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	<title>iapra li  uecchie uno sguardo su Ostuni ed oltre &#187; Economia/Lavoro</title>
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	<description>uno sguardo su Ostuni e oltre</description>
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		<title>Fame nel mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 18:35:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante la ricca diversità di cibo che si trova nel mondo, un quarto della popolazione sta morendo di fame. Oggi la fame è un problema di massa in molte parti dell’Africa, dell’Asia e del Sud America e il futuro non promette nulla di buono. La popolazione globale ha una tendenza di crescita di 90 milioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="miniyoutube"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="239" height="200" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/TQqY-5GszbM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1?color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="239" height="200" src="http://www.youtube.com/v/TQqY-5GszbM&amp;hl=it_IT&amp;fs=1?color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></div>
<p>Nonostante la ricca diversità di cibo che si trova nel mondo, un quarto della popolazione sta morendo di fame. Oggi la fame è un problema di massa in molte parti dell’Africa, dell’Asia e del Sud America e il futuro non promette nulla di buono. La popolazione globale ha una tendenza di crescita di 90 milioni per anno per i prossimi 40 anni e i più recenti studi [1] prevedono gravi carestie globali che condurranno alla fame su una scala senza precedenti.</p>
<p>Questa miseria è un risultato diretto della nostra brama di mangiare carne. I bambini nel mondo sottosviluppato muoiono di fame in prossimità di campi coltivati ad alimenti destinati all’esportazione come foraggi per gli animali, per supportare la civiltà “affamate di carne” del mondo ricco. Mentre milioni di esseri umani muoiono, più di un terzo della produzione di cereali del mondo e metà della produzione di pesce sono impiegati per alimentare gli animali nei paesi ricchi [2].</p>
<p>L’industria delle bistecche degli Stati Uniti d’America consuma tanto cibo quanto India e Cina messe insieme [3]. Un miliardo e novecento milioni di persone potrebbero essere alimentate con le proteine di cui sopra. Un ripensamento completo su come vengono distribuite le nostre limitate risorse alimentari è vitale se vogliamo trovare una soluzione al problema della fame nel mondo. Questa “Guida Viva” si occupa del perché il mangiar carne è la principale causa della fame nel mondo e del come il vegetarismo può fornire una soluzione.</p>
<p>Le radici della fame</p>
<p>Il mondo in via di sviluppo non è sempre stato affamato. I primi esploratori del 16° e 17° secolo spesso ritornavano stupiti dell’enorme quantità di cibo che vedevano. Per esempio, in certe parti dell’Africa le popolazioni avevano spesso tre raccolti di riserva e nessuno soffriva la fame. L’idea di comprare e vendere cibo era inaudita.</p>
<p>La Rivoluzione Industriale ha cambiato tutto ciò. I Paesi Europei avevano bisogno di materie prime a buon mercato come carbone e minerale ferroso di cui erano ricchi i paesi in via di sviluppo. Attraverso processi di invasione e colonizzazione i paesi ricchi poterono non solo procacciarsi le materie prime, ma reclamare il territorio come loro proprietà obbligando le popolazioni indigene a pagare le tasse o l’affitto delle terre. I poveri contadini (molti dei quali prima di allora non avevano mai avuto a che fare col danaro) furono forzati a coltivare piantagioni, come ad esempio quelle di cotone, per venderne il prodotto ai loro nuovi padroni. I paesi ricchi possedevano la terra, tutto il cibo che si produceva e decidevano il prezzo. Dopo aver pagato le tasse, ai contadini restava poco danaro per comperare cibo a caro prezzo e spesso finivano per indebitarsi semplicemente per vivere. Questo processo di colonizzazione continuò fino all’inizio del XX secolo.</p>
<p>La maggior parte dei paesi colonizzati è ora divenuta indipendente, ma grossa parte delle terre è ancora di proprietà di grandi compagnie costituitesi nei paesi ricchi. Queste terre non vengono utilizzate per nutrire le popolazioni locali ma per produrre cibo per l’esportazione. La maggior parte di questo cibo serve per alimentare gli animali. Questa è una delle principali cause di scarsezza di cibo e carestie.</p>
<p>I paesi in via di sviluppo non sempre hanno avuto il monopolio della fame. Una delle ultime grandi carestie Europee ebbe luogo in Irlanda dal 1846 al 1850 quando vennero meno le coltivazioni di patate. La patata era il cibo base degli Irlandesi poveri e pertanto serviva ad alimentare gran parte della popolazione. L’Irlanda fu colonizzata dall’Inghilterra e di conseguenza le terre divennero di proprietà dei latifondisti inglesi.</p>
<p>Mentre molti irlandesi morivano di fame, una quantità di cibo sufficiente per alimentare due volte la popolazione Irlandese fu esportato in Inghilterra. I contadini Irlandesi coltivavano i campi per i loro latifondisti Inglesi, poiché dovevano pagare l’affitto &#8211; se non potevano, venivano cacciati dalla terra rimanendo senza alcun mezzo di sussistenza. Il popolo affamato si cibò delle patate che dovevano servire per essere piantate l’anno successivo.</p>
<p>Che cosa ha a che fare tutto ciò con la fame nel mondo oggi? Sostituite l’Irlanda con “paesi poveri” e l’Inghilterra con “paesi ricchi” e le cose restano ancora molto verosimilmente le stesse. In tempi di carestia il cibo è esportato dai paesi poveri a quelli ricchi. E la gente ancora muore di fame.</p>
<p>Il problema odierno</p>
<p>La siccità ed altri disastri “naturali” sono spesso invocati come cause della fame. La popolazione locale si era sempre in passato saputa difendere dai disastri naturali e sebbene essi possono essere il “grilletto” che fa scattare la carestia, la causa principale è il sistema dei nostri giorni ovvero il neocolonialismo.</p>
<p>La terra nei paesi poveri è ancora largamente non di proprietà della gente che la lavora e gli affitti sono salati. Succede spesso che la gente è cacciata fuori dalla sua terra e si reca spesso ad affollare le città dove c’è d’altra parte poco lavoro. Molti paesi poveri si sono indebitati per importare il cibo ma anche per importare armi con le quali le elites dominanti si assicurano contro le rivolte popolari. Essi sono adesso indebitati con grandi banche dei paesi ricchi.</p>
