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Truffa, corruzione, associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti, violazione delle norme paesaggistiche, abuso d’ufficio e frode nelle pubbliche forniture, sono i reati ipotizzati dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta coordinata dai pm Giulio Monferini e Gianni Tei che hanno proceduto alla perquisizione delle sedi di alcune delle maggiori cooperative edili italiane.
Al momento risultano essere 36 le persone indagate in un’inchiesta che ruota intorno al passante TAV di Firenze, portata avanti dagli stessi magistrati che già avevano imbastito il processo per la devastazione ambientale del Mugello nel corso dello scavo delle gallerie del TAV. Fra loro anche la ex presidente della regione Umbria del PD Maria Rita Lorenzetti, per reati compiuti in qualità di presidente di Italferr e quello stesso Ettore Icalza già noto alle cronache giudiziare per affari di tangenti sempre legati alla costruzione dell’infrastruttura per l’alta velocità.
Le indagini che hanno preso il via da accertamenti relativi all’utilizzo delle terre di scavo tossiche e al loro smaltimento, ha comportato anche il sequestro di una talpa, assemblata a detta degli inquirenti con materiale scadente e l’accertamento della condizione sulle gallerie costruite, che sarebbero state realizzate con materiale ignifugo scadente, allungato con acqua, creando gravi problemi nell’ambito della sicurezza delle stesse.
Ancora una volta, come già accaduto spesso in passato, il mostro chiamato TAV si palesa nella sua vera veste di fucina degli interessi mafiosi e del malaffare, passando attraverso la politica e le cooperative edili che da oltre 20 anni costruiscono profitti illeciti sulle spalle dei contribuenti italiani, grazie ad un’opera tanto inutile quanto foriera di intrallazzi di ogni tipo.
Ma nonostante questa evidenza, fino ad oggi in galera hanno continuato ad andarci solo coloro che hanno osato combattere la mafia del TAV, mentre gli altri, quelli delle associazioni a delinquere, in qualche maniera se la sono sempre cavata, pronti a tornare a fare il proprio “mestiere” come il buon Ettore Icalza.
Marco Cedolin
La corruzione nella politica e nella pubblica amministrazione, si sa, è uno dei mali più gravi del nostro paese. Transparency international, il più accreditato ente di ricerca sul fenomeno della corruzione, colloca l’Italia al 67° posto, dopo il Ghana e il Rwanda, della classifica mondiale per tasso di corruzione percepita.
E la Corte dei Conti calcola in circa 60 miliardi di euro l’anno il costo della corruzione in Italia. Costo a cui vanno aggiunti quelli indiretti, derivanti dalle inefficienze e dai ritardi dei servizi pubblici che sempre la corruzione si porta dietro.
Di fronte a questo quadro il Governo dei tecnici guidato da Mario Monti ha deciso di presentare un disegno di legge chiamato “anticorruzione”, che però, nonostante gli sforzi profusi, non è riuscito, finora, a far approvare in Parlamento. Un dibattito surreale tra favorevoli e contrari (ma ci sono parlamentari favorevoli alla corruzione?) che si trascina da mesi senza arrivare in porto.
Ma cosa prevede questo disegno di legge e serve davvero a combattere il fenomeno della corruzione?Secondo me la legge presentata dal Governo serve a ben poco e, anzi, contiene degli errori che rischiano di provocare danni maggiori dei vantaggi.
L’unica novità positiva è l’innalzamento della pena per il delitto di corruzione che passa da una pena massima di 5 anni ad una pena massima di 8 anni. Sempre meno del furto di un’autoradio, punito con una pena massima di 10 anni, ma almeno un passo avanti. Per il resto cambia poco o nulla.
Il delitto di corruzione privata (che significa la corruzione nelle banche, nelle assicurazioni, nelle compagnie telefoniche, nelle multinazionali del petrolio e dell’energia) resta procedibile a querela della persona offesa (come se fosse un affare privato e non un danno per la collettività) e, soprattutto, resta limitato ai vertici delle società private. Per cui, per capirci, se un direttore di filiale di una banca prende una tangente per dare un finanziamento senza garanzie, non risponde di nessun reato.
Il traffico di influenze, cioè la condotta di chi si fa pagare per procurare favori presso un pubblico ufficiale, certamente una novità interessante, viene punito con una pena irrisoria (massimo tre anni), tale da non meritare le appassionate discussioni nelle quali sono impegnati i nostri parlamentari. Più rilevanti sono gli errori e, soprattutto, le cose che mancano.
