Archive for Economia/Lavoro
La crisi economica sta imperversando in maniera sempre più drammatica in tutto l’Occidente. Le imprese chiudono o delocalizzano, la disoccupazione sale a ritmo forsennato, i diritti si vaporizzano, le prospettive occupazionali si riducono al lumicino. Sulla scia lasciata dalla manovra “lacrime e sangue” imposta al popolo greco, un po’ dappertutto s’impongono sacrifici ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani. Le mense della Caritas conoscono un sovraffollamento mai sperimentato prima, in strada scendono sempre nuovi senza tetto, con gli Stati Uniti che tirano la cordata . Aumentano in maniera esponenziale, anche se i media raramente ne danno notizia, i suicidi e le tragedie familiari aventi per protagonisti persone strozzate dai mutui e rimaste senza lavoro.
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I rifiuti possono diventare un business pulito, una risorsa economica, il punto di partenza fondamentale su cui impostare un ciclo dei rifiuti conveniente sia sotto il profilo ambientale che sotto quello economico.
Ci sono casi in cui definire rifiuti i rifiuti può sembrare un paradosso. Esistono infatti realtà, tra aziende private, amministrazioni locali o consorzi di Comuni, in cui l’immondizia si trasforma in oro. O almeno in euro.Sei storie esemplari dimostrano come i rifiuti che buttiamo, se opportunamente separati, anziché rappresentare un problema o un’emergenza possono tornare a nuova vita sotto forme diverse e rientrare nelle nostre case dalla porta d’ingresso.
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La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.
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Nonostante la ricca diversità di cibo che si trova nel mondo, un quarto della popolazione sta morendo di fame. Oggi la fame è un problema di massa in molte parti dell’Africa, dell’Asia e del Sud America e il futuro non promette nulla di buono. La popolazione globale ha una tendenza di crescita di 90 milioni per anno per i prossimi 40 anni e i più recenti studi prevedono gravi carestie globali che condurranno alla fame su una scala senza precedenti. Questa miseria è un risultato diretto della nostra brama di mangiare carne. I bambini nel mondo sottosviluppato muoiono di fame in prossimità di campi coltivati ad alimenti destinati all’esportazione come foraggi per gli animali, per supportare la civiltà “affamate di carne” del mondo ricco. Mentre milioni di esseri umani muoiono, più di un terzo della produzione di cereali del mondo e metà della produzione di pesce sono impiegati per alimentare gli animali nei paesi ricchi .
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Sempre più Italiani quest’estate preferiscono rimanere a casa. Giusto, si può fare anche i turisti a casa propria ed evitare di ammassarsi come sardine sulle spiagge. La scelta però non è proprio del tutto consapevole e voluta. Secondo Federalberghi si tratta di “povertà turistica”. I dati diffusi dall’Associazione parlano di una divisione fra chi può permettersi una vacanza e chi no, tanto che nell’estate 2010 partirà il 51,3% degli italiani (stessa quota del 2009) mentre la rimanente parte rimarrà a casa per mancanza di soldi. “Coloro che rimarranno a casa questa estate saranno il 46,3% della popolazione, in forte crescita rispetto al 43,8% dell’estate 2009.
I motivi per i quali così tanti italiani non si muoveranno di casa, saranno dovuti addirittura nel 54,9% dei casi a motivi economici, mentre la mancanza di soldi vera e propria è indicata dal 46,8% dei non ‘viaggiatori’. Un altro 18,7% dichiara motivi familiari, il 18,5% denuncia motivi di lavoro ed il 16% parla di motivi di salute”. Sono le stime rese note oggi da Federalberghi secondo i dati di un’indagine realizzata su 1200 italiani maggiorenni. Commenta il presidente Federalberghi Bernabò Bocca: “Si accresce, purtroppo, il solco tra chi può permettersi un periodo di vacanza estiva e chi no e seppur il giro d’affari si accresca del 20% esso è semplicemente dovuto da un lato alla fiammata inflazionistica di tutto ciò che consente la movimentazione turistica e dall’altro all’incremento (da 10 a 12) dei giorni di permanenza fuori casa”.
