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Zero Privilegi Puglia

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Archive for Informazione

Si chiama digital divide, e significa barriera digitale. Con questo termine si intende la linea ideale di demarcazione che separa le persone che accedono regolarmente all’informazione in rete (informazione “digitale”, appunto) da quelle che non lo fanno.

Fin dagli esordi di Internet ha cominciato a notarsi questa forte differenza, nel momento in cui i “non-utenti” continuavano a ricevere informazioni da un unico punto di vista – quello istituzionale – mentre gli utenti della rete scoprivano che molte questioni importanti, come ad esempio la guerra del Kosovo, potevano anche essere viste dal lato opposto – quello del popolo serbo, in quel caso – cambiando completamente di colore.

Chi guardava la televisione, o leggeva la stampa mainstream, sentiva un’unica voce a reti unificate: “I ribelli serbi seminano il terrore nei villaggi albanesi, ammazzando donne e bambini senza pietà”. Chi invece andava in rete scopriva anche che “i ribelli serbi” erano stati addestrati, finanziati ed armati segretamente dagli americani. Poi poteva trarre le sue conclusioni.

Il salto di qualità fu immediato, e fin dai primi anni di Internet  si cominciò a sentire questo divario sempre maggiore fra gli informati e i non-informati.

In realtà, la molteplicità dei punti di vista è solo il primo dei vantaggi offerti dalla rivoluzione di Internet: la vera differenza inizia a sentirsi quando l’utente utilizza questa molteplicità di angolazioni per costruire dei nuovi “oggetti di informazione”, che prima non esistevano, su cui potrà basare i passi successivi della sua ricerca.

Facciamo un esempio. Se uno studia in rete la guerra del Kosovo, arriva probabilmente a capire che si è trattato di una operazione progettata ed orchestrata dalle nazioni occidentali per togliersi di mezzo una volta per tutte l’ostacolo della Serbia. Se poi questa persona studia, ad esempio, la recente “liberazione” della Libia, si accorge che le stesse nazioni occidentali hanno usato una tattica molto simile – scontri civili fomentati di nascosto, per giustificare un “intervento umanitario” – per togliere di mezzo un altro ostacolo decisamente fastidioso, il colonnello Gheddafi.

A quel punto il nostro navigatore fa uno più uno, e la prossima volta che sente parlare di “intervento umanitario” drizza le orecchie, e capisce in pochi secondi che cosa c’è veramente sotto.

In altre parole, l’analisi separata delle diverse situazioni storiche lo ha portato non solo a capire meglio ciascuna di esse, ma anche ad assimilare un nuovo concetto – quello dellefalse-flag operations – che prima non conosceva.

Nel frattempo chi guardava la TV è rimasto fermo al livello 1: del Kosovo ha sempre visto solo una facciata, quella mostrata dai media istituzionali. Della Libia ha sempre visto solo una facciata, quella mostrata dai media istituzionali. E della prossima operazione false flagvedrà probabilmente solo una facciata, quella mostrata dai media istituzionali. In questo modo non solo non riuscirà mai a capire il senso reale di ciascun evento singolo, ma non potrà nemmeno arrivare a collegarli l’uno con l’altro, perchè non sarà in grado di acquisire il nuovo concetto di “false flag operation”.

Chi invece ha imparato ad approfittare al meglio della rete procede sempre più agile e svelto, e sviluppa la sua conoscenza non solo allargandola in orizzontale, ma aggiungendo anche nuovi strati in senso verticale. E più sale – paradossalmente – più diventa facile acquisire nuove nozioni ed arrivare a nuove conclusioni.

Quello che inizialmente appariva come una semplice barriera di separazione fra due gruppi di persone, sta diventando un vero e proprio baratro che non solo non sarà mai più possibile colmare, ma nel quale vengono ormai le vertigini anche solo a guardare.

Massimo Mazzucco

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Sogno un universo dove sia possibile ogni espressione di natura e vedo sempre con favore ed interesse qualsiasi strumento in grado di far osservare il mondo e la nostra società da diverse angolature, differenti punti di vista. Strumenti elettronici, cartacei o altro, soprattutto se non foraggiati da soldi pubblici, in grado di stimolare riflessioni sono sempre cosa gradita ed è per questo che leggo con attenzione ed interesse Idee in Piazza il periodico di contro-informazione e controcultura a cura del circolo “Sandro Curzi” della FdS di Ostuni che da qualche mese viene distribuito nella città bianca. Non che ne condivida in toto gli articoli, ma questo è un valore aggiunto. Il senso critico, la caratteristica più importante dell’essere umano, non nasce sotto il cavolo ma dal continuo confronto con chi la pensa diversamente. Ascoltare solo chi la pensa come noi oltre che noioso non ci stimola a riflettere, non ci aiuta a crescere e a capire. Diversamente è il confronto con le idee differenti, con chi osserva con occhi diversi dai nostri che ci consente di allargare i nostri orizzonti, di capire le moltitudine di colori di cui è composto questo mondo e questa società e di conseguenza di provare a farsi un opinione su come vanno le cose e su come, invece, dovrebbero andare.

Consiglio quindi a chiunque ne ha la possibilità di leggere quel periodico nel quale ho sempre trovato ottimi spunti di riflessione. Non dovete prendere quello che scrivono per oro colato, ma neanche quello che scrivo io, utilizzatelo però per riflettere sugli argomenti interessanti che generalmente trattano.

Detto questo però bisogna anche dire altre due cose. In primis ogni argomento è discutibile e criticabile ma è doveroso parlarne con cognizione di causa. Sapere qualcosa dell’argomento che si vuole trattare è requisito primario, altrimenti si entra nel mondo delle barzellette. Allo stesso modo è importante dare alle parole il loro esatto significato, la parola pace tra i popoli, ad esempio, ha un suo preciso significato ma se la definisco come un esercito armato sino ai denti è facile poi descriverla negativamente. Infine se si espongono idee e punti di vista diversi, cosa più che lecita anzi auspicabile, bisogna anche essere pronti alle critiche ed al libero e aperto confronto con chi ha idee e punti di vista differenti, altrimenti lo strumento di riflessione si trasforma automaticamente in mezzo di propaganda.

Su questo blog il sottoscritto esprime le proprie idee, le proprie opinioni, le proprie proposte e chiunque senza censura alcuna può commentare e criticare liberamente. Ho aperto questo spazio proprio per questo, non certo per cantarmela e per suonarmela da solo.

