Archive for Ecologia/Ambiente
Ieri sera il sindaco di Ostuni Tarzanella in consiglio comunale si è dilungato in un sermone intriso di tanta ignoranza che, qualora ve ne fosse bisogno, spiega in maniera chiara ed inequivocabile il perchè Ostuni è nelle disastrose condizioni in cui si trova.
Sulla questione rifiuti e raccolta differenziata ha raggiunto poi l’apoteosi. Di fronte al totale fallimento nell’organizzazione e gestione di questo importante servizio, invece di assumersi le sue responsabilità e chiedere in primo luogo scusa alla cittadinanza tutta e poi l’aiuto a chiunque fosse in grado di fornire un contributo per uscire dal totale stato di caos in cui ci si è impantanati, ha preferito fossilizzarsi sulle sue infondate convinzioni che sono la causa dei problemi che la città bianca sta avendo in fatto di raccolta dei rifiuti. Come dire che toccato il fondo invece di dare un colpo di reni per ritirarsi su si preferisce scavare.
E allora si continua a sostenere che la strategia Rifiuti Zero è utopia, una favola, senza sapere che solo in Italia sono centinaia i comuni che hanno adottato questa strategia dimostrando, come ho detto già migliaia di volte, che i benefici non sono solo di tipo ambientale ma anche e sopratutto economici, diminuendo considerevolmente i costi a carico del comune e quindi dei cittadini e creando numerosi posti di lavoro.
Ostuni 5 Stelle in questi ultimi periodi ha organizzato due eventi sull’argomento, affrontandolo da un punto di vista tecnico-scientifico, portando ad esempio comuni virtuosi che hanno intrapreso quella strada e mostrando i risultati ottenuti. A questi incontri (in)formativi non si è rilevata la presenza ne del sindaco, ne tanto meno dell’assessore all’ambiente. Forse, e dico forse perchè poi vi sono anche dei limti cognitivi che impediscono di comprendere semplici principi, se vi avessero partecipato un minimo dubbio che gestire i rifiuti correttamente senza far diventare la città una discarica a cielo aperto, raggiungendo percentuali di raccolta differenziata superiori al 80% con costi inferiori all’attuale e creando, al contempo, posti di lavoro sia possibile gli sarebbe venuto.
Invece no, si preferisce sbandierare i soliti vessilli ed utilizzare i numeri come più fa comodo. “Abbiamo raggiunto il 70% di raccolta differenziata” ripetuto più volte come un mantra forse più per convincere se stesso che gli altri. Un 70% de che? Di quanto raccolto, certo. Ma tutti i rifiuti non raccolti e dispersi nel territorio, non li vogliamo contare? Basterebbe, come ho già detto, osservarli i numeri ed analizzarli, non sbandierarli e allora ci si accorgerebbe che come per incanto il totale dei rifiuti generalmente prodotti ad Ostuni è magicamente calato di 1/3. Si tratta di circa 500 mila Kg di rifiuti ogni mese di cui non si ha alcuna traccia. Sono quelli che non vengono rititrati e che sono, appunto, dispersi nel territorio. Se si dovessero contare anche quei rifiuti ecco che la percentuale calerebbe al 35-40% che è la stima che feci un paio di anni fa nelle mie osservazioni al piano industriale dei rifiuti.
Ma ammettere i propri sbagli ed assumersene la relativa responsabilità non è certo caratteristica del sindaco di Ostuni che piuttosto si attorciglia in contorti discorsi arrivando a dire che aver previsto solo tre operatori per ritirare i rifiuti dell’intera area rurale (un territorio enorme con numerosissime abitazioni sparse qua e la) è stato un errore di calcolo, mentre in realtà è il frutto del lavoro di chi non sa proprio contare.
Non parliamo poi delle bandiere e delle velette sbandierate in continuazione per coprire le proprie vergogne e di cui ho parlato più volte. E, infine, taciamo pure (sarebbe come sparare sulla croce rossa) su una “opposizione” incapace persino di rispondere a tali assurdità.
