Seguimi su facebook twitter Google + youtube picasa foursquare RSS

Archive for Economia/Lavoro

mag
20

Non è solo un treno

Di | Commenti (0) Stampa Stampa

no-tav-torino

Il tentativo ostinato di ridurre la questione del tav ad un problema di ordine pubblico per mancanza di argomenti e dati a sostegno di quest’opera sta raggiungendo il suo culmine: una trentina di incappucciati non identificati dalla polizia fanno più notizia di oltre cinquantamila pacifici cittadini che insieme a decine di sindaci e parlamentari hanno pacificamente sfilato il 26 Marzo da Susa a Bussoleno. In quell’occasione nessun giornale ha dato spazio alla cittadinanza pacifica e maggioritaria della Valle di Susa che ha marciato con la solidarietà di tanti altri cittadini italiani e politici di rango di diversi partiti per ribadire la non priorità di questa folle ed inutile spesa in un momento di crisi gravissima dove ben altri sono gli investimenti da tutti attesi e le urgenze da tamponare.

Ora che il primo ministro, che l’anno scorso nel mese di marzo partecipò direttamente all’assemblea annuale dei soci della CMC la ditta che ha l’appalto da 160 milioni di euro per il tunnel geognostico, può direttamente dalla poltrona del governo spingere l’acceleratore sulla realizzazione del tav al quale neanche più i vicini francesi credono, spuntano degli uomini incappucciati che nonostante le ingenti misure di sicurezza possono avvicinarsi al cantiere incappucciati, senza essere fermati e riconosciuti e per di più portandosi dietro un vero e proprio arsenale da guerra.

Questa strana coincidenza non é nuova nella storia della Repubblica Italiana e riapre inquietanti interrogativi su vicende e modalità di gestione del potere già tristemente vissute nel passato di questo paese.

Noi amministratori e cittadini pacifici e per bene della Valle, avvezzi alle pacifiche e familiari marce in compagnia dei nostri figli e nonni, armati solo di bandiere e della nostra corposa e scientifica documentazione raccolta in tanti anni di studio da esperti qualificati sull’inutilità del tav in Valle di Susa, restiamo basiti da questo sodalizio di ferro tra l’informazione e la politica volti non a cercare la verità ma il sistematico inganno fatto di omissioni, reticenze,di chiusura al dialogo e al confronto con amministratori locali e cittadini, tagliati fuori, esclusi da qualunque possibilità di far conoscere le proprie ragioni, ma al contrario ignorati e da taluni tacciati addiritura di essere i mandanti di ripugnanti atti di violenza che non appartengono neppure lontanamente ai nostri pensieri e al nostro modo di essere.

Questo é il livello ignobile e inqulificabile al quale la politica nazionale é scesa, pensando di risolvere i “suoi” problemi con atti di forza ed ancora peggio ignorando completamente il grido di insofferenza e stanchezza lanciato dai cittadini stanchi e delusi: le impressionanti percentuali delle ultime elezioni che insieme alle astensioni hanno bocciato sonoramente tutti i partiti, soprattutto quelli rimasti al governo negli ultimi quindici mesi e che oggi ci ritroviamo pari pari al governo, sono rimaste lettera morta, i partiti fanno finta di niente come se tutto fosse come prima, come se si potesse ignorare la volontà espressa da una considerevole parte degli elettori, al di là delle difficili alleanze di governo ipotizzabili.

No, mi spiace, non si tratta solo più di un no ad un treno, ma di un no ad una politica irresponsabile, dedita a difendere interessi ed affari personali e di casta ma che non hanno nulla a che fare con i nostri problemi ed il bene comune.

Questo é il vero motivo per cui reprimere ad ogni costo il movimento contro il tav è diventata una priorità di questa classe politica incapace, litigiosa ed arrogante, purtroppo inadeguata a fronteggiare i seri problemi in cui ci dibattiamo.

Pertanto l’unica via di uscita é una nuova e sempre più forte cittadinanza attiva, dove ognuno deve fare la sua parte ed interessarsi al bene comune, vincendo la sfiducia e l’indifferenza perché per ogni spazio lasciato libero dal nostro impegno c’é chi é pronto ad occuparlo ai danni nostri e della collettività.

Restiamo vigili e tenaci nella nostra azione non violenta e determinata, partecipiamo, non chiudiamoci nella nostra vita privata, sentiamo la responsabilità individuale di essere sempre presenti, di non delegare ad altri la difesa della nostra libertà e dei nostri diritti, solo così facendo potremmo risollevarci ed il tempo darci ragione.

Dario Fracchia, sindaco di S.Ambrogio di Torino e cittadino indignato

Commenti (0)

crack

Secondo l’istituto bolognese di ricerca Prometeia, il livello del PIL alla fine del 2020 sarà ancora inferiore ai valori pre-crisi, di fine anni ’90, di circa il 2%. Non sarà possibile ritornare ai livelli di ricchezza del passato e la ripresa, se ci sarà, avverrà con meno occupati e con più produttività. Il che conferma quanto il Movimento per la Decrescita Felice afferma da tempo: che, nell’attuale fase storica, la crescita non può continuare all’infinito e che, in ogni caso, non può creare occupazione. George Orwell, il celebre scrittore inglese autore di romanzi quali Il grande Fratello e La Fattoria degli animali, affermava che “nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”. Il Movimento per la Decrescita Felice da molti anni si batte per smascherare il grande inganno del PIL e per far capire a tutti la rivoluzione della decrescita. Oggi siamo arrivati ai limiti della crescita, il re è nudo.