Sull’ultimo numero di idee in piazza ho trovato un articolo che affronta le teorie della decrescita, argomento molto trattato in queste pagine anche attraverso la voce di persone sicurmente più competenti di me. Sin dalle prime parole, dove si definisce la decrescita un misto tra ecologismo e commercio equo e solidale, mi è parso evidente che l’autore dell’articolo non avesse la benché minima idea e competenza dell’argomento trattato. L’articolo è poi un infarcitura di politichese, frasi fatte e di nuova ed innovativa concezione tipo “lotta di classe” messe li confusamente col solo intento di definire la decrescita un qualcosa di diverso da quello che in realtà è e così sostenere un altra teoria. Nello spirito del libero ed aperto confronto di cui parlavo prima ho espresso le mie opinioni sulla pagina facebook di questo periodico, ma invece di ricevere risposte nel merito ho avuto in cambio solo insulti personali. L’autore dell’articolo, certo Alessandro Prezioso, nonchè capo-redattore della rivista confermando così di non avere alcuna conoscienza dell’argomento trattato nell’articolo ha glissato e portato la discussione su altro terreno, quello probabilmente più confacente al personaggio in questione: il sei con me o contro di me che tanti danni ha fatto al nostro paese e all’uomo moderno.

Il fatto che tale soggetto oltre che autore sia anche capo-redattore getta un ombra su questo periodico e, a questo punto, non oso immaginare la linea editoriale che adotterà all’avicinarsi di competizioni elettorali.

Al caro Prezioso voglio anche dire un’altra cosa visto i suoi commenti. Il coraggio delle idee si misura anche con la capacità di portarle avanti da soli, nascondersi tra i tanti è cosa facile che sanno fare tutti. E comunque sono tanti i solitari che stanno raccogliendo firme a sostegno di Zero Privilegi Puglia, tant’è che abbiamo superato quota 10 mila firme in soli 4 mesi.

Va da se che queste mie osservazioni solo liberamente commentabili da chiunque compreso il soggetto citato. Nessuna censura e nessun insulto personale in cambio, questo è sicuro. Chissà se ciò avverra o dovrò leggerli nel prossimo numero su cui, naturalmente, non sono possibili critiche, repliche e confronti.

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Categorie : Informazione
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Mentre i nostri mezzi di informazione come al solito tacciono sui giornali di tutto il mondo parlano del Fondo Monetario Internazionale che per la prima volta ammette la possibilità della fine dell’euro come moneta. A seguire un articolo pubblicato sul britannico Daily Mail.

La notte scorsa, il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che l’eurozona potrebbe andare in pezzi e scatenare un crollo economico globale comparabile alla Grande Depressione. Nelle sue previsioni economiche mondiali, il FMI sostiene che il collasso della moneta unica, provata dalla crisi, non è un’ipotesi da escludere.E’ la prima volta che l’istituzione con sede a Washington accetta la prospettiva che l’eurozona si frammenti e asseconda i timori sulla salute dell’economia spagnola.

Il FMI pronostica che quest’anno l’eurozona tornerà in recessione, ma migliora le previsioni di crescita per il Regno Unito. Il FMI avverte che, comunque, il mondo resta a rischio di un crollo comparabile alla Grande Depresssione, con particolare riferimento a “rischi acuti in Europa”.

“Il clima è più tranquillo, ma c’è una calma inquietante”, sostiene l’economista capo Olivier Blanchard. “Ho la sensazione che le cose potrebbero notevolmente peggiorare in ogni momento”.

Presentando il lancio del rapporto semestrale a Washington, Blanchard ha detto che non ci sono piani riguardo alla possibilità di trattare con un Paese in uscita dall’euro.

In ogni caso, è ampiamente atteso che la Grecia inadempia il suo debito malconcio e lasci la sventurata moneta unica.

“Se un tale evento dovesse verificarsi, è possibile che le altre economie dell’area euro finiscano sotto pressione, diffondendo il panico sui mercati finanziari” afferma il rapporto del FMI.

“In queste circostanze, la frattura dell’area euro non può essere esclusa. Ciò potrebbe causare choc politici rilevanti che, a loro volta, potrebbero condurre le tensioni economiche a livelli ben più gravi di quelli che seguirono il collasso della Lehman”.

La banca di investimenti Lehman Brothers implose nel settembre 2008, trascinando l’economia mondiale nella peggior recessione dagli anni Trenta in poi. Il FMI dice che sebbene “le previsioni per l’economia mondiale stiano lentamente tornando a migliorare”, esse sono “ancora molto fragili”.

Il FMI avverte della “possibilità che choc plurimi possano interagire tra loro fino a provocare un serio crollo, analogo a quello degli anni Trenta”.

Il FMI prevede una crescita dello 0,8% nel Regno Unito quest’anno, più dello 0,6% previsto a gennaio, ma molto meno dell’1,6% stimato lo scorso settembre. Le previsioni per il 2013 restano immutate al 2%.

Interrogato riguardo ai commenti del FMI sull’eurozona, un portavoce di Downing Street asserisce che “l’eurozona deve ancora rimettersi in carreggiata. Questi problemi esistono e saranno sicuramente argomento di discussione all’imminente incontro del FMI al quale sarà presente il Cancelliere”.

Il FMI dice che quest’anno il Regno Unito supererà Germania e Francia, le cui economie sono accreditate di una crescita stimata limitata, rispettivamente, a 0,6% e 0,5%.

Si prevede che Italia e Spagna regrediranno, rispettivamente, dell’1,9% e 1,8%, mentre in Grecia il -4,9% dovrebbe seguire il -6,9% del 2011.

Tuttavia, il rapporto sostiene che la produzione dell’eurozona potrebbe diminuire del 3,5% nei prossimi due anni in caso di aggravamento della crisi del debito.

Ciò ridurrebbe del 2% l’economia mondiale, sostiene il FMI, mentre un aumento del 50% del prezzo del petrolio abbasserebbe la produzione di un ulteriore 1,25%.

In assenza di tali choc, dall’economia globale ci si aspetta una crescita del 3,5% quest’anno, in calo rispetto al 3,9% del 2011, con Stati Uniti, Canada e Giappone a guidare i Paesi sviluppati.

