Archive for Istruzione/Scuola
Da anni seguo la campagna e le proposte di Sbilanciamoci. Oggi, in prossimità delle elezioni l’appello ai candidati e forze politiche ad un impegno per un’Italia capace di futuro: dalla parte dell’ambiente, della pace, dei diritti di cittadinanza, della giustizia sociale, di un’economia diversa.
Io non sono candidato e quindi la mia sottoscrizione lascia il tempo che trova, ma a leggere questi impegni mi pare di leggere una copia del programma politico del moVimento 5 Stelle.
Le prossime elezioni politiche del 24 e del 25 febbraio possono rappresentare un punto di svolta e di discontinuità rispetto alle politiche neoliberiste di austerity che hanno impoverito il paese e lo hanno fatto sprofondare nella recessione. Queste politiche hanno accentuato le disuguaglianze, aumentato la disoccupazione, indebolito il welfare, reso più precario il lavoro, messo in difficoltà le imprese.
Non è “l’Europa che ce lo chiede”: non occorre “restituire fiducia ai mercati”, politiche economiche alternative sono possibili. Da anni la campagna Sbilanciamoci! presenta il proprio rapporto per “usare la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la pace”. Il XIV rapporto è stato presentato a fine novembre del 2012 e contiene 94 proposte che, numeri alla mano, dimostrano che una differente legge di stabilità permetterebbe di investire nel rilancio dell’economia, in un nuovo modello di sviluppo ambientalmente sostenibile, in una redistribuzione della ricchezza e in una maggiore giustizia sociale.
Solo per fare alcuni esempi, se tagliassimo i crescenti contributi alla scuola privata, ci sarebbero maggiori risorse per quella pubblica. Senza educazione, ricerca ed alta formazione il paese non ha un futuro, servono investimenti pubblici nella qualificazione dell’offerta formativa, nel diritto allo studio, nell’edilizia scolastica e universitaria, nella ricerca. Se abbandonassimo la follia delle “grandi opere”, a partire dalla realizzazione dell’alta velocità in Val Susa, ci sarebbero le risorse per le “piccole opere” di cui ha bisogno il Paese, dalla mobilità sostenibile alla lotta contro il dissesto idrogeologico. Se rinunciassimo all’acquisto dei cacciabombardieri F35 e tagliassimo le spese militari del 20%, ci sarebbero le risorse per il welfare, per la cooperazione internazionale e per il Servizio Civile Nazionale e ne avanzerebbero anche per ridurre il debito pubblico. La politica estera del nostro Paese non può fondarsi sulle missioni militari all’estero, ma sulla cooperazione internazionale e la solidarietà. Una politica fiscale all’insegna di una maggiore progressività, consentirebbe una redistribuzione più equa della ricchezza. E via discorrendo.
Dall’ambiente alla sanità, dall’istruzione alle politiche di accoglienza dei migranti, dal contrasto alla corruzione alla lotta all’evasione e all’elusione fiscale, è in questa direzione che occorre impostare le future scelte di politica economica.
Siamo immersi in una crisi finanziaria, economica, sociale, ambientale, di democrazia. Per uscirne, il primo passo deve però essere culturale. Bisogna capovolgere un paradigma – quello del neoliberismo – costruendone un altro: quello di un’economia fondata sui beni comuni, la sostenibilità ambientale e sociale, l’uguaglianza e i diritti.
Scarica il rapporto 2013 di Sbilanciamoci.
Quattordici associazioni americane, da People for the American Way alla National Education Association, hanno pubblicato un documento indirizzato a genitori e insegnanti nel quale sostengono che nelle scuole pubbliche sarebbe opportuno insegnare religioni comparate. Questa materia potrebbe dare un grosso contributo al fine di colmare l’analfabetismo religioso di questo paese e inoltre potrebbe dare un duro colpo al bigottismo, ai pregiudizi e alle superstizioni religiose presenti in tutto il mondo. Ma a questa proposta qualcuno potrebbe obiettare: «Oh, ma noi non vogliamo che i nostri bambini studino le altre grandi religioni, perché a loro basta Gesù Cristo. La verità è nel cristianesimo, perché è stato Gesù a dire: “Io sono la Via, la Verità e la Luce.” I nostri bambini hanno bisogno solo di questo».
Quello che, a dimostrazione del proprio analfabetismo religioso, non conosce chi afferma una cosa del genere è che praticamente ogni leader o eroe religioso ha detto esattamente le stesse cose. Zoroastro ha usato proprio le medesime parole: «Io sono la Via, la Verità e la Luce». Anche Buddha ha detto lo stesso, così come Laozi nel taoismo. La maggior parte delle cose dette da Gesù le ritroviamo nel mitraismo, nello zoroastrismo, in Egitto, a Babele e in altre religioni misteri-che greche.