Occorre dunque smontare il grande inganno e l’assurda convinzione che il PIL misuri il benessere della nazione, perchè esso non è altro che un indicatore monetario e come tale misura non il benessere ma solo il valore economico degli oggetti e servizi che vengono scambiati con denaro. Ovvero delle merci. E’ questo il grande inganno: non tutte le merci sono beni. Non tutte le merci, cioè, rispondono ad un bisogno e fanno aumentare il benessere! Ma qui sta anche la soluzione, attraverso il cambio di paradigma culturale offerto dalla decrescita felice. Con questo termine si intende la decrescita selettiva della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Questa rappresenta l’unica possibilità di creare lavoro nei paesi industrializzati ed è anche l’unico modo per restituire al lavoro dignità e senso, nell’ottica non di fare sempre di più ma di fare bene per soddisfare le esigenze vitali degli esseri umani, senza consumare le risorse del pianeta in misura maggiore della loro capacità di rigenerazione. Come afferma Maurizio Pallante nel libro: “La decrescita svela la follia insita nell’obiettivo di creare occupazione come un valore in sè, omettendo di dire per fare cosa. Solo una società malata, profondamente malata come quella che finalizza l’economia alla crescita del PIL può averlo pensato e può continuare a pensarlo anche di fronte all’evidenza di non riuscire più a farlo. Nel tornante storico che l’umanità sta attraversando si può creare occupazione soltanto in lavori che consentano di superarlo attenuando i problemi e ponendo riparo ai danni creati dalla crescita della produzione e del consumo di merci. Soltanto liberando il fare dalla camicia di forza del fare tanto, e restituendogli la sua connotazione qualitativa di fare bene, si potrà dare lavoro e una speranza per il futuro a quanti ne sono privi”.

Prima queste tesi venivano ignorate, poi sono state derise, oggi le nostre argomentazioni sono combattute e avversate da fior fiore di economisti, ma questo è un buon segno perchè, come diceva Gandhi, poi, alla fine, le tue idee vincono. Oggi, per lo meno, si stanno affermando presso un numero crescente di persone che hanno compreso che la felicità, il benessere e la qualità della vita non hanno alcuna relazione diretta con la ricchezza materiale. Come dimostrano le sale conferenze sempre più affollate agli incontri sulla decrescita e il fiorire di iniziative spontanee, di circoli e di gruppi locali di cittadini che sempre più si aggregano e danno vita ad una nuova economia della decrescita basata sull’autoproduzione, sul dono, sulla reciprocità, sugli scambi non mercantili. Speriamo solo che questo non avvenga troppo tardi. Perchè dalla crisi di oggi si potrà uscire solo se sapremo smascherare il grande inganno e se sapremo creare una società e un sistema di vita e di valori fondato sui rapporti fra persone, sul consumo responsabile, sul rifiuto del superfluo, sulla scela del meno quando esso coincide con il meglio.

Maurizio Pallante e Luca Salvi

Commenti (0)

finanziamenti-ai-partiti

Se vi trovaste in difficoltà economiche e  costretti a scegliere come ripartire le risorse a disposizione (cosa che fanno giornalmente milioni di Italiani), cosa fareste? Spendereste i vostri danari per comprarvi il cibo o il cellulare di nuova generazione? I libri per la scuola ai vostri figli oppure la crociera nel mar dei caraibi? Il riscaldamento per la vostra casa o una nuova automobile?

A parte qualche esaurito che farebbe di certo la scelta più scellerata, sono profondamente convinto che praticamente tutti opterebbero per le opzioni di buon senso, quindi per quelle indispensabili per vivere.

Purtroppo per noi, invece, gli esauriti, quelli delle scelte più scellerate sono concentrati in parlamento e così tra lo scegliere se finanziare i partiti e finanziare le piccole-medie imprese che danno lavoro a milioni di persone, scelgono di finanziare i partiti. Moltissime imprese vantano crediti con lo stato e a causa di queste rischiano il fallimento a cui conseguono i licenziamenti per tantissime persone, ognuna delle quali fonte di sostentamento per la propria famiglia. Fallisce l’impresa ed intere famiglie finiscono in miseria.Di tutto questo, naturalmente i giornali e le Tv non ve ne parleranno.

Ieri in commissione bilancio è stato bocciato un nostro emendamento del M5S che istituiva un Fondo rotativo finalizzato alla concessione di un finanziamento alle micro-imprese e alle piccole imprese che vantino crediti con la pubblica amministrazione.

La dotazione del Fondo doveva essere finanziato con l’abrogazione delle erogazioni a titolo di cofinanziamento ed il rimborso per le spese elettorali sostenute da partiti e movimento politici.

In pratica dicevamo che volevamo finanziare con un Fondo le imprese che hanno crediti con la P.A. tramite l’abrogazione dei rimborsi elettorali.