Gli errori più gravi sono sul delitto di concussione. La nuova legge prevede lo “spacchettamento” del delitto di concussione: da un lato la condotta del pubblico ufficiale che costringe la vittima a dare o promettere qualcosa, che resta punito con la stessa pena di oggi, dall’altro quella del pubblico ufficiale che induce la vittima a pagare, punito con una pena minore. E con una sanzione anche per la “vittima”.
Al di là delle possibile conseguenze su alcuni processi in corso, che sembra la questione che più appassiona i politici, la riforma contiene alcuni errori madornali. In primo luogo sparisce la concussione dell’incaricato di pubblico servizio. Per capirci: l’infermiere che si fa pagare dai familiari di un anziano malato, minacciando di lasciarlo sporco o di non dargli le medicine, non commette concussione.
E’ sbagliata poi la scelta di punire, senza distinzioni, anche la “vittima” della concussione per induzione. Ci sono, infatti, delle condotte di “concussione per induzione” vicine alla corruzione, nelle quali la “vittima” alla fine ha anche un suo tornaconto illecito, come ad esempio il caso in cui il tecnico comunale “fa capire” che pagare è l’unico modo per sbloccare una licenza edilizia. Ma ci sono casi in cui la “vittima” è solo tale. Come quando un medico ospedaliero fa credere al paziente di avere un male grave e lo induce ad operarsi in tutta fretta presso una clinica privata. Perché questo poveraccio dovrebbe prendere anche tre anni di carcere?
Ma è soprattutto quello che manca nel disegno di legge a rendere in definitiva poco interessante la vicenda. La corruzione è un male difficile da combattere, perché si fonda su un patto segreto tra due persone, che ovviamente non hanno interesse a rivelarlo, e perché non lascia molte tracce. Se non si lavora su questo non si va molto avanti. Per rompere il patto segreto tra corrotto e corruttore, bisogna rendere conveniente la collaborazione con la giustizia. E dunque servono benefici per chi denuncia (e si autodenuncia) e per chi collabora con la giustizia.
E poi servono strumenti per rilevare l’unica traccia che la corruzione lascia, quella del denaro. A monte dei fenomeni di corruzione c’è quasi sempre la creazione di fondi neri da parte delle imprese, che attraverso la falsificazione dei bilanci accumulano capitali da destinare alla corruzione. Il reato di falso in bilancio, come si sa, è stato nella sostanza abolito dal Governo Berlusconi nel 2001. Ma non sembra che la politica sia orientata più di tanto a ripristinare uno strumento fondamentale per il contrasto alla corruzione.
A valle dei fenomeni di corruzione c’è, invece, il reimpiego dei proventi illeciti. Chi incassa le tangenti ha necessità di ripulire il denaro e di investirlo in attività apparentemente lecite. Questa attività si chiama autoriciclaggio e in Italia, nonostante le plurime raccomandazioni degli organismi internazionali, non è punita, il che rende spesso impossibile accertare i fatti di corruzione e recuperare i profitti illeciti. Ma di questo né la politica né i “tecnici” sembrano volersi occupare davvero.
Giuseppe Cascini
Tv e giornali in questi giorni hanno posto l’accento su quella miriade di falsi invalidi che percepiscono da tempo pensioni a cui evidentemente non hanno diritto. Fossero parlamentari avrebbero già fatto una legge che, in deroga ai diritti dei comuni cittadini, garantirebbe loro una pensione (generalmente denominato vitalizio) anche nel caso di assenza di patologia invalidante. Invece siamo nell’ambito della comune cittadinanza, nessun privilegio previsto per legge quindi unica alternativa corrompere medici compiacenti.
Ed è proprio grazie a questi che esistono i falsi invalidi, perchè dietro un falso invalido non può che esserci un falso certificato medico. Detto questo la prima domanda che una persona normale dovrebbe porsi è: che gli fanno a questi medici? Scontata la denuncia, ma quali sono le reali conseguenze?
In genere, essendo stati scoperti con le mani nella martellata e non appertendo al mondo politico, non possono certo appellarsi all’errore o al fumus persecutori ma il pattegiamento è prassi. Tramite questa procedura evitano il processo e concordano la pena con la pubblica accusa, generalmente una pena pecuniaria tramite il quale il medico si toglie dall’imbarazzo potendo tornare tranquillamente al suo lavoro.