Al Gent.mo Dott. Fabrizio Nardoni
Ass. alle Risorse Agroalimentari Regione Puglia
Lungomare Nazario Sauro 45, Bari, 70121
P.C. Gent.ma Dott. Angela Barbanente
Ass. Qualità del territorio, Assetto del Territorio, Beni Culturali, Urbanistica
Via delle Magnolie 6,8 – Modugno Z.I. – Bari
OGGETTO: LEGGE REGIONALE 11 aprile 2013, n. 12 “Integrazioni alla legge regionale 4 giugno 2007, n. 14 (Tutela e valorizzazione del paesaggio degli ulivi monumentali)”.
La nostra Associazione intende richiamare la sua attenzione sui gravi danni che con certezza saranno causati al patrimonio degli olivi monumentali pugliesi dall’applicazione delle recenti modifiche apportate alla legge regionale n.14/2007 con l’approvazione della L.R. 12/2013.
Sottolineiamo che lo spirito della legge 14/2007 era (e sarebbe dovuto restare) quello di tutelare gli olivi monumentali come “elementi peculiari e caratterizzanti della storia, della cultura e del paesaggio regionale” (art.1 comm. 1), mentre le modifiche recentemente adottate vanno esattamente nella direzione opposta.
Le Associazioni che, come la nostra, sono rimaste inascoltate, avevano segnalato già da tempo che le modifiche avrebbero favorito soltanto la speculazione edilizia e le lottizzazioni, come si evinceva chiaramente dalla lettura della relazione accompagnatoria che evocava “diritti acquisiti dai privati relativamente, ad esempio, alle aree edificabili, alle lottizzazioni, o al diritto degli imprenditori agricoli di fare reddito e, quindi, di poter riconvertire l’azienda”, facendo così finta di non sapere che la legge operava già da anni e che quindi gli eventuali diritti acquisiti in precedenza da parte di chiunque erano già stati salvaguardati.
In sostanza le modifiche recentemente approvate alla legge 14/2007 consentono l’espianto di olivi monumentali dislocati in aree periurbane, nelle quali era prevista la possibilità di edificare in conformità a piani attuativi di strumenti urbanistici generali adeguati alla legge regionale 31 maggio 1980, n. 56, riportando così l’attenzione all’ambiente e al paesaggio a quella di oltre 30 anni fa, derogando alla più severa previsione di edificabilità inserita nella legge 14/2007, limitata ad “opere i cui procedimenti autorizzativi siano stati completati alla data di entrata in vigore della presente legge”.
Ci risulta che mai nella Commissione tecnica che opera per l’applicazione della legge siano state bocciate proposte di miglioramento aziendale presentate da agricoltori, i quali in genere sono stati i più attenti e solleciti a documentare correttamente le loro richieste di autorizzazione secondo i dettami dell’art.13 della legge.
La Commissione ha sempre evaso anche tutte le richieste di edificazione pervenute (opere i cui procedimenti autorizzativi erano già stati completati alla data di entrata in vigore della legge: art. 11), bocciando soltanto quelle non in linea con i dettami della legge, non fondate e non documentate, presentate in genere da speculatori che nulla hanno a che fare con l’agricoltura.
Sono quelle che si vogliono favorire ora: citiamo ad esempio alcuni piani di lottizzazione, tecnicamente assurdi se non ridicoli, presentati – o che saranno ripresentati – da società i cui legali rappresentanti sono giovani e sconosciute imprenditrici rumene, polacche, russe.
Gli attacchi e le insofferenze alla legge di salvaguardia degli olivi monumentali non sono mai arrivati dal vero mondo agricolo!
Ecco dunque il fosco quadro attuale:
1- si potranno abbattere oliveti monumentali esistenti alle periferie dei centri urbani, in particolare a Monopoli e Fasano, dove è concentrato l’interesse all’espansione edilizia incontrollata. Non a caso i Sindaci di questi centri urbani non hanno mai voluto concordare nulla sulle aree da salvaguardare, mentre era proprio quella dell’immediata vicinanza di oliveti monumentali alle aree urbane la caratteristica paesaggistica da salvare.
