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Legge anticorruzione: Tanto rumore per nulla

La corruzione nella politica e nella pubblica amministrazione, si sa, è uno dei mali più gravi del nostro paese. Transparency international, il più accreditato ente di ricerca sul fenomeno della corruzione, colloca l’Italia al 67° posto, dopo il Ghana e il Rwanda, della classifica mondiale per tasso di corruzione percepita.

E la Corte dei Conti calcola in circa 60 miliardi di euro l’anno il costo della corruzione in Italia. Costo a cui vanno aggiunti quelli indiretti, derivanti dalle inefficienze e dai ritardi dei servizi pubblici che sempre la corruzione si porta dietro.

Di fronte a questo quadro il Governo dei tecnici guidato da Mario Monti ha deciso di presentare un disegno di legge chiamato “anticorruzione”, che però, nonostante gli sforzi profusi, non è riuscito, finora, a far approvare in Parlamento. Un dibattito surreale tra favorevoli e contrari (ma ci sono parlamentari favorevoli alla corruzione?) che si trascina da mesi senza arrivare in porto.

Ma cosa prevede questo disegno di legge e serve davvero a combattere il fenomeno della corruzione?Secondo me la legge presentata dal Governo serve a ben poco e, anzi, contiene degli errori che rischiano di provocare danni maggiori dei vantaggi.

L’unica novità positiva è l’innalzamento della pena per il delitto di corruzione che passa da una pena massima di 5 anni ad una pena massima di 8 anni. Sempre meno del furto di un’autoradio, punito con una pena massima di 10 anni, ma almeno un passo avanti. Per il resto cambia poco o nulla.

Il delitto di corruzione privata (che significa la corruzione nelle banche, nelle assicurazioni, nelle compagnie telefoniche, nelle multinazionali del petrolio e dell’energia) resta procedibile a querela della persona offesa (come se fosse un affare privato e non un danno per la collettività) e, soprattutto, resta limitato ai vertici delle società private. Per cui, per capirci, se un direttore di filiale di una banca prende una tangente per dare un finanziamento senza garanzie, non risponde di nessun reato.

Il traffico di influenze, cioè la condotta di chi si fa pagare per procurare favori presso un pubblico ufficiale, certamente una novità interessante, viene punito con una pena irrisoria (massimo tre anni), tale da non meritare le appassionate discussioni nelle quali sono impegnati i nostri parlamentari. Più rilevanti sono gli errori e, soprattutto, le cose che mancano.

Gli errori più gravi sono sul delitto di concussione. La nuova legge prevede lo “spacchettamento” del delitto di concussione: da un lato la condotta del pubblico ufficiale che costringe la vittima a dare o promettere qualcosa, che resta punito con la stessa pena di oggi, dall’altro quella del pubblico ufficiale che induce la vittima a pagare, punito con una pena minore. E con una sanzione anche per la “vittima”.

Al di là delle possibile conseguenze su alcuni processi in corso, che sembra la questione che più appassiona i politici, la riforma contiene alcuni errori madornali. In primo luogo sparisce la concussione dell’incaricato di pubblico servizio. Per capirci: l’infermiere che si fa pagare dai familiari di un anziano malato, minacciando di lasciarlo sporco o di non dargli le medicine, non commette concussione.

E’ sbagliata poi la scelta di punire, senza distinzioni, anche la “vittima” della concussione per induzione. Ci sono, infatti, delle condotte di “concussione per induzione” vicine alla corruzione, nelle quali la “vittima” alla fine ha anche un suo tornaconto illecito, come ad esempio il caso in cui il tecnico comunale “fa capire” che pagare è l’unico modo per sbloccare una licenza edilizia. Ma ci sono casi in cui la “vittima” è solo tale. Come quando un medico ospedaliero fa credere al paziente di avere un male grave e lo induce ad operarsi in tutta fretta presso una clinica privata. Perché questo poveraccio dovrebbe prendere anche tre anni di carcere?

Ma è soprattutto quello che manca nel disegno di legge a rendere in definitiva poco interessante la vicenda. La corruzione è un male difficile da combattere, perché si fonda su un patto segreto tra due persone, che ovviamente non hanno interesse a rivelarlo, e perché non lascia molte tracce. Se non si lavora su questo non si va molto avanti. Per rompere il patto segreto tra corrotto e corruttore, bisogna rendere conveniente la collaborazione con la giustizia. E dunque servono benefici per chi denuncia (e si autodenuncia) e per chi collabora con la giustizia.

E poi servono strumenti per rilevare l’unica traccia che la corruzione lascia, quella del denaro. A monte dei fenomeni di corruzione c’è quasi sempre la creazione di fondi neri da parte delle imprese, che attraverso la falsificazione dei bilanci accumulano capitali da destinare alla corruzione. Il reato di falso in bilancio, come si sa, è stato nella sostanza abolito dal Governo Berlusconi nel 2001. Ma non sembra che la politica sia orientata più di tanto a ripristinare uno strumento fondamentale per il contrasto alla corruzione.

A valle dei fenomeni di corruzione c’è, invece, il reimpiego dei proventi illeciti. Chi incassa le tangenti ha necessità di ripulire il denaro e di investirlo in attività apparentemente lecite. Questa attività si chiama autoriciclaggio e in Italia, nonostante le plurime raccomandazioni degli organismi internazionali, non è punita, il che rende spesso impossibile accertare i fatti di corruzione e recuperare i profitti illeciti. Ma di questo né la politica né i “tecnici” sembrano volersi occupare davvero.

Giuseppe Cascini

Categories:   Giustizia, Politica