“Inoltre la netta divisione – prosegue Bocca – tra chi può permettersi almeno un pernottamento fuori casa per vacanza durante il periodo estivo e chi no, è caratterizzato dal fatto che ben 1 italiano su 4 non fa vacanza per mancanza di soldi, sancendo la nascita di una nuova malattia del nostro sistema economico, definibile sinteticamente come ‘povertà turistica’. Ciò porta ad una stagnazione complessiva del movimento turistico estivo degli italiani – afferma Bocca – che non si discosta dai numeri dell’estate 2009, se non solo nell’entità della spesa che mediamente passerà da 710 euro del 2009 a 853 euro per un incremento del 20% determinato dall’incremento delle notti (da 10 a 12) e dall’aumento dei costi del viaggio e degli spostamenti interni al Paese”.
I risultati dell’indagine evidenziano che rimane immutato il numero di italiani che nel quadrimestre estivo (giugno-settembre) trascorreranno una breve vacanza fuori dalle proprie mura domestiche, dormendo almeno una notte fuori casa. Saranno infatti il 51,3% (rispetto al 51,2% dell’estate 2009) gli italiani maggiorenni che hanno già fatto o si apprestano a fare vacanze da giugno a settembre. Come da tendenza ampiamente affermata, si va tutti al mare. Il 74,6% preferirà la spiaggia (rispetto al 73,6% del 2009) con il dettaglio che vede il 67,4% che sceglierà il mare della Penisola o delle due isole maggiori, mentre il 7,2% (in crescita rispetto al 6,1% del 2009) si riverserà nelle isole minori. Segue in classifica generale la montagna con il 17,4% delle preferenze (rispetto al 16,3% del 2009) e le località d’arte con l’1,9% (rispetto al 2,6% del 2009).
La spesa stimata per la vacanza estiva (comprensiva di viaggio, vitto, alloggio e divertimenti) sarà di 853 euro (rispetto ai 710 euro del 2009) per un +20% rispetto all’estate scorsa. Per la vacanza oltreconfine la spesa media pro-capite si attesterà invece sui 1.065 euro rispetto ai 1.173 euro del 2009 a conferma di un minor costo della vita in alcune aree turistiche straniere, che vede il prezzo dei vettori aerei (mezzo di trasporto prediletto per chi viaggia all’estero) diminuito di quasi l’1% rispetto al 2009. Si parte, anche qui secondo una tendenza consolidata, soprattutto ad agosto, che si impone con il 66,3% della domanda rispetto al 64,5% del 2009.
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“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” recita l’art. 1 della nostra Costituzione. Però le cose vanno meglio a truffatori e corrotti: lo dice la realtà sotto gli occhi di tutti. Tra i tanti interventi legislativi che stanno tenendo da tempo il nostro Paese sotto una pressione al limite della sopportabilità, non si vede alcun correttivo o proposta migliorativa per chi sceglie di vivere lavorando onestamente. Non solo. I vari uffici studi europei ci dicono additittura che siamo il Paese dove, a maggior fatica lavorativa, corrisponde il peggior dato remunerativo. Con un governo che tenta con manovre e contromanovre, in tutti i modi di limitare i già esigui guadagni della gente comune.
L’Outlook 2010 sull’occupazione, per esempio, diffuso dall’Ocse nelle ore scorse,pone gli stipendi italiani tra i piu’ bassi a parita’ di potere d’acquisto (purchasing power parity). I dati sugli stipendi si riferiscono al 2008. Ebbene, tra i 31 paesi aderenti all’area Ocse, gli stipendi medi annui in Italia raggiungono 30.794 dollari, stanno peggio solo Portogallo, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia, quest’ultima in fondo alla classifica con salari annui pari a 16.021 dollari.
Al top gli stipendi Usa pari a 50.888 dollari annui, poi Australia (45.464 dollari), Olanda (44.755 dollari), Irlanda (44.413 dollari). Gli stipendi italiani sono anche lontanissimi dalla media Ocse (41.435 dollari). L’aspetto paradossale del misero potere d’acquisto degli stipendi italiani riguarda soprattutto le ore annue lavorate. Se in termini di stipendi l’Italia e’ al 26* posto su 31 paesi, la stessa cosa non si puo’ dire per le ore annue lavorate. I dati sulle ore lavorate si riferiscono al 2009.
Nel Bel Paese la media annua per lavoratore e’ pari a 1.773 ore, nell’area Ocse si viaggia a 1.739 ore annue.
Lavorano di piu’ solo in Grecia, Ungheria, Repubblica Ceca, Messico e Polonia. Le ore lavorate da un dipendente tricolore sono persino maggiori di quelle lavorate da un americano (1.768), giapponese (1.714), tedesco (1.390).
Ha scritto Coleridge: “Il lavoro senza speranza attinge nettare in un setaccio”.