2- La previsione di reimpianto degli olivi divelti è uno specchietto per le allodole: il senso della legge è di proteggere il “paesaggio degli olivi secolari” e la loro produzione, mentre le singole piante, riposizionate al di fuori di un contesto appropriato (nelle aiuole? negli spartitraffico? nei giardini condominiali? in altri ambienti?) non avranno alcun significato!
3- la previsione di un deposito fidejussorio come garanzia per l’attecchimento degli olivi divelti è un altro specchietto per le allodole: oltre a quanto detto al punto 2, vale la considerazione che il “valore” assegnato ad ogni singola pianta non potrà che essere irrisorio in relazione agli interessi in gioco.
Oggi che l’edilizia è ferma, e che si muove soltanto ad opera di gente che ha molti contanti e ben pochi scrupoli, quanto può contare una irrisoria penalità per il mancato attecchimento di un olivo spiantato?
E, in ultima analisi, un illecito arricchimento si può forse perseguire, un palazzo edificato in dispregio alle leggi si può talvolta abbattere, ma un olivo di 500 anni divelto non lo potrà mai restituire nessuno!
Certi di interpretare il pensiero di chiunque abbia buon senso ci appelliamo pertanto affinché questa modifica ad una legge che tutti invidiavano alla Puglia venga ridiscussa ed abrogata.
Restiamo in vigile attesa di notizie.
La presidente dell’Adirt
Il dissesto idrogeologico in Italia interessa l’82% dei comuni; 6 milioni di persone abitano in un territorio ad alto pericolo idrogeologico e 22 milioni in zone a pericolo medio. Secondo i dati ufficiali, 1.260.000 edifici, tra cui oltre 6.000 scuole e 531 ospedali, sono a rischio di frane ed alluvioni. Un’analisi, compiuta dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Consiglio Nazionale Ricerche (C.N.R,), rivela che tra il 1950 e 2012 si sono registrati 1.061 frane e 672 inondazioni. Le vittime sono state oltre 9.000 e gli sfollati o senza tetto piu’ di 700.000. Tali eventi hanno avuto impatto sui beni privati e collettivi, sull’industria, sull’agricoltura, sul paesaggio e sul patrimonio artistico e culturale senza considerare le implicazioni in termini psicologici ed occupazionali. Secondo i dati ANCE-CRESME del 2012, tra il 1944 ed il 2011, il danno economico, prodotto in Italia dalle calamità naturali, ha superato i 240 miliardi di euro, con una media di circa 3,5 miliardi di euro all’anno. Le calamità idrogeologiche hanno contribuito per circa il 25% al danno complessivo.
«L’impermeabilizzazione, cioè la cementificazione, è uno dei maggiori processi di degrado del suolo ed è un problema presente in tutta Europa, uno dei continenti più urbanizzati al mondo: si calcola che tra il 1990 e il 2006 si sia avuto un aumento delle aree di insediamento del 9% in media; in Italia si stima che il consumo del suolo nel periodo 1990-2005 sia stato di oltre 244.000 ettari all’anno (circa due volte la superficie del comune di Roma), in pratica oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio», ha denunciato Massimo Gargano, presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, che ha presentato a Roma il Piano 2013 per la Riduzione del Rischio Idrogeologico nel nostro Paese. «Diventa quindi una priorità continentale – ha proseguito Gargano – limitare e compensare l’urbanizzazione del suolo, impedendo l’occupazione di altre aree verdi».