Pd e Pdl inizino ad assumersi questa responsabilità.

Luigi di Maio – Portavoce 5 Stelle

Commenti (0)

armi

Dopo gli F-35, altri 22 miliardi di euro per le spese militari

E’ questa la cifra sbalorditiva che, in barba alla crisi, le Forze Armate italiane si apprestano ad impiegare per la cosiddetta digitalizzazione dell’Esercito, un record che batte persino le stime per l’acquisto dei famosi F-35 (14 miliardi di euro).

Un fiume di denaro pubblico che servirà, tra l’altro, a dotare un élite di 558 “soldati del futuro” (circa mezzo milione di euro ad unità) di tecnologia bellica high tech.

Dall’avanguardistico mirino Specter integrato con una microtelecamera ad infrarossi, agli occhiali per la visione notturna montati sull’elmetto, ai mini navigatori gps piazzati sulla spalla al lanciagranate coassiale con correttore automatico di tiro fino al tablet blindato con touch screen per i comandanti.

Su quest’ultimo “fondamentale” strumento, tuttavia, i tecnici manifestano qualche perplessità: c’è la possibilità, infatti, che possa non funzionare nelle battaglie ingaggiate nel fango (ma con chi le dovremmo ingaggiare le battaglie nel fango?). Insomma, roba fondamentale per il paese. Esattamente ciò che i cittadini chiedono. O no?

A proposito: la Costituzione italiana, all’articolo 11, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”

Massimo Malerba

Commenti (0)

Statale SP226 cede e frana un pezzo di strada al km 18 07/11/2011

Il dissesto idrogeologico in Italia interessa l’82% dei comuni; 6 milioni di persone abitano in un territorio ad alto pericolo idrogeologico e 22 milioni in zone a pericolo medio. Secondo i dati ufficiali, 1.260.000 edifici, tra cui oltre 6.000 scuole e 531 ospedali, sono a rischio di frane ed alluvioni. Un’analisi, compiuta dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Consiglio Nazionale Ricerche (C.N.R,), rivela che tra il 1950 e 2012 si sono registrati 1.061 frane e 672 inondazioni. Le vittime sono state oltre 9.000 e gli sfollati o senza tetto piu’ di 700.000. Tali eventi hanno avuto impatto sui beni privati e collettivi, sull’industria, sull’agricoltura, sul paesaggio e sul patrimonio artistico e culturale senza considerare le implicazioni in termini psicologici ed occupazionali. Secondo i dati ANCE-CRESME del 2012, tra il 1944 ed il 2011, il danno economico, prodotto in Italia dalle calamità naturali, ha superato i 240 miliardi di euro, con una media di circa 3,5 miliardi di euro all’anno. Le calamità idrogeologiche hanno contribuito per circa il 25% al danno complessivo.

«L’impermeabilizzazione, cioè la cementificazione, è uno dei maggiori processi di degrado del suolo ed è un problema presente in tutta Europa, uno dei continenti più urbanizzati al mondo: si calcola che tra il 1990 e il 2006 si sia avuto un aumento delle aree di insediamento del 9% in media; in Italia si stima che il consumo del suolo nel periodo 1990-2005 sia stato di oltre 244.000 ettari all’anno (circa due volte la superficie del comune di Roma), in pratica oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio», ha denunciato Massimo Gargano, presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, che ha presentato a Roma il Piano 2013 per la Riduzione del Rischio Idrogeologico nel nostro Paese. «Diventa quindi una priorità continentale – ha proseguito Gargano – limitare e compensare l’urbanizzazione del suolo, impedendo l’occupazione di altre aree verdi».

Va anche ricordata la forte pressione dell’impermeabilizzazione sulle risorse idriche: un suolo può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro o circa 400 millimetri di precipitazioni; l’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia nel suolo, in casi estremi impedendolo completamente. L’infiltrazione di acqua piovana nei terreni, invece, fa si che essa impieghi più tempo per raggiungere i fiumi, riducendo la portata e quindi il rischio di inondazioni. Come già nel 1951, 1966, 1994, 2010, 2011, anche nel 2012, il mese di novembre è stato foriero di disastrose alluvioni: in Toscana, dove si sono registrati anche 7 morti ed in Umbria; nei giorni scorsi situazioni critiche si sono registrate anche in Emilia Romagna e Veneto. «Le cause – ha spiegato Gargano – sono molteplici: la variabilità climatica, l’eccessiva urbanizzazione, il disordine nell’uso del suolo, la mancata cura del territorio attraverso una costante manutenzione. In generale, molte delle calamità sono generate da eventi idrologici eccezionali, che si ripetono cioè non prima di 30 anni e di cui si può ridurre l’impatto solo attraverso azioni volte a rinforzare i territori fragili, provvedendo alla manutenzione idraulica, assicurando il funzionamento degli impianti idrovori ed il consolidamento degli argini».

 

Franco Brizzo

Commenti (0)
apr
26

Territorio Zero

Di | Commenti (0) Stampa Stampa

territoriozerofin

Se vogliamo darci una possibilità per poter uscire dal pantano economico e sociale in cui da tempo siamo ormai affossati abbiamo bisogno di un radicale cambio tanto nella politica quanto nel modello di sviluppo che vogliamo perseguire.