Un esempio perfetto di quello che stiamo dicendo è appunto il mitraismo, religione diffusa in Persia e in India nel sesto secolo a.C. Mitra nacque da una vergine e alla sua nascita erano presenti solo alcuni pastori. Egli era conosciuto come la “Via”, la “Verità”, la “Luce”, la “Vita”, il “Verbo”, il “Figlio di Dio” e il “Buon Pastore”. Egli è stato dipinto con un agnello sulle spalle. Secoli prima che nascesse Gesù la domenica veniva già considerata un giorno sacro, ed era conosciuta come il “giorno del Signore”. Il venticinque dicembre veniva celebrata una grande festa con campane, candele, regali, inni, e i fedeli facevano la “comunione”. Dal venticinque dicembre fino all’equinozio di primavera (Pasqua) c’erano i “quaranta giorni” che più tardi sarebbero diventati la Quaresima cristiana. Alla sua morte Mitra fu sepolto in una tomba di pietra chiamata “Petra”. Dopo tre giorni egli fu rimosso con una grande e gioiosa celebrazione.
Petra, la pietra sacra, qualche secolo dopo sarebbe diventata Pietro, il quale rappresenta le fondamenta mitiche della Chiesa cristiana (Matteo 16:18: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»). È palese che i miti cristiani sono piuttosto impregnati di mitraismo.
I seguaci di Mitra credevano che ci sarebbe stato un “giorno del giudizio”: i non credenti sarebbero morti, mentre i credenti avrebbero vissuto in cielo o nel “paradiso” (una parola persiana) per sempre. Tutte queste credenze mitiche sarebbero poi state assorbite secoli più tardi dal cristianesimo. Paolo si appropriò di tutti questi miti e li attribuì a Gesù, senza averlo mai nemmeno conosciuto, costruendo in questo modo tutta la mitologia cristiana. Egli prese Gesù dal giudaismo e fece suo il “giorno del sole” mitraico invece del sabato ebraico (sabbath). Tutti i giorni santi mitraici furono usati per creare questa nuova religione: il Natale, la Pasqua, la Quaresima e la festa di risurrezione di primavera. Fondamentalmente la “messa” cristiana era, ed è, il vecchio sacramento mitraico della “taurobolia”, sacramento che stava a simboleggiare il sacrificio divino e l’effetto salvifico del sangue.
Questo mi sembra un esempio abbastanza chiaro. La mia proposta è valida: lo studio comparato delle religioni , nei licei, potrebbe dare un enorme contributo alla cancellazione dell’analfabetismo religioso, e questo sarebbe un grosso passo in avanti per ridurre il bigottismo, i pregiudizi e tutte quelle superstizioni che indeboliscono lo spirito umano.
William Edelen
Ho già affrontato in altre occasioni il tema del ridicolo contributo fornito dal comune di Ostuni agli studenti bisognosi di aiuto economico definito, anche dai media a caratteri cubitali, borsa di studio. Ho già anche detto a quanto ammontano queste borse, facendo notare che più che borse si sarebbe dovuto parlare di borsette. Quest’anno ci sono novità e come prevedibile le borsette adesso assomigliano sempre più a dei borsellini.
Infatti il fondo a disposizione del comune, poco più di 41 mila euro lo scorso anno, ha subito un taglio netto di oltre il 25% scendendo poco sotto i 30 mila euro. Va da se che, considerato il momento di crisi, le domande di aiuto sono in aumento e questo fa si che le “ragguardevoli” cifre erogate lo scorso anno (da 15€ a 128€) sono decisamente calate arrivando ad un minimo di 10€ ad un massimo di 98€. Minchia signor tenente verrebbe da dire. Se è vero che qualche spicciolo è sempre meglio di un dito in un occhio, sarebbe comunque più opportuno definire ogni cosa col suo giusto termine e, in questo caso, più che contributo e borsa di studio si dovrebbe parlare di elemosina.
Adesso qualcuno se ne uscirà con la storia della crisi, dei sacrifici, e tutte quelle belle panzanate con cui giornali e televisioni inquinano quotidianamente i nostri occhi e le nostre orecchie. Ma questo drastico taglio è riscontrabile anche in altri capitoli di spesa? Ad esempio si sono tagliati del 25% i costi della politica, a livello regionale o comunale? Non mi risulta proprio, anzi il bilancio del consiglio regionale è anche quest’anno in aumento rispetto allo scorso anno e i tagli a compensi e priviliegi vari tanto annunciati e riportati dai soliti pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti, sanno tanto di limatina di unghie piuttosto che di tagli veri e propri. Stesso dicasi a livello comunale dove un taglio dei compensi di sindaco e assessori potrebbe diventare immediatamente operativo con una semplice delibera di giunta. Il signor sindaco che da solo percepisce molto di più di quanto viene attribuito a più di 500 ragazzi in gravi difficoltà economiche è una vergogna che dovrebbe essere urlata ai quattro venti e che invece non trova il benchè minimo spazio sui mezzi di “informazione”.
Si tace su tutto questo come si tace su Zero Privilegi Puglia una proposta di legge regionale di iniziativa popolare su cui, in questi giorni, si stanno raccogliendo le firme anche ad Ostuni dove si sono organizzati appositi banchetti stradali. Una proposta per un drastico taglio dei costi della politica regionale che porterebbe a risparmi per circa 10 milioni di euro all’anno coi quali si potrebbe certamente finanziare delle borse di studio al posto di questa elemosina. Eppure i media tacciono, pochissimi sanno di questa iniziativa come pochissimi sanno in realtà a quanto ammonta l’elemosina che il comune sta distribuendo in questi giorni sotto il nome di borse di studio.