Ma i falsi certificati sono stati rilasciati a gratis? E da quanto tempo tale medico rilascia questo tipo di certificati? E quanti, tra quelli rilasciati, sono i falsi? Spesso a queste domande non c’è nessuna risposta, anzi, nessuno se le pone. Tutto ciò fa si che il rilasciare certificati falsi sia, alla fine, conveniente, perchè nel solo caso in cui ti becchino dovrai pagare una pena in denaro molto probabilmente inferiore a quanto sino a quel momento intascato illeggittimamente e tornare tranquillamente al proprio lavoro lasciando a tutti noi la sola speranza che tale medico non continui nei suoi comportamenti criminosi.
Ritengo invece che vadano introdotte delle norme più severe nei confronti di questi medici. Dopo aver ispezionato tutte le pratiche che il medico incriminato ha espletato per individuare eventuali altri falsi certificati il medico giudicato colpevole di tali reati deve sia partecipare alla restituzione di quanto illecitamente percepito dal falso invalido, sia radiato dall’ordine professionale. Infine non devrà avere più alcun rapporto con la pubblica amministrazione, ne come dipendente ne come consulente o collaboratore esterno. Solo così si potrà mettere un freno a questo problema che costantemente ritorna all’attenzione dell’opinione pubblica.

Quanti burattini in doppio petto oggi commemoreranno il ventennale della strage di Via D’amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, strage effettuata a soli due mesi da quella di Capaci che vide morire Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e relativa scorta? Burattini, ivi compreso l’indegno inquilino del Quirinale, che in questi anni hanno lavorato per rendere più difficile la lotta alla mafia cercando di ostacolare le intercettazioni, delegittimando l’operato dei magistrati che oggi, come ieri Falcone e Borsellino, rischiano e sacrificano la loro vita per fare il loro dovere, favorendo il riciclaggio di denaro sporco tramite scudi fiscali, delegittimando reati che consentono ai mafiosi di ripulire i proventi dei loro traffici, non approvando severe norme contro la corruzione che consente alle mafie di controllare enormi pezzi di stato e potrei continuare a lungo.
Quanti pennivendoli e mezzibusti incartapecoriti elogeranno queste commemorazioni e coloro che vi parteciperanno? Pennivendoli sempre pronti a scatenare guerre mediatiche nei confronti dei magistrati appena la loro attenzione si sposta dalla manovalanza ai mandanti, quando si vanno ad intaccare i più alti scranni dello stato che, proprio per preservarne la massima integrità, dovrebbero non aver alcuna remora alla massima trasparenza e colaborazione senza nascondersi dietro prerogative e privilegi vari.
Non mancherà certo il lungo, appassionante ed emozionante discorso, con tanto di moniti a corredo, dell’indegno inquilino del quirinale sempre pronto a far sentire la sua voce tranne quella presente in telefonate sconvenienti. E non mancheranno certo neanche i milioni di Italiani che osserveranno il tutto sventolando la bella bandierina tricolore, e ascoltando con passione le parole di burattini, pennivendoli, mezzibusti incartapecoriti e indegni inquilini si faranno convinti di vivere in uno stato che combatte la mafia. Perchè conviene limitarsi a ricordare.
Gli Italiani sono un popolo profondamente antimafia quando si verificano ecclatanti fatti di sangue, attentati in particolare, e gli anniversari degli stessi, ma appena passa l’emotività del momento, appena spariscono le crude immagini dagli schermi televisivi ecco che la mafia scompare dai nostri pensieri, dalle nostre preoccupazioni e torna ad essere un comune arredo della nostra vita quotidiana senza che ciò ci crei alcun disturbo.
Invadiamo le strade e le piazze per imponenti cortei e manifestazioni e non si contano gli eventi commemorativi, ma poi passata la festa gabbato lu santo e la mafia, quella montagna di merda dal puzzo putrescente, ritorna invisibile ai nostri occhi, al nostro naso e, sopratutto alle nostre coscienze. Eppure la mafia ci avvolge quotidianamente, è talmente infiltrata nella nostra economia e nelle nostre istituzioni che è impossibile non incontrarla tutti i giorni. Il problema non è la mafia, ma il sangue che fa scorrere, solo allora ci attiviamo per cantare tutti in coro la nostra indignazione. Di contro quando il sangue non scorre, quando la mafia si limita a fare affari, ma anche quando si limita ada ammazzatine tra di loro, tutto è digeribile e tollerabile. La mafia fa girare un sacco di soldi e li fa girare anche nell’econima tradizionale, quella definita onesta, e questo per molti vuol dire lavoro, guadagno. Il sospetto, ma quasi sempre, la certezza che tutto questo sia il frutto di attività criminali non è considerato un grosso problema, e comunque un aspetto ineluttabile di questa società.