Abbiamo bisogno di conoscere quali alternative all’attuale modello ormai in profonda crisi esistono, quali le differenze, quali i benefici. Solo sapendo possiamo formarci un opinione e adottare delle scelte lungimiranti per il nostro futuro e di quello delle prossime generazioni.

Territorio Zero non è un semplice libro, ma un vero e proprio manifesto che fornisce alla cittadinanza e agli amministratori locali quegli strumenti informativi e strategici per poter programmare e quindi perseguire un modello di sviluppo in grado di rimettere al centro l’economia reale.

Per molto, anzi troppo, tempo strategie come Rifiuti Zero, Energia pulita ad emissioni zero oppure Km Zero  sono state etichettate  come battaglie ambientaliste. E’ ora di capire che tutto ciò riguarda invece anche l’economia e il lavoro.

L’invito è quindi a partecipare a questo importante appuntamento. Lunedì 29 Aprile alle ore 19 presso la sala mostre della biblioteca comunale di Ostuni. Vi aspetto.

lavorononbombe

A cinque anni dall’inizio della crisi finanziaria ed economica europea, c’è ancora un elefante a Bruxelles di cui pochi vogliono parlare. L’elefante è il ruolo che gioca la spesa militare come causa che perpetua la crisi economica. Mentre le infrastrutture sociali vengono tagliate, la spesa per gli armamenti difficilmente viene ritoccata. Mentre le pensioni e gli stipendi sono stati tagliati, l’industria delle armi continua a produrre ancora utili da nuovi ordini e dalle rendite per precedenti commesse.

Il fatto sconvolgente, in un momento di austerità, è che la spesa militare dell’UE nel 2010 era di € 194 miliardi, approssimativamente la cifra del deficit annuale di Grecia, Italia e Spagna messe insieme.

Paradossalmente, chi grida più forte a Bruxelles sono proprio le sirene dei lobbisti militari, che ammoniscono di quello che potrebbe essere il “disastro”, se dovessero essere approvati ulteriori tagli alle spese militari. Questo documento dimostra che il vero disastro è dovuto a anni di ingenti spese militari europee e di corruzione nel commercio delle armi. Questa dinamica ha contribuito in modo sostanziale alla crisi del debito in paesi come la Grecia e il Portogallo, e continua a incidere pesantemente sui prossimi bilanci futuri di tutti i paesi in crisi.

La forza delle lobby militare-industriale ha la capacità di rendere inefficace qualsiasi taglio che venga proposto. Questo è un fatto crudamente dimostrato dal modo in cui il governo tedesco, mentre chiede sacrifici sempre maggiori con tagli sociali, ha fatto molte pressioni, dietro le quinte, contro i tagli militari per i problemi che questi risparmi avrebbero potuto causare alla propria industria bellica.

Il documento (link alla versione inglese) rivela come:

Gli alti livelli di spesa militare, nei paesi ora nell’epicentro della crisi dell’euro, hanno giocato un ruolo significativo nel provocare la crisi del loro debito. La Grecia è stato il paese che in Europa più ha speso per la difesa, in termini relativi, negli ultimi quattro decenni, spendendo l’equivalente del suo PIL, quasi il doppio della media UE. Le spese militari della Spagna sono aumentate del 29% tra il 2000 e il 2008, per i massicci acquisti di armi. E ora deve affrontare enormi problemi per ripagare i debiti contratti per i suoi programmi militari non necessari. Come disse un ex Segretario alla Difesa spagnolo : “Non avremmo dovuto comprare sistemi che non useremo, per situazioni di conflitto che non esistono e, quel che è peggio, comprati con fondi che non avevamo allora e che non abbiamo adesso.” Anche la più recente vittima della crisi, Cipro deve alcuni dei suoi problemi di debito ad un aumento del 50% della spesa militare degli ultimi dieci anni, la maggioranza avvenuta dopo il 2007.

I debiti provocati dalla vendita di armi sono stati spesso il risultato di affari di corruzione tra funzionari dei governi, ma devono essere pagati con soldi della gente comune che deve sopportare tagli selvaggi nei servizi sociali. Alcune indagini condotte su un contratto siglato dal Portogallo nel 2004 per comprare due sommergibili per un miliardo di euro concordato con l’allora Primo Ministro Manuel Barroso (ora Presidente della Commissione UE) hanno identificato più di una dozzina di contratti per intermediazioni sospette e per consulenze che sono costate al Portogallo almeno € 34 milioni. Almeno otto contratti per acquisto di armi firmati dal governo greco dalla fine degli anni 1990 sono oggetto di indagine da parte delle autorità giudiziarie per possibili tangenti illegali e mancette a funzionari statali e a politici.

La spesa militare è stata ridotta nei paesi più colpiti dalla crisi, ma la maggior parte degli stati hanno ancora un livello di spesa militare paragonabile o superiore a quella di dieci anni fa. Tutti i Paesi europei sono nella lista dei maggiori compratori di armi a livello globale : 4° posto (Regno Unito), 5 ° (Francia), 9° (Germania) e 11 ° (Italia). Anche l’Italia, che ha debiti per due mila miliardi, dedica ancora una percentuale di PIL per la spesa militare maggiore a quella che spendeva dopo la Guerra Fredda nel 1995.