Noi continueremo a stare per le strade a diffondere queste informazioni ignote ai più. Loro non si arrenderanno mai, noi nepure.
Vorrei entrare in contatto con il giovane e brillante trentottenne viceministro Michel Martone figlio di cotanto padre: Papà Antonio, infatti, è stato a lungo avvocato generale in Cassazione, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Un pezzo grosso della magistratura, nominato da Brunetta per presiedere la Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità, e finito coinvolto nell’inchiesta sulla P3 e frequentatore di cene a casa di Denis Verdini. Il piccolo Michel ottene una consulenza al ministero guidato da Brunetta, legatissimo al padre.
Mi dovete aiutare a parlare con lui faccia a faccia, o con una lettera aperta nei vostri giornali/programmi/siti, con Michel Martone che, oggi durante un convegno della Regione Lazio, ha dichiarato: “Se a 28 anni non sei laureato sei uno sfigato”.
Sono la persona adatta per parlargli: ho 28 anni e ancora non mi sono laureato. Vivo a Foggia e stavo cercando di laurearmi a Bari in Scienze della comunicazione mantenendomi con vari ed eventuali lavori. Breve riepilogo, sono: studente fuori corso, pendolare, lavoratore saltuario, sottopagato e a nero.
Sto mollando l’Università (mi mancano quattro esami e ho una media del 28/29, di preciso non la ricordo ma non è inferiore a quanto vi ho indicato) perchè da quando mi sono iscritto le tasse, le tariffe dei treni e i prezzi dei libri sono solo aumentate. Le borse di studio? Non ne parliamo: sono un traffico così oscuro che una volta mi capitò di ascoltare nei corridoi dell’Università le grida di una ragazza che arrabbiatissima perchè non aveva avuto accesso alla borsa di studio nonostante vivesse con la sorella condividendone condizioni economiche e familiari e anche di rendimento didattico che, però, l’aveva ricevuta.
Capita così di lavorare il sabato sera in pizzerie i cui titolari hanno la terza elementare e, per compilare un assegno, chiedono a te quanti zeri vanno in “diecimila” e tu, che non hai nemmeno il conto corrente, glielo spieghi. La tariffa in pizzeria è di 30 euro il sabato, 25 gli altri giorni. Il regionale per Bari, il più economico, andata e ritorno costa 16,80 euro; prima allo stesso prezzo potevi prendere l’espresso (tutti i foggiani pendolari per Bari hanno impresso nella memoria lo storico espresso delle 06:30 che partiva da Torino Porta Nuova la sera prima, salirci era come entrare dentro una gigantesca scarpa da ginnastica usatissima) che ora non c’è più.
Quindi mi capitava di spendere in un sol giorno 16,80 solo per i biglietti per arrivare in Ateneo e seguire una lezione più breve del mio solo viaggio d’andata, o per farmi mettere una firma e poi tornare in stazione (si, funziona ancora così, le firme con la penna sulla carta), oppure prendere appuntamento con un professore, farsi i 123 km e trovare la porta del suo ufficio chiusa, nessun biglietto, nessun avviso, nessuna notizia lasciata al portinaio, niente, così ti giri e ti rifai i 123 km all’inverso (posso fare nomi cognomi e date di tutto ciò che vi sto raccontando).
Le e-mail e il telefono per i professori non sono strumenti di uso quotidiano, almeno nel rapporto con gli studenti, eppure se capita di vederli al bar hanno sempre con un telefono in mano. Conosco bene i professori, assistenti, ricercatori e i loro comportamenti da bar, avendo lavorato ANCHE nel bar all’interno dell’Università degli studi di Foggia, quell’Università famosa perchè il precedente magnifico rettore vi ha sistemato tutta la famiglia, famiglia in senso molto ampio, anche i parenti acquisiti, facendo la fortuna di Striscia la notizia, Le iene, W l’Italia di Iacona e Report. Sono sempre lì a dire quanto sia sottovalutato il loro contributo, poi però c’è sempre un loro collega a dire che quello che fino a poco prima si stava lamentando è il cancro dell’Università.
Ma non voglio sproloquiare: spendo 16,80 per andare a Bari e per risparmiare mi porto i panini e l’acqua da casa, ogni giorno di lezione sembra che mi stia organizzando per una pasquetta, invece cerco solo di limitare i costi. Così per tre giorni ti alzi alle 05:30 e torni a casa alle 20:30 e nei restanti giorni della settimana dovresti studiare, però devi anche lavorare per pagarti tutto il pacchetto “Università”, nel frattempo non sarebbe male guastare almeno un po’ le lenzuola del letto e, magari, farsi una vita sociale.
Velocemente i lavori che ho fatto: cameriere, barista, traslocatore, giardiniere, animatore per bambini, autista, impiegato INPS, lavoratore IPERCOOP, Babbo Natale, addetto alle pulizie su barca a vela. INPS e IPERCOOP regolari, con i contributi, tutti gli altri a nero, senza nessun tipo di formazione professionale.