E’ così al nord, dove la mafia da sempre si preferisce vederla come un prodotto tipico del meridione ma è così anche al sud dove sempre più spesso si tende a minimizzare il problema. Cosa che sta facendo proprio in questi giorni, nonostante il drammatico attentato di sabato scorso, proprio il neo sindaco di Brindisi Conslaes il quale salta di tv in tv a specificare che da queste parti la Sacra Corona Unita è un fenomeno limitato. Un cerino l’ha definita, un cerino spento che dobbiamo evitare si accenda. A pochi giorni dal suo insediamento pare proprio iniziare col piede sbagliato. Capisco il voler difendere l’immagine della propria popolazione ed evitare che siano considerati tutti malavitosi, ma dire che da queste parti la mafia sia un fenomeno di poco conto è fuori da ogni logica e realtà. Forse sto azzardando ma la metafora del cerino mi è apparso un messaggio, come dire ignoriamo il fenomeno concentriamoci solo sul fuoco, sulle bombe, sul sangue. A chi è indirizzato questo messaggio?
Ma poi, in fondo, diciamola tutta non è che ci sia una grande differenza in tutto questo tra nord e sud. Se così non fosse da una qualche parte di sarebbero mossi cortei e organizzate manifestazioni che avrebbero visto massiccie partecipazioni quando il Presidente del Consiglio ha avuto il barbaro coraggio di definire eroe un pluriomicida, nonchè noto boss mafioso. Ma, a dimostrazione della “particolare” vocazione antimafia del nostro paese, in quel caso non si è visto sangue scorrere ne scenari di guerra, erano solo parole, il cosidetto cerino spento.
Mentre il Governo dei tecnici è impegnato a discutere la riforma del lavoro, ancor prima che venga varata, l’articolo 1 della Costituzione viene sospeso per l’ennesima volta. Antonio D’Amico è morto nello stabilimento Fiat di Pomigliano il 6 marzo del 2002. E’ stato schiacciato da un muletto guidato dall’ultima ruota del carro dell’ingranaggio: un precario.
Il ragazzo guidava ad un velocità superiore ai 6 km orari, aveva la visuale coperta perchè trasportava due contenitori con lamiere che superavano l’altezza consentita dalla legge di un metro e sessanta. Quando è avvenuto l’incidente sul posto c’era anche Rosario, il figlio di Antonio. Rosario conosce bene i tempi le dinamiche del lavoro: si stava producendo la nuova Punto, bisognava sbrigarsi, altrimenti si chiude e il lavoro viene delocalizzato. Allora se le cose stanno così si chiude un occhio, forse anche due, chi guida il muletto non ha il patentino ed è senza formazione. Il giovane precario durante il processo si è accollato tutta la colpa (come se la responsabilità di non essere formato sia la sua) ed in primo grado è stato condannato a poco più di un anno.
La Fiat ricorre in appello chiedendo l’annullamento del processo, la Fiat non è difesa da un avvocato qualunque, ma dal Presidente dell’ordine degli Avvocati della regione Campania. I familiari di Antonio si appellano a chiunque, perfino al Presidente della Repubblica che li onora con la medaglia al lavoro. Il processo va avanti con altre testimonianze, altro dolore e tanta speranza per chi resta affinchè la verità possa emergere. Sul cammino incontrano un PM comprensivo, giusto o che semplicemente fa il proprio lavoro e chiede che la pena venga raddoppiata. Esattamente dopo dieci anni il processo si conclude e si conclude come ci ha abituato il dittatore degli ultimi diciassette anni. I colpevoli ci sono, ma restano impuniti: IL REATO SI E’ PRESCRITTO!
Samanta Di Persio
Due ragazzi, due studenti universitari accusati di un efferato omicidio, dopo 4 anni di detenzione in carcere, sono stati riconosciuti innocenti dal nostro sistema giudiziario ma non dal popolo che, nella stragrande maggioranza dei casi, li considera due che sono riusciti a farla franca, tant’è che ieri all’uscita dal carcere i giovani con i rispettivi avvocati sono stati insultati da un gruppo di persone che li attendeva con ansia.
Non voglio certo entrare nel merito del processo, la cronaca nera non è argomento di cui si occupa questo blog, ma certo è che ciò che è accaduto a questi due ragazzi ha dell’incredibile in un paese dove non passa giorno in cui i problemi della giustizia non siano al centro del pubblico dibattito. Una giustizia che non funziona, che per oscuri fini si accanisce sempre contro gli onesti cittadini e che pertanto merita profonde riforme. Ebbene in un paese che da quasi vent’anni discute di questi e molti altri aspetti della macchina giudiziaria il fatto che due innocenti abbiano fatto quattro anni di carcere o, in alternativa a seconda dei punti di vista, che due efferati criminali siano riusciti a farla franca non accende il dibattito su questi temi, ma continua, come successo incessantemente in questi anni, a svolgere il suo processo parallelo negli studi televisivi con tanto di esperti in ogni campo.