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“Gli italiani in guerra” (a cura di Nicola Labanca, Utet 2009) è un’opera molto ampia sulla storia militare italiana che tocca temi spesso dimenticati dalla cronaca quotidiana e dalla storia contemporanea ma che aiutano a comprendere l’evoluzione della società italiana nel dopoguerra. Gli autori che hanno partecipato all’opera hanno fornito analisi utili per comprendere il contesto della politica militare italiana, l’industria militare, l’evoluzione dei singoli corpi armati e dei servizi segreti, della leva obbligatoria e del pacifismo, oltre alla rilettura del ruolo di protagonisti, talvolta oscuri come il generale De Lorenzo, e del ruolo delle forze armate nello sviluppo di Trieste e del Friuli e nel racconto di missioni internazionali del passato dell’Italia ‘nascoste’ da quelle degli ultimi anni come il soccorso dei boat people in Vietnam o Kindu. Il lavoro di Labanca si confronta anche sull’azione dei media nella rappresentazione delle forze armate nell’immaginario collettivo che segue un’evoluzione dalla filmografia drammatica e neorealista del dopoguerra, seguita dai B-movie degli anni settanta sulla leva obbligatoria fino alla fiction contemporanea che affolla i palinsesti televisivi.
Fra i capitoli del libro di Labanca risalta il saggio di Leopoldo Nascia e Mario Pianta sulla spesa militare italiana, ancor più di interesse se inserito nello scenario della crisi finanziaria internazionale che ha rimesso in discussione il ruolo della spesa pubblica nei paesi dell’Unione Europea e dell’area Euro. In questo contesto governi di centrodestra come quello della Germania non hanno esitato ad intervenire sulla riduzione delle spese militari. In Italia invece la manovra del governo non ha messo in discussione la struttura del sistema difesa e sicurezza, che riesce a superare la scure dei tagli del governo con meno danni di altri. Anzi, la mancanza di interventi strutturali, considerato da molti il difetto principale dell’ultima manovra, è ancora più evidente per la carenza di interventi sul sistema difesa e sul suo cugino stretto ‘protezione civile’ che riescono a beneficiare di interventi legislativi recenti che ne garantiscono capacità di spesa anche in deroga alla previsioni di bilancio e alle leggi sulla trasparenza degli appalti.
Le caratteristiche della spesa militare provengono da una lunga tradizione dell’Italia repubblicana, in cui fin dal termine della seconda guerra mondiale la gestione del ministero della Difesa è stata sinonimo di opacità e inefficienza. Il contributo di Nascia e Pianta è un strumento utile per comprendere le dinamiche della spesa militare dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. Gli autori avvalendosi esclusivamente di dati ufficiali hanno messo in risalto le caratteristiche salienti della spesa del ministero della Difesa che, fin dal dopoguerra, è spiegata solo in parte dal quadro politico internazionale (riarmo post bellico, guerra fredda, dividendo della pace e terrorismo internazionale) subendo di più l’influsso di fattori interni quali logiche clientelari, esigenze dell’industria militare e dalla capacità politica delle burocrazie delle ‘stellette’ di mantenere i propri privilegi.
Le rendicontazioni annuali del bilancio dello stato, le note della Nato sulle spese militari assieme alle relazioni della Corte dei conti sono le fonti di informazione del contributo di Nascia e Pianta che, decifrando l’evoluzione delle tecniche della contabilità di stato, hanno cercato di mettere in rilievo gli aspetti che possono fornire un’interpretazione basata su fonti e dati ufficiali della storia della spesa militare.
Già la lettura del confronto della dinamica della spesa effettiva del ministero della difesa dal 1948 ad oggi con la spesa militare complessiva trasmessa annualmente dal governo alla Nato, evidenzia una progressiva divaricazione fra i due livelli di spesa, ovvero una crescita sempre più evidente della spesa militare rispetto al bilancio del ministero della difesa, oggi in grado di spiegare solo il 65% del totale della spesa militare a causa dello spostamento della stessa presso altri ministeri e grazie a una politica di privilegi in materia previdenziale che consente ancora oggi al personale in uniforme l’accesso alle baby-pensioni precluse al resto dei lavoratori.
I due autori analizzano sotto la luce degli orientamenti politici dei governi (e dei presidenti del consiglio) che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi le dinamiche di spesa e mettono in risalto come le spese militari del solo ministero della Difesa sia quadruplicata in 50 anni, nonostante una ‘vulgata’ a favore di risorse inferiori alle necessità, partendo da 10.000 miliardi di lire a valori costanti alla fine degli anni 40 fino a 40.000 miliardi nel 2006 e nel 2007 anche se con alcune accelerazioni e di contrazioni.
