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Mangiamo morte?

Siamo ciò che mangiamo, come sosteneva filosofo Ludwig Feuerbach, ed è vero nel senso letterale del termine. Lasciando da parte per un momento le speculazioni filosofiche o mistiche, dobbiamo prendere molto sul serio ciò che decidiamo di mettere nel piatto ogni giorno.

In ballo non c’è solamente il nostro portafogli – che viste le continue offerte di supermercati, minimarket e salumieri potrebbe quasi balenarci per la mente che la roba ce la regalino – ma soprattutto la salute nostra e di chi vive con noi.

L’arte di nutrirsi e di cucinare nel violentissimo vortice della colonizzazione generale delle masse da parte dei mass media è andata man mano finendo. Oggi sembra quasi che gli unici che si intendano di cucina e alimentazione siano solo i grandi Chef o coloro che vanno in tv e mostrano la loro bravura. Eppure fino a 30-50 anni fa erano le nostre nonne a meritarsi di diritto il premio di miglior cuoca di sempre. Sapienza contadina ed esperienza sul campo. Conoscevano le proprietà naturali e nutritive degli alimenti e sapevano ben combinare nel giusto modo. Ma soprattutto sapevano da dove venivano gli ingredienti che ben mescolati e uniti davano gusto e piacere ai commensali rendendo piacevole lo stare insieme.

Poi il Boom economico, la crescita scriteriata e illusoria che ha invaso e distrutto quasi tutto. Soprattutto ha distrutto quello che poteva essere il suo maggior nemico: la memoria.

Se tu ricordi come si fa qualcosa puoi perpetrarlo e soprattutto trasmetterlo agli altri insegnandolo praticamente. Ma i nuovi lavori, ritmi d vita, sogni illusori ci hanno stretto nella gabbia mortifera che oggi tutti conosciamo.

Uno dei tanti danni di tutto questo è l’inquinamento dei prodotti che QUOTIDIANAMENTE mettiamo nei nostri piatti e ingeriamo assieme alle persone che amiamo e per le quali prepariamo da mangiare. Senza soffermami troppo su stili e opportunità, dico solo che sono rimasto molto colpito dall’ultimo rapporto sul cibo redatto da LEGAMBIENTE. Lo trovate cliccando qui.

Sono dati scientifici, provati in laboratorio e forse neanche tutti completi. Questa lettura non deve solo allarmarci ma anche e soprattutto spingerci a trovare una soluzione rapida e concreta. Una scelta obbligata a mio avviso è quella di tornare ai produttori locali ridando loro ossigeno per lavorare e per recuperare un saper fare, l’arte della coltura e del prodotto locale non solo per meri fini economici ma primariamente per un fine educativo e salutistico. Il mezzo migliore per fare questo e per proporlo a più persone saltando la filiera lunga e malata sono sicuramente i G.A.S. (Gruppi di acquisto solidale) che possono concretamente spezzare la filiera di morte che tranquillamente tanti di noi frequentano quotidianamente.

E’ tempo di svegliarci: non possiamo vendere il nostro tempo per un lavoro salariato che ci permette di acquistare il cibo avvelenato che accelera la nostra morte.

Alessandro Lauro (Mdf Sorrento)

Categories:   Salute/Medicina, Società/Cultura