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No ai ghetti, si all’umana accoglienza

abbraccio

Ricevo e volentieri pubblico queste interessanti osservazioni, che condivido in toto, di Salute Pubblica.

Le strutture alternative all’OPG. Uscire da un approccio distorto!

Le proteste con cui buona parte del Consiglio Comunale di Ceglie Messapica ha accolto la delibera della ASL di Brindisi adottata a fine giugno scorso, con cui si ritiene collocabile nel ex presidio ospedaliero della cittadina messapica una struttura alternativa all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG), potrebbero essere una buona occasione per discutere apertamente di un problema drammatico e spesso taciuto, affrontato con pregiudizi o vere e proprie fobie.

Gli OPG sono una riedizione dei manicomi criminali, quelli in cui vengono reclusi quanti, avendo commesso dei reati, sono riconosciuti infermi di mente. Quella che comunemente viene considerata una situazione con cui il colpevole furbescamente si sottrae alla pena è spesso un provvedimento giudiziario ben più grave della comune pena detentiva: la liberazione è infatti subordinata al riconoscimento della sua guarigione. Accade frequentemente che la reclusione in OPG sia molto più lunga della pena inflitta per lo stesso reato ad un “sano di mente”. “Una persona che stiamo seguendo -racconta Vito Totire, medico della ASL di Bologna – ha vissuto gli ultimi dieci in città, ed è appena uscita dall’incubo di sette anni di psichiatria giudiziaria. Tunnel in cui era entrato a seguito di un “enorme” reato che consisteva nell’avere dato una sberla a uno psichiatra. Questa persona viene “deportata” prima nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, poi addirittura in quello di Aversa, vicino a Napoli, mettendo in difficoltà tutta la rete, scarsa ma significativa, di relazioni sociali attorno a lui.” Questo paziente è poi deceduto per leucemia (lo stato di segregazione e di inedia lo ha portato a fumare 80 sigarette al giorno; è morto di leucemia da…segregazione)

Spesso questo prolungamento è dovuto all’isolamento sociale della persona per cui la permanenza in OPG è determinata dalla mancanza di una rete familiare e sociale disponibile ad accogliere il malato.

Gli OPG in Italia sono 7, anzi erano, dal momento che per legge da qualche anno devono essere chiusi. Tre in Campania, uno in Sicilia, Emilia Romagna, Toscana e Lombardia per un totale di circa 1500 pazienti nel 2010. L’art. 3 ter del D.L. 22.12.2011 n. 211, “Interventi urgenti per il contrasto delle tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri” convertito con modificazion dalla legge 17 febbraio 2012 n.9, ha dettato disposizioni per il definitivo superamento degli OPG. “L’Assessorato alle Politiche della Salute – si legge nella delibera della ASL di Brindisi – ritenendo opportuno dotare di una struttura alternativa all’OPG anche la zona sud della Regione, ha invitato la ASL BR ad effettuare uno studio di fattibilità di un modulo da 15/20 posti letto da allocare negli ambienti già destinati al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’ex Ospedale Civile di Ceglie Messapica”.

La ASL ha ritenuto di allocare la struttura sostitutiva al posto del reparto appena dismesso di Psichiatria. Ma la maggioranza del Consiglio Comunale ha deliberato la sua contrarietà a questa ipotesi ritenendo tale presenza “incompatibile con reparti come il Centro Risvegli o lo stesso Ospedale di Comunità e la stessa RSA.”

La vicenda mette in luce due fenomeni. Da un lato il cosiddetto superamento degli OPG si sta rivelando null’altro che una trasferimento dei malati dalle 7 strutture presenti sul territorio nazionale in tanti piccoli OPG a gestione regionale senza creare concrete possibilità di reinserimento. Dall’altro le comunità destinatarie dei trasferimenti insorgono con reazioni improntate a paura e pregiudizio perpetuando lo stigma e l’emarginazione che accompagna il malato mentale. Sembrano voler dire che il ghetto va bene, ma non nel nostro ospedale o nel nostro paese!

Il vero problema rimane quello di consentire a quanti hanno già scontato la pena e potrebbero aspirare ad un reinserimento sociale la concreta agibilità di questa prospettiva. Bisogna dare un volto e un nome a questi numeri, capire quanti sono i pugliesi negli OPG e lavorare non per recluderli nuovamente in realtà più piccole ma cercare soluzioni di reinserimento ove fattibili.

Non si può essere d’accordo sul “travaso” dei detenuti degli OPG in strutture ospedaliere psichiatriche che comunque rimangono ghettizzanti; qui non c’è un problema di compatibilità con Rsa o case dei risvegli, altrimenti; evidentemente chi protesta con queste argomentazioni vedrebbe bene un ghetto ospedaliero/carcerario isolato fuori dai contesti urbani e sociali. Le persone devono “tornare a casa”! Non si può escludere che qualche rischio di ghettizzazione ci possa essere ma dobbiamo avvicinarci il più possibile alla logica dei gruppi/appartamento (sul modello di Trieste) evitando ghetti ospedalieri o comunque isolati rinunciandovi solo qualora un pieno reinserimento socio-lavorativo e familiare (per la rottura definitiva di rapporti familiari o per disabilità occupazionali non superabili anche legate all’età) non sia davvero possibile o non sia immediatamente possibile.

Occorre monitorare l’evoluzione delle attività di accoglienza a livello nazionale; per esempio a Trieste, dove non esistono neppure posti-letto ospedalieri, neppure per i “nuovi utenti” della psichiatria nè esistono posti letto convenzionati col privato, non si sognerebbero mai di ipotizzare una struttura come quella di Ceglie!

Troppo frequantemente l’OPG è stato il ghetto in cui recludere persone che avevano commesso reati di bassissimo profilo giuridico; così come è stato usato dalla criminalità organizzata per il famoso sistema delle “porte girevoli” del carcere. Si deve comunicare con chiarezza alla opinione pubblica ed ai cittadini che non si possono vedere tutti i casi allo stesso livello di problematicità: da chi ha dato una sberla allo psichiatra a chi ha ucciso la madre; ma dobbiamo nettamente respingere la creazione di nuovi ghetti.

Invitiamo quindi a prendere le distanze da chi dice “va bene il ghetto ma lontano dagli occhi”; va presa in esame la storia di questi potenziali 15-20 utenti e va garantito un percorso di reinserimento che non sia un nuovo OPG sotto mentite spoglie in cui queste persone trascinano una penosa esistenza tra reclusione e periodici TSO.

Ovviamente la politica di deistituzionalizzazione la Regione Puglia e le Asl dovevano praticarla prima, dovevano censire i loro cittadini deportati e costruire percorsi ad personam di deistituzionalizzazione. Ora quest’opera non è più rinviabile! Questi cittadini deportati vanno risarciti per la deportazione subita, vanno riaccolti e riaccolti in condizioni umane.

Salute Pubblica

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