<p>Al culmine della carestia in Etiopia nel 1984-5, la Gran Bretagna importava semi di lino, di cotone e di colza per un ammontare di 1,5 milioni di sterline. Sebbene niente di ciò è adatto per l’alimentazione umana, terreni di buona qualità sono ancora impiegati per produrre foraggi per gli animali dei paesi ricchi, mentre si sarebbero potuti utilizzare per produrre cibo per gli Etiopi. Oggi 800 milioni di uomini sono affamati e lo saranno durante le loro brevi vite. Tristemente sono le popolazioni rurali dei paesi poveri, le uniche che producono cibo per i paesi ricchi, che sono le prime a soffrire la fame. Anche quando il raccolto va male, i padroni della terra hanno la loro rendita, mentre i poveri contadini si affamano.</p>
<p>La triste ironia è che il mondo produce molto più cibo vegetale di quanto ne serve per venire incontro alle necessità alimentari di tutti i cinque miliardi e seicento milioni di abitanti. E’ stato stimato che sei miliardi di uomini potrebbero essere ben alimentati se il mondo adottasse una dieta vegetariana. Se invece noi assumiamo il 35% delle nostre calorie dai prodotti animali, allora questo numero cade a due miliardi e cinquecento milioni, meno di metà della popolazione umana vivente oggi.</p>
<p>La maggior parte dei paesi in via di sviluppo, se non tutti, producono abbastanza cibo per i loro bisogni, o potrebbero produrlo se la terra e le altre risorse per produrre cibo, come strumenti e macchine agricole, fossero più equamente distribuiti. Se la gente mangiasse essa stessa questo cibo, allora ce ne sarebbe abbastanza per alimentare ciascun abitante del mondo oggi, procurandosi una media di 2360 kcal (calorie) necessarie per una buona salute. Al contrario, molto di esso è sprecato per alimentare gli animali che producono carne.<br />
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		<title>Niente vacanze per un Italiano su due</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 20:05:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>

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<p>Sempre più Italiani quest’estate preferiscono rimanere a casa. Giusto, si può fare anche i turisti a casa propria ed evitare di ammassarsi come sardine sulle spiagge. La scelta però non è proprio del tutto consapevole e voluta. Secondo Federalberghi si tratta di “povertà turistica”. I dati diffusi dall’Associazione parlano di una divisione fra chi può permettersi una vacanza e chi no, tanto che nell’estate 2010 partirà il 51,3% degli italiani (stessa quota del 2009) mentre la rimanente parte rimarrà a casa per mancanza di soldi. “Coloro che rimarranno a casa questa estate saranno il 46,3% della popolazione, in forte crescita rispetto al 43,8% dell’estate 2009.</p>
<p>I motivi per i quali così tanti italiani non si muoveranno di casa, saranno dovuti addirittura nel 54,9% dei casi a motivi economici, mentre la mancanza di soldi vera e propria è indicata dal 46,8% dei non ‘viaggiatori’. Un altro 18,7% dichiara motivi familiari, il 18,5% denuncia motivi di lavoro ed il 16% parla di motivi di salute”. Sono le stime rese note oggi da Federalberghi secondo i dati di un’indagine realizzata su 1200 italiani maggiorenni. Commenta il presidente Federalberghi Bernabò Bocca: “Si accresce, purtroppo, il solco tra chi può permettersi un periodo di vacanza estiva e chi no e seppur il giro d’affari si accresca del 20% esso è semplicemente dovuto da un lato alla fiammata inflazionistica di tutto ciò che consente la movimentazione turistica e dall’altro all’incremento (da 10 a 12) dei giorni di permanenza fuori casa”.</p>
<p>“Inoltre la netta divisione &#8211; prosegue Bocca &#8211; tra chi può permettersi almeno un pernottamento fuori casa per vacanza durante il periodo estivo e chi no, è caratterizzato dal fatto che ben 1 italiano su 4 non fa vacanza per mancanza di soldi, sancendo la nascita di una nuova malattia del nostro sistema economico, definibile sinteticamente come ‘povertà turistica’. Ciò porta ad una stagnazione complessiva del movimento turistico estivo degli italiani &#8211; afferma Bocca &#8211; che non si discosta dai numeri dell’estate 2009, se non solo nell’entità della spesa che mediamente passerà da 710 euro del 2009 a 853 euro per un incremento del 20% determinato dall’incremento delle notti (da 10 a 12) e dall’aumento dei costi del viaggio e degli spostamenti interni al Paese”.</p>
<p>I risultati dell’indagine evidenziano che rimane immutato il numero di italiani che nel quadrimestre estivo (giugno-settembre) trascorreranno una breve vacanza fuori dalle proprie mura domestiche, dormendo almeno una notte fuori casa. Saranno infatti il 51,3% (rispetto al 51,2% dell’estate 2009) gli italiani maggiorenni che hanno già fatto o si apprestano a fare vacanze da giugno a settembre. Come da tendenza ampiamente affermata, si va tutti al mare. Il 74,6% preferirà la spiaggia (rispetto al 73,6% del 2009) con il dettaglio che vede il 67,4% che sceglierà il mare della Penisola o delle due isole maggiori, mentre il 7,2% (in crescita rispetto al 6,1% del 2009) si riverserà nelle isole minori. Segue in classifica generale la montagna con il 17,4% delle preferenze (rispetto al 16,3% del 2009) e le località d’arte con l’1,9% (rispetto al 2,6% del 2009).</p>
<p>La spesa stimata per la vacanza estiva (comprensiva di viaggio, vitto, alloggio e divertimenti) sarà di 853 euro (rispetto ai 710 euro del 2009) per un +20% rispetto all’estate scorsa. Per la vacanza oltreconfine la spesa media pro-capite si attesterà invece sui 1.065 euro rispetto ai 1.173 euro del 2009 a conferma di un minor costo della vita in alcune aree turistiche straniere, che vede il prezzo dei vettori aerei (mezzo di trasporto prediletto per chi viaggia all’estero) diminuito di quasi l’1% rispetto al 2009. Si parte, anche qui secondo una tendenza consolidata, soprattutto ad agosto, che si impone con il 66,3% della domanda rispetto al 64,5% del 2009.<br />
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		<title>In Italia si lavora di più ma si guadagna di meno</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 08:39:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;L&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro&#8221; recita l&#8217;art. 1 della nostra Costituzione. Però le cose vanno meglio a truffatori e corrotti: lo dice la realtà sotto gli occhi di tutti. Tra i tanti interventi legislativi che stanno tenendo da tempo il nostro Paese sotto una pressione al limite della sopportabilità, non si vede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2010/07/crack.jpg" class="lightview" rel="gallery[2497]" rel="shadowbox" title="crack"><img class="alignleft size-full wp-image-2499" title="crack" src="http://iapraliuecchie.it/wp-content/uploads/2010/07/crack.jpg" alt="" width="322" height="241" /></a>&#8220;L&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro&#8221; recita l&#8217;art.  1 della nostra Costituzione. Però le cose vanno meglio a truffatori e  corrotti: lo dice la realtà sotto gli occhi di tutti. Tra i tanti  interventi legislativi che stanno tenendo da tempo il nostro Paese sotto  una pressione al limite della sopportabilità, non si vede alcun  correttivo o proposta migliorativa per chi sceglie di vivere lavorando  onestamente. Non solo. I vari uffici studi europei ci dicono additittura  che siamo il Paese dove, a maggior fatica lavorativa, corrisponde il  peggior dato remunerativo. Con un governo che tenta con manovre e  contromanovre, in tutti i modi di limitare i già esigui guadagni della  gente comune.<br />
