gli insegnanti sono perfetti per questo: 22-24 ore di lavoro alla settimana, a volte anche meno, 15 giorni di ferie a Natale, 10 a Pasqua e 3 mesi in Estate. Adesso potremmo anche inziare una disamina di questi “privilegi” (personalmente sono per una drastica diminuzione degli orari di lavoro per tutti i lavoratori), ma se ci concentrassimo su questi aspetti (forse proprio quello che vogliono), non ci porremmo probabilmente la domanda fondamentale: questa decurtazione degli stipendi avrà effetti su questi “privilegi”? Ovvero aumenterà l’orario di lavoro o diminuirà i giorni di ferie del corpo insegnanti?

Assolutamente no e l’unico effetto sarà l’ennesima mortificazione di una categoria che svolge un lavoro tanto delicato quanto fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico del nostro paese.

La seconda domanda da porsi è: quali effetti avrà sulle casse statali questa decurtazione? Per risponderci basterebbe verificare gli effetti sul bilancio di tutte le precedenti manovre coi loro tagli, tasse, ecc. Se facessimo questa semplice verifica potremmo constatare che il debito pubblico e i relativi interessi sono costantemente aumentati. La cura non funziona, anzi sta facendo peggiorare il malato. E’ come se stessimo facendo dei salassi ad un paziente anemico, l’esito non potrà che essere il decesso.

Naturalmente questa decurtazione è solo l’inizio, potrà pure essere che il governo faccia passi indietro diminuendola oppure annullandola proprio (ci avviciniamo alle elezioni europee e perdere voti non è certo buona cosa), ma di sicuro sarà solo l’ennesimo rinvio di un qualcosa che prima o poi ci piomberà addosso e coinvolgerà tutti i pubblici dipendenti ad esclusione dei privilegiati veri, politici in primis.

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feb
09

Io mi sbilancio

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Da anni seguo la campagna e le proposte di Sbilanciamoci. Oggi, in prossimità delle elezioni l’appello ai candidati e forze politiche ad un impegno per un’Italia capace di futuro: dalla parte dell’ambiente, della pace, dei diritti di cittadinanza, della giustizia sociale, di un’economia diversa.

Io non sono candidato e quindi la mia sottoscrizione lascia il tempo che trova, ma a leggere questi impegni mi pare di leggere una copia del programma politico del moVimento 5 Stelle.

Le prossime elezioni politiche del 24 e del 25 febbraio possono rappresentare un punto di svolta e di discontinuità rispetto alle politiche neoliberiste di austerity che hanno impoverito il paese e lo hanno fatto sprofondare nella recessione. Queste politiche hanno accentuato le disuguaglianze, aumentato la disoccupazione, indebolito il welfare, reso più precario il lavoro, messo in difficoltà le imprese.

Non è “l’Europa che ce lo chiede”: non occorre “restituire fiducia ai mercati”, politiche economiche alternative sono possibili. Da anni la campagna Sbilanciamoci! presenta il proprio rapporto per “usare la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la pace”. Il XIV rapporto è stato presentato a fine novembre del 2012 e contiene 94 proposte che, numeri alla mano, dimostrano che una differente legge di stabilità permetterebbe di investire nel rilancio dell’economia, in un nuovo modello di sviluppo ambientalmente sostenibile, in una redistribuzione della ricchezza e in una maggiore giustizia sociale.

Solo per fare alcuni esempi, se tagliassimo i crescenti contributi alla scuola privata, ci sarebbero maggiori risorse per quella pubblica. Senza educazione, ricerca ed alta formazione il paese non ha un futuro, servono investimenti pubblici nella qualificazione dell’offerta formativa, nel diritto allo studio, nell’edilizia scolastica e universitaria, nella ricerca. Se abbandonassimo la follia delle “grandi opere”, a partire dalla realizzazione dell’alta velocità in Val Susa, ci sarebbero le risorse per le “piccole opere” di cui ha bisogno il Paese, dalla mobilità sostenibile alla lotta contro il dissesto idrogeologico. Se rinunciassimo all’acquisto dei cacciabombardieri F35 e tagliassimo le spese militari del 20%, ci sarebbero le risorse per il welfare, per la cooperazione internazionale e per il Servizio Civile Nazionale e ne avanzerebbero anche per ridurre il debito pubblico. La politica estera del nostro Paese non può fondarsi sulle missioni militari all’estero, ma sulla cooperazione internazionale e la solidarietà. Una politica fiscale all’insegna di una maggiore progressività, consentirebbe una redistribuzione più equa della ricchezza. E via discorrendo.

