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I morti non sono tutti uguali

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Qualora ce ne fosse ancora bisogno, la vicenda dei due marò italiani pone l’accento proprio su questo aspetto: che i morti non sono tutti uguali. In particolar modo quando si tratta di morti ammazzati. In conseguenza di ciò, anche gli assassini sembrano essere diversi tra loro. Quando ad uccidere è una persona comune, questa viene definita omicida; se ad uccidere è un ribelle o un insorgente di una qualsivoglia organizzazione lo si definisce terrorista, mentre se ad ammazzare sono dei militari, si afferma che hanno svolto il loro dovere, e quando va bene li si premia con una luccicante medaglia da appuntare sulla divisa. Appare evidente che la qualità del morto sia differente di caso in caso, quasi che alcuni siano più meritevoli di vivere rispetto ad altri e, per converso, che la morte di certi abbia meno rilevanza e sia meno grave di quella di altri.

Ad avallare questa visione concorrono diversi aspetti. Uno è il monopolio della violenza che gli Stati, tutti gli Stati, pretendono di detenere saldamente nelle proprie mani, per cui la morte giusta può essere solo da essi comminata, che sia attraverso sentenze capitali o per mano dei propri legittimi rappresentati: eserciti e forze di polizia. Un altro fattore, stavolta tutto interno agli Stati, è quello della loro potenza, sia essa economica o politica, che concorre a creare una gerarchia anche per ciò che riguarda i rispettivi cittadini morti ammazzati per mano di cittadini di un altro Stato.

Nel caso specifico dei due marò Girone e Latorre, i due aspetti si intersecano tra loro. Ci si trova di fronte a due militari italiani che hanno ammazzato due pescatori indiani. Da un lato ci sono i detentori legittimi della violenza di uno Stato detto “sviluppato”, esponenti del corpo d’èlite della Marina, e dall’altro due lavoratori poveri di uno Stato definito “in via di sviluppo”. Tutte le discussioni scaturite sull’accaduto, dalla disputa se ci si trovasse in acque territoriali indiane o internazionali alla perizia balistica sulle armi, altro non sono che una foglia di fico per tentare di occultare i fatti così come realmente, e banalmente, si sono svolti. Due militari, non si sa bene per quale ragione, hanno freddato due pescatori inermi, ed hanno cercato di mascherare l’omicidio come una legittima difesa da un assalto di presunti pirati. Hanno ammazzato perché si sentono autorizzati e sono addestrati a farlo: sono dei soldati, il cui mestiere è quello di fare la guerra, e quindi di uccidere. È una cosa normale, perché lo hanno sempre fatto. Se le cose non sono andate lisce come le altre volte, è solo perché stavolta hanno ammazzato dei civili non mentre erano impegnati in una operazione di guerra, ma mentre erano a guardia di una petroliera privata. Pochi erano al corrente della presenza di militari italiani a difesa di navi cargo civili, una scelta fatta dal Ministero della Guerra quando ne era a capo Larussa. Alcuni democratici potrebbero addirittura scandalizzarsi di tale scelta. A ben guardare, invece, questa politica è solo la prosecuzione della guerra con altri mezzi, perché se in certe zone si interviene militarmente per accaparrarsi risorse energetiche, in altre si scortano quelle risorse per farle arrivare a destinazione. Si tratta di merci troppo preziose, per cui se è legittimo ammazzare per accaparrarsele, lo è anche per trasportarle.

In questi giorni lo scontro tra Stati – italiano e indiano – si è infiammato per via della scelta di non far rientrare i marò in India allo scadere del “permesso elettorale”, così come solennemente promesso. A parte la ridicola mossa del governo indiano di fidarsi delle promesse di un Paese quale l’Italia, è curioso vedere venir meno la virile parola d’onore di questi militari quanto mai maschi, tutti pieni di sé e pronti ad esibire il petto villoso fino al giorno prima. Ma ciò che sta avvenendo, in fondo, è solo una prova di forza tra i due Stati. L’India vuole accreditarsi come superpotenza e guadagnarsi il dovuto rispetto a livello internazionale; l’Italia non vuole farsi scavalcare e, per farlo, deve dimostrare che i propri, bianchi militari, valgano ben più dei cittadini, dal colore della pelle indefinito, dell’altra parte del mondo. È però difficile credere che, se i due marò venissero giudicati in India, rischierebbero per davvero una seria condanna, così come è certo che, se verranno giudicati in Italia, passeranno indenni. È certo, invece, che se i fatti si fossero svolti a parti inverse, e fossero stati due pescatori ad ammazzare due militari, starebbero già penzolando da un palo con una corda al collo o languendo nella più oscura galera, di qua come di là dell’oceano.

Ma si sa, i morti non sono tutti uguali…

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