Pensate se, non dico dopo quattro anni, ma anche solo dopo qualche giorno di carcere un politico fosse stato giudicato innocente. Credete che il dibattito si sarebbe concentrato sul merito dei capi di accusa e sulle ragioni della difesa oppure questi sarebbero stati aspetti completamente estromessi per far posto ai cronici problemi della giustizia con cui da anni i nostri politici da strapazzo ci intrattengono? E se poi tutto ciò fosse stato preceduto da decine e decine di trasmissioni televisive dove ogni piccolo dettaglio era stato analizzato e discusso per ore, a partire dalle prove fornite dal pubblico ministero, per passare a quelle ipotizzate dal giornalista di turno e per finire con le interpretazioni di frasi, sguardi e persino del tipo di abbigliamento indossato?
Ma i due ragazzi non sono politici, non hanno potuto appellarsi alla persecuzione politica e non hanno potuto beneficiare dell’immunità parlamentare. Hanno dovuto invece difendersi nel processo, piuttosto che dal processo, e lo hanno fatto stando in carcere con tutto ciò che una situazione del genere comporta ed ancor di più lo hanno fatto avendo contro l’intera opinione pubblica costantemente incalzata dai media che con la cronaca show ci fanno un sacco di quattrini. Quegli stessi media e quegli stessi personaggi televisivi che, invece, quando si tratta di politici sostengono che i processi non si fanno in televisione, che non è corretto analizzare spezzoni di intercettazioni e cercare di dargli un significato o un giudizio, che bisogna lasciare che la giustizia faccia il suo corso, che utilizzano il termine assolto invece che prescritto quando si tratta di politici del calibro di Andreotti o Berlusconi.
La speranza che un serio confronto sulla giustizia possa partire dal fatto che due giovani innocenti hanno fatto quattro anni di carcere o che due efferati assassini l’hanno fatta franca rimarrà vana, meglio aggrapparsi alla speranza di non trovarsi mai intrappolati negli ingranaggi di di quella infernale macchina.
Partiamo subito da alcuni principi. Primo, tutti sono innocenti sino a quando non si dimostra definitivamente il contrario. Secondo, nessuno, se non per rari ed eccezionali casi, può essere privato della libertà personale prima di essere stato giudicato colpevole di reati per cui è prevista la carcerazione. Terzo ed ultimo ma non per importanza, le regole valgono per tutti. Tre semplici quanto basilari principi da sempre scolpiti nella nostra costituzione spesso sbandierata, a secondo delle esigenze, da tutti gli schieramenti politici e per cui è persino prevista una figura istituzionale, attualmente interpretata dal vecchio sul colle, lautamente retribuita affinché vigili che tutti la rispettino.
Eppure, anche se pennivendoli vari e mezzibusti incartapecoriti non ne parlano, sono moltissimi gli incensurati che, accusati di un qualche reato, si trovano o si sono trovati improvvisamente dietro le sbarre. Di questi giorni la notizia, riscontrabile solo nelle cronache del web, sull’arresto e la detenzione per 12 giorni di due attiviste NoTAV accusate una di “concorso morale” per aver socccorso alcuni feriti durante le manifestazioni di protesta in valsusa (è una volontaria del 118) e l’altra per lesioni ad un rappresentante delle forze dell’ordine, si sarebbe procurato una distorsione alla caviglia nel rincorrerla. Ma il problema, oltre ad essere molto diffuso e comunque molto di più di quanto i mezzi di disinformazione ci fanno sapere, è atavico e di sicuro risale ai tempi in cui l’attuale classe politica, tranne qualche matusalemme, era ancora in fasce. Detenuto in attesa di giudizio un bellissimo film con Alberto Sordi del 1971, regia di Nanni Loy racconta di un geometra che viene arrestato senza che gli sia fornita alcuna spiegazione e senza neanche informare la famiglia che del tutto ignara, lo attendeva in automobile. Inizia così un viaggio attraverso i gironi danteschi della giustizia italiana che si concluderà con la scarcerazione del povero geometra per non aver commesso alcun reato.