“A causa dei problemi in Europa, l’attività continuerà ad essere deludente nei Paesi avanzati, complessivamente considerati, con un’espansione pari a circa 1,5% nel 2012 e 2% nel 2013” afferma il rapporto.

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mar
16

Sporchi da morire

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Il film, Sporchi da morire nasce da alcune domande: è vero che gli inceneritori fanno male? Perché in Italia si continuano a costruire questi impianti mentre nel resto del mondo si stanno smantellando? Quali sono i rischi concreti per la salute? Quali sono i danni provocati dalle nano-particelle emesse dagli inceneritori? Quali sono le possibili alternative?

Con queste domande in testa comincia la ricerca di Carlo A. Martigli, scrittore e giornalista impegnato da sempre in inchieste scottanti.

Il film documenta le sue ricerche su internet che come in un romanzo, improvvisamente diventano reali: interviste, filmati, esclusivi reportage in giro per il mondo, tra l’Italia, gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra e l’Austria che faranno riflettere su un problema indicato da molti esperti come “invisibile inquinamento del nuovo millennio” che riguarderà i nostri figli e le future generazioni.

Sporchi da morire è un progetto italiano molto ambizioso e di ampio respiro internazionale grazie al coinvolgimento di esperti mondiali: il Professor Paul Connett, teorico della strategia “Zero Rifiuti”, il Dott. Stefano Montanari e la Dott.ssa Antonietta Gatti esperti e scopritori delle patologie causate da nano-particelle; la Dott.ssa Patrizia Gentilini, oncologa e membro dell’Associazione Medici per l’Ambiente, il biologo Prof.Gianni Tamino, Dott. Valerio Gennaro medico oncologo epidemiologo ISDE Italia, il dott. Federico Valerio Responsabile Chimica Ambientale IST di Genova, i sindaci delle città virtuose della Silicon Valley, Palo Alto e Barkeley, il sindaco di San Francisco Gavin Newson, il responsabile del Dipartimento Ambiente di San Francisco Jared Blumenfeld, i rappresentanti dell’IVS Francese – Dr. Calut e Dr. Laffont che sono i firmatari della più importante ricerca mondiale sul tema della pericolosità dell’incenerimento dei rifiuti, il prof. Dick Van Steenis che ha mappato la ricaduta dell’inquinamento sui bambini inglesi e bloccato 16 progetti in costruzione, il Dr.Luft, l’Associazione Rescue Workers Detoxification e la 911 Police Aid Foundation che si occupano delle persone ammalatesi per le inalazioni di nano-polveri dopo il crollo delle torri gemelle (circa 170.000 casi già accertati), i rappresentanti dei comitati nazionali ed internazionali, Padre Alex Zanotelli, Maurizio Pallante del Movimento Decrescita Felice, Greenpeace Italia, e tanti altri.

Un film-progetto al quale hanno già aderito migliaia di persone in tutto il mondo tanto da essere certificato come il film con i titoli di coda più lunghi del mondo i quali saranno presenti, grazie ad un piccolo contatore grafico, fin dai primi minuti del film.

Proiezione in provincia di Brindisi prevista a Torre Santa Susanna il 2 Maggio 2012 Via provinciale per Erchie presso Expo Libri – http://www.sporchidamorire.com

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feb
16

I signori del rating

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E’ uscito in edizione ebook I Signori del Rating, Conflitti di interesse e relazioni pericolose delle tre agenzie più temute dalla finanza globale, di Paolo Gila e Mario Miscali, Bollati Boringhieri (link). Il libro sarà scaricabile fino a domenica  a 1,99€. Nel consigliarvi di leggerlo vi anticipo alcuni passaggi significativi.

Molte sono le domande e gli interrogativi che circondano il rating e i suoi aspetti nascosti. E quest’ombra è l’ombra delle stesse agenzie di riferimento: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch ratings. Agenzie che lavorano in regime di quasi monopolio, detenendo insieme il 95% del mercato dei «giudizi» e che sono guidate da uomini e da capitali che hanno precisi scopi e ruoli sul mercato: perché le tre sorelle dei «giudizi universali» hanno legami e relazioni precise con il sistema economico-finanziario nel quale vivono e si sviluppano.

I Signori del Rating sono presenti e giocano su più piani, in una dinamica complessa, difficile da comprendere e da sbrogliare. In diversi paesi, compresa l’Italia, c’è chi prova a dipanare la grande matassa, per fare luce appunto su quella parte non ancora acclarata del rating e di chi lo dirige mettendo a rischio le sorti di intere economie. Questo sforzo è condiviso da organi come la Sec, l’autorità statunitense di controllo dei mercati, e più recentemente da alcune istituzioni europee come la stessa Banca Centrale e la Commissione Europea. Alcuni fatti anche recenti hanno riportato alla ribalta il dibattito sul rating, sul ruolo delle agenzie e sulle connessioni sottocutanee tra i vari operatori. L’ombra è molto buia, ma non è impossibile gettarvi un po’ di luce.

Ma in gioco non c’è solo il potere di condizionamento, c’è anche un business colossale. È questo il prezzo da pagare «all’oligopolio perfetto». Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch macinano ogni anno circa due milioni di giudizi su stati e società, ma hanno anche attività di consulenza e di supporto strategico per l’analisi e la valutazione del rischio. In alcuni casi i funzionari delle agenzie si prestano anche a consulenze specializzate: il mercato ha bisogno di loro e loro hanno bisogno del mercato, in una stretta e mutua relazione.

Il fatturato complessivo dei tre gruppi è pari a circa 4,4 miliardi di dollari. Ma la cosa ancor più interessante – e che sarà illustrata in questo libro – è che tra gli azionisti di Standard & Poor’s e quelli di Moody’s si trova il fior fiore dell’industria statunitense dei fondi di investimento: coloro che investono sul mercato sono anche coloro che «giudicano» il mercato: sono loro i Signori del Rating, i sovrani incontrastati di una dinamica che occorre chiarire, se davvero vogliamo avere un mercato finanziario aperto e trasparente senza asimmetrie informative e dove tutti gli operatori possano giocare un ruolo alla pari.