L&#8217;Outlook 2010 sull&#8217;occupazione, per esempio, diffuso  dall&#8217;Ocse nelle ore scorse,pone gli stipendi italiani tra i piu&#8217; bassi a  parita&#8217; di potere d&#8217;acquisto (purchasing power parity). I dati sugli  stipendi si riferiscono al 2008. Ebbene, tra i 31 paesi aderenti  all&#8217;area Ocse, gli stipendi medi annui in Italia raggiungono 30.794  dollari, stanno peggio solo Portogallo, Repubblica Ceca, Ungheria,  Polonia, Slovacchia, quest&#8217;ultima in fondo alla classifica con salari  annui pari a 16.021 dollari.<br />
Al top gli stipendi Usa pari a 50.888  dollari annui, poi Australia (45.464 dollari), Olanda (44.755 dollari),  Irlanda (44.413 dollari). Gli stipendi italiani sono anche lontanissimi  dalla media Ocse (41.435 dollari). L&#8217;aspetto paradossale del misero  potere d&#8217;acquisto degli stipendi italiani riguarda soprattutto le ore  annue lavorate. Se in termini di stipendi l&#8217;Italia e&#8217; al 26* posto su 31  paesi, la stessa cosa non si puo&#8217; dire per le ore annue lavorate. I  dati sulle ore lavorate si riferiscono al 2009.<br />
Nel Bel Paese la  media annua per lavoratore e&#8217; pari a 1.773 ore, nell&#8217;area Ocse si  viaggia a 1.739 ore annue.<br />
Lavorano di piu&#8217; solo in Grecia, Ungheria,  Repubblica Ceca, Messico e Polonia. Le ore lavorate da un dipendente  tricolore sono persino maggiori di quelle lavorate da un americano  (1.768), giapponese (1.714), tedesco (1.390).<br />
Ha scritto Coleridge:  &#8220;Il lavoro senza speranza attinge nettare in un setaccio&#8221;.<br />
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		<title>Sessant&#8217;anni di spesa militare</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 08:23:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Gli italiani in guerra&#8221; (a cura di Nicola Labanca, Utet 2009) è un’opera molto ampia sulla storia militare italiana che tocca temi spesso dimenticati dalla cronaca quotidiana e dalla storia contemporanea ma che aiutano a comprendere l’evoluzione della società italiana nel dopoguerra. Gli autori che hanno partecipato all’opera hanno fornito analisi utili per comprendere il [...]]]></description>
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<p>&#8220;Gli italiani in guerra&#8221; (a cura di Nicola Labanca, Utet 2009) è un’opera molto ampia sulla storia militare italiana che tocca temi spesso dimenticati dalla cronaca quotidiana e dalla storia contemporanea ma che aiutano a comprendere l’evoluzione della società italiana nel dopoguerra. Gli autori che hanno partecipato all’opera hanno fornito analisi utili per comprendere il contesto della politica militare italiana, l’industria militare, l’evoluzione dei singoli corpi armati e dei servizi segreti, della leva obbligatoria e del pacifismo, oltre alla rilettura del ruolo di protagonisti, talvolta oscuri come il generale De Lorenzo, e del ruolo delle forze armate nello sviluppo di Trieste e del Friuli e nel racconto di missioni internazionali del passato dell’Italia ‘nascoste’ da quelle degli ultimi anni come il soccorso dei boat  people in Vietnam o Kindu. Il lavoro di Labanca si confronta anche sull’azione dei media nella rappresentazione delle forze armate nell’immaginario collettivo che segue un’evoluzione dalla filmografia drammatica e neorealista del dopoguerra, seguita dai B-movie degli anni settanta sulla leva obbligatoria fino alla fiction contemporanea che affolla i palinsesti televisivi.<br />
Fra i capitoli del libro di Labanca risalta il saggio di Leopoldo Nascia e Mario Pianta sulla spesa militare italiana, ancor più di interesse se inserito nello scenario della crisi finanziaria internazionale che ha rimesso in discussione il ruolo della spesa pubblica nei paesi dell’Unione Europea e dell’area Euro. In questo contesto governi di centrodestra come quello della Germania non hanno esitato ad intervenire sulla riduzione delle spese militari. In Italia invece la manovra del governo non ha messo in discussione la struttura del sistema difesa e sicurezza, che riesce a superare la scure dei tagli del governo con meno danni di altri. Anzi, la mancanza di interventi strutturali, considerato da molti il difetto principale dell’ultima manovra, è ancora più evidente per la carenza di interventi sul sistema difesa e sul suo cugino stretto ‘protezione civile’ che riescono a beneficiare di interventi legislativi recenti che ne garantiscono capacità di spesa anche in deroga alla previsioni di bilancio e alle leggi sulla trasparenza degli appalti.<br />
Le caratteristiche della spesa militare provengono da una lunga tradizione dell’Italia repubblicana, in cui fin dal termine della seconda guerra mondiale la gestione del ministero della Difesa è stata sinonimo di opacità e inefficienza. Il contributo di Nascia e Pianta è un strumento utile per comprendere le dinamiche della spesa militare dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. Gli autori avvalendosi esclusivamente di dati ufficiali hanno messo in risalto le caratteristiche salienti della spesa del ministero della Difesa che, fin dal dopoguerra, è spiegata solo in parte dal quadro politico internazionale (riarmo post bellico, guerra fredda, dividendo della pace e terrorismo internazionale) subendo di più l’influsso di fattori interni quali logiche clientelari, esigenze dell’industria militare e dalla capacità politica delle burocrazie delle ‘stellette’ di mantenere i propri privilegi.<br />
Le rendicontazioni annuali del bilancio dello stato, le note della Nato sulle spese militari assieme alle relazioni della Corte dei conti sono le fonti di informazione del contributo di Nascia e Pianta che, decifrando l’evoluzione delle tecniche della contabilità di stato, hanno cercato di mettere in rilievo gli aspetti che possono fornire un’interpretazione basata su fonti e dati ufficiali della storia della spesa militare.<br />
Già la lettura del confronto della dinamica della spesa effettiva del ministero della difesa dal 1948 ad oggi con la spesa militare complessiva trasmessa annualmente dal governo alla Nato, evidenzia una progressiva divaricazione fra i due livelli di spesa, ovvero una crescita sempre più evidente della spesa militare rispetto al bilancio del ministero della difesa, oggi in grado di spiegare solo il 65% del totale della spesa militare a causa dello spostamento della stessa presso altri ministeri e grazie a una politica di privilegi in materia previdenziale che consente ancora oggi al personale in uniforme l’accesso alle baby-pensioni precluse al resto dei lavoratori.<br />