Dall’ambiente alla sanità, dall’istruzione alle politiche di accoglienza dei migranti, dal contrasto alla corruzione alla lotta all’evasione e all’elusione fiscale, è in questa direzione che occorre impostare le future scelte di politica economica.

Siamo immersi in una crisi finanziaria, economica, sociale, ambientale, di democrazia. Per uscirne, il primo passo deve però essere culturale. Bisogna capovolgere un paradigma – quello del neoliberismo – costruendone un altro: quello di un’economia fondata sui beni comuni, la sostenibilità ambientale e sociale, l’uguaglianza e i diritti.

Scarica il rapporto 2013 di Sbilanciamoci.

Quattordici associazioni americane, da People for the Ame­rican Way alla National Education Association, hanno pubbli­cato un documento indirizzato a genitori e insegnanti nel quale sostengono che nelle scuole pubbliche sarebbe oppor­tuno insegnare religioni comparate. Questa materia potrebbe dare un grosso contributo al fine di colmare l’analfabetismo religioso di questo paese e inoltre potrebbe dare un duro colpo al bigottismo, ai pregiudizi e alle superstizioni religio­se presenti in tutto il mondo. Ma a questa proposta qualcuno potrebbe obiettare: «Oh, ma noi non vogliamo che i nostri bambini studino le altre grandi religioni, perché a loro basta Gesù Cristo. La verità è nel cristianesimo, perché è stato Gesù a dire: “Io sono la Via, la Verità e la Luce.” I nostri bam­bini hanno bisogno solo di questo».

Quello che, a dimostrazione del proprio analfabetismo reli­gioso, non conosce chi afferma una cosa del genere è che pra­ticamente ogni leader o eroe religioso ha detto esattamente le stesse cose. Zoroastro ha usato proprio le medesime parole: «Io sono la Via, la Verità e la Luce». Anche Buddha ha detto lo stesso, così come Laozi nel taoismo. La maggior parte delle cose dette da Gesù le ritroviamo nel mitraismo, nello zoroastrismo, in Egitto, a Babele e in altre religioni misteri-che greche.

Un esempio perfetto di quello che stiamo dicendo è appun­to il mitraismo, religione diffusa in Persia e in India nel sesto secolo a.C. Mitra nacque da una vergine e alla sua nascita erano presenti solo alcuni pastori. Egli era conosciuto come la “Via”, la “Verità”, la “Luce”, la “Vita”, il “Verbo”, il “Figlio di Dio” e il “Buon Pastore”. Egli è stato dipinto con un agnello sulle spalle. Secoli prima che nascesse Gesù la domenica veniva già considerata un giorno sacro, ed era conosciuta come il “giorno del Signore”. Il venticinque dicembre veniva celebrata una grande festa con campane, candele, regali, inni, e i fedeli facevano la “comunione”. Dal venticinque dicembre fino all’equinozio di primavera (Pasqua) c’erano i “quaranta giorni” che più tardi sarebbero diventati la Quaresima cristiana. Alla sua morte Mitra fu sepolto in una tomba di pietra chiamata “Petra”. Dopo tre giorni egli fu rimosso con una grande e gioiosa celebrazione.

Petra, la pietra sacra, qualche secolo dopo sarebbe diventa­ta Pietro, il quale rappresenta le fondamenta mitiche della Chiesa cristiana (Matteo 16:18: «Tu sei Pietro e su questa pie­tra edificherò la mia Chiesa»). È palese che i miti cristiani sono piuttosto impregnati di mitraismo.