Probabilità, rischio, incertezza, complessità: sono questi i concetti fondamentali su cui la disciplina del rating è cresciuta e si è rafforzata. Una ricetta di ingredienti per bocche e intelletti sofisticati, dediti a rigorose liturgie di metodo e di stile. Robe da City, insomma, dove l’ingegneria finanziaria è il gioco per eccellenza di menti pronte a creare e ricreare mondi e sistemi finanziari sempre più evoluti. Ci vuole infatti una certa capacità intuitiva per scrutare la natura dei debitori e dei creditori e per darne un «saggio» di qualità. Rischio e incertezza devono essere valutati e contemperati anche nel credito e soprattutto nei prestiti che si concretizzano in titoli di stato, corporate bond, certificati, obbligazioni. Un conto è l’incertezza del mercato e il suo grado di serenità, un altro è invece la reale capacità da parte di un soggetto di ripagare entro i tempi stabiliti un finanziamento avuto da altri creditori.

Le principali agenzie di rating che svolgono questo compito di misurazione del rischio di credito e che, attraverso sofisticati programmi informatici, correlano i rischi del debitore con la situazione di mercato, sono Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. La stima della capacità del debitore di far fonte al proprio impegno finanziario viene fotografata ricorrendo all’uso di una scala alfabetica e numerica, che varia da un’agenzia all’altra, pur in presenza di una comune matrice condivisa. Il voto viene attribuito secondo scale di assegnazione che partono dalla tripla A per indicare un alto grado di solvibilità dei debitori. Via via si scende con varie sfumature ai livelli B (buoni pagatori), C (mediocri e cattivi pagatori) e D (insolventi). A quest’ultimo livello si trovano i giudizi peggiori: lo stato al quale viene assegnato un giudizio D è considerato in «default» e i suoi titoli vengono classificati come Junk Bonds, titoli spazzatura. La valutazione delle agenzie di rating è complessa e tiene conto del volume del debito rispetto alla ricchezza prodotta, il piano di rientro, la qualità dei creditori, la durata e la struttura delle operazioni in essere.

Il declassamento di un operatore economico nel giudizio delle agenzie di rating ha una ripercussione immediata sui mercati: in genere si assiste a un aumento immediato e meccanico dei tassi di rendimento dei titoli obbligazionari da emettere e una diminuzione dei valori e dei prezzi dei titoli già in circolazione. Per riacquisire la fiducia degli investitori, le società e gli stati sono chiamati ad affrontare pagamenti di interessi più alti. L’Adusbef, una tra le associazioni di consumatori più note in Italia e particolarmente attenta alle questioni finanziarie, ha calcolato che il declassamento dell’Italia avanzato il 19 ottobre 2006 da Standard & Poor’s e da Fitch si è tradotto in un aggravio di 3,3 miliardi di euro di interessi da pagarsi sul debito. Nel caso in cui il livello di rating di uno stato venga migliorato si assiste invece al fenomeno opposto: l’iniezione di fiducia si traduce in un abbassamento della voce interessi sul debito.

A dettare legge in materia di rating sono le tre agenzie più famose, che da sole detengono il 95% della quota di mercato mondiale dei giudizi (i quali vengono pagati profumatamente dalle società e dagli stati che emettono titoli obbligazionari). Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch non sono però istituzioni neutrali: alla loro guida si trovano uomini e realtà che – come vedremo in dettaglio nei prossimi capitoli – hanno particolari interessi e che sono particolarmente sensibili all’andamento di mercato e alle relative quotazioni di titoli azionari e obbligazionari.

Anticipando brevemente, Standard & Poor’s è la sussidiaria della multinazionale editoriale McGraw-Hill, che ha sede a New York e che pubblica, tra le innumerevoli testate, anche «Business Week». Negli ultimi anni ha fatturato mediamente in ogni corso fiscale oltre 6 miliardi di dollari, con utili superiori agli 800 milioni di dollari. Nel suo board, Standard & Poor’s ha vantato personaggi del calibro di Sir Winfried Bishoff (presidente di Citigroup Europa), Douglas N. Daft (presidente della Coca Cola) e Sidney Taurel (presidente della farmaceutica Eli Lilly).

Moody’s – che detiene il 39% del mercato del rating mentre Standard & Poor’s ne controlla il 40% e Fitch il 15% – è di fatto una realtà posta sotto il controllo di uno dei più grandi speculatori di tutti i tempi: Warren Buffet. Nelle sue mani è incastonato almeno il 40% delle quote societarie dell’agenzia. Il 20% è controllato direttamente, mentre un altro 20% è nelle mani del suo fondo di investimento Hataway Pacific. Così, mentre con una mano il Signor Buffet elabora analisi e giudizi, con l’altra investe. Strana situazione.

La terza agenzia è Fitch, che ha sede a New York ma che è una sussidiaria della società di servizi finanziari Fimalac, la cui sede legale è invece a Parigi. Nel 2005 la società statunitense Hearst Corporation, attiva nel settore delle telecomunicazioni, ha rilevato il 20% del pacchetto azionario della società, a cui è poi seguita un’ulteriore parziale acquisizione. In tal modo Fitch risulta anch’essa una realtà dove il controllo è saldamente detenuto da mani che hanno precisi interessi in settori vitali dell’economia, quali le comunicazioni, la sicurezza, le attività produttive e, soprattutto, quelle finanziarie.

Chi controlla i controllori? C’è qualcuno che si è mai preso la briga di mettere setto la lente di ingrandimento le attività delle agenzie di rating? La risposta è negativa, almeno per quanto riguarda i meccanismi interni della fase istruttoria e di quella reportistica. Sulla parte interna non esiste di fatto alcuna possibilità di verifica: la Trimurti custodisce gelosamente i propri alambicchi e i propri utensili e nei suoi laboratori di ricerca non può entrare nessuna autorità esterna e nessun visitatore può varcare la soglia d’ingresso.

