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Segretari precari al tempo dei Mele

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Ricevo e volentieri pubblico.

Un fatto recente di cronaca politica mi induce a tornare a riflettere sulla riforma del ‘ 97 a seguito della quale i segretari comunali -che sino ad allora il Ministero dell’Interno assegnava ai comuni per garantire un minimo di obbiettività nell’amministrazione degli enti locali- sono diventati nominabili, revocabili e persino indirettamente licenziabili dai sindaci, con conseguenze giuridiche ed economiche brillantissime per alcuni e disastrose per altri, che certo sconsigliano di contrariare chi ha il potere di incidere in modo così invasivo sulla loro vita professionale, personale e familiare. E’ sin troppo chiaro che il potere di scelta dei segretari comunali comporti problemi molto seri anche quando i sindaci si tengono alla larga dalla giurisdizione penale, perché le derive clientelari e gli abusi non sono appannaggio esclusivo dei delinquenti. Figuriamoci quale sarebbe il destino di un segretario comunale e quali le ricadute di illegalità nell’azione amministrativa di un comune se fosse accertato un ruolo significativo del sindaco o di un amministratore comunque influente in reati contro la pubblica amministrazione. L’occasione per questa riflessione supplementare mi è fornita dalla recente elezione a sindaco di Carovigno dell’ex parlamentare Cosimo MELE. Le ragioni per le quali non fu ricandidato al Parlamento sono note ma non particolarmente interessanti, considerato che, comunque siano state declinate le sue notti romane, non è detto che vi sia una relazione biunivoca tra costumi pubblici e privati.

Conferente è invece un episodio del ’99 relativo a fatti verificatisi un paio d’anni prima, quando era assessore. Mele fu inquisito con il sindaco ed alcuni dipendenti comunali neoassunti, nell’ambito dell’operazione “Montecarlo”, con l’accusa di aver percepito compensi irrituali per orientare appalti e concorsi e sembrava che le accuse fossero adeguatamente corroborate da intercettazioni telefoniche e altro, al punto da giustificare provvedimenti restrittivi della libertà personale.

Non conosco la fine che ha fatto quel procedimento ma leggo su Wikipedia che la vicenda non è ancora conclusa, per cui non so se Mele sia stato assolto in primo e/o secondo grado o siano state appellate le sentenze o sia intervenuta la prescrizione o cos’altro. Verosimilmente, se Wikipedia è attendibile, benchè dai fatti contestatigli siano trascorsi più di quindici anni -durante i quali i suoi sostenitori hanno avuto tutto il tempo di eleggerlo prima al consiglio regionale, poi in Parlamento e adesso sindaco nel suo comune- non dovrebbe essere stato chiaramente e definitivamente prosciolto dalle accuse. Vi è quindi la possibilità almeno teorica che il destino professionale, personale e familiare dell’attuale segretario del comune di Carovigno- come di quelli di tanti altri comuni, perché Mele non sarebbe l’unico sindaco inquisito d’Italia per reati contro la pubblica amministrazione- sia nelle mani di una persona che tra qualche anno o tra qualche mese potrebbe essere condannata per aver accettato compensi non dovuti o che, se i reati sono prescritti, non avrà rimosso il dubbio di averlo fatto. Mi chiedo: se, com’è tutt’altro che improbabile, l’attuale segretario comunale di Carovigno, non fosse confermato e incontrasse difficoltà per una nuova nomina, al punto da essere collocato prima in disponibilità (a stipendio ridotto, a meno che non gli facciano sostituire colleghi in ferie o colleghe incinte) e poi in mobilità (una specie di cassa integrazione a stipendio ancora più ridotto), sino al licenziamento, chi lo risarcirebbe di un tale disastro? Non il sindaco, perché sarebbe tutt’altro che agevole dimostrare che la mancata conferma sia collegabile alle sue vicissitudini giudiziarie. Non il comune, al quale non potrebbe essere ascritta alcuna responsabilità diretta, né il Ministero dell’Interno che per i segretari comunali funge solo da passacarte dei sindaci. Per cui, quanto meno teoricamente, il segretario comunale di Carovigno potrebbe essere vittima predestinata, consapevole e irrisarcibile del suo senso del dovere, che, tra l’altro, da qualche mese riguarda anche –non ci si crederebbe ma è proprio così- la redazione del piano comunale anticorruzione.