Va anche ricordata la forte pressione dell’impermeabilizzazione sulle risorse idriche: un suolo può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro o circa 400 millimetri di precipitazioni; l’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia nel suolo, in casi estremi impedendolo completamente. L’infiltrazione di acqua piovana nei terreni, invece, fa si che essa impieghi più tempo per raggiungere i fiumi, riducendo la portata e quindi il rischio di inondazioni. Come già nel 1951, 1966, 1994, 2010, 2011, anche nel 2012, il mese di novembre è stato foriero di disastrose alluvioni: in Toscana, dove si sono registrati anche 7 morti ed in Umbria; nei giorni scorsi situazioni critiche si sono registrate anche in Emilia Romagna e Veneto. «Le cause – ha spiegato Gargano – sono molteplici: la variabilità climatica, l’eccessiva urbanizzazione, il disordine nell’uso del suolo, la mancata cura del territorio attraverso una costante manutenzione. In generale, molte delle calamità sono generate da eventi idrologici eccezionali, che si ripetono cioè non prima di 30 anni e di cui si può ridurre l’impatto solo attraverso azioni volte a rinforzare i territori fragili, provvedendo alla manutenzione idraulica, assicurando il funzionamento degli impianti idrovori ed il consolidamento degli argini».
Franco Brizzo
Se vogliamo darci una possibilità per poter uscire dal pantano economico e sociale in cui da tempo siamo ormai affossati abbiamo bisogno di un radicale cambio tanto nella politica quanto nel modello di sviluppo che vogliamo perseguire.
Abbiamo bisogno di conoscere quali alternative all’attuale modello ormai in profonda crisi esistono, quali le differenze, quali i benefici. Solo sapendo possiamo formarci un opinione e adottare delle scelte lungimiranti per il nostro futuro e di quello delle prossime generazioni.
Territorio Zero non è un semplice libro, ma un vero e proprio manifesto che fornisce alla cittadinanza e agli amministratori locali quegli strumenti informativi e strategici per poter programmare e quindi perseguire un modello di sviluppo in grado di rimettere al centro l’economia reale.
Per molto, anzi troppo, tempo strategie come Rifiuti Zero, Energia pulita ad emissioni zero oppure Km Zero sono state etichettate come battaglie ambientaliste. E’ ora di capire che tutto ciò riguarda invece anche l’economia e il lavoro.
L’invito è quindi a partecipare a questo importante appuntamento. Lunedì 29 Aprile alle ore 19 presso la sala mostre della biblioteca comunale di Ostuni. Vi aspetto.
Se c’è una cosa che fatico sempre più a sopportare sono le associazioni fintoambientaliste capaci solo di far petizioni ed organizzare eventi di sensibilizzazioni ma sempre ben attenti a non calpestare troppo i piedi dei politicanti che da decenni lasciano, col loro assenso o silenzio, che il nostro ambiente e il nostro paesaggio venga devastato. Anzi spesso le loro effigi sui palazzi della politica e le loro “certificazioni” distribuite secondo ignoti parametri vengono utilizzate da questi distruttori per coprire le loro vergogne.
Molte di queste hanno organizzato nei prossimi giorni una passegiata naturalistica nelle campagne di Cisternino insieme a molti assessori regionali espressione di una maggioranza che ha appena approvato una modifica alla legge che tutela gli ulivi monumentali per favorire l’avanzata del cemento e dell’asfalto. Una passeggiata per sensibilizzare la cittadinanza sulla campagna “salviamo il paesaggio – stop al consumo di territorio” e sulla salvaguardia degli ulivi monumentali.
Bene, bravi, bis.
Ma dove erano queste associazioni quando il comune di Ostuni sacrificava decine di ulivi monumentali per realizzare un’inutile bretella stradale di fronte alla zona industriale? Hanno forse detto qualcosa? Si sono mobilitati per evitarlo? E qualche settimana fa quando abbiamo fatto appello per evitare l’ennesima colata di cemento sulla costa qualcuno si è unito al nostro appello? Qualcuno ha proferito parola? Non che mi risulti. Tutti assolutamente in silenzio! Perchè? Perchè si raccolgono firme per tutelare gli ulivi e non si dice nulla quando vengono espiantiati per opere inutili? Perchè si sensibilizza la cittadinanza sugli effetti disastrosi della cementificazione e poi si tace quando uno dei pochi tratti di costa ancora naturale viene sacrificato in onore alla speculazione edlizia?
