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nov
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Quello che Monti non dice

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Fedeltà alla Bce e ai vincoli europei, continuità con le manovre fatte da Berlusconi e Tremonti nel 2011 e alcune novità su equità sociale, tassazione della proprietà (e reintroduzione dell’Ici), attenzione a giovani e donne, ma nessuna parola sull’ambiente, sull’impoverimento del paese, sulle crescenti diseguaglianze e parole ambigue sulle pensioni ed il mercato del lavoro: quello presentato da Monti alle camere è un programma vago, moderato, liberista con molte carte ancora da scoprire. Abile e prudente, con l’obiettivo di ottenere una vasta fiducia bipartisan.

Tre i pilastri del discorso, già preannunciati nelle dichiarazioni precedenti l’insediamento: rigore nella spesa pubblica, la necessità della crescita economica e l’equità sociale. Ma di riduzione di quella spesa che dovrebbe e potrebbe essere tagliata – dalla spesa militare a quella per le grandi opere – non s’è sentita traccia nel suo discorso. È disponibile a dire al suo ministro – ammiraglio della Difesa, Di Paola che spendere 15 miliardi per 131 cacciabombardieri non è proprio una scelta coerente con il rigore, di questo tempi? Immaginiamo già la risposta dell’ammiraglio, ma forse la domanda non verrà fatta. Magari qualche soldino di quei cacciabombardieri potrebbe essere dato alla cooperazione allo sviluppo (che non ha più un euro), visto che il premier ha creato (positivamente) un ministero ad hoc affiddato al fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Come generico è l’appello per la crescita: nessuna parola sull’economia verde, sulla necessità di interventi per rilanciare la domanda di consumi pubblici e sul sostegno all’innovazione e alla ricerca. Invece dì “capitali privati” nelle infrastrutture, si sarebbe dovuto ‘parlare di un “programma di piccole opere” (dalla messa in sicurezza del territorio a quella delle scuole italiane che non rispettano la legge 626). E di equità anche c’è poca traccia: i sacrifici devono essere “equi”, ma di diseguglianze e redistribuzione non si parla.

La patrimoniale non c’è, anche se qualche spiraglio sembra aprirsi: bisogna passare dalla tassazione “delle imprese e del lavoro” a quella su “consumi e proprietà” e bisogna “monitorare le ricchezze accumulate”. Più chiaro il passaggio sull’Ici, che ha preannunciato il ripristino della tassazione sulla proprietà anche della prima casa: giuste e condivisibili le sue parole sull’anomia italiana in Europa; ma la sua invocazione a far “pagare di più che ha dato di meno” sarebbe stata più credibile se parole altrettanto chiare fossero state dette sulla tassazione delle rendite o sull’impegno a sostenere una tassa europea sulle transazioni finanziarie. Se si vuole l’equità, la patrimoniale e l’accentuazione della progressività fiscale sono fondamentali. Eppure Monti dice che bisogna portare avanti la legge delega in materia fiscale e assistenziale di Berlusconi e Tremonti che abbassa l’aliquota più alta sui redditi dal 43 al 40%. Parla di “correttivi e integrazioni” a questa legge: ed è proprio qui che bisogna intervenire ridando un senso alle parole “giustizia fiscale”. Monti dice giustamente che per la lotta all’evasione serve abbassare la soglia dell’uso del contante, ma quanto? Ora si può pagare in contanti fino a 2.500 euro. La soglia deve essere abbassata a 100 euro, com’era alla fine della scorsa legislatura, prima che Tremonti la riportasse in alto (prima 12.500, poi 5mila ore 2.500). È disponibile a procedere in questa direzione?

Ed è proprio in questa famigerata legge delega sul fisco che sono contenuti tagli di 20 miliardi alle detrazioni fiscali per spese sociali (per le badanti, per i familiari a carico, per gli asili nido, eccetera). Monti nel suo intervento parla di “servizi cura per gli anziani” e della necessità della coesione sociale: interverrà con “correttivi ed integrazioni” – come ha dichiarato – per impedire questo massacro delle “tasche degli italiani” per avere delle prestazioni sociali che lo Stato direttamente non fornisce? Il welfare è stato distrutto da Tremonti e Sacconi (la riduzione dei fondi sociali nazionali è stata del 90%: un vero massacro): come si interverrà per ristabilire una soglia accettabile di diritti e servizi per tutti? Di nuovo: “servizi di cura per gli anziani”, dice il premier: ma lo sa che il fondo per la non autosuffienza è stato azzerato? Aiutare i giovani, certo: nel frattempo il passato governo ha ridotto “il fondo giovani” da 130 milioni a 13: è qui che bisogna intervenire e non proponendo una nuova emigrazione per i giovani (“mobilità a scala europea”, ha detto). Dal discorso di Monti risposte non ne vengono. Investire sui giovani e le donne è sacrosanto e ha ragione il premier: ma la prima cosa da fare è creare le condizioni per creare occupazione giovanile e femminile. E la strada non è quella della precarietà, che in Italia non ha fatto crescere i posti di lavoro, ma solo reso più facili sfruttamento e licenziamenti. Ed il passaggio dalla contrattazione nazionale a quella aziendale non facilita di certo una riforma del mercato del lavoro fondata sui diritti dei lavoratori. E se – come ha detto Monti al Senato – bisogna rafforzare gli ammortizzatori sociali, si faccia veramente quello che è necessario: ovvero ampliare le tutele dei lavoratori a tempo indeterminato a tutti i lavoratori parasubordinati (a progetto, a collaborazione coordinata e conitnuativa, ecc) che oggi non hanno alcuna forma di protezione sociale. Se si vuole veramente l’equità – come dice Monti – bisogna infine mettere al centro tre questioni fondamentali: la redistribuzione della ricchezza attraverso una politica fiscale fortemente progressiva (inclusa la patrimoniale), il rafforzamento dei servizi e degli interventi di welfare, il sostegno ai redditi delle fasce più deboli. Tutte cose che nel programma di Monti per il momento non ci sono.

Giulio Marcon