I due autori analizzano sotto la luce degli orientamenti politici dei governi (e dei presidenti del consiglio) che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi le dinamiche di spesa e mettono in risalto come le spese militari del solo ministero della Difesa sia quadruplicata in 50 anni, nonostante una ‘vulgata’ a favore di risorse inferiori alle necessità, partendo da 10.000 miliardi di lire a valori costanti alla fine degli anni 40 fino a 40.000 miliardi nel 2006 e nel 2007 anche se con alcune accelerazioni e di contrazioni.<br />
Nel tempo l’evoluzione della spesa della difesa parte dalla crescita sostenuta per il riarmo, sotto l’egida degli aiuti Usa, dei primi anni &#8217;50 seguita da un decennio di stabilità nel periodo di governo centrista, e poi da altri 15 anni di crescita fino alla pausa dovuta alla recessione del 1973 e ai governi di unità nazionale. Negli anni 80, grazie anche alle leggi promozionali la spesa per la difesa cresce in maniera sostenuta raggiungendo il suo picco nel 1988, per poi nuovamente stabilizzarsi per l’azione congiunta della caduta del muro e delle esigenze di bilancio di governi sempre più alle prese con il servizio di un debito in alta crescita. Dal 1995 la strategia delle missioni internazionali assieme alla professionalizzazione delle forze armate sono riuscite sia a riassorbire tutto il dividendo della pace sia spostare in altri capitoli di spesa del bilancio pubblico le spese militari mostrando una capacità di trovare un ‘consenso bipolare’ alla sua dinamica e una forte pervasività in altri settori ‘civili’ dello stato.<br />
Gli autori affrontano anche nodi ancora irrisolti tipici della spesa militare che ne definiscono la qualità e che spesso si nascondono sotto gli aspetti più tecnici delle regole contabili. Così si scopre come la scarsa trasparenza, l’inaffidabilità delle previsioni di spesa e i residui passivi, ovvero l’incapacità di rendere effettivi gli impegni di spesa, siano una tradizione costante dell’amministrazione della difesa. Le strategie di acquisizione degli armamenti vengono realizzate in mercato nazionale monopolizzato da un singolo gruppo imprenditoriale, con politiche di spesa che, come segnala da anni la magistratura contabile, sono discutibili sotto diversi profili: scarsa programmazione, mancato coordinamento fra corpi armati, scarsa trasparenza per eccesso di procedure di acquisto tramite trattativa privata (come il modello Protezione civile, che storicamente nasce proprio dalla stessa macchina burocratica), ingessamento della spesa per decenni per programmi d’armamento di lungo periodo spesso risolti in clamorosi insuccessi come l’Eurofighter o per armi che non servono alla difesa del territorio quanto all’invio di forze militari nel resto del mondo al di fuori del dettato costituzionale.<br />
I nodi irrisolti della qualità della spesa divengono ancor più paradossali se inseriti in un’agenda politica che dibatte sulla qualità della spesa sanitaria in cui i costi storici delle forniture dovranno essere sostituiti da quelli medi, logica sconosciuta da una amministrazione che ha preferito per decenni tutelare e favorire i propri fornitori, non solo per le armi ma anche per le infrastrutture, spesso oggetto di scandali e di sprechi.<br />
Al termine della lettura del saggio di Nascia e Pianta diventa più forte l’esigenza di una riforma della spesa militare che vada in direzione di maggiore trasparenza e di una riflessione sulla direzione dei tagli alla spesa pubblica valutando quanto sia più utile e urgente il taglio delle spese culturali, di ricerca e di istruzione o la riduzione, come in Germania, delle spese militari.</p>
<p>&#8220;La spesa militare in Italia, 1948-2008&#8243;, di Leopoldo Nascia e Mario Pianta, in &#8220;Gli italiani in guerra&#8221; (a cura di Nicola Labanca, Utet 2009)<br />
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		<title>Zic zac</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 12:07:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Zic zac, taglia taglia&#8230; dov&#8217;è il filo da imbastire? Ah, eccolo qui&#8230; cuci cuci&#8230; dai che lo mettiamo in prova. Mmmmm&#8230; tira un po&#8217; sulle maniche&#8230; anzi sono proprio corte&#8230; &#8220;Cambiare la manovra è una necessità, per noi e gli enti locali è insostenibile e finirebbe per penalizzare i cittadini&#8221;&#8230; uff, sempre a lamentarsi, quest&#8217;anno [...]]]></description>
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<p>Zic zac, taglia taglia&#8230; dov&#8217;è il filo da imbastire? Ah, eccolo qui&#8230; cuci cuci&#8230; dai che lo mettiamo in prova. Mmmmm&#8230; tira un po&#8217; sulle maniche&#8230; anzi sono proprio corte&#8230; &#8220;Cambiare la manovra è una necessità, per noi e gli enti locali è insostenibile e finirebbe per penalizzare i cittadini&#8221;&#8230; uff, sempre a lamentarsi, quest&#8217;anno vanno le maniche corte, si usa così anche negli altri paesi europei, vabbene?! Giacca fatta, per la camicia&#8230; quella non serve, gli italiani sono già nati con la camicia: vivono nel paese più bello del mondo, c&#8217;hanno la pizza, il bel canto e il miglior premier degli ultimi 150 anni, praticamente è una festa tutti i giorni!</p>
<p>Dai che passiamo ai pantaloni, taglia taglia taglia, cuci cuci&#8230; voilà! Secondo me è perfetto, cade che è un piacere&#8230; un po&#8217; strettino? Tanto bisogna stringere la cinghia, no? E poi oggi si fa presto a dimagrire, non è mica più come una volta&#8230; che c&#8217;entrano le diete ipocaloriche, ci sono metodi più sicuri&#8230; scientifici&#8230; ad esempio restare disoccupati, garantito che si perde peso in poco tempo. Comunque direi che c&#8217;è ancora troppa stoffa, tanto prima di dare l&#8217;impuntura due ritocchini li possiamo ancora fare&#8230; taglia, taglia, taglia, tredicesime, pensioni, scuola, ricerca, cultura, taglia, taglia&#8230; ecco, adesso va proprio perfetto, lascia un po&#8217; scoperto sugli ammortizzatori sociali, ma va di moda così, due pence sui precari&#8230;teh, non si vedono neanche. Ah, le scarpe&#8230; beh, non è per farsene un vanto, ma qui, per far le scarpe, si ha una vera vocazione. Mi pare ci sia tutto.</p>
<p>Eeeeh, non c&#8217;è che dire: il made in Italy non delude mai, siamo sempre all&#8217;avanguardia&#8230; altro che cinesi!<br />
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		<title>Il lavoro uccide</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 18:31:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[infortuni sul lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[morti bianche]]></category>