L’impresione è che queste belle iniziative servano solo a rendere “autorevole” la loro voce affinchè le loro effigi e le loro “certificazioni” possano sempre più coprire le vergogne di una malsana e vergognosa politica.
Come molti già sapranno ieri la Consulta si è espressa in merito alla costituzionalità del noto decreto “Salva Ilva” definendolo, aimé, legittimo. Senza entrare nel merito della sentenza sia perchè le motivazioni non sono state ancora pubblicate sia perchè la diatriba riguardava un conflitto di attribuzione tra Governo e Magistratura, vorrei cercare di focalizzare l’attenzione su quanto la Carta Costituzionale esprime nei suoi principi e se questi sono, in un qualche modo, rintracciabili nella città dei due mari.
Iniziamo dall’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Repubblica = Res Publica = Cosa pubblica. Invece Taranto è un affare privato, dove per privato si intendono le diverse industrie presenti capeggiate, senza dubbio alcuno, dalla famiglia Riva proprietaria dell’ impianto di produzione di acciaio più grande d’Europa. Anche il termine “democratica” associato nella Costituzione al termine Repubblica scompare in quel di Taranto, se così non fosse il Governo avrebbe fatto un decreto salvaTaranto e non certo salvaILVA. Per i buon temponi che sottolinearanno il “fondata sul lavoro” dico già che i principi sanciti sulla costituzione hanno tutti pari dignità e peso, nessuno di questi può escludere il godimento di tutti gli altri e comunque andrebbe fatta un attenta analisi di quanto lavoro queste industrie hanno distrutto nell’agricoltura, allevamento, turismo, ecc.
Passiamo all’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Già il paesaggio, quello del fu Bel paese considerato un fastidio e un ostacolo per la maggior parte della nostra classe politica. Sul patrimonio storico artistico ricordo che Taranto fi la capitale della Magna Grecia. Una città che andava tutelata e definita patromonio dell’umanità non certo devastata da un becero sviluppo industriale
Articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività“. La salute è quandi un diritto fondamentale dell’individuo ma al contempo un interesse della collettività, quindi di tutti noi compresi coloro che vivono a migliaia di kilometri da Taranto. Su questo aspetto potremmo scrivere all’infinito citando le varie patologie di cui soffrono le popolazioni di quel territorio e di quanto queste siano diffuse, ma credo che già sapere che nel sange dei bambini è stato trovato il piombo sia sufficiente a far accapponare la pelle ed urlare BASTA!
Il problema non è quindi se sia Costituzionale o meno il decreto salvaILVA ma rendersi conto che è Taranto in sè, con tutta la marmaglia di politici e industriali, ad essere anticostituzionale.
Nei prossimi giorni a Taranto si svolgerà un importante referendum. Purtroppo è stato escluso un fondamentale quesito, quello che prevedeva il totale reimpiego dei lavoratori nelle opere di bonifica, ma sarà comunque un importante momento di consultazione. E’ dal volere dei Tarantini che si deve partire. Dal ripristino della Repubblica Democratica.
In regione come ad Ostuni, il cemento unisce tutte le forze politiche che all’unisono come un branco di pesci si muovono verso la cementificazione del territorio. E così ecco approvata all’unanimità (anche qui un solo voto contrario) una deroga alla legge che tutela gli olivi monumentali che, quindi, potranno essere più facilmente sacrificati in onore del finto progresso e del falso sviluppo, ovvero asfalto e cemento.
Come al solito togli alla colletività per dare ai pochi. Questo deve essere il leitmotiv che ispira la nostra classe politica che ancora non riesce a capire dove sta la ricchezza di questo territorio e per l’interesse di pochi, quelli che gli garantiranno però molti voti, sacrificano l’agricoltura, il paesaggio, le bellezza naturali ed artistiche per continuare a sostenere un modello di sviluppo che ha ormai, in maniera chiara ed evindente, mostrato tutti i suoi limiti. Modello di sviluppo insostenibile tanto da un punto di vista ambientale che economico ed occupazionale che ci ha portato proprio in una profonda crisi da cui difficilmente potremo uscire attuando le solite ricette.
