Archive for Ecologia/Ambiente
LA MORTE DEL RICICLO E’ L’INCENERITORE.
Se c’è qualcosa che non riusciamo a trasformare, la soluzione non è incenerire, ma rivedere il nostro modo di produrre le merci. (Barry Commoner)
NOI SOTTOSCRITTI, LIBERI CITTADINI, ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI in riferimento al progetto di costruzione della seconda linea dell’Inceneritore di Massafra presentato dall’Appia Energy, facciamo osservare che:
NUMERO DI IMPIANTI In un raggio di territorio di circa 12 Km., tra Massafra e Taranto, ci sono già 4 impianti di incenerimento, tre che bruciano CDR (Taranto, Statte, Massafra) e uno che brucia rifiuti speciali (Taranto-Statte).
SALUTE In letteratura scientifica ci sono numerosi studi sui danni ambientali e alla salute derivanti dalla presenza di inceneritori in un territorio. Tali studi riguardano i composti volatili dei fumi (particelle che sfuggono a qualsiasi tipo di filtro, perché prodotte dall’alta temperatura di combustione che combina gli elementi chimici in modo imprevedibile), le ceneri leggere e pesanti classificate come rifiuti tossici e pericolosi, gli stessi filtri che trattengono diossine e metalli pesanti, cancerogeni e mutageni, le acque di lavaggi smaltite come rifiuto tossico. Il Principio di precauzione nella valutazione costi/benefici impone in caso di dubbio di scegliere l’opzione che tutela maggiormente la salute delle persone e l’ambiente. Nel caso specifico il dubbio è legittimato da una letteratura medico-scientifica che non esclude la possibilità di rischi seri derivanti dalle emissioni gassose e dalla gestione delle ceneri tossiche (cfr. IV rapporto della Società britannica di medicina ecologica- 2005). I costi delle cure per patologie connesse all’insediamento di inceneritori sono, per i singoli e per la società, enormemente più alti di quelli derivanti da una corretta gestione dei rifiuti che invece si pone da un lato come una vera opera di prevenzione dei danni alla salute e dall’altro costituisce la premessa per rendere superfluo il ricorso all’incenerimento.
AGRICOLTURA I prodotti provenienti da zone limitrofe a inceneritori vengono dequalificati anche in forza di una Direttiva comunitaria. In un territorio fortemente legato all’agricoltura come il nostro, questa inevitabile dequalificazione può solo avere una ricaduta fortemente negativa sull’economia locale, limitando i consumi interni e l’esportazione.
ACQUA Non può ritenersi irrilevante per un territorio privo di acque proprie il fabbisogno per le due linee di 150.000 mc/anno di acqua pari a 10 litri al secondo.
OCCUPAZIONE La realizzazione dell’impianto, sia in fase di costruzione che in fase di esercizio genera pochissima occupazione rispetto a un sistema di raccolta differenziata porta a porta (per ogni impiegato nella centrale se ne avrebbero 15 in un sistema razionale di gestione dei rifiuti!).
RESPONSABILITA’ CIVICA Si deresponsabilizza il cittadino, disincentivando la sua volontà di differenziare e illudendolo con la falsa idea che il rifiuto bruciato sparisca completamente risolvendo tutti i problemi. Il ciclo completo della combustione produce circa il 40% di rifiuti speciali, tossici e pericolosi, da smaltire con notevoli costi in discariche idonee.
TRAFFICO Non si può sottovalutare l’impatto sul traffico e sull’inquinamento acustico e chimico derivante dall’aumento del numero di camion che transiteranno sulla statale (34 al giorno previsti dalla stessa SIA in fase di esercizio + quelli che dovranno portare via le 34 mila Ton/anno di rifiuto speciale prodotto dalla sola seconda linea)
CORRETTA GESTIONE DEI RIFIUTI
L’eventuale incenerimento dei rifiuti è previsto dalla Normativa europea e nazionale solo alla fine di un circolo virtuoso che parte dalla riduzione dei rifiuti, passa per il riciclo, il riutilizzo, il compostaggio. Se questo fosse il percorso normale dei rifiuti, a termine del ciclo ci troveremmo davanti a una quantità molto esigua di residui ancora da smaltire tale da rendere diseconomico il loro incenerimento e altre soluzioni, già sperimentate altrove, sarebbero possibili. Invece le modalità proposte scelgono di utilizzare l’opzione dell’incenerimento come risoluzione di un processo che non è stato mai avviato.
La scelta di attivare una seconda linea di incenerimento rappresenterà la morte di qualsiasi progetto razionale di gestione dei rifiuti (è noto che nei territori dove esiste un inceneritore la raccolta differenziata o non parte affatto o raggiunge un livello massimo del 35% condizionato dalle esigenze di conferimento di quantità fisse giornaliere di CDR necessarie per alimentare la combustione.
RESA ENERGETICA Ai fini della valorizzazione del rifiuto il rendimento energetico derivante dalla combustione è notevolmente inferiore a quello che si ottiene dalla raccolta differenziata spinta.
SI RICORDA CHE SENZA GLI INCENTIVI STATALI PREVISTI DAI CIP 6 CHE ASSIMILANO I RIFIUTI ALLE FONTI RINNOVABILI, LA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA DA RIFIUTI SAREBBE DISECONOMICA.