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		<description><![CDATA[Racconto di Dèsirèe Castiglia. “Una bambina di sei anni non può mai immaginare che il proprio papà, il proprio eroe, non torni mai più a casa dopo il lavoro. Io stessa non me lo sarei mai immaginato. Il mio papà si chiamava Angelo Castiglia. Era un gran lavoratore. Ha sempre lavorato per mantenere la mia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="miniyoutube"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="239" height="200" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ysbmYfjHFBY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="239" height="200" src="http://www.youtube.com/v/ysbmYfjHFBY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></div>
<p>Racconto di Dèsirèe Castiglia.</p>
<blockquote><p>“Una bambina di sei anni non può mai  immaginare che il proprio papà, il proprio eroe, non torni mai più a  casa dopo il lavoro. Io stessa non me lo sarei mai immaginato. Il mio  papà si chiamava Angelo Castiglia. Era un gran lavoratore. Ha sempre  lavorato per mantenere la mia famiglia, siamo quattro figli e i nostri  genitori non ci hanno mai fatto mancare niente.  Io, non so neanche  perché è successo, della mia infanzia ho pochi ricordi, faccio davvero  molta fatica a ricordare. Spesso però, grazie ai racconti, riesco a  “vivermi” papà, anche se non è nel modo che vorrei. Papà era buono, da  noi si dice un pezzo di pane, lo conoscevano tutti. Ha sempre lavorato  fuori, a Udine, in Arabia Saudita e in Germania per quanto ricordo.  Stranamente però, qualche mese prima di morire è voluto tornarsene qui  nel suo paese Sapri, per stare vicino alla sua famiglia.</p>
<p>Era un lunedì mattina quando avvenne la tragedia. Esattamente il 23  Luglio 1996. Come al solito quella mattina andò a lavorare. Mia madre mi  ha detto che il cantiere era pessimo, non esisteva una protezione e  soprattutto l<strong>’impalcatura su cui lavorava non era a norma.</strong> Quel giorno non doveva neanche salire su quella maledetta impalcatura,  ma per la sua bontà prese il posto di un ragazzo, suo collega, poiché  quest’ultimo aveva un po’ esagerato nel fine settimana, doveva ancora  smaltire i postumi. Salita l’impalcatura, un po’ per il peso, un po’ per  le condizioni pessime di questa, una delle basi  cedette: scaraventando  giù papà. Ha fatto un volo di 12 metri, era al quarto piano del palazzo  dove stava lavorando. Non è morto sul colpo ma è rimasto lucido sino  all’arrivo all’ospedale, è deceduto durante l’operazione.  Aveva solo 44  anni e ha lasciato me, i miei tre fratelli e la mamma. All’epoca dei  fatti solo una delle mie sorelle era maggiorenne, degli altri tre  minorenni la più piccola ero io, avevo solo sei anni. La ditta da allora  è stata sempre assente. Dopo la morte del mio papà ha dato solo la  misera paga che spettava mensilmente e per il resto ogni promessa fatta è  sfumata, tra cui quella di pagare le spese dei funerali. Da allora c’è  una causa in atto con la ditta. Abbiamo vinto la causa penale,  nonostante la ditta si sia sempre dichiarata estranea ai fatti e abbia  fatto ricadere la colpa su mio padre. Tra alcuni mesi invece ha inizio  quella civile. La causa è durata da 11 anni e in questi lunghi anni  abbiamo assistito alle testimonianze false degli altri operai che hanno  dichiarato di non esser presenti al momento dell’incidente. <strong>Tutta  la mia famiglia chiede solo giustizia!</strong></p>
<p>Crescere senza papà non è stato facile. Mi sono sempre sentita  diversa dagli altri, perché io non potevo stringere e chiamare il mio  papà. Mi è mancato, anzi mi manca ancora oggi, poter pronunciare quella  parolina, che per tutti è banale: papà. Mi è mancato non poterlo tenere  vicino nei momenti speciali per una bambina che sta crescendo,  Comunione, Cresima, compleanni, maturità. Soffro ogni volta che vedo un  papà che scherza e gioca con il proprio bambino. Mi manca così tanto che  ho continuamente paura di dimenticarlo. Mi fa male non riuscire a  ricordare tutti i momenti passati insieme a lui. <strong>Ogni volta che  sento parlare di morti bianche nel mio cuore mio padre muore nuovamente. </strong>Non riesco ad accettare che nel 2009 ancora debbano accadere  queste tragedie con il progresso che c’è. Questo evento ha condizionato  molto la mia crescita, lo dimostra che sono dovuta stare in cura da una  psicologa perché avevo continuamente paura che potesse morire un altro  caro. Ora che sono abbastanza grande  capisco ciò che voglio: chiedo  solo giustizia! Ho solo un rimpianto non avergli detto quanto lo amavo  prima che la morte lo portasse via per sempre da me!”</p></blockquote>
<p>Fonte: http:<a href="http://sdp80.wordpress.com/">//sdp80.wordpress.com/</a><br />
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		<title>Il golpe eversivo della Fiat</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 12:40:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>

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		<description><![CDATA[Senza perderci nel labirinto delle analisi politiche, stiamo sul punto: quali sono i punti dell&#8217;accordo Fiat sullo stabilimento di Pomigliano d&#8217;Arco, e perche&#8217; sono anticostituzionali? 1. Sciopero Sanzioni disciplinari fino al licenziamento per il lavoratore che sciopera mettendo in discussione l&#8217;accordo con l&#8217;azienda. Perche&#8217; e&#8217; anticositituzionale? -&#62; Art. 40 della Costituzione: Il diritto di sciopero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="miniyoutube"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="239" height="200" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/b7IMsUHMd78&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="239" height="200" src="http://www.youtube.com/v/b7IMsUHMd78&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></div>
<p>Senza perderci nel labirinto delle analisi politiche, stiamo sul punto: quali sono i punti dell&#8217;accordo Fiat sullo stabilimento di Pomigliano d&#8217;Arco, e perche&#8217; sono anticostituzionali?</p>
<p>1. Sciopero<br />
Sanzioni disciplinari fino al licenziamento per il lavoratore che sciopera mettendo in discussione l&#8217;accordo con l&#8217;azienda.</p>
<p>Perche&#8217; e&#8217; anticositituzionale? -&gt; Art. 40 della Costituzione: Il diritto di sciopero si esercita nell&#8217;ambito delle leggi che lo regolano [Ndr LEGGI NAZIONALI valide per tutti e non accordi particolari per una singola azienda. E in ogni caso il diritto di sciopero non puo' essere messo in discussione (senno' non sarebbe un diritto), ma solo regolato da opportune leggi.]</p>
<p>2. Iniziativa sindacale<br />
Sanzioni per sindacati e Rsu che proclamano iniziative di lotta contro l&#8217;accordo: sospensione dei contributi e dei permessi sindacali.</p>