I tagli alla spesa militare, dove sono avvenuti, sono quasi interamente ricaduti sulle persone – riduzioni di personale, salari più bassi e pensioni più basse – e non sulla spesa per l’acquisto di armi. Il bilancio per l’acquisto di armi in realtà è passato da € 38,8 miliardi nel 2006 a € 42,9 nel 2010 – con un aumento superiore al 10% – mentre i costi del personale sono scesi da € 110,0 miliardi nel 2006 a € 98,7 nel 2010, una diminuzione del 10%, avvenuta in gran parte fra il 2008 e il 2009.

Mentre paesi come la Germania insistono su più duri tagli ai bilanci sociali dei paesi in crisi per pagare i debiti, sono stati molto meno determinati quando si è cominciato a parlare di tagli alle spese militari che potrebbero minacciare le vendite delle loro armi. Francia e Germania hanno fatto pressione sul governo greco per non ridurre le spese per la difesa. La Francia sta preparando un contratto di locazione con la Grecia per due delle fregate più costose d’Europa; Quello che sorprende di più però è che questa operazione è “guidata da considerazioni politiche, e non è una iniziativa richiesta dalle forze armate”. Nel 2010 il governo olandese ha concesso licenze di esportazione per € 53 milioni per equipaggiamenti della marina greca. Come ha osservato un collaboratore dell’ex Primo Ministro greco Papandreou: “ Nessuno ci ha mai detto : Comprate le nostre navi da guerra o non vi salveremo. Ma è chiaro il concetto che se compriamo saranno più favorevoli a venirci incontro”.

Una continua spesa militare molto alta ha portato a un boom di utili per l’ industria delle armi e una spinta ancora più aggressiva per tentare di vendere altre armi al- l’estero, ignorando cosa significhi questo per i diritti umani. Le cento aziende più grandi del settore nel 2011 hanno venduto armi per un valore di circa € 318 miliardi, il 51% in più in termini reali rispetto al 2002. Si sono mosse sul mercato anticipando la prevedibile diminuzione della domanda interna, sostituendola con un supporto politico ancora più attivo per riuscire a vendere più armi all’estero. Nei primi mesi del 2013 il presidente francese François Hollande ha visitato gli Emirati Arabi Uniti per spingerli ad acquistare il caccia Rafale. Il Primo Ministro britannico David Cameron ha visitato gli Emirati e l’Arabia Saudita a novembre 2012 per promuovere la vendita di un pacchetto completo di armi. La Spagna spera di vincere un contratto molto controverso in Arabia Saudita per 250 Leopard a due serbatoi, contro la Germania – che produce il serbatoio dei Leopard .

Molti studi mostrano che gli investimenti in campo militare sono il modo meno efficace per creare posti di lavoro, a prescindere dagli altri costi della spesa militare. Secondo uno studio dell’Università del Massachusetts, spendendo per la difesa un miliardo di dollari negli Stati Uniti si crea il minor numero di posti di lavoro, meno della metà di quello che si potrebbe generare se si investisse lo stesso miliardo nell’istruzione o nei trasporti pubblici. In un momento di disperato bisogno di investimenti per creare posti di lavoro, sostenere un programma militare superfluo e dispendioso non è giustificabile perché i soldi spesi non creano tanti posti di lavoro, quanti ne creerebbero in settori quali la sanità e il trasporto pubblico.

Malgrado la chiara evidenza del costo di spese militari troppo alte, i capi militari continuano a diffondere informazioni distorte e assurde dichiarando che una riduzione delle spese per la difesa dell’Unione Europea possa minacciare la sicurezza delle nazioni europee. Il Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, non ha mai perso una occasione per persuadere i membri dell’alleanza a investire e collaborare di più per la difesa.

Il Gen. Patrick de Rousiers, presidente del Comitato Militare dell’UE, nel corso di un’audizione al Parlamento europeo, ha anche detto che sarebbe in gioco il futuro dell’Europa se non si aumenterà la spesa militare. “Dove andrebbe a finire un’Europa di 500 milioni di abitanti se non avesse una forza credibile per garantire la sua sicurezza?” Ha chiesto retoricamente.

Cancellare i debiti immorali dovuti a contratti di vendita di armi ottenuti pagando tangenti, sarebbe un buon primo passo per cancellare altre al conto della crisi anche tutti quelli che hanno concorso a causarla. Certe misure servirebbero anche a dimostrare che in un momento di crisi, l’Europa è pronta ad investire in un futuro come quello a cui pensano i suoi cittadini e non in quello che vogliono imporre i suoi guerrafondai.

Frank Slijper

Commenti (0)

finanzastabile

Nella giornata del 17 aprile il dr. Grilli, ministro dell’Economia e delle Finanze del governo “tecnico” di Monti e soci, a proposito dei debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, ha espressamente dichiarato che” il limite del 3% sul deficit di bilancio è un numero sacro ed inviolabile, per noi è come la Bibbia”. Non ha aggiunto “ce lo ha chiesto l’Europa” ma è stato chiaro a tutti che questo intendeva come massimo ossequio ai trattati.