PROGETTARE E REALIZZARE UN CORRETTO PERCORSO DI GESTIONE DEI RIFIUTI È UN ATTO DI CIVILTÀ PERCHÉ COINVOLGE TUTTI NELLE RISOLUZIONE DEL PROBLEMA.
INCENERIRE È UN ATTO DI CECITÀ POLITICA PERCHÉ CON ESSO SI COLLABORA (CITTADINI E AMMINISTRATORI) A NASCONDERE IL PROBLEMA.
All’Amministrazione Comunale chiediamo:
Immediatamente di esprimere un parere negativo motivato sulla costruzione di questa seconda linea, richiamando il principio di precauzione che, in una situazione di incertezza scientifica, impone di operare scelte e adottare norme tese a evitare possibili effetti nocivi sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani senza attendere i risultati della ricerca. Si eviterebbe in questo modo un nuovo insediamento insalubre in un territorio come il nostro che ha già importanti problemi di inquinamento e da anni è indicato come area a rischio.
In ogni caso di attivarsi per identificare i vari passaggi amministrativi di competenze dell’Amministrazione per bloccare il progetto o ottenere una moratoria che sospenda l’iter autorizzativo.
L’impegno a rendere protagonista la popolazione nel processo decisionale:
Informandola con gli strumenti usati abitualmente per la comunicazione: l’affissione di manifesti, sito web del Comune, informativa alla Consulta delle Associazione …
Favorendo la formazione di una coscienza con pubblici dibattiti.
Coinvolgendola in queste scelte che riguardano il nostro territorio, la nostra salute, il nostro futuro con un referendum consultivo, da indire entro tre mesi su iniziativa dell’Amministrazione, così come previsto dallo Statuto comunale.
Di valutare di pubblico interesse la corretta gestione dei rifiuti e organizzare la raccolta differenziata spinta con l’obiettivo di arrivare in tempi brevi all’obiettivo ‘rifiuto zero’, come hanno fatto già diversi comuni (Modugno e altri comuni del Salento). Una tappa intermedia potrebbe essere il 78% di raccolta porta a porta di Rutigliano.
Con questa scelta il Comune si porrebbe in linea con la normativa europea e italiana che obbliga a sviluppare un sistema basato sulla riduzione dei rifiuti, sul riuso, il riciclaggio, il recupero, il compostaggio. La parte restante potrebbe essere avviata a Trattamenti Meccanici-Biologici senza ricorrere all’incenerimento che pur in questa fase conclusiva è previsto come possibile dalla normativa italiana. Su questa parte residuale del ciclo virtuoso dei rifiuti il legislatore e i produttori dovrebbero avviare una riflessione scientifica per sostituire gradualmente nel tempo quelle materie che non trovano una collocazione in un ciclo naturale con altre che invece si inseriscano nel sistema natura.
In questa ottica si invita l’Amministrazione ad adottare la recente proposta che il Parlamento europeo ha fatto alla commissione in data 20 aprile 2012, in vista della definizione del Settimo Programma d’Azione in materia di Ambiente (PAA). Questa proposta ribadisce la gerarchia prevista nella Direttiva quadro sui rifiuti, come abbiamo sintetizzato al punto 3, e pone il divieto di incenerimento dei rifiuti che possono essere riciclati o compostati.
Il Parlamento sottolinea anche “l’importanza fondamentale d’informare i cittadini sulle politiche ambientali ….in considerazione del fatto che le istituzioni non possono creare unilateralmente un ambiente migliore per una vita migliore senza il contributo della società stessa”.
Questa scelta proietterebbe l’Amministrazione nel contesto del futuro sostenibile. E’ un’occasione da non perdere per essere in questo campo in una posizione di avanguardia. L’alternativa è rimanere ancorati a un passato che ormai è sconfessato dalla più oculata letteratura scientifica e dalla riflessione normativa a livello mondiale e europeo
Di non metterci di fronte alla “misera” scelta di accettare l’ampliamento in cambio di una riduzione drastica della tassa rifiuti: LA NOSTRA SALUTE E LA NOSTRA DIGNITA’ NON POSSONO ESSERE BARATTATE CON IL DENARO!
L’impegno a dare continuità al dialogo instaurato con il Comitato per la Corretta Gestione dei Rifiuti, includendo il medesimo Comitato in un processo decisionale che sia partecipativo, trasparente e condiviso, volto al benessere della collettività e che privilegi criteri di eticità, sostenibilità, rispetto per il diritto alla vita e alla salute nostra e delle future generazioni.
Massafra, 1 maggio 2012
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E’ morto un lavoratore.
Un altro.
Aveva lavorato al petrolchimico di Brindisi.
Anche lui.
Si chiamava Vincenzo Di Totaro.
E’ morto di lavoro, con ogni probabilità.
E’ morto di angiosarcoma epatico, una malattia rara del fegato.
Un tumore, nel quale il cloruro di vinile monomero (cvm) lascia le impronte digitali come causa certa di quella neoplasia.
Il cvm era la sostanza base delle lavorazioni del petrolchimico di Brindisi.
Il cvm provoca cancro, non solo l’angiosarcoma che ha ucciso Vincenzo Di Totaro.
Il cvm, forse insieme ad altre sostanze, ha causato, con grande probabilità, la morte di tanti altri lavoratori, di tanti compagni di lavoro di Vincenzo Di Totaro.