Ma c’è qualcuno che ha provato a verificare «sul campo» l’esattezza e l’efficacia delle famose pagelle. In Italia questa supervisione è stata compiuta a più riprese dall’Adusbef, una tra le più accreditate associazioni di consumatori, specializzate sui temi dell’economia e della finanza. Una prima stima è stata pubblicata nel 2006 e da allora, con cadenza annuale, il ventaglio delle osservazioni è stato progressivamente ampliato. Alla fine del 2010 il monitoraggio dell’Adusbef aveva superato abbondantemente i mille report. Nel corso degli anni, cioè, sono stati presi in considerazione oltre mille giudizi, che per gli operatori dei mercati finanziari si possono tradurre in consigli per gli acquisti o per le vendite. Secondo le considerazioni dell’Adusbef «i rapporti delle agenzie di rating sono risultati sbagliati al 91% e la loro efficacia risulta pari al 9%».

da Il Fatto Quotidiano

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Ieri i soliti strombazzanti pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti hanno dato risalto alla notizia secondo la quale i parlamentari si sarebbero tagliati lo stipendio di 1.300€ lordi pari a 700€ netti al mese. L’ennesima bufala per far credere al popolo bue che anche loro sono pronti a sottoporsi ai sacrifici che ormai quotidianamente dispensano a tutti noi.Una bufala perchè in realtà non si tratta di nessun taglio ma semmai di una rinuncia all’aumento (Cazzo ci mancava pure che si aumentassero i compensi). Infatti, il passaggio al sistema contributivo nel calcolo dei vitalizi esonera i nostri parlamentari dal versare mensilmente la rata precedentemente prevista per questo vegognoso quanto ingiustificato privilegio. E a quanto ammontava quella rata? Esattamente a 1.300€ al mese che si sarebbero ritrovati belli belli in busta paga, quindi per evitare il solito scatenarsi di polemiche e, questa volta, un probabile linciaggio, hanno semplicemente deciso di rinuciarci e cercato di sfruttare l’occasione per far credere, con l’ausilio dei soliti mezzi d’informazione in gran parte responsabili della situazione in cui ci troviamo, che finalmente dopo tante polemiche avessero provveduto ad un vero e cospiquo taglio dei loro emolumenti che io, invece, continuo a definire privilegi.

Nel frattempo Zero Privilegi Puglia è iniziata e nessun giornale o televisione ne parla. Si sono già raccolte firme in importanti città quali Lecce, Brindisi e Fasano per citarne alcune, ma per i media tutto ciò non esiste. La raccolta firme naturalmente è appena iniziata e dalla prossima settimana si estendera capillarmente in tutta la regione. Su www.privilegipuglia.com potete trovare tutte le informazioni necessarie su dove potrete firmare con orari e luoghi precisi. Informatevi e diffondete quanto più potete. Venerdì 3 Febbraio alle ore 18 presso la Federico II eventi di Via Latilla 13 a Bari presenteremo ufficialmente la proposta e spiegheremo nel dettaglio obbiettivi, finalità, risparmi ed organizzazione. A seguire verrà proiettato “Grillo is back” lo spettacolo più visto in Italia nel 2011 e di cui nessuno ha parlato. Siete tutti invitati, l’ingresso è ad offerta libera e se qualcuno vuole un passaggio in auto non ha che da comunicarmelo.

Ad Ostuni erano previsti appositi banchetti per questo fine settimana. Sabato mattina al mercato, sabato pomeriggio in Via Pola e Domenica mattina in Piazza della Libertà ma il comune sta iniziando la sua solita opera di ostruzionismo che dimostra ogni qual volta tali iniziative non sono ad opera di amici, soci e compari. La richiesta di autorizzazione all’utilizzo suolo pubblico depositata presso l’ufficio del Sindaco la settimana scorsa vegeta ancora nei cassetti del municipio e, a detta del funzionario, la relativa pratica non è stata ancora avviata, probabilmente avverrà la settimana prossima quando quella autorizzazione non sarà buona neanche per pulirsi il culo. Io ho fatto il mio dovere: ho inoltrato la richiesta in tempo utile, ho informato sia il comando dei Vigili Urbani sia il Commissariato di Pubblica Sicurezza competenti così come prevede la legge. Chi raccoglie le firme per la Legge di iniziativa popolare  sta esercitando un diritto previsto dallo Statuto della Regione Puglia, e  tale diritto non può essere in alcun modo ostacolato o limitato da chicchessia, tanto meno dalle istituzioni locali che, invece, devono agevolare al massimo l’esercizio di tale diritto. Giovedì mattina tornerò alla carica alla ricerca dell’autorizzazione, in caso di esito negativo solleciterò per iscritto una risposta entro 24 ore informandoli che in caso di esito negativo intenderò il loro silenzio come un assenso. Quindi nei giorni e luoghi indicati sarò per strada a raccogliere le firme per questa proposta. Non è escluso che, però, le forze dell’ordine mi facciano sloggiare. Loro non si arrenderanno mai noi neppure.

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Il 2011, che oggi ci acingiamo a salutare per sempre, ci ha portato nei suoi ultimi colpi di coda l’amico dei banchieri Monti per riportarci tutti sulla strada dell’equità e della sobrietà. Una strada lastricata di tasse, austerità e sacrifici per tutte le persone oneste che col loro lavoro hanno faticosamente e silenziosamente fatto grande questo paese. Tra le varie scellerate norme adottate ce ne è una che non si può che vedere con favore: i tagli ai finanziamenti ai giornali. Per carità, anche in questo caso si poteva fare meglio, abolirli completamente ad esempio, ma non si può non gioire di fronte a questa scelta.

Più volte da questo blog ho evidenziato quanto l’informazione sia responsabile della deprimente situazione politica ed economica del paese. Se la maggior parte degli Italiani hanno subito e sopportato tutto quello che è successo negli ultimi vent’anni e se, nonostante tutto, hanno continuato a votare sempre gli stessi partiti e mantenuto al potere sempre le stesse persone è proprio grazie ai mezzi d’informazione che tutto hanno fatto fuorché informare i cittadini di quale fosse realmente la situazione e di quanto i politici, sempre in tv e sui giornali a diffondere i loro proclami, li prendessero per il culo.

Qualche esempio? C’è stato un qualche giornale che ha informato i cittadini su quali siano gli effetti sanitari ed economici degli inceneritori voluti sia dalla destra che dalla sinistra e da confindustria? C’è stato un qualche giornale che ha messo in evidenza l’assoluta incongruenza tra quello che gli esponenti politici annunciavano e i loro voti e le loro proposte in parlamento e nelle varie regioni? Quanti sanno che il famoso scudo fiscale, sul quale si sono scontrati per mesi nei salotti televisivi, è stato approvato grazie all’assenza in aula di numerosi esponenti della così detta opposizione (PD e UDC in particolare)? Stessa cosa se ci spostiamo in ambito economico. Grillo parlava del rischio fallimento della Parmalat anni prima che si verificasse. Un preveggente o semplicemente uno informato che aveva la libertà di parlare? E se qualche giornale, in un ritrovato senso del dovere, avesse informato i cittadini quanti avrebbero evitato di cadere in quella trappola e di perdere i risparmi di una vita? E l’enorme debito pubblico e la crisi economica che sino a qualche mese fa non esisteva sui giornali? Potrei continuare con esempi del genere per molto ancora parlando della Marcegaglia, di Vendola e anche di Monti dipinto dai media come un sant’uomo, un messia sceso in Italia per salvarci dai nostri peccati.