In altri termini, per i “tecnici” di fiducia dell’oligarchia europea, la stabilità finanziaria viene prima di tutto, non importa che le imprese chiudano perché avanzano crediti non saldati con le P.A., non importa che i mancati provvedimenti di spesa del governo accrescano il numero dei disoccupati, la sofferenza delle piccole imprese ed il ristagno dell’economia, no questo è secondario, la priorità si trova tutta in quel numerino imposto anche dal Fiscal Compact: il 3% di deficit massimo.

Se qualcuno aveva dei dubbi su Grilli, sapevamo che è considerato uno dei “super tecnici” della compagine di Monti ed in effetti Vittorio Grilli nella sua carriera è stato un tecnico ombra per tutte le compagini governative, sia che fossero di centro sinistra sia che di centro destra. Un personaggio trasversale e superiore alla politica partitica, come i poteri che di cui è espressione. E’ stato Direttore generale del Tesoro da maggio 2005 fino a novembre 2011, con la conferma in tale ruolo dai ministri Domenico Siniscalco (Berlusconi III), Tommaso Padoa-Schioppa (Prodi II) e Giulio Tremonti (Berlusconi IV). Un tecnico che non ha mai avuto bisogno di essere eletto.

E’ stato uno degli artefici della svendita delle società di Stato “per entrare in Europa”, conclusasi con l’alienazione delle maggiori imprese statali. Di questo ancora gli sono grati a lui stesso come anche ai Prodi, agli Amato ed ai Ciampi, i grandi “privatizzatori” che si sono avvalsi dell’opera di tecnici esperti come Grilli e come, a suo tempo, Draghi, un altro “super tecnico” che oggi ricopre il prestigioso incarico alla BCE.

Un uomo di totale fiducia quindi dei poteri dell’oligarchia finanziaria che tiene i fili del governo tecnico di Monti e soci e da cui si aspettano presto altri “progressi” nelle “privatizzazioni” prossime delle aziende pubbliche italiane ancora partecipate dallo Stato (ENI, ENEL, Finmeccanica, ecc.) a cui la finanza sopranazionale guarda con forte interesse per fare “business” a spese dell’Italia.

D’altra parte, se questo personaggio mantiene sul suo comodino a posto della Bibbia i trattati europei, sembra chiaro che la fiducia in lui da parte dei membri dell’oligarchia europea, come i Barroso, i Von Rumpuy e lo stesso Mario Draghi, è una fiducia ben riposta. Basta una telefonata e Grilli “esegue prontamente” gli ordini, un pò come una volta facevano i vecchi “ragionieri” di fiducia di ogni titolare delle imprese lombarde.

A questo punto ci sembra opportuno e ci permettiamo di suggerire che il nuovo Presidente della Repubblica, presto eletto, proponga al nuovo Parlamento una modifica costituzionale importante: al posto di quell’articolo 1 ormai obsoleto (l’Italia è una Repubblica fondata sul LAVORO……) che suona tanto di ipocrita e stonato in un paese che in un solo anno di governo tecnico ha accumulato ben un milione di nuovi disoccupati, sostituiamo presto tale articolo con altro, “L’Italia è una Repubblica fondata sulla STABILITA’ FINANZIARIA”.

Potrebbe essere una riforma anche richiesta dall’Europa in un futuro prossimo, tuttavia noi in Italia potremmo anticiparla dimostrandoci “attenti e solerti” come i “primi della classe”.

Tutto sarà più attuale e realistico ed anche a Bruxelles e Francoforte i personaggi dell’eurocrazia saranno molto contenti di noi italiani, sempre disponibili ad “adeguarci” anche prima che venga richiesto.

Luciano Lago

Categorie : Economia/Lavoro
Commenti (0)

spese militari

Per il SIPRI, nel 2012, i Governi di tutto il mondo hanno speso 1750 miliardi di dollari per mantenere le proprie strutture militari. Sono state rese note in queste ore, come ogni anno, le stime dell’Istituto svedese che tiene sotto controllo gli investimenti e le spese correnti dei bilanci pubblici relative alle forze armate, ai ministeri per la difesa e alle acquisizioni di armamenti. Il nostro paese ritorna, dopo un anno di assenza per il sorpasso brasiliano, nei primi 10 posti della lista. Il totale della spesa militare mondiale (i già ricordati 1750 miliardi di dollari equivalenti al 2.5% del PIL mondiale) costituisce il massimo storico dal punto di vista del totale nominale, ma sperimenta per la prima volta dal 1998 una leggera derescita in termini reali: 0,5% in meno rispetto all’anno scorso.

Dal punto di vista delle valutazioni ciò non deve essere letto e rilanciato come una vera diminuzione delle spese militari mondiali, che in realtà si stanno solamente assestando. L’effetto, come dimostrano le analisi di dettaglio diffuse dal SIPRI , è determinato soprattutto da un rilevante calo messo in opera dai paesi del cosiddetto “blocco occidentale” che, per i loro problemi di budget ormai continuativi, hanno iniziato proprio nel 2012 a limitare le proprie spese in questo ambito. Ricordiamo che la crisi finanziaria ed economia è invece iniziata dal 2008 e ha quasi fin da subito dispiegato i propri effetti su altre voci dei bilanci pubblici. E perciò una spesa militare mondiale che è andata crescendo in maniera robusta negli ultimi 20 anni e che ancora oggi, in termini reali, supera il livelli dei picchi di fine “Guerra fredda” non può certo essere considerata come in effettiva diminuzione.