Su questo a Brindisi si è tenuto un procedimento penale nevralgico, determinante per scoprire le cause e i responsabili di quelle morti da lavoro.
E’ stato archiviato perché si è ritenuto che, nel caso dei lavoratori morti del petrolchimico di Brindisi, non vi fosse la prova del nesso causale tra l’esposizione a cvm e le varie malattie tumorali che avevano sterminato decine di persone che con questa sostanza avevano lavorato.
E’ stato archiviato perché non c’era nessun caso di angiosarcoma epatico tra i malati e i morti di Brindisi.
Salute Pubblica non è stata d’accordo con quell’impostazione, con quella richiesta di archiviazione e con la conseguente archiviazione.
Abbiamo denunciato lacune ed errori nelle indagini, specie in quelle di natura scientifica, specie in quella epidemiologica tra i lavoratori del petrolchimico.
Abbiamo, comunque, cercato di “usare” quel procedimento penale, il lavoro enorme che vi era stato fatto, i dati che, in ogni caso, erano stati enucleati, in chiave di tutela della salute pubblica, se non anche di perseguimento della verità e della giustizia per decine di morti da lavoro: abbiamo chiesto che gli studi condotti sulle coorti lavorative di Brindisi e Manfredonia fossero riesaminati ed aggiornati per ragioni di salute pubblica secondo il presupposto che i gruppi più esposti a quei cancerogeni lavorativi (CVM, PVC ed arsenico) debbano essere confrontati non già con la popolazione generale ma con gruppi di lavoratori della stessa industria meno esposti o, meglio ancora, non esposti affatto ai cancerogeni su descritti.
Abbiamo raccolto la disponibilità di Arpa Puglia, in tal senso.
Confermiamo quelle critiche a quell’indagine penale; confermiamo questa richiesta a tutte le Autorità di tutela della salute pubblica, dal Direttore Generale della A.S.L. di Brindisi al Presidente della Regione Puglia al prossimo Sindaco di Brindisi.
Quest’ ulteriore evento luttuoso richiama, inoltre, l’urgenza di attivare la sorveglianza dei lavoratori ex esposti ad amianto e ad altri cancerogeni anche attraverso la riapertura almeno degli ambulatori di medicina del lavoro.
Ma, soprattutto, vogliamo ancora sperare che, come accaduto a Venezia, almeno ad un morto da lavoro, almeno a Vincenzo Di Totaro sia data giustizia.
In caso contrario, ora che “c’è l’angiosarcoma”, non ci sarebbero più alibi per nessuno.
Specie per gli uomini e le donne della giustizia.
Stefano Palmisano – Salute Pubblica
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Giuseppe Serravezza, medico e presidente della Lega italiana per la lotta ai tumori (Lilt) di Lecce, è il primo firmatario di un documento sottoscritto dalle associazioni ambientaliste e per la salute che segue i lavori del convegno del 19 marzo “Energie rinnovabili in Puglia, sostenibilità ambientale e sanitaria”.
Il documento si propone di apporre alcuni cambi alla legislazione italiana, regionale, provinciale e comunale, tentando di dare alle politiche paesaggistiche, territoriali, energetiche, ambientali, sanitarie e sociali un indirizzo meno scellerato e più sostenibile.
Un documento ambizioso che critica aspramente l’operato del governo, le incongruenze del Piano energetico ambientale regionale (Pear) e cerca invece di alzare la barra della discussione alle raccomandazioni del Piano paesaggistico territoriale regionale (Pptr) e della visione del Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp) del 2008, che vedono nel Salento una sorta di parco naturale e culturale da tutelare.
C’è tanto da fare, però, e la strada intrapresa, almeno secondo la visione dei firmatari, è quella sbagliata
La Puglia paga anzitutto un prezzo orribile alla presenza dell’obsoleta energia termoelettrica alimentata a carbone dalle centrali di Brindisi e Taranto: 8mila tonnellate annue che hanno già ammorbato la salute pubblica, e che non sono neanche state ripensate a seguito della riconversione alternativa che la Puglia si è fregiata di perseguire come capofila delle regioni meridionali.
Il risultato è un gigantesco crocevia di sprechi che genera un aumento dell’offerta, e dunque del consumo, di energia elettrica, con tanti saluti alla sostenibilità e ai criteri di contenimento e riduzione dei consumi che davvero sarebbero utili all’Italia.
La via maestra per gli ambientalisti è rappresentata dalla cosiddetta generazione distribuita, ovvero dalle microimprese che realizzano impianti capillari sul territorio laddove ce n’è bisogno, senza spese né ricadute significative sulla salute perché non richiede massicce revisioni della rete esistente, cosa che invece accadrà con i macroimpianti già presenti sul territorio.
Il possibile scenario rappresentato ha alcuni difetti, veri o presunti: non si parla di bonifiche dei territori, e questo rappresenterebbe una grande possibilità di impiego visti gli scempi commessi sulle spalle dei cittadini prima inconsapevoli e poi incoscienti. E poi non avvantaggia le lobbies che contano, quelle delle grandi aziende italiane ed estere, e rischia di essere una carta decisiva per la libertà dei cittadini, cosa che come sappiamo è troppo rischiosa.