<p>Perche&#8217; e&#8217; anticositituzionale? -&gt; Art. 39 della Costituzione: L&#8217;organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.</p>
<p>3. Malattia<br />
In caso di picchi di assenteismo, l&#8217;azienda comunque non verserà i contributi per malattia, a prescindere dai controlli.</p>
<p>Perche&#8217; e&#8217; anticositituzionale? -&gt; Art. 38 della Costituzione: I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.</p>
<p>4. Permessi elettorali<br />
Durante le elezioni, l&#8217;azienda non permetterà il recupero dei giorni trascorsi ai seggi dai rappresentanti di lista.</p>
<p>Perche&#8217; e&#8217; anticositituzionale? -&gt; Art. 3 della Costituzione: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese.</p>
<p>5. Pausa mensa<br />
Per l&#8217;azienda si può lavorare anche otto ore di fila senza la mezz&#8217;ora di pausa per il pranzo, considerata come straordinario.</p>
<p>Perche&#8217; e&#8217; anticositituzionale? -&gt; Art. 41 della Costituzione: L&#8217;iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.</p>
<p>DOMANDA 1: Come si puo&#8217; definire un governo che accetta accordi anticostituzionali tra aziende e lavoratori?</p>
<p>1) Golpista<br />
2) Eversivo<br />
3) Illegittimo<br />
4) Illegale<br />
5) Fascista<br />
6) Totalitario<br />
7) Abusivo</p>
<p>DOMANDA 2: Come si puo&#8217; definire una azienda che viola le leggi sul lavoro, i principi della Costituzione Repubblicana, i diritti stabiliti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e utilizza il suo potere per sovvertire l&#8217;ordinamento giuridico e introdurre lo schiavismo con l&#8217;aiuto di un capo di governo che ha militato in una organizzazione massonica illegale?</p>
<p>1) Associazione a delinquere<br />
2) Organizzazione sovversiva<br />
3) Gang criminale<br />
4) Mafia legalizzata<br />
5) Gruppo terrorista<br />
6) Azienda schiavista<br />
7) Antistato</p>
<p>DOMANDA 3: Cosa sarebbe successo nell&#8217;&#8221;autunno caldo&#8221; del 1969 se fosse stato varato un accordo simile?</p>
<p>1) Sciopero generale a oltranza con mobilitazione massiccia dei sindacati<br />
2) Crisi di governo con elezioni anticipate<br />
3) Barricate nelle piazze<br />
4) Scontri nelle strade e repressione armata<br />
5) Occupazione totale delle universita&#8217;<br />
6) Assemblee permanenti nelle fabbriche<br />
7) Tutti i punti dall&#8217;1 al 6</p>
<p>DOMANDA 4: Perche&#8217; oggi non succede niente?</p>
<p>1) Non lo so e non mi interessa<br />
2) La crisi globale<br />
3) L&#8217;11 settembre<br />
4) Il tramonto delle ideologie<br />
5) Il riflusso<br />
6) Il bipolarismo<br />
7) Niente di tutto questo</p>
<p>DOMANDA 5: E mo&#8217; che si fa?</p>
<p>1) Ci pensero&#8217; dopo i mondiali<br />
2) Boicottiamo la Fiat e non compriamo piu&#8217; nulla<br />
3) Rivolta nonviolenta alla Gandhi: organizziamo gruppi clandestini di resistenza non armata<br />
4) Rivolta violenta 1: Uccidiamo Berlusconi, cosi&#8217; scopriremo che il problema non e&#8217; lui<br />
5) Rivolta violenta 2: Uccidiamo i boiardi del PD, cosi&#8217; scopriremo che la soluzione non erano loro<br />
6) Si salvi chi puo&#8217; 1: Emigrazione di massa in Svizzera, con richiesta di asilo politico<br />
7) Si salvi chi puo&#8217; 2: formiamo un gruppo di intellettuali ribelli che cavalchi il dissenso per diventare classe dirigente tra 20 anni e mangiarsi gli avanzi dei sessantottini<br />
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		<title>Sistema turistico: attenzione</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 20:24:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[ostuni]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>

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<p>Affermare che il turismo è un settore fondamentale del sistema economico di Ostuni è un ovvia banalità come altrettanto banale ed anche riduttivo è limitarsi a questa dichiarazione senza analizzare un importante fenomeno che da alcuni anni si sta sempre più accentuando e che se non affrontato con immediatezza e lungimiranza porterà nel medio-lungo periodo al collasso del sistema e ciò che oggi è considerata la locomotiva economica del territorio potrebbe diventare un semplice vagone in fondo al treno, magari di lusso ma sempre un vagone.</p>
<p>Mi spiego. Al più disattento degli osservatori non sarà certo sfuggito ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti: la cosi detta stagione turistica si accorcia di anno in anno ed è ormai ridotta ad un periodo decisamente inferiore ai due mesi. La classe politica che da quasi un ventennio governa la città nonostante si sia sempre riempita la bocca col termine destagionalizzazione, in realtà ha sempre più investito nel periodo estivo con vessilli, attività e attrattive concentrandoli sempre più nei mesi di maggior affluenza e questo non solo non ha rallentato la contrazione della stagione turistica ma addirittura la ha favorita.</p>
<p>Ma quali sono le conseguenze di questo fenomeno? Semplicemente quello che è già in atto. L&#8217;aumento della domanda in specifici periodi genera un incremento di tutte quelle attività e strutture in grado di soddisfarla (strutture ricettive, ristorazione, locali vari, etc), ma tutti questi avranno a disposizione solo un breve periodo per guadagnare e di conseguenza per garantirsi ragionevoli profitti altro non possono fare che aumentare i prezzi di anno in anno. All&#8217;aumento dei prezzi però il turista medio avendo a disposizione più o meno lo stesso budget reagisce diminuendo il proprio  periodo di soggiorno andando a contribuire ulteriormente alla contrazione della stagione turistica che, a sua volta, causa aumento dei prezzi in un circolo vizioso che porterà inevitabilmente al collasso del sistema. Collasso che arriverà quando i prezzi raggiungeranno valori che il comune cittadino non potrà più permettersi nonostante la diminuzione del periodo di permanenza e quindi cercherà altre mete lasciando Ostuni ai turisti facoltosi.</p>
<p>Esagero? Forse, pero faccio notare che negli ultimi anni ad Ostuni sono stati realizzati diversi hotel e tutti rigorosamente di lusso. Secondo voi per chi sono? Per il turismo di massa? O forse qualche imprenditore dopo aver fatto un attenta ed approfondita indagine di mercato ha valutato proficuo investire in questo settore?</p>