In termini sostanziali si può dunque dire che il mondo si armi ancora, continuando a scegliere l’opzione armata e di guerra per cercare di risolvere i propri conflitti. Ciò ci porta a leggere i dati appena diffusi più in termini di tendenze che di valori assoluti: l’aspetto rilevante riguarda quindi l’individuazione di chi stia facendo maggiormente crescere la propria scelta armata. Lo stesso SIPRI nota come i numeri relativi al 2012 “possano indicare un allontanamento dall’Occidente dell’equilibrio consolidato nelle spese militari”. La lettura proposta è confermata dell’analisi della metodologia da cui i dati di spesa vengono ricavati: va ricordato che si tratta di stime basate su criteri di misurazione che possono anche modificarsi paese per paese, proprio per i diversi criteri di bilancio pubblico e le modalità operative con cui questi soldi vengono spesi.

Sono perciò le tendenze quelle da verificare e, come abbiamo sempre detto, non bisogna fermarsi ai dati di valore assoluto soprattutto nel caso italiano. Tra i primi 10 paesi per la spesa militare mondiale ben quattro, infatti, vedono nei dati SIPRI un totale non riconosciuto in maniera precisa ma solamente stimato. Tra di essi proprio l’Italia (decima) e la Germania che la precede di un posto in classifica, ma soprattutto la Cina e la Russia che si collocano al secondo e al terzo posto dietro gli Stati Uniti. Per il nostro paese questa sottolineatura è rilevante, perché se guardiamo le stime SIPRI abbiamo delle tendenze diverse da quelle desumibili dai dati ufficiali di bilancio rielaborati negli ultimi anni . Per l’istituto svedese i 34 miliardi di dollari stimati (probabilmente per difetto per motivi di cambio tra euro e dollaro) risultano essere un decremento di circa il 5% rispetto al 2011, mentre i numeri ufficiali ci raccontano di una crescita che sarà ancora maggiore nel 2013.

Con questi avvertimenti in testa, ciò che conta davvero sono le linee di tendenza che si intravedono per il futuro e che potrebbero confermare intuizioni già fatte in passato. Importante è rilevare il fatto che gli Stati Uniti, proprio per i motivi di problemi di budget e le scelte dell’amministrazione Obama, abbiano visto cadere la loro spesa militare del 6% in termini reali nel 2012 registrando comunque una crescita totale di quasi il 70% rispetto al livello del 2001. Una tendenza comune ai paesi dell’Europa centroccidentale che tra il 2008 e 2012, almeno nella maggior parte, hanno ridotto la loro spesa militare di circa il 10% in termini reali. A ciò fa da contraltare l’esplosione della spesa militare russa che in un solo anno è salita del 16% ed il continuo incremento di quella asiatica anche se con un tasso un poco più rallentata. La Cina è stata tra i leader anche in questa speciale classifica aumentando, ma sempre come stima, la propria spesa militare di circa il 7,8% in termini reali. Un ultimo elemento deriva dal significativo incremento registrato dal Medioriente e dal Nordafrica, anche se è ancora presto per capire se gli effetti della cosiddetta “primavera araba” si stiano o almeno dispiegando anche sulla spesa militare della regione.

Lo stesso approccio di analisi, basato sui trend piuttosto che sui valori assoluti, si riscontra nelle altre due importanti serie di dati già rilasciati dal SIPRI per il 2013 . Si è già visto infatti come sia andata cambiando la geografia dei grandi esportatori di armi, con la Cina che ha sopravanzato il Regno Unito come quinto più grande esportatore mondiale. La classifica vede al comando gli Stati Uniti con il 30% delle vendite mondiali di materiale d’armamento, poi la Russia al 26% seguita poi a distanza da Germania (7%) e Francia (5%). Ma più che dai “venditori” l’elemento rilevante è quello degli acquirenti: negli ultimi cinque anni (cioè nel periodo 2008-2012) sono state Asia e Oceania a fare la parte del leone. Circa il 47% degli acquisti di armi è responsabilità di quest’area con l’India, la Cina e il Pakistan, oltre che Sud Corea e Singapore ad essere in testa alla lista. Gli stessi elementi che abbiamo visto prima incidere sull’ambito delle spese militari hanno provocato una diminuzione del mercato di armi in Europa: comparando i due periodi 2003-2007 e 2008-2012 le vendite di armi di tali paesi sono cadute del 20%. Un effetto combinato della crisi finanziaria, che ha impattato sulla spesa pubblica europea, e delle scelte di ritiro dall’Iraq ed Afghanistan che hanno determinato una minore necessità in termini di equipaggiamento militare. L’assestamento del mercato, in termini relativi, si avuto anche con i dati, diffusi a metà febbraio, riguardanti le vendite complessive delle maggiori 100 aziende del settore militare. Anche in questo caso il valore assoluto complessivo è stato il massimo della storia con 410 miliardi di dollari di ricavi, anche se ciò corrisponde a un leggera decrescita in termini reali (circa il 5%). In questo caso, come per le spese militari, sarebbe un grave errore andare subito a pensare che il business degli armamenti stia contraendosi. Diversamente da quanto sottolineato da diversi commentatori siamo solo di fronte a un assestamento riguardante le spese militari che di conseguenza si ripercuote anche sul fatturato complessivo delle 100 maggiori aziende. Inoltre il trend in questo caso è ancora più difficile da valutare, perché stiamo solo parlando delle prime aziende per ricavi e non del valore complessivo di fatturato dell’industria degli armamenti: basterebbe quindi che un’azienda uscisse o meno da questa classifica per far variare il totale. Entrando nel dettaglio dei dati, a far la parte del leone sono ancora le aziende con sede negli Stati Uniti, responsabili del 60% delle vendite di armi seguite dal 29% delle aziende di provenienza Europea occidentale. Va notato come in questa lista non vengano incluse compagnie cinesi per le quali non esistono dati di riferimento e come comunque una grossa crescita provenga sempre dal mercato e dalla situazione russa.

