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Il treno

Ad un certo punto della meravigliosa storia umana è arrivato qualcuno a convincerci che il suo treno (roba mai vista prima) avrebbe garantito ricchezze materiali per tutti, e fertili oasi, e paradisi. I popoli, volenti o nolenti, salirono su quel treno, ma nessuno avrebbe potuto più scenderne senza subire feroci punizioni.

E’ un treno su cui solo i macchinisti possono condurre e di cui solo loro conoscono la mèta. I passeggeri subiscono le decisioni del capo-macchinista di turno, schierandosi ora col nero, ora col rosso, ora col blu, ora con lo zebrato, e credono così di fare la cosa giusta, anche perché nel frattempo i passeggeri originari sono morti e al loro posto ci sono i nipoti, nati sul treno, creduto perciò una sorta di ‘ventre paterno’, una condizione normale.

Il treno sta viaggiando da 3000 anni, di benefici non se ne sono mai visti, e i passeggeri sono quelli che spalano carbone convinti che non vi sia altra alternativa (se non un nuovo capo-macchinista, magari con una tuta nuovissima), e vengono tenuti in scompartimenti separati, perciò ostili tra loro, in condizioni deplorevoli, simili a polli d’allevamento. Dall’altoparlante il macchinista ogni tanto esclama: ‘niente paura, abbiate fiducia, qui nel locomotore si lavora per voi e per la vostra sicurezza, per la vostra salute, per il vostro benessere… ‘Attenzione, occorre il vostro aiuto, c’è un imprevisto anche se era previsto, c’è da togliere un elefante dallo scompartimento 7, è irrequieto e ci appesantisce. Forza con quelle braccia, fatevi onore, siate responsabili, fatelo per la libertà, per la crescita, per la democrazia, affinché questo treno continui la sua rotta verso i vostri sogni’.

E  da 3000 anni, nonostante i dolori, i sacrifici, i disastri, le ingiustizie, e l’evidente fallimento, i passeggeri continuano a salire su quel treno, a volerlo, a lodarne la nuova carrozzeria, profondamente ignari e schiavi nel loro perenne lamento.

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