<p>Se fino a qualche anno fa  destagionalizzare il turismo era un opportunità oggi è un imperativo che bisogna perseguire quanto prima. Ma come? Innanzitutto avendo un pò più cura di ciò che è la grande attrattiva del nostro territorio: le spiagge. Pulirle e renderle gradevoli solo a partire da luglio come succede oggi non va certo nella direzione giusta, in oltre cercare di spalmare quanto più possibile eventi, iniziative e spettacoli (soprattutto folcloristici) durante tutto il periodo caldo che va da maggio a settembre considerando soprattutto i vari &#8220;ponti&#8221; che vi sono in questo periodo. Per le altre stagioni invece è doveroso investire in quei settori in grado di attirare gente: arte, cultura, agricoltura e artigianato. Penso a fiere anche legate a determinati prodotti (olio, vino) o attvità (caseifici, pastifici), ma anche a festival artistici (musica, libri) e iniziative legate all&#8217;artigianato.</p>
<p>Sono molte le cose che si possono fare e vi invito a suggerirle su questo blog, potremmo anche realizzare un piano di sviluppo turistico da consigliare ai nostri sonnolenti politici.<br />
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		<title>Presi per il PIL</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 20:12:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>

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		<description><![CDATA[La crisi finanziaria sta accartocciando le nostre economie. Esportazioni in caduta libera, licenziamenti selvaggi, investimenti in picchiata, sfratti esecutivi per milioni di famiglie e deficit pubblici impazziti (che pompano verso l’alto il debito pubblico) sono solo alcuni degli effetti disastrosi dell’attuale crisi economica mondiale. Sebbene l’attenzione dei media sia tutta concentrata sulla strada molto accidentata [...]]]></description>
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<p>La crisi finanziaria sta accartocciando le nostre economie.  Esportazioni in caduta libera, licenziamenti selvaggi, investimenti in  picchiata, sfratti esecutivi per milioni di famiglie e deficit pubblici  impazziti (che pompano verso l’alto il debito pubblico) sono solo alcuni  degli effetti disastrosi dell’attuale crisi economica mondiale.</p>
<p>Sebbene l’attenzione dei media sia tutta concentrata sulla strada  molto accidentata che dovrebbe portarci al “risanamento”, le montagne  russe dell’economia mondiale hanno finalmente innescato un dibattito che  mette in discussione la sostenibilità del nostro attuale modello di  sviluppo fondato sulla crescita economica infinita. Tale critica non è  soltanto basata sull’instabilità endemica delle dinamiche di mercato (di  cui ormai vediamo gli effetti in tutti i settori), ma anche e  soprattutto sull’impatto che questo modello economico ha sulle risorse  limitate del pianeta e sul nostro benessere reale. Ma la nostra qualità  della vita migliora davvero quando l’economia cresce del 2 o 3%?  Possiamo davvero sacrificare il nostro ecosistema (con l’inevitabile  conseguenza di distruggere noi stessi) per mantenere intatto un modello  caratterizzato da squilibri e contraddizioni?</p>
<p>Per la prima volta da quando è stato inventato negli anni ‘40, il  prodotto interno lordo (PIL) &#8211; ovvero l’icona popolare della crescita  economica &#8211; è sotto accusa da parte di organismi internazionali e  studiosi. Non sono più soltanto ONG come Sbilanciamoci, New Economics  Foundation o il Movimento per la Decrescita Felice a sferrare l’attacco,  ma anche tradizionali bastioni di ispirazione liberale. Persino l’<em>Economist</em>,  un difensore del libero mercato, recentemente ha ospitato un dibattito  sull’utilità del PIL concludendo che “si tratta di un pessimo indicatore  per la misurazione del benessere” (<a href="http://www.economist.com/debate/days/view/503#mod_module">http://www.economist.com/debate/days/view/503#mod_module</a>).  Anche l’OCSE, un altro colosso del tradizionalismo economico, ha  cominciato a gettare dubbi sul dogma della crescita economica. Sul sito  web dell’organizzazione intergovernativa, che raccoglie le economie più  “sviluppate” del pianeta, si legge: “Per una buona parte del ventesimo  secolo si è dato per scontato che la crescita economica fosse sinonimo  di progresso, cioè, che un aumento del PIL significasse una vita  migliore per tutti. Ma ora il mondo comincia a riconoscere che non è  così semplice. Nonostante livelli sostenuti di crescita economica, non  siamo più soddisfatti della nostra vita (e tanto meno più felici) di  cinquant’anni fa” (<a href="http://www.oecd.org/pages/0,3417,en_40033426_40033828_1_1_1_1_1,00.html">http://www.oecd.org/pages/0,3417,en_40033426_40033828_1_1_1_1_1,00.html</a>).</p>
<p>Questo dibattito ha cominciato (finalmente) a fare breccia nell’arena  politica europea. Nel novembre 2007, l’Unione europea ha promosso una  conferenza dal titolo ‘Al di là del PIL’ e, due anni più tardi, la  Commissione ha emesso una direttiva su “Oltre il PIL: misurare il  progresso in un mondo in cambiamento”, dove si sostiene che il PIL è  stato scorrettamente utilizzato come un indicatore “generale dello  sviluppo sociale e del progresso”, ma siccome non misura la  sostenibilità ambientale e l’inclusione sociale, “occorre tenere conto  di questi limiti quando se ne fa uso nelle analisi o nei dibattiti  politici”.  Secondo la Commissione Ue “il PIL non può costituire la  chiave di lettura di tutte le questioni oggetto di dibattito pubblico”.</p>
<p>Alla fine dell’anno scorso, la Commissione sul progresso sociale  creata dal presidente francese Nicholas Sarkozy e guidata dai premi  Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen ha sottolineato con forza  l’inadeguatezza del PIL come misura del benessere sociale. Nel rapporto  finale, la Commissione ricorda che il “PIL è una mera misura della  produttività di un mercato, sebbene sia stata utilizzata come una misura  di benessere economico. Questo ha comportato una confusione enorme  nell’analisi di come vivono davvero le persone ed ha portato  all’adozione di politiche sbagliate” (<a href="http://www.policyinnovations.org/ideas/innovations/data/000144/_res/id=sa_File1/economicperformancecommissionreport.pdf">http://www.policyinnovations.org/ideas/innovations/data/000144/_res/id=sa_File1/economicperformancecommissionreport.pdf</a>).</p>
<p>Pochi giorni fa, il New York Times ha pubblicato sul suo magazine un  lungo articolo dal titolo “L’ascesa e la caduta del PIL”, in cui si  passano in rassegna i progetti di revisione dei sistemi statistici  nazionali per introdurre misure correttive o sostitutive del prodotto  interno lordo (<a href="http://www.nytimes.com/2010/05/16/magazine/16GDP-t.html?th&amp;emc=th" target="_blank">http://www.nytimes.com/2010/05/16/magazine/16GDP-t.html?th&amp;emc=th</a>).</p>