Proprio per inquadrare meglio questi dati ricordiamo che le vendite di armi per il SIPRI equivalgono alle vendite di beni e servizi militari a qualsiasi tipo di cliente, incluse vendite per acquisizioni interne dei singoli Stati e quelle relative all’export fuori dei confini. Altra annotazione riguarda la base temporale: i numeri riguardanti le aziende a produzione militare sono un anno in ritardo rispetto quelli della spesa militare, proprio per la difficoltà di recupero di tali informazioni. Finmeccanica si assesta anche nel 2011 all’ottava posizione con una produzione militare pari a circa il 60% del proprio fatturato, una quota molto alta per una azienda così grande e che mantiene sistema di produzione ben differenziato. Nonostante le problematiche derivanti da tutti gli scandali, anche di natura processuale, del colosso italiano nel 2011 c’è stata una crescita minima del fatturato che per quanto riguarda la parte militare si attesta 14,5 miliardi. I contraccolpi degli errori e dei problemi aziendali si sentiranno maggiormente con i dati relativi al 2012.

Francesco Vignarca

Commenti (0)

Polveri_alle_stelle

Come molti già sapranno ieri la Consulta si è espressa in merito alla costituzionalità del noto decreto “Salva Ilva” definendolo, aimé, legittimo. Senza entrare nel merito della sentenza sia perchè le motivazioni non sono state ancora pubblicate sia perchè la diatriba riguardava un conflitto di attribuzione tra Governo e Magistratura, vorrei cercare di focalizzare l’attenzione su quanto la Carta Costituzionale esprime nei suoi principi e se questi sono, in un qualche modo, rintracciabili nella città dei due mari.

Iniziamo dall’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Repubblica = Res Publica = Cosa pubblica. Invece Taranto è un affare privato, dove per privato si intendono le diverse industrie presenti capeggiate, senza dubbio alcuno, dalla famiglia Riva proprietaria dell’ impianto di produzione di acciaio più grande d’Europa. Anche il termine “democratica” associato nella Costituzione al termine Repubblica scompare in quel di Taranto, se così non fosse il Governo avrebbe fatto un decreto salvaTaranto e non certo salvaILVA. Per i buon temponi che sottolinearanno il “fondata sul lavoro” dico già che i principi sanciti sulla costituzione hanno tutti pari dignità e peso, nessuno di questi può escludere il godimento di tutti gli altri e comunque andrebbe fatta un attenta analisi di quanto lavoro queste industrie hanno distrutto nell’agricoltura, allevamento, turismo, ecc.

Passiamo all’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Già il paesaggio, quello del fu Bel paese considerato un fastidio e un ostacolo per la maggior parte della nostra classe politica. Sul patrimonio storico artistico ricordo che Taranto fi la capitale della Magna Grecia. Una città che andava tutelata e definita patromonio dell’umanità non certo devastata da un becero sviluppo industriale

Articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività“. La salute è quandi un diritto fondamentale dell’individuo ma al contempo un interesse della collettività, quindi di tutti noi compresi coloro che vivono a migliaia di kilometri da Taranto. Su questo aspetto potremmo scrivere all’infinito citando le varie patologie di cui soffrono le popolazioni di quel territorio e di quanto queste siano diffuse, ma credo che già sapere che nel sange dei bambini è stato trovato il piombo sia sufficiente a far accapponare la pelle ed urlare BASTA!

Il problema non è quindi se sia Costituzionale o meno il decreto salvaILVA ma rendersi conto che è Taranto in sè, con tutta la marmaglia di politici e industriali, ad essere anticostituzionale.

Nei prossimi giorni a Taranto si svolgerà un importante referendum. Purtroppo è stato escluso un fondamentale quesito, quello che prevedeva il totale reimpiego dei lavoratori nelle opere di bonifica, ma sarà comunque un importante momento di consultazione. E’ dal volere dei Tarantini che si deve partire. Dal ripristino della Repubblica Democratica.