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I più grandi giacimenti d’Italia si trovano in Basilicata ed in Sicilia. Proprio in due delle più povere regioni dello Stivale. Ciò significa che il petrolio non porta ricchezza al nostro Paese. Sono gli investitori stranieri (ENI, Esso, Total…) che si arricchiscono. Sono bassissime le percentuali dei profitti del petrolio trivellato dal nostro sottosuolo che restano in Italia. Le royalties che ci riconoscono sono irrisorie.
Il governo inoltre, é molto compiacente sull’operato delle compagnie petrolifere, che molto spesso agiscono nella più completa inosservanza delle normali regole per la salvaguardia dell’ambiente e dei cittadini che vivono nei pressi dei giacimenti. É così che in Val D’Agri, in Basilicata, dove si trova il più produttivo giacimento italiano, si é trovato petrolio nel miele, le dighe sono inquinate, ci sono costanti morie di pesci, sorgenti idriche sono state chiuse, rifiuti della trivellazione vengono stoccati illegalmente su tutto il territorio circostante. Tutti i vigneti, meleti e campi di ortaggi nelle vicinanze sono stati contaminati.
In tutto ciò, il Ministero dell’Ambiente che ruolo svolge? Avete mai sentito parlare del disastro ambientale lucano? Avete mai sentito di salatissime multe ai responsabili di tutto ciò? Controlli, indagini, analisi, provvedimenti legali, cause giudiziarie…
In Norvegia, il governo pubblica pagine web mettendo a conoscenza tutti i cittadini dei problemi d’inquinamento e salute che le trivellazioni comportano. Ha elargito milioni e milioni di risarcimenti ai cittadini che hanno subito disagi o problemi di salute a causa del petrolio. Da noi tutto tace.
In Val D’Agri si produce soltanto il 6% del fabbisogno di petrolio italiano. Un disastro ambientale simile, vale il 6% e le bassissime royalties che rimangono in Italia? Perché allora il nostro governo é così accondiscendente verso le compagnie petrolifere? Che cosa ci guadagna? Niente. Gli investimenti di 15 anni fa, che le compagnie petrolifere hanno fatto in Italia per aver il permesso di trivellare il nostro suolo, sono stati accolti a braccia aperte dal Governo Italiano. Molti soldi subito, tanti soldi persi in prospettiva futura. Una sorta di pagamento “una tantum” ha spalancato le porte alla devastazione della Basilicata ed a un futuro di trivellazioni poco redditizie per gli italiani. Gli investitori stranieri, consci della connivenza e incapacità contrattuale del nostro governo, hanno colonizzato i nostri giacimenti.
Le poche e scandalose leggi italiane sull’estrazione di petrolio, giocano tutte a favore delle compagnie petrolifere. La salute degli italiani non interessa al nostro esecutivo: ecco che i limiti legali per l’emissione di Diossina e Idrogeno Fosfato sono migliaia di volte superiori alla maggior parte degli altri paesi. Il Decreto Prestigiacomo del 2010 pone a 9 km il limite da riva per le trivellazioni in mare. In California il limite é di 160 km. Che protezione può offrire al turismo, alla pesca, alla salute dei nostri bassi fondali un limite da riva così ridicolo? Finchè politici inetti e collusi si troveranno a decidere per la nostra salute, per tutti noi saranno guai seri. In Basilicata, per colpa di certi politici, sulle fette biscottate del mattino, si spalma del miele aromatizzato agli idrocarburi.
In Abruzzo (ad Ombrina Mare ed a Ortona), a Pantelleria e alle Isole Tremiti solo l’ostracismo dei cittadini che hanno subissato il Ministero dell’Ambiente di petizioni, lettere d’opposizioni, class action e ricorsi al TAR, hanno permesso che le trivelle si fermassero, scongiurando così nuovi disastri ambientali Made in Italy.
Le istituzioni italiane non funzionano. Della nostra salute se ne fregano, ergo, i nostri problemi ce li dobbiamo risolvere da soli. Il primo passo per far valere i nostri diritti é l’informazione. Un popolo attivo ed informato non potrà mai più essere sottomesso.
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Proprio non se ne fanno una ragione, evidentemente.
L’idea che la tutela dell’ambiente e del lavoro, o meglio dei diritti, della salute e della vita stessa di chi lavora, possa, debba costituire un vincolo, un laccio (o lacciuolo, non ho mai colto fino in fondo la qualificante differenza che passa tra i due termini del binomio a base della perspicua vulgata confindustriale) per i sacri dogmi di “libertà di iniziativa economica sancito dall’articolo 41 della Costituzione e [….] di concorrenza sancito dal Trattato dell’Unione europea” deve risultare davvero incomprensibile, al limite dello sconcertante, per il Governo dei Professori di tecnica aziendale, invero debitamente spalleggiato in ciò, seppure in posizione vagamente prona, dalla fiera assise parlamentare che oggi rappresenta questo degno Paese.
E le recenti, sobrie, evoluzioni parlamentari del c.d. “Decreto semplificazioni”, in sede di conversione, ne sono solo l’ultima, in ordine di tempo, illuminante conferma.
L’8 marzo scorso, infatti, la Camera ha approvato in blocco (non avrebbe potuto fare granché di differente, invero, stante la questione di fiducia posta dal Governo) il testo di legge licenziato dalle competenti commissioni, tra cui l’ormai rinomato art. 14 in materia di “Semplificazione dei controlli sulle imprese”.