Nel tempo l’evoluzione della spesa della difesa parte dalla crescita sostenuta per il riarmo, sotto l’egida degli aiuti Usa, dei primi anni ’50 seguita da un decennio di stabilità nel periodo di governo centrista, e poi da altri 15 anni di crescita fino alla pausa dovuta alla recessione del 1973 e ai governi di unità nazionale. Negli anni 80, grazie anche alle leggi promozionali la spesa per la difesa cresce in maniera sostenuta raggiungendo il suo picco nel 1988, per poi nuovamente stabilizzarsi per l’azione congiunta della caduta del muro e delle esigenze di bilancio di governi sempre più alle prese con il servizio di un debito in alta crescita. Dal 1995 la strategia delle missioni internazionali assieme alla professionalizzazione delle forze armate sono riuscite sia a riassorbire tutto il dividendo della pace sia spostare in altri capitoli di spesa del bilancio pubblico le spese militari mostrando una capacità di trovare un ‘consenso bipolare’ alla sua dinamica e una forte pervasività in altri settori ‘civili’ dello stato.
Gli autori affrontano anche nodi ancora irrisolti tipici della spesa militare che ne definiscono la qualità e che spesso si nascondono sotto gli aspetti più tecnici delle regole contabili. Così si scopre come la scarsa trasparenza, l’inaffidabilità delle previsioni di spesa e i residui passivi, ovvero l’incapacità di rendere effettivi gli impegni di spesa, siano una tradizione costante dell’amministrazione della difesa. Le strategie di acquisizione degli armamenti vengono realizzate in mercato nazionale monopolizzato da un singolo gruppo imprenditoriale, con politiche di spesa che, come segnala da anni la magistratura contabile, sono discutibili sotto diversi profili: scarsa programmazione, mancato coordinamento fra corpi armati, scarsa trasparenza per eccesso di procedure di acquisto tramite trattativa privata (come il modello Protezione civile, che storicamente nasce proprio dalla stessa macchina burocratica), ingessamento della spesa per decenni per programmi d’armamento di lungo periodo spesso risolti in clamorosi insuccessi come l’Eurofighter o per armi che non servono alla difesa del territorio quanto all’invio di forze militari nel resto del mondo al di fuori del dettato costituzionale.
I nodi irrisolti della qualità della spesa divengono ancor più paradossali se inseriti in un’agenda politica che dibatte sulla qualità della spesa sanitaria in cui i costi storici delle forniture dovranno essere sostituiti da quelli medi, logica sconosciuta da una amministrazione che ha preferito per decenni tutelare e favorire i propri fornitori, non solo per le armi ma anche per le infrastrutture, spesso oggetto di scandali e di sprechi.
Al termine della lettura del saggio di Nascia e Pianta diventa più forte l’esigenza di una riforma della spesa militare che vada in direzione di maggiore trasparenza e di una riflessione sulla direzione dei tagli alla spesa pubblica valutando quanto sia più utile e urgente il taglio delle spese culturali, di ricerca e di istruzione o la riduzione, come in Germania, delle spese militari.
“La spesa militare in Italia, 1948-2008″, di Leopoldo Nascia e Mario Pianta, in “Gli italiani in guerra” (a cura di Nicola Labanca, Utet 2009)
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Zic zac, taglia taglia… dov’è il filo da imbastire? Ah, eccolo qui… cuci cuci… dai che lo mettiamo in prova. Mmmmm… tira un po’ sulle maniche… anzi sono proprio corte… “Cambiare la manovra è una necessità, per noi e gli enti locali è insostenibile e finirebbe per penalizzare i cittadini”… uff, sempre a lamentarsi, quest’anno vanno le maniche corte, si usa così anche negli altri paesi europei, vabbene?! Giacca fatta, per la camicia… quella non serve, gli italiani sono già nati con la camicia: vivono nel paese più bello del mondo, c’hanno la pizza, il bel canto e il miglior premier degli ultimi 150 anni, praticamente è una festa tutti i giorni!