Naturalmente come ci sono parecchie persone ingiustamente in carcere ce ne sono altrettante che per svariati motivi riescono a farla franca. Tra questi sicuramente i politici che poi sono quelli che le regole della giustizia e del suo funzionamento le hanno scritte. Già perche come ben noto i magistrati non scrivono le leggi ma semplicemente le applicano, a volte sicuramente ne abusano ma questo solo grazie al come la legge è stata scritta ed ecco che ritorniamo a coloro che le leggi le scrivono ed approvano, cioè i politici. Secondo quale mistero questi si arrogano il diritto di non applicarle nei loro confronti è un qualcosa già di per sé abbastanza ridicolo, ma quando ciò si ripete costantemente e anche di fronte a casi gravi come quello di Milanese, Cosentino e Tedesco il mistero comincia ad assumere i contorni dell’associazione mafiosa.
I tre soggetti sono tutti incensurati e, secondo quanto sopra scritto, non dovrebbero andare in carcere prima di una sentenza definitica e poco vale il fatto che per i comuni cittadini la cosa sarebbe diversa, se un principio non viene rispettato non bisogna allargare questa violazione agli altri ma tutelare chi non ne è garantito. Però ho anche scritto che possono esserci rari ed eccezionali casi in cui questo caposaldo della nostra costituzione può essere derogato. Un caso potrebbe essere un accusato di essere un serial killer che credo nessuno abbia il piacere di sapere in giro, nessuno mi pare abbia mai protestato per gli anni di galera fatti dal Pacciani, accusato di essere il mostro di Firenze, nonostante la sua colpevolezza ancora oggi non sia stata del tutto dimostrata. Quindi nella fattispecie dei tre politici è necessario valutare se possano rientrare tra i rari ed eccezionali casi in cui la carcerazione preventiva vale la candela.
Cosentino era, al momento della formulazione delle accuse per associazione mafiosa, a capo del CIPE il più importante organo di programmazione economica del nostro paese e sapere se la camorra era riuscita ad arrivare fino a li è, a mio avviso, già un motivo sufficiente. Tedesco, accusato di corruzione per aver favorito aziende “amiche” negli appalti della sanità pugliese, era ai tempi l’assessore alla sanità in Puglia che oggi, a causa di un pesante dissesto economico, è sottoposta ad un drastico piano di ristrutturazione che taglia posti letto, chiude numerosi ospedali e reparti togliendo ai cittadini numerosi servizi indispensabili. I disagi che avrebbe subito il senatore in caso di arresto sarebbero stati sicuramente inferiori a quelli che stanno subendo i suoi concittadini pugliesi. Infine Milanese era sino a poco tempo fa uno stretto collaboratore del ministro dell’economia, tanto stretto da viverci persino insieme, e aveva molta influenza sia nelle scelte di politica economica sia nella scelta delle persone a cui affidare il controllo delle numerose e prospere aziende controllate dal tesoro, sapere se queste scelte sono state dettate da interessi personali, collusioni e corruzioni sopratuttto oggi con la drammatica situazione economica e il nostro paese praticamente in mutande sarebbe dovuto essere un buon motivo per derogare al sacrosanto principio della libertà personale.
Eppure i tre sono liberi grazie alla protezione parlamentare. Possibile che ai politici non interessa sapere se la camorra si è infiltrata nei più importanti organi istituzionali o se la corruzione ha davvero distrutto la sanità pugliese e le casse del nostro stato? No, in realtà la situazione non è questa. I nostri politici sanno bene qual’è la situazione, sanno quanto la criminalità organizzata gestisce gli apparati istituzionali direttamente o per interposta persona e sanno benissimo che la corruzione è non solo il principale problema del paese ma la madre di tutti i problemi da cui discendono tutti gli altri. Quello che invece cercano di fare (e sino ad ora ci sono riusciti) è evitare che tutto questo sia scritto nero su bianco, che sia reso inconfutabile. Purtroppo, a vedere come il paese reagisce a questa situazione, sembra che tutto ciò lo vogliano evitare la maggior parte degli italiani.
Qual’è la differenza tra due brutti ceffi che vanno da un commerciante o un imprenditore a “chiedere” il famigerato pizzo ed un datore di lavoro che mensilmente si trattiene dai 100 ai 200 euro dallo stipendio di ogni suo dipendente? Nessuno, assolutamente nessuno! Entrambi sono dei farabutti e dei vigliacchi. Entrambi meriterebbero la galera e la confisca di tutti i beni perchè comunque ottenuti tramite i proventi dell’estorsione.
Eppure mentre i primi sono visti dalla società tutta ed in particolare dalle vittime come criminali e le somme loro versate assumono il termine di estorsione, i secondi invece sono generalmente soggetti dell’alta società, accolti nei salotti cittadini come nobili imprenditori che portano benessere e prosperità e le vittime addirittura si sentono in dovere di ringraziarlo perche grazie a lui hanno un posto di lavoro. E’ come se un commerciante ringraziasse i suoi estorsori perchè grazie a loro il suo negozio non prende fuoco.