Levigato un minimo nelle sue più vistose asperità di stretta e ottocentesca ispirazione filo-padronale, quale la previsione del testo originario, culturalmente rivelatrice, per la quale i regolamenti “al fine di promuovere lo sviluppo del sistema produttivo e la competitività delle imprese e di assicurare la migliore tutela degli interessi pubblici” avrebbero dovuto esser emanati dal Governo “sentite le (sole) associazioni imprenditoriali”, senza alcun riferimento alle organizzazioni sindacali; ripulito appena da autentiche perle di macchiettismo legislativo, come la “collaborazione amichevole” tra controllori e controllati, che ben poco aveva da invidiare alle più alte vette di tecnica redazionale di limpido conio berlusconiano; rabberciato alla meglio nelle ulteriori “smagliature”, per usare una pietosa litote, che produceva nell’apparato di controlli e, dunque, di sanzioni, già di suo non proprio draconiano, in materia di sicurezza sul lavoro, il “Decreto semplificazioni” approvato dalla Camera proprio non ce la fa a rendere più semplice, per non dire più sicura, la tutela dell’ambiente e, dunque, della salute pubblica, per ricorrere anche qui ad un delicato eufemismo.
Non è nato per questo, semplicemente.
Lo sforzo massimo, letteralmente titanico, si può facilmente immaginare, che le commissioni parlamentari sono riuscite a produrre per ridurre l’impatto potenzialmente devastante, vieppiù in questo Paese già, in sé, notoriamente pregno di etica pubblica e di spirito legalitario, di queste escrescenze terminali di thatcherismo normativo non è riuscito ad andare oltre la, pur lodevole, sottrazione della materia della sicurezza dei lavoratori al meccanismo della certificazione (privata) al posto dei controlli (pubblici), previsto dall’art. 14, c. 4, lett. f), acuta intuizione legislativa che tante magnifiche sorti e progressive dischiude alla tutela dei beni giuridici, o meglio dei beni comuni, oggetto di questo scambio.
Chiedere di estendere la deroga, di cui al comma 6, nei confronti del su citato meccanismo anche all’ambito della tutela dell’ambiente e, quindi, della salute pubblica era pretendere troppo da questo Governo e da questo Parlamento.
Un Governo che continua a mostrare, per facta concludentia, di considerare l’ambiente poco più che una cartolina illustrata, o meglio una natura morta, con cui ornare sobriamente le stanze di Palazzo Chigi ove si lavora alacremente per rendere più bello e ubertoso l’unico ambiente che a questo Esecutivo sta davvero a cuore: quello “imprenditoriale” (come da relazione di accompagnamento, pag. 2, al disegno di legge per la conversione del decreto in esame).
Eppure, in una siffatta augusta compagine ministeriale di diplomatici, dotti, medici e sapienti, non dovrebbe esser difficile trovare qualche diplomato che ricordi che, ormai da decenni, la giurisprudenza della Corte di Cassazione e, soprattutto, della Corte Costituzionale fondano il diritto all’ambiente salubre, ossia l’obbligo per gli apparati dello Stato di tutela dell’ambiente, oltreché nell’art. 9 della Costituzione (per il quale “La Repubblica tutela il paesaggio…”), anche e soprattutto negli articoli 32 (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”), così riconoscendo espressamente l’inscindibile legame tra tutela dell’ambiente e difesa della salute, e 41 (“L’iniziativa economica privata …. non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”), in questo modo qualificando apertamente la tutela dell’ambiente come limite e condizione, ossia come priorità, rispetto allo stesso diritto all’iniziativa economica privata.
Ma, ancor più bizzarro è l’approccio che questo Esecutivo, finissimo distillato di europeismo in purezza, ha alla normativa comunitaria in materia di tutela ambientale: semplicemente, nelle formulazioni di principio la omaggia, nei fatti, ossia nelle norme concrete, la rimuove.
Difatti, lo stesso art. 14 del “decreto semplificazioni”, quello che contiene tutte (ed altre ancora) le gemme sopra sinteticamente elencate, si apre, al suo primo comma, con un’espressa (ovvia) clausola di salvezza di “quanto previsto dalla normativa dell’Unione europea”.
Anche in questo caso, dunque, non pare fuori luogo stupirsi che nessuno degli innumerevoli specialisti in “quello che ci chiede l’Europa” che annovera questo Governo abbia rammentato che il Trattato sull’Unione Europea, nella sua versione in vigore dal 1 dicembre 2009, ossia quella consolidata a seguito delle modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona il 13 dicembre 2007, al suo art. 3, c. 3, statuisce che “L’Unione [....] si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente.
Attendiamo frementi, di sapere dal Governo bocconiano come si possa, in Italia, garantire seriamente “un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità ambientale” solo con un “certificato” invece che con un apparato di regole, di procedure, di controlli e di sanzioni certo, effettivo e idoneo ai fini ed agli obiettivi su citati, fondativi della stessa Unione Europea.
Il timore è che lo scopriremo solo vivendo, per dirla come il poeta. Anzi, solo inquinando.
Stefano Palmisano
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Abusivismo, mafia, corruzione: tutti i reati collegati al ciclo del cemento e delle costruzioni costituiscono una piaga non soltanto del Sud Italia ma dilagano anche al Nord. Questo uno dei dati emersi da Cemento Spa, il dossier di Legambiente presentato ieri mattina a Genova, in occasione della XVII Giornata contro tutte le mafie, organizzata per sabato a Genova dall’associazione Libera.