In Italia i giornali, nel vero senso del termine, non esistono. Esistono gli organi di stampa di partiti e poteri economici che invece di fare informazione fanno propaganda. Occultano notizie che possono nuocere alla loro parte, ma anche quelle che possono nuocere eccessivamente alla controparte in un tacito accordo che garantisce a tutti i soggetti di mantenere il proprio spazio di potere. Molti giornali hanno già iniziato la controffensiva giocando sul fatto che questi tagli li costringerà a chiudere e a licenziare numerose persone; alcuni per protesta hanno già interrotto le pubblicazioni (poco male). In prima linea, guarda caso, i giornali dichiaratamente di partito quali L’Unità e Liberazione che affermano di non poter sopravvivere senza finanziamenti pubblici eppure il fatto quotidiano, un giornale a tiratura nazionale, ha dimostrato che si può fare informazione anche senza soldi pubblici. E anche sui loro dipendenti va fatta una riflessione, come sono stati reclutati? Per merito tramite una pubblica selezione o per raccomandazione andando ad alimentare quel sistema di clientelismo che mantiene al potere chi ha distrutto economicamente, ma soprattutto socialmente il nostro paese?

Il presidente del consiglio nominato e mai eletto da nessuno Monti ha fatto solo la metà del lavoro. Quando il moVimento 5 stelle sarà in parlamento si batterà per la totale abolizione di questi finanziamenti che, vale la pena ricordarlo, pesano sulle nostre tasche per circa 1 miliardo di euro all’anno.

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Come prendere due piccioni con una fava continuando a santificare il messia Monti e, contestualmente, screditare Grillo? Semplice, inventarsi una dichiarazione di quest’ultimo in cui elogia l’operato del salvatore della patria affermando persino che era proprio quello di cui l’Italia aveva bisogno. Ed è quello che è successo in questi giorni da quando in rete ha cominciato a diffondersi una notizia in cui, appunto, si affermava che Grillo in un intervista al settimanale Oggi avrebbe dichiarato ‘”Io credo che ora questo Paese abbia bisogno di persone credibili, come lo e’ Monti, per traghettarci alle elezioni del 2013, cambiando la legge elettorale, il conflitto di interessi e bloccare il debito. Non ha iniziato male, io non mi permetto di dare un giudizio negativo su di lui”. Naturalmente la notizia ha fatto immediatamente il giro del web con gli scontati latrati degli indignati naviganti in particolare di quelli che negli ultimi anni si sono autoproclamati paladini dell’informazione in contrapposizione a quell’indegno e degradato spettacolo informativo che offrono i tradizionali media.

Io che da anni seguo il blog di Beppe, la sua vera voce, sono stato il primo a rimanere sbalordito di fronte a tale notizia, ma a differenza dei molti don chisciotte del web che come scodinzolanti cagnolini hanno immediatamente abbaiato nella speranza di far apparire Grillo come un nuovo che puzza di vecchio, la cosa che mi ha immediatamente lasciato perplesso è l’assunto secondo cui Grillo avrebbe rilasciato un’intervista al settimanale Oggi. La cosa sarebbe dovuta saltare immediatamente all’occhio anche al più disattento dei lettori, ma certo non a chi aveva come obbiettivo tutto fuorché informare. Se poi chi si erige a dispensatore della vera informazione avesse voluto adempiere con un minimo di dignità e serietà al compito che si è scelto avrebbe potuto semplicemente leggere quanto scritto da Grillo sul suo blog in queste settimane per rendersi immediatamente conto di quale sia l’opinione del Genovese nei confronti del nominato e mai eletto da nessuno Monti.

A far da spalla a questa panzanata, già smentita da Grillo che nega anche di aver mai rilasciato alcuna intervista al settimanale Oggi (questa si che sarebbe stata una novità e una notizia), non poteva certo mancare la televisione e così ieri sera il mezzobusto incartapecorito di bell’aspetto Lilli Gruber nel suo quotidiano programma otto e mezzo nell’incalzare Di Pietro, decisamente contrario alla manovra ammazza Italia che il parlamento si appresta ad approvare, ha pensato bene di sfruttare questa bufala per far passare Grillo come un sostenitore del governo Monti e delle manovre che lo stesso con la stuola di professoroni al seguito sta per imporre a tutti noi per “il bene del paese”.  La smentita di Grillo era già stata pubblicata sul suo blog da diverse ore, ma la cosa è stata ignorata tanto dalla giornalista di esperienza Gruber quanto dalla redazione del programma da lei condotto, l’importante era far passare il messaggio che Monti è veramente un santo tanto che anche Grillo, sempre contro tutto e tutti, lo riconosce pubblicamente.

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La guerra in Libia è finita. Questo almeno raccontano, o non raccontano, i media internazionali. Il dittattore è morto, la democrazia ha trionfato e adesso si lavora alla costruzione della nuova Libia. Ci sono, però, voci fuori dal coro. Una di queste è quella di Paolo Sensini, saggista e scrittore, autore del libro Libia 2011, edito da JacaBook. Sensini, intervistato da PeaceReporter, racconta le sue indagini sui motivi reconditi di quella che ritiene un’azione volta ad eliminare Gheddafi e delle motivazioni che ne hanno deciso la fine. Dopo aver visto di persona la situazione, in quanto membro della Fact Finding Commission on the Current Events in Libya.

Com’è la situazione in Libia?