Vorrei guadagnarmi da vivere scrivendo e da Settembre 2011 ho deciso, con enormi dubbi e critiche da parte di famiglia e amici, di dedicarmi solo a quello, rinunciando alle 600 euro da barista. Scrivo per un free press della mia città che mi paga 150 euro al mese. Sarebbero 5 euro al giorno. Non posso dirvi quanto fa all’ora perchè non è possibile calcolare in ore il lavoro del giornalista. O forse si, potrei anche calcolare la mia retribuzione oraria segnandomi il tempo che si passa in redazione, gli spostamenti tra gli eventi da seguire, i tempi di scrittura e di preparazione ai temi da affrontare, ma preferisco non farlo perchè… dovete permettermi di dire queste cose ad alta voce prima che Martone, crescendo, dalla poltrona istituzionale che occuperà di qui a vent’anni dica ai futuri giovani che sono dei “bamboccioni”.
Io non sono nessuno, non rappresento nessuno, non faccio parte di nessuna associazione studentesca, sindacale, di protesta, nessun movimento, nessuna avanguardia. Eppure nelle vene dell’Italia pulsa un sangue fatto di un esercito di ragazzi e ragazze come me, senza genitori ai ministeri o ai comuni o alle province. Ragazzi che non faranno i notai perchè i genitori sono notai, non faranno i medici perchè i genitori sono medici, non faranno come i figli di avvocati che nonostante abbiano la facoltà di giurisprudenza nella loro città vanno a studiare fuori, in una Università più “facile” perchè tanto poi hanno lo studio di famiglia con la scrivania e la targhetta già pronta.
Nei treni regionali lavati da cima a fondo con UN secchio e UNO straccio con me ci sono migliaia, MIGLIAIA di persone che partono da casa col buio e tornano a casa con lo stesso buio, che fanno del treno il loro ufficio, la loro sala da pranzo, il loro luogo di studio. Persone che, come me, restano “intrappolati” in un treno nuovo di zecca in mezzo alla campagna senza che il personale dia loro una spiegazione e, dopo tre quarti d’ora vengono fatti scendere nella stazione di Cerignola Campagna al saluto di: “Prendete i prossimi treni che passeranno, non sappiamo quali”.
Il prete anti camorra Don Aniello Manganiello qualche giorno fa è venuto nella mia città per parlarci della sua esperienza a Scampia dicendo che il senso della politica è chiedersi “Cosa si può fare per risolvere questo?” , “Come usciamo da questo problema?” e non dire “Se a 28 non sei laureato sei uno sfigato”. Puntare il dito verso chi è rimasto indietro non è un comportamento da tenere in una società civile e democratica, è un comportamento da giungla. Berlusconi poco prima di farsi da parte ebbe il tempo di dire, a proposito della crisi: “In Italia i ristoranti sono pieni”. Si, sono pieni da laureati e laureandi che fanno i camerieri.
Vi ho scritto questa lettera di getto, spero non vi risulti pesante e senza senso. Se vi interessa saperne di più sulla mia storia potrei scrivere altro e vi assicuro che ne avrei da raccontare.
Adelmo Monachese, 28 anni, Foggia.
Quando si parla di costi della politica la cosa più intelligente, ma soprattutto più interessante, e confrontarli con altri capitoli di spesa per vedere l’effetto che fa. Andiamo a prendere come esempio un paese di circa 30 mila anime, qual’è Ostuni, e proviamo a confrontare i costi della sola Giunta Comunale composta da 10 assessori più il Sindaco con gli stanziamenti previsti per garantire a centinaia di ragazzi di famiglie in difficoltà economiche il diritto allo studio, uno dei tanti diritti teoricamente tutelati dalla carta Cositituzionale ovvero uno dei diritti fondamentali per i cittadini italiani.
Se facciamo questa operazione non solo ci renderemmo immediatamente conto dell’enorme divario tra le cifre in questione, ma anche di come vengono utilizzati quei denari che noi lasciamo con le tasse ad uno stato sempre più esigente. 11 persone, tra i più benestanti della città, si intascano in un anno quasi cinque volte quello che viene dato a centinaia di studenti che vivono in difficoltà economiche e ciò vuol dire che le tasse che io, ma anche tutti voi, verso al comune di Ostuni sono utilizzate in maggior parte per far arricchire i politici, piuttosto che aiutare gli studenti in difficoltà nel loro percorso di studio.
Se è vero che nelle ultimine manovre si è provveduto a limare i costi della politica negli enti locali, in particolare dimunuendo il numero degli assessorati va ricordato che i fondi destinati al diritto allo studio hanno subito drastici tagli e le famiglie bisognose, vuoi per la crisi vuoi per l’incremento della pressione fiscale e l’aumento delle spese per servizi vari, sono aumentate considerevolmente. Non tutte naturalmente faranno richiesta per usufruire di questi fondi, anche perchè più che di sussidi economici si tratta di veri e propri spiccioli che lo scorso anno andavano dai 14 ai 90 euro, somme che difficilmente possono veramente sostenere uno studente.
In una Ostuni a 5 stelle non solo gli assessorati sarebbero limitati a 5 (le nuove manovre ne prevedono comunque 8), ma i compensi previsti sarebbero dimezzati liberando più di 100 mila euro di risorse che potrebbero triplicare il fondo per i diritto allo studio. Meditate gente, meditate.
