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Migrazione sanitaria

In questi giorni la CGIL FP ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica una annosa questione della sanità meridionale e pugliese. La mobilità passiva ossia la migrazione di residenti nel territorio provinciale verso altre province ed altre regioni per curarsi. La questione è spinosa e non è mai stata affrontata alla radice per due ragioni. La prima perché metterebbe in luce carenze strutturali e organizzative che ricadono sotto la responsabilità del management e dei governanti di turno. Si pensi alla mancanza di discipline come la chirurgia toracica, la gastroenterologia, la cardiochirurgia, tutte discipline giustificate dalla epidemiologia delle malattie curabili in questi reparti, ben rappresentate nella nostra provincia, ma mai attivate sotto tutti i governi di tutti i colori politici. Ma anche a reparti esistenti e non messi in condizioni, per carenze di personale o di apparecchiature, di lavorare a pieno regime per soddisfare tempestivamente le richieste dei cittadini costretti poi a curarsi fuori. La seconda, perché metterebbe a nudo carenze di reparti e professionisti che non fanno il proprio dovere o non sono in grado di farlo e che il management non osa mettere in discussione per pressioni corporative, sindacali e politico-clientelari.

Quello in questione è un fenomeno di notevole interesse pubblico, si tratta di circa 100 milioni l’anno persi dal budget aziendale (600 milioni in tutto), che potrebbero essere spesi nelle strutture della nostra provincia per ammodernarle e tenerle al passo con i tempi, e di oltre 20.000 ricoveri. A poco serve l’obiezione che la quota di cittadini che si curano in altre province della regione non provoca perdita di denaro dalle casse della sanità pugliese. Sicuramente ci rimettono dalle proprie tasche le famiglie. E ci viene il sospetto che la lieve flessione della mobilità passiva extra regionale dell’ultimo anno sia imputabile proprio alla difficoltà di molte di loro a sopportare spese di trasferta piuttosto che ad un maggior “appeal” delle nostre strutture sanitarie.

Le ragioni che spingono a curarsi fuori sono tuttavia molteplici, e, pur non escludendo affatto che talune di esse possano esser riconducibili ad un’irrazionale e pregiudiziale diffidenza verso le strutture sanitarie locali da parte di fasce di utenza non particolarmente consapevoli, ciò non significa che quelle ragioni non siano comprensibili e soprattutto non può voler dire che una struttura sanitaria che si chiama Azienda, per quanto il nome non ci piaccia per nulla quando si parla di salute, non debba approfondirle. Infatti qualunque azienda si chiederebbe perché il suo prodotto non piace ai potenziali clienti! Ed un modo semplice per capirlo sarebbe chiederlo agli interessati mediante questionari ed interviste. Si chiamano indagini di mercato. Perché non applicarle quando si deve ben impiegare denaro pubblico?

Purtroppo la gestione politica della sanità mira solo al consenso individuale attraverso il clientelismo e la cultura della gran parte della popolazione non è orientata alla soluzione di problemi collettivi. E’ una spirale che si autoalimenta. Strutture sanitarie costose aperte mezza giornata per tenerne aperte altre del tutto inutili. E questo con il sostegno a volte di Sindaci o politici che guardano solo al loro orticello elettorale e pongono veti senza avere responsabilità sui bilanci delle ASL. A ciò si aggiunga la protezione data da sindacati e politici a personale sanitario che non vuole fare dieci chilometri per andare a lavorare oppure è imboscato in uffici piuttosto che lavorare per gli ammalati.

Cosa si può fare? Rendere pubbliche le questioni che interessano il pubblico. Gli obiettivi assegnati alle strutture sanitarie ed il loro raggiungimento, le relazioni fornite dai sanitari al momento del rinnovo dei loro incarichi, i bilanci spiegati ai profani. Aumentare le occasioni di comunicazione ed ascolto collettive. Dovrebbe essere la missione di un’azienda pubblica, cioè di un bene comune.

Avv. Stefano Palmisano, Salute Pubblica

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