I nostri territori, il nostro paese non ha più bisogno di cemento avendo già costruito abbondatemente più del necessario, ma ha bisogno di più agricoltura. Un agricoltura di qualità come quella che gli oliveti monumentali possono consentire. Agli agricoltori gli andrebbe fatto un monumento, non tolto terreno. Abbiamo bisogno di paesaggio, quel paesaggio del fu Bel Peaese che becere politiche hanno saputo distruggere nonostante tutelato dalla nostra costituzione che tutti continuano, pur consentendo questi orrori, a decantare.
Abbiamo bisogno di una nuova classe politica capace di saper vedere e interpretare il futuro. Capace di dare avvio ad un nuovo modello di sviluppo correggendo gli errori del passato non perpetuandoli. Abbiamo bisogno che dal governo nazionale, regionale e comunale SE NE VADANO TUTTI A CASA!
Quante sono le unità immobiliari nel comune di Ostuni e quante di queste sono utilizzate e quante invece no o addirittura in stato di abbandono e degrado? Non si sa.
Eppure si continua a costruire, si continua ad approvare varianti al piano regolatore per nuovi insediamenti residenziali, commerciali, ecc. Ma se non si ha cognizione della situazione esistente, ovvero delle risorse immobiliari a disposizione su cosa gli amministratori locali pianificano il governo del territorio? Sul nulla, anzi sugli interessi dei costruttori che, nel caso specifico di Ostuni, guardacaso sono sempre gli stessi.
Il risultato di queste scelte è, da una parte, la perdita di valore delle unità immobiliari già esistenti e, ancor peggio una cementificazione sregolata che consuma suolo senza però dare alla città quelle strutture di cui necessita ma riempendola, invece, di unità immobiliari che non servono perchè già presenti in abbondanza.
Per capirci, in questi anni, le aree su cui si è edificato si sarebbero potute destinare a strutture di cui la città necessita. Una nuova e più adeguata sede per gli uffici comunali, un teatro comunale, impianti sportivi, ecc. Invece abbiamo visto spuntare come funghi palazzi, palazzi, palazzi e villaggi.
La prima cosa da fare per poter pianificare quindi lo sviluppo della città è avere piena cognizione della situazione avviando quanto prima il “censimento del cemento”, campagna avviata da oltre un anno dalla rete Salviamo il paesaggio. Solo su dati certi e ben definiti si può ben amministrare un territorio (sempre ammesso che sia questo l’obbiettivo).
Da anni seguo la campagna e le proposte di Sbilanciamoci. Oggi, in prossimità delle elezioni l’appello ai candidati e forze politiche ad un impegno per un’Italia capace di futuro: dalla parte dell’ambiente, della pace, dei diritti di cittadinanza, della giustizia sociale, di un’economia diversa.
Io non sono candidato e quindi la mia sottoscrizione lascia il tempo che trova, ma a leggere questi impegni mi pare di leggere una copia del programma politico del moVimento 5 Stelle.
Le prossime elezioni politiche del 24 e del 25 febbraio possono rappresentare un punto di svolta e di discontinuità rispetto alle politiche neoliberiste di austerity che hanno impoverito il paese e lo hanno fatto sprofondare nella recessione. Queste politiche hanno accentuato le disuguaglianze, aumentato la disoccupazione, indebolito il welfare, reso più precario il lavoro, messo in difficoltà le imprese.
Non è “l’Europa che ce lo chiede”: non occorre “restituire fiducia ai mercati”, politiche economiche alternative sono possibili. Da anni la campagna Sbilanciamoci! presenta il proprio rapporto per “usare la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la pace”. Il XIV rapporto è stato presentato a fine novembre del 2012 e contiene 94 proposte che, numeri alla mano, dimostrano che una differente legge di stabilità permetterebbe di investire nel rilancio dell’economia, in un nuovo modello di sviluppo ambientalmente sostenibile, in una redistribuzione della ricchezza e in una maggiore giustizia sociale.