Partiamo da un punto fermo: i diritti dei lavoratori sono sacrosanti e vanno tutelati, difesi e, per quanto possibile, estesi a tutti. A volte però questi diritti confliggono con gli altrettanto sacrosanti diritti di altre categorie ed è quindi di fondamentale importanza controllare affinché non se ne faccia un uso improprio.
Facciamo un esempio. Io sono un operatore sanitario che lavora nel settore dell’emergenza. Il mio diritto ad assentarmi dal lavoro per partecipare alle assemblee sindacali passa giustamente in secondo piano rispetto al diritto alla salute dei cittadini che potrebbero avere bisogno di urgenti cure mediche. Nella scuola, invece il diritto di assemblea degli insegnanti scavalca il diritto alle lezioni degli studenti. Nell’inevitabile conflitto tra diritti ritengo questa una scelta giusta o quanto meno accettabile. Ritengo però indispensabile che vi sia un sistema in grado di accertare se chi usufruisce di questo diritto in realta partecipa all’assemblea, perchè ad oggi non è così.
L’organizzazione sindacale non rileva le effettive presenze nominative dei partecipanti all’assemblea e la scuola non pretende la presentazione di alcuna documentazione attestante l’effettiva partecipazione alla stessa. Questo lascia spazio a chiunque di fare ciò che si vuole durante le ore di permesso concesse, trasformando di fatto un sacrosanto principio e diritto in un privilegio ingiustificabile che prima o poi qualcuno, visto l’utlizzo che se ne fa, proporrà di eliminare.
Nella mia personale esperienza (da 9 anni le mie figlie frequentano la scuola) ho constatato che annualmente per ben 5 volte c’è una chiusura anticipata della scuola per assemblea sindacale, ma la stragrande maggioranza degli insegnanti tutto fa in quelle ore concesse tranne partecipare all’assemblea e, da quanto apprendo dalla lettera di un insegnante, pare che la cosa sia molto più diffusa di quanto immaginassi.
Sono un insegnante di scuola superiore. Mi permetto di segnalarvi lo spettacolo indecoroso a cui devo assistere ogni volta che a scuola viene accordata l’assemblea sindacale in seguito alla richiesta di una delle varie sigle sindacali esistenti. Queste assemblee vengono organizzate durante l’orario delle lezioni ed ogni insegnante è libero o meno di aderirvi fermo restando il numero massimo di dieci ore in un anno.
E’ evidente che si tratta di un diritto sacrosanto dei lavoratori ma i disagi per l’utenza e per gli stessi lavoratori sono notevoli. Infatti la dirigenza, verificato il numero di adesioni , deve organizzare le sostituzioni sperando in un’adesione in massa degli insegnati per poter chiudere la scuola facendo uscire tutte le classi anticipatamente. I genitori si devono far carico dell’uscita anticipata dei figli e questo non è agevole quando si tratta di studenti delle elementari o della media inferiore. Gli insegnanti che non hanno aderito spesso trovano i loro alunni con una faccia da funerale perché gli altri sono usciti prima e loro no.
Se invece l’insegnante aderisce ha due possibilità. 1) Non va all’assemblea tanto sa che le organizzazioni sindacali, anche per non dover ammettere il loro fallimento, si guardano bene dal raccogliere le presenze. 2) Va all’assemblea . In questo caso può constatare l’assenza di buona parte di quelli che hanno aderito. Inoltre l’assemblea viene solitamente organizzata per lasciare poco spazio agli interventi . In pratica il sindacato ti chiede di aderire alla sua linea di azione che in genere consiste esclusivamente nella proclamazione dello sciopero (con relativa trattenuta dalla busta paga degli scioperanti).
Questo spettacolo va in onda in tutte le scuole di ogni ordine e grado da 1 a 2 volte al mese fino a quando la maggior parte dei colleghi ha esaurito il monte ore a cui ha diritto. Inoltre mi pongo e vi pongo una domanda. In questi anni noi insegnanti siamo stati bastonati, dai vari governi, in tutti i modi possibili ma l’unica cosa che non è mai stata toccata è l’assemblea sindacale in orario di servizio: come mai? A voi la risposta!
Cordiali saluti.
Se avete un figlio che va a scuola immagino la smorfia di dolore sul vostro viso quando vedete la “lista dei libri” da acquistare ogni inizio d’anno. In genere non si spendono meno di due o tre cento euro e, se il ragazzo va in prima o in terza, in genere il budget subisce dei ritocchi degni di una “finanziaria”.
Purtroppo siamo succubi di un monopolio delle case editrici, dei rappresentanti e dei dirigenti consenzienti (non ho detto collusi!!!) che ogni anno scolastico cambiano i libri di testo ritenendo obsoleti libri acquistati meno di 300 giorni prima! Posso capire un testo di geografia politica (viste le rivoluzioni giornaliere), ma un libro di storia, se non contiene effettivamente nuove scoperte, nuove verità perchè bisognerebbe cambiarlo? Perchè cambiare un testo di matematica se le regole sono sempre le stesse? Quanti di voi, negli anni 80, si sono scambiati un Camera-Fabietti di storia o un Salinari-Ricci? Io ricordo che lo stesso libro era valido per tutte le sezioni, tutte le classi e, addirittura, diversi istituti. Adesso sembra che più che una vera e propria esigenza, sia diventata una moda cambiare libri di testo. Si scelgono in base al colore della copertina in abbinamento alla gonna o alle scarpe, più che in base ad un esame critico. Talvolta dai dirigenti scolastici sono interpellati i genitori a dare un parere su un libro di testo. Ma è un parere consultivo e non decisionale, poi ognuno fa come gli pare….e gli conviene!