Il caos, con il Paese – come diceva qualcuno – riportato all’età della pietra e sull’orlo di una crisi umanitaria. In un Paese, piaccia o meno, che prima era un’eccezione positiva nella regione. Adesso si assiste a una sorta di guerra di tutti contro tutti, dove la situazione è degenerata non solo tra i ribelli e i lealisti, ma anche all’interno dello schieramento degli insorti. Non so se era stato previsto o meno, ma di sicuro era largamente prevedibile. Arrivano, ogni giorno, notizie di scontri armati tra fazioni per l’egemonia all’interno del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt). Come ho ampiamente documentato nel libro, tra queste fazioni, la componente preponderante è quella legata ad al-Qaeda e all’islamismo fondamentalista. Rispetto ai lealisti, invece, si è avuta notizia negli ultimi giorni di un forte contingente (circa 33mila uomini) che si è ricompattato e ha dato battaglia a Zawiah e in altre zone. E credo che questa sarà una fase molto lunga.

Questo quadro potrebbe essere dovuto alla mancanza, come già accaduto in Iraq e in Afghanistan, di una strategia di lungo periodo, che dovesse prevedere gli scenari una volta che il regime fosse stato rovesciato?

Il progetto c’era come c’era anche in altri conflitti. Ed era proprio quello di gettare nel caos un Paese del quale tutti conoscevano la composizione sociale. Un sistema tribale nel quale, a differenza di quanto si è raccontato, esisteva un equilibrio differente da quella che secondo parametri nostri chiamiamo dittatura.

E’ più corretto parlare di un primus inter pares, che per altro non ricopriva alcuna carica politica ufficiale. Gheddafi era la guida, una figura carismatica, che in quanto leader della Rivoluzione teneva in equilibrio un mondo di un centinaio di tribù differenti. Gli analisti, tutto questo, lo sapevano benissimo. Dal mio punto di vista l’obiettivo, fin dall’inizio, era questo caos. Il primo gruppo di ribelli, molto ridotto, a Bengasi si sono inseriti in un colpo di Stato classico. Se un gruppo armato assalta edifici pubblici, in qualsiasi Paese, esercito e polizia reagiscono. Gli analisti sapevano dall’inizio che a questo gruppo mancava la forza di imporsi alle tribù in Libia. Quelle della Tripolitania e del Fezzan mai avrebbero accettato, e mai accetteranno, di essere dominate da questo piccolo gruppo della Cirenaica, che rappresenta circa il 25 percento della popolazione libica. Quando si è deciso di appoggiare questa cosiddetta rivolta, il piano più che evidente era quello di destabilizzare un Paese.

Secondo lei per quale motivo si è deciso di liberarsi di Gheddafi?

Di sicuro le sue scelte in campo petrolifero hanno influito nella decisione di rimuoverlo. A culmine di una lunga storia, che inizia con la rivoluzione del 1969 e con la nazionalizzazione di gas naturale e petrolio. Come c’entra di sicuro la monumentale opera idrica realizzata, negli anni Ottanta, il Grande Fiume artificiale, che fa gola a molti. La partita più grossa però, a mio avviso, come dimostro nel mio libro, è la politica di Gheddafi con l’Unione Africana. Della quale il Colonnello era l’artefice, il motore propulsore. Lavorando a un’unione doganale africana, con una banca centrale e un fondo monetario africano, in una prospettiva unica nella storia di dare all’Africa una propria politica di sviluppo lontana dalla politica colonizzatrice delle grandi potenze. Lavorava già alla moneta unica: il dinaro d’oro. Un’iniziativa già in fase avanzata che ora viene affossato in modo decisivo. Il primo passo era già stato compiuto, togliendo dalla circolazione il Franco CFA, utilizzata da quattordici ex colonie francesi. Mossa per la quale il presidente francese Nicholas Sarkozy accusò Gheddafi di terrorismo finanziario. Con il solito atteggiamento per il quale all’Europa è riconosciuta la dignità politica di creare una moneta unica, mentre all’Africa no. Un altro esempio, in questo senso, è quello del satellite RASCOM 1. Anche in questo caso la Libia era stato il motore dell’iniziativa che liberava gli stati africani dalla necessità di affittare i satelliti altrui.

Queste e altre iniziative di indipendenza sono state il motivo per rovesciare Gheddafi, compreso la gestione del petrolio.

In questo piano, la morte di Gheddafi rappresenta un incidente di percorso o una strategia precisa?

E’ stato l’obiettivo principale, fin dall’inizio. Lo dimostrano i bombardamenti. La missione Nato è stato un intervento armato a tutti gli effetti, altro che Responsibility to Protect, come nel mandato per la protezione dei civili. Scientemente, dal primo momento, si è perseguito l’obiettivo di eliminare Gehddafi. E’ stato subito ucciso un figlio del Colonnello e i suoi nipotini, ed è stata colpita Bab el-Azizia – il luogo della sua residenza abituale – decine e decine di volte.

Noi stessi, con la Commissione, abbiamo potuto verificarlo di persona. Una strategia che è terminata solo con la morte di Gheddafi. Anche in quell’occasione, inoltre, non è stato catturato dai ribelli. La sua colonna in fuga è stata bombardata da caccia inglesi e francesi con il supporto di droni, senza che ci fossero civili in pericolo. La morte di Gheddafi era l’obiettivo principale della missione, che fa cadere la foglia di fico della protezione dei civili. La Nato è intervenuta, dall’inizio, per mutare lo scenario politico del Paese. Provocando vittime tra i civili, anche se si diceva che si interveniva per proteggerli, andando ben oltre un mandato che prevedeva solo una no fly zone. Non a caso la missione è finita con la morte di Gheddafi. Passando a quel punto il testimone al Qatar, vero artefice del cambio di regime, prima con al-Jazeera a livello mediatico, e poi a livello militare con le armi e i combattenti che sono stati fatti affluire in Libia.

Qual’è il ruolo dell’Italia in tutto quello che è accaduto?

L’Italia non esce bene da questa vicenda. Un legame importante, cominciando dal ruolo di fornitore energetico della Libia per l’Italia con la pipeline che collega Mellitah a Capo Passero. Che era una delle misure contentute nel Trattato di Cooperazione e Amicizia disatteso e tradito in modo fraudolento dall’Italia. E l’Italia non ne esce bene. A cominciare dal fatto che è stato disatteso l’articolo 11 della Costituzione, a partire dal presidente della Repubblica Napolitano, che della Costituzione è garante. Come lo è dei trattati internazionali e anche lui ha firmato il Trattato di Amicizia. Che piaccia o meno chiudeva un contenzioso storico. Due anni dopo siamo coinvolti in un conflitto, guarda caso, per l’ironia della storia, esattamente cento anni dopo l’occupazione italiana della Libia.

