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Democrazia e sondaggi telematici

C’è qualche ricerca e molto dibattito sui vantaggi e gli svantaggi delle nuove tecnologie per i movimenti sociali. Certamente per attori poveri di risorse materiali, Internet ha rappresentato un consistentissimo vantaggio in termini di comunicazione, sia interna che esterna. Le mailing list facilitano gli scambi di idee e la logistica della mobilitazione. Lo stesso fanno i siti web, che permettono anche un’azione di (contro)informazione efficace, sviluppando una logica di rete. Con i media sociali di Web 2.0 si è estesa la capacità dei singoli attivisti e dei cittadini in genere di passare da consumatori a produttori di notizie e pensiero. Facebook, Twitter e blogs – con tutti i loro limiti e le loro differenze – hanno contribuito ad aggregare persone e idee. Non esistono Twitter o Facebook revolutions, ma essi sono strumenti rilevanti di comunicazione e, quindi, mobilitazione.

Gli strumenti di comunicazione e decisione offerti da Internet sono vari, e alcuni di essi di uso rischioso per i movimenti sociali. Il sondaggio telematico è uno di questi. Facile da utilizzare, talvolta pomposamente nobilitato con la definizione di referendum, esso viene sempre più spesso usato da movimenti sociali, partiti o liste elettorali come strumento di decisione considerata come democraticamente legittimata (perché vince la maggioranza) ed efficace (perché di rapida utilizzazione). Un problema particolarmente rilevante per le organizzazioni di movimento sociale è però che la concezione maggioritaria e non partecipata di democrazia che il sondaggio telematico riflette non è coerente con le concezioni di democrazia diffuse fra gli attivisti, rendendo quindi quelle decisioni né legittime né efficaci.

In primo luogo, il sondaggio telematico riflette una concezione di democrazia – maggioritaria appunto – dove chi ha la metà più uno vince, e chi ha la metà meno uno perde. Ma vince e perde cosa? Dato che i movimenti non hanno incentivi materiali da offrire ai loro attivisti, l’impegno è mantenuto solo se e in quanto si è d’accordo su un certo cammino. Viceversa, chi è insoddisfatto dell’esito e del processo, se ne va, e a chi vince resta una scatola (semi)vuota. La storia dei movimenti degli anni settanta è piena di esempi di questo tipo, e proprio dalla consapevolezza di quegli errori i movimenti che sono seguiti  sono partiti per sperimentare diversi processi decisionali. La democrazia del consenso, elaborata nei social forum, si basa su un principio profondamente diverso rispetto a quello maggioritario: l’idea che la democrazia non sta nel contare le preferenze esistenti, ma nel trovare forme e luoghi per dialogare, capirsi, pensare nuove soluzioni. Certamente, la democrazia del consenso non è facile da realizzare: non solo richiede tempo, ma non elimina le fonti di potere di alcuni su altri. Per i movimenti, la ricerca stessa di comprensione reciproca, ascolto, rispetto paga però più del principio della maggioranza vince, in termini sia di legittimità che di efficacia del processo. Il sondaggio telematico è rapido nell’utilizzo, ma ben poco deliberativo, se si intende con deliberazione un processo di condivisione di ragioni e ragionamenti. Tutti si esprimono con un click su un quesito pre-scritto, ma non vengono scambiate proposte, né si costruisce una base di comprensione reciproca. Se la democrazia è comunicazione, il sondaggio telematico tronca quel processo, proclamando vincitori e vinti. Conta preferenze preesistenti, ma non aiuta a formare nuove idee, solidarietà, identità.

Se i limiti di una “democrazia del conteggio” erano già emersi nelle riflessioni autocritiche sulla democrazia assembleare degli anni settanta, il sondaggio telematico – soprattutto se condotto fra sottoscrittori on-line – rappresenta una degenerazione degli stessi strumenti assembleari. Mentre nelle assemblee, con gradi diversi di empatia, ci si conosce e riconosce, nel sondaggio telematico l’autenticità della partecipazione resta opaca. Non solo il click è anonimo e deresponsabilizzante, ma le liste sono facilmente infiltrabili da avversari di vario tipo, o comunque da soggetti collettivi altri, che vogliano farne un uso strumentale, a fini altri. Per attivisti di movimenti sociali, che credono nell’impegno, decisioni prese in pochi secondi – e non si sa da chi – hanno livelli di legittimità decisamente bassi, distruggendo quelle basi di fiducia necessarie alla costruzione di un processo comune di cui i movimenti hanno grande bisogno.

Donatella Della Porta

 

Categories:   Politica