Presso Liceo scientifico e tecnologico, istituto tecnico industriale “Ettore Majorana” di Brindisi (proprio quello in Puglia) hanno deciso di invertire la tendenza. Bando agli sprechi e alle spese pazze: i libri ce li stampiamo noi! Gli stessi insegnanti provvedono a creare i libri secondo le proprie esigenze e i propri piani di studio e li distribuiscono GRATUITAMENTE agli studenti.
Quando c’è una novità, una scoperta, una falla, si provvede a rimediare con la correzione ed è subito pronta la versione aggiornata e corretta. Considerate che a questa operazione concorrono anche gli studenti in maniera interattiva e critica proponendo alternative, soluzioni e note da aggiungere per rendere più comprensibili alcuni passaggi particolarmente “tosti”. Ci sono testi per tutte le scuole: licei, istituti tecnici, magistrali, ecc. Il prossimo passo – già avviato e testato – previsto dalla genialità del dirigente scolastico del “Majorana” è la creazione di una libreria-video dove sono riportate le lezioni dei docenti. Quando un ragazzo deve assentarsi per motivi di salute o motivi familiari può prendere la sua chiavetta con la lezione persa e vedersela a casa. L’uovo di colombo, insomma.Trovate un esempio a questo link. (anche i sottotitoli…per studenti non udenti, lo dico con tono sarcastico, chiaramente)
L’Istituto ha creato un sito che si chiama “Book in progress” (http://www.bookinprogress.it/) dove sono scaricabili tutti i libri di testo aggiornati, riveduti e corretti. In questa maniera è possibile risparmiare oltre il 50% di spesa sui libri scolastici. Questa la considero una operazione “d’Istruzione di massa” (con la I maiuscola).
Non vi resta che andare dal dirigente della scuola di vostro figlio o vostra figlia, battere i piedi per terra e richiedere l’adesione dell’istituto a questo progetto.
Mi ricordo un film di qualche anno fa: “L’ultimo guerriero”, una commedia con Jea Renò dove un principe medievale insieme al suo umile servitore veniva magicamente proiettato nel nostro tempo in una svavillante città moderna. In una scena, ambientata in un lussuoso ristorante, il nobile ad un tavolo elegantemente addobato banchettava sontuosamente, mentre il suo umile servitore accovacciato a terra come un cagnolino mansueto attendeva poco distante che il suo protettore gli lanciasse i resti del suo cibo. Scena comica di un film surreale sia perchè sappiamo bene che nessuno viaggia nel tempo sia perchè è passato il tempo degli umili servitori che si nutrono coi resti di cibo del proprio principe. O almeno così crediamo, ed allora ridiamo guardando quella scena sullo schermo mentre semplicemente taciamo di fronte al ripetersi di tali comportamenti nella vita quotidiana dove il principe è interpretato dalla casta politica, l’umile servitore dalle fasce sociali più deboli mentre il così detto ceto medio fa la parte del silente e bell’addormentato spettatore comodamente adagiato sul suo divano imbottito.
Quotidianità molto più diffusa e radicata di quanto si possa immaginare, che si manifesta in maniera così squallida che è difficile comprendere come tutto ciò possa passare nell’assoluto silenzio e nella totale indifferenza, senza che nessuno alzi una voce di protesta e, soprattutto, cominci a vergognarsi.
Esemplare quanto si sta verificando in questi giorni ad Ostuni, ma presumo che lo stesso accada in quasi tutti i comuni Italiani, con la distribuzione delle borse di studio. I principi lanciano i resti del loro sontuoso cibo agli umili servitori. L’annucio arriva con il solito comunicato stampa fedelmente riportato dalla stampa con cui l’amministrazione “informa” i silenti cittadini che “La borsa di studio è un contributo relativo alle spese sostenute dalle famiglie relativamente all’acquisto libri di testo (compreso dizionari, atlanti ed altre pubblicazioni richieste dalla scuola solo per la spesa rimasta a carico della famiglia, non coperta dal buono libro già erogato per quell’anno) oppure al trasporto con mezzi pubblici o per il contributo versato per lo scuolabus comunale; sussidi e materiali didattici e informatrici richiesti dalla scuola e viaggi d’istruzione e visite guidate.“, che “Ne hanno diritto tutti gli alunni (scuole elementari, medie inferiori e superiori), senza alcuna distinzione riguardo al profilo scolastico, appartenenti a nuclei familiari con ISEE inferiore a € 10.632,94.” ed infine che “Il numero delle istanze pervenute, è stato pari a 538“. Comunicato da quale si evince che 538 famiglie a bassissimo reddito ricevereranno un contributo da utilizzarsi per svariati motivi, dall’acquisto di un dizionario o altri libri di testo alle spese per viaggi d’istruzione e visite guidate. Una buona notizia raccontata così, omettendo una serie di dati, confronti e considerazioni che sia il comunicato stampa sia i giornali hanno pensato bene di non riportare.