I seguaci di Mitra credevano che ci sarebbe stato un “gior­no del giudizio”: i non credenti sarebbero morti, mentre i cre­denti avrebbero vissuto in cielo o nel “paradiso” (una parola persiana) per sempre. Tutte queste credenze mitiche sarebbe­ro poi state assorbite secoli più tardi dal cristianesimo. Paolo si appropriò di tutti questi miti e li attribuì a Gesù, senza aver­lo mai nemmeno conosciuto, costruendo in questo modo tutta la mitologia cristiana. Egli prese Gesù dal giudaismo e fece suo il “giorno del sole” mitraico invece del sabato ebraico (sabbath). Tutti i giorni santi mitraici furono usati per creare questa nuova religione: il Natale, la Pasqua, la Quaresima e la festa di risurrezione di primavera. Fondamentalmente la “messa” cristiana era, ed è, il vecchio sacramento mitraico della “taurobolia”, sacramento che stava a simboleggiare il sacrificio divino e l’effetto salvifico del sangue.

Questo mi sembra un esempio abbastanza chiaro. La mia proposta è valida: lo studio comparato delle religioni , nei licei, potrebbe dare un enorme contributo alla cancellazione dell’analfabetismo religioso, e questo sarebbe un grosso passo in avanti per ridurre il bigottismo, i pregiudizi e tutte quelle superstizioni che indeboliscono lo spirito umano.

 

William Edelen

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feb
22

Sempre più borsette

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Ho già affrontato in altre occasioni il tema del ridicolo contributo fornito dal comune di Ostuni agli studenti bisognosi di aiuto economico definito, anche dai media a caratteri cubitali, borsa di studio. Ho già anche detto a quanto ammontano queste borse, facendo notare che più che borse si sarebbe dovuto parlare di borsette. Quest’anno ci sono novità e come prevedibile le borsette adesso assomigliano sempre più a dei borsellini.

Infatti il fondo a disposizione del comune, poco più di 41 mila euro lo scorso anno, ha subito un taglio netto di oltre il 25% scendendo poco sotto i 30 mila euro. Va da se che, considerato il momento di crisi, le domande di aiuto sono in aumento e questo fa si che le “ragguardevoli” cifre erogate lo scorso anno (da 15€ a 128€) sono decisamente calate arrivando ad un minimo di 10€ ad un massimo di 98€. Minchia signor tenente verrebbe da dire. Se è vero che qualche spicciolo è sempre meglio di un dito in un occhio, sarebbe comunque più opportuno definire ogni cosa col suo giusto termine e, in questo caso, più che contributo e borsa di studio si dovrebbe parlare di elemosina.

Adesso qualcuno se ne uscirà con la storia della crisi, dei sacrifici, e tutte quelle belle panzanate con cui giornali e televisioni  inquinano quotidianamente i nostri occhi e le nostre orecchie. Ma questo drastico taglio è riscontrabile anche in altri capitoli di spesa? Ad esempio si sono tagliati del 25% i costi della politica, a livello regionale o comunale? Non mi risulta proprio, anzi il bilancio del consiglio regionale è anche quest’anno in aumento rispetto allo scorso anno e i tagli a compensi e priviliegi vari tanto annunciati e riportati dai soliti pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti, sanno tanto di limatina di unghie piuttosto che di tagli veri e propri. Stesso dicasi a livello comunale dove un taglio dei compensi di sindaco e assessori potrebbe diventare immediatamente operativo con una semplice delibera di giunta. Il signor sindaco che da solo percepisce molto di più di quanto viene attribuito a più di 500 ragazzi in gravi difficoltà economiche è una vergogna che dovrebbe essere urlata ai quattro venti e che invece non trova il benchè minimo spazio sui mezzi di “informazione”.

Si tace su tutto questo come si tace su Zero Privilegi Puglia una proposta di legge regionale di iniziativa popolare su cui, in questi giorni, si stanno raccogliendo le firme anche ad Ostuni dove si sono organizzati appositi banchetti stradali. Una proposta per un drastico taglio dei costi della politica regionale che porterebbe a risparmi per circa 10 milioni di euro all’anno coi quali si potrebbe certamente finanziare delle borse di studio al posto di questa elemosina. Eppure i media tacciono, pochissimi sanno di questa iniziativa come pochissimi sanno in realtà a quanto ammonta l’elemosina che il comune sta distribuendo in questi giorni sotto il nome di borse di studio.

Noi continueremo a stare per le strade a diffondere queste informazioni ignote ai più. Loro non si arrenderanno mai, noi nepure.

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