Siamo all’assurdo eppure è pura normalità, soprattutto nel sud dove la mancanza di lavoro è una pandemia a cui si può sfuggire solo emigrando. E’ pura normalità che neanche se ne parla, nessuno dice niente e nessuno fa nulla. Intanto questi estorsori mascherati da datori di lavoro grazie alle cifre di questo pizzo mensile accumulano ricchezze che possono poi investire in nuove attività siano esse produttive o commerciali che gli consentono così non solo di aumentare il proprio potere economico e di conseguenza il proprio peso politico, ma anche il numero di dipendenti e di conseguenza le somme in nero derivanti da queste estorsioni.
Sono convinto che arrivati a questo punto qualcuno di voi, magari del nord dove queste cose pur essendoci non sono molto diffuse, si sta cominciando a domandare: ma questo di che parla esattamente? Eh, lo so che in molti luoghi ciò è ancora una assurdità, ma da queste parti, come dicevo, è pura normalità! Come funziona? Semplice, quando si pagano gli stipendi il lavoratore si reca nell’apposito ufficio per ritirarlo in contanti e gli viene presentata la regolare busta paga che deve firmare anche a dimostrazione di aver ricevuto quei denari, solo che la somma effettivamente consegnata non corrisponde a quella indicata nella busta paga sottoscritta ma risulta inferiore di una cifra variabile dai 100 ai 200 euro in relazione sia all’ammontare dello stipendio sia a chi ha raccomandato quel lavoratore al momento dell’assunzione. Già, perchè se la raccomandazione è giunta da un politico influente fanno pure lo sconto sul pizzo. I privilegi della casta non si limitano certo ai superstipendi e superpensioni.
Naturalmente non posso qui fare i nomi di coloro che adottano questo sistema, pur sapendone molti non ho le prove se non le confidenze fattemi da diverse vittime che per paura di perdere il lavoro domani negherebbero tutto. Mi assumerei anche il rischio di una querela se ci fosse poi la probabilità di dimostrare l’esistenza di questo sistema, ma so bene che non è così. Non condanno chi non ha il coraggio di parlare, lo capisco bene la coseguenza sarebbe la sicura disoccupazione. Tra l’altro mentre contro il tradizionale pizzo in questi anni sono nati strumenti a tutela di chi denuncia, il pizzo sullo stipendio invece è stato sino ad ora completamente ignorato dai media come dai legislatori.
Cosa si potrebbe fare? Non lo so, penso però che l’obbligo di erogare lo stipendio tramite accredito su conto corrente sarebbe già qualcosa. Un conto è ricevere una somma inferiore al dovuto altro è dover “restituire” del denaro al proprio datore di lavoro, penso che almeno da un punto di vista culturale ci sarebbe un cambiamento e questa operazione sarebbe vista per quello che è: un estorsione, e il lavoratore comincerebbe a sentirsi una vittima piuttosto che uno fortunato. Un’altra cosa che si potrebbe fare è boicottare quelle attività che sappiamo adottare questo sistema. perchè anche se non li possiamo elencare, sappiamo chi sono, lo so io e lo sanno anche molti di voi. Comiciate a non andare più in quegli esercizi commerciali, fregatevene delle offerte, della possiblità di sceltà, della presenza dell’aria condizionata, dei parcheggi e di altre stronzate del genere. Pensate al diritto di chi lavora di percepire per intero la propria paga, pensate alla dignità della persona. Solo in questo caso sarete dignitosi anche voi.