Ma Iapra li uecchie non è un giornale e non fa pollicità, di conseguenza cerca di fare informazione cominciando col dirvi che il contributo erogato nella migliori delle ipotesi ( o peggiori considerando il reddito dei benificiari) ammonta a ben 128,30 euro, ma anche detto così non si evince esattamente l’assurdità della situazione quindi approfondiamo. I 128,30€ varranno erogati solo a 114 studenti della scuola superiore con redditto ISEE inferiore a 5316,47€ annui. Nella stessa fascia di reddito troviamo poi 89 studenti della scuola media che riceveranno 76,98€ e 75 della scuola elementare con ben 20,53€ cadauno. Se passiamo poi alla fascia di reddito immediatamente superiore (tra i 5316,47 ed i 10.632,94 euro) abbiamo 113 studenti della scuola superiore che riceveranno 94,68€, 89 studenti della scuola media con 56,90€ e 58 della scuola elementare che riceveranno la considerevole cifra di 14,39 euro. Da aggiungere infine i 122 studenti a cui verrànno erogati 15 euro come contributo per trasporto scolastico.
Chiunque ha un figlio, un parente o un amico studente sa bene, anche eliminando ogni superfluo, quali possano essere le spese minime che si devono sostenere. Un dizionario della lingua Italiana, dotazione minima di uno studente, ha un costo non inferiore ai 30 euro; aggiungete poi atlanti, libri vari e gite e, osservando le cifre sopraindicate, non potrete evitarvi una risatina come di fronte alla scena della commedia di Renò. Ma non è finita. I principi nascondono ancora qualcosa, in particolare le prelibate delizie sui loro tavoli. Va, infatti, fatto notare che l’intero ammontare di queste borse(tte) di studio ovvero 41.445,07€ non raggiunge neanche quanto percepito dal Sindaco quale indennità di funzione (44.844,96€/anno), se poi la paragoniamo a quanto si pappa l’intera amministrazione comunale (circa 260.000€/anno) ecco che la scena comica del principe e dell’umile servitore si materializza di fronte ai nostri distratti occhi. Da una parte una quarantina di benestanti banchettano lanciando i resti del loro lauto pasto a 538 ragazzi di famiglie povere ed il tutto di fronte a migliaia di concittadini che dormono comodamente sui loro accoglienti divani.
Iapra li uecchie non è un giornale e non fa pollicità e già tempo fa ha pubblicato una serie di proposte in favore degli studenti ostunesi (qui e qui), voi avete due possibili scelte: continuare a dormire sul divano oppure ridestarvi dirvi che è arrivato il momento di BASTA e attivarvi per levarvi dai coglioni questa massa di sciacalli.
“Com’è umano, lei!” è una battuta tormentone pronunciata da Giandomenico Fracchia, la maschera buffa e surreale inventata da Paolo Villaggio, che lo interpretò per la prima volta nel 1968 nel programma televisivo Quelli della Domenica. Il timido Fracchia è imparentato con il personaggio tragicomico più famoso ideato da Villaggio, il rag. Ugo Fantozzi, protagonista di una fortunata serie cinematografica e letteraria (in origine Fantozzi era il protagonista di un racconto umoristico scritto nel 1971 da Villaggio).
Fracchia è l’antesignano involontario di una situazione che, attraverso la finzione letteraria e cinematografica, anticipa e precorre una vicenda reale e paradossale insieme, impietosa e drammatica, per la serie “la realtà supera la fantasia”. Fracchia è l’espressione patetica e grottesca dell’Italia di oggi, una società che diventa sempre più assurda e mostruosa, crudele e disumana oltre ogni limite accettabile.
Nella fattispecie, la “belva umana” è un sindaco leghista che ha minacciato di far licenziare le maestre della Scuola dell’Infanzia di Fossalta di Piave, un piccolo comune in provincia di Venezia. Le insegnanti sono “colpevoli” di un gesto di elementare solidarietà umana nei confronti di una bimba africana di quattro anni, i cui genitori, a causa delle ristrettezze economiche, non potevano permettersi di pagare il servizio della refezione scolastica. Per risolvere il problema le maestre avevano deciso di rinunciare a turno al pasto a cui ciascun insegnante ha diritto durante la pausa mensa, per cederlo all’alunna.
Ma l’intervento del sindaco, infuriato per l’atto di generosità (indubbiamente lodevole) compiuto dalle maestre, ha indotto la direttrice ad emanare un ordine di servizio nei loro confronti in base ad una lettera stilata dal primo cittadino in cui, fra le altre cose, si legge: “Si sottolinea che il personale non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”.
Così, mentre la Gelmini e i funzionari ministeriali gareggiano per dispensare consigli e impartire circolari, sorgono casi di ordinaria ferocia come quello raccontato. Inoltre, s’inaspriscono pregiudizi e rancori suscitati da velenose campagne ideologiche sugli “insegnanti fannulloni”, per cui nascono accuse che diffamano il corpo docente, già mortificato da tempo, una categoria professionale chiamata ad assolvere il compito delicato di formare i cittadini del futuro, per cui meriterebbe molto più rispetto.