Solo per fare alcuni esempi, se tagliassimo i crescenti contributi alla scuola privata, ci sarebbero maggiori risorse per quella pubblica. Senza educazione, ricerca ed alta formazione il paese non ha un futuro, servono investimenti pubblici nella qualificazione dell’offerta formativa, nel diritto allo studio, nell’edilizia scolastica e universitaria, nella ricerca. Se abbandonassimo la follia delle “grandi opere”, a partire dalla realizzazione dell’alta velocità in Val Susa, ci sarebbero le risorse per le “piccole opere” di cui ha bisogno il Paese, dalla mobilità sostenibile alla lotta contro il dissesto idrogeologico. Se rinunciassimo all’acquisto dei cacciabombardieri F35 e tagliassimo le spese militari del 20%, ci sarebbero le risorse per il welfare, per la cooperazione internazionale e per il Servizio Civile Nazionale e ne avanzerebbero anche per ridurre il debito pubblico. La politica estera del nostro Paese non può fondarsi sulle missioni militari all’estero, ma sulla cooperazione internazionale e la solidarietà. Una politica fiscale all’insegna di una maggiore progressività, consentirebbe una redistribuzione più equa della ricchezza. E via discorrendo.
Dall’ambiente alla sanità, dall’istruzione alle politiche di accoglienza dei migranti, dal contrasto alla corruzione alla lotta all’evasione e all’elusione fiscale, è in questa direzione che occorre impostare le future scelte di politica economica.
Siamo immersi in una crisi finanziaria, economica, sociale, ambientale, di democrazia. Per uscirne, il primo passo deve però essere culturale. Bisogna capovolgere un paradigma – quello del neoliberismo – costruendone un altro: quello di un’economia fondata sui beni comuni, la sostenibilità ambientale e sociale, l’uguaglianza e i diritti.
Scarica il rapporto 2013 di Sbilanciamoci.
Intorno al Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ) si registra una strana moria di persone e bestiame. Il poligono è destinato alla sperimentazione di arsenale bellico, ed è a disposizione di aziende private e dell’esercito. Poco distante sorge una discarica militare anch’essa coinvolta in un’inchiesta giudiziaria.
Non solo morti: nella stessa area le nascite sono ammorbate da malformazioni congenite e le informazioni riguardanti la pericolosità delle scorie latitano. Per questo motivo, in una regione che vive essenzialmente di pastorizia, accade che gli allevatori usino il materiale residuo delle esplosioni per accendere il fuoco firmando inconsapevolmente la loro condanna a morte. Le peregrine indagini condotte dal procuratore di Lanusei Fiordalisi procedono a singhiozzo; venti le persone coinvolte tutte appartenenti ad alti ranghi istituzionali, circostanza che turba non poco il normale iter processuale. Il fine della presunta condotta criminale sarebbe stato quello di occultare la pericolosità delle operazioni del PISQ.
Le ipotesi di reato, che vanno dall’omicidio plurimo all’omissione d’atti d’ufficio, si basano, secondo la procura, su un perverso e corrotto intreccio di interessi fra imprenditoria e pubblici ufficiali: la sperimentazione selvaggia di armi e materiali bellici e civili non avrebbe trovato ostacoli, anzi sarebbe stata appoggiata da chi avrebbe dovuto controllarne la regolarità. Sul tema si è pronunciata persino la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’Uranio fornendo vaghe rassicurazioni.
Tuttavia escludere la presenza di uranio non basta a soddisfare la domanda di chiarezza e di giustizia della popolazione locale; esistono infatti svariate altre sostanze di comprovata tossicità che sono state riscontrate nelle analisi effettuate. Poniamo pure che gli indagati vengano tutti prosciolti e che i reati non sussistano, a quel punto rimarrebbe da chiedersi se sia giusto continuare sulla strada di uno sviluppo industriale guerrafondaio. Quante vite umane può valere il collaudo di un nuovo tipo di ordigno bellico? In cuor mio rispondo nessuna, ma l’attuale classe politica non sembra essere dello stesso avviso.
Marco Sartorelli
