Violazioni continue dei diritti dei rom e aggressioni omofobe nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transgender: e’ la fotografia dell’Italia che esce dal Rapporto 2011 di Amnesty Internationa. Fra le principali criticita’ riscontrate nel nostro Paese, Giusy D’Alconzo, coordinatrice della ricerca, punta l’attenzione sulle politiche discriminatorie nei confronti dei rom, vittime di “sgomberi a catena”, ricordando la Perugia-Assisi del 2010 che “e’ stata aperta da una nostra ruspa, per ribadire che i diritti umani non si sgomberano”. Amnesty International lamenta anche “un clima di intolleranza contro migranti, rifugiati e omosessuali”, ricordando le aggressioni omofobe di cui sono state vittime gay, lesbiche, bisessuali e transgender. Attenzione e’ stata posta anche sui richiedenti asilo e migranti, che continuano ad essere privati dei loro diritti, e il cui accesso alla protezione internazionale e’ ostacolato da trattati internazionali per il controllo dei flussi migratori. Quanto al comportamento delle forze dell’ordine in Italia, l’organizzazione per i diritti umani ha sottolineato le continue segnalazioni arrivate su maltrattamenti da parte di agenti di polizia e di sicurezza, sollevando preoccupazioni sull’indipendenza e l’imparzialita’ delle indagini sui decessi in carcere, facendo esplicito riferimento, tra l’altro, ai casi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. A questo proposito, nell’agosto scorso, e’ divenuto operativo l’osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, istituito dalle autorita’ di polizia, uno strumento per rendere piu’ facile per le vittime la presentazione di denunce. L’Italia, tuttavia, ha denunciato D’Alconzo, si e’ rifiutata di introdurre il reato di tortura nella legislazione nazionale, sostenendo che “non sia necessario”. Un successo pero’ il nostro Paese puo’ vantarlo, nel caso di Abu Omar, il cui verdetto e’ “l’unico caso di riconoscimento di ‘rendition’ al mondo”.
I DIRITTI UMANI NEL MONDO – Il Rapporto fotografa un mondo i cui i diritti umani vengono ancora sistematicamente calpestati: in 89 Paesi vengono segnalate restrizioni alla liberta’ di parola, in altri 48 vi sono casi di prigionieri di coscienza, in 98 si registrano torture e altri maltrattamenti, in 54 ci sono stati processi iniqui.
Fra le tante realta’ monitorate, Amnesty punta l’attenzione sui recenti avvenimenti in Tunisia ed Egitto, mettendo in luce, qui come altrove, la battaglia cruciale per il controllo dell’accesso all’informazione, dei mezzi di comunicazione e delle nuove tecnologie. A questo proposito, l’organizzazione ha invitato le aziende che forniscono accessi a Internet, servizi di telefonia mobile e piattaforme per i social network, a rispettare i diritti umani rifiutandosi di diventare complici di governi repressivi. Nonostante le potenzialita’ e le nuove ‘armi’ a disposizione del dissenso, come i social network, la battaglia e’ ben lontana dall’essere vinta, come dimostra la liberta’ d’espressione ancora sotto attacco nel mondo. Da qui l’appello di Amnesty International a non abbassare la guardia, mantenendo alta l’attenzione sui Paesi dove questa e’ in pericolo, dall’Azerbaigian allo Zimbabwe, passando per Cina e Iran, senza dimenticare Libano, Siria, Yemen e Bahrein dove le opposizione che chiedono maggiori diritti vengono schiacciate.
Il vento della rivolta che soffia sui Paesi arabi e sulla sponda sud del Mediterraneo offre “un’opportunita’ senza precedenti” nel campo dei diritti umani, ma rischia di essere “una falsa alba”. Amnesty International parla di “un cambiamento storico sul filo del rasoio”. L’organizzazione internazionale guarda con interesse alla crescente richiesta di liberta’ e giustizia in Medio Oriente e Nordafrica, sottolineando il ruolo dei giovani scesi in strada a rivendicare i propri diritti, nonostante le feroci rappresaglie messe in atto dai governi.
Anche la comunita’ internazionale deve fare la sua parte, ha ricordato Christine Weise, presidente della Sezione Italiana, invitandola a “cogliere l’opportunita’ del cambiamento” e ad assicurarsi “che il 2011 non sia una falsa alba per i diritti umani”. “Era dai tempi della guerra fredda che cosi’ tanti governi repressivi non affrontavano una sfida al loro attaccamento al potere – ha sottolineato Weise – la richiesta di giustizia, liberta’ e dignita’ e’ diventata una domanda globale che diventa ogni giorno piu’ forte. Il genio e’ uscito dalla bottiglia e le forze della repressione non potranno ricacciarlo dentro”.
SI TORTURA DI MENO MA BOIA LAVORA DI PIU’ – Diminuisce la tortura nel mondo, ma cresce il ricorso alla pena di morte. Sono, infatti, 98 i Paesi nei quali sono stati documentati casi di tortura, contro i 111 del 2009. Un miglioramento rilevato anche nel caso di limitazioni illegali alla liberta’ d’espressione (89 contro 96). Diversa la situazione per quanto riguarda la condanna capitale, inflitta in 23 Paesi contro i 18 del 2009, mentre le condanne a morte emesse interessano 67 Paesi, un aumento rispetto ai 56 del 2009. Realta’ invariata, infine, per i processi iniqui e le richieste avanzate da Amnesty International per il rilascio di prigionieri di coscienza.