Il dossier offre un preoccupante ritratto del malaffare che si annida nel ciclo del cemento e rivela che negli ultimi cinque anni anche il Nord-Italia ha registrato dati allarmanti che indicano come questi fenomeni non siano una prerogativa soltanto del meridione. Dal 2006 al 2010 nel Nord Italia sono state accertate oltre 7.000 infrazioni legate al ciclo del cemento, quasi 10mila persone sono state denunciate, 9 arrestate e 1 migliaio di beni sequestrati.
La regione con il più alto numero di reati è la Liguria. Al secondo posto c’è invece la Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Valle D’Aosta. Tra le province del Nord la più colpita è Imperia, seguita da Genova (401), Savona (398) e Sondrio (398). Il maggior numero d’infrazioni si concentra dunque nell’Italia Nord occidentale.
È stato il vorticoso giro d’affari che ruota attorno all’edilizia, oltre che alle grandi opere pubbliche, a far divenire il Nord Italia appetibile per la criminalità organizzata, i cui insediamenti risalgono ai tempi del ‘confino’ dei capi clan siciliani, calabresi e campani.
A muovere la mafia del cemento è un vorticoso giro d’affari collegato alla corruzione e all’abusivismo edilizio. Secondo le stime della Corte dei Conti, buona parte dei 60 miliardi di euro ‘fatturati’ ogni anno nel nostro Paese dalla corruzione può essere ricondotta al sistema degli appalti pubblici e alla ‘valorizzazione’ immobiliare del territorio. Soltanto nel 2010, rivela Legambiente, il mattone illegale ha fatturato, secondo i dati elaborati dalla nostra associazione, almeno 1,8 miliardi di euro.
Enrico Fontana, Responsabile Osservatorio Ambiente e Legalità Legambiente ha spiegato che il dossier mostra come l’intreccio tra illegalità, corruzione e mafie nel ciclo del cemento costituisca una seria minaccia per l’economia e l’ambiente del Nord Italia. “Dopo aver saccheggiato e impoverito il Mezzogiorno – continua Fontana – i clan stanno sempre di più trasferendo il loro sistema d’imprenditoria criminale nel resto del Paese, sfruttando disattenzioni, sottovalutazioni del problema, vere e proprie complicità”. Ecco perché è necessaria “una reazione forte e immediata da parte di tutti: dalle istituzioni a chi ha responsabilità politiche, dalle imprese ai cittadini”.
Per combattere gli illeciti, Legambiente rilancia tre proposte specifiche. La prima riguarda l’approvazione da parte del Parlamento di un efficace sistema sanzionatorio contro la corruzione che preveda, in particolare, la ratifica della convenzione di Strasburgo del 1999, l’introduzione nel nostro codice di delitti come il traffico d’influenze illecite, la corruzione tra privati, l’autoriciclaggio.
La seconda proposta dell’associazione consiste nell’introduzione nel Codice penale di quei delitti contro l’ambiente, sollecitati dalla direttiva 2008/99/CE, che rappresentano uno strumento indispensabile contro i fenomeni di aggressione illegale al territorio e alle risorse naturali.
Legambiente sottolinea infine l’importanza di definire un Piano nazionale di lotta all’abusivismo edilizio, che individui insieme a Regioni ed enti locali tutti gli strumenti utili per stroncare la mafia del cemento.
Alessandra Profilio
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Il film, Sporchi da morire nasce da alcune domande: è vero che gli inceneritori fanno male? Perché in Italia si continuano a costruire questi impianti mentre nel resto del mondo si stanno smantellando? Quali sono i rischi concreti per la salute? Quali sono i danni provocati dalle nano-particelle emesse dagli inceneritori? Quali sono le possibili alternative?
Con queste domande in testa comincia la ricerca di Carlo A. Martigli, scrittore e giornalista impegnato da sempre in inchieste scottanti.
Il film documenta le sue ricerche su internet che come in un romanzo, improvvisamente diventano reali: interviste, filmati, esclusivi reportage in giro per il mondo, tra l’Italia, gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra e l’Austria che faranno riflettere su un problema indicato da molti esperti come “invisibile inquinamento del nuovo millennio” che riguarderà i nostri figli e le future generazioni.
Sporchi da morire è un progetto italiano molto ambizioso e di ampio respiro internazionale grazie al coinvolgimento di esperti mondiali: il Professor Paul Connett, teorico della strategia “Zero Rifiuti”, il Dott. Stefano Montanari e la Dott.ssa Antonietta Gatti esperti e scopritori delle patologie causate da nano-particelle; la Dott.ssa Patrizia Gentilini, oncologa e membro dell’Associazione Medici per l’Ambiente, il biologo Prof.Gianni Tamino, Dott. Valerio Gennaro medico oncologo epidemiologo ISDE Italia, il dott. Federico Valerio Responsabile Chimica Ambientale IST di Genova, i sindaci delle città virtuose della Silicon Valley, Palo Alto e Barkeley, il sindaco di San Francisco Gavin Newson, il responsabile del Dipartimento Ambiente di San Francisco Jared Blumenfeld, i rappresentanti dell’IVS Francese – Dr. Calut e Dr. Laffont che sono i firmatari della più importante ricerca mondiale sul tema della pericolosità dell’incenerimento dei rifiuti, il prof. Dick Van Steenis che ha mappato la ricaduta dell’inquinamento sui bambini inglesi e bloccato 16 progetti in costruzione, il Dr.Luft, l’Associazione Rescue Workers Detoxification e la 911 Police Aid Foundation che si occupano delle persone ammalatesi per le inalazioni di nano-polveri dopo il crollo delle torri gemelle (circa 170.000 casi già accertati), i rappresentanti dei comitati nazionali ed internazionali, Padre Alex Zanotelli, Maurizio Pallante del Movimento Decrescita Felice, Greenpeace Italia, e tanti altri.
