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Ospedali no-profit

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Io ancora mi ostino, probabilmente a torto, a parlare di ospedali pubblici e di cliniche private. È una vecchia abitudine figlia dei tempi in cui ancora studiavo medicina ed esistevano “gli ospedali”. Oggi invece ci sono “le aziende ospedaliere” e c’è il settore del “privato convenzionato”. Così, devo ammettere che quella distinzione o contrapposizione tra pubblico e privato possa risultare poco chiara e vada riformulata in termini diversi.

Io credo che un ospedale debba essere obbligatoriamente una istituzione no profit. Se il personale – infermieri e medici, tecnici e amministratori – è appassionato del proprio lavoro, competente e onesto, il risultato sarà un ospedale di qualità, ben funzionante, che utilizza al meglio le risorse. Invece vedo dilagare la logica opposta, quella del profitto, anche nelle vecchie strutture che erano davvero pubbliche prima dello sfracello degli ultimi decenni. La medicina, in tutti i suoi aspetti, si occupa di sostenere la vita e il benessere individuale e collettivo.

In questo settore davvero “vitale” per la società, ha senso che esista per qualcuno la possibilità di trarne profitto? È giusto, è etico, è utile? Il problema è tutto lì: sì o no al profitto nel campo della sanità. Ospedali profit e ospedali no profit, mettiamola così. Io credo che la progressiva introduzione del profitto nella sanità, iniziata trent’anni fa dai politici con la grave complicità della classe medica, sia una cosa vergognosa e dannosa per la salute dei cittadini.

I soldi che una Regione rimborsa per una prestazione sanitaria effettuata – sono gli stessi, che si tratti di ospedale privato (convenzionato) o pubblico. Il trucco è proprio lì, nel Drg, nell’idea del “rimborso”, nell’idea di ospedale come azienda. Il Drg è il meccanismo e il lasciapassare per la speculazione che produce profitti miliardari. Se i soldi andassero da pubblico a pubblico non ci sarebbe bisogno di Drg: si spende quanto necessario, niente più, niente meno. Se invece si vuole che qualcuno possa “fare soldi”, basta che le Regioni adottino una politica di rimborsi esagerati, i Drg appunto, molto più elevati dei soldi effettivamente spesi. Se si rimborsa 100 per un intervento che costa 30, chiunque lo effettui, si crea una montagna di danaro a disposizione degli sprechi e della corruzione, nel “pubblico” come nel “privato”. Così si aprono le porte ai futuri “don” e ai “don” già in attività. Un solo esempio: un intervento per sostituire una valvola cardiaca viene rimborsato in Italia (a tutti i Centri che lo effettuano) mediamente ventimila euro. Il costo reale dell’intervento, lo sappiamo benissimo, è invece di circa duemila euro. Una bella differenza, e soprattutto un boccone ghiotto a disposizione di manager e funzionari corrotti, o di faccendieri e speculatori più nobilmente chiamati “investitori del settore”.

Sono convinto che una sana politica sanitaria sia quella che non offre tali opportunità, che non spalanca le porte al profitto a danno della salute di tutti. Smettiamo pure di chiamarli pubblici i nostri ospedali, tanto ormai lo sono sempre meno: io credo che avremmo bisogno di ospedali no profit. Allora si tornerebbe a utilizzare tutte le risorse disponibili per il bene comune, e gli ospedali sarebbero di nuovo parte della res publica.

Gino Strada

Categorie : Salute/Medicina