La questione è attualissima perché non scommetterei un centesimo sulla permanenza dell’attuale segretario comunale a Carovigno, benché vi lavori ottimamente da anni. Infatti chi ha il piglio dirigista alla Mele normalmente, per un verso presume non collaborativo, senza ammissione di prova contraria, chi ha riscosso la fiducia del suo predecessore – soprattutto se nel frattempo ci ha litigato- per altro verso consolida l’autostima con vorticosi avvicendamenti dei vertici amministrativi. Che poi i sostituti siano migliori dei sostituiti non è detto, ma ai sostenitori a prescindere basta la parola.

Non sarei affatto felice quindi di essere nei panni del segretario comunale di Carovigno, tanto più che quei panni in realtà sono i miei perché li ho già indossati prima di lui. C’ero io al suo posto all’epoca dell’operazione “Montecarlo”. Resistetti qualche anno in più soltanto perché Mele ebbe i suoi problemi proprio nel periodo previsto dalla legge per la sostituzione del segretario, il secondo bimestre dall’elezione del sindaco Lanzillotti -all’epoca da lui sostenuto contro il suo vecchio alleato e successivo compagno di disavventure giudiziarie Vito Perrino- che però ritenne più prudente interrompere il procedimento che aveva già avviato. Io in fondo ero quello che l’amministrazione Perrino-Mele aveva formalmente estromesso dalla presidenza delle commissioni esaminatrici dei concorsi che poi furono ritenuti sospetti. Darmi il benservito in quel momento avrebbe potuto incuriosire gli inquirenti ed aggravare la situazione. Ma nell’estate del 2003, con Mele tornato sugli altari ed eletto consigliere regionale a furor di popolo, il mio destino inesorabilmente si compì. Il primo atto del nuovo sindaco Zizza, sostenuto da Mele quella volta contro Lanzillotti -altro suo vecchio alleato diventato nemico- fu di congedare il segretario. Adesso Zizza -che mi si dice avere nel frattempo a sua volta subito la mutazione genetica alleato/nemico di Mele- è senatore della Repubblica perché è giusto che chi compie buone azioni vada diritto in Paradiso, e quel segretario, rimasto suo malgrado inattivo per quattro anni, dopo un vicenda simile in un altro comune pugliese (ma senza contorno di mazzette reali o presunte) ora è in quiescenza, sia pure con una pensione falcidiata, perché era abbastanza vecchio per andarci prima che la professoressa Fornero glielo impedisse. Ma presumo che il collega di Carovigno sia più giovane e non abbia raggiunto l’età pensionabile. La sua mancata conferma – a meno che non riesca a trovarsi da solo un’altra sede- potrebbe avere per lui conseguenze ancora più pesanti.

Spero che il prefetto di Brindisi vigili molto attentamente su questa vicenda. Se non è cambiato rispetto a trent’anni fa, quando lo conobbi consigliere di prefettura a Lecce, dovrebbe aver conservato la dirittura e il coraggio per far valere comunque la sua autorevolezza a tutela di uomini dello Stato seri, preparati e per bene che le amenità parlamentari bipartisan dell’ultimo ventennio hanno ignobilmente consegnato alle beghe della politica di provincia ed all’esuberanza addizionata dei cacicchi di turno. E che non si stanchi di denunciare, denunciare, denunciare a Ministro, Governo e Parlamento l’infamia del sistema di nomina, di esonero e di revoca dei segretari comunali e provinciali che, con la precarizzazione della dirigenza degli enti locali -nominabile dai sindaci senza concorso e ricattabile con lo spauracchio della mancata conferma- ha dato un contributo formidabile all’incremento della corruzione negli enti locali, che lo Stato sostiene di voler combattere.

Quanto a Mele, ora che è tornato da protagonista sul proscenio, credo debba essere la persona più interessata a promuovere un’accelerazione dei suoi processi o comunque a dire con chiarezza come sono realmente andate le cose. Capisco che per i fans la sua innocenza sia un dettaglio trascurabile ma non per l’opinione pubblica nazionale, che da qualche anno lo segue con interesse e, soprattutto, non per lui, se ha inteso proporsi come limpido punto di riferimento ai suoi concittadini.. Quanto a me, mi sarei dimenticato della sua esistenza se non si fosse riofferto al pubblico. Ho rievocato la sua vicenda soltanto perché si possano toccare con mano le contraddizioni più volte vanamente denunciate del sistema bacato di reclutamento della dirigenza negli enti locali -che un Parlamento degno di questo nome dovrebbe immediatamente abrogare e sostituire- e chiedere alle istituzioni dello Stato di intervenire in tempo, per arginare eventuali abusi che la legge, anziché impedire, ha indecentemente normalizzato.

Nicola Brescia

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