<p>Questi sviluppi recenti traggono la loro origine da una branca  importante della ricerca economica che ha ormai dimostrato come la  qualità della vita e il progresso sociale siano indipendenti dalla  crescita economica. In molti casi, proprio i paesi che vantano una  crescita economica sostenuta sono quelli in cui il benessere dei  cittadini è più a rischio. Eppure, immancabilmente a ogni tornata  elettorale, i nostri politici continuano a riempirsi la bocca di  promesse su come far crescere il paese. La crescita economica è parte  integrante dei programmi di tutti i partiti politici e, nei dibattiti  televisivi, non c’è candidato che faccia un discorso alternativo: un  discorso informato sui fatti, in grado almeno di recepire il dibattito  in corso a livello globale. Per quanto tempo ancora continueremo a farci  <em>prendere per il PIL</em>?<br />
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		<title>Banali consigli</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 12:58:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Mariani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia/Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo periodo di crisi economica tutti ci interroghiamo su come comportarci, su come uscire da questa situazione o almeno non sprofondarci, ma spesso non troviamo una soddisfacente risposta. Per questo pubblico volentieri queste riflessione che mi hanno inviato, non sono certo i consigli di un esperto del settore, ma mi paiono piene di buon [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="miniyoutube"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="239" height="200" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/qbT5qhO9D9Q&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="239" height="200" src="http://www.youtube.com/v/qbT5qhO9D9Q&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></div>
<p>In questo periodo di crisi economica tutti ci interroghiamo su come comportarci, su come uscire da questa situazione o almeno non sprofondarci, ma spesso non troviamo una soddisfacente risposta. Per questo pubblico volentieri queste riflessione che mi hanno inviato, non sono certo i consigli di un esperto del settore, ma mi paiono piene di buon senso. E il buon senso di questi tempi è già molto.</p>
<blockquote><p>Anche se i giornali se ne ricordano a singhiozzo, in Europa si sta vivendo una crisi economica senza precedenti. Attenzione, quando si parla di crisi economica non si intende la perdita di valore di titoli azionari, derivati o obbligazioni. Quella è una crisi finanziaria in atto ormai già da anni e la cui analisi non è oggetto di questa breve riflessione. Per crisi economica intendo il rallentamento o la cessazione delle attività produttive o di servizio (fabbriche, terziario, ecc.), il licenziamento o il sostegno per mezzo di ammortizzatori sociali dei dipendenti (cassa integrazione, contratti di solidarietà, mobilità), l’impoverimento generale delle persone che vivono del proprio lavoro e non di speculazione finanziaria.</p>
<p>Incapace di interpretare i dati macroeconomici, la mia sensazione è che le difficoltà siano superiori a quelle rappresentate dai media che continuano a fornire consigli su dove investire il capitale per “proteggerlo”, come se tutti avessero un capitale da proteggere e come se esistessero veramente strumenti finanziari sicuri al 100%.</p>
<p>Al di là di ciò che dicono i radio, giornali e televisioni la cui proprietà è riconducibile a Confindustria, banche o potentati politici, quelle che seguono sono delle mie personali considerazioni senza pretese sulle quali vi invito a riflettere.<br />
Le banche italiane sono salde, i conti correnti sono garantiti fino a 103.000 euro. Mezza verità raccontata bene. Esiste, infatti, un Fondo di Garanzia Interbancario(1) ma</p>
<ol>
<li> Concretamente SOLO il 20% della cifra DEVE essere messa a disposizione dal Fondo interbancario ENTRO 3 MESI.</li>
<li> I mesi possono arrivare a NOVE, nel caso di situazioni ECCEZIONALI e previa autorizzazione da parte della Banca D’Italia. Il RESTO, ovvero l’80 % DEI VOSTRI SOLDI, viene liquidato solo quando comincia la liquidazione della banca, quindi con tempi che possono essere ( e di fatto lo sono SEMPRE) LUNGHI.</li>
<li> Inoltre il fondo si attiva nella misura in cui ( lo so è un tipico sessantottismo, perdonatemelo) ha liquidità disponibile.</li>
<li> Quanto è grande questa liquidità?</li>
<li> Dallo 0.4. allo 0.8 % dei fondi rimborsabili delle banche associate, ovvero, in pratica dell’intero sistema bancario.</li>
<li> Basta quindi il fallimento di una banca i cui conti correnti corrispondano spannometricamente allo 0.8 del totale italiano e questo fondo di garanzia cesserà di esistere, di fatto, per mancanza di disponibilità.</li>
</ol>
<p>Insomma, meglio non tenere troppo denaro in banca.</p>
<p>L’oro è un bene rifugio. Secondo me no. Comprato a 100, appena usciti da un cambiavalute vale già 80. Senza contare la liquidità di monete da investimento e lingotti. In genere, se serve danaro, si è costretti a svendere. Io lascerei perdere.</p>
<p>I titoli di stato sono un investimento sicuro. Non lo so. Bisognerebbe chiedere a greci, argentini, islandesi e, fra un po’, a spagnoli e portoghesi. Loro ne sanno più di me.</p>
<p>Consumare rimette in moto l’economia del nostro paese. Falso.<br />
L’unica cosa sicura quando si compra l’ultimo televisore al plasma da 52? è la dipartita di un migliaio di euro dalle nostre tasche. Le televisioni le fanno in Cina, un po’ come tutto, e spendendo si arricchisce solo chi le importa. E’ un discorso che vale in generale, non solo per gli apparecchi televisivi. Io ho ridotto tutte le spese superflue. Non ho intenzione di spendere per cose di cui posso fare a meno. Preferisco investire in salute sul mio territorio, magari comprando prodotti alimentari che  costano un po’ di più, ma fanno bene ai miei bambini e finanziano le attività di persone che, volendo, potrei conoscere.<br />
Il mattone è un bene rifugio. Vero, come si fa a dire di no?  Non so se con gli immobili si guadagna veramente, ma mi sono convinta che non si perde mai. Se avessi i mezzi comprerei una casa non troppo grande e impegnativa, magari da rimettere a nuovo. Parte delle ristrutturazioni cercherei di farle “in famiglia” valorizzando la proprietà con il lavoro. Meglio così che tenere i soldi nel cassetto, o peggio, in banca.</p>
<p>I fondi di investimento, gli ETF, le obbligazioni. Non so. Se devo giocare d’azzardo preferisco una settimana a Montecarlo.</p>
<p>Comprare dollari, franchi svizzeri e sterline. Perché no? Non è un investimento secondo me. Fatto senza esagerare è solo un sistema per suddividere il rischio.</p>
<p>Investire in pietre preziose, gioielli, oggetti d’arte, francobolli. Stupidaggini. Bisogna essere estremamente competenti o servirsi di un consulente. In genere si fa un investimento solo se si compra cose non recenti di grandissimo valore che hanno un loro mercato di nicchia. Se non si può comprare un Matisse, io lascerei perdere. Specialmente quella roba fatta in serie e spacciata per capolavori che si compra in TV.</p>
<p>Anna Granati</p></blockquote>
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