Dai che passiamo ai pantaloni, taglia taglia taglia, cuci cuci… voilà! Secondo me è perfetto, cade che è un piacere… un po’ strettino? Tanto bisogna stringere la cinghia, no? E poi oggi si fa presto a dimagrire, non è mica più come una volta… che c’entrano le diete ipocaloriche, ci sono metodi più sicuri… scientifici… ad esempio restare disoccupati, garantito che si perde peso in poco tempo. Comunque direi che c’è ancora troppa stoffa, tanto prima di dare l’impuntura due ritocchini li possiamo ancora fare… taglia, taglia, taglia, tredicesime, pensioni, scuola, ricerca, cultura, taglia, taglia… ecco, adesso va proprio perfetto, lascia un po’ scoperto sugli ammortizzatori sociali, ma va di moda così, due pence sui precari…teh, non si vedono neanche. Ah, le scarpe… beh, non è per farsene un vanto, ma qui, per far le scarpe, si ha una vera vocazione. Mi pare ci sia tutto.
Eeeeh, non c’è che dire: il made in Italy non delude mai, siamo sempre all’avanguardia… altro che cinesi!
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Racconto di Dèsirèe Castiglia.
“Una bambina di sei anni non può mai immaginare che il proprio papà, il proprio eroe, non torni mai più a casa dopo il lavoro. Io stessa non me lo sarei mai immaginato. Il mio papà si chiamava Angelo Castiglia. Era un gran lavoratore. Ha sempre lavorato per mantenere la mia famiglia, siamo quattro figli e i nostri genitori non ci hanno mai fatto mancare niente. Io, non so neanche perché è successo, della mia infanzia ho pochi ricordi, faccio davvero molta fatica a ricordare. Spesso però, grazie ai racconti, riesco a “vivermi” papà, anche se non è nel modo che vorrei. Papà era buono, da noi si dice un pezzo di pane, lo conoscevano tutti. Ha sempre lavorato fuori, a Udine, in Arabia Saudita e in Germania per quanto ricordo. Stranamente però, qualche mese prima di morire è voluto tornarsene qui nel suo paese Sapri, per stare vicino alla sua famiglia.
Era un lunedì mattina quando avvenne la tragedia. Esattamente il 23 Luglio 1996. Come al solito quella mattina andò a lavorare. Mia madre mi ha detto che il cantiere era pessimo, non esisteva una protezione e soprattutto l’impalcatura su cui lavorava non era a norma. Quel giorno non doveva neanche salire su quella maledetta impalcatura, ma per la sua bontà prese il posto di un ragazzo, suo collega, poiché quest’ultimo aveva un po’ esagerato nel fine settimana, doveva ancora smaltire i postumi. Salita l’impalcatura, un po’ per il peso, un po’ per le condizioni pessime di questa, una delle basi cedette: scaraventando giù papà. Ha fatto un volo di 12 metri, era al quarto piano del palazzo dove stava lavorando. Non è morto sul colpo ma è rimasto lucido sino all’arrivo all’ospedale, è deceduto durante l’operazione. Aveva solo 44 anni e ha lasciato me, i miei tre fratelli e la mamma. All’epoca dei fatti solo una delle mie sorelle era maggiorenne, degli altri tre minorenni la più piccola ero io, avevo solo sei anni. La ditta da allora è stata sempre assente. Dopo la morte del mio papà ha dato solo la misera paga che spettava mensilmente e per il resto ogni promessa fatta è sfumata, tra cui quella di pagare le spese dei funerali. Da allora c’è una causa in atto con la ditta. Abbiamo vinto la causa penale, nonostante la ditta si sia sempre dichiarata estranea ai fatti e abbia fatto ricadere la colpa su mio padre. Tra alcuni mesi invece ha inizio quella civile. La causa è durata da 11 anni e in questi lunghi anni abbiamo assistito alle testimonianze false degli altri operai che hanno dichiarato di non esser presenti al momento dell’incidente. Tutta la mia famiglia chiede solo giustizia!
Crescere senza papà non è stato facile. Mi sono sempre sentita diversa dagli altri, perché io non potevo stringere e chiamare il mio papà. Mi è mancato, anzi mi manca ancora oggi, poter pronunciare quella parolina, che per tutti è banale: papà. Mi è mancato non poterlo tenere vicino nei momenti speciali per una bambina che sta crescendo, Comunione, Cresima, compleanni, maturità. Soffro ogni volta che vedo un papà che scherza e gioca con il proprio bambino. Mi manca così tanto che ho continuamente paura di dimenticarlo. Mi fa male non riuscire a ricordare tutti i momenti passati insieme a lui. Ogni volta che sento parlare di morti bianche nel mio cuore mio padre muore nuovamente. Non riesco ad accettare che nel 2009 ancora debbano accadere queste tragedie con il progresso che c’è. Questo evento ha condizionato molto la mia crescita, lo dimostra che sono dovuta stare in cura da una psicologa perché avevo continuamente paura che potesse morire un altro caro. Ora che sono abbastanza grande capisco ciò che voglio: chiedo solo giustizia! Ho solo un rimpianto non avergli detto quanto lo amavo prima che la morte lo portasse via per sempre da me!”