Un film-progetto al quale hanno già aderito migliaia di persone in tutto il mondo tanto da essere certificato come il film con i titoli di coda più lunghi del mondo i quali saranno presenti, grazie ad un piccolo contatore grafico, fin dai primi minuti del film.
Proiezione in provincia di Brindisi prevista a Torre Santa Susanna il 2 Maggio 2012 Via provinciale per Erchie presso Expo Libri – http://www.sporchidamorire.com
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Il 27 febbraio 2008 PeaceLink portò in tribunale un esposto con i risultati delle analisi di laboratorio sul pecorino contaminato dalla diossina. Cominciava un percorso difficile, ripido e pieno di ostacoli. Oggi possiamo dire che ne è valsa la pena. Ripetevamo spesso “nulla sarà come prima”. E così è stato.
TARANTO CAPITALE NAZIONALE DELLE EMISSIONI INQUINANTI
Taranto, capitale nazionale della diossina, chiede adesso giustizia. Dopo che per anni lo Stato italiano ha omesso di fare quello che l’Europa chiedeva. Dopo leggi ad aziendam e scandalosi silenzi. Dopo un’incredibile catena di cose non fatte e di prescrizioni non osservate. La diossina a Taranto è la storia di un segreto nascosto all’opinione pubblica ed emerso grazie all’impegno civile dei cittadini.
UN CASO SOTTO I RIFLETTORI NAZIONALI
Adesso finalmente lo scandalo è venuto allo scoperto. Taranto è sotto i riflettori nazionali. E lotta in nome di tutte le vittime dell’inquinamento. E’ il simbolo dell’Italia inquinata che chiede giustizia. Il desiderio di legalità e di giustizia rinasce dalla città più inquinata d’Italia e si fa impegno civile per tutta la nazione.
MAXIPERIZIA SULL’ILVA: DIBATTITO IN TRIBUNALE
Il 17 febbraio, tre anni dopo quell’esposto di PeaceLink, si avvera il sogno di poter chiedere giustizia. La maxiperizia sarà discussa in tribunale. Verrà finalmente avviato il percorso per accertare la verità su chi ha inquinato. La maxiperizia richiesta dal GIP Patrizia Todisco individua, oltre alla diossina, anche un mix di emissioni inquinanti che non ha eguali in Italia per varietà e quantità. Un’enciclopedia di veleni che l’Arpa Puglia ha quantificato negli ultimi anni offrendo una finestra di conoscenza in passato negata.
CATENA UMANA DI SPERANZA
Attorno al tribunale, simbolo della giustizia e della legalità, si stringeranno idealmente tutti i tarantini che hanno una speranza. Con la voce del silenzio giungerà un forte sostegno alla magistratura. Attorno al tribunale una catena umana abbraccerà gli allevatori. La città li sosterrà, fino alla vittoria.
PER NON MORIRE DI INQUINAMENTO
Una notizia ci ha rattristati in questa nostra lunga lotta. E’ morto con un tumore al cervello il pastore da cui PeaceLink prese il pecorino contaminato da diossina.
PeaceLink ringrazia tutte le associazioni che in questi anni si sono battute contro la diossina. In particolare il Fondo Antidiossina Taranto di Fabio Matacchiera.
PaceLink
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Per milioni di anni, l’uomo, non ha mai prodotto nulla che non fosse biodegradabile, o che non rientrasse nel naturale processo di decomposizione e trasformazione delle cose. L’aforisma di Lavoisier “Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”, calzava a pennello con la realtà di un tempo ma, oggi, quest’affermazione si scontra con la tragica e incontrovertibile realtà presente dove, a mutare, sono i sogni e le speranze del futuro, trasfigurati in incubi e quotidiano sconforto.
Migliaia di fabbriche fumanti, eruttano sul territorio, 24 ore su 24, spazzatura di ogni genere, rifiuti tossici e speciali, scorie radioattive ed altro, sommergendo le nostre vite e il nostro futuro.
La spazzatura fa il suo debutto in società, una sessantina di anni orsono, quando, per una singolare concomitanza, la nostra cara TV faceva per la prima volta la sua apparizione, nelle case degli italiani. Che ci sia un nesso logico fra spazzatura e televisione? Assolutamente si.
Queste due inquietanti entità, sono legate, tra di loro, a doppio nodo e sono le due facce di una stessa medaglia.
E’ innegabile che, con l’avvento della TV commerciale, questa spazzatura (o merda sintetica), abbia avuto un incremento esponenziale incontrollato e, nessun inceneritore, oggi, potrà mai smaltire i miliardi di tonnellate di merda che il sistema vomita quotidianamente sulle nostre vite.