Cosa crede che accadrà in Libia?

A Bengasi, qualche giorno fa, sul palazzo di Giustizia, campeggiava la bandiera di al-Qaeda. Jalil, presidente del Cnt, lo ha dichiarato: tutte le leggi che verranno promulgate non dovranno essere in contraddizione con la sharia, con tutto quello che questo comporta. Decisamente un passo contraddittorio per un Paese nel quale si è intervenuti per portare la democrazia. A Tripoli, il comandante della piazza militare è Abdelhakim Belhaj, fondatore del Gruppo Islamico Libico Combattente, una delle personalità di riferimento di al-Qaeda, come sostenuto dagli stessi statunitensi che lo hanno arrestato in Iraq prima e in Afghanistan dopo, facendolo passare da svariate carceri tra le quali Guantanamo. Questo è il quadro che emerge, con un islamismo radicale che Gheddafi ha tentato di contenere. E del quale poco si sa in Italia. Io ho lavorato su questo aspetto, dedicandogli un capitolo del mio libro, con studi che arrivano dall’accademia militare Usa di West Point, dai quali emerge che il numero più consistente di attentatori suicidi – in percentuale rispetto alla popolazione – proviene dalla Cirenaica. Con la variabile che un arsenale enorme e moderno è finito nelle mani di questi personaggi. C’è poco da aspettarsi, secondo me, in senso democratico. Al contrario di quello che certi soloni occidentali hanno sostenuto e continuano a sostenere.

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Se esiste, in Italia, un qualcosa di più indecente della politica questo sono sicuramente i mezzi di informazione. Al servizio di quel partito o di quella corrente utilizzando fiumi di denaro pubblico tramite i finanziamenti all’editoria, tutto fanno tranne che il loro mestiere ovvero informare. Di esempi ne potrei fare migliaia e tenervi occupati alla lettura per ore, ma voglio limitarmi all’ultimo in ordine cronologico. Di due fatti che riguardano il medesimo argomento che da mesi tiene banco nell’opinione pubblica uno viene completamente oscurato, mentre l’altro viene riportato senza però rilevare alcuna considerazione e senza sottolineare l’assoluta incoerenza dei protagonisti con quanto promesso qualche settimana prima.

Mi riferisco, naturalmente, al vergognoso tema dei costi della politica sul quale si stendono fiumi di parole e di inchiostro da mesi, per non dire da anni senza che nessuno, e sottolineo nessuno, abbia mai formalizzato una seria e concreta proposta. In questa marea di parole e promesse una proposta di legge in merito sarebbe dovuta essere di assoluto interesse pubblico e, se essitessero dei mezzi informazione, se ne sarebbe dovuto dare il giusto risalto. Invece il nulla. Nessun giornale e nessuna televisione ha dato, invece, notizia del fatto che Lunedì 7 Novembre presso la regiona Puglia è stata depositata una proposta di legge di inziativa popolare che dà un serio ed importante taglio ai costi della politica regionale. La notizia è stata completamente censurata (ad eccezione di qualche piccolo portale web) nonostante il relativo comunicato stampa sia stato inviato a tutte le redazioni dei mezzi di informazione regionali. Chi, all’interno di altri articoli, ha accennato all’iniziativa ha fornito pure informazioni sbagliate e distorte. Il motivo di questo silenzio è semplice, osservando un vecchio detto non far sapere al contadino quanto è buono il formaggio con le pere, pennivendoli & Co sanno che è meglio non far sapere al cittadino quanto è forte  il potere della partecipazione e della democrazia diretta.

Vabbé, ma la stampa mica è costretta a diffondere tutti i comunicati stampa che gli vengono inviati. Certo che no! Ma dare diffusione di notizie di interesse pubblico si. Eccheccazzo, se non fanno questo non si capisce quale sia la loro funzione. E qui non stiamo parlando di un comunicato sulla pettinatura dei cavalli o sul bianco della calce che non è più il bianco di una volta che, sono convinto, avrebbero pubblicato, ma stiamo parlando di un argomento che da mesi riempie pagine di giornali e trasmissioni televisive e una proposta che prevede 9 milioni di euro di risparmi all’anno e l’eliminazione dei tanto contestati privilegi della casta, difficilmente può risultare di non interesse pubblico.

Tant’è che, esattamente il giorno dopo, un’altra proposta sul medesimo argomento ottiene spazio e risalto su tutti i giornali. Proposta però è una parola grossa perchè nulla è stato formalizzato, siamo ancora alla fase degli annunci e delle promesse. L’ufficio di presidenza della regione Puglia pare abbia predisposto una proposta che ha distribuito ai capigruppo consiliari e solo a loro, del testo non ne è stata data alcuna diffusione e quindi il contenuto lo possiamo dedurre esclusivamente dalle dichiarazioni dei protagonisti, in particolare del presidente Introna che, vedendo i precedenti, potrebbe risultare anche non molto credibile. Ve la ricordate la diminuzione  dei consiglieri regionali che lo stesso annunciava come già definita ad inizio estate? Ecco, se ve la ricordate sappiate che invece in regione se la sono scordata in qualche cassetto dove giace dal giorno dopo l’annucio. Adesso è arrivato, invece, il momento degli annunci sui vitalizi e sugli assegni di fine mandato di cui, specifichiamo, non si prevede l’abolizione come invece nella proposta Zero Privilegi Puglia, ma semplicemente una riforma nel calcolo degli stessi.

Questa misera, quanto vacua, proposta è stata riportata nelle prime pagine di tutti i giornali, ma nessuno di questi presunti giornalisti ha pensato di porre al presidente Introna una semplice quanto ovvia domanda. Va infatti ricordato che la conferenza delle regioni qualche settimana fa ha approvato all’unanimità l’impegno ad abolire il vitalizio dei consiglieri regionali e tra questi unanimi c’era pure la Puglia rappresentata per l’occasione del presidente Vendola. Ma per queste semplici ed ovvie osservazioni ci vorrebero semplicemente dei mezzi d’informazione che in Italia si sono estinti ormai da anni e così siamo ridotti ad avere delle galline (politici) che cantano i loro slogan e giornalisti che fanno l’uovo sui loro giornali. Pennivendoli co co dè.

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