Fonte: http://sdp80.wordpress.com/
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Senza perderci nel labirinto delle analisi politiche, stiamo sul punto: quali sono i punti dell’accordo Fiat sullo stabilimento di Pomigliano d’Arco, e perche’ sono anticostituzionali?
1. Sciopero
Sanzioni disciplinari fino al licenziamento per il lavoratore che sciopera mettendo in discussione l’accordo con l’azienda.
Perche’ e’ anticositituzionale? -> Art. 40 della Costituzione: Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano [Ndr LEGGI NAZIONALI valide per tutti e non accordi particolari per una singola azienda. E in ogni caso il diritto di sciopero non puo' essere messo in discussione (senno' non sarebbe un diritto), ma solo regolato da opportune leggi.]
2. Iniziativa sindacale
Sanzioni per sindacati e Rsu che proclamano iniziative di lotta contro l’accordo: sospensione dei contributi e dei permessi sindacali.
Perche’ e’ anticositituzionale? -> Art. 39 della Costituzione: L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
3. Malattia
In caso di picchi di assenteismo, l’azienda comunque non verserà i contributi per malattia, a prescindere dai controlli.
Perche’ e’ anticositituzionale? -> Art. 38 della Costituzione: I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
4. Permessi elettorali
Durante le elezioni, l’azienda non permetterà il recupero dei giorni trascorsi ai seggi dai rappresentanti di lista.
Perche’ e’ anticositituzionale? -> Art. 3 della Costituzione: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
5. Pausa mensa
Per l’azienda si può lavorare anche otto ore di fila senza la mezz’ora di pausa per il pranzo, considerata come straordinario.
Perche’ e’ anticositituzionale? -> Art. 41 della Costituzione: L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
DOMANDA 1: Come si puo’ definire un governo che accetta accordi anticostituzionali tra aziende e lavoratori?
1) Golpista
2) Eversivo
3) Illegittimo
4) Illegale
5) Fascista
6) Totalitario
7) Abusivo
DOMANDA 2: Come si puo’ definire una azienda che viola le leggi sul lavoro, i principi della Costituzione Repubblicana, i diritti stabiliti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e utilizza il suo potere per sovvertire l’ordinamento giuridico e introdurre lo schiavismo con l’aiuto di un capo di governo che ha militato in una organizzazione massonica illegale?
1) Associazione a delinquere
2) Organizzazione sovversiva
3) Gang criminale
4) Mafia legalizzata
5) Gruppo terrorista
6) Azienda schiavista
7) Antistato
DOMANDA 3: Cosa sarebbe successo nell’”autunno caldo” del 1969 se fosse stato varato un accordo simile?
1) Sciopero generale a oltranza con mobilitazione massiccia dei sindacati
2) Crisi di governo con elezioni anticipate
3) Barricate nelle piazze
4) Scontri nelle strade e repressione armata
5) Occupazione totale delle universita’
6) Assemblee permanenti nelle fabbriche
7) Tutti i punti dall’1 al 6
DOMANDA 4: Perche’ oggi non succede niente?
1) Non lo so e non mi interessa
2) La crisi globale
3) L’11 settembre
4) Il tramonto delle ideologie
5) Il riflusso
6) Il bipolarismo
7) Niente di tutto questo
DOMANDA 5: E mo’ che si fa?
1) Ci pensero’ dopo i mondiali
2) Boicottiamo la Fiat e non compriamo piu’ nulla
3) Rivolta nonviolenta alla Gandhi: organizziamo gruppi clandestini di resistenza non armata
4) Rivolta violenta 1: Uccidiamo Berlusconi, cosi’ scopriremo che il problema non e’ lui
5) Rivolta violenta 2: Uccidiamo i boiardi del PD, cosi’ scopriremo che la soluzione non erano loro
6) Si salvi chi puo’ 1: Emigrazione di massa in Svizzera, con richiesta di asilo politico
7) Si salvi chi puo’ 2: formiamo un gruppo di intellettuali ribelli che cavalchi il dissenso per diventare classe dirigente tra 20 anni e mangiarsi gli avanzi dei sessantottini









