E poi non ci dimentichiamo di tutte le tonnellate di scorie tossiche e radioattive, disperse sul territorio e in fondo ai mari; c’è da rabbrividire! …
Oscurare le TV commerciali (tutte di tutto il mondo) è il primo passo al fine di risolvere in maniera sostanziale, il problema della spazzatura – congiuntamente, vanno definite regole ferree per quella pubblica.
Agli imprenditori, dovrebbe essere vietato ogni tipo di sponsor, finalizzato a propagandare prodotti di nessuna qualità ma, investire questo denaro per elevare al massimo la loro genuinità ed eccellenza. Questa è la vera e sola concorrenza!!!
Solo così riacquisteremo dignità.
Calciatori, piloti e combriccola, dopo decenni di vacche troppo grasse, dovranno drasticamente ridimensionare i loro ingaggi, non solo perché inverosimili, ma per rispetto a tutti quei lavoratori veri, che consumano la loro esistenza dentro fabbriche tossiche, per mille euro mensili.
A meno spazzatura, corrisponde più civiltà, e le condizioni necessarie per una vita, degna di essere vissuta.
Dal passato abbiamo ereditato città come Roma, Firenze, Venezia, Urbino e mille altre. Un patrimonio storico unico al mondo, baluardo di bellezza, cultura e autentica civiltà.
Noi, diversamente, consegneremo alla storia, lugubri casermoni in cemento depotenziato, ferro arrugginito e mattoni forati. Elementi di un’architettura che, abbiamo definito moderna e contemporanea, così da giustificarne l’orrore, il disgusto, l’incapacità e il vuoto culturale dei suoi sostenitori e fondatori.
Solo nel passato, possiamo scorgere le ragioni di un nostro futuro.
Gianni Tirelli
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Le grandi foreste del Mondo sono un enorme filtro per il clima mondiale. Mitizzano le temperature dell’intero pianeta formando una sorta di “enorme barriera invisibile” tra le zone fredde e le zone calde del pianeta. La deforestazione selvaggia però sta cambiando tutto; i polmoni verdi della Terra sono affaticati. Non riescono più a filtrare l’aria del Globo. Ecco perchè in Alaska ci sono 10 gradi e a Milano -17. Si sono invertite le temperature perché le grandi barriere dell’aria, le grandi foreste regolatrici del clima stanno morendo. Ogni anno perdiamo 13 milioni di ettari di alberi: una cifra insostenibile per il clima mondiale e l’unica causa é la scelleratezza dell’uomo.
É colpa dell’uomo quindi se Roma é stretta in una morsa di ghiaccio e Alemanno sta impazzendo; se in Alaska si passeggia in felpa; se ad Adelaide si sono toccati i 43 gradi centigradi (temperatura mai registrata in quelle zone da quando esiste la climatologia). La Terra si sta ribellando allo sfruttamento incondizionato dell’uomo.
Semplici capricci dell’imprevedibilità del carattere di Madre Natura o pericolosi azzardi umani? Il pensiero umano si divide: i maggiori esperti si dividono tra chi pensa che l’aumento dei gas ad effetto serra sia naturale e chi pensa che sia dovuto all’influenza umana. Chiunque abbia ragione, nel dubbio, non é il caso di limitare la produzione di CO2 prima che accada l’irreparabile? Prima che eventi climatici incontrollabili si abbattano su di noi? Proprio a questo scopo é nato il Protocollo di Kioto: il grande accordo di tutte le nazioni per contenere l’emissione di CO2.
Tra i grandi Paesi che non hanno firmato l’accordo ci sono USA e Cina, guarda caso i due Paesi più inquinanti del mondo. Solo loro rappresentano quasi il 40% dell’emissione mondiale di CO2. E allora perché non firmano l’accordo? Semplicemente perché ridurre la CO2 significa diminuire la produzione industriale. Per paesi come l’America e la Cina, evidentemente, generare capitali é più importante della salute del nostro Mondo. A loro non interessa che la vita per le generazioni future siano a rischio, che l’aria potrebbe diventare irrespirabile.
In conclusione riporto alcuni dati, che spero che allarmino voi, dato che gli scienziati che negano che la causa di tutto sia l’uomo, guarda caso principalmente americani e cinesi, non sembrano preoccuparsene:
- 115 milioni di ettari del pianeta sono stati colpiti da erosione quest’anno (+32%)
- 3,8 milioni da salinizzazione (+ 24%)
- nell’ultimo ventennio la siccità é raddoppiata.
- Le grandi alluvioni sono state 175, rispetto al ventennio passato sono quasi raddoppiate (furono infatti solo 95).
- Nel 1950 c’erano 8 milioni di km quadrati di ghiacciai artici. Oggi sono meno di 4.
- Dal 1900, i ghiacciai alpini sono diminuiti del 40%.
- Negli ultimi due secoli l’acidità complessiva delle acque marine (ph) é aumentata del 30%.
Che sia colpa della spregiudicatezza dell’uomo o dei capricci di Madre Natura, una cosa é certa: forse é il caso di iniziare a preoccuparsi. Una riduzione preventiva della CO2, l’unica causa che sembra accomunare tutti questi eventi climatici é davvero necessaria. La nostra Terra ci sta mandando dei segnali: d’altronde l’ultima volta che avete visto il Colosseo imbiancato, non era forse nel film “The Day After Tomorrow”?





