D’altronde, le campagne demagogiche sul presunto “parassitismo” degli insegnanti e dei lavoratori statali in genere non sono affatto una novità. Esse servono soprattutto a coprire interessi affaristici. Gli emolumenti salariali assegnati agli insegnanti italiani sono i più bassi in Europa dopo quelli dei colleghi greci e portoghesi. E il governo si ostina a tagliare le risorse, arrecando danni irreversibili al già misero bilancio destinato alla scuola pubblica, dirottando i soldi altrove: alle banche e alle grandi imprese, oppure si pensi agli investimenti militari e ai massicci contributi regalati alle scuole private.
A commento della vicenda sopra descritta vale l’assunto racchiuso in Lettera a una professoressa, il manifesto programmatico della Scuola di Barbiana di don Milani: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Un principio che invoca una concezione antiborghese della democrazia. La nostra è una scuola di disuguali inserita in una società sempre più ingiusta, laddove dure contraddizioni e sperequazioni materiali e sociali sono destinate ad aggravarsi.
Dinanzi a disuguaglianze crescenti ed allarmanti situazioni di disagio legate alle nuove povertà generate dai fenomeni migratori, la nostra scuola non è attrezzata adeguatamente per fronteggiare tali emergenze anzitutto per ragioni di ordine finanziario. Ogni azione è affidata alla buona volontà, alla generosità, alle capacità, all’ammirevole zelo spontaneo (altro che fannulloni!) degli insegnanti, all’iniziativa autonoma delle istituzioni scolastiche e dei lavoratori delle scuole pubbliche, ormai abbandonate completamente a se stesse.
La stessa “democrazia” non può risolversi in un’offerta, oltretutto insufficiente, di “pari opportunità”, riducendosi ad una proposta di uniformità distributiva delle risorse, così come avviene nelle società che hanno applicato un modello di welfare universalistico e indifferenziato.
Occorre piuttosto rilanciare l’attenzione verso un’ipotesi di giustizia redistributiva del reddito sociale, intesa in termini di equità sociale e redistribuzione delle ricchezze che sono possibili solo in un altro assetto statale e sociale, in grado di fornire “a ciascuno secondo i propri bisogni” e chiedere ad ognuno “secondo le proprie possibilità”. Il che significa ribaltare l’ordinamento sociale vigente, capovolgendo l’idea e la prassi finora applicata e conosciuta di democrazia, di scuola e di stato sociale.
La legge di stabilità in approvazione al Senato prevede, tra le misure più drastiche per il terzo settore, il taglio del 75 percento del cinque per mille: se la campagna di pressione delle organizzazioni no profit non sortirà effetto, verrà lasciato a 100 milioni di euro; la legge contempla anche un miliardo di tagli all’ambiente, alla cooperazione internazionale (che rimarrà con 179 milioni di euro) e infine centinaia di milioni di euro in meno per la scuola pubblica.
E’ per i tagli a scuola e università, oltre che per la riforma Gelmini, che si stanno mobilitando in queste ore migliaia di studenti e docenti. I tagli riguardano le scuole paritarie, i docenti, la ricerca, le borse di studio.
Sono tagli sostanziali al diritto allo studio. Prima di tutto il 90 percento delle borse di studio non verrà garantito, poi sono confermati i tagli alla scuola pubblica e gli stanziamenti per quella privata. Duecentoquarantacinque milioni andranno alle scuole private, 25 milioni in più andranno alle università private. Anche la riforma Gelmini è un grosso pasticcio. Non risponde ai problemi reali dell’università italiana, ormai aggredita da baronie e clientele che uccidono didattica e ricerca. Questa scuola non garantisce più il diritto allo studio, assestando un colpo fondamentale a coloro che non hanno risorse economiche. E’ poi una riforma autoritaria, poiché la governance è affidata a un rettore come se fosse un’azienda. Il rapporto tra docenti e studenti è incomprensibile: mentre nelle maggiori università del mondo esiste un docente ogni sette studenti, in Italia questo rapporto è del doppio. Non parliamo poi delle assunzioni. Esiste un’abilitazione nazionale, ma il reclutamento è del tutto discrezionale. Tutta l’operazione è finalizzata a demolire l’università pubblica, piegandola al mercato. Il movimento studentesco non chiede solo di bloccare il disegno di legge, ma chiede una vera riforma. E questo governo è incapace perchè ha un’idea regressiva dei saperi e dell’università.
L’unico settore in cui non si stringe la cinghia è quello delle spese militari. Negli investimenti per il 2011 figura infatti un aumento dell’8,4 percento: 266,3 milioni di euro in più che fanno crescere la spesa di oltre 3,45 miliardi di euro. A questo si aggiungono i fondi per il ministero dello Sviluppo, ma destinati ai nuovi sistemi d’arma: 2,26 miliardi di euro, ai quali si sommano 1,5 miliardi di euro per le missioni militari all’estero. La cifra totale raggiunge quindi i 24,3 miliardi di euro. Tra i progetti finanziati c’è l’acquisto di 131 caccia F35 al costo di 15 miliardi di euro e quello di dieci fregate Fremm al costo di 